Caso Epstein, la responsabile legale di Goldman Sachs si dimette per i legami col finanziere

Kathryn Ruemmler, responsabile legale della banca d’affari Goldman Sachs ed ex consulente della Casa Bianca durante la presidenza di Barack Obama, ha annunciato le dimissioni a seguito della diffusione da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di una serie di email che hanno dimostrato stretti rapporti con Epstein, che lei chiamava affettuosamente “zio Jeffrey“. Ruemmler, che scrivendo al finanziere minimizzava i suoi reati sessuali, lascerà l’incarico il 30 giugno.

Caso Epstein, la responsabile legale di Goldman Sachs si dimette per i legami col finanziere
Colloquio tra Barack Obama e i suoi consulenti legali alla Casa Bianca: tra essi anche Kathryn Ruemmler (Ansa).

Lo stretto rapporto con Epstein

Ruemmler aveva ripetutamente cercato di prendere le distanze da Jeffrey Epstein, allontanando l’ipotesi di dimissioni dal ruolo in Goldman Sachs che ricopriva dal 2020. Era persino arrivata a definirlo «un mostro», ma da quanto emerso di recente aveva mantenuto uno stretto legame col finanziere anche dopo la prima condanna per reati sessuali risalente al 2008. Durante il periodo in cui ha esercitato la professione privatamente, dopo aver lasciato la Casa Bianca nel 2014, Ruemmler ha ricevuto diversi regali costosi da Epstein, tra cui borse di lusso e una pelliccia. In generale, i file resi pubblici hanno mostrato che tra i due c’era una fitta corrispondenza: nel 2019 il finanziere chiese alla legale come comportarsi di fronte alle pressioni dei media e, quando fu arrestato il 6 luglio di quell’anno, Ruemmler fu una delle persone che chiamò per prime. In alcune email lei lo chiamava «tesoro», in altre ancora ammetteva di adorarlo. Al di là dello stretto rapporto con un personaggio del genere, c’è un altro aspetto da considerare: storicamente (e per ovvi motivi) a Wall Street sono di fatto proibiti i regali tra clienti e banchieri o avvocati. Per non violare le leggi anticorruzione, il codice di condotta aziendale di Goldman Sachs richiede propri dipendenti di ottenere previa approvazione prima di fare o ricevere regali.

Caso Epstein, la responsabile legale di Goldman Sachs si dimette per i legami col finanziere
Kathryn Ruemmler (Goldman Sachs).

La carriera di Ruemmler

Come si legge sul sito di Goldman Sachs, prima di entrare nella banca d’affari la 54enne Ruemmler è stata a lungo global chair della divisione White Collar Defense and Investigations di Latham & Watkins, incarico che aveva messo in standby quando era stata chiamata a prestare servizio alla Casa Bianca come consulente legale di Obama. In questa veste ha consigliato il presidente americano «su tutte le questioni legali relative alla politica interna ed estera e alla sicurezza nazional». Ruemmler è stata inoltre procuratrice federale per sette anni. All’inizio della sua carriera ha ricoperto inoltre il ruolo di avvocata associata di Bill Clinton nel suo periodo alla Casa Bianca e ha lavorato presso la Corte d’appello degli Stati Uniti.

La sferzata di Draghi e Letta all’Europa: «Urgente agire, non c’è più tempo»

Al summit dei leader europei nel castello fiammingo di Alden Biesen, Mario Draghi ed Enrico Letta hanno lanciato una sferzata all’Europa invitandola ad agire prima che sia troppo tardi. L’ex presidente della Bce ha evidenziato «il deterioramento del contesto economico» e «l’urgenza di affrontare tutte le questioni» già sollevate nel suo rapporto. Tra i punti evidenziati nel suo intervento la riduzione delle barriere nel mercato unico, la mobilitazione del risparmio europeo, l’integrazione dei mercati dei capitali, gli interventi sui costi dell’energia e la possibilità di ricorrere, se necessario, alle cooperazioni rafforzate.

Letta evidenzia l’urgenza di un mercato unico

Alla sua linea si è affiancata quella di Letta, che ha indicato il completamento del mercato unico come risposta strategica alle pressioni globali. «Il mercato unico è la nostra migliore risposta a Trump e il fondamento della nostra sovranità», ha spiegato ai leader, invitandoli a passare da 27 mercati nazionali a uno spazio economico realmente integrato. Senza una forte integrazione dei mercati finanziari, ha avvertito, «sarà impossibile essere sufficientemente competitivi». Letta ha proposto un One market act articolato su energia, connettività e mercati finanziari, accompagnato da strumenti orizzontali comuni, con l’obiettivo di ottenere risultati concreti già tra il 2026 e il 2028 e convogliare il risparmio europeo verso investimenti e crescita. Nel dibattito è emersa anche la disponibilità a procedere più rapidamente con gruppi di Paesi. Ursula von der Leyen ha indicato giugno come prima scadenza per progressi sull’integrazione dei mercati dei capitali. La Commissione presenterà una roadmap sul One market act già a marzo.

La sferzata di Draghi e Letta all’Europa: «Urgente agire, non c’è più tempo»
Enrico Letta (Ansa).

Referendum sulla giustizia, le affermazioni choc di Gratteri

Con l’avvicinarsi del referendum sulla giustizia si moltiplicano gli appelli per il “sì” e per il “no”. E con essi anche le uscite spericolate, come quella del Pd che dopo i neofascisti di CasaPound ha usato (a loro insaputa) i campioni azzurri del curling per promuovere la posizione del Nazareno. Ma non è certo l’unico esempio, né il peggiore. Il magistrato Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, intervistato dal Corriere della Calabria si è infatti detto «certo che per il “no” voteranno le persone perbene, le persone che credono nella legalità come pilastro importante per il cambiamento» della Regione, mentre per il “” «voteranno ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».

Ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo, l’11 febbraio Gratteri aveva puntato il dito contro l’opposizione, affermando: «Penso che i partiti non stiano facendo abbastanza per sostenere il “no”. Hanno aspettato tanto, hanno iniziato a muoversi quando il consenso per il “no” è salito». E poi: «Non si interviene per convenienza. Ora inizio a vedere attività, ma non con molta forza e convinzione».

La replica di Tajani: «Sono una persona perbene e voterò sì»

«Sono una persona perbene, non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere. E voterò convintamente SÌ al referendum sulla riforma della giustizia. Le parole del procuratore Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia che offendono milioni di italiani». Così Antonio Tajani sui social.

Calenda: «Parole gravi, Gratteri cataloga in modo indegno»

Questa la replica di Carlo Calenda: «Le parole di Gratteri sono di una gravità incredibile. Voterò Si al referendum, ma non mi verrebbe mai in mente di catalogare chi farà una scelta diversa in questo modo indegno».

Dopo due morti e 4 mila arresti Trump archivia l’operazione dell’Ice a Minneapolis

Lo “zar dei confini” Tom Homan ha annunciato la conclusione dell’operazione Metro Surge a Minneapolis e il conseguente ritiro dalla città della quasi totalità degli agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice). «C’erano alcuni problemi qui e li abbiamo risolti. Abbiamo avuto un grande successo con questa operazione e stiamo lasciando il Minnesota più sicuro», ha dichiarato Homan, precisando che ci sono stati 4 mila arresti, di cui nessuno «in chiese, ospedali o scuole elementari». Durante la massiccia operazione antimmigrazione – scattata a dicembre – sono morte due persone, che stavano manifestando contro l’operato di Ice e Border Patrol, la polizia di frontiera: Renée Good, uccisa a colpi di pistola il 7 gennaio, e Alex Pretti, che ha subito la stessa sorte il 24 gennaio. L’applicazione delle misure di controllo sull’immigrazione continuerà in tutta la nazione, ha sottolineato Homan, spiegando che un «piccolo numero» di agenti dell’Ice resteranno a Minneapolis.

Dopo due morti e 4 mila arresti Trump archivia l’operazione dell’Ice a Minneapolis
Tom Homan (Ansa).

Perché la polizia ha fatto irruzione nei locali della Commissione Ue a Bruxelles

La polizia belga ha fatto irruzione nei locali della Commissione Ue a Bruxelles nell’ambito di un’indagine su possibili irregolarità nella vendita di beni immobili per circa 900 milioni di euro nel 2024. Allora, come commissario al Bilancio, c’era l’austriaco Johannes Hahn. A condurre le indagini è la procura europea (Eppo), che ha riferito di stare «raccogliendo prove». Al centro ci sarebbe l’accordo finalizzato il 29 aprile 2024 dall’esecutivo comunitario con il fondo sovrano Federal holding and investment company per la vendita di 23 edifici della Commissione. Bruxelles aveva presentato l’operazione come un passaggio chiave per trasformare il quartiere europeo in un’area «moderna, attrattiva e più verde» in cui uffici, residenze, negozi e spazi ricreativi potessero convivere armoniosamente. L’intesa era stata definita «vantaggiosa per il quartiere europeo» e funzionale all’obiettivo della Commissione di ridurre del 25 per cento la superficie dei propri uffici entro il 2030, modernizzando e rendendo più sostenibile il patrimonio immobiliare e diminuendone l’impronta di carbonio. Il piano, secondo quanto spiegato allora dall’esecutivo Ue, avrebbe inoltre consentito economie di scala, concentrando il personale in un numero più limitato di edifici, più grandi ed efficienti dal punto di vista energetico.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione

Il Partito democratico perde un pezzo da novanta. L’europarlamentare Elisabetta Gualmini, esponente dell’ala riformista (sempre più insofferente nei confronti di Elly Schlein), ha infatti deciso di lasciare il Pd e dunque anche la sua delegazione a Strasburgo, che fa parte dei Socialisti europei. Da tempo in rotta con la linea politica del Nazareno, ufficializzerà la decisione lunedì 16 febbraio, in conferenza stampa a Bologna: a seguito dell’uscita dal Pd, Gualmini parteciperà alla prossima plenaria al Parlamento Ue, in programma a metà marzo, già nelle file di Renew Europe. Ma non come indipendente: lo farà come esponente di Azione.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione

Gualmini sarà la prima italiana di Renew Europe

Gualmini, che è stata coinvolta nell’inchiesta Qatargate a Bruxelles, in un messaggio inviato ai colleghi di partito ha scritto di «decisione molto sofferta», aggiungendo però di essere fermamente convinta della scelta. La politologa, ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna con Stefano Bonaccini governatore, sarà la prima italiana di Renew Europe, dato che Azione non è rappresentata a Strasburgo. Con il suo cambio dii casacca, peraltro, il gruppo del Partito democratico perderà il primato numerico tra i Socialisti europei, scendendo a quota 20 deputati, tanti quanto il Partito Socialista Operaio Spagnolo.

