Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace, è stata portata due volte in ospedale dopo l’arresto del 12 dicembre scorso. Lo ha raccontato su X la Fondazione Narges, dopo aver sentito telefonicamente la famiglia della donna. Sul profilo si legge che l’iraniana «Narges ha detto che l’intensità dei colpi era così forte e violenta che è stata portata al pronto soccorso due volte. Le sue condizioni fisiche al momento della chiamata non erano buone». Già nel giorno dell’arresto la fondazione aveva lanciato un appello temendo per l’incolumità della premio Nobel. Mohammadi è stata arrestata il 12 dicembre nella città nord-orientale di Mashhad durante la cerimonia di lutto dell’avvocato Khosrow Alikordi. Oltre alla 53enne sono state arrestate anche Sepideh Gholian, Hasti Amiri, Pouran Nazemi e Alieh Motalebzadeh.
BREAKING NEWS: Narges Mohammadi has been Violently Arrested at Khosrow Alikordi's Memorial
The Narges Foundation has received credible information that Narges Mohammadi was violently detained by security and police forces during the seventh-day memorial ceremony for Khosrow…
Donald Trump interviene sull‘uccisione del regista e produttore Rob Reiner, trovato morto nella sua abitazione a Brentwood, Los Angeles, insieme alla moglie Michele. Sul caso sono ancora in corso le indagini, ma i primi rilievi suggeriscono che la coppia sia stata accoltellata a morte. Secondo Tmz sarebbe stato fermato e interrogato Nick, figlio di lui. «Ieri sera è successa una cosa molto triste a Hollywood», ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. Poi le parole choc: «Rob Reiner, un regista e attore comico tormentato e in difficoltà, ma un tempo molto talentuoso, è morto insieme alla moglie Michelle, secondo quanto riferito a causa della rabbia che ha provocato negli altri con la sua grave, irriducibile e incurabile malattia mentale nota come Trump derangement syndrome, talvolta indicata con l’acronimo Tds».
Da Truth.
Reiner era da tempo in prima fila nell’opposizione a Trump
E ancora: «Era noto per aver fatto impazzire le persone con la sua rabbiosa ossessione per il presidente Donald J. Trump, con la sua evidente paranoia che ha raggiunto nuovi livelli quando l’amministrazione Trump ha superato tutti gli obiettivi e le aspettative di grandezza, e con l’età dell’oro dell’America alle porte, forse come mai prima d’ora. Che Rob e Michelle riposino in pace». Reiner, che tra i tanti successi ha diretto la commedia Harry ti presento Sally, era da tempo in prima fila nell’opposizione al tycoon.
I colloqui tra le delegazioni di Stati Uniti e Ucraina a Berlino, ripresi questa mattina alle 11 dopo essere durati cinque ore domenica 14 dicembre, si sono conclusi attorno alle 13:30. «Negli ultimi due giorni i negoziati sono stati costruttivi e produttivi, con progressi concreti. Speriamo di raggiungere un accordo che ci avvicini alla pace entro la fine della giornata. Al momento sui media circolano molte voci e speculazioni anonime. Vi preghiamo di non cadere vittime di voci e provocazioni», ha scritto su X Rustem Umerov, capo della delegazione negoziale ucraina e segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale. E poi: «Il team americano guidato da Steve Witkoff e Jared Kushner sta lavorando in modo estremamente costruttivo per aiutare l’Ucraina a trovare una strada verso un accordo di pace duraturo. Siamo enormemente grato al presidente Trump e al suo team per tutti gli sforzi che stanno compiendo».
Over the past two days, Ukrainian-US negotiations have been constructive and productive, with real progress achieved. We hope we will reach an agreement that will bring us closer to peace by the end of the day. There is a lot of noise and anonymous speculation in the media right…
Witkoff e Kushner (genero di Trump) sono stati invitati ai colloqui di questa sera tra Volodymyr Zelensky e alcuni leader europei, tra cui Giorgia Meloni.
Il Segretario generale delle Nazioni UniteAntonio Guterres ha nominato Barham Ahmed Salih prossimo Alto Commissario dell’UNCHR, l’organismo Onu per i Rifugiati. Il mandato alla guida dell’Alto Commissariato sarà quinquennale e inizierà ufficialmente il primo gennaio 2026. Salih succederà a Filippo Grandi, attuale commissario fino a fine anno. Originario del Kurdistan iracheno, il nuovo Alto Commissario sarà il primo rappresentante del Medio Oriente a guidare l’UNHCR.
Chi è il nuovo Alto Commissario dell’UNHCR
Bahram Ahmed Salih, ex presidente dell’Iraq, ha superato la concorrenza di numerosi profili internazionali di grande esperienza, tra cui esponenti di Germania, Svizzera, Svezia e Turchia. La sua carriera politica è iniziata nel 1976 con l’ingresso nell’Unione patriottica del Kurdistan, ma è dal 2003 che ha iniziato ad avere ruoli ministeriali. È stato ministro della Pianificazione, vice primo ministro e primo ministro della regione curda. Dal 2018 al 2022 è stato presidente dell’Iraq. Ora sarà lui a guidare l’Alto Commissariato dell’UNHCR.
José Antonio Kast è il nuovo presidente del Cile. Avvocato di 59 anni, leader del Partito repubblicano, ha vinto il ballottaggio contro Jeannette Jara con circa il 58 per cento dei voti, segnando una svolta netta a destra dopo il mandato del presidente uscente Gabriel Boric. È la prima volta dalla fine della dittatura di Augusto Pinochet, nel 1990, che il Paese elegge un capo dello Stato di estrema destra.
La linea politica di José Antonio Kast
Un sostenitore di Kast (Ansa).
La sua vittoria arriva al termine di una campagna centrata quasi esclusivamente su sicurezza e immigrazione. Kast ha promesso una linea dura contro la criminalità, indicando l’aumento degli omicidi e la presenza di reti criminali internazionali come le principali minacce alla stabilità del Paese. Sul fronte migratorio ricalca la linea di Trump: ha annunciato deportazioni di massa degli immigrati irregolari – oltre 300 mila secondo le stime ufficiali, in gran parte venezuelani – e la costruzione di un muro lungo il confine settentrionale. Sul piano politico, Kast rappresenta una rottura con il progetto progressista che aveva portato Boric al potere dopo le proteste sociali del 2019. Ultraconservatore sui diritti civili, è contrario all’aborto, al matrimonio egualitario e ha più volte proposto l’abolizione del ministero delle Donne. In passato ha espresso apprezzamenti per l’eredità economica della dittatura di Pinochet, pur riconoscendo le violazioni dei diritti umani commesse in quegli anni. In economia, Kast propone un’agenda liberista, con tagli alla spesa pubblica per circa 6,5 miliardi di dollari l’anno e un forte sostegno all’iniziativa privata, senza però aver dettagliato in modo preciso dove interverranno le riduzioni.
