Ddl stupri, Bongiorno: «Il Pd ha chiesto di ridurre le pene»

Dopo le novità nel testo del Ddl stupri depositate in Commissione Giustizia, la relatrice Giulia Bongiorno ha spiegato all’Ansa che «la rimodulazione delle pene è stata fatta su richiesta del Pd. Sono venute fuori delle polemiche, ma riportiamo le cose alla realtà». Bongiorno ha precisato che la sua proposta «prevede il reato di violenza quando si compiono atti sessuali contro la volontà di una persona. Si tratta innegabilmente di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza», sottolineando il cambiamento terminologico più discusso: la parola «consenso» è stata sostituita con «dissenso».

Bongiorno: «Rafforzare la protezione delle vittime senza complicare l’iter giudiziario»

Un’altra novità rilevante riguarda l’introduzione del cosiddetto reato di freezing: «Quando la donna non manifesta la sua volontà perché congelata dalla paura, si debba presumere il dissenso. Quindi, è sempre reato se manca una manifestazione chiara», ha chiarito Bongiorno in un’intervista al Corriere della Sera. La senatrice leghista ha inoltre sottolineato che «secondo alcuni il testo invertiva l’onere della prova, cioè imponeva all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Con il mio testo si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali», assicurando così che le modifiche mirano a «rafforzare la protezione delle vittime senza complicare eccessivamente il percorso giudiziario».

Romeo: «Siamo pronti a intervenire per aumentare le pene»

Sulla riduzione della pena, che passa da 6-12 anni del vecchio testo a 4-10 anni per il caso di violenza senza minaccia o costrizione, Bongiorno ha precisato: «La mia idea era di creare una cascata di aggravanti. Trattandosi di un testo unificato, ho accolto poi la richiesta del Pd di ridurre la pena». Dal fronte leghista, il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo ha dichiarato all’Ansa che «siamo assolutamente pronti a intervenire per aumentare» le pene «in sede emendativa», ribadendo la disponibilità a integrare le sanzioni durante l’iter parlamentare. Bongiorno ha infine sottolineato il carattere inclusivo del testo unificato: «Io come è noto avrei voluto alzare le sanzioni. Il mio è un testo unificato che ha voluto dare spazio anche alle richieste del Pd di ridurre la pena. Vedremo in sede di emendamenti».

Il caso della conferenza stampa di CasaPound alla Camera

CasaPound sbarca alla Camera dei deputati. Accadrà il 30 gennaio, giorno in cui è stata fissata una conferenza stampa per il lancio della raccolta firme della proposta di legge dedicata alla “remigrazione” degli stranieri che si trovano in Italia, promossa dal comitato Remigrazione e riconquista, fondato appunto CasaPound e altri gruppi di estrema destra. Tra i relatori annunciati figurano esponenti noti dell’ultradestra: Luca Marsella di CasaPound, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, Jacopo Massetti (già Forza Nuova) e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. A programmare la conferenza alla Camera è stato il deputato leghista Domenico Furgiuele, molto vicino a Roberto Vannacci e noto per aver esposto la scritta “X Mas” sul balcone della sede del Carroccio a Lamezia Terme.

La protesta delle opposizioni: «Inaccettabile»

«È inaccettabile che la Camera dei deputati ospiti una conferenza stampa sulla cosiddetta ‘remigrazione’, promossa da esponenti di CasaPound e da personaggi noti per iniziative svolte insieme a soggetti poi risultati appartenenti alla criminalità organizzata. La Camera non può diventare una tribuna per chi propaganda ideologie fasciste, viola la Costituzione e si pone apertamente contro le istituzioni democratiche». Così Matteo Orfini, deputato del Partito democratico. «La Lega di Salvini, che esprime il presidente della Camera Lorenzo Fontana, con il generale Vannacci il 30 gennaio porta una bella carrellata di neofascisti a Montecitorio. Davanti a quello che sta accadendo negli Usa, con le squadracce dell’Ice di Trump che stanno gettando l’America nel caos, sarebbe quantomeno opportuno che Fontana, in quanto presidente della Camera, esponente della Lega e con un passato vicino a queste realtà, prendesse le distanze, tutelando l’istituzione che rappresenta», ha dichiara Riccardo Magi, segretario di +Europa. Angelo Bonelli, parlamentare di Avs e portavoce di Europa Verde, ha detto: «Non si tratta di una ‘iniziativa politica’, ma della legittimazione dell’odio razziale dentro le istituzioni della Repubblica, fondate sull’antifascismo e sulla Costituzione. I nazifascisti saranno in Parlamento grazie alla Lega, che ha prenotato la sala sotto l’etichetta tossica della ‘remigrazione’. È uno sfregio alla memoria democratica del Paese. Un progetto apertamente incostituzionale, mascherato da raccolta firme».

La precisazione dell’ufficio stampa della Camera

L’ufficio stampa della Camera ha precisato che «le conferenze stampa si svolgono sotto la piena e unica responsabilità dei deputati, o dei gruppi, che ne curano la prenotazione, e che rispondono dei contenuti, e dei partecipanti a esse, sotto ogni profilo».

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi

Un ritorno all’antico; sarà un progresso. David Ermini, già vicepresidente del Csm (vice dunque del presidente della Repubblica Sergio Mattarella), già parlamentare del Partito Democratico, avvocato penalista con il no alla riforma della giustizia in tasca, in ottimi rapporti con la responsabile giustizia del Pd Debora Serracchiani, sarà il candidato sindaco del centrosinistra alle elezioni amministrative di Figline e Incisa Valdarno, nato nel 2014 dalla fusione di due Comuni del Valdarno fiorentino (c’è anche un valdarno aretino e ovviamente fra i due territori contigui esiste un’accigliata contesa).

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con David Ermini e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Sulla candidatura si allunga l’ombra di Renzi

L’annuncio ufficiale è stato dato questa settimana dopo una riunione serale del Pd locale, ma la notizia era nell’aria da tempo. Almeno dalle dimissioni del precedente sindaco, Valerio Pianigiani, che i conterranei descrivono come ingenuo e impolitico (non il massimo per guidare una comunità), avvenute nel novembre del 2025 ad appena un anno dal voto. Ermini, un tempo compagno di classe dell’allenatore Maurizio Sarri, sarà dunque il candidato sindaco del centrosinistra e torna nel suo Valdarno: l’esordio in politica fu infatti da consigliere comunale a Figline (tra il 1980 e il 1985, incarico che poi ha ricoperto anche tra il 2001 e il 2006). Tutto semplice, tutto chiaro, tutto risolto? Naturalmente no. Ermini è appena tornato ma deve già affrontare un enigma proveniente dal suo passato politico: che farà Italia Viva? Che farà Matteo Renzi, con cui ci sono stati cospicui e stranoti scazzi a mezzo stampa? L’ex presidente del Consiglio è in una fase ecumenica, va d’accordo con tutti nel campo largo, ha buone parole per chiunque (da Elly Schlein in giù), ha favorito anche alleanze in ogni dove alle Regionali. Ha accettato di buon grado l’idea di farsi perdonare qualcosa (l’essere Renzi, a occhio). Ma chissà se riuscirà a sostenere anche l’ex amico Ermini, considerato nientemeno che un traditore sia da Renzi sia da un altro ex membro autorevole del vecchio Giglio Magico, Luca Lotti (ma anche con lui Renzi ha avuto non pochi problemi; c’è qualcuno che ancora non ha litigato con il fondatore di Italia Viva?). 