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I contrasti con Schlein su politica estera e giustizia

Negli ultimi mesi, Gualmini è entrata in contrasto con Schlein su giustizia e politica estera. Per quanto riguarda il referendum del 22-23 marzo, al pari di Pina Picierno, che ha messo in chiaro di non aver digerito il diktat sul “no”, anche Gelmini si è schierata a favore della separazione delle carriere dei magistrati. E non c’è stato nemmeno bisogno della gaffe a tema curling per convincerla. Sulla giustizia c’è da dire però che non tutti i riformisti sono per il “sì”, come dimostra la lettera di dissenso inviata a fine dicembre dai senatori Dario Parrini e Walter Verini a LibertàEguale.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Non solo Guelmini: gli altri dem corteggiati da Calenda

Intervistato dal Corriere della Sera, l’8 febbraio Carlo Calenda aveva dichiarato di voler allargare il centro liberale, rivolgendosi «a tutti coloro che come Azione vogliono un’Europa federale ora». Tra i nomi citati quelli di alcuni riformisti del Pd, come Gualmini appunto, Picierno, Giorgio Gori e Simona Malpezzi, ma anche «+Europa di Hallisey e Magi e i popolari come Ruffini». Calenda però potrebbe perdere un deputato: sembra che Matteo Richetti, convinto che il leader di Azione stia guardando troppo a destra, possa passare al Pd.

Sarebbe pronto a lasciare il Pd anche Delrio

In Italia sarebbe pronto a lasciare il Pd anche il senatore ed ex ministro Graziano Delrio, che ha parlato di «aria irrespirabile» dopo le critiche ricevute dai pro Pal per le sue posizioni, ritenute antisemite. Niente approdo in Azione per Delrio, che sarebbe vicino al passaggio a Italia Viva di Matteo Renzi, con il quale è rimasto in ottimi rapporti.

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei

Mentre sul campo si continua a combattere, i negoziati diretti fra Russia e Ucraina proseguono sotto traccia. Volodymyr Zelensky ha annunciato un possibile nuovo round negli Usa la prossima settimana, il 17 o 18 febbraio, anche se non è ancora chiaro se Mosca parteciperà o meno. In quell’occasione, ha spiegato il presidente ucraino, si discuterà la proposta statunitense di creare una zona cuscinetto nel Donbass. Idea che non convince né l’Ucraina né la Russia. Il Cremlino resta fermo sulle sue posizioni: prendersi l’intera regione, comprese le aree non ancora conquistate, mentre Kyiv insiste per un congelamento della linea del fronte. L’Ucraina si dice poi pronta a indire le elezioni solo dopo un «cessate il fuoco» e dopo aver ottenuto delle «garanzie di sicurezza».

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Volodymyr Zelensky (Ansa).

La diplomazia torna ad avere un ruolo nei negoziati

L’accelerazione impressa dagli Stati Uniti, confermata nei primi colloqui trilaterali ad Abu Dhabi di fine gennaio, ha però dato una nuova piega alle trattative, che lontano dai riflettori potrebbero essere arrivate a un punto decisivo. Nonostante tutto, dunque, la diplomazia pare giocare un ruolo fondamentale nella risoluzione del conflitto. I ruoli al tavolo delle contrattazioni sono ormai consolidati: la Casa Bianca, che dall’arrivo di Trump si è via via sfilata la veste di prima alleata dell’Ucraina, è ora la principale mediatrice nella discussione con i due contendenti, con un occhio, o forse tutti e due, ai propri interessi, economici e politici, non ultimo usare un eventuale accordo in chiave elettorale in vista delle midterm. Il disimpegno statunitense è stato invece certificato dai dati appena pubblicati dall’Istituto tedesco per l’economia di Kiel, che attraverso l’Ukraine Support Tracker dal 2022 controlla i flussi di aiuti occidentali all’Ucraina.

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Donald Trump (Ansa).

Si intensifica la mediazione svizzera

Cremlino e Bankova sono impegnati invece nel confronto diretto cercando di far valere le proprie posizioni, con la situazione sul terreno ancora favorevole a Mosca. A margine si collocano gli altri attori: da una parte i volenterosi europei che appoggiano apertamente l’Ucraina, dall’altra alcuni Paesi, come la Svizzera, che ultimamente hanno rilanciato la carta del dialogo e della mediazione politica. Non è stato un caso che Ignazio Cassis, capo del dipartimento degli Affari esteri della Confederazione e presidente di turno dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, la scorsa settimana abbia fatto il pendolare fra Kyiv e Mosca per sondare gli spazi d’intesa. Berna, che già nel 2023 con la conferenza per la pace al Bürgenstock aveva tentato di tracciare un percorso risolutivo, è di nuovo alla ricerca di una mediazione che sia davvero efficace. La volontà è quella di fare da spalla sia alla politica statunitense, tentando di caricare maggiore responsabilità sulle organizzazioni internazionali come l’Osce, che già ha avuto compiti di monitoraggio dopo gli accordi di Minsk del 2015, sia alla mediazione “logistica” degli Emirati.

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Ignazio Cassis (Ansa).

