Piano Ucraina-Ue-Usa sulla tregua: il ruolo graduale delle truppe europee

L’Ucraina ha concordato con i partner occidentali che qualsiasi violazione persistente da parte della Russia di un futuro accordo di cessate il fuoco innescherà una risposta militare coordinata e su più livelli da parte dell’Europa e degli Stati Uniti. Lo riporta il Financial Times, citando fonti a conoscenza delle discussioni. Lo riporta il Financial Times: il piano sarebbe stato discusso in diverse occasioni tra dicembre e gennaio tra funzionari ucraini, europei e americani.

La prima fase del piano: la risposta ucraina

Secondo il piano, qualsiasi violazione del cessate il fuoco da parte della Russia comporterebbe una risposta entro 24 ore, a partire da un avvertimento diplomatico e, se necessario, un intervento dell’esercito ucraino per porre fine all’infrazione.

Piano Ucraina-Ue-Usa sulla tregua: il ruolo graduale delle truppe europee
Soldati russi in Ucraina (Ansa).

La seconda fase del piano: l’intervento dei Volenterosi

In caso di prosieguo delle ostilità, il piano prevede una seconda fase di intervento con l’impiego delle forze della coalizione dei Volenterosi, che comprende molti membri dell’Unione europea, oltre a Regno Unito, Norvegia, Islanda e Turchia.

La terza fase del piano: il coinvolgimento degli Usa

Nel caso di un esteso attacco russo, a 72 ore dalla violazione iniziale scatterebbe una risposta coordinata da parte di una forza occidentale più ampia, non solo europea: ci sarebbe infatti il coinvolgimento diretto dell’esercito degli Stati Uniti.

Piano Ucraina-Ue-Usa sulla tregua: il ruolo graduale delle truppe europee
Sergei Lavrov (Ansa).

La posizione della Russia sulle forze straniere in Ucraina

Ribadendo quanto già affermato in passato, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato che «l’impiego di unità militari, strutture, magazzini e altre infrastrutture dei Paesi occidentali in Ucraina è inaccettabile e sarà considerato un intervento straniero che rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza della Russia», che tratterà tali forze come obiettivi legittimi.

Decreto sicurezza, cos’è lo scudo penale e cosa cambierebbe per gli agenti

Dopo gli scontri di Torino, il governo sta lavorando a nuove misure da inserire nel Decreto sicurezza. Tra queste c’è lo scudo penale per gli agenti di polizia, un provvedimento che prevede la non iscrizione nel registro degli indagati in presenza di «cause di giustificazione» in caso di reati, quando cioè agiscono nell’adempimento del dovere o nell’uso legittimo delle armi.

Come funziona lo scudo penale pensato dal governo

L’ipotesi è che, quando viene commesso un reato ed è ravvisabile una causa di giustificazione, il pm entro sette giorni svolga accertamenti preliminari prima di procedere, se strettamente necessaria, all’iscrizione. Gli esempi sono presenti nella bozza del decreto e includono «legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi o stato di necessità». L’intenzione, per evitare questioni di incostituzionalità, è quella di far valere la misura a tutte le persone che agiscono per ragioni di servizio o in una situazione di legittima difesa. La bozza fa infatti riferimento a una misura «per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le Forze di polizia».

Scontri di Torino, la procura valuta il reato di devastazione: quando si configura

Tre gli arrestati e 24 le persone identificate e denunciate, per reati che vanno dalla resistenza a pubblico ufficiale al travisamento, fino all’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità al porto di armi improprie. Ma la procura di Torino sta valutando l’ipotesi di devastazione per gli scontri del 31 gennaio, avvenuti durante la manifestazione per il centro sociale Askatasuna. Ecco quando si configura questo reato.

Scontri di Torino, la procura valuta il reato di devastazione: quando si configura
Scontri tra attivisti di Askatasuna e forze dell’ordine (Ansa).

Cosa prevede l’articolo 419 del Codice penale

Tale reato è previsto e punito dall’articolo 419 del Codice penale, in base al quale «chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 285, commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da 8 a 15 anni». L’articolo 419 prevede un aumento della pena se «il fatto è commesso nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico ovvero su armi, munizioni o viveri esistenti in luogo di vendita o di deposito». Per “devastazione” si intende «l’effetto di una condotta di rovina e di danneggiamento esercitata a danno di un elevato numero di cose in un’area spaziale dalle ampie dimensioni, al punto da considerarsi minacciato l’ordine pubblico».