L’apertura all’America di Trump
Sul piano internazionale, il nuovo presidente punta a riallineare il Cile agli Stati Uniti e ai governi conservatori della regione. Washington ha già espresso disponibilità a collaborare con la sua amministrazione, mentre il presidente argentino Javier Milei ha salutato l’elezione come un nuovo tassello dell’avanzata della destra in America Latina. Un cambio di rotta che chiude la stagione progressista cilena e apre una fase politica profondamente diversa.
Nuova giornata di colloqui a Berlino, dove sul tavolo c’è il piano di pace sull’Ucraina sviluppato dagli Stati Uniti. Domenica 14 novembre Volodymyr Zelensky e gli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner hanno negoziato per più di cinque ore. Come ha riferito all’Afp un alto funzionario a conoscenza delle discussioni, gli inviati Usa hanno chiesto all’Ucraina di rinunciare alla parte del Donbass ancora controllata da Kyiv che la Russia vorrebbe annettere. «Molti progressi sono stati fatti e ci incontreremo di nuovo questa mattina», ha scritto Witkoff su X.
READOUT FROM U.S.-UKRAINE TALKS IN BERLIN, GERMANY:
The meeting in Berlin between President Zelenskyy, Special Envoy Witkoff, Jared Kushner, and delegations from the United States and Ukraine lasted over five hours. Representatives held in-depth discussions regarding the… pic.twitter.com/G7breh5Gab
Zelensky spinge per il congelamento della linea del fronte
Parlando con i giornalisti, Zelensky ha affermato detto di essere pronto a rinunciare alla richiesta di adesione alla Nato in cambio di garanzie di sicurezza da Stati Uniti e Europa simili a quelle dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, che contiene la clausola di reciproca protezione per qualsiasi membro sotto attacco. Per quanto riguarda la questione territoriale, Zelensky ha detto di voler convincere gli Usa al congelamento della linea del fronte, prima della tregua e di negoziati in merito. In serata atteso il vertice tra Zelensky e alcuni leader europei (tra cui Giorgia Meloni), a cui sono stati invitati anche Witkoff e Kushner.
Stretta di mano tra Steve Witkoff e Volodymyr Zelensky, sotto gli occhi di Friedrich Merz (Ansa).
Mosca: «Kyiv fuori dalla Nato pietra angolare dei negoziati»
Per la Russia il non ingresso dell’Ucraina nella Nato è la «pietra angolare» dei negoziati. Lo ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, sottolineando che la questione «richiede una speciale considerazione» tra tutte le altre. Mosca ha espresso inoltre fermezza, ribadendo che avrà «decise obiezioni» a qualsiasi emendamento dell’iniziale piano di pace per l’Ucraina in 28 punti proposto da Washington (su suggerimento di Vladimir Putin): il testo è stato poi modificato in seguito a diversi round di negoziati tra Ucraina, Ue e Usa. Yuri Ushakov, consigliere per la politica estera dello zar, ha detto che Mosca «non accetterà disposizioni» su questioni territoriali o trattative su una zona cuscinetto nel Donbass.
Dopo un periodo di basso profilo nella prima parte dell’anno, a seguito della sconfitta patita contro Donald Trump e nonostante le preoccupazioni dei finanziatori dell’Asinello riguardo alla sua capacità di vincere, Kamala Harris si è messa al lavoro per preparare un’altra candidatura alla Casa Bianca. Lo riporta Axios, sottolineando che l’ex vicepresidente Usa è ancora in testa nella maggior parte dei sondaggi relativi alle primarie democratiche del 2028, grazie anche all’ampio sostegno tra gli elettori afroamericani.
Il libro ‘107 Days’ di Kamala Harris (Ansa).
Le mosse interpretabili come l’inizio della campagna elettorale
Axios spiega che Harris ultimamente ha compiuto alcune mosse interpretabili come l’inizio della sua campagna elettorale per il 2028. Innanzitutto ha ampliato il tour di presentazione del libro 107 Days, incentrato sua breve campagna presidenziale, aggiungendo tappe Detroit, Jackson, Memphis e Montgomery, grandi città con molti elettori afroamericani, nonché Columbia, che si trova in Carolina del Sud, Stato storicamente cruciale per le primarie dem. Inoltre, in occasione della riunione invernale del Comitato Nazionale Democratico, andata in scena a Los Angeles, ha incontrato i principali rappresentanti del partito: il presidente Ken Martin ha presentato suo marito Doug Emhoff come «l’ex second gentleman», scherzando sul fatto che in futuro potrebbe diventare «first». Harris, infine, ha adottato una nuova retorica: a Los Angeles ha infatti criticato aspramente entrambi i partiti Usa e lo status quo, prendendo le distanze dal messaggio di sostegno a Joe Biden che aveva veicolato durante la breve campagna del 2024.
Chissà cosa sarebbe successo se l’Unione Europea non avesse posto a Viktor Yanukovich l’ultimatum di liberare Yulia Tymoshenko per poter firmare l’Accordo di associazione (Aa)? Correva l’autunno del 2013, la parte economica dell’Aa tra Bruxelles e Kyiv era stata parafata un anno prima, ma il caso dell’eroina della rivoluzione arancione del 2004 finita in carcere per abuso d’ufficio aveva sbarrato l’intesa politica, con l’Ue impuntata sullo stato di diritto. Tutti in Ucraina sapevano che Yanukovich non avrebbe graziato la storica rivale, mentre la Russia stava aumentando la pressione sul presidente, e tutti già intuivano che il vertice di Vilnius, con la storica firma, sarebbe sfociato in un disastro. Le proteste europeiste di Maidan, cominciate il 21 novembre, non furono quindi certo una sorpresa.
Viktor Yanukovych e Vladimir Putin nel dicembre 2013 (Getty Images).
