Giorgia Meloni dice no all’inasprimento dei dazi annunciato dagli Stati Unitinei confronti dei Paesi europei impegnati in Groenlandia, definendo la scelta «un errore che non condivido». La premier ha spiegato di aver già avviato contatti diretti con i principali interlocutori internazionali coinvolti: «Ho sentito sia Donald Trump a cui ho detto quello che penso e ho sentito il segretario della Nato, sentirò anche i leader europei ma credo che sia molto importante parlarsi ed evitare una escalation». Secondo Meloni, alla base della vicenda ci sarebbe «un problema di comprensione e comunicazione» e l’iniziativa dei Paesi dell’Unione europea non dovrebbe essere interpretata in chiave «anti-americana».
Meloni tra il Board of peace di Gaza e le tensioni con la Lega
La presidente del Consiglio ha poi ridimensionato le tensioni emerse nelle ultime ore, affermando che «non c’è un problema politico con la Lega», dopo che il partito guidato da Matteo Salvini aveva diffuso una nota in cui definiva alcuni governi europei «deboli d’Europa», accusandoli di avere la «smania» di inviare soldati e di raccoglierne i «frutti amari». Meloni è intervenuta anche sul dossier internazionale relativo a Gaza, confermando l’invito dell’Italia a partecipare al Board of peace: «Siamo stati invitati anche noi a farne parte. Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano, siamo pronti a fare la nostra pace nella costruzione del piano di pace». Infine, sul pacchetto sicurezza in preparazione da parte dell’esecutivo, la premier ha annunciato «una riunione per fare il punto sul provvedimento» al suo rientro, precisando: «Non so se sarà pronto per martedì ma ci stiamo lavorando».
Stanno uccidendo il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). O forse è già stato ucciso. Delitto quasi perfetto. Ma nessuno è innocente. È la sintesi estrema del pamphlet di Piersergio Serventi, Sanità vendesi. Perché è successo (Silva editrice). L’autore ha titoli e pratica (una vita nella sanità ministeriale, poi della Regione Emilia-Romagna e come direttore generale dell’Asl di Piacenza) per scrivere la storia di un sistema che ha rappresentato al meglio a livello internazionale l’idea universalistica di salute pubblica. Ma che ora se la sta passando molto male. In balia delle contrapposte retoriche sinistra-destra che si palleggiano la responsabilità di avere definanziato il SSN, aumentate le code per accedere ai servizi e favorito la privatizzazione.
L’inizio del processo di aziendalizzazione del SSN
Per stare all’essenziale, i punti fondamentali sono tre. Il SSN è stato istituito nel 1978, principio guida universalità e gratuità dell’assistenza sanitaria e superamento delle mutue private. È stato “corretto” ponendo limiti alla spesa nel 1992, quando con il governo Amato l’Italia rischiò il default. Fu riformato nel 1999, ministro della Sanità Rosy Bindi, e le USL (Unità sanitarie locali) divennero ASL (aziende sanitarie locali). Da quel momento, c’era il governo Prodi, è partito il processo di aziendalizzazione che ha aperto le porte alla privatizzazione della sanità. I 27 anni trascorsi da allora hanno via via consolidato questa tendenza e sancito il passaggio della salute da diritto a bene. Non più garantito dalla Costituzione, ma in quanto bisogno, sia pure importante, dipendente dalle personali possibilità economiche. Se sei ricco ti curi, se sei povero prega e spera di stare bene. Al presente, la realtà ci dice che nel 2024, 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi; che i tempi medi di attesa per visite specialistiche sono di sei mesi con punte di 12 per esami diagnostici; che solo 13 Regioni rispettano i livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè le prestazioni che ogni cittadino italiano ha diritto di ricevere dallo Stato.
Medici e infermieri all’interno di un ospedale (Imagoeconomica).
Con l’invecchiamento cresce il bisogno di servizi assistenziali
Il secondo punto rilevante è che tutti mentono sapendo di mentire. I dati parlano e le situazioni critiche al pari dei correttivi indispensabili sono più che evidenti. Noti da tempo. Però di fatto si procede col pilota automatico. Si sa, ma si finge di non sapere, si glissa, si sposta il discorso, anziché affrontare argomenti seri la si butta in polemica politica. Cambiano i governi ma la musica è la stessa. Un disco rotto. «Italiani in fuga dal Servizio sanitario… ticket stellari e attese troppo lunghe spingono verso le strutture private»: sembra oggi ma è il Corriere della Sera del 23 luglio 2014. Un anno fa il Cnel ha prodotto un documento redatto da 42 esperti in varie discipline medico-sanitarie nel quale, auspicando una profonda riforma del SSN e un coinvolgimento delle realtà locali, ha evidenziato tutte le criticità, soprattutto il progressivo invecchiamento della popolazione e dunque il bisogno crescente di servizi assistenziali più costosi in un contesto di risorse economiche calanti.