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Il reato viene quasi sempre compiuto da più soggetti

Insomma, la devastazione è un danneggiamento compiuto su larga scala e tale da interessare la collettività. In teoria l’autore del reato potrebbe essere unico, ma nella pratica viene quasi sempre compiuto da più soggetti, riuniti o comunque accomunati dal medesimo scopo illecito, come i partecipanti a una manifestazione che mettono a ferro e fuoco una città. Per quanto riguarda il citato articolo 285, esso configura il reato di devastazione più grave, che ha lo scopo di «attentare alla sicurezza dello Stato»: è il caso delle stragi terroristiche o mafiose.

Scontri di Torino, la procura valuta il reato di devastazione: quando si configura
Gli scontri al Partenio in occasione di Avellino-Napoli del 2003.

Dal G8 di Genova al derby Avellino-Napoli: alcuni precedenti

Per il reato di devastazione (e saccheggio) furono condannati 10 manifestanti del G8 di Genova del 2001, ritenuti responsabili a vario titolo di aggressioni violente alle forze dell’ordine con uso di armi o oggetti contundenti. Un ambito nel quale si è verificato il reato di devastazione è quello degli eventi sportivi. Il 20 settembre 2003, in occasione del derby Avellino-Napoli (poi non disputato) allo stadio Partenio ci furono violenti scontri tra tifosi partenopei e forze dell’ordine: la guerriglia causò danni ingenti e portò alla morte del supporter napoletano Sergio Ercolano, così come a condanne per otto ultrà, confermate in Cassazione nel 2025. Il reato di devastazione viene inoltre contestato in caso di esplosioni deflagranti, provocate volontariamente e causa di gravi danni alle aree circostanti.

SpaceX e xAI, perché Musk ha fuso le due società

Elon Musk ha annunciato che la sua società spaziale, SpaceX, ha comprato xAI, società di sviluppo di intelligenza artificiale di proprietà dello stesso magnate. Le cifre esatte dell’operazione non sono state comunicate, ma secondo diverse fonti il valore dell’acquisizione dovrebbe essere di circa 250 miliardi di dollari. La fusione dà dunque vita alla società non quotata in borsa con il più alto valore di mercato al mondo, stimato in 1.250 miliardi di dollari. A cosa porterà? L’ambizione sarebbe quella di costruire grandi data center nello spazio. «I progressi attuali nell’AI dipendono da grandi data center terrestri, che richiedono immense quantità di energia e raffreddamento», ha detto Musk annunciando l’operazione, intendendo che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sulla Terra senza gravare sull’ambiente e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio dove far ricorso all’energia solare.

Per xAI più fondi per sviluppare i propri prodotti di intelligenza artificiale

Da un punto di vista delle attività, SpaceX conta su un parco di razzi riutilizzabili, su navicelle in grado di trasportare astronauti e su Starlink, una diffusa rete di satelliti di telecomunicazione che fornisce collegamenti internet ad alta velocità su scala internazionale. xAI è nata da un’unione tra la piattaforma social X (ex Twitter) e la società di intelligenza artificiale di Musk, autrice del chabot Grok. Grazie a SpaceX, potrà fare leva su un inedito sostegno finanziario per lo sviluppo dei propri prodotti di AI, in un mercato costantemente in crescita e sempre più competitivo.

Il caso dell’influencer brasiliano pro-Trump arrestato dall’Ice

L’influencer brasiliano di destra Júnior Pena, che di recente aveva minimizzato il rischio di espulsioni di massa, affermando che le misure della Casa Bianca avrebbero colpito solo gli immigrati clandestini o coloro che erano coinvolti in reati, nonché autore di un recente videomessaggio di sostegno a Donald Trump su Instagram, è stato arrestato dagli agenti dell’Ice nel New Jersey.

Il caso dell’influencer brasiliano pro-Trump arrestato dall’Ice
Junior Pena (Instagram).

L’influencer vive negli States dal 2019

Con più di 480 mila follower su Instagram, l’influencer – nome completo Eustáquio da Silva Pena Júnior – sui social da tempo pubblica contenuti sull’immigrazione e sulla vita negli Stati Uniti, dove si è trasferito nel 2009. Pena inoltre usa i suoi social network per dare voce alle storie dei migranti e alle voci critiche nei confronti del presidente di sinistra brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, e a quelle di coloro che sostengono l’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, recentemente incarcerato e alleato di Trump.

Pena non rischierebbe l’espulsione

Maycon MacDowel, agente di polizia e amico personale di Junior Pena molto attivo sui social, ha spiegato che l’influencer brasiliano si trova al momento a Delaney Hall, un centro di detenzione per immigrati situato a Newark, nel New Jersey, e che sulla sua testa non pende un ordine di espulsione. L’arresto è avvenuto perché pena non si è presentato a un’udienza obbligatoria nell’ambito delle procedure per la regolarizzazione della sua posizione negli Usa. «Io rispetto le regole, pago le tasse e cerco di legalizzare il mio status. Lui espellerà chiunque sia clandestino, i criminali e chiunque commetta reati. Chi vuole aiutare il Paese non verrà espulso», aveva raassicurato poco prima di finire in manette.