Gli aiuti occidentali a Kyiv sono rimasti stabili

Il rilancio della diplomazia deriva naturalmente dalla situazione sul campo, determinata per Kyiv dagli aiuti occidentali (giovedì l’Eurocamera ha dato l’ok al prestito da 90 miliardi che contribuirà a coprire le esigenze di finanziamento del Paese). Secondo i dati dell’Ukraine Support Tracker, nonostante la sospensione del sostegno statunitense nel 2025, il volume totale del supporto internazionale è rimasto relativamente stabile, principalmente grazie al notevole aumento del sostegno militare europeo, aumentato del 67 per cento rispetto alla media del periodo 2022-2024. Le forniture sono però state sostenute da un numero limitato di Paesi e a causa del ritiro completo degli Usa, il supporto totale è stato inferiore del 13 per cento rispetto alla media annuale tra il 2022 e il 2024, periodo in cui Washington aveva fatto la parte del leone. L’istituto tedesco inoltre ha registrato anche un calo, sebbene contenuto, degli aiuti umanitari e finanziari intorno al 5 per cento rispetto agli ultimi tre anni, con volumi complessivi che si sono mantenuti al di sopra dei livelli registrati nel 2022 e nel 2023.

Il problema non è la quantità di armamenti, ma la qualità

In sostanza però, al di là dei numeri, è la qualità degli aiuti militari che conta. Da questo punto di vista, i volenterosi non hanno mantenuto le promesse fatte su sistemi missilistici a lunga gittata, dai Taurus tedeschi agli Scalp-Storm Shadow franco-britannici, come ha sottolineato lo stesso Volodymyr Zelensky qualche settimana fa a Davos. L’Ucraina non è stata insomma messa in grado di respingere l’aggressione russa e contrattaccare, riconquistando le regioni perdute già nel 2014. È per questo che i mediatori vecchi e nuovi, dagli Stati Uniti alla Svizzera, dagli Emirati alla Turchia – membro della Nato che già nel 2022 diede un notevole contributo nel raggiungimento dell’accordo sul grano e con Racep Tayyp Erdogan sempre in cerca di equilibrio fra Russia e Occidente – hanno quindi gli straordinari da fare.  

Perché la Russia ha bloccato WhatsApp

Da mercoledì 11 febbraio 2026 in Russia non è più possibile accedere a WhatsApp. L’app di messaggistica risulta infatti bloccata per decine di milioni di utenti attivi. Dietro questa mossa ci sarebbe l’intenzione di spingere i cittadini a usare un servizio concorrente promosso dallo Stato, ovvero Max, un’alternativa domestica alle applicazioni occidentali. Creata da VKontakte, sul piano delle funzioni offre le classiche caratteristiche di un messenger moderno – chat, gruppi, chiamate audio e video, vocali, invio di file molto pesanti e sticker. Ma in futuro potrebbe integrare altri servizi oltre la messaggistica, diventando una piattaforma capace di ospitare mini-app, pagamenti e collegamenti con servizi pubblici di identità digitale. Una sorta di strumento “tutto in uno” per comunicare e usare servizi quotidiani. Il principale punto è che diversi osservatori hanno evidenziato che Max non offrirebbe le stesse garanzie di crittografia end-to-end tipiche di WhatsApp (cioè il fatto che solo mittente e destinatario possano leggere i messaggi), motivo per cui viene spesso citata come app “governativa” e potenzialmente più esposta a richieste di accesso da parte delle autorità.

Peskov: «L’app non rispetta le leggi russe»

«Tentare di privare oltre 100 milioni di utenti di comunicazioni private e sicure è un passo indietro che non può che ridurre la sicurezza delle persone in Russia», ha dichiarato il servizio di messaggistica, che continuerà «a fare tutto il possibile per mantenere gli utenti connessi». Sulla vicenda è intervenuto il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov spiegando che la decisione è legata al fatto che WhatsApp non rispetta le leggi russe: «Si tratta di una questione di conformità alle nostre leggi. Se Meta si conforma, avvierà un dialogo con le autorità russe e poi ci sarà l’opportunità di raggiungere un accordo». Se invece «continuerà ad aggrapparsi alla sua posizione intransigente e a dimostrare la sua assoluta riluttanza a rispettare le leggi russe, allora non ci saranno possibilità». L’autorità di controllo delle telecomunicazioni russa sostiene che il servizio di messaggistica venga utilizzato per organizzare e svolgere attività terroristiche nel Paese e che sia anche uno dei principali servizi utilizzati per frodare ed estorcere denaro ai cittadini.

Perché la Russia ha bloccato WhatsApp
Dmitry Peskov (Ansa).

Numerosi in passato i tentativi di limitare WhatsApp e Meta

Più volte in passato il governo russo aveva cercato di limitare la diffusione di Meta e WhatsApp nel Paese, bloccandone l’accesso temporaneamente o rallentandone il funzionamento. Tra il 2023 e il 2024 vennero comminate a Meta due multe per non aver archiviato i dati dei propri utenti in territorio russo, per un totale di 21 milioni di rubli, circa 400 mila dollari. Nel 2022, invece, la condanna come organizzazione “estremista”, decisione che portò al blocco di Instagram e Facebook a marzo dello stesso anno, poco dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.

In Svizzera si terrà un referendum sui limiti demografici (e contro l’immigrazione)

Il 10 giugno la Svizzera andrà al voto per un referendum sulla proposta dell’Unione Democratica di Centro – a dispetto del nome partito di estrema destra nazionalista – che mira a limitare la popolazione della Confederazione Elvetica a 10 milioni di persone. La misura, fortemente osteggiata da entrambe le Camere dell’Assemblea federale, così come dal mondo imprenditoriale e da quello dei servizi finanziari, secondo molti metterebbe a repentaglio accordi chiave con l’Ue e paralizzerebbe l’economia del Paese.