L’Ucraina si ritrovò politicamente e geograficamente spaccata in due
L’Ucraina era politicamente e geograficamente spaccata: da un parte un presidente e un governo, eletti in maniera democratica nel 2010, rappresentanti in larga parte delle regioni dell’Est e del Sud, dei clan oligarchici del Donbass più vicini alla Russia; dall’altra l’opposizione variegata, fatta dai soliti equilibristi del potere, cioè gli oligarchi che negli anni precedenti erano già saltati da una fazione all’altra e dalle élite politiche ed economiche sostenute da Stati Uniti ed Europa. E proprio per questo le manifestazioni di fine novembre, che avevano portato in Piazza dell’indipendenza a Kyiv decine di migliaia di persone e coinvolto i centri delle regioni occidentali lasciando indifferente mezzo Paese, dall’Est al Sud passando naturalmente dalla Crimea, divennero non solo una questione di politica estera, ma si trasformarono, prevedibilmente, in una rivoluzione interna.
Una bandiera europea a Kyiv nel novembre 2013 (Getty Images).
Le proteste spontanee europeiste divennero azioni coordinate e antirusse
Le proteste genuine e spontanee europeiste divennero ben presto coordinate e antirusse, con l’obiettivo di defenestrare Yanukovich, a ogni costo. Maidan diventò il ritrovo per tutto lo spettro dell’opposizione, da quello politico moderato a quello estremista e pronto alle armi, passando per i tifosi interessati inviati dalle cancellerie occidentali. A dicembre 2013 erano già arrivati ad arringare la gigantesca folla, oltre ai tre leader dell’opposizione – il filo Nato Arseni Yatseniuk, il filo tedesco Vitaly Klitschko e l’estremista di destra Oleg Tiahnibok – anche l’oligarca Petro Poroshenko, vari ministri degli Esteri dell’Ue, il senatore statunitense John MacCain e il falco di Obama, Victoria Nuland. Facevano da contorno i vari gruppi paramilitari neonazisti guidati da Pravy Sektor, Trizyb, C14 e affini. Dopo la stasi natalizia, l’escalation cominciò nel gennaio del 2014 e terminò nel bagno di sangue di febbraio, con Yanukovich costretto a fuggire dopo che il compromesso siglato tra lui e l’opposizione della troika, ratificato per di più dai tre ministri degli Esteri di Polonia, Germania e Francia, era stato dichiarato nullo dall’ala estremista guidata proprio da Pravy Sektor. Il resto si può riassumere con i nomi noti, quello di Yatseniuk, che Nuland aveva definito «il nostro uomo» nella famosa intercettazione del «fuck Europe» a fare il primo ministro del nuovo governo filoccidentale; quello di Poroshenko andato a prendere un paio di mesi più tardi il posto di Yanukovich, e quello di Tymoshenko, uscita dalle patrie galere, ma ormai ininfluente. Poi arrivarono l’annessione della Crimea, la guerra nel Donbass e tutto il resto.
Una cerimonia per ricordare le vittime delle proteste di Maidan nel sesto anniversario della rivolta (Getty Images).
Ora è Zelensky a temere una Maidan 3
Dopo 10 anni è Volodymyr Zelensky a temere una “Maidan 3”, un piano di disinformazione orchestrato però da Mosca per destituirlo. «La nostra intelligence ha raccolto informazioni su questo piano», ha spiegato recentemente alla stampa il presidente ucraino, «e ne arrivano anche dai partner. È un’operazione comprensibile, per loro Maidan fu un colpo di Stato». Resta il fatto che le proteste di Maidan del 2013 hanno due facce: quella della spontaneità europeista e della voglia di parte della società ucraina di cambiare sistema e scollarsi dalla Russia, e quella dello script statunitense ed europeo, adottato per cambiare regime. Si tratta di due dimensioni coesistenti: non solo una o l’altra, come viene ripetuto da 10 anni dalla Russia e dall’Occidente per avvalorare la propria narrazione e giustificare ciò che è arrivato dopo. Non stupisce che dal Cremlino, dove Vladimir Putin ha instaurato nel frattempo un sistema altamente autoritario, la propaganda faccia il suo lavoro; d’altro canto che le democrazie occidentali adottino la stessa visione manichea è sintomo della stessa malattia. E a ben vedere nemmeno cosa nuova.
L’ex presidente Donald Trump è avanti di 39 punti percentuali rispetto al suo rivale repubblicano Ron DeSantis in Florida. Lo rivela un sondaggio dell’University of North Florida. Secondo la proiezione, il tycoon ha ottenuto il 60 per cento dei consensi tra i repubblicani registrati, mentre il suo rivale più accreditato solo il 21 per cento. Si tratta di una sonora batosta per DeSantis, che è l’attuale governatore della Florida. Nikki Haley, ex ambasciatrice all’Onu, è terza con il 6 per cento mentre l’ex governatore del New Jersey Chris Christie ha raccolto appena il 2 per cento dei consensi.
Ron DeSantis (Getty Images).
DeSantis alla Cnn: «Non si può sconfiggere il tempo che passa, nemmeno Trump può farlo»
Il 19 novembre DeSantis, nel corso di un intervento sulla Cnn, ha affermato che la presidenza «non è un lavoro per qualcuno che si avvicina agli 80 anni», chiaro riferimento innanzitutto al 77enne Trump, dato ampiamente per favorito nelle primarie dell’Elefantino, e poi all’attuale inquilino della Casa Bianca Joe Biden, che proprio il 20 novembre ha compiuto 81 anni. «Non si può sconfiggere il tempo che passa, nemmeno Trump può farlo», ha detto al giornalista Jake Tapper durante il programma State of the Union. Il governatore della Florida ha affermato di essere «nel fiore degli anni», sottolineando che il tycoon, se dovesse entrare in carica nel 2025, comincerebbe il suo secondo mandato a un’età più avanzata rispetto a quella di “Sleepy Joe” all’inizio del suo.
L’Agenzia centrale per l’accoglienza dei richiedenti asilo olandese (Coa) prevede di destinare 750 milioni di euro al ricovero dei migranti sulle navi nei prossimi anni. Nonostante la legge sulla distribuzione dei richiedenti asilo sia attualmente all’esame del Senato, la Coa ritiene che questa soluzione, costosa e temporanea, sia nel frattempo l’unico modo per garantire che nessuno debba dormire per strada.
Una nave da crociera usata per ospitare migranti nei Paesi Bassi (Getty Images).
La Coa deve far fronte a una carenza permanente di posti letto
La legge di distribuzione, riporta il NL Times, obbligherà i vari municipi a creare rifugi per i richiedenti asilo.
