Tre deputati socialisti sono stati aggrediti nella mattinata del 16 novembre in un bar vicino al Congresso di Spagna, prima della seduta, dopo che avevano fatto colazione. Alcuni contestatori li hanno insultati, minacciati, quindi hanno lanciato loro contro delle tazze e delle uova. Un uovo ha colpito in testa uno dei deputati. La zona in cui si sono verificati questi piccoli incidenti si trova fuori dal perimetro di sicurezza controllato dalla polizia, che circonda il parlamento.
Un trasferimento dati capace di scaricare 150 film in alta definizione al secondo. È l’ultimo progetto della Cina che il 13 novembre ha lanciato quella che definisce come «la rete Internet più veloce al mondo». Il progetto, presentato da Huawei in collaborazione con China Mobile, Cernet China e l’Università Tsinghua, promette di decuplicare la potenza di qualsiasi altra banda larga al mondo, raggiungendo addirittura 1,2 terabit o 1200 gigabit al secondo. Un traguardo storico, se si pensa che le reti dorsali più evolute finora non superavano i 400 gigabit con una media di 100 in Occidente. «Non solo un traguardo di successo, ma un punto di partenza», ha detto Wu Jianping, responsabile del progetto, al South China Morning Post. «La Cina è già pronta a costruire un’infrastruttura ancora più veloce».
China has launched the world's first ultra-high-speed next-generation Internet backbone with a bandwidth of 1,200G bits per second (1.2T), according to a press conference held at Tsinghua University in Beijing on Monday. #GLOBALinkpic.twitter.com/DOnikSSjxE
La rete Internet della Cina vanta una fibra ottica di 3 mila chilometri
Parlando di una «rete dorsale di primissima generazione ad alta velocità», come afferma l’agenzia Xinhua, la Cina ha presentato un’infrastruttura in fibra ottica lunga 3 mila chilometri. Collega infatti l’intero Paese attraversando le città di Pechino a Nord, Wuhan al centro e Guangzhou nel Sud. Un successo interamente cinese, dato che sia software sia hardware sono stati progettati e realizzati sul territorio nazionale. La linea era già stata attivata nel mese di luglio per una serie di test sperimentali, il cui esito positivo ha condotto le autorità al lancio ufficiale con due anni di anticipo rispetto alle previsioni iniziali. Attualmente è disponibile solamente per le industrie che necessitano di una rete a banda larga e per il mercato azionario, ma non a livello domestico. Non è chiaro però se e quando ci saranno ulteriori aggiornamenti e sviluppi.
La fibra ottica dei cavi sottomarini per la rete Internet (Getty Images).
Il nuovo collegamento Internet ultraveloce è parte del progetto Future Internet Technology Infrastructure attivo a Pechino già da 10 anni e del programma China Education and Research Network. Per realizzarlo, stanno collaborando circa 40 università di 35 città del Paese, fornendo informazioni e materiale tra cui vari processori, sistemi di cablaggio e software. L’annuncio è arrivato proprio durante i colloqui tra il presidente Xi Jinping con il suo omologo americano Joe Biden a San Francisco, seguendo una tendenza già diffusa in passato. Come ha ricordato la Cnn, non è la prima volta che Pechino sfrutta un incontro con gli Usa per il lancio di prodotti hi-tech. A settembre 2023 Huawei aveva infatti presentato il nuovo smatphone Mate 60 Pro, dotato di chip 5G di matrice cinese, mentre i diplomatici statunitensi si trovavano in visita nel Paese.
Più ombre che luci. in Asia, il vertice tra Joe Biden e Xi Jinping andato in scena a San Francisco ha destato molte perplessità. Se è vero che Stati Uniti e Cina hanno ristabilito le comunicazioni militari e deciso di rafforzare la cooperazione in materia di contrasto al fentanyl, sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e nella lotta al cambiamento climatico, è pur vero che i dossier più delicati sono rimasti, irrisolti, sul tavolo delle trattative. A partire dal futuro di Taiwan.
Taiwan, la volontà di riunificazione cinese e le resistenze di Taipei
Xi l’ha definita la questione «più pericolosa» nelle relazioni bilaterali con gli Usa e, non a caso, ha tracciato una chiara linea rossa. Da un lato, il leader cinese ha provato a rassicurare Biden, spiegando di non aver piani di imminenti aggressioni militari nei confronti di Taiwan. Dall’altro ha però chiesto all’omologo statunitense di smettere di armare l’isola. Il South China Morning Post si è concentrato sul punto citando alcuni funzionari americani. A quanto pare, Xi avrebbe rimarcato la volontà di Pechino di ottenere una riunificazione pacifica con Taipei, pur sottolineando le condizioni per cui il Dragone potrebbe usare la forza per realizzare il tanto agognato obiettivo. Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, Xi avrebbe insomma ribadito la sua posizione, dichiarando che «la Cina inevitabilmente sarà riunificata». In tutto ciò, il ministero degli Esteri taiwanese ha risposto ai commenti di Xi affermando che l’isola continuerà a rafforzare la propria capacità di difesa e a prepararsi per qualsiasi potenziale attacco da Pechino. «Non sapremo mai se la Cina attaccherà Taiwan o quando lo farà. La politica del governo è però abbastanza chiara: continueremo a rafforzare la nostra capacità di difesa», ha nel frattempo dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri taiwanese, Jeff Liu, in una conferenza stampa a Taipei.
Le delegazioni cinesi e statunitensi all’incontro di San Francisco (Getty Images).
I media giapponesi e sudcoreani si concentrano sulla ripresa delle comunicazioni militari tra Usa e Cina
I media giapponesi e sudcoreani si sono invece soffermati sulla ripresa delle comunicazioni militari tra Stati Uniti e Cina. Secondo quanto riportato dall’agenzia nipponica Kyodo News, Xi avrebbe accettato di creare non meglio specificati meccanismi di dialogo tra le parti affinché le autorità della Difesa dei due Paesi possano tenere colloqui sia a livello politico che operativo. Il tutto, va da sé, per evitare il rischio di incomprensioni militari, ovvero incidenti o provocazioni nel complesso scenario dell’Indo-Pacifico che potrebbero sfociare in un conflitto aperto. Biden e Xi avrebbero inoltre accettato di aprire un canale tra il segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin, e la controparte cinese (in attesa di capire chi sostituirà l’epurato Li Shangfu). In particolare, quest’ultimo accordo è stato considerato significativo data la preoccupazione di Washington e dei suoi partner asiatici per le frequenti manovre pericolose di navi e aerei da guerra cinesi in vari scenari regionali. Il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, pur citando la ripresa dei colloqui militari, ha sottolineato l’assenza di progressi rilevanti tra Usa e Cina. Non solo: i pochi progressi effettuati da Biden e Xi rischiano di essere messi a dura prova dalle stesse questioni che, nel corso degli ultimi anni, hanno portato i due Paesi sull’orlo di una guerra.
Bandiere degli Usa e della Cina esposte a San Francisco (Getty Images).
L’incontro di San Francisco visto dalla Cina
Diversa, invece, è la ricostruzione dell’incontro Xi-Biden offerta dai media cinesi. Il Global Times ha evidenziato l’ospitalità e il rispetto che gli Usa hanno mostrato nell’accoglienza riservata a Xi: «La cerimonia di benvenuto prima del vertice è stata breve, ma ha mostrato segni di scrupolosa preparazione» e «(la scelta di un luogo separato diverso dalla sala conferenze dell’Apec) indica che gli Stati Uniti hanno attribuito un alto grado di importanza all’incontro». Il Quotidiano del popolo, il principale quotidiano cinese, ha dedicato ampio risalto al vertice tra i due leader, rimarcando le questioni strategiche affrontate da Biden e Xi definite cruciali non solo per le relazioni tra Cina e Usa ma anche per il mondo intero. La narrazione offerta dai media di Pechino segue tuttavia lo stesso copione, con il leader cinese descritto desideroso di tracciare un percorso di pace e prosperità per attenuare le tensioni con gli Stati Uniti. Sotto la superficie emergono però questioni irrisolte e dossier scottanti. Gli stessi che preoccupano gli alleati asiatici di Washington.