Cosa prevede la proposta sui cui i cittadini saranno chiamati a decidere

Se il referendum avrà successo, il governo elvetico sarà obbligato a adottare misure per limitare entro il 2050 l’immigrazione in Svizzera, che attualmente conta poco più di nove milioni di abitanti, negando l’ingresso ai nuovi arrivati, inclusi i richiedenti asilo e le famiglie dei residenti stranieri, già sforata la soglia dei 9,5 milioni. Se la popolazione raggiungesse i 10 milioni, entrerebbero allora in vigore ulteriori restrizioni.

In Svizzera si terrà un referendum sui limiti demografici (e contro l’immigrazione)
Svizzeri in fila per votare in occasione di un referendum nel 2021 (Ansa).

Secondo l’estrema destra il boom demografico della Svizzera è un problema

Nell’ultimo decennio, la popolazione della Svizzera – capace di attrarre sia lavoratori qualificati che non – è cresciuta circa cinque volte più velocemente della media degli Stati limitrofi membri dell’Ue. Un boom demografico che, secondo l’Udc, sta gonfiando gli affitti e mettendo a dura prova infrastrutture e servizi pubblici. Secondo gli ultimi dati del governo, circa il 27 per cento dei residenti nel Paese non ha la cittadinanza svizzera.

In Svizzera si terrà un referendum sui limiti demografici (e contro l’immigrazione)
Un cartello per il “sì” in un referendum svizzero per vietare il burqa (Ansa).

L’Udc conduce da tempo una dura campagna contro l’immigrazione

In Svizzera le cosiddette “iniziative popolari” vengono sottoposte a referendum se riescono a raccogliere 100 mila firme nei 18 mesi successivi al loro lancio. Si tratta di uno strumento utilizzato di frequente dalle varie forze politiche e in particolare dall’Unione Democratica di Centro, primo partito in ogni elezione dal 1999, che conduce da tempo una dura campagna contro l’immigrazione. Nel 2016 propose di espellere automaticamente gli immigrati riconosciuti colpevoli anche di reati minori e nel 2020 di porre fine alla libera circolazione con l’Ue: in entrambi i casi non riuscì nell’intento. In generale, solo il 10 per cento circa delle iniziative popolari viene approvato. Secondo un sondaggio condotto a dicembre, il 48 per cento degli abitanti della Svizzera sostiene la proposta dell’Udc di limitare la popolazione, mentre il 41 per cento degli intervistati si è detto contrario.

Perché Francesca Albanese ha accusato il Corriere della Sera di diffamazione

«La critica è legittima. La diffamazione no. Il Corriere della Sera dovrebbe saperlo». Lo ha scritto Francesca Albanese su X, condividendo uno screenshot della homepage dell’edizione online del quotidiano, in cui la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati viene definita una «militante filo Hamas riuscita nell’impresa di unire Francia e Usa».

Cosa aveva detto su Israele all’Al Jazeera Forum di Doha

Tutto nasce dalle parole su Israele pronunciate da Albanese in videocollegamento col 17esimo Al Jazeera Forum di Doha, in Qatar, a cui avevano preso parte anche Khaled Mashaal, uno dei capi di Hamas, e il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi. La relatrice speciale dell’Onu aveva parlato di «nemico comune» per l’umanità, denunciando inoltre «un’inerzia globale» di fronte al conflitto in Medio Oriente e le vendite di armi allo Stato ebraico mantenute dall’Occidente.

La Francia chiederà le sue dimissioni al Consiglio dei diritti umani dell’Onu

Quanto all’impresa di unire Francia e Stati Uniti, evocata dal Corsera, Parigi ha reso noto che a seguito delle «oltraggiose e irresponsabili» su Israele chiederà ufficialmente le dimissioni di Albanese al Consiglio dei diritti umani dell’Onu del 23 febbraio. La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi, ha spiegato il ministro degli Esteri transalpino Jean-Noel Barrot intervenendo all’Assemblea Nazionale, si è resa protagonista di dichiarazioni che «prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo e nazione».

Perché Francesca Albanese ha accusato il Corriere della Sera di diffamazione
Francesca Albanese (Ansa).

Albanese è stata inserita nella lista del Dipartimento del Tesoro Usa

A luglio del 2025 gli Stati Uniti hanno inserito Albanese nella Specially Designated Nationals and Blocked Persons List dell’Ofac, agenzia del Dipartimento del Tesoro che controlla gli asset stranieri: l’iscrizione nella lista nera, che prevede sanzioni come il blocco dei beni e il divieto di effettuare transazioni bancarie, è solitamente riservata a terroristi, trafficanti e colpevoli di riciclaggio. La colpa di Albanese, prima persona all’interno delle Nazioni Unite sanzionata da uno Stato in 80 anni? Aver denunciato la situazione atroce della popolazione della Striscia di Gaza, bombardata incessantemente dall’esercito di Israele.

Casco vietato, l’atleta ucraino Heraskevych squalificato dalle Olimpiadi

Casco vietato, l’atleta ucraino Heraskevych squalificato dalle Olimpiadi
Casco vietato, l’atleta ucraino Heraskevych squalificato dalle Olimpiadi
Casco vietato, l’atleta ucraino Heraskevych squalificato dalle Olimpiadi

L’atleta ucraino di skeleton Vladyslav Heraskevych è stato squalificato dalle Olimpiadi di Milano Cortina poco prima della gara di giovedì 12 febbraio 2026. Al centro della decisione del Cio, il Comitato olimpico internazionale, la sua volontà di indossare un casco con raffigurati gli atleti e le atlete dell’Ucraina uccisi durante l’invasione russa. Un gesto che le autorità olimpiche gli avevano vietato, in quanto violava l’articolo 50 della Carta Olimpica che proibisce, in gara, «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale». L’alternativa che gli era stata proposta era quella di sostituire il casco con una fascia nera al braccio, ma lui aveva deciso di tirare dritto e non scendere a compromessi. Già durante le prove ufficiali di martedì e mercoledì aveva utilizzato il casco in questione, ribadendo che l’avrebbe indossato anche alle gare. Ma, poco prima che iniziassero, è arrivata la squalifica.