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La rottura tra Ermini e il leader di Italia viva

Il problema è che il renzismo vive di superlativi, tutto è bellissimo o bruttissimo. Nella renziana guerra dei superlativi – un giorno sei un genio, quello dopo uno sfigato – Ermini è rimasto sempre sulla linea mediana. Non una parola di troppo, non un bercio, mai una parola contro il Capo, neanche quando ci rimase male perché nel 2017 Renzi fece un rimpasto della segreteria e lui rimase fuori. Sempre basso profilo, anche sui social dove basta un “ciaone” a far deragliare. Questo però era vero un tempo. Nel senso che la rottura con Renzi è conclamata, aspra, superlativa appunto. Una bellissima rottura (dipende dai punti di vista; giornalisticamente, lo è). Ermini tuttavia non sembra essere troppo preoccupato, alle persone con cui ha parlato in queste ore spiega di non aver bisogno di Italia Viva, che può anche farne a meno. Per il momento, comunque, non sono arrivate dichiarazioni di Francesco Bonifazi, parlamentare di primo piano di Italia Viva, che di solito viene mandato in avanscoperta quando c’è da tirare una legnata a qualche avversario. 

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
Francesco Bonifazi (Ansa).

Il mite avvocato diventato battagliero

Aver fatto il vice di Mattarella ha dunque dato non poco coraggio a questo mite avvocato, ex mite, oggi piuttosto battagliero. Si è pure messo a scrivere un libro, Ermini, ma chissà se a questo punto vedrà mai la luce. «Arriva un momento nella vita in cui chi ha avuto l’onore di ricoprire incarichi di grande prestigio come ho avuto l’onore di ricoprire io, può dimostrare che le Istituzioni, le proprie idee e i propri valori si possono servire provando a mettersi al servizio e a disposizione della Comunità di cui si è figli». È questo un modo anche per rintuzzare chi non lo voleva, tipo appunto Italia Viva: io ho fatto il vice di Mattarella, dice Ermini, che altro volete di più da me?

Il ritorno di Ermini in Valdarno e l’incognita Renzi
David Ermini (Imagoeconomica).

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo

Sarà una tornata di nomine pesante quella primaverile. Anche per Leonardo, dove ad aprile scade il mandato del presidente Stefano Pontecorvo. E, com’è naturale, è partita la solita girandola di nomi e relativi incastri. Con una possibile sorpresa.

Cossiga jr non dispiacerebbe a Crosetto

Tra i papabili, come riportato dal Fatto Quotidiano, c’è Giuseppe Cossiga, figlio dell’ex presidente della Repubblica. Classe 1963, laureato in Ingegneria aeronautica, Cossiga jr ha dalla sua un cv invidiabile: ex parlamentare di Forza Italia e sottosegretario alla Difesa nel Berlusconi IV, nel 2012 ha aderito a Fratelli d’Italia, suo main sponsor nella corsa alla poltrona. Dal 2017 è direttore delle relazioni istituzionali di Mdba, gruppo missilistico europeo controllato da Airbus, BAE Systems (entrambe con il 37,5 per cento) e la stessa Leonardo (25 per cento) e nel 2022 è subentrato a Guido Crosetto alla guida dell’Aiad, la Federazione aziende italiane per l’Aereospazio, la Difesa e la Sicurezza.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Giuseppe Cossiga (Imagoeconomica).

I desiderata di Forza Italia

Forza Italia, dal canto suo, spingerebbe per Stefano Cuzzilla, attuale presidente di Trenitalia. Ma le sue chance sono al lumicino, visto che i Berlusconi difficilmente rinunceranno alla presidenza di Paolo Scaroni all’Enel.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Stefano Cuzzilla (Imagoeconomica).

Della rosa fa parte anche Andrea De Gennaro, capo della Guardia di Finanza in scadenza a maggio. Le sue quotazioni sono in salita, anche se occupare la poltrona che fu del fratello Gianni (presidente di Leonardo dal 2013 al 2020) potrebbe sembrare poco ortodosso. Infine il jolly: il generale Francesco Paolo Figliuolo, ex commissario straordinario alla ricostruzione nei territori colpiti dall’alluvione in Emilia-Romagna, Toscana e Marche.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Andrea De Gennaro (Imagoeconomica).

Torna a circolare il nome di Belloni

Fin qui i profili noti. Ma Lettera43 conferma che nella corsa alla presidenza del colosso italiano della Difesa c’è anche una donna. E non una qualunque, perché si tratta di Elisabetta Belloni, il cui nome riappare puntualmente ogni volta che spunta una poltrona strategica da assegnare come nel caso di Eni. C’è però un “ma” che non riguarda certo le competenze, semmai la funzione che Belloni andrebbe a ricoprire: Leonardo oggi gioca nel mondo delle guerre, delle fratture geopolitiche, delle tensioni UeUsa e dei dossier Nato. La presidenza non è un ruolo prettamente istituzionale e contro Belloni potrebbero giocare le frizioni che si porta dietro. La sua uscita dal DIS, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, è arrivata in un clima tutt’altro che lineare, con retroscena di attriti nel perimetro di Palazzo Chigi. E il passaggio a Bruxelles nello staff di Ursula von der Leyen si è chiuso dopo appena sei mesi, senza che restasse l’immagine di un addio “sereno”. In altre parole Belloni non è una figura neutra, ma porta con sé un carico politico già acceso, e in questo momento storico è un lusso che Leonardo non può permettersi. Perciò la domanda non è se Belloni “meriti” la poltrona. La domanda è se davvero “serva”.

Nomine, chi è la donna in corsa per Leonardo
Elisabetta Belloni con l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone (Imagoeconomica).

Ddl stupri, Bongiorno modifica il testo: cosa cambia

Giulia Bongiorno, senatrice relatrice del ddl sulla violenza sessuale, ha presento una proposta di riformulazione del testo, che è ora all’esame della commissione Giustizia e che verrà votato martedì 27 gennaio. Nel nuovo testo è sparita la parola “consenso”: quello approvato alla Camera parlava di “consenso libero e attuale”, concetto al centro dell’accordo bipartisan tra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein. Il primo ddl avrebbe dovuto ricevere il via libera da Palazzo Madama il 25 novembre, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma era stato stoppato dal centrodestra, che aveva chiesto approfondimenti.