Ma anche se venisse introdotta subito, la Coa prevede che per il momento i Paesi Bassi «debbano ancora fare affidamento su questi tipi di luoghi di emergenza». Questo perché molti Comuni sono riluttanti ad accogliere i richiedenti asilo e la Coa, in ogni caso, deve far fronte a una carenza permanente di posti letto.
Cartelli in inglese e arabo su una delle navi usate dalla Coa (Getty Images).
Decine di navi hanno già ospitato migliaia di richiedenti asilo e rifugiati
I vantaggi delle navi supererebbero gli svantaggi, spiega la Coa. «Innanzitutto, questa non è la nostra scelta ideale, preferiamo investire in sedi permanenti su terra: l’acquisto di un terreno e la costruzione o la ristrutturazione di un edificio sono sempre più convenienti nel lungo periodo rispetto a questa soluzione temporanea e continuerò a trasmettere questo messaggio ai Comuni», ha dichiarato il presidente Milo Schoenmaker. Ma nel frattempo, appunto, le persone in fuga verso i Paesi Bassi hanno ancora bisogno di un posto caldo dove dormire. «Affittando le navi è possibile creare rapidamente spazi di accoglienza. Queste navi sono attrezzate per un soggiorno più lungo e possono essere ormeggiate con relativa facilità. Ci hanno davvero aiutato». Negli ultimi due anni, decine di navi nei Paesi Bassi hanno ospitato migliaia di richiedenti asilo e rifugiati.
Negli Stati Uniti un uomo è stato condannato a oltre 700 anni di carcere per aver molestato sessualmente alcuni bambini tra i due e i 12 anni. A raccontare la storia è il Guardian. Il 34enne Matthew Antonio Zakrzewski ha abusato delle vittime mentre lavorava. L’uomo era un babysitter uomo, che si faceva chiamare «manny», la fusione delle due parole man e nanny, cioè uomo e bambinaia.
L’arresto nel 2019
Zakrzewski è stato ingaggiato da diverse famiglie in California ed è stato poi arrestato nel 2019. Decisiva la denuncia di una coppia di genitori di Laguna Beach, cittadina a poco più di un’ora a sud di Los Angeles, che lo hanno accusato di aveva toccato in modo inappropriato il figlio. Successivamente sono state identificate le altre vittime. La condanna è arrivata in risposta a 34 capi d’accusa, tra cui aggressione sessuale. Dopo la lettura della sentenza, l’uomo non ha mostrato segni di pentimento e non si è scusato con i genitori delle vittime. Il condannato ha dichiarato: «Vado fiero di aver portato il sorriso ai vostri figli e i bei tempi passati assieme sono stati al 100% sinceri».
Il 20 novembre il partito di governo ungherese Fidesz, guidato da Viktor Orban, ha svelato cartelloni elettorali che denigrano la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, accostandola alla famiglia Soros, proprio come era toccato in passato al suo predecessore Jean-Claude Juncker.
"Let's not dance to their tune." Here's the new billboard campaign for the national consultation.pic.twitter.com/palhpgEwQv
George Soros è da sempre bersaglio di Orban, in quanto simbolo dell’élite
I cartelloni elettorali, allestiti nella notte tra il 19 e il 20 novembre per lanciare la campagna di Fidesz in vista delle elezioni parlamentari europee di giugno 2024, raffigurano Von der Leyen accanto ad Alex Soros, figlio del finanziere di origine ungherese George Soros, frequente bersaglio di Orban, in quanto simbolo dell’élite e dunque “nemico pubblico” della sua Ungheria. Sotto lo slogan: «Non balliamo la loro musica».
Viktor Orban e Ursula von der Leyen (Getty Images).
I cartelloni del 2019 contro Juncker e la tirata d’orecchie di Bruxelles
Si tratta di un cartellone molto simile, diverso per protagonisti ma identico nei concetti, con cui Fidesz aveva tappezzato l’Ungheria nel 2019, sempre in vista delle elezioni europee. Al posto di Von der Leyen, all’epoca ministra delle Difesa della Germania, c’era Juncker. E in quello di Alex Soros c’era il padre, imprenditore, filantropo e banchiere. In quell’occasione arrivò la tirata d’orecchie da parte di Bruxelles e Fidesz, di fronte alla minaccia di espulsione dal Partito popolare europeo, chinò il capo ritirandoli dalle strade dell’Ungheria: la formazione politica di Orban è poi uscita dal PPE nel 2021. Mentre George Soros, ultranovantenne, nel frattempo ha passato il testimone del suo impero da 25 miliardi al figlio Alexander.
La cantante ucraina Jamala, vincitrice dell’Eurovision nel 2016 con una canzone che denunciava la deportazione dei tatari della Crimea sotto Stalin, è stata messa nella lista dei ricercati dal ministero dell’Interno russo per crimini non specificati. Il nome di Jamala, al secolo Susana Jamaladinova, compare nella nel database dei ricercati del ministero. L’agenzia Tass, che ha dato la notizia, ha aggiunto che non viene precisato di quali reati sia accusata.
L’ipotesi di «diffusione di false notizie sulle forze armate»
Fonti di polizia sentite dall’agenzia hanno ipotizzato che la cantante possa essere stata incriminata per la «diffusione di false notizie sulle forze armate». Un’accusa prevista in base a una riforma del Codice penale introdotta nel 2022 e mossa contro molti attivisti, giornalisti e oppositori in Russia che si sono schierati contro l’operazione militare in Ucraina. Jamala è nata in Crimea ed è di ascendenza tatara. Sette anni fa trionfò all’Eurovision con 1944, una canzone decisamente anti-russa. Una posizione che ha sempre mantenuto fin dall’annessione della Crimea alla Russia nel 2014 e ribadita con forza dopo l’inizio dell’intervento di Mosca in Ucraina, nel febbraio del 2022.
L’esibizione di Jamala durante l’Eurovision 2023 (Getty Images).
Jamala sostenitrice del movimento Lgbt
Nell’aprile dello stesso anno Jamilova fu inserita nella lista degli artisti ucraini a cui è proibito l’ingresso in Russia per 50 anni. La cantante, sottolinea la Tass, è anche una sostenitrice del movimento Lgbt e del matrimonio tra persone dello stesso sesso in Ucraina. Proprio questa potrebbe essere una discriminante. Pochi giorni fa, infatti, il ministero della Giustizia russo ha chiesto alla Corte Suprema di mettere fuori legge il movimento internazionale per i diritti Lgbt. E questo in quanto le sue attività «incitano alla discordia sociale e religiosa» in violazione delle leggi anti-estremismo del Paese. L’omosessualità è stata un reato in Russia fino al 1993 ed è stata poi considerata una malattia mentale fino al 1999.