Sul caso era intervenuto anche Zelensky

Sulla vicenda era intervenuto anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky: «Ha ricordato al mondo il prezzo della nostra lotta, questa verità non può essere imbarazzante, inappropriata o etichettata come manifestazione politica in un evento sportivo. Semplicemente, ricorda a tutti il ruolo globale dello sport. E la missione storica del movimento olimpico: è tutto per la pace». Il Parlamento ucraino aveva anche approvato una risoluzione a sostegno di Heraskevych, ma evidentemente non è bastato.

Morta Maria Franca Fissolo Ferrero, vedova del fondatore del colosso dolciario di Alba

È morta Maria Franca Fissolo Ferrero, vedova di Michele, creatore della Nutella e fondatore dell’omonimo gruppo dolciario, ora guidato dal secondogenito Giovanni. Aveva 87 anni. A dicembre era stata nominata all’unanimità presidente onoraria a vita di Ferrero International.

Aveva sposato Michele Ferrero nel 1962

Nata a Savigliano (Cuneo) il 21 gennaio 1939, era stata assunta come traduttrice e interprete nell’azienda di Alba nel 1961. L’anno successivo il matrimonio con Michele Ferrero (scomparso nel 2015). Due i figli della coppia: Pietro, morto prematuramente in Sudafrica nel 2011 a causa di un malore, e Giovanni, attuale presidente del gruppo che conta su 36 stabilimenti produttivi e una presenza in oltre 170 Paesi, nonché uomo più ricco d’Italia con un patrimonio stimato in 41,3 miliardi di dollari. Nel 2024 Maria Franca Ferrero era stata insignita del titolo di Cavaliere di gran croce al merito della repubblica italiana.

Trump, smacco al Congresso: il blocco dei dazi al Canada passa grazie ai repubblicani

Smacco alla Camera dei rappresentati per Donald Trump: la risoluzione che punta a cancellare i dazi della Casa Bianca per il Canada è passata grazie a sei deputati repubblicani, che si sono uniti in modo decisivo a quelli democratici, votando a favore dell’abolizione delle tariffe doganali. La mozione progressista è infatti passata con 219 sì e 211 no. Il testo deve ora essere approvato dal Senato: in caso dovesse essere adottato, sarebbe certamente oggetto di veto da parte di Trump e quel punto per l’adozione servirebbero i due terzi del Congresso, cosa quasi impossibile vista l’attuale maggioranza Gop in entrambe le Camere.

Trump, smacco al Congresso: il blocco dei dazi al Canada passa grazie ai repubblicani
Donald Trump (Ansa).

Le minacce di Trump prima del voto alla Camera

Il sì alla risoluzione, che non avrà dunque conseguenze fattuali, ha però un forte significato simbolico visto che dazi doganali sono la pietra angolare della politica economica della Casa Biaca. Lo dimostrano le minacce di Trump ai repubblicani “ribelli” prima del voto: «Affronteranno gravi conseguenze al momento delle elezioni, comprese le primarie». Tutto questo mentre è atteso da settimane il pronunciamento della Corte Suprema sulla legittimità dei dazi per i prodotti canadesi, imposti dall’Amministrazione Trump senza passare da Capitol Hill.

Chi sono i sei deputati repubblicani ribelli

I sei deputati repubblicani che non si sono fatti spaventare dalle minacce di ritorsione sono Don Bacon, Dan Newhouse, Brian Fitzpatrick, Lori Chavez-DeRemer, Mike Lawler e Juan Ciscomani. «Perché il Congresso non dovrebbe difendere la propria autorità indipendente? I dazi sono una tassa significativa sui consumatori, sui produttori e sugli agricoltori americani», ha dichiarato Bacon, membro della Camera dei Rappresentanti per il Nebraska. Newhouse ha affermato che i dazi hanno «danneggiato direttamente i cittadini e le imprese dello Stato di Washington», da cui proviene, confinante appunto col Canada.

Trump, smacco al Congresso: il blocco dei dazi al Canada passa grazie ai repubblicani
Don Bacon (Ansa).

I dazi si inseriscono in un contesto di forti tensioni col Canada

Trump ha imposto dazi del 25 per cento su tutte le importazioni da Canada e Messico e del 10 per cento su quelle dalla Cina ricorrendo all’International Emergency Economic Powers Act, legge federale del 1977 che conferisce al presidente Usa il potere di identificare qualunque minaccia abbia origine al di fuori degli Stati Uniti. Le tariffe doganali per i beni canadesi si inseriscono nel contesto di crescenti tensioni sull’asse Washington-Ottawa. Pochi giorni fa Trump ha affermato di voler bloccare l’apertura del ponte Gordie Howe che collegherà Detroit a Windsor, destinato a diventare un’arteria vitale per il commercio automobilistico nordamericano. Questo per forzare il governo di Mark Carney a concessioni su sicurezza e immigrazione, altro cavallo di battaglia della Casa Bianca.