Il nuovo testo del ddl

Nel nuovo testo dell’articolo 609 bis relativo al reato di violenza sessuale si legge che «la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso». E che «l’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostante del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso».

Ddl stupri, Bongiorno modifica il testo: cosa cambia
Giulia Bongiorno (Imagoeconomica).

Le altre modifiche al ddl

Le pene vengono inoltre distinte: per la violenza sessuale senza altre specificazioni, la reclusione viene ridotta a 4-10 anni, rispetto ai 6-12 anni del testo votato all’unanimità in prima lettura. Resta invece, il range di 6-12 anni se «il fatto è commesso mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa». Sulle sanzioni dei casi di minore gravità, che possono essere ridotte fino a due terzi, si fa riferimento alle «modalità della condotta» e alle «circostanze del caso concreto, nonché in considerazione del danno fisico o psichico arrecato alla persone offesa».

Avs: «Proposta inaccettabile»

«La violenza sessuale è un crimine contro le donne, senza un sì non c’è rapporto sessuale, ma un reato. Bongiorno ci fa fare un enorme passo indietro. Dal consenso si passa al dissenso», ha dichiarato Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs e presidente del gruppo misto al Senato. Così Ilaria Cucchi, sempre di Avs: «La proposta della presidente Bongiorno non è accettabile. Per la destra chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un no abbastanza forte. Come se non bastasse la violenza subita. Meloni ci aveva messo la faccia, oggi la perde».

La strana coppia Conte-La Malfa, il comunicatore nel mirino e altre pillole

Giuseppe Conte e Giorgio La Malfa, insieme, per parlare di politica: la coppia è senz’altro inedita, ma il pentastellato e il repubblicano storico si riuniranno davvero, nella mattinata di sabato 24 gennaio, a Roma. Lo scenario sarà quello di piazza Campo de’ Fiori, all’ombra di Giordano Bruno, l’eretico: nella sala del cinema Farnese andrà in scena la presentazione di Officina Repubblicana, che viene definito come «un movimento di opinione erede delle posizioni politico-culturali della sinistra democratica». Protagonista, appunto, Conte, ex presidente del Consiglio e leader del Movimento 5 stelle. A seguire Vincenzo Amendola, già ministro per gli Affari europei del governo Conte II e sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei nell’esecutivo guidato da Mario Draghi. E poi l’emergente Alessandro Onorato, assessore ai Grandi eventi, Sport, Turismo e Moda del Comune di Roma e coordinatore di “Progetto Civico Italia”. La Malfa, alla fine dell’incontro, riassumerà i contenuti della giornata e lancerà la sfida politica, alla tenera età di 86 anni. Qualcuno dica a Conte che dai “sacri palazzi”, quelli vaticani, viene guardata con preoccupazione la sua partecipazione a questo incontro, «dal carattere sicuramente laico», si sente affermare, «e poi, con quella statua di Giordano Bruno lì davanti, che affronto per la Chiesa che lui ha tanto frequentato».

La strana coppia Conte-La Malfa, il comunicatore nel mirino e altre pillole
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I funerali di Valentino o un convegno con Amato e Ruffini?

Venerdì mattina di fuoco a Roma, il 23 gennaio. Da una parte i funerali di Valentino, nella basilica di Santa Maria degli Angeli, con autorità e vip provenienti da ogni parte del Pianeta. Dall’altra, all’Istituto Sturzo, ecco una mattinata in stile Prima Repubblica, sul tema “Parliamo seriamente di politica”, ossia “Ricostruire la partecipazione della politica muovendo dall’esempio di cattolici e socialisti”, con l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, il democristiano di lungo corso Marco Follini, l’eterno riformista Enrico Morando, monsignor Vincenzo Paglia e l’attesissimo Ernesto Maria Ruffini, che poi è il più giovane della compagnia, già direttore dell’Agenzia delle Entrate e fondatore di un nuovo movimento politico di ispirazione cattolica Più Uno. La sede, l’istituto dedicato a don Luigi Sturzo, è quella giusta, «anche per le origini siciliane del sacerdote e di Ruffini, nipote del cardinale Ernesto Ruffini», spiffera uno degli organizzatori.

La strana coppia Conte-La Malfa, il comunicatore nel mirino e altre pillole
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Un prete c’è sempre

Ormai, quando si deve organizzare un convegno, il mix perfetto sembra essere questo: «Metti un po’ di politici, un rappresentante delle forze dell’ordine, un prete». Detto fatto: il 27 gennaio, nella sede della Camera di Commercio di Roma, va in scena l’incontro intitolato “Emergenza abitativa. Una casa che manca, un bisogno che cresce”. E chi ci sarà? Oltre al padrone di casa, appena confermato, il presidente Lorenzo Tagliavanti, il direttore generale di Federlazio Luciano Mocci che deve presentare il rapporto dell’Osservatorio Edilizia, e anche il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, il prefetto di Roma Lamberto Giannini (già capo della Polizia di Stato) e don Antonio Coluccia. Il convegno può cominciare.

La strana coppia Conte-La Malfa, il comunicatore nel mirino e altre pillole
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Comunicare stanca, a una certa età

Dicono che un comunicatore, ormai anziano, faccia «sempre più fatica». Un commento che viene fatto anche nel suo “quartier generale”, non solo all’esterno. Dopo una lunga carriera passata nei panni del giornalista, al comando del settore dell’economia di un importante organo di informazione, ha cambiato casacca per servire il mondo della finanza e, infine, quello dei grandi appalti. Ma la lucidità è solo un ricordo, gli acciacchi sono continui, comunicare stanca, a una certa età. E lui sta trascinando il suo datore di lavoro nella fossa delle Marianne, non rendendosi conto che è ora di andare in pensione. E che pensione…

Giustizia, tutti all’Ergife sabato con Tajani

A Roma l’Hotel Ergife, storico feudo andreottiano, sabato torna protagonista con la politica. “Valori: Più Libertà Più Giustizia”, organizzato da Forza Italia, è l’appuntamento programmato in vista del referendum. Dopo i saluti istituzionali, tra gli altri, di Maurizio Gasparri, presidente del gruppo Forza Italia al Senato, e di Paolo Barelli, presidente del gruppo Fi alla Camera, ecco Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, Enrico Costa, vicepresidente della commissione Giustizia, Deborah Bergamini, vicesegretario nazionale Fi, Francesca Scopelliti, presidente del comitato “Cittadini per il sì, Maurizio Turco, segretario del Partito Radicale, Gian Domenico Caiazza, presidente del comitato “Sì separa”, e poi Stefania Craxi, presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato. Conclusioni affidate ad Antonio Tajani, nei ruoli di segretario nazionale di Forza Italia, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. Olè.