Non solo Salvini, Vannacci se la deve vedere pure con Giubilei

Luca Zaia vorrebbe Roberto Vannacci fuori dalla Lega (Attilio Fontana l’ha definito «un’anomalia») e per questo, come ha scritto Lettera43, avrebbe messo in guardia Matteo Salvini, già preoccupato per nuove possibili fuoriuscite dal Carroccio. L’ex generale però non se le deve vedere “solo” con i big del partito di via Bellerio, ma anche con Francesco Giubilei, fondatore del think thank Nazione Futura che ha appena depositato un atto di opposizione presso l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) contro la domanda di registrazione del marchio Futuro Nazionale.

Troppo forti le somiglianze tra i due loghi

Il nome e il simbolo scelti da Vannacci, infatti, ricordano molto (troppo) quelli dell’associazione di Giubilei, vicina a Fratelli d’Italia. «Me ne frego», ha risposto il vicesegretario della Lega a domanda sull’iniziativa di Nazione Futura, definendo inoltre «prolisso» Giubilei. Il quale ha replicato con un videomessaggio diffuso sui social.

Giubilei: «Lo vedo nervoso e corto di idee»

«Leggo che Vannacci attacca Nazione Futura dopo che abbiamo presentato un’opposizione formale al nome e al logo del suo nuovo movimento che è evidentemente copiato da Nazione Futura. E lo fa citando il motto “me ne frego”, ripreso dagli Arditi e da D’Annunzio. Vannacci in questo periodo è particolarmente a corto di idee», afferma Giubilei nel videomessaggio. «Al tempo stesso lo vedo abbastanza nervoso. Se vuole può venire in sede da noi, ci beviamo una camomilla, ci facciamo una chiacchierata e cerchiamo di capire cosa non va. Però tanti fuoriusciti da Il mondo al contrario, deluso da un certo modo di fare e dalle scorrettezze che Vannacci continua a fare all’interno del suo partito e della coalizione di centrodestra si stanno avvicinando e si sono iscritti a Nazione Futura». E poi: «I nemici a destra iniziano a essere più di quelli a sinistra, fossi in lui mi farei qualche domanda. Sta facendo il gioco della sinistra». Infine la frecciata: «Quando Vannacci veniva invitato ai nostri eventi e quando si presentava col trolley per vendere i suoi libri ai nostri associati non c’era alcun “me ne frego”». Contestualmente all’annuncio del ricorso all’Euipo, Nazione Futura ha comunicato l’apertura del tesseramento 2026 con lo slogan “Leali e coerenti”, ribadendo il proprio posizionamento nell’area culturale e politica del centrodestra.

Doping Olimpiadi: cos’è il letrozolo, la sostanza a cui Rebecca Passler è risultata positiva

L’atleta italiana Rebecca Passler è rimasta coinvolta nel primo caso di doping delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. In un controllo fuori competizione, la sportiva altoatesina è stata trovata positiva al letrozolo, la stessa sostanza che in passato mise nei guai anche la tennista Sara Errani.

Cos’è il letrozolo

Il letrozolo è un farmaco usato prevalentemente in casi oncologici nel trattamento di donne in postmenopausa con tumore al seno iniziale positivo ai recettori ormonali. Incluso nella categoria S4 del Codice antidoping che comprende i Modulatori ormonali e metabolici, non ha effetti dopanti di per sé ma viene adoperato per ridurre gli alti livelli di estrogeni dovuti agli anabolizzanti, motivo per cui è vietato dalla Wada. Utilizzarlo per doparsi, date le sue modeste potenzialità, ha poco senso; le rare positività in archivio sono spesso dovute a contaminazioni o incauta assunzione.

Le foto della visita a sorpresa di Mattarella ai feriti di Crans-Montana

Visita a sorpresa di Sergio Mattarella al Niguarda: nell’ospedale milanese il presidente della Repubblica ha incontrato i medici e i familiari dei giovani feriti nel rogo di Crans-Montana. «Devono farcela. Dobbiamo riconsegnare loro una vita piena», ha detto il capo di Stato. «Vi ringrazio per ciò che fate abitualmente e per ciò che avete fatto e state facendo in questa circostanza», ha detto poi al personale sanitario, prima di fare un breve giro nel reparto dove sono ricoverati i giovani ustionati.