Olimpiadi, il caso del post del Pd sul no al referendum con gli azzurri del curling

Sta facendo discutere il caso del video condiviso sui social dal Pd con gli azzurri del curling Stefania Constantini e Amos Mosaner per promuovere il No al referendum sulla giustizia. Il filmato mostrava il frame di una partita con i due atleti e le scritte “Il tuo no al referendum” e “La giustizia controllata dal governo” in corrispondenza delle pietre. Poche immagini che hanno fatto infuriare sia gli sportivi sia il presidente del Coni Luciano Buonfiglio, che a caldo con l’Ansa ha sbottato: «Resto sbalordito che si utilizzino immagini di atleti per promuovere una scelta politica. I nostri atleti sono in gara e sto aspettando per capire se fossero stati coinvolti, ma io resto esterrefatto da una cosa del genere».

Mosaner: «Non ho autorizzato l’uso di mie immagini per scopi politici»

Gli azzurri erano ignari di tutto, tanto che lo stesso Mosaner ha commentato: «In merito alla diffusione, sui canali social del Partito democratico, di un video che riprende immagini di una mia partita accompagnate da un messaggio di invito al voto per il referendum del prossimo 22 e 23 marzo, desidero precisare che non sono stato informato preventivamente dell’utilizzo di tali immagini né ho in alcun modo autorizzato l’associazione della mia performance sportiva a messaggi o iniziative di carattere politico. Chiedo che le immagini che mi ritraggono vengano rimosse da qualsiasi comunicazione che possa generare un collegamento, diretto o indiretto, tra la mia attività sportiva e iniziative di natura politica. Il mio impegno è e rimane esclusivamente sportivo, nel rispetto dei valori olimpici e di tutti coloro che mi seguono e sostengono».

Olimpiadi, il caso del post del Pd sul no al referendum con gli azzurri del curling
Olimpiadi, il caso del post del Pd sul no al referendum con gli azzurri del curling

La replica del Pd: «Era un meme, nessuna volontà di strumentalizzare»

A stretto giro è arrivata la replica del Pd: «Il post pubblicato qualche ora fa dall’account del Partito democratico utilizzava l’immagine di un evento sportivo che aveva avuto grande seguito, con un linguaggio comunicativo, quello del meme, che per sua natura funziona grazie alla sua semplicità e si inserisce in un contesto ironico. Non vi era nessuna intenzione di coinvolgere direttamente gli atleti nella campagna referendaria, di attribuire loro una posizione politica, né di strumentalizzare in alcun modo le loro prestazioni sportive, delle quali siamo, come tutti, orgogliosi. Appena abbiamo appreso della richiesta avanzata da Amos Mosaner e da Stefania Costantini, dispiaciuti che il post possa essersi prestato a fraintendimenti, è stato rimosso immediatamente».

Perché la Francia chiede le dimissioni di Albanese da relatrice Onu

La Francia ha chiesto le dimissioni di Francesca Albanese dall’incarico di relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi. Come ha spiegato il ministro degli Esteri transalpino Jean-Noel Barrot intervenendo all’Assemblea Nazionale, Parigi ritiene «oltraggiose e irresponsabili» le affermazioni di Albanese riguardanti Israele, pronunciate il 7 febbraio durante un forum organizzato da Al Jazeera a Doha. La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi, ha detto Barrot, si è resa protagonista di dichiarazioni che «prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo e nazione». Parigi chiederà ufficialmente le dimissioni di Albanese il 23 febbraio al Consiglio dei diritti umani dell’Onu.

L’intervento di Albanese all’Al Jazeera Forum

Il videocollegamento col 17esimo Al Jazeera Forum di Doha, in Qatar, al quale hanno preso parte anche Khaled Mashaal, uno dei capi di Hamas, e il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, Albanese aveva detto che l’umanità ha in Israele «un nemico comune». La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi aveva inoltre denunciato le relazioni diplomatiche e le vendite di armi mantenute con lo Stato ebraico, nonché «un’inerzia globale» di fronte al conflitto in Medio Oriente.

Contatti Vannacci-Adinolfi: l’ex generale alla ricerca di un simbolo per la Camera

I deputati (per ora tre) del neonato partito Futuro Nazionale potrebbero costituire una componente nel gruppo Misto con il simbolo del Popolo della Famiglia, guidato da Mario Adinolfi. Lo ha confermato quest’ultimo all’Ansa dopo le indiscrezioni del Corriere della Sera, parlando di «dialogo aperto» con l’ex generale e di conversazioni con i suoi parlamentari (i due ex leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso e l’ex Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo).

Contatti Vannacci-Adinolfi: l’ex generale alla ricerca di un simbolo per la Camera
Mario Adinolfi (Imagoeconomica).

Vannacci punta ai contributi della Camera dei deputati

Come ha spiegato Adinolfi, «la presenza di un simbolo che si è presentato alle elezioni precedenti garantisce il riconoscimento come componente del gruppo Misto, e anche il riconoscimento in termini di contributi» della Camera dei deputati, che ammontano a circa 100 mila euro annui. Il simbolo del suo Popolo della Famiglia è stato appunto presentato alle elezioni politiche del 2018 e del 2022 (in questo caso nella coalizione Alternativa per l’Italia con Simone Di Stefano, ex-vicepresidente di CasaPound), in entrambi i casi senza un approdo in Parlamento. A distanza di qualche anno, il marchio potrebbe però sbarcare alla Camera: «Stiamo discutendo dei dettagli di questo passaggio. Comunque il rapporto con Vannacci non è episodico, ma consolidato dalle esperienze recenti insieme alle Regionali», ha spiegato Adinolfi, che nei giorni scorsi era stato accostato a Futuro Nazionale.