Anne Boyer, poetessa, saggista e giornalista, si è dimessa dal suo incarico per il New York Times contestando la narrazione sulla guerra a Gaza. Nella sua lettera di dimissioni, ha spiegato che «la guerra dello Stato israeliano sostenuta dagli Stati Uniti contro il popolo di Gaza non è una guerra per nessuno» e che non scriverà «di poesia in mezzo ai toni “ragionevoli” di coloro che mirano ad acclimatarci a questa irragionevole sofferenza».
Boyer: «Il modo più efficace di protesta per gli artisti è rifiutare»
«Non c’è sicurezza in essa o da essa, né per Israele, né per gli Stati Uniti né per l’Europa, e soprattutto non per i molti ebrei calunniati da coloro che affermano falsamente di combattere in loro nome», si legge nella lettera. L’unico profitto di questa guerra, prosegue Boyer, «è il profitto mortale degli interessi petroliferi e dei produttori di armi. Il mondo, il futuro, i nostri cuori: tutto diventa più piccolo e più difficile da questa guerra. Non è solo una guerra di missili e invasioni di terra. E ancora: «È una guerra in corso contro il popolo palestinese, un popolo che ha resistito per decenni di occupazione, sfollamento forzato, privazione, sorveglianza, assedio, imprigionamento e tortura. Poiché il nostro status quo è l’espressione di sé, a volte il modo più efficace di protesta per gli artisti è rifiutare. Niente più eufemismi macabri. Niente più paesaggi infernali verbalmente sterilizzati. Niente più bugie guerrafondaie. Se questa rassegnazione lascia un vuoto nelle notizie delle dimensioni della poesia, allora questa è la vera forma del presente».
Occhi di ghiaccio, capelli scompigliati da rockstar, motosega (spesso) tra le mani, atteggiamenti costantemente sopra le righe. Il candidato dell’estrema destra e ultraliberista Javier Milei, dichiaratamente antisistema, quel sistema adesso proverà a scardinarlo dall’interno, visto che “El Loco” è appena stato eletto presidente dell’Argentina, tra l’altro col margine più ampio dal ritorno alla democrazia nel 1983. Il Paese sudamericano, attanagliato da una gravissima crisi economica, tra inflazione alle stelle e povertà sempre più diffusa, ha scelto di cambiare affidandosi per l’appunto a un economista. Ma non il solito economista.
Sostenitori di Mieli celebrano la vittoria elettorale (Getty Images).
La notorietà come personaggio radiofonico e televisivo antisistema
Figlio di un autista e di una casalinga, Milei è stato portiere nelle giovanili del Chacarita Juniors e si è cimentato pure come cantante con gli Everest, una sorta di cover band dei Rolling Stones. Più che a Mick Jagger (capigliatura a parte), nella vita si è ispirato soprattutto agli economisti della scuola austriaca, punto di riferimento della sua carriera accademica iniziata dopo la laurea conseguita all’Università di Belgrano. Docente per oltre vent’anni in vari atenei argentini, Milei ha acquisito notorietà come personaggio radiofonico e televisivo antisistema, riuscendo a farsi eleggere al Congresso nel 2021. La sua ascesa alla Casa Rosada è stata perciò rapidissima.
Dalla dollarizzazione all’eliminazione della Banca centrale: i suoi cavalli di battaglia
Apprezzato soprattutto dai giovani (in Argentina si può votare a 16 anni), Mieli è su posizioni iperliberiste in economia – si autodefinisce anarcocapitalista – e conservatrici nel sociale. Iniziamo dalle prime. Il fondatore di La Libertad Avanza, coalizione che lo ha sostenuto in queste elezioni, auspica un regime di libero scambio con il resto del mondo da realizzare tramite il ritiro l’Argentina dal Mercosur, il mercato comune dell’America meridionale. Tra i suoi cavalli di battaglia ci sono l’adozione del dollaro statunitense come valuta, l’eliminazione della Banca centrale, la privatizzazione delle aziende statali. Così come il taglio della spesa pubblica, tramite la soppressione di vari ministeri (tra cui Sanità, Istruzione, Sviluppo sociale), l’eliminazione dei sussidi sociali e di buona parte degli impieghi statali. Sullo sfondo c’è poi la questione del Brics. L’Argentina è uno dei Paesi che ha annunciato di voler entrare formalmente nell’alleanza geopolitica composta (al 2023) da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Milei ha promesso che, se fosse diventato presidente, avrebbe cancellato l’adesione del Paese.
Tra i cavalli di battaglia di Milei c’è la dollarizzazione (Getty Images).
Milei è antiabortista, contrario all’eutanasia, favorevole alla vendita degli organi
Per quanto riguarda invece le idee nel sociale, Milei è antiabortista, anche in caso di stupro, e contrario all’eutanasia. Scettico rispetto al riconoscimento sociale del matrimonio, sia etero sia tra persone dello stesso sesso, ha detto che sarebbe opportuno trasformarlo in un contratto tra privati. Come detto, il nuovo presidente dell’Argentina è un seguace della scuola di Vienna, che proclama una stretta aderenza all’individualismo metodologico, ossia alla corrente di pensiero secondo cui ogni fenomeno è riconducibile a un’azione individuale. Il che si traduce nella minimizzazione dell’intervento statale e in una prospettiva liberale in relazione a una vasta gamma di questioni sociali. Insomma, per Milei lo Stato deve farsi gli affari suoi. Da qui il suo motto: «Viva la libertà, maledizione». Vorrebbe così liberalizzare le droghe, la vendita degli organi e delle armi da fuoco, senza dimenticare la prostituzione.
Javier Milei festeggia con la sorella Karina (Getty Images).