Le foto della visita a sorpresa di Mattarella ai feriti di Crans-Montana
Le foto della visita a sorpresa di Mattarella ai feriti di Crans-Montana
Le foto della visita a sorpresa di Mattarella ai feriti di Crans-Montana
Le foto della visita a sorpresa di Mattarella ai feriti di Crans-Montana
Le foto della visita a sorpresa di Mattarella ai feriti di Crans-Montana
Le foto della visita a sorpresa di Mattarella ai feriti di Crans-Montana
Le foto della visita a sorpresa di Mattarella ai feriti di Crans-Montana
Le foto della visita a sorpresa di Mattarella ai feriti di Crans-Montana

Per Draghi l’Ue «rischia di essere subordinata». Tutti gli allarmi lanciati a Bruxelles

Mario Draghi torna a sferzare l’Europa nel suo discorso all’Università Ku Leuven, in Belgio, durante la cerimonia in cui gli è stata conferita la laurea honoris causa. «Rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata tutto in una volta», ha avvertito l’ex premier e presidente della Bce. «Tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza. Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?». Per diventare una potenza, secondo lui, «l’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione» perché «dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – è rispettata come potenza e negozia come un soggetto unico». Come dimostrano «gli accordi commerciali di successo negoziati con l’India e con l’America Latina».

Il ruolo di Stati Uniti e Cina

Nel suo discorso, Draghi si è concentrato principalmente sul ruolo di Washington e Pechino. «Gli Stati Uniti, nella loro posizione attuale, cercano il dominio insieme al partenariato. La Cina sostiene il suo modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri. L’integrazione europea si costruisce in modo diverso: non sulla forza, ma sulla volontà comune. Non sulla sottomissione, ma sul beneficio condiviso». Gli Usa, ha evidenziato Draghi, oggi «impongono dazi all’Europa, minacciano i nostri interessi territoriali e chiariscono, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi». «Con l’adesione della Cina alla Wto», ha continuato, «i confini del commercio e della sicurezza hanno iniziato a divergere. Avevamo sempre commerciato al di fuori dell’alleanza, ma mai prima con un Paese di tali dimensioni, e con l’ambizione di diventare esso stesso un polo separato. Il commercio globale si è allontanato dal principio di Ricardo secondo cui lo scambio dovrebbe seguire il vantaggio comparato». Alcuni Stati, ha concluso, «hanno perseguito un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantiliste, imponendo la deindustrializzazione ad altri, mentre i guadagni rimanenti sono stati condivisi in modo diseguale. Ci siamo dimenticati della disuguaglianza. Questo ha seminato il contraccolpo politico che ora ci troviamo davanti».

Non è la prima sferzata all’Ue

Non è la prima volta che l’ex presidente della Bce suona la sveglia all’Unione europea. A settembre 2025, durante la cerimonia per ricordare la presentazione, 12 mesi prima, del suo rapporto sulla competitività, aveva rimproverato l’Europa per aver fatto poco o nulla di ciò che aveva suggerito. A un anno di distanza ci troviamo in una posizione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le vulnerabilità stanno aumentando. E non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno. Ci è stato dolorosamente ricordato che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra stessa sovranità». Pur avendo riconosciuto che «qualche segno di cambiamento c’è stato», rimane una «grande frustrazione per la lentezza con cui l’Ue si muove». Di qui il suo suggerimento: «Serve un percorso diverso che richiede nuova velocità, scala e intensità. Significa agire insieme, non frammentare i nostri sforzi. Significa concentrare le risorse dove l’impatto è maggiore. E significa produrre risultati entro mesi, non anni».

Il monito sul Financial Times

Già prima, a febbraio 2025, aveva scritto un articolo sul Financial Times esprimendo la necessità di un «cambiamento radicale», una svolta. «Un uso più proattivo della politica fiscale, sotto forma di maggiori investimenti produttivi, contribuirebbe a ridurre i surplus commerciali e invierebbe un forte segnale alle aziende affinché investano di più in ricerca e sviluppo. Serve un cambio fondamentale di mentalità. Finora l’Europa si è concentrata su obiettivi singoli o nazionali senza calcolarne il costo collettivo». Il denaro pubblico «è servito a sostenere l’obiettivo della sostenibilità del debito» e «la diffusione della regolamentazione è stata progettata per proteggere i cittadini dai nuovi rischi tecnologici. Le barriere interne sono un retaggio di tempi in cui lo stato nazionale era la cornice naturale per l’azione. Ma è ormai chiaro che agire in questo modo non ha portato né benessere agli europei, né finanze pubbliche sane, né tantomeno autonomia nazionale».

Trump minaccia di fare causa al presentatore dei Grammy: cosa è successo

«Sembra che manderò i miei avvocati a fare causa a questo povero, patetico, incapace e idiota presentatore, e gli farò causa per un sacco di soldi». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, decisamente arrabbiato per una battuta fatta dal presentatore Trevor Noah durante la serata dei Grammy, incentrata sulla politica estera della Casa Bianca e le amicizie del presidente Usa. In particolare quella con Jeffrey Epstein.