Anziani (Getty Images).
Il cronico deficit di risorse, investimenti e personale
Ovviamente, è il terzo punto, conciliare queste due tendenze non è possibile. Fare finta però che lo sia è pura ipocrisia o disonestà intellettuale. Più o meno come negare che tra spesa sanitaria e spesa per armamenti non ci sia, come invece c’è, una relazione inversamente proporzionale. Quando cresce una, tende a diminuire l’altra e viceversa. Il dato è provato e confermato a livello mondiale, eppure l’attuale governo lo nega risolutamente. Arduo pensare che il SSN recupererà nei prossimi anni l’attuale deficit di risorse, personale e investimenti strutturali in ospedali, residenze protette, case della salute. Ma è anche difficile da immaginare una mitigazione della burocrazia assurda che è stata creata introducendo modifiche non pensate all’interno di un disegno complessivo di riforma.
Operatore sanitario (Unplash).
La sanità è un business che suscita appetiti finanziari e speculativi
Accade così, segnala Serventi, che in Romagna si siano accorpate tre Province e 74 Comuni con 1.125.000 assistiti e 16 mila dipendenti, con un bilancio di 2,5 miliardi. Mentre nella stessa Regione, a Imola, i Comuni sono sette, gli assistiti 133 mila, 1.900 i dipendenti e 316 milioni il valore della produzione. Ma simili situazioni si ripropongono in tanti altri territori nazionali. Certo è che il definanziamento del sistema sanitario va avanti da 30 anni e che il suo carattere universalistico e gratuito può essere mantenuto solo dalla fiscalità generale. Ovvero se tutti pagano le tasse. Cosa questa che raramente figura nei discorsi dei politici che affollano i talk show. Tuttavia questo sistema malato è stato in grado di mobilitare 137 miliardi di spesa pubblica nel 2024 e 48 di privata, mentre le famiglie hanno speso 16 miliardi per assistere anziani non autosufficienti, ai quali si aggiungono 9 miliardi di assegni di accompagnamento erogati dall’Inps. Un business che ovviamente suscita robusti appetiti finanziari e speculativi. Anzitutto perché è costante e in aumento la domanda di un bene primario e indispensabile come la salute, mentre la presenza pubblica cala. In secondo luogo perché la legge consente alle cliniche private di organizzarsi e concentrarsi sulle prestazioni a basso rischio, senza obblighi di avere reparti di urgenza ed emergenza che hanno costi molto alti. In terzo luogo perché la defiscalizzazione delle spese sanitarie e assicurative, per imprese e lavoratori, è un ulteriore fattore accelerante l’ingresso di nuovi investitori (fondi e gruppi assicurativi) sul mercato della salute.
Personale sanitario (Imagoeconomica).
La soluzione? Nazionalizzare le strutture convenzionate
Siamo alle solite: all’atavico vizio di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Ma come ribadisce Serventi le colpe sono tutte della mano pubblica, dei governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, dei leader politici che si scaldano nei talk show, ma giusto quei 10 minuti che non spostano né risolvono alcun problema. Eppure una cosa giusta, anche solo una, i nostri governanti, potrebbero farla. Ad esempio raccogliere l’invito del microbiologo Andrea Crisanti, che è anche eurodeputato del Pd, a nazionalizzare le strutture private convenzionate. Non è più tollerabile, scrive, che «il 25 per cento del budget sanitario vada a strutture che scelgono di erogare solo le prestazioni più remunerative e che si vedono ogni anno riconfermare il budget di quello precedente». Senza gare d’affidamento, con adeguamenti automatici e quindi senza rischi d’impresa. Anche qui siamo dalle parti dei balneari. Ma la cosa più fantastica è che il futuro prossimo della sanità italiana sembra, incredibilmente, riportarci alla situazione precedente la costituzione del SSN. Quando c’erano le mutue private e come segnalava un’affermazione sarcastica degli Anni 60, quelli del film commedia Il medico della mutua con Alberto Sordi, «dalla mutua la salute non avrai, anche se la mutua pagherai». Siamo tutti avvertiti.
«In questo momento l’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni. Dobbiamo superare le nostre debolezze autoinflitte. E dobbiamo diventare più forti militarmente, economicamente e politicamente». Lo ha affermato l’ex premier Mario Draghi in un video messaggio trasmesso durante l’annuncio del vincitore del premio Carlo Magno, andato proprio a lui per la sua azione per l’unità europea.