La strana coppia Conte-La Malfa, il comunicatore nel mirino e altre pillole
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Perché Occhiuto ha fatto dietrofront e non sfiderà Tajani alla guida di Forza Italia

Contrordine compagni, abbiamo scherzato. Roberto Occhiuto non si candida più alla guida di Forza Italia e non sfiderà per la leadership Antonio Tajani. Il governatore calabrese ha fatto dietrofront mercoledì pomeriggio, a Milano, alla presentazione del libro del direttore del Foglio, Claudio Cerasa: L’Antidoto. «Non mi candiderò al congresso, Silvio Berlusconi mi ha insegnato che bisogna lavorare per unire e non per dividere e io voglio portare avanti la sua lezione», ha spiegato il vicesegretario azzurro a margine dell’evento. E poi addirittura è arrivato a elogiare Tajani. «Ha fatto un lavoro straordinario, è una persona dotata di grande saggezza ed equilibrio», ha ribadito. «Lui stesso si è proposto come obiettivo quello di far diventare Forza Italia un partito del 20 per cento. Io vorrei lavorare insieme a lui per realizzare questo nostro obiettivo. Se non si è ancora realizzato non è colpa sua».

Perché Occhiuto ha fatto dietrofront e non sfiderà Tajani alla guida di Forza Italia
Roberto Occhiuto durante la conferenza stampa di In Libertà (Ansa).

La truppa che credeva nella «scossa liberale»

E dire che poco più di un mese fa, a metà dicembre, lo stesso Occhiuto aveva dato ufficialmente il via alla sua corrente, spiegando che Fi aveva «bisogno di una scossa liberale». L’iniziativa di lancio era stata organizzata in un luogo evocativo come Palazzo Grazioli, ex residenza romana del Cavaliere, di fronte a imprenditori, giornalisti e oltre una ventina di parlamentari pronti a seguirlo. Ovvero tutti gli scontenti della gestione del leader, chi per motivi politici e chi per recriminazioni personali. In prima fila, tra gli altri, c’erano Licia Ronzulli, Giorgio Mulè, Alessandro Cattaneo, Paolo Emilio Russo, Francesco Paolo Sisto, Stefania Craxi, Deborah Bergamini. Con due presenze assai vicine alla famiglia come l’avvocato e tesoriere Fininvest Fabio Roscioli e l’avvocata civilista Cristina Rossello, deputata azzurra e legale di Silvio Berlusconi. Una truppa pronta, a parole, a dare battaglia per rinforzare l’ala liberale nel partito e dare una spinta verso laicità, difesa dei diritti civili, ius scholae, liberalizzazioni in economia e svecchiamento generale del partito. Input arrivati a più riprese anche da Marina e Pier Silvio Berlusconi. Tra l’altro, la primogenita di B, prima dell’evento a Palazzo Grazioli, aveva ricevuto il governatore a Milano. Incontro che era stato interpretato come una benedizione implicita dell’iniziativa. E, infatti, Occhiuto nei giorni seguenti, in un paio di interviste, aveva dichiarato chiaramente di voler sfidare Tajani al congresso nazionale previsto per l’inizio del 2027.

Perché Occhiuto ha fatto dietrofront e non sfiderà Tajani alla guida di Forza Italia
Deborah Bergamini (Imagoeconomica).

Occhiuto ha fatto due conti: FI per ora non è scalabile

Ora però Occhiuto ha cambiato idea. Perché? Secondo le voci che circolano nel partito, il governatore si è reso conto che così com’è, il regolamento congressuale lo sfavorisce: ai congressi, infatti, potrà partecipare solo chi è iscritto al partito da almeno due anni. E nel 2025 gli iscritti sono stati circa 240 mila. La stragrande maggioranza dei quali pro-Tajani. Molto difficile, dunque, per Occhiuto, scalare il partito tramite le assise comunali e regionali, quindi anche la partita nazionale sembra già compromessa. «Occhiuto e i suoi raggiungono a malapena il 5 per cento del partito. Quando si è reso conto che non sarebbe andato da nessuna parte e che sfidare Tajani era una partita improba, per non rischiare una figuraccia s’è tirato indietro», sussurra chi è vicino al ministro degli Esteri. «Hanno blindato il partito, che ora è impossibile da scalare, quindi non vogliamo prestarci al loro gioco. Candidarsi avrebbe significato servire la vittoria a Tajani su un piatto d’argento», spiega invece a Lettera43 un parlamentare vicino a Occhiuto. Insomma, la corrente del governatore andrà avanti come pungolo liberale, ma senza sfidare la leadership. Una corrente monca. «Occhiuto ha fatto esporre i suoi e ora li abbandona», sottolineano gli uomini del ministro degli Esteri. Ma nella retromarcia può aver contato anche l’appoggio tiepido di Marina Berlusconi che prima ha benedetto l’iniziativa, poi ha assunto un atteggiamento più prudente. Sta di fatto che Tajani finora non ha dato seguito a nessuna delle richieste dei figli del Cav: né svolta liberale, né facce nuove. I due capigruppo Paolo Barelli e Maurizio Gasparri, di cui alcuni berluscones avevano chiesto la testa, sono ancora al loro posto. E ci resteranno a lungo. Tutta questa storia ha però reso poco credibile, se non addirittura inaffidabile, Occhiuto. E questo alla lunga nel suo curriculum avrà un peso.  

Perché Occhiuto ha fatto dietrofront e non sfiderà Tajani alla guida di Forza Italia
Maurtizio Gasparri, Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Meloni conferma che l’Italia non entrerà nel Board of peace su Gaza

L’Italia non parteciperà al Board of peace su Gaza voluto da Donald Trump. Lo ha confermato in serata la premier Giorgia Meloni dopo le indiscrezioni di questa mattina, e dopo aver parlato con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Intervistata da Bruno Vespa, la premier ha citato l’articolo 11 della Costituzione italiana che ci consente di partecipare a organismi internazionali solo se fondati sulla «parità tra Stati». Il board invece nasce come struttura privata, con gli Stati Uniti in posizione di primato e un accesso subordinato al pagamento di una quota stimata in un miliardo di dollari. 

Meloni: «È un organismo che comunque è interessante»

Per non voltare le spalle a Trump, tuttavia, la premier ha sottolineato che «la posizione dell’Italia è di apertura», sostenendo che possa «giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace per il Medio Oriente e nella costruzione della prospettiva dei due Stati». Mentre la Francia si è sfilata dal progetto sottolineando come esso rischi di svuotare il ruolo delle Nazioni Unite, Meloni ha detto di non considerare «una scelta intelligente da parte dell’Italia e dell’Europa quella di autoescludersi in un organismo che comunque è interessante». In questo senso il governo vuole comunque ritagliarsi un ruolo: «Ci serve più tempo, c’è un lavoro che va fatto, ma la mia posizione rimane di apertura».