L’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue Josep Borrell e la Commissione Commissione europea hanno presentato al Consiglio una proposta per altro pacchetto di sanzioni – il dodicesimo – contro la Russia: previsti nuovi divieti di esportazione, ad esempio per i diamanti, nonché azioni per calmierare il tetto del prezzo del petrolio, allo scopo di diminuire le entrate della Russia. Nel “libro nero” dell’Ue verranno inserite altre 120 persone ed entità. Tra le 47 persone che la Commissione vuole aggiungere all’elenco dei sanzionati ci sono anche una cugina di Putin, Anna Tsivileva, che è a capo di una fondazione che sostiene i soldati russi in Ucraina, e Ilya Medvedev, unico figlio dell’ex presidente Dmitry, il quale avrebbe orchestrato una campagna di disinformazione e propaganda in Ucraina.
Dmitry Medvedev (Getty Images).
Previsto il divieto di vendita di diamanti grezzi russi nell’Unione europea
Al centro delle proposte, che dovranno essere approvate dai leader dell’Ue nel prossimo vertice di dicembre, ci sono le misure volte a soffocare le entrate commerciali della Russia. Queste includono il divieto totale della vendita all’interno dell’Unione europea di diamanti grezzi russi e di gioielli che utilizzano gemme provenienti dalle miniere siberiane. Ciò dovrebbe privare le casse del Cremlino di oltre 4,5 miliardi di euro all’anno. Il divieto era già in programma dal 2022, ma è diventato realtà solo dopo che il Belgio, sede del polo mondiale dei diamanti di Anversa, ha ritirato le sue obiezioni in estate, accettando le imposizioni durante il vertice del G7 in Giappone.
Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue (Getty Images).
Tra le società sanzionate anche la maggior compagnia assicurativa russa
Le sanzioni colpiranno anche l’industria degli armamenti di Mosca, società informatiche legate ai servizi di sicurezza dell’Fsb, i funzionari elettorali che lavorano nell’Ucraina occupata, milizie militari private (com’era la Wagner) e organizzazioni patriottiche responsabili della «militarizzazione dei bambini ucraini». Nell’elenco delle entità sanzionate, poi, anche aziende del settore civile accusate di far parte – a vario titolo – della macchina da guerra di Mosca. Tra esse AlfaStrakhovanie, principale compagnia assicurativa privata russa, che ha stipulato contratti con il ministero della Difesa russo. Nel mirino poi l’Ilyushin Aviation Complex, che produce l’aereo da trasporto militare Il-76, utilizzato regolarmente dall’esercito russo per il trasporto di personale e attrezzature. Così come lo sviluppatore del sistema satellitare di navigazione russo Glonass. Nell’elenco dei sanzionati, infine, anche funzionari bielorussi responsabili di aver fornito armi e altre forme di cooperazione militare alla Russia, come l’addestramento dei coscritti dell’esercito di Mosca nelle basi in dell’esercito di Minsk.
Un intero plesso dell’ospedale al Shifa di Gaza City sarebbe stato distrutto dalle forze israeliane dopo l‘incursione avvenuta nella notte tra martedì e mercoledì durante la quale sarebbero state trovate armi e munizioni. Sempre secondo l’emittente qatariota, l’esercito di Tel Aviv ha raso al suolo anche un magazzino di medicinali e attrezzature. Nelle operazioni circa 200 persone sono state fermate e trasportate in un luogo sconosciuto.
Il ministero degli Esteri saudita condanna l’assalto all’ospedale al-Shifa
Il ministero degli Esteri saudita ha condannato «fermamente l’assalto da parte delle forze di occupazione israeliane all’ospedale al-Shifa a Gaza e il bombardamento nelle vicinanze dell’ospedale da campo giordano». «Il Regno», ha sottolineato il ministero, «sottolinea la necessità di attivare meccanismi internazionali di responsabilità riguardo a queste continue violazioni e pratiche brutali e disumane da parte delle forze di occupazione israeliane, contro bambini, donne, civili, strutture sanitarie e squadre di soccorso».
Distrutta l’abitazione del capo di Hamas Haniyeh a Gaza
L’aviazione israeliana ha riferito su Telegram di aver colpito l’abitazione a Gaza di Ismail Haniyeh. Dal 2017 capo dell’ufficio politico di Hamas, Haniyeh vive in Qatar da diversi anni. L’edificio, secondo l’Idf, era usato come «infrastruttura terroristica e spesso fungeva da punto d’incontro per gli alti leader di Hamas». Nell’attacco è stato colpito anche un deposito di armi delle forze via mare di Hamas con attrezzatura subacquea, ordigni e armi.
Overnight, IDF fighter jets struck the residence of Ismail Haniyeh, the Head of Hamas’ Political Bureau.
The residence was used as terrorist infrastructure and a meeting point for Hamas’ senior leaders to direct terrorist attacks against Israel. pic.twitter.com/kljYYN6O0U
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che chiede una pausa umanitaria
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che chiede una pausa umanitaria nei combattimenti a Gaza e la creazione di corridoi di aiuto per accelerare gli aiuti. Russia, Regno Unito e Stati Uniti si sono astenuti dal voto, che è passato 12-0. Si tratta del primo accordo dall’inizio del conflitto. Israele, tramite il suo ambasciatore all’Onu Gilad Erdan, ha respinto la risoluzione definendola «distaccata dalla realtà». «Indipendentemente da ciò che il Consiglio deciderà», ha aggiunto, «Israele continuerà ad agire secondo la legge internazionale mentre i terroristi di Hamas non leggeranno nemmeno la risoluzione, per non parlare di rispettarla».
The @UN Security Council’s resolution is disconnected from reality and is meaningless. Regardless of what the Council decides, Israel will continue acting according to int’l law while the Hamas terrorists will not even read the resolution at all, let alone abide by it. It is…
Biden difende il rifiuto di un cessate il fuoco a Gaza
Il presidente Usa Joe Biden ha ribadito il rifiuto di chiedere un cessate il fuoco a Gaza, sostenendo che Hamas rappresenta una minaccia continua per Israele e che le forze di Tel Aviv stanno cercando di evitare vittime civili. Dopo un incontro al vertice con il presidente cinese Xi Jinping, Biden ha dichiarato alla stampa: «Hamas ha già dichiarato pubblicamente che intende attaccare nuovamente Israele come ha fatto prima, tagliando la testa ai bambini e bruciando vivi donne e bambini. Quindi l’idea che si fermeranno non è realistica».
La polizia giapponese ha arrestato un uomo dopo un incidente stradale avvenuto verso le 11 ora locale (le 3 in Italia) di giovedì 16 novembre vicino all’ambasciata israeliana a Tokyo, in Giappone, riferiscono i media locali. L’uomo sarebbe un cinquantenne membro di un gruppo di destra, secondo le prime informazioni disponibili.
Schiantata contro una recinzione a circa 100 metri dalla sede diplomatica
Riprese video mostrano una piccola automobile schiantata contro una recinzione a un incrocio a circa 100 metri dalla sede diplomatica. Un agente di polizia è rimasto leggermente ferito nell’accaduto. Nei giorni scorsi la zona dell’ambasciata israeliana a Tokyo era stata sede di alcune manifestazioni in sostegno della popolazione palestinese e contro i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, come successo vicino alle ambasciate di Israele in diversi altri paesi in tutto il mondo. Per il momento non si sa se si sia trattato di un incidente o di un gesto volontario, né se sia in qualche modo collegato a quanto sta succedendo in Medio Oriente. Sul caso è stata aperta un’inchiesta.
«Abbiamo fatti alcuni importanti progressi, i colloqui sono stati molto costruttivi e produttivi». Joe Biden ha sintetizzato così nella sua conferenza stampa le quattro ore di faccia a faccia con Xi Jinping in una scenografica residenza alle porte di San Francisco, il primo dopo un anno in cui le relazioni tra i due Paesi erano scivolate al punto più basso. L’obiettivo era avviare il disgelo. Per «capirsi reciprocamente in modo chiaro e fare in modo che la competizione non sfoci in conflitto», come ha spiegato Biden dopo la stretta di mano. E per «superare le differenze» in un mondo «abbastanza grande per la convivenza e per il successo di Cina e Stati Uniti», che «non possono voltarsi le spalle», tanto meno sullo sfondo di un’economia globale «in ripresa ma con uno slancio lento, appesantita dal protezionismo», come gli ha fatto eco Xi Jinping, affermando di credere in un «futuro promettente» delle relazioni Usa-Cina.