La battuta di Noah sulla Groenlandia e gli Epstein Files

Questa la battuta di Noah: «Canzone dell’anno: è un Grammy che ogni artista desidera quasi quanto Trump desidera la Groenlandia, il che ha senso perché l’isola di Jeffrey Epstein non c’è più e lui ne ha bisogno di una nuova per trascorrere del tempo con Bill Clinton». Durante la serata, Noah ha anche ironizzato sull’assenza di Nicki Minaj, molto vicina al mondo MAGA in quanto accesa supporter di The Donald: «È ancora alla Casa Bianca con Trump, a discutere di questioni molto importanti».

Trump: «Non sono mai stato sull’isola di Epstein»

«I Grammy Awards sono il peggio, praticamente inguardabili! La Cbs è fortunata a non avere più questa spazzatura infestare le sue onde radio. Il presentatore, Trevor Noah, chiunque sia, è quasi pessimo quanto Jimmy Kimmel agli Academy Awards per i bassi ascolti», ha scritto Trump su Truth. E poi: «Noah ha detto, sbagliando sul mio conto, che Trump e Clinton hanno trascorso del tempo sull’isola di Epstein. Falso!!! Non posso parlare per Bill, ma non sono mai stato sull’isola di Epstein, né da nessuna parte nelle vicinanze, e fino alla falsa e diffamatoria dichiarazione di stasera, non sono mai stato accusato di esserci stato, nemmeno dai media che si occupano di fake news. Noah, un completo perdente, farebbe meglio a chiarire i fatti, e a chiarirli in fretta».

La minaccia di Teheran: «Gli eserciti europei saranno considerati terroristi»

L’Iran ha lanciato un avvertimento all’Unione europea dopo la recente risoluzione contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. In un messaggio pubblicato su X, il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale Ali Larijani ha affermato che «l’Unione Europea sa certamente che, secondo la risoluzione dell’assemblea consultiva islamica, gli eserciti dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione dell’Ue contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica sono considerati terroristi», aggiungendo che «pertanto, le conseguenze ricadranno sui Paesi europei che hanno adottato tali misure». Intanto, dagli Stati Uniti è arrivato un nuovo pacchetto di sanzioni nei confronti di Teheran: nel mirino sono finiti il ministro dell’Interno Eskandar Momeni, alcuni comandanti delle Guardie Rivoluzionarie e le società di servizi finanziari Zedcex Exhange e Zedxion Exchange. «Continueremo a colpire le reti iraniane e l’elite dell’Iran», ha dichiarato il segretario al Tesoro Scott Bessent.

Ex Ilva, il Mimit dà mandato ai commissari di negoziare con Flacks

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha conferito mandato ai commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria di dar corso alla negoziazione in vista della cessione del complesso siderurgico a Flacks Group, «avendo riguardo al consolidamento di possibili partenariati industriali e nel rispetto delle procedure previste dall’art.47 della Legge 428/1990 in merito alle consultazioni sindacali». È quanto si legge in una nota del Mimit.

Morte Omerovic, poliziotto rinviato a giudizio con l’accusa di tortura

Il tribunale di Roma ha disposto il rinvio a giudizio del poliziotto Andrea Pellegrini, imputato per tortura e falso nell’inchiesta sulla morte di Hasib Omerovic, precipitato da una finestra il 25 luglio 2022 durante un intervento degli agenti del commissariato di Primavalle nell’abitazione di via Gerolamo Aleandro. Nello stesso procedimento, definito in parte con rito abbreviato, il giudice ha condannato l’agente Alessandro Sicuranza a un anno e quattro mesi per falso, mentre per la medesima accusa è stata pronunciata l’assoluzione di Maria Rosa Natale. Per Pellegrini, in servizio all’epoca dei fatti nel distretto Primavalle, l’udienza di apertura del processo è stata fissata al 2 novembre 2026. Nel fascicolo figura anche il ministero dell’Interno in qualità di responsabile civile.

Cancellazione della conferenza stampa sulla remigrazione, Vannacci: «Morta la democrazia»

Roberto Vannacci ha detto la sua sulla cancellazione della conferenza stampa alla Camera del comitato ‘Remigrazione e riconquista’, durante la quale avrebbero dovuto prendete la parola alcuni esponenti di CasaPound. «Oggi a Montecitorio è morta la democrazia», ha scritto su Facebook l’ex generale, oggi vicesegretario della Lega, fresco del lancio del marchio “Futuro Nazionale”. L’evento è stato annullato per motivi di ordine pubblico, dopo la protesta delle opposizioni che hanno occupato la sala stampa. «Mi auguro un deciso intervento del capo dello Stato che è garante e custode della nostra Costituzione», ha aggiunto, esortando a una riprogrammazione dell’incontro.