Pensioni minime, arriva la proposta di un sussidio di 350 euro: ecco dove

Un sussidio a supporto delle pensioni minime per l’anno 2026: è questa la proposta presentata dai sindacati lucani per aiutare le famiglie e le persone in condizioni di fragilità economica. In una fase storica segnata dall’incertezza e da un sensibile invecchiamento della popolazione, la Uil ha inoltrato una richiesta formale alla Regione affinché venga istituito un aiuto economico annuale. Vincenzo Tortorelli, segretario generale della Uil Basilicata, ha ribadito la necessità di adottare modelli di sviluppo che favoriscano una distribuzione equa della ricchezza territoriale. L’iniziativa punta a contrastare la povertà e l’esclusione sociale, fenomeni che colpiscono duramente i piccoli centri soggetti a spopolamento. Attraverso questo intervento, si intende garantire il rispetto della dignità umana e promuovere l’invecchiamento attivo dei cittadini più anziani.

Requisiti per il sussidio sulle pensioni minime del 2026

Pensioni minime, arriva la proposta di un sussidio di 350 euro: ecco dove
Anziani, pensionati (Imagoeconomica).

L’erogazione del contributo prevede regole precise per individuare i destinatari residenti nel territorio lucano. Innanzitutto, la misura costituisce un sussidio a chi percepisce le pensioni minime dell’Inps o i trattamenti di importo inferiore, includendo le diverse tipologie di assegni previdenziali. Per accedere al beneficio, è indispensabile presentare un’attestazione Isee non superiore a 15 mila euro. Carmine Vaccaro, segretario generale della Uil Pensionati Basilicata, ha chiarito che l’aiuto mira a sostenere 27.701 persone. La suddivisione dei potenziali beneficiari evidenzia la portata sociale dell’intervento:

  • 11.891 titolari di pensione di vecchiaia;
  • 10.943 percettori di assegni di reversibilità;
  • 2.154 beneficiari di assegni di invalidità;
  • 1.478 titolari di pensione di anzianità;
  • 939 soggetti con pensione di inabilità.

Tuttavia, l’assegnazione dei fondi richiede una verifica puntuale delle dichiarazioni sostitutive uniche (Dsu) presentate dai cittadini.

Nuovo assegno per chi percepisce una pensione minima in Basilicata: di cosa si tratta?

Il fabbisogno economico per coprire l’intero bacino di utenza del nuovo sussidio sulle pensioni minime ammonta a 9 milioni 695 mila 350 euro all’anno. Per reperire questa somma, nella proposta si suggerisce di utilizzare le entrate derivanti dai diritti di sfruttamento per l’estrazione di idrocarburi. In questo modo, le royalty petrolifere si trasformerebbero in uno strumento di giustizia sociale a vantaggio della comunità locale. L’inserimento di un nuovo capitolo di spesa nella legge di Bilancio regionale per il triennio 2026-2028 garantirebbe la stabilità della misura nel tempo, generando ricadute positive sull’intera economia regionale.

Come ricevere il sostegno se già si percepisce la pensione dall’Inps?

La realizzazione del piano assistenziale richiede la definizione di un regolamento attuativo e una convenzione con l’Inps per automatizzare i pagamenti. Si osserva con interesse l’esperienza della Regione Friuli Venezia Giulia o della Provincia Autonoma di Bolzano, che hanno già adottato simili forme di sostegno assistenziale. L’analisi dei dati statistici mostra che la maggioranza dei pensionati lucani interessati riceve trattamenti mensili compresi tra 601 e 700 euro.

Scintille nel centrodestra su Freni e le altre pillole del giorno

Niente da fare. Anche stavolta, Antonio Tajani con la “sua” (davvero?) Forza Italia si è messo di traverso. Tanto che i leghisti duri e puri ormai lo hanno ribattezzato «Rompitajani». Non bastava la politica estera ad accendere le scintille tra Lega e FI, ora anche la Consob è diventata un casus belli: il leader azzurro in zona Cesarini ha posto il veto alla nomina di Federico Freni, indicato da Matteo Salvini e pare già bollinato dal potente sottosegretario Alfredo Mantovano, come successore di Paolo Savona. E il Consiglio dei ministri ha rinviato la decisione. «Abbiamo rinunciato ad altre nomine su altri enti», ha sbottato il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, minacciando indirettamente di fatto di far crollare il castello di carta delle nomine, presidenze, amministratori delegati, direttori generali, che devono essere fatte dal governo meloniano. «Quella di Freni era una nomina che partiva già con un accordo di massima con Forza Italia e che ora è stata messa in discussione», ha aggiunto assicurando: «Noi continueremo a portare avanti quel nome».

Scintille nel centrodestra su Freni e le altre pillole del giorno
Riccardo Molinari (Imagoeconomica).

Alla Consob però difficilmente sarà possibile rimpiazzare Freni con un altro leghista. Il dossier banche è infatti caro a Forza Italia che pare abbia già avanzato il nome di Federico Cornelli, dal 2023 commissario dell’Autorità per la vigilanza dei mercati. L’altro nome tornato in circolo è quello di Marina Brogi, professoressa di Economia e tecnica alla Bicocca di Milano. Ma i problemi non finiscono qui. Tajani lo scorso ottobre aveva accolto alcuni transfughi alleati da Noi Moderati, tra cui il sottosegretario agli Esteri Giorgio Silli. Un ritorno pesante, il suo, perché vale una poltrona al governo. Ora Maurizio Lupi, che aveva appoggiato la nomina di Freni – « Evitiamo veti pregiudiziali. Non sempre, peraltro, i ‘tecnici’ si dimostrano migliori», ha commentato – potrebbe rivendicare un posto per i suoi. E perché non proprio alla Consob?

Scintille nel centrodestra su Freni e le altre pillole del giorno
Maurizio Lupi e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Mieli nelle foto di Di Piazza

C’era anche Paolo Mieli martedì sera a Roma all’inaugurazione della mostra dedicata alle fotografie dell’amico Giuseppe Di Piazza, per anni a capo delle pagine romane del Corriere della Sera, e rimpianto da molti giornalisti quando se n’è andato in pensione. Tra i tanti che sono accorsi ai Musei di San Salvatore in Lauro, negli spazi artistici de Il Cigno di Lorenzo Zichichi, c’erano anche Fabrizio Roncone, Bobo Craxi, Francesco Rutelli e Peppe Cerasa.

Scintille nel centrodestra su Freni e le altre pillole del giorno
Giuseppe Di Piazza (L43).

Da segnalare pure la presenza dell’attrice, pittrice e scultrice Marilina Succo. Nota al pubblico Rai per le previsioni del tempo, Succo vanta nel suo cv artistico anche la performance The Process andata in scena nel marzo 2025 al Vittoriale degli Italiani.