Ristabilita anche la hotline militare, confermato l’impegno a cooperare sul clima
Il risultato più importante è il ripristino delle comunicazioni al più alto livello, con una linea diretta tra i due leader in caso di crisi. Ristabilita anche la hotline militare, cancellata da Pechino dopo la controversa visita dell’allora speaker Nancy Pelosi a Taiwan nel 2022. Intesa con Xi anche per un giro di vite cinese contro la produzione e l’esportazione dei precursori chimici del Fentanyl, l’oppioide sintetico a basso costo che miete decine di migliaia di vittime ogni anno in Usa. Confermato anche l’impegno a cooperare sul clima, benché Biden abbia chiesto a Pechino di fare di più. Intesa inoltre per discutere sull’intelligenza artificiale.
Muro su Taiwan. Xi: «Gli Usa dovrebbero sostenere la riunificazione pacifica della Cina»
Ma se il dialogo è ripreso, restano diversi nodi e tensioni: da Taiwan ai rapporti economici, minati per la Cina dalle sanzioni e dalle limitazioni Usa all’export hi-tech e per Washington dalla mancanza di parità di condizioni competitive. Con una risposta diplomaticamente poco opportuna in questo momento, inoltre, Biden ha definito di nuovo pubblicamente Xi un «dittatore», nel senso – ha tentato di sfumare – che è alla guida di un paese «comunista». E ha fatto sapere di aver sollevato i suoi timori sugli abusi dei diritti umani della Cina, inclusi quelli nello Xinjiang, in Tibet e a Hong Kong. Muro su Taiwan. Biden ha detto di aver ribadito la politica americana che riconosce una sola Cina ma di aver messo in chiaro con Xi che gli Usa si aspettano che la Cina non interferisca nelle elezioni di Taiwan, sottolineando l’importanza della pace e della stabilità nello stretto dell’isola. Ma il leader di Pechino, secondo il ministero degli esteri cinese, ha ammonito che gli Stati Uniti dovrebbero «intraprendere azioni concrete per onorare il proprio impegno a non sostenere l’indipendenza di Taiwan, smettere di armarla e sostenere la riunificazione pacifica della Cina», un obiettivo da lui definito «inarrestabile». Il messaggio è che Taiwan prima o dopo tornerà a casa, con le buone o con le cattive.
Scontro su sanzioni Usa. Xi: «Danneggiano gravemente gli interessi legittimi della Cina»
Altro punto dolente sollevato da Xi sono le azioni americane «in materia di controllo delle esportazioni, di verifica degli investimenti e le sanzioni unilaterali che danneggiano gravemente gli interessi legittimi della Cina». L’istanza è che siano rimosse «in modo da fornire un ambiente equo, giusto e non discriminatorio per le imprese cinesi». Ma anche Biden ha lamentato la mancanza di parità di condizioni nella competizione economica, avvisando che il trattamento della proprietà intellettuale scoraggia gli investimenti. Nella conferenza stampa è rimasta in ombra la risposta di Xi alla sua richiesta di contribuire alla de-escalation sia in Medio Oriente (in particolare facendo pressione sull’Iran perché non allarghi il conflitto) che in Ucraina (in questo caso il pressing sollecitato è anche sulla Corea del Nord): il leader cinese resta il principale alleato politico di Putin e ha sposato la causa palestinese. Biden ha invece ribadito il suo sostegno a Israele, pur ricordando l’obbligo di agire con prudenza per non colpire civili e la soluzione dei due stati.
Il ministro delle Finanze del governo israeliano, Bezalel Smotrich, ha affermato che «Israele non sarà più in grado di accettare l’esistenza di un’entità indipendente a Gaza», e che appoggia «l’emigrazione volontaria» dei gazawi verso altri Paesi. A riferirlo è l’agenzia di stampa Reuters. Le parole del ministro sono in contrasto con la posizione degli Stati Uniti e dei Paesi arabi della regione, che sostengono la necessità di un unico governo palestinese nella Striscia e in Cisgiordania.
Il timore dei leader arabi di una seconda Nakba
Bezalel Smotrich, a capo di uno dei partiti nazionalisti religiosi nella coalizione di Netanyahu, ha parlato a seguito dell’appello di due membri del parlamento israeliano che hanno scritto in un editoriale del Wall Street Journal che i Paesi occidentali dovrebbero accettare le famiglie di rifugiati provenienti da Gaza, che hanno «espresso il desiderio di trasferirsi». I commenti dei funzionari del governo israeliano, aggiunge Reuters, stanno rafforzando il timore dei leader arabi nella regione che il piano a lungo termine di Israele sia quello di esiliare i palestinesi da Gaza, ripetendo l’espropriazione di massa di 700 mila abitanti arabi nota come Nakba, avvenuta nel 1948 quando Israele fu fondato. Al tempo, la maggior parte degli sfollati finì nei vicini stati arabi, e i leader di questi Paesi hanno affermato che qualsiasi progetto odierno che possa ripetere quell’evento sarebbe inaccettabile. Il ministro dell’Agricoltura israeliano Avi Dichter, l’11 novembre ha dichiarato che la guerra attuale è la «Nakba di Gaza».
"We are now actually rolling out the Gaza Nakba," says Avi Dichter, Israel's Minister for Agriculture and former head of Shin Bet.
Usa: «Gaza e Cisgiordania sotto unico governo palestinese»
Si stima che circa già 1,5 milioni di persone a Gaza – tre quarti della popolazione della Striscia – siano fuggite dalle proprie case nelle sei settimane di guerra. Lo riferisce il Guardian. Netanyahu ha affermato che Israele non intende nuovamente occupare in modo permanente la Striscia, ma che «manterrà il controllo generale della sicurezza per un periodoindefinito». Tuttavia, c’è stata poca chiarezza sulle modalità con le quali questa sicurezza verrebbe garantita e sulle intenzioni a lungo termine di Tel Aviv. Gli Stati Uniti hanno affermato che Gaza e la Cisgiordania dovrebbero essere sotto il controllo di un unico governo palestinese, e gli altri principi da rispettare nel dopo guerra, annunciati dal segretario di Stato Antony Blinken, sono: «Nessun allontanamento forzato dei palestinesi da Gaza, nessun utilizzo di Gaza come piattaforma per lanciare terrorismo o altri attacchi contro Israele, nessuna riduzione del territorio di Gaza».
Benjamin Netanyahu says Israel will have "overall security responsibility" in Gaza for an "indefinite period" after its war with Hamas.
Hamas ha accettato le linee generali di un accordo con Israele che prevede il rilascio di 50 ostaggi in cambio di una tregua di tre giorni nella Striscia di Gaza e della liberazione, da parte di Israele, di alcune donne e bambini palestinesi dalle carceri dello Stato ebraico. In base all’accordo, Tel Aviv dovrà la quantità di assistenza umanitaria consentita nell’enclave palestinese. Israele non ha ancora detto sì e sta ancora negoziando i dettagli. Secondo Haaretz c’è il Qatar dietro la trattativa, coordinata con gli Stati Uniti.
La disperazione di una donna palestinese (Getty Images).
L’Idf: «Trovate armi di Hamas nell’ospedale al-Shifa»
«In un’area specifica dell’ospedale al-Shifa abbiamo visto prove concrete che i terroristi di Hamas hanno utilizzato la struttura come un comando del terrorismo», ha detto il portavoce militare israeliano Daniel Hagari, aggiungendo che l’esercito «pubblicherà queste prove in seguito». L’operazione, ha aggiunto, sta andando avanti «senza attriti» tra le truppe, i pazienti e il personale medico. L’Idf su X ha fatto sapere di aver fornito incubatrici, alimenti per l’infanzia e medicinali all’ospedale.
The IDF’s precise and targeted operation against Hamas in the Shifa Hospital is still ongoing.
We can now confirm that incubators, baby food and medical supplies, provided by the IDF, have successfully reached the hospital.