«Nessuno come lui è sinonimo di rafforzamento economico dell’Europa»
Queste le motivazioni dell’assegnazione del riconoscimento, che verrà consegnato a Draghi a maggio: «La situazione è drammatica e l’Europa rischia di diventare un giocattolo nelle mani di altre potenze. Per questo motivo, in questa fase decisiva, è fondamentale garantire la capacità di azione e la sovranità dell’Europa. Sono stati compiuti passi importanti nel campo della difesa, ma la sicurezza e l’indipendenza strategica richiedono fondamentalmente un’Europa economicamente forte. La competitività e la forza economica sono quindi la base indispensabile per un’Europa sovrana, forte e autonoma. Come nessun altro, Mario Draghi è sinonimo del rafforzamento economico dell’Europa e il suo “Rapporto Draghi” del 2024, che prende il nome da lui, rappresenta la strategia necessaria per garantire competitività, crescita e stabilità nell’Unione europea».
Giorgia Meloni non esclude, nel contesto di una missione della Nato, una presenza italiana in Groenlandia. L’ha detto in un punto stampa al termine della sua missione a Tokyo: «Ritengo che la questione del rafforzamento della sicurezza e della presenza degli alleati in Groenlandia sia un tema serio, che però sta nell’ambito del dialogo all’interno dell’Alleanza atlantica. La Groenlandia va considerato territorio di responsabilità della Nato, la questione che gli americani pongono è una questione seria, ovviamente, e credo che il ragionamento di rafforzare la nostra presenza sia un ragionamento sicuramente necessario da fare all’interno dell’Alleanza, quello è l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza». Ciò avverrebbe dunque nella cornice Nato senza l’idea di muoversi con «intenti divisivi» rispetto agliStati Uniti di Donald Trump – che per lei ha «metodi assertivi» ma non tanto da arrivare a «un intervento militare di terra», che ritiene «molto difficile».
La Consob ha ufficialmente nominato i componenti del Comi, il Comitato degli operatori di mercato e degli investitori, per il biennio 2026-2028. A presiedere l’organismo sarà Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia. Al fianco del presidente ci sarà Antonio Pinto, in qualità di vice. Il mandato avrà durata biennale con possibilità di rinnovo. Tra i membri ci sono i docenti universitari Filippo Annunziata, Marina Brogi, Claudio Cacciamani, Fernando Greco, Michele Siri e Paolo Valensise. Con loro ci sono, tra gli altri, anche Marcello Bianchi, Fiorenzo Bortolato, Giovanna Dossena, Salvatore Rossi, Pietro Sella, Marco Tofanelli, Andrea Vismara, che rappresentano gli operatori di mercato. Per la rappresentanza dei consumatori, invece, Giuseppe Cammaroto e Antonio Pinto.
Ah, il Giappone. Terra esotica, mitica. Che risveglia, soprattutto nei nati tra i 70 e gli 80, i ricordi dei cartoni animati dell’infanzia. E Giorgia Meloni, classe 1977, non fa eccezione. Così, dopo aver discusso con la collega Sanae Takaichi di dossier internazionali – dall’Ucraina alla Corea del Nord – e di collaborazionein settori strategici comeintelligenza artificiale, semiconduttori, alta tecnologia e spazio, la premier italiana si è goduta grazie all’ospitalità della sua nuova «migliore amica» – così l’ha definita – un po’ di sano pop nipponico.
La missione giapponese riassunta in un video
«Conta sempre su di me, per qualsiasi cosa tu abbia bisogno. So che non è facile, ma ce la faremo insieme», ha detto la premier italiana salutando Takaichi al termine del bilaterale a Tokyo, riassunto da un video che ripercorre i momenti clou della visita e pubblicato sull’account ufficiale della prima ministra giapponese.
Immancabile il selfiein stile anime. Non da meno il brindisi in onore di Meloni e il «salute» di Takaichi, fino al coro “Tanti auguri a te” intonato in italiano dalla delegazione giapponese “diretta” dalla premier nipponica. Ovviamente Meloni, che ha compiuto 49 anni il 15 gennaio, è stata festeggiata con torta e candeline. Tanti sorrisi e strette di mano. Takaichi poi ha regalato a Giorgia «un paio di orecchini in vetro di Edo Kiriko», e «alla giovane signorina» Ginevra – la figlia di Meloni – «un bicchiere di Sanrio», il marchio che ogni teenager di ieri e di oggi conosce visto che firma personaggi come Hello Kitty.
La foto ricordo con Tetsuo Hara, papà di Ken il Guerriero
Ma c’è stato un altro regalo particolarmente gradito da Meloni. Una stampa di Ken il Guerriero con dedica e l’incontro – anche in questo caso con foto, perché se non è su Instagram non è successo davvero – con il suo creatore, Tetsuo Hara. «Lo ringrazio di cuore per il dono prezioso che mi ha voluto fare e per un’opera che ha segnato la crescita di intere generazioni di italiani, diventando parte dell’immaginario collettivo della nostra Nazione», ha scritto Meloni.