Fautore di grossi tagli, Mieli si è fatto notare per la sua teatrale campagna elettorale, durante la quale è salito sul palco di numerosi comizi imbracciando una motosega. Ma non è certo l’unica bizzarria di un presidente soprannominato El Loco e accostato più volte a Donald Trump (così come al brasiliano Jair Bolsonaro). Amante dei cani, possiede quattro mastini inglesi battezzati tutti in onore di famosi economisti: Murray per Murray Rothbard, Milton per Milton Friedman, Robert e Lucas per Robert Lucas. Ce n’era anche un quinto, Conan, che però è morto: Milei ha raccontato di parlarci attraverso una medium. Il nuovo presidente argentino considera i cani dei figli ed è a loro che ha dedicato la vittoria elettorale. Un pensiero anche alla sorella Karina, la sua spin doctor, e alla compagna Fátima Florez, comica che annovera tra le sue imitazioni quella all’ex presidente Cristina Fernández Kirchner. In un’intervista a Fox News, Milei ha dichiarato che il cambiamento climatico fa parte dell’agenda socialista, esprimendo poi dubbi sui vaccini anti-Covid. Non finisce qui: se da una parte ha individuato il Al Capone il prototipo del «benefattore sociale», dall’altra ha puntato il dito contro il connazionale papa Francesco, definendo Bergoglio «incarnazione del comunismo». Milei è inoltre apparso più volte in pubblico travestito da Generale Ancap (contrazione di “anarcocapitalista”), il suo alter ego da supereroe.
President-elect Javier Milei once appeared singing about the economic crisis of Argentina while dressed as General Ancap, his superhero alter ego. pic.twitter.com/mKBeECLm4c
«Oggi inizia la fine della decadenza argentina. Iniziamo a ricostruire e a voltare la pagina della nostra storia», ha commentato dopo la vittoria, destinata a «mettere fine alla casta parassitaria, ladra e inutile del Paese» e arrivata con il 56 per cento al ballottaggio contro il candidato peronista progressista Sergio Massa. Nei piani di Milei sarà una ricostruzione rapidissima: «I cambiamenti che servono al nostro Paese saranno drastici, non ci sarà spazio per la gradualità», ha detto il neo presidente, promettendo che «tra 35 anni l’Argentina sarà una potenza mondiale». Non resta che aspettare. Nel frattempo, auguri.
Rosalynn Carter, moglie di Jimmy Carter ed ex first lady degli Stati Uniti, è morta all’età di 96 anni nella sua casa in Georgia. A rendere pubblica la notizia è stata l’organizzazione no-profit Carter Center, fondata dalla donna insieme al marito nel 1982 che persegue lo scopo di promuovere i diritti umani nel mondo. Rosalynn Carter ha portato avanti molte lotte personali nel corso della sua vita, spendendosi in particolare per la sanità mentale e per un più facile accesso alle cure da parte dei malati.
Jimmy e Rosalynn Carter nel 2018 (Getty Images).
«È morta in pace, con la famiglia al suo fianco»
«La nostra co-fondatrice, l’ex first lady Rosalynn Carter, è morta oggi pomeriggio in Plains, Georgia. È morta in pace, con la famiglia al suo fianco», recita la nota diffusa dal Carter Center che non manca anche di ricordare quanto la donna fosse una «appassionata sostenitrice della salute mentale, dell’assistenza e dei diritti delle donne». Da tempo, come detto, soffriva di demenza e la stessa organizzazione, nei giorni precedenti, aveva annunciato l’inizio delle cure palliative.
Jimmy Carter: «È stata la mia guida»
«Rosalynn è stata mia partner in qualsiasi cosa ho fatto. È stata la mia guida e il mio incoraggiamento quando ne ho avuto bisogno. Fino a quando è stata al mondo, sapevo che c’era qualcuno che mi amava e mi sosteneva», queste le parole spese da Jimmy Carter, anche lui sottoposto in questa fase a cure palliative, per ricordare la moglie scomparsa. I due sono stati sposati per 77 anni, con la donna che ha ricoperto il ruolo di first lady durante il mandato del marito come presidente degli Stati Uniti tra il 1977 e il 1981. Proprio durante questo periodo, Rosalynn Carter aveva interpretato il suo ruolo in maniera del tutto inedita per i tempi. Aveva infatti una funzione attiva, esprimendosi su temi controversi e partecipando alle riunioni di gabinetto, tanto da conquistarsi l’appellativo di co-presidente.
La Cina è disposta a lavorare per aiutare a «ristabilire la pace in Medio Oriente il prima possibile» e «per raffreddare rapidamente la situazione a Gaza». È quanto ha detto domenica 19 novembre il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, nel discorso di apertura tenuto a Pechino in occasione dell’incontro con una delegazione di diplomatici provenienti da Paesi arabi e a maggioranza musulmana.
Foreign Minister Wang Yi welcomed the Arab Islamic ministerial delegation to discuss the situation in Gaza.
In the picture: Foreign Ministers from Saudi-Arabia, Jordan, Indonesia, Egypt,Palestine& the Secretary General of the Organization of Islamic Cooperation pic.twitter.com/rghEHpg5RH
Tra i paesi presenti Arabia Saudita, Giordania e Palestina
Tra i profili che si sono riuniti, i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Giordania, Indonesia, Egitto e Palestina, nonché il segretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione islamica Hissein Brahim Taha.
L’ultraliberista di destra Javier Milei é il nuovo presidente eletto dell’Argentina. Con l’86 per cento dei voti scrutinati l’anarcocapitalista ha vinto con il 56 per cento il ballottaggio contro il candidato peronista progressista Sergio Massa (44,04 per cento), in un’elezione storica e cruciale per il Paese. «Oggi inizia la fine della decadenza argentina. Iniziamo la ricostruzione e a voltare la pagina della nostra storia. Riprendiamo il cammino che non avremmo mai dovuto perdere. Finisce il modello dello stato che impoverisce e benedice solo alcuni mentre la maggioranza soffre. È una notte storica, torniamo ad abbracciare l’idea della libertà», ha detto il nuovo capo dello Stato nel suo primo discorso. Milei si è presentato in giacca e cravatta al fianco della sorella Karina, suo sostegno durante tutta la campagna elettorale: «Sappiamo che ci sono persone che resisteranno per mantenere i loro privilegi. Saremo implacabili: dentro la legge tutto, fuori la legge niente», ha avvertito mettendo in guardia la casta, e chiedendo al governo peronista di Alberto Fernandez di «prendersi carico del Paese fino alla fine del mandato». La vittoria di Milei era già nell’aria già nell’immediato della chiusura dei seggi. «Disponiamo di dati preliminari che ci danno fiducia. In Argentina comincia un cambiamento», avevano spiegato i portavoce de La Libertad Avanza senza nascondere un certo entusiasmo.