Netanyahu: «Non c’è posto a Gaza dove non possiamo arrivare»
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito i miliziani di Hamas che «non c’è un posto a Gaza» dove i militari dello Stato ebraico non possano arrivare. militari di Israele: «Ci avevano detto che non avremmo raggiunto le periferie di Gaza City e lo abbiamo fatto. Ci avevano detto che non saremmo entrati nell’ospedale al-Shifa e lo abbiamo fatto».
Prima autocisterna con carburante entrata a Gaza dall’Egitto
La prima autocisterna con carburante è entrata a Gaza dall’Egitto dal 7 ottobre. Lo ha riferito una fonte della Mezzaluna Rossa egiziana all’Ansa. Il carburante è destinato ai camion dell’Unrwa che trasportano gli aiuti: finora i tir dell’organizzazione delle Nazioni Unite per il soccorso dei rifugiati palestinesi erano stati riforniti con quantità limitate di carburante dopo il coordinamento fra le parti. Il capo dell’Unrwa Philippe Lazzarini lancia però l’allarme su X: «Avere carburante solo per i camion non salverà altre vite, entro la fine della giornata circa il 70 per cento della popolazione di Gaza non avrà accesso all’acqua potabile».
Our entire operation is now on the verge of collapse.
By the end of today, around 70 % of the population in #Gaza won’t have access to clean water.
To have fuel for trucks only will not save lives anymore. Waiting longer will cost lives.
Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che «Israele è uno Stato terrorista», mentre «Hamas è un partito politico che ha vinto le elezioni in Palestina». Il presidente della Turchia ha poi aggiunto che a Gaza «è in corso un genocidio», promettendo che Ankara «prenderà iniziative sulla scena internazionale» per fermarlo.
Delfini nel porto di Sebastopoli, beluga e foche nell’Artico. Secondo l’intelligence britannica, la Russia utilizza mammiferi addestrati per difendersi dalle incursioni nemiche. Gli 007 di Londra hanno pubblicato sul profilo Twitter del ministero della Difesa una serie di immagini satellitari in cui si possono osservare numerosi recinti attorno alla base navale di Sebastopoli. «Mosca vi fa ricorso per differenti missioni», hanno scritto i britannici. «Quelli di stanza a Sebastopoli probabilmente servono per contrastare i sommozzatori nemici». Come riporta il Moscow Times, già dagli Anni 60 l’Unione Sovietica utilizzava la base per l’addestramento militare degli animali.
Un esemplare di delfino tursiope, la specie usata a Sebastopoli (Getty Images).
La Russia ha raddoppiato i recinti a Sebastopoli nell’arco di tre mesi
Fra aprile e giugno, la Russia ha intensificato la costruzione di recinti galleggianti per mammiferi nel porto,. Gli 007 ritengono che ospitino principalmente delfini tursiopi, una specie nota per l’elevata capacità cognitiva e la curiosità nei confronti degli esseri umani. Le immagini satellitari mostrano quattro strati di reti e barriere nel porto sul Mar Nero assieme a una serie di fortificazioni. Difficile, come ha sottolineato anche il Moscow Times, stabilire con certezza quali compiti Mosca abbia affidato ai mammiferi marini, ma è probabile che siano stati addestrati ad attaccare i sommozzatori nemici. Già nel 2012 la Marina russa era stata accusata di sviluppare un programma per insegnare ai delfini a colpire con coltelli e pistole posizionati sul capo.
Latest Defence Intelligence update on the situation in Ukraine – 23 June 2023.
Quanto all’Artico, la Russia farebbe affidamento secondo i britannici su beluga e foche, più adatti al clima rigido della zona. Proprio a fine maggio, a largo delle coste svedesi era riapparso il beluga Hvaldimir, già avvistato in Norvegia nel 2019 e sospettato di essere una “spia” di Mosca per via di un’imbracatura per telecamera sul suo corpo. Secondo le autorità scandinave l’esemplare di età compresa fra 13 e 14 anni sarebbe scappato da un recinto e addestrato dalla Marina russa. Dal canto suo, il Cremlino non ha mai fornito una risposta ufficiale, alimentando così le speculazioni.
Vladimir Vladimirovic Putin è sempre stato un arbiter, più che un dominus. Da quando è al Cremlino, le cui molteplici torri sono anche il simbolo di un potere condiviso, VVP ha sempre dovuto bilanciare le spinte dei vari gruppi concorrenti: dagli oligarchi ai siloviki, gli uomini dell’apparato amministrativo, militare e d’intelligence, dai liberali ai battitori più o meno liberi, dagli eredi del decennio yeltsiniano degli Anni 90 ai nuovi rampanti del Terzo millennio. In questo processo di selezione delle élite guidata dall’alto, il ruolo di Putin è stato quello di mantenere un certo equilibrio che però è andato sempre più problematizzandosi accompagnato dall’involuzione autoritaria all’interno e dal peggioramento delle relazioni internazionali. Gli ultimi 10 anni, in sostanza dallo scoppio della crisi ucraina e dall’avvio della guerra nel Donbass nel 2014, il sistema si è irrigidito, ristretto e i meccanismi stabilizzatori hanno mostrato i loro limiti.
Putin con Sergei Shoigu e Valery Gerasimov (Getty Images).
Il cerchio magico di Putin si è ridotto al minimo
L’avvio del conflitto su larga scala nel 2022 ha segnato la cesura definitiva, con il cerchio magico del Cremlino ridotto al minimo, l’emarginazione o i silenziamento delle componenti tecnico-liberali e l’emergere di elementi poco controllabili. Che tradotto significa: Putin si è isolato ancor più, circondato solo da un pugno di fedelissimi, come il segretario del Consiglio di sicurezza Sergei Patrushev e i capi dei servizi, Alexander Bortnikov (Fsb) e Sergei Naryshkin (Svr), a cui si aggiungono, volenti o nolenti, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, quello della Difesa Sergei Shoigu, il generale Valery Gerasimov, i vertici dell’Amministrazione presidenziale, la macchina che muove tutto ciò che il capo di Stato vuole, guidata da Anton Vaino e Sergei Kirienko. Gli oligarchi più in vista o si sono dati alla fuga, come Oleg Tinkoff o Alexander Tchubais, o si sono allineati, come la grande maggioranza, mantenendo un basso profilo, tra vicinanza obbligata al regime e sanzioni occidentali, da Oleg Deripaska ad Alisher Usmanov. I tecnici come il premier Mikhail Mishustin e la governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco e sono rimasti al loro posto; infine il partito della guerra, del quale Ramzan Kadirov e Evgeni Prigozhin sono gli elementi di spicco, si è diviso tra chi obbedisce, il leader ceceno, e chi invece semina zizzania, il capo della compagnia Wagner.
Putin con il leader ceceno Ramzan Kadyrov (Getty Images).
Vertici istituzionali, da Shoigu a Gerasimov, contro l’ala radicale di Prigozhin
In questa costellazione e con la guerra in casa che per il Cremlino e la Russia è diventata esistenziale, il Putin arbiter si è trovato a mediare soprattutto tra le correnti di maggior peso, quelle militari, e quelle più rumorose e ribelli e così lo scontro interno, amplificato dal corso del conflitto, si è cristallizzato tra i vertici istituzionali, da Shoigu a Gerasimov, e l’ala radicale, incarnata da Prigozhin. Quest’ultimo, diventato l’icona sul campo di battaglia del nazionalismo russo e anti-ucraino, ha coltivato negli ultimi 16 mesi di guerra la sua immagine di uomo forte, grazie anche al ruolo, per certi versi essenziale, giocato sul terreno dalla Wagner. Sino ad ora VVP si è mostrato relativamente equidistante: da un lato Shoigu e Gerasimov, al netto di errori e difficoltà, non sono pedine sostituibili facilmente e non si tratta solo di una questione militare, ma politica; dall’altro Prigozhin non ha risparmiato critiche nemmeno al Cremlino, in modi nemmeno velati e dai toni poco oxfordiani, rimanendo comunque un perno di quella che viene chiamata ancora a Mosca ‘operazione speciale’. Putin non può e non vuole nemmeno fare a meno degli uni e degli altri, almeno per adesso, proprio perché paradossalmente pur minando da vari punti la stabilità del sistema, ne sono in qualche modo anche le travi portanti e togliendone una verrebbe meno quel contrappeso che concede al Cremlino di decidere sugli equilibri interni. Fino quando il conflitto non avrà preso per Mosca una piega chiara sarà difficile vedere cambiamenti nei gangli decisivi, poi le cose cambieranno.