Tornando a Mieli: il giornalista e storico era “presente” anche nelle opere esposte con un scatto che lo ritrae assieme alla figlia Oleandra.

Scintille nel centrodestra su Freni e le altre pillole del giorno
Paolo Mieli e la figlia ritratti da Giuseppe Di Piazza (L43).

Parolin per Ceccherini e i giovani editori

È già passato un quarto di secolo dalla fondazione dell’Osservatorio dei giovani editori di Andrea Ceccherini recentemente ribattezzato Osservatorio for independent thinking. E mercoledì 21 gennaio a Roma, nell’Auditorium Antonianum, all’incontro con gli studenti sarà presente anche il cardinale Pietro Parolin. L’evento sarà moderato dal direttore del Corriere della sera, Luciano Fontana, e dalla giornalista Maria Latella.

Scintille nel centrodestra su Freni e le altre pillole del giorno
Andrea Ceccherini (Imagoeconomica).

Ok definitivo del Senato alla riforma dello statuto del Friuli-Venezia Giulia

Via libera definitivo di Palazzo Madama alla riforma dello statuto del Friuli-Venezia Giulia. Il disegno di legge costituzionale era al quarto e ultimo passaggio parlamentare: l’Aula del Senato lo ha approvato con 110 voti favorevoli, 50 contrari e 3 astensioni. Tra le opposizioni hanno dichiarato voto contrario M5s e Pd. Favorevole Avs, mentre Italia Viva si è astenuta. La legge – di iniziativa del Consiglio regionale – prevede il ripristino delle Province e l’introduzione degli ‘enti di area vasta’. Modifica poi la disciplina del referendum confermativo sulla legge su forma di governo e sistema elettorale regionale. Inoltre prevede un numero fisso di 49 consiglieri regionali.

Presidente Consob, scontro tra Lega e Forza Italia

La nomina di Federico Freni alla presidenza della Consob resta sospesa dopo lo stop arrivato dal Consiglio dei ministri, che nel pomeriggio del 20 gennaio ha rinviato ogni decisione almeno di una settimana. La scelta del sottosegretario all’Economia, indicato dalla Lega, sembrava ormai prossima alla ratifica, ma si è arenata a causa di un confronto interno alla maggioranza. Il vertice di governo, durato circa venti minuti, non ha sciolto il nodo e ha lasciato invariata la situazione alla guida della Commissione nazionale per le società e la Borsa, attualmente presieduta da Paolo Savona, in carica dal 2019 e con mandato in scadenza all’inizio di marzo.

Molinari: «Eventuale sostituto di Freni deve essere in quota Lega»

A rivendicare apertamente la candidatura di Freni è stato il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, intervenuto a Skytg24: «Freni è un nome che noi abbiamo proposto. C’era un accordo di massima in Cdm», ha spiegato, sottolineando che «è sottosegretario al Mef e ha le competenze per ricoprire quel ruolo, riteniamo che sia la persona adatta». Molinari ha poi accusato Forza Italia di aver «messo un freno e se ne discuterà». Ribadendo la posizione del Carroccio, ha aggiunto: «Noi continueremo a portare avanti quel nome», ricordando che «la Lega ha rinunciato ad altre nomine su altri enti». Alla domanda sulla necessità che anche un eventuale sostituto resti in quota Lega, la risposta è stata netta: «Assolutamente sì».

Nevi (Forza Italia): «La designazione di un politico alla Consob non convince»

Raffaele Nevi di Forza Italia ha spiegato che «la designazione di un politico alla Consob non ha mai convinto» il partito, che preferirebbe un profilo tecnico «autorevole e riconosciuto dagli operatori». Poi, rispondendo alle parole di Molinari: «Nessun accordo, nemmeno di massima». Da Fratelli d’Italia, Marco Osnato ha osservato che Freni «ha tutte le caratteristiche» per guidare la Consob, ma è anche «una pedina importante nello scacchiere del Mef». A sostegno del sottosegretario sono arrivati gli interventi di Matteo Salvini, secondo cui «Freni è stato un bravissimo sottosegretario all’Economia, può fare con altrettanta capacità altri ruoli», e di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, che ha invitato a evitare veti: «Evitiamo veti pregiudiziali, soprattutto in un momento così delicato per l’economia italiana. Non sempre, peraltro, i tecnici si dimostrano migliori».

L’Italia non parteciperà al Consiglio di pace di Trump su Gaza

Con ogni probabilità l’Italia non parteciperà al Board of Peace voluto da Donald Trump per la supervisione post-bellica della Striscia di Gaza. Secondo quanto rivela il Corriere della Sera, la premier Giorgia Meloni potrebbe partecipare all’appuntamento a Davos che suggellerà la nascita del board, ma non firmerà l’ingresso formale del Paese. I motivi sono principalmente due. Il primo è inderogabile: l’articolo 11 della Costituzione consente la partecipazione italiana solo a organismi internazionali fondati sulla «parità tra Stati», mentre il board nasce come struttura privata, con gli Stati Uniti in posizione di primato e un accesso subordinato al pagamento di una quota stimata in un miliardo di dollari. C’è poi un nodo politico. L’idea stessa di un organismo privato svuota il diritto internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite, attirando soprattutto la contrarietà di Forza Italia, apprende il Corriere, secondo cui anche la Lega si rimette alla linea del governo.

La posizione degli altri Paesi sul Consiglio di Pace

Tra i Paesi che si sono sfilati dal progetto di Trump c’è la Francia, che ha sollevato dubbi sul rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite. Il Canada ha escluso il pagamento di qualsiasi quota per ottenere un seggio permanente, pur confermando la partecipazione all’incontro a Davos. Secondo il Financial Times il premier britannico Keir Starmer è orientato a rifiutare l’invito, e anche la Germania considera l’adesione «improbabile» nella forma attuale. Hanno invece aderito Israele, con l’annuncio del primo ministro Benjamin Netanyahu, l’Autorità nazionale palestinese e diversi Paesi tra cui Argentina, Azerbaigian, Bielorussia, Ungheria, Kazakistan, Marocco, Emirati Arabi Uniti e Vietnam.

Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca

Il Mezzogiorno è sempre stato un notevole problema per il segretario di turno del Partito Democratico. Matteo Renzi annunciò un improbabile lanciafiamme, ma perse la guerra con viceré e cacicchi vari. Ma i Michele Emiliano, i Vincenzo De Luca, i Marcello Pittella non sono un’invenzione recente. Mauro Calise, politologo illustre, li conosce tutti molto bene e per loro ed epigoni vari, ancorché in formato minore, aveva coniato il termine di «micronotabili».

Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca
Vincenzo De Luca con Michele Emiliano (Imagoeconomica).