Javier Milei, nuovo presidente dell’Argentina (Ansa)
Milei: «Non c’è spazio per la gradualità, per le mezze misure»
Milei assumerà il suo mandato il 10 dicembre, proprio nel quarantesimo anniversario della democrazia dall’ultima dittatura militare. «La situazione è drammatica, non c’è spazio per la gradualità, per le mezze misure», ha indicato il vincitore, elencando l’inflazione, la povertà, la miseria e l’insicurezza come le sfide più urgenti. «L’Argentina ha un futuro ed è liberale», ha poi osservato promettendo che, tra 35 anni, il Paese sarà «una potenza mondiale». Nella sua presentazione, Milei ha evitato di parlare dei suoi cavalli di battaglia come la dollarizzazione o la chiusura della Banca Centrale. Ma non ha potuto fare a meno di vibrare il suo motto: «Viva la libertà, maledizione», acclamato dal ruggito della sua gente, prima di abbracciare i suoi genitori, mentre nelle città del Paese, da Buenos Aires a Cordoba a Mendoza, a migliaia con le bandiere biancocelesti si sono riunite per festeggiare con canti, balli, rulli di tamburo e caroselli di auto.
Massa: «L’esito non è quello che ci aspettavamo»
Alcune ore prima in un drammatico discorso, Massa aveva ammesso la sconfitta abbandonando la scena mentre era ancora in corso lo spoglio delle schede. «L’Argentina ha un sistema democratico solido e forte che rispetta sempre i risultati. Ovviamente l’esito non è quello che ci aspettavamo e ho contattato Javier Milei per congratularmi con lui e augurargli buona fortuna perché sarà il prossimo presidente. È il presidente eletto dalla maggioranza per i prossimi quattro anni», ha spiegato il ministro dell’Economia, nella delusione dei supporter, che gli hanno comunque concesso l’abbraccio di un applauso. «L’ho fatto, ha commentato, convinto che la cosa più importante che dobbiamo lasciare stasera è il messaggio che la convivenza, il dialogo e il rispetto della pace di fronte a tanta violenza e squalificazione è la strada migliore che possiamo intraprendere». Gli argentini però «hanno scelto un’altra strada, ha evidenziato. «E da domani la responsabilità di dare certezze, di trasmettere garanzie sul piano sociale, politico ed economico, spetta al presidente eletto. Speriamo che lo faccia».
Investimenti mirati per sviluppare il business delle terre rare e dei minerali critici. Un inserimento programmato nei settori chiave dell’economia globale, in primis quello delle auto elettriche. Una posizione geografica strategica, a metà strada tra l’Oceano Indiano e il Pacifico, a due passi dal tumultuoso Mar Cinese Meridionale epicentro di possibili conflitti. L’Indonesia di Joko Widodo, presidente del quarto Paese più popoloso al mondo (273 milioni di abitanti) e prossimo alla fine del suo mandato, è questo e molto altro. È, ad esempio, la terza democrazia più grande del Pianeta dopo Stati Uniti e India, nonché una nazione desiderosa di scalare i vertici dell’economia globale. Candidandosi a essere la prossima Tigre asiatica.
Il presidente dell’Indonesia Joko Widodo (getty Images).
Nel 2022 il Pil indonesiano ha segnato un +5,31 per cento, la crescita più rapida dal 2013
Già nel 2015, considerando il Pil complessivo e a parità di potere d’acquisto l’Indonesia risultava essere l’ottava economia del Pianeta. Nel 2022 ha fatto registrare un Pil pari a 1.391 miliardi di dollari, in aumento su base annua del 5,31 per cento, la crescita più rapida dal 2013. Per la cronaca, soltanto il Vietnam (+6,2 per cento) era riuscito a far meglio. Per quanto riguarda il 2023, secondo i dati riportati da BPS-Statistics Indonesia, l’economia nazionale ha continuato a crescere pur mostrando timidi segnali di rallentamento: +4,94 per cento annuo nel trimestre luglio-settembre, al di sotto della crescita del 5,17 per cento rilevata nel periodo compreso tra aprile e giugno. Sono tuttavia le proiezioni future a tratteggiare un futuro ancora più brillante per il sistema economico dell’Indonesia. Il report The Path to 2075 di Goldman Sachs, per esempio, ipotizza che Giacarta possa trasformarsi nella quarta potenza mondiale nell’arco dei prossimi 50 anni, dietro a Cina, India e Stati Uniti. La stessa banca statunitense ha inserito lo Stato indonesiano nei cosiddetti Next Eleven, ovvero gli 11 Paesi emergenti considerati ad alto potenziale di sviluppo economico mondiale grazie al binomio di stabilità politica e investimenti diretti esteri.
Una moschea a Giacarta (Getty Images).
Dal petrolio al gas, dal gas naturale al nichel e al carbone: l’export di Giacarta
Il successo economico dell’Indonesia non è certo casuale. Il Paese dispone infatti di un numero enorme di materie prime. Dal petrolio al gas naturale, dall’olio di palma al caucciù, dal carbone al nichel rappresentano la maggior parte dell’export. Peraltro cresciuto in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, e di pari passo all’aumento delle tensioni internazionali. Scendendo nei dettagli, a trainare le esportazioni di Giacarta troviamo i bricchetti di carbone, con un giro d’affari annuo di circa 28,4 miliardi di dollari secondo i dati Oec e una quota pari all’11,5 percento dell’export nazionale, gas di petrolio liquefatto (8,06 miliardi, 3,25 percento), ferroleghe (7,16 miliardi, 2,89 percento), olio di palma (27,3 miliardi, 11 percento) e acciai inossidabili laminati di grandi dimensioni (6,68 miliardi, 2,7 percento). In uno scenario del genere, nel bel mezzo del braccio di ferro tra Usa e Cina, l’Indonesia è stata abile a ritagliarsi uno spazio d’azione economico, iniziando a sfruttare anche la carta delle terre rare. Secondo le stime, le riserve del Paese si aggirano sulle 300 mila tonnellate, al momento concentrate tra Bangka Belitung, Kalimantan e Sulawesi. Nel frattempo, l’Indonesia dispone già l’80 per cento dei minerali necessari per produrre batterie al litio. Per questo il governo punta a potenziare l’industria dei veicoli elettrici.
Uno stabilimento per la lavorazione del nichel nel Sulawesi (Getty Images).