Vannacci: «Massima solidarietà all’onorevole Furgiuele»

«A un parlamentare della Repubblica è stato impedito con la forza di poter democraticamente esprimere le sue opinioni in uno spazio della Camera dei deputati e in un evento regolarmente autorizzato, programmato e pianificato. Una formazione chiassosa di parlamentari di sinistra, guidati da Angelo Bonelli, ha occupato l’aula causando problemi di sicurezza e facendo annullare non solo quella ma tutte le conferenze stampa organizzate nella giornata di oggi», ha scritto Vannacci. «Quando si lascia decidere a una sola fazione del Parlamento chi può parlare e chi no, la democrazia è morta e la tirannia impera». Quanto al tema della remigrazione, il numero due del Carroccio ha affermato che «è un problema di attualità, è una necessità di sopravvivenza e parlarne non viola alcuna legge». E poi: «I primi a violare uno dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale sono stati questi sgangherati parlamentari che, evidentemente, non conoscono l’articolo 21 oppure lo applicano solo a loro uso e consumo secondo una rodata consuetudine della sinistra (puoi parlare solo se la pensi come me)». Infine Vannacci ha espresso «massima solidarietà all’onorevole Domenico Furgiuele che ha avuto il coraggio e la determinazione di far valere i diritti di cittadini che legittimamente e democraticamente vogliono rappresentare le loro istanze».

Australian Open, Djokovic è in finale: Sinner ko dopo quattro ore

Spettacolo puro sul cemento di Melbourne. Dopo le cinque ore e mezza del match tra Carlos Alcaraz e Sasha Zverev, vinto dallo spagnolo per 7-5 al quinto, è show anche tra il campione in carica Jannik Sinner e il 10 volte vincitore degli Australian Open Novak Djokovic. Con una prova da vero fenomeno, tra le migliori della sua carriera, il fuoriclasse serbo si regala la finale contro Carlos Alcaraz dopo una battaglia di quattro ore finita ben oltre l’1 di notte. Il punteggio finale è di 3-6, 6-3, 4-6, 6-4, 6-4. Sfuma per l’altoatesino il terzo successo di fila a Melbourne e il quinto Slam in carriera. La finale è in programma domenica primo febbraio nella mattinata italiana.

Sinner-Djokovic, la cronaca della semifinale

Sinner si presenta alla semifinale degli Australian Open contro Djokovic forte dei cinque successi di fila contro il campione serbo e dei due titoli vinti a Melbourne negli ultimi anni. Pronti via ed è subito break per l’altoatesino che mette il piede sull’acceleratore e sale rapidamente 3-0. Nole evita poco dopo di cedere la battuta per la seconda volta di fila, ma non riesce a rientrare nel parziale, che va a Sinner per sei giochi a tre. Quasi diametralmente opposto l’andamento del secondo set. Il 10 volte campione agli Australian Open (24 a livello Slam) parte forte e strappa la battuta all’azzurro salendo 3-1 e difendendosi dal suo tentativo di rientro immediato. Nole annulla una palla break anche nel settimo gioco prima di chiudere al nono e “restituire” il 6-3 a Sinner. Un set pari.

Australian Open, Djokovic è in finale: Sinner ko dopo quattro ore
Jannik Sinner nella semifinale degli Australian Open 2026 (Ansa).

Si riparte nel terzo con grande equilibrio, tanto che il primo a dover fronteggiare palla break è Sinner nel quinto game. Forte delle ottime prestazioni al servizio (a fine partita sarà record di ace in carriera in un match dello Slam), l’azzurro tiene a zero la battuta sul 3-3 e sul 4-4. Fatali per Djokovic le prime due palle break concesse in tutto il parziale: Jannik sfrutta tre errori del serbo e piazza il break nel momento più opportuno, chiudendo 6-4. La riscossa del campione è immediata: con due dritti di pregevole fattura, Djokovic strappa il servizio a Sinner alla seconda occasione e riaccende gli spalti della Rod Laver Arena. Sarà l’unico break del parziale, con Nole costretto a salvare due palle break nell’ottavo gioco. Grinta e classe, sorretti da un’ottima prima, sono sufficienti per portare la sfida al quinto: come nei primi due set, risultato speculare: 6-4 Djokovic.