Il caso Salerno e le rivendicazioni di De Luca

Il caos campano di questi giorni però supera la fantasia politologica. De Luca, finito il mandato da presidente di Regione, dopo aver avallato Roberto Fico in cambio di un grosso grasso accordo con Pd e M5s (sì a Fico in cambio del figlio Piero segretario regionale, posti in Giunta e candidature in consiglio attraverso la sua lista civica regionale) vuole tornare a Salerno, dove ha fatto il sindaco a più riprese guadagnandosi il titolo di sceriffo, con tutta quella prosopopea sui «cafoni zero». L’attuale sindaco, Vincenzo Napoli, si è dimesso venerdì scorso e ha iniziato le operazioni di trasloco per facilitare il rientro deluchiano. Ha 20 giorni di tempo per poter ritirare le dimissioni, come gli ha chiesto Sandro Ruotolo, viceré pure lui, ma solo di Michele Santoro prima e ora di Elly Schlein nel Mezzogiorno, terra di conquista del primo cacicco che passa. A parole sembrano essere tutti (l’europarlamentare Ruotolo, il deputato Marco Sarracino, la stessa Schlein) sempre molto decisi, pronti a spezzare le reni agli ex presidenti di Regione che non si sentono pronti per la pensione, salvo poi accorgersi che di quei voti e di quei lasciapassare hanno bisogno per ottenere qualche risultato. Senza l’avallo politico di De Luca, Fico sarebbe rimasto a fare quello che faceva prima (qualunque cosa fosse). Quindi ora l’ex presidente di Regione passa all’incasso, evidentemente infischiandosene delle sortite di Ruotolo («C’è aria di nuovo feudalesimo») e compagni, pronto com’è a farsi largo contro chi non lo vuole. Per ora infatti non c’è traccia di campo largo a Salerno. Quantomeno non a sostegno di De Luca, che potrebbe presentarsi in autonomia.

Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca
Sandro Ruotolo (Imagoeconomica).

Lo sbarco dei riformisti a Napoli

Il fermento campano, comunque, è trasversale. Non ci sono infatti soltanto gli schleiniani della prima ora a cercare una bussola per orientarsi nel marasma scatenato da De Luca. Anche la battaglia fra riformisti si arricchisce di un nuovo capitolo territoriale, stavolta geolocalizzato a Napoli. Dopo la scissione di Giorgio Gori, Lorenzo Guerini, Pina Picierno e Filippo Sensi, che da tempo sono in tour per l’Italia, con le due iniziative di lancio a Milano e a Prato, Energia Popolare – la corrente di Stefano Bonaccini che è entrata in maggioranza a sostegno di Schlein – ha organizzato un incontro proprio nel capoluogo campano, il prossimo 31 gennaio.

Perché il Pd di Schlein non riesce a liberarsi del viceré De Luca
Elly Schlein e Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

Siccome è una iniziativa istituzionale, organica al Pd, riconosciuta e di origine controllata, in questo caso non mancherà la presenza della segretaria; ma ci sarà anche tutto l’organigramma riformista, quello fedele alla linea della segretaria, va da sé. I presidenti di Regione Antonio Decaro (Puglia), Michele de Pascale (Emilia-Romagna), Eugenio Giani (Toscana) e Stefania Proietti (Umbria). Presenti anche i sindaci di Roma Roberto Gualtieri e di Torino Stefano Lo Russo, insieme alle due nuove stelle del firmamento campolarghista: il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e la sindaca di Genova Silvia Salis. La fedeltà a Schlein è garantita, infatti non è la segreteria nazionale il bersaglio di questa iniziativa bonacciniana: casomai un modo per dire a Guerini e ai suoi che la patente di riformisti col botto è ancora un’esclusiva di Energia Popolare.

Flash mob per l’Iran, Renzi fuma una sigaretta davanti all’ambasciata a Roma

In segno di solidarietà con i manifestanti in Iran, Matteo Renzi ha imitato la ragazza diventata simbolo delle proteste contro il regime, accendendosi una sigaretta durante un flash mob di fronte all’ambasciata della Repubblica Islamica a Roma. «L’immagine della ragazza iraniana che fuma una sigaretta accesa con una foto in fiamme dell’ayatollah Khamenei ha fatto il giro del mondo. Oggi l’attenzione sull’Iran è scesa, ma in queste ore migliaia di ragazzi vengono impiccati nel silenzio del mondo. Abbiamo voluto replicare il gesto della sigaretta per richiamare l’attenzione dei media. E per dire che non ci stancheremo di gridare donna, vita, libertà», ha scritto il leader di Italia Viva su X. Senza, però, accendere la sigaretta con la foto di Khamenei in fiamme, né tenendo in mano il ritratto dell’ayatollah mentre brucia. L’ex premier è apparso in difficoltà, non essendo – per sua fortuna – tabagista. Con lui anche Maria Elena Boschi e Raffaella Paita, che non hanno fumato.


Rinviata la nomina del presidente della Consob

Il Consiglio dei ministri ha rinviato la decisione sull’avvio della procedura di nomina del nuovo presidente della Commissione nazionale per le società e la Borsa. L’incarico di Paolo Savona scade l’8 marzo: secondo le indiscrezioni della vigilia il principale candidato alla successione era il sottosegretario all’Economia Federico Freni, deputato della Lega. È stata Forza Italia a esprimere perplessità sulla sua nomina. «Secondo noi è bene che lì, siccome si tratta di questioni molto tecniche, ci sia un tecnico, un non politico di alto livello con grande esperienza. Non facciamo nomi, ci sono tante persone autorevoli che secondo noi potrebbero svolgere al meglio, senza nulla togliere a Freni», ha detto a Sky TG24 il portavoce nazionale forzista Raffaele Nevi. Nel corso della discussione in Cdm, FI avrebbe avallato la nomina di Freni ma in qualità di componente del vertice Consob (che prevede un presidente e quattro commissari) ma non come successore di Savona. Il nuovo presidente resterà in carica per i prossimi sette anni.

Rinviata la nomina del presidente della Consob
Federico Freni (Imagoeconomica).

Giuseppe Manzo nuovo Ambasciatore d’Italia in Turchia

Giuseppe Manzo è il nuovo Ambasciatore d’Italia in Turchia. Autore di articoli su media e terrorismo e sulla comunicazione dell’Onu, Manzo ha avviato la carriera diplomatica nel 1993. Il primo incarico a Tirana (1995-1998), nell’Albania del post-regime comunista. Successivamente ha trascorso 14 anni negli Stati Uniti, tra l’ambasciata a Washington e la Rappresentanza Permanente presso l’Onu a New York. Rientrato a Roma, Manzo è stato Capo del Servizio Stampa e Portavoce del Ministero degli Esteri. Successivamente è stato ambasciatore in Serbia (2013-2018) e Argentina (2018-2021). Nell’ultimo periodo è stato Consigliere Diplomatico dei Ministri della Transizione Ecologica e dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.