Un vasto incendio sta tenendo sotto scacco il 5/0 arrondissement di Parigi, proprio al centro della capitale francese e a poca distanza dal quartiere latino. Probabilmente è stata una fuga di gas a provocare l’esplosione che ha portato anche al crollo di un palazzo. Sul posto si sono immediatamente recati i soccorsi, vigili del fuoco e ambulanze, oltre alla sindaca Anne Hidalgo, che segue gli sviluppi in diretta. Secondo le prime notizie diffuse dalla tv Bfm, ci sarebbero diverse persone bloccate sotto le macerie e alcuni feriti gravi. La coltre di fumo nero è visibile da tutta la città e il quartiere è stato completamente isolato.
Pompieri, polizia e ambulanze sul posto per domare le fiamme e soccorrere i feriti (Getty).
Una testimone: «C’era forte odore di gas»
I vigili del fuoco di Parigi hanno chiuso la rue Saint-Jacques, strada che parte della Sorbona, e impediscono l’accesso a chiunque in attesa di isolare le fiamme. L’edificio principale è crollato non appena le fiamme hanno avvolto l’intera facciata. Una giovane ha raccontato a Bfm Tv di aver avvertito, negli attimi che hanno preceduto l’incendio, «un forte odore di gas» in tutta la zona. Poi l’esplosione: «Non ho mai sentito niente di più forte». Il palazzo ospitava la sede della Paris American Academy, una scuola d’arte americana. Non è chiaro quante persone ci fossero al suo interno.
#Explosion in #Paris. Shook my entire apartment. I hope all inside are okay, police and fireman showed up soon afterwards. Media has my permission to use if desired. pic.twitter.com/DD2Mhl9Zzf
La sindaca Anne Hidalgo ha parlato con i vertici della prefettura di Parigi, che ha poi diramato un primo bilancio dei feriti. Ci sono attualmente 16 persone coinvolte, sette delle quali hanno riportato ferite molto gravi e versano in condizioni critiche. Le autorità affermano che «al momento nessuna causa dell’esplosione è accertata», sebbene per i media quella della fuga di gas sia l’ipotesi più accreditata. A confermare quest’idea ci sono sia i racconti dei testimoni sia la conferma di alcuni lavori alla rete del gas effettuati in strada nei giorni scorsi.
Tra i fedelissimi che hanno sostenuto Putin fin dalla sua ascesa ci sono sicuramente i fratelli Boris e Arkady Rotenberg, partner chiave del Cremlino: alle loro società sono stati affidati nel corso degli anni i progetti più ambiziosi, tra cui i lavori per i Giochi Olimpici invernali di Sochi. Oggetto di sanzioni occidentali dal 2014, i Rotenberg sono riusciti però a “salvare” yacht, palazzi, aerei e altri beni di lusso e oggi, a distanza di quasi un decennio, hanno un patrimonio stimato intorno ai 5 miliardi di dollari. Come hanno fatto? Lo rivelano i Rotenberg Files, un’inchiesta dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp) organizzazione giornalistica non-profit, basata sulla fuga di oltre 50 mila email e documenti dalla società russa Evocorp.
Vladimir Putin (Imagoeconomica).
Maxim Viktorov, la figura chiave che ha aiutato i fratelli Rotenberg
Figura chiave dello schema che ha permesso ai due oligarchi di occultare i loro beni è l’uomo d’affari moscovita Maxim Viktorov, il quale tramite il suo studio legale li ha aiutati a dribblare le sanzioni. Grazie a Viktorov, per esempio, i due hanno mantenuto a lungo la loro partecipazione nella Helsinki Halli, arena polivalente finlandese che ospita concerti, partite di hockey e altri eventi sportivi, tramite il trasferimento delle quote al figlio di Boris, Roman. Il bene è stato congelato solo nel 2022, quando anche Roman è stato raggiunto dalle sanzioni occidentali. Nel 2016, riporta il dossier, Viktorov aveva aiutato i Rotenberg quando una parte del loro impero finanziario era finito sotto la lente d’ingrandimento delle autorità di regolamentazione delle Isole Vergini Britanniche. Ma chi è Maxim Viktorov? Oggi 50enne, poco prima del collasso dell’Urss lavorò come impiegato del dipartimento investigativo dell’ufficio del procuratore generale per passare poi al Kgb. In seguito ha iniziato a fornire servizi legali a imprenditori e funzionari. Nel 2012, è diventato consigliere dell’ex ministro della Difesa Anatoly Serdyukov. Successivamente assieme al medico Mikhail Kovalchuk, fratello del “banchiere di Putin” Yury, ha fondato l’Associazione russa per il progresso della scienza, a cui si è poi unita Maria Vorontsova, figlia maggiore del presidente. Collezionista di violini, nel 2005 Viktorov a un’asta di Sotheby’s, ne ha acquistato uno realizzato dal maestro italiano Carlo Bergonzi, precedentemente appartenuto a Niccolò Paganini, per 1,1 milioni di dollari.
Lo chalet in Austria comprato dalla figlia di Putin con un prestito segreto
Studiando i file del dossier, i giornalisti dell’Occrp hanno scoperto poi che, grazie a un prestito segreto da parte dei Rotenberg (Arkady in particolare), Vorontsova sarebbe entrata in possesso di un lussuoso chalet a Kitzbühel, località sciistica austriaca. Come hanno spiegato i residenti, la primogenita dello zar è stata avvistata più volte in città assieme all’ex marito, l’olandese Jorrit Faassen. Sulla carta, a detenere la proprietà dell’immobile è la società cipriota Wayblue Investments, che l’ha acquistata nel 2013 per 10,8 milioni di euro. La Wayblue dal 2015 appartiene a Velidom Ltd. Purtroppo non è dato sapere, spiegano i giornalisti, a chi faccia riferimento quest’ultima società.
Il centro di Kitzbuhel, in Austria (Getty Images).
Tuttavia, è emerso che la cipriota Olpon Investments, controllata da Arkady Rotenberg, all’inizio del 2013 ha accettato di affidare 11,5 milioni di euro alla banca lettone SMP – all’epoca di proprietà dei Rotenberg che ha investito il denaro nella neonata Wayblue. A metà del 2014, i Rotenberg hanno venduto la banca che, ribattezzata Meridian Trade Bank, due anni dopo ha trasferito il prestito all’estone Cresco Securities. Wayblue non ha rimborsato il capitale del prestito. Secondo Tom Keating, direttore del Centre for Financial Crime and Security Studies con sede a Londra, il piano contorto per l’acquisto dello chalet in Austria è «tipico» degli affari che coinvolgono le persone vicine alla famiglia di Putin.
L’acquisto di un terreno nei Paesi Bassi ha invece lasciato una traccia cartacea
Se l’acquisizione dello chalet è stata nascosta, un’altra operazione nei Paesi Bassi ha lasciato una traccia cartacea che ha condotto a Faassen. Sempre nel 2013 la società cipriota Gietrin Investments fondò la società olandese Molenkade Ontwikkeling e acquistò un terreno nella periferia di Amsterdam. I veri proprietari della Gietrin Investments sono sconosciuti, ma sono emersi legami con Wayblue Investments a cui ha prestato 750 mila euro, così come con SMP Bank. Il direttore di Molenkade era il marito della cugina di Faassen che poi ha assunto in prima persona la guida della società nel 2019. A settembre di quell’anno, dopo la fine del matrimonio con Vorontsova, l’uomo d’affari ha venduto a sé stesso il terreno, per poi chiudere l’azienda. A maggio 2023, l’ufficio del procuratore olandese ha confiscato l’appezzamento di terra.
Boris Rotenberg (Getty Images).