Il quinto set

Con una resilienza invidiabile, Djokovic tiene botta anche nel quinto: salva due palle break nel primo game al servizio in cui si è trovato sotto 15-40 e resta aggrappato alla partita. Sinner tiene la battuta con il 22esimo e il 23esimo ace della partita e, in risposta, si procura altre due palle break di fila sul 15-40: due lungolinea spettacolari di Djokovic cancellano le chance, ma Jannik ne ha una terza: va a segno Nole e tiene la parità. Nonostante le quattro possibilità, è proprio l’azzurro a cedere per primo la battuta: nel settimo game Nole porta il numero due del mondo ai vantaggi con un diritto fulmineo che gli vale la palla break: è passata ormai l’una di notte ed è 4-3 per lui.

L’azzurro reagisce subito e sale 0-40 procurandosi tre palle break consecutive: come avvenuto nella finale contro Alcaraz al Roland Garros 2025, Sinner non riesce a sfruttarle. Un rovescio largo di un dito dell’azzurro regala a Nole la palla per il 5-3, sfruttata con l’ace. Il game successivo è interlocutorio e l’azzurro lo domina tenendo la battuta a zero, sapendo di doversi giocare tutto in quello in risposta. Un ottimo servizio esterno e un grave errore di dritto di Sinner fanno scappare il serbo sul 30-0. Sul secondo match point Nole però sbaglia un incredibile colpo dal centro del campo e si va ai vantaggi. Se ne procura un terzo con un servizio vincente e lo sfrutta, facendo esplodere la Rod Laver Arena. Sono quasi le 2 del mattino e alza le braccia al cielo: a 38 anni ha compiuto un’impresa.

Kevin Warsh è il nuovo presidente della Fed

Come anticipato dai media americani, Donald Trump ha annunciato la nomina di Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve. Già membro del Consiglio dei governatori della Banca centrale degli Stati Uniti dal 2006 al 2011 (a 35 anni il più giovane di sempre), Warsh in precedenza – come ha ricordato Trump – aveva ricoperto il ruolo di assistente speciale del Presidente per la politica economica e di segretario esecutivo del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca. Inoltre è stato membro del Dipartimento Fusioni e Acquisizioni di Morgan Stanley & Co., a New York, di cu è stato anche presidente e direttore esecutivo.

«Conosco Kevin da molto tempo e non ho dubbi che passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore», ha assicurato Trump su Truth. Warsh assumerà l’incarico a maggio, quando terminerà il mandato di Jerome Powell.

Sospeso l’autista che ha lasciato un bambino a piedi nella neve in Cadore

È stato sospeso il conducente che in Cadore ha fatto scendere dal bus un bambino di 11 anni, che era sprovvisto del biglietto olimpico da 10 euro previsto in occasione dei Giochi di Milano-Cortina, costringendolo a camminare nella neve per sei chilometri fino a casa. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la famiglia del bambino ha sporto querela per abbandono di minore contro Dolomiti Bus e l’autista del mezzo, dipendente della società veneziana La Linea che esegue il servizio in subaffidamento: la madre ha spiegato che il figlio «è arrivato a casa con un’ipotermia, una temperatura di 35 gradi e in lacrime». I parenti sostengono che il conducente avrebbe potuto accettare come pagamento alternativo quattro titoli di viaggio dal carnet di biglietti da 2,50 euro che aveva il ragazzino. Evitando così di lasciarlo al freddo, privo tra l’altro di cellulare per contattare qualcuno e farsi venire a prendere.

Mosca: «Tregua fino a domenica, lo ha chiesto Trump»

La Russia ha confermato che Donald Trump ha chiesto una sospensione dei bombardamenti su Kyiv fino a domenica 1° febbraio, con l’obiettivo di favorire condizioni più favorevoli per i negoziati di pace. A riferirlo è il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, citato dall’agenzia Ria Novosti, che ha precisato come la richiesta riguardi esclusivamente la capitale ucraina. Intanto il ministero della Difesa russo ha annunciato la «liberazione» dei villaggi di Ternovatoye, nella regione di Zaporizhzhia, e di Berestok nell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, secondo quanto riportato dall’agenzia Tass.

Le accuse di Mosca: «Kyiv risponde con i bombardamenti ai negoziati»

L’ambasciatore straordinario del ministero degli Esteri russo per i «crimini del regime di Kyiv», Rodion Miroshnik, ha accusato l’Ucraina di aver reagito a ogni iniziativa per la pace «con un aumento dei bombardamenti su obiettivi civili o nuovi attacchi terroristici». In conferenza stampa ha sottolineato che l’intensità degli attacchi e il numero di vittime civili «sono cresciuti in modo esponenziale e sono direttamente correlati all’intensificazione del processo di mantenimento della pace». Miroshnik non ha invece fatto alcun riferimento alla presunta tregua dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, definita ieri dal presidente Usa come un risultato positivo del dialogo con Vladimir Putin.