Si ritira anche il Real Madrid: addio definitivo alla Superlega

«Dopo mesi di discussioni condotte nel migliore interesse del calcio europeo», la Uefa, i club calcistici europei (Efc, ex Eca) e il Real Madrid hanno annunciato di «aver raggiunto un accordo sui principi per il benessere del calcio europeo, nel rispetto del principio del merito sportivo, con particolare attenzione alla sostenibilità a lungo termine del club e al miglioramento dell’esperienza dei tifosi attraverso l’uso della tecnologia». Questo accordo, si legge in un comunicato congiunto, «servirà anche a risolvere le controversie legali relative alla Superlega europea, una volta che tali principi saranno eseguiti e implementati».

La nota è piuttosto nebulosa, ma fa intendere il ritiro del Real Madrid dal progetto Superlega e anche la rinuncia alla causa intentata dal presidente Florentino Perez contro l’Uefa, per i danni che l’organo di governo del calcio europeo avrebbe provocato al club spagnolo facendo muro sulla nuova competizione. Che, a questo punto, davvero non dovrebbe vedere la luce. Il Barcellona aveva formalizzato l’uscita dalla Superlega solo pochi giorni fa. Aveva lasciato in precedenza anche la Juventus, tra i principali promotori del progetto.

I giornalisti Rai proclamano uno sciopero delle firme a sostegno dei colleghi di RaiSport

L’Usigrai, l’Unione sindacale dei giornalisti Rai, ha proclamato per venerdì 13 febbraio 2026 uno sciopero delle firme in tutti i telegiornali, i giornali radio e nei programmi di informazione dell’emittente pubblica e sul web. La decisione è stata presa in sostegno ai colleghi di RaiSport che, dopo il caso Petrecca, avevano deciso di ritirare la propria firma da servizi, collegamenti e telecronache sulle Olimpiadi e di indire tre giorni di sciopero.

La nota integrale del sindacato dei giornalisti Rai

«La vicenda della telecronaca della cerimonia di apertura dei Giochi», spiega in una nota il sindacato, «è stata un duro colpo all’immagine della Rai e alla dignità di tutte le giornaliste e i giornalisti che quotidianamente si impegnano per offrire un servizio pubblico degno di questo nome. La mobilitazione di RaiSport e le prese di posizione dei cdr delle testate e dei generi, a difesa del nostro lavoro, non hanno indotto i vertici aziendali a una doverosa assunzione di responsabilità». Usigrai ritiene dunque che «la protesta dei colleghi e delle colleghe di RaiSport vada sostenuta con un gesto concreto, individuale e collettivo, di solidarietà e partecipazione. Per questo è stato indetto, per l’intera giornata di venerdì 13 febbraio, uno sciopero delle firme in tutti i tg, gr, nei programmi di informazione della Rai e sul web». Inoltre, «al termine di ogni edizione dalla durata di almeno cinque minuti verrà letto, e pubblicato sui siti, un comunicato sindacale in cui si spiegano le ragioni della protesta». «Riteniamo sia utile e doveroso», conclude la nota, «trasmettere ai cittadini la nostra presa di posizione a difesa dell’immagine della Rai e di chi ci lavora».

Dl Ucraina, passa la fiducia alla Camera

La Camera dei deputati ha approvato la questione di fiducia posta dal governo al decreto legge Ucraina con 207 sì, 119 no e 4 astenuti. Tra i parlamentari a favore anche i tre vannacciani: i due ex leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso e l’ex Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo. Roberto Vannacci aveva messo in chiaro la posizione di Futuro Nazionale, a favore della fiducia «perché questo voto non è nel merito del provvedimento», sul quale il nuovo partito dell’ex generale resta contrario. L’esame del decreto, con il voto finale, riprenderà dopo il question time, a partire dalle 16:45.

Nasce la “nuova” Nato: generali europei ai vertici dei comandi del Vecchio Continente

La “nuova” Nato, quella del disimpegno Usa, inizia a prendere forma. Come rivelato da un anonimo ufficiale a Stars and Stripes, rivista delle forze armate statunitensi, il segretario generale Mark Rutte e il Comitato militare presieduto dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone hanno elaborato un piano che prevede il trasferimento della guida dei comandi operativi Nato in Europa, appunto, ad ufficiali europei.

Nasce la “nuova” Nato: generali europei ai vertici dei comandi del Vecchio Continente
Mark Rutte (Ansa).

Il progetto inizierà da Napoli e da Norfolk

Il progetto inizierà dal comando di Napoli, che si occupa del fronte Sud: la guida dovrebbe essere assunta da un generale italiano. Quello di Norfolk, che è sì in Virginia ma vigila sul Nord Europa, dovrebbe invece passare sotto la guida di un militare britannico. Poi sarà la volta di quello del comando di Brunssum, nei Paesi Bassi, dove si alterneranno un tedesco e un polacco. Alla guida del Comando supremo delle potenze alleate in Europa, a cui fanno capo tutti gli altri, resterà invece un ufficiale americano: al momento il comandante in capo è il generale Alexus G. Grynkewich, nominato dall’Amministrazione Trump. Il progetto, scrive Stars and Stripes, verrà sottoposto ai 32 ministri della Difesa durante il summit del 12 febbraio. La Nato, peraltro, ha appena dato il via all’operazione Arctic Sentry, che rafforzerà la posizione dell’Alleanza nell’Artico e nell’estremo Nord.

Nasce la “nuova” Nato: generali europei ai vertici dei comandi del Vecchio Continente
La sede Nato di Napoli (Ansa).