Il ruolo di Marina e Karina, le compagne dei Rotenberg
Nei documenti trapelati, i giornalisti hanno trovato numerosi altri beni di valore di proprietà di società o persone associate ai Rotenberg, a lungo nascosti grazie alle “magie” di Viktorov e soci. Oltre alla villa in Austria, ci sono due appartamenti nel centro di Riga, una villa in un resort spagnolo alla periferia di Valencia (acquistata per quasi 9 milioni di euro), un aereo Bombardier (valore 42 milioni), una villa sulla Costa Azzurra (4,25 milioni), un appartamento a Monte Carlo, un club ippico e altre residenze sparse per la Francia per un valore di quasi 16 milioni di euro. Molte di queste proprietà appartengono a una cittadina lettone di 36 anni, Maria Borodunova, che in alcuni documenti appare come Maria Rotenberg: si tratta della compagna di Arkady. Altre sono intestate a Karina, consorte di Boris, presidente della Federazione equestre di Mosca. Dai documenti trapelati è emerso che Karina, così come almeno due dei suoi tre figli, ha la cittadinanza statunitense e che questo, in diversi casi, ha permesso al marito di eludere le sanzioni.
In California, durante un discorso fatto a braccio nel corso di un evento per la raccolta di fondi elettorali, il presidente americano Joe Biden è tornato sul caso dei palloni-spia definendo «dittatore» il suo omologo cinese Xi Jinping. Le parole dell’inquilino della Casa Bianca rischiano di cancellare i «progressi» confermati dal capo della diplomazia a stelle e strisce Anthony Blinken che, primo segretario di Stato a visitare la Cina in cinque anni, sta cercando di allentare le tensioni tra i due Paesi.
«Non sapeva che il pallone-spia fosse lì, è una cosa che suscita imbarazzo nei dittatori»
«Il motivo per cui Xi Jinping si è molto arrabbiato quando ho abbattuto quel pallone pieno di equipaggiamento per spionaggio perché non sapeva che fosse lì», ha detto Biden riferendosi all’incidente di febbraio. «Era andato fuori rotta. È stato portato fuori rotta attraverso l’Alaska e poi giù attraverso gli Stati Uniti e lui non lo sapeva. Quando è stato abbattuto era molto imbarazzato e ha negato che fosse anche lì. È una di quelle cose che suscita grande imbarazzo nei dittatori». E poi: «Ora siamo in una situazione in cui vuole avere di nuovo una relazione. Blinken è appena andato là. Ha fatto un buon lavoro e ci vorrà del tempo».
L’incontro tra Antony Blinken e Xi Jinping (Getty Images).
La risposta di Pechino: «Le parole di Biden violano la dignità politica della Cina»
La risposta di Pechino non si è fatta attendere: la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning, nel corso del briefing quotidiano, ha detto che le parole di Biden sono «assurde e irresponsabili» e che violano la «dignità politica della Cina». La Repubblica Popolare, ha aggiunto, esprime «disappunto e forte disapprovazione». Le parole di Biden sono arrivate a stretto giro dalla visita di Blinken a Pechino: nella capitale cinese il segretario di Stato Usa ha anche incontrato il presidente Xi.
Blinken in Cina, gli accordi raggiunti su cinque fronti dai due Paesi
Al termine della visita di Blinken a Pechino Yang Tao, direttore generale del Dipartimento per gli Affari nordamericani e dell’Oceania del ministero degli Esteri cinese, ha dichiarato che Cina e Stati Uniti hanno raggiunto accordi su cinque fronti. In primo luogo i due Paesi attueranno le intese comuni raggiunte dai presidenti Xi e Biden a Bali nell’incontro a margine del G20 di novembre 2022, al fine di «gestire efficacemente le divergenze e di promuovere il dialogo, gli scambi e la cooperazione». Cina e Usa hanno poi concordato di mantenere interazioni «di alto livello». Al terzo punto Yang ha riferito che c’è l’impegno a continuare a portare avanti le consultazioni «sui principi guida delle relazioni bilaterali»: Al quarto, invece, che le parti continueranno a portare avanti le consultazioni attraverso il gruppo di lavoro congiunto per affrontare questioni specifiche nelle relazioni. Infine, Cina e Usa hanno concordato di incoraggiare più scambi interpersonali ed educativi, con discussioni positive sull’ipotesi di aumentare i voli passeggeri tra i due Paesi, per favorire più visite reciproche di studenti, accademici e uomini d’affari.
L’intervento di Biden al National Safer Communities Summit (Getty Images).
Biden e quel «God save the Queen» diventato virale sui social
Le parole di Biden hanno provocato un certo imbarazzo negli Stati Uniti. Ed è la seconda volta che accade nel giro di pochi giorni. Sabato 17 giugno il presidente Usa aveva chiuso il suo intervento al National Safer Communities Summit in Connecticut, dopo aver parlato per una trentina di minuti chiedendo leggi più severe sul controllo delle armi, con la frase «Alright? God save the Queen, man», forse “scambiandola” con il «God bless America» spesso usato dai presidenti Usa per congedarsi. Ovviamente, la gaffe di Biden è diventata virale sui social.
President Biden ends gun control speech in Connecticut by saying ‘God save the Queen, man.’pic.twitter.com/3jdKqarg9m
— The Spectator Index (@spectatorindex) June 16, 2023
Hunter Biden, secondogenito del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, ha raggiunto un accordo per patteggiare con il Dipartimento di Giustizia e si dichiarerà colpevole di reati fiscali. A riferirlo è il Washington Post, che spiega come il 53enne abbia depositato, tramite i propri legali, una lettera presso il tribunale distrettuale degli Stati Uniti nel Delaware. Hunter Biden è stato accusato di non aver pagato l’imposta federale sul reddito, ma in base all’accordo raggiunto si dichiarerà colpevole anche per un altro reato, il possesso illegale di un’arma da fuoco in quanto tossicodipendente.
L’abbraccio tra i componenti della famiglia Biden (Getty).
Hunter Biden evita il processo e il carcere
Adesso toccherà a un giudice federale approvare il patteggiamento, che permetterà al figlio di Joe Biden di evitare il carcere, oltre a un processo che avrebbe causato non pochi grattacapi al presidente degli Stati Uniti, in vista delle elezioni del 2024. L’indagine è stata aperta nel 2018 e riguardava sia una dichiarazione dei redditi incompleta sia una sovrastima di alcune spese, reati ammessi ora dallo stesso Hunter Biden e che riguardano una cifra complessiva di circa 1,2 milioni di dollari. Per la difesa, vista la condizione di tossicodipendente in fase di recupero e i reati considerati minori, l’indagine sarebbe stata archiviata se non fosse stato il figlio del presidente.
L’ammissione di Hunter Biden: «Sono un alcolista e un drogato»
Hunter Biden lotta ormai da tempo con la dipendenza da alcol e droga. Nella biografia Beautiful Things, pubblicata nel 2021, ha ampiamente parlato della sua condizione e ha ammesso: «Sono anche un alcolista e un drogato. Ho comprato crack sulle strade di Washington Dc e cucinato la mia in un bungalow di un hotel a Los Angeles». Scritta durante la campagna presidenziale di Donald Trump, la biografia è servita anche per attaccare l’ex presidente: «Trump credeva di potere distruggere me e di conseguenza mio padre».
In una foto del 2010, Barak Obama, Joe Biden e Hunter Biden (Getty).
«La minaccia della Russia di utilizzare armi nucleari è reale». Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti Joe Biden in un incontro con un gruppo di donatori a Palo Alto, in California, il 19 giugno. Soltanto due giorni prima, il 17 giugno, come ha ricordato Reuters aveva definito «irresponsabile» il dispiegamento di armi tattiche in Bielorussia da parte di Mosca. «Quando venni qui due anni fa e dissi che ero preoccupato per il prosciugamento del fiume Colorado, tutti mi guardarono come se fossi pazzo», ha sottolineato Biden. «Stavolta è lo stesso».
In Bielorussia armi nucleari tre volte più potenti di quelle del 1945
Intanto, come sottolineano i media internazionali, Minsk dal 14 giugno sta ricevendo missili e bombe russi. Il presidente Alexander Lukashenko ha informato dell’arrivo di armi tre volte più potenti delle atomiche utilizzate a Hiroshima e Nagasaki. Il dispiegamento, secondo Reuters, rappresenta la prima mossa di Mosca al di fuori del territorio nazionale dalla caduta dell’Unione sovietica. Il dittatore bielorusso ha anche fornito ulteriori dettagli in un’intervista al canale televisivo di stato russo Russiya-1. «Non avremmo alcun dubbio nell’usare le armi nucleari come strumento di difesa», ha precisato Lukashenko, sottolineando come avesse convinto Putin a schierarle.