Separatisti dell’Alberta a Washington, Carney: «Trump rispetti la sovranità del Canada»

Nuovo capitolo delle tensioni tra Stati Uniti e Canada. Alcuni esponenti del movimento separatista della provincia dell’Alberta – ricca di petrolio – avrebbero incontrato più volte funzionari statunitensi al Dipartimento di Stato: circostanza che ha provocato la reazione del premier canadese Mark Carney, il quale ha dichiarato di aspettarsi che il presidente Usa Donald Trump «rispetti la sovranità» del suo Paese. «Sono sempre molto chiaro su questo punto nelle mie conversazioni con lui. E poi passo a ciò che possiamo fare insieme», ha detto Carney.

Ci sono stati almeno tre incontri a Washington: la richiesta dei separatisti

Secondo fonti a conoscenza degli incontri colloqui, i leader dell’Alberta Prosperity Project (App), movimento di estrema destra che promuove l’indipendenza della provincia canadese, da aprile 2025 si sarebbero recato in almeno tre occasioni a Washington. «Gli Stati Uniti sono estremamente entusiasti di un’Alberta libera e indipendente», ha detto al Financial Times Jeff Rath, consulente legale dell’App, sostenendo di avere «un rapporto molto più solido» con l’Amministrazione Trump rispetto a quella di Carney. Secondo alcune fonti, l’App intende chiedere una linea di credito da 500 miliardi di dollari, destinata a sostenere finanziariamente l’Alberta nel caso in cui venisse approvato un referendum per l’indipendenza. Dal Dipartimento del Tesoro è arrivata in tal senso una smentita, anche se il segretario Scott Bessent ha definito l’Alberta «un partner naturale per gli Stati Uniti». Un portavoce del Dipartimento di Stato ha precisato che l’Amministrazione «incontra regolarmente esponenti della società civile» e «che non è stato assunto alcun impegno». Sulla stessa linea la Casa Bianca.

In Alberta tre residenti su dieci sono a favore della separazione

In tutto questo David Eby, premier della provincia della Columbia Britannica, ha accusato «tradimento» il gruppo di attivisti per l’indipendenza dell’Alberta che ha incontrato funzionari dell’Amministrazione Trump. Secondo recenti sondaggi Ipsos, circa tre residenti su dieci in Alberta e Quebec voterebbero a favore della separazione. A differenza da quanto successo in Quebec, però, il movimento indipendentista dell’Alberta non ha mai acquisito una vera trazione politica.

Champions League, i playoff: le avversarie di Inter, Juventus e Atalanta

La Champions League 2025/2026 entra nel vivo. Sorteggiati a Nyon gli accoppiamenti dei playoff, primi match a eliminazione diretta verso la finale di Budapest del 30 maggio. Tre le italiane impegnate con Atalanta, Inter e Juventus che giocheranno il ritorno in casa in quanto teste di serie. Non c’è il Napoli, 30esimo nella fase campionato dopo la sconfitta interna all’ultimo turno contro il Chelsea. Le gare di andata si giocheranno il 17 e il 18 febbraio, mentre i ritorni sono in programma una settimana dopo. Il 27 febbraio l’urna regalerà invece gli accoppiamenti dell’intero tabellone, con il possibile cammino dagli ottavi di finale fino all’ultimo atto. Ecco tutti i match delle italiane.

Champions League, tutti gli accoppiamenti dei playoff

Benfica – Real Madrid

Bodo/Glimt – Inter

Monaco – Paris Saint-Germain

Qarabag – Newcastle

Galatasaray – Juventus

Club Brugge – Atletico Madrid

Borussia Dortmund – Atalanta

Olympiacos – Bayer Leverkusen

I possibili ottavi di finale delle tre italiane

Bisognerà attendere il 27 febbraio per conoscere invece gli accoppiamenti degli ottavi di finale. Per le italiane tuttavia si prospetta un cammino piuttosto difficile che rischia di mettere sulla strada verso Budapest alcune delle favorite per la vittoria della coppa. Per l’Inter di Cristian Chivu ci potrebbero essere lo Sporting Lisbona, vera sorpresa di questa edizione della Champions, oppure il Manchester City di Pep Guardiola in quella che sarebbe la rivincita della finale 2023. Per quanto riguarda invece la Juventus di Luciano Spalletti, spauracchio inglese agli ottavi: i bianconeri rischiano di trovare una fra il Liverpool e il Tottenham, protagonista di una stagione a due facce tra Premier ed Europa. Ben più ostico il cammino dell’Atalanta: qualora dovesse superare i playoff, si troverebbe di fronte una tra Arsenal, dominatore della League Phase, e il Bayern Monaco, primo in Bundesliga.