Giuseppe Manzo nuovo Ambasciatore d’Italia in Turchia
Giuseppe Manzo (Imagoeconomica).

Bonus spopolamento Sardegna 2026: incentivo di 600 euro al mese in arrivo per i nuovi nati

La Regione Sardegna prosegue la sua lotta contro il declino demografico attraverso il bonus spopolamento 2026, la misura economica strutturale rivolta ai residenti dei piccoli centri. Il fenomeno dell’esodo dai territori interni verso le città ha spinto l’amministrazione regionale a investire risorse significative per invertire la tendenza. Nel 2023, l’Isola ha toccato il tasso di natalità più basso in Italia, con soli 4,9 nati ogni mille abitanti. Per fronteggiare l’emergenza, la Regione ha pianificato una dote finanziaria complessiva di 150 milioni di euro da ripartire nel triennio successivo. I fondi sono destinati a finanziare assegni diretti per le famiglie che scelgono di restare o trasferirsi nei centri dove i servizi, dalla sanità all’istruzione, sono spesso carenti. Il piano prevede un trasferimento di risorse agli enti locali che gestiranno materialmente le domande e l’erogazione dei contributi ai nuclei familiari aventi diritto.

Bonus spopolamento Sardegna 2026: quali sono gli incentivi in arrivo?

Bonus spopolamento Sardegna 2026: incentivo di 600 euro al mese in arrivo per i nuovi nati
Il Nuorese si è svegliato sotto la neve e sono tanti i paesi che hanno chiuso le scuole. Tra questi Fonni, Desulo, Gavoi, Ollolai, Bitti, Lanusei e Villagrande (Ansafoto).

Per il triennio che inizia nel 2026, la Regione Sardegna ha confermato un impegno finanziario costante per garantire stabilità alle politiche demografiche. Le risorse sono così suddivise:

  • 51,4 milioni di euro per l’anno 2026;
  • 51,4 milioni di euro per l’anno 2027;
  • 50 milioni di euro per l’anno 2028.

Gli stanziamenti permettono di finanziare non solo l’assegno per i nuovi nati, ma anche altre strategie già sperimentate in precedenza, come i fondi per l’acquisto della prima casa e gli incentivi per l’apertura di nuove attività imprenditoriali nei territori a rischio. Rispetto agli anni passati, la soglia demografica per accedere ai benefici resta fissata ai comuni con popolazione inferiore a 5 mila abitanti. Si tratta di una continuità necessaria per dare certezze a chi decida di stabilire il proprio progetto di vita in contesti rurali o montani.

Qual è il bonus di 600 euro per i nuovi nati in Sardegna

La misura principale consiste in un contributo economico mensile erogato per ogni figlio nato, adottato o in affido preadottivo. Il sostegno è pensato per alleggerire i costi di crescita dei bambini ed è slegato dalla situazione economica del nucleo familiare.

L’assegnazione avviene indipendentemente dall’Isee, rendendo l’incentivo universale per chiunque risieda nei comuni interessati. Nel caso di trasferimento della residenza durante l’anno, il calcolo dell’importo avviene in proporzione ai mesi di effettiva permanenza nel territorio comunale. Lo schema ricalca il potenziamento già avvenuto nel 2025, confermando l’efficacia di un aiuto economico diretto e prolungato nel tempo per sostenere la genitorialità.

Bonus 600 euro Regione Sardegna, quando arriva

Bonus spopolamento Sardegna 2026: incentivo di 600 euro al mese in arrivo per i nuovi nati
Banconote (Freepik).

Il bonus anti spopolamento della Sardegna viene erogato tramite i singoli Comuni, che pubblicano periodicamente gli avvisi a sportello per raccogliere le istanze. Per ottenere il beneficio, è fondamentale che i genitori verifichino il rispetto di alcuni requisiti. Innanzitutto, è necessario possedere la residenza nel piccolo centro o trasferirla da un comune più grande. Inoltre, i beneficiari devono impegnarsi a mantenere la residenza nel territorio per almeno cinque anni consecutivi, pena la decadenza dal diritto. Almeno uno dei due genitori deve coabitare con il minore e risiedere legittimamente in un immobile a uso abitativo. Per quanto riguarda le tempistiche, le domande devono essere presentate direttamente al Comune di appartenenza. Infine, è consigliabile monitorare i siti istituzionali degli enti locali per conoscere le scadenze specifiche di presentazione delle istanze per le diverse annualità, inclusi i bandi per l’acquisto e la ristrutturazione delle abitazioni.

Consob, Federico Freni verso la presidenza

Il Consiglio dei ministri che si riunirà nel pomeriggio di martedì 20 gennaio 2026 dovrebbe designare Federico Freni, sottosegretario all’Economia in quota Lega, come nuovo presidente della Consob, la Commissione nazionale per le società e la borsa. Succederà a Paolo Savona, il cui mandato è in scadenza a marzo, e resterà in carica per sette anni. Il governo ha deciso di muoversi per tempo perché la nomina della presidenza dell’ente è un processo lungo. Dopo l’indicazione del Cdm ci sarà infatti un passaggio alle commissioni Finanze di Camera e Senato, dopodiché, ottenuto il parere favorevole, la palla tornerà al Consiglio dei ministri per l’approvazione della delibera definitiva. Quindi il capo dello Stato dovrà firmare il decreto, che sarà sottoposto al vaglio della Corte dei conti per il via libera.

Chi è Federico Freni

Avvocato del Foro di Roma, dopo una laurea in Giurisprudenza e un dottorato in Diritto amministrativo alla Sapienza ha insegnato in diverse università tra cui la Luiss Guido Carli. Attualmente è professore straordinario di Diritto amministrativo presso l’università Pegaso. Prima di entrare attivamente in politica, è stato consulente giuridico per diversi ministeri e società a partecipazione pubblica. Già sottosegretario al Mef nel governo Draghi, Freni sarà il più giovane presidente nella storia della Consob.

Nevi: «No a guida politica, serve tecnico di alto livello»

La nomina di Freni è stata spinta in particolare dal vicepremier Matteo Salvini, che l’ha definito «un bravissimo sottosegretario all’Economia» che «penso che possa fare con altrettanta capacità altri ruoli». Non tutti, però, nel centrodestra appoggiano la scelta. Il portavoce nazionale di Forza Italia Raffaele Nevi ha infatti dichiarato che «non ci ha mai convinto la designazione di un politico alla Consob, secondo noi è bene che lì, siccome si tratta di questioni molto tecniche, ci sia un tecnico, un non politico di alto livello con grande esperienza». E ancora: «Non facciamo nomi, ci sono tante persone autorevoli che secondo noi potrebbero svolgere al meglio senza nulla togliere a Freni che è uno straordinario sottosegretario al ministero delle Finanze e penso stia facendo bene. La Consob deve essere trattata in modo completamente diverso».