Vladimir Putin incontra Alexander Lukashenko a Sochi il 9 giugno (Getty).
Già nel mese di maggio, in occasione dell’annuncio di Vladimir Putin, la Russia aveva risposto alle accuse occidentali ricordando come gli Usa per decenni avessero schierato armamenti nucleari in Europa. Per quanto Biden parli di minaccia reale, secondo Reuters per ora l’eventualità che l’esercito russo usi armi atomiche è remota. Proseguono invece gli attacchi russi con droni kamikaze in varie città dell’Ucraina. Nella notte, attorno allo spazio aereo di Kyiv i militari hanno intercettato e distrutto una ventina di velivoli. Esplosioni anche negli oblast di Chersaky, Vinnitsa e Khmelnytskyi. Le incursioni sono proseguite per circa tre ore, ma non si riportano al momento danni ingenti o feriti.
Jair Bolsonaro, ex presidente del Brasile, scivola ancora una volta sul Covid. Sabato 17 giugno a Jundai, nello Stato di San Paolo, Bolsonaro è tornato a parlare dei vaccini mRna e in tono perentorio ha affermato che al loro interno è contenuto del grafene. Una frase smentita poche ore più tardi sul proprio profilo Facebook. L’ex presidente ha affermato, secondo quanto riporta il quotidiano Uol: «In essi (nei vaccini, ndr) è presente ossido di grafene, ok? Dove si accumula? Nei testicoli e nelle ovaie». 24 ore più tardi è arrivato il dietrofront: «Ho sbagliato».
Jair Bolsonaro in Florida nel febbraio 2023 (Getty).
Bolsonaro: «Mi pento di ciò che ho detto»
Jair Bolsonaro si è corretto e ha chiesto scusa su Facebook. «C’è stato un errore da parte mia», ha dichiarato, «ho inavvertitamente collegato la sostanza al vaccino, fatto smentito ad agosto 2021. Ancora una volta mi dispiace per quello che ho detto e mi scuso». Durante il discorso del 17 giugno aveva sottolineato di aver anche letto il foglietto illustrativo redatto da Pfizer, una delle case farmaceutiche produttrici del vaccino mRna. Quasi 3 mila i commenti ricevuti al post di scuse, tra chi lo accusa di aver diffuso l’ennesima notizia falsa e chi, invece, lo giustifica e gli dimostra il proprio sostegno.
Bolsonaro sarà processato per fake news sul voto elettronico
Per i media brasiliani la notizia ha una doppia valenza. Bolsonaro è scivolato su una fake news a pochi giorni dalla decisione del Tribunale supremo elettorale, il Tse di Brasilia, secondo cui nell’ottobre scorso, dopo la sconfitta contro l’attuale presidente Luiz Inacio Lula, ha diffuso notizie infondate sul malfunzionamento del voto elettronico. Dopo la diffusione dei presunti malfunzionamenti si erano scatenate molte proteste in tutto il Brasile, con tanto di intervento della polizia. Il processo inizierà il 22 giugno 2023 e Bolsonaro rischia fino a otto anni di inibizione dai pubblici uffici.
Bolsonaro saluta la folla che lo acclama dopo le elezioni nell’ottobre 2022 (Getty).
L’Ucraina, le origini dell’antiamericanismo e la miopia sui piani di MoscaC’è chi spiega la guerra in Ucraina, dopo un breve cenno all’aggressione russa, anche come il frutto avvelenato della Nato e di Wall Street. Sarebbe meglio usare con più dimestichezza la Storia. Si scoprirebbe tra l’altro che l’antiamericanismo degli europei occidentali precede di gran lunga Nato e Wall Street ed è vecchio almeno di due secoli, e in realtà più vecchio ancora. È diverso da quello degli europei orientali che avendo sempre avuto il problema russo sono in genere meno anti-americani. È un sentimento diffuso e non di rado profondo, e fa il paio con l’antico ma persistente antieuropeismo di molti americani, basato una volta sul principio che l’Europa fosse tiranna, altezzosa con i suoi nobili, antidemocratica, papalina, oppure folle con gli eccessi rivoluzionari, mentre oggi ci guarda da tempo come terra déclassée, decaduta, ricca ma imbelle.
Le origini dell’antiamericanismo europeo: da Hegel al nazifascismo fino ai timori britannici
Per l’antiamericanismo si può risalire come data di nascita, con approssimazione, agli Anni 20 dell’800, quando Georg W.H. Hegel elaborava a Berlino le sue Lezioni sulla filosofia della Storia, da cui emergeva tra l’altro un’immagine degli Stati Uniti destinati a un notevole ma imprecisato futuro, afflitti nel frattempo da un sistema sociopolitico e culturale “immaturo” e “caotico”, oltre che da una dominante ignoranza avendo rotto molti ponti con quel fulcro di civiltà che era l’Europa. Molti europei ripeteranno tutto ciò per l’intero l’800, anche dopo la Prima Guerra mondiale e il passaggio da Londra a New York della capitale finanziaria del globo, e lo ribadiranno con insistenza ancora fino agli Anni 40, con la lettura sdegnosa che nazismo e fascismo, e non solo, avevano della “inferiore” realtà americana, asserita personalmente da Mussolini in varie occasioni e imposta all’informazione e alla letteratura nostrane. Una parte del mondo cattolico, Giuseppe Dossetti in testa, era sulla stessa linea dal 1945 in poi. E non va dimenticato il profondo antiamericanismo che ha sempre contraddistinto parte notevole della cultura francese, basti pensare a un esperto di cose americane come André Siegfried (1875-1959) che tanto ha contribuito alla lettura critica degli Usa, a vari italiani per lo più modesti conoscitori dell’altra sponda, e a molti altri. Per non parlare degli inglesi, che da fine 800 temevano il sorpasso americano, e che si interrogavano ansiosi su quando sarebbe avvenuto (sir Edward Hamilton, Segretario generale del Tesoro, nel 1906, quando il sorpasso economico era da tempo concluso), o che scoppiavano in lacrime in pubblico (sir Edward Holden, presidente della London City and Midland Bank, nel 1916) di fronte all’inaudito e insostenibile attacco della finanza americana ormai più forte di Lombard Street. Il tutto veniva sintetizzato nel 1944-45 dagli inglesi che così commentavano la problematica presenza delle truppe americane pronte a passare oltremanica a combattere Hitler: overfed, oversexed, and over here, troppo nutriti, con troppe donne, e purtroppo qui. Insomma, tra Europa e Stati Uniti non è mai stata una semplice storia d’amore.
Adolf Hitler e Benito Mussolini (Getty Images).
Le due visioni del futuro ordine mondiale e la scelta dell’Europa occidentale di accettare l’ombrello Nato e Usa
In più si era aggiunta, nel 1917-1918 una duplice e fortemente antagonistica visione del futuro mondiale a partire da quello dell’Europa: da parte russo-sovietica l’appello della rivoluzione bolscevica universale, la Germania postbellica prima candidata auspicata; da parte americana i 14 punti del presidente Woodrow Wilson, studiati per creare in particolare in Europa un sistema collettivo di pace capace di superare le guerre del passato e impedire il declino totale del continente. Il Congresso americano alla fine negò con l’isolazionisimo la partecipazione americana al sistema (Società delle Nazioni), Wall Street però condusse molto attivamente la sua diplomazia finanziaria con l’Europa, ormai legata ai capitali americani dopo il suicidio del 1914-1918. E nel 1942 l’America tornò per raccogliere, con varie titubanze, i cocci di quella che era stata l’Europa. L’idea di un massiccio impegno postbellico in Europa richiese un anno e mezzo per maturare, da fine 1945 ai primi del 1947. Gli Stati Uniti lo fecero nel proprio interesse, per non avere una potenza ostile dominante sull’altro lato dell’Atlantico, come già avevano fatto nel 1917 entrando nel primo conflitto mondiale, contro la Germania. Ora si trattava di fronteggiare la Russia, dall’agosto 1949 potenza atomica. L’Europa occidentale accettava che la sua difesa fosse garantita, come deterrente, dagli ordigni atomici americani, oltre che dalle truppe Nato. La maggioranza degli europei ha dimostrato con il voto, per vari decenni, di accettare questo assetto. Dura da 74 anni, un tempo troppo lungo. Il caso ucraino lo ha reimposto all’attenzione senza che appaiano sul fronte dell’Europa le capacità di trarne tutte le conseguenze, e cioè una vera unione strategica e militare dei Paesi ue, in ambito Nato o parzialmente Nato all’inizio, e fino a quando l’Alleanza esisterà. Ma più Europa. Richiederebbe coraggio e lungimiranza, merci rare in un’Unione il cui Paese leader, la Germania, aveva affidato il proprio futuro energetico a due gasdotti via Baltico che partono (o partivano) dalla Russia. Decisione logica quanto a geografia ed economia, sbagliata quanto a politica e strategia, perché la Russia non è quello che ci piacerebbe fosse.