L’equidistanza tra Cina e Usa e l’incognita del futuro politico
Sul fronte politico, l’Indonesia mantiene una posizione equidistante tra Stati Uniti e Cina, attenta a non farsi risucchiare in una contesa che le farebbe smarrire ogni possibilità di guadagnarsi un posto al sole. Recentemente, prima di incontrare Xi Jinping, il presidente statunitense Joe Biden ha accolto alla Casa Bianca Widodo. Forte della presidenza indonesiana del G20 nel 2020 e di quella dell’Asean nel 2023, il leader di Giacarta ha firmato con Washington un accordo di cooperazione in materia di Difesa, consentendo così agli Usa di aggiungere un’altra intesa alla collezione dei patti stipulati con i partner asiatici per contrastare l’influenza cinese nell’Indo-Pacifico. Durante l’incontro sono stati discusse modalità per portare avanti la cooperazione sul fronte dei minerali critici, così da aprire il mercato indonesiano del nichel alle aziende Usa. Attenzione però, perché da quando Widodo è entrato in carica, la Cina è diventata il principale partner commerciale e investitore dell’Indonesia. Secondo il database Comtrade delle Nazioni Unite, le importazioni cinesi verso Giacarta sono passate da meno di 40 miliardi di dollari del 2014 a 71,32 miliardi di dollari nel 2022. Le prossime elezioni presidenziali indonesiane sono in programma il prossimo 14 febbraio. Sarà importante capire cosa avrà intenzione di fare il successore di Widodo: continuare a promuovere una sorta di terza via economica o avvicinarsi a una delle due superpotenze.
Il raggiungimento di un accordo storico tra Pristina e Belgrado sull’autonomia dei Comuni a maggioranza serba nel Nord del Kosovo sembrava cosa fatta, finché l’ex-capo dell’intelligence kosovara, Burim Ramadani, ne ha reso pubblica una bozza, mettendo i bastoni fra le ruote ai negoziati. Il testo garantiva infatti una notevole autonomia alla minoranza serba, cosa che non è mai piaciuta al premier kosovaro Albin Kurti. Eppure un’intesa deve essere trovata se i due Paesi vogliono continuare a percorrere la strada verso l’adesione all’Unione europea e seppellire una volta per tutte l’ascia di guerra.
Gli accordi di Bruxelles del 2013 non sono stati mai attuati
È dal 2013 che si parla dell’istituzione di un’Associazione dei Comuni serbi in Kosovo e da allora non sono stati fatti significativi passi in avanti. In quell’anno infatti sotto l’egida di Unione europea e Stati Uniti furono firmati gli accordi di Bruxelles: 15 punti che stabilivano la necessità di istituire una forma di autonomia per i Comuni a maggioranza serba del nord del Kosovo come precondizione necessaria per l’adesione di entrambe le parti all’Ue assieme all’impossibilità di esercitare un veto reciproco. A oggi gli accordi non sono ancora stati attuati e in 10 anni dopo il braccio di ferro ci si è inabissati in uno stallo per l’incapacità di trovare un compromesso: i serbi più oltranzisti temono che questo accordo porti alla definitiva ritirata dal Kosovo, i kosovari che si pongano le basi di un’entità separatista in grado di minare la sovranità di Pristina, senza contare il mancato riconoscimento della minoranza albanese nel sud della Serbia.
Ursula von der Leyen e il premier kosovaro Kurti (Getty Images).
La ripresa dei negoziati a ottobre e il leak di Ramadani che imbarazza Kurti
Nell’ottobre di quest’anno i negoziati erano ripresi e sembravano promettenti al punto che il presidente serbo Aleksandar Vučić e il primo ministro kosovaro Albin Kurti avevano manifestato la disponibilità, in linea di principio, ad accettare una proposta equilibrata. Si trattava di un passo in avanti sostanziale, soprattutto alla luce delle tensioni che hanno attraversato il Kosovo nell’ultimo anno. Dalla disputa sulle targhe automobilistiche e le relative rivolte scoppiate nell’agosto del 2022 alla sparatoria nel monastero di Banjska, attacco organizzato da un gruppo di militanti serbi orchestrato dal politico, uomo d’affari e criminale Milan Radoičić. L’accordo che a ottobre non era stato reso pubblico proprio per proteggere gli sforzi diplomatici è stato invece diffuso dall’ex-capo dell’intelligence Ramadani che l’11 novembre ha pubblicato sul suo sito quello che afferma essere la bozza approvata dal premier kosovaro Albin Kurti: il portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri Peter Stano ha smentito, come da prassi, il contenuto del documento trapelato ai media, ma è difficile non pensare che si tratti di un tentativo di salvare la faccia. Kurti infatti si è sempre opposto alla creazione di un’Associazione di municipalità serbe e il suo partito Lëvizja Vetëvendosje (Lista per l’autodeterminazione) sostiene la causa nazionalista albanese con una piattaforma politica progressista sì, ma intransigente sulla condanna e l’attuazione degli accordi di Bruxelles.
Burim Ramadani (dal sito personale).
Nella bozza diffusa sono concesse ampie autonomie alla comunità serba del Kosovo
I 45 articoli della bozza diffusa dall’ex capo dell’intelligence rischiano così di mettere in difficoltà il governo di Pristina. La cosiddetta “Associazione delle municipalità a maggioranza serba” godrebbe infatti di propri simboli ufficiali, di una bandiera e di uno stemma. Manterrebbe inoltre contatti diretti con la Serbia nell’ambito della cooperazione e del commercio. L’associazione gestirebbe le già presenti istituzioni educative e sanitarie finanziate da Belgrado. Dal punto di vista istituzionale, l’associazione avrebbe poi un bilancio autonomo gestito dall’assemblea, organo principale formato da delegati eletti dai consigli municipali rispettando la proporzione etnica. L’assemblea eleggerebbe presidente e vicepresidente e un “governo” di sette membri responsabile dell’esecuzione dei provvedimenti negli ambiti di propria competenza cioè educazione, sanità, cultura, sviluppo urbano e rurale. In aggiunta l’associazione avrebbe la possibilità di mettere in atto politiche per favorire il ritorno di profughi e rifugiati serbi in Kosovo. Questo accordo se venisse sottoscritto porterebbe alla normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo, considerata un requisito fondamentale per il processo di adesione all’Ue. Il rischio però è lasciare troppa autonomia a una minoranza che potrebbe creare problemi a Pristina. Kurti ne è consapevole ma ha poco margine di manovra. Gli accordi di Bruxelles stretti dai suoi predecessori parlano chiaro: la normalizzazione dei rapporti passa attraverso un riconoscimento di una qualche autonomia ai serbi del Kosovo. La strada verso l’Ue per i due Paesi rimane un percorso a ostacoli.