Woodrow Wilson e il suo Gabinetto (Getty Images).
Il dito puntato contro gli Usa che danneggiano l’Europa e la miopia su ciò che Mosca vuole davvero
Non è più possibile, da 30 anni, reclamare l’esistenza di un campo della pace, quello sovietico-russo, contro il campo della guerra, quello dei capitalisti cioè Washington e dei loro accoliti. Quel campo della pace non è mai esistito, come Ucraina conferma e come alcuni illuminati giudizi sulla neonata Urss – uno del futuro ministro degli Esteri di Weimar Walther Rathenau nel 1919, e l’altro della rivoluzionaria Rosa Luxembourg a fine 1918 – già spiegavano chiaramente. Tuttavia, sono in molti ancora oggi ad avere qualche riflesso condizionato. Anche in Italia qualche analista e commentatore di indubbia qualità si abbandona ad analisi dalle quali filtra chiaramente l’idea che a danneggiare l’Europa sono gli Stati Uniti, attenti ai propri interessi e non ai nostri. È vero, sarebbe strano il contrario, occorre vedere però fino a che punto i due interessi sono più o meno paralleli, e quando divergono, com’è naturale fra due aree geografiche così lontane e con interessi commerciali spesso concorrenti, nonostante una integrazione economica via commerci e investimenti incrociati senza confronti al mondo. Lo stesso commentatore sostiene che ormai l’Ucraina è vista diversamente da Washington perché l’obiettivo americano, la fine dei gasdotti Russia-Germania, è stato raggiunto. Non una parola sulla saggezza o meno di quel legame via Baltico, alla luce dei fatti, e sul fatto se sia un male o un bene avervi posto per ora fine. E non una parola su che cosa vuole Mosca, oltre al Donbass.
Vladimir Putin (Getty Images).
I piani segreti di Stalin per la Russia e il Vecchio continente non si discostano molto da quelli di Putin
Fino all’apertura degli archivi ex sovietici, negli Anni 90, mancava un capitolo alla storia della strategia dell’Urss per l’Europa dal 1939 in poi, quello dei documenti segreti, che spiegano ciò che Mosca voleva con Stalin. Più o meno ciò che, partendo da una posizione ben più svantaggiata poiché ha perso la Guerra fredda, vuole con Putin. Adesso almeno in parte (gli archivi non sono più da tempo facilmente accessibili) conosciamo di più e sarebbe utile la lettura ad esempio di un saggio storico di 25 pagine reperibile via Google digitando: “Vladimir O. Pechatnov, The Big Three After World War II. New Documents… Wilson Center 1995″. Dice in sostanza che Mosca pensava di emergere dal conflitto come unica potenza militare di terra in Europa, e di avere quindi, direttamente dove arrivava l’Armata Rossa, indirettamente altrove, il controllo dell’Europa occidentale, Gran Bretagna esclusa. Da altre fonti emerge la volontà di impedire qualsiasi alleanza fra due o più Paesi europei, e tantomeno un organismo multilaterale a crescente integrazione come è oggi l’Unione europea, da sempre vista con sospetto e ostilità e ritenuta ufficialmente come la Nato uno strumento della Guerra fredda. Pochi ricordano queste posizioni, e pochi in Occidente, a partire dai tedeschi e da molti italiani, sono disposti ad ascoltare che opinioni hanno gli europei dell’Est, i baltici e gli scandinavi, convinti a grande maggioranza che l’Ucraina è solo una prima mossa per vedere se l’Occidente tiene.
Stalin (Getty Images).
L’Ue e l’intera Europa non possono sperare in eterno nella copertura Usa
Finora ha tenuto, anche se gli uccelli di malaugurio abbondano. Il tempo però dice che l’Unione europea, e l’intera Europa, non possono sperare in eterno sulla copertura strategica americana, e non possono aspettare in eterno che la Russia diventi un Paese democratico dove sia l’opinione pubblica, alla fine, attraverso libere elezioni a decidere che politica estera seguire. Se da noi molti sono stanchi dell’America, forse da sempre, molti americani applicano da tempo all’intera Europa ciò che nel 1962 l’ex Segretario di Stato Dean Acheson disse della Gran Bretagna: «Ha perso un Impero e non ha ancora ritrovato un ruolo». Joe Biden è un vecchio democratico in politica da oltre mezzo secolo e allievo diretto degli uomini che fecero il Piano Marshall e la Nato e spinsero per l’Unione europea, e si è sempre occupato di Europa. Un’altra dirigenza americana, si è visto con Donald Trump, potrebbe pensarla diversamente. Sarebbe molto miope per Washington non cercare di avere amica l’altra sponda, ma nessuno può escluderlo. Quanto all’antiamericanismo, all’antipatia per l’America, chi ce l’ha dovrebbe cercare di non confonderla con gli interessi dell’Italia e dell’Europa, e farne buon uso. In fondo era un grande amico dell’America, Alexis de Tocqueville, che già nel 1835 osservava come «gli americani trattando con gli stranieri sembrano infastiditi dalla più piccola critica e insaziabili di elogi. Insistono per averli. E se non ottengono soddisfazione, alla fine si elogiano da soli». E aggiungeva: «Si direbbe che, dubbiosi circa i propri meriti, amino vederli costantemente esibiti di fronte ai propri occhi».
Nuova puntata dello scontro a distanza tra Stati Uniti e Pechino. L'ipotesi dell'Fbi : un team di hacker al lavoro per sottrarre i risultati dei ricercatori americani.
Nuova puntata della guerra a distanza tra Stati Uniti e Cina sullo sfondo del contrasto al coronavirus. Ora gli Usa hanno accusato Pechino di voler rubare loro il vaccino contro il Covid-19. Secondo quanto riporta il New York Times l’Fbi avrebbe già lanciato l’allarme: in sostanza, la Cina, attraverso i suoi hacker e la sua rete di spionaggio, starebbe lavorando per tentare di sottrarre ai ricercatori americani le scoperte sul fronte del vaccino e dei trattamenti per combatter il virus. Lo stesso Fbi e il Dipartimento Usa alla sicurezza nazionale si apprestano a emanare un ‘public warning’ per mettere tutti in guardia dall’offensiva di Pechino.
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Gli studenti sarebbero dovuti rientrare in classe il 13 maggio. Si temono nuovi focolai legati alla vita notturna nei locali di Itaewon, a Seul.
Non solo in Cina, anche in Corea del Sud torna la paura. Nel Paese si sono registrati 35 nuovi casi di coronavirus, il livello più alto dal 9 aprile, con le infezioni collegate alla vita notturna dei locali di Itaewon, a Seul, salite a 79.
«Alle 8:00 di questa mattina, sei ulteriori persone sono risultate positive al Covid-19, portando il totale dei pazienti legati a Itaewon a 79», ha affermato Yoon Tae-ho, funzionario del Central Disaster and Safety Countermeasures Headquarter, rimarcando i rischi di una ripresa dei focolai. I contagi accertati su scala nazionale sono saliti a 10.909.
Per questo Seul ha rinviato di una settimana la riapertura delle scuole inizialmente prevista per mercoledì 13 maggio.
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