E tra gli italiani cresciuti a pane e Ken il Guerriero c’è senza dubbio Tommaso Longobardi, responsabile social della premier. Che ha approfittato per scattarsi una foto ricordo con il maestro Hara. «A Tokyo ho avuto l’emozione di incontrare uno dei miti che ha segnato la mia crescita: Tetsuo Hara, il creatore di Ken il Guerriero, e di farmi firmare il mio numero uno dell’edizione italiana del 1997 di Star Comics, un volume che custodivo preziosamente». Ken, continua Longobardi, «non è stato solo un personaggio. È stato un compagno di crescita, capace di trasmettere valori che, senza nemmeno accorgertene, restano con te e contribuiscono a formarti. Incontrare chi ha dato vita a un’opera capace di segnare l’infanzia di intere generazioni è stato davvero emozionante».
Il responsabile social di Meloni risponde alle critiche
E proprio Longobardi, rispondendo a «qualche lamentela» circa l’utilizzo dello stile anime per raccontare un incontro istituzionale, ha difeso a spada tratta l’idea con tanto di lezione di comunicazione politica. «Non esistono linguaggi vietati, esistono linguaggi usati bene o male», scrive in una storia su Instagram. «Qui c’erano due leader con una immagine forte, una personalità coerente con questa scelta, un contesto internazionale e una cultura, quella giapponese, che ha reso questo linguaggio universale». E continua: «Se i meme sono da tempo parte della comunicazione politica, è difficile sostenere che il linguaggio manga sia meno legittimo o meno adatto». Insomma, per chi non avesse capito o colto, «non è folklore. È comunicazione che sceglie consapevolmente di parlare anche fuori dai formati tradizionali». Insomma, se non fosse chiaro: Meloni-Chan is back.
L’interesse del governo per l’Artico «non è recente e coinvolge da tempo marina, aeronautica ed esercito». Lo ha ribadito il ministro Guido Crosetto alla conferenza di presentazione della Politica Artica Italiana a Villa Madama, prendendo tuttavia le distanze dall’ipotesi di inviare contingenti militari in Groenlandia. «Da tempo la Difesa si interessa dell’Artico, con la marina, l’aeronautica, l’esercito. Le esercitazioni non sono iniziate adesso. E che non sono sicuramente 15 soldati mandati in Groenlandia. Mi chiedo a fare cosa? Una gita? 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l’inizio di una barzelletta», ha detto il ministro, riferendosi alle decisioni di Svezia, Norvegia, Germania e Francia di rispondere all’appello della Danimarca per la difesa di Nuuk, anche alla luce delle mire di Donald Trump.
Crosetto: «In quella terra di nessuno qualcuno deve costruire le regole»
Sul possibile coinvolgimento italiano, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si è espressa e, secondo quanto emerge, Roma non sarebbe orientata a partecipare a questa fase di impegno militare Ue in Groenlandia, mentre a Bruxelles si discute l’eventuale attivazione dell’articolo 42 del Trattato sull’assistenza reciproca. Crosetto ha ribadito una linea favorevole al coordinamento internazionale: «Io sono per allargare», spiega Crosetto, «non frazionare in nazioni un mondo già troppo frazionato. Penso sia nostro interesse tenere insieme il mondo occidentale, pensando sempre in ottica Nato, in ottica Onu». E ha aggiunto: «La nostra forza è nella sinergia tra le amministrazioni. Siamo disponibili a impegnarci come Difesa. In quella zona che è la terra di nessuno occorre che ci sia qualcuno che in qualche modo costruisce delle regole».
Antonella Cavallari è stata nominata Ambasciatrice d’Italia a Cipro, nazione che ha appena assunto la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione europea. Romana classe 1961, Cavallari ha una lunga esperienza diplomatica alle spalle, iniziata nel 1987 con un primo incarico alla Direzione generale Affari Economici della Farnesina. Nel 1991 la prima sede all’estero: Il Cairo, dove arriva a ricoprire il ruolo di Primo segretario commerciale. Nel 1996 il trasferimento a Tokyo, con lo stesso incarico. Dopo un periodo a Roma tra la DG Italiani all’estero e Politiche Migratorie e la Segreteria particolare del Vice Ministro – Sottosegretario di Stato, dal 2013 al 2016 è stata ambasciatrice in Paraguay. Poi è tornata a Roma come Vice Direttore Generale per la Mondializzazione e le Questioni globali/Direttore Centrale per i Paesi dell’America Latina alla Farnesina. L’ultimo incarico prima di Nicosia è stato quello di segretaria generale dell’Istituto Italo-Latino Americano.
Giuseppe Conte, va detto, è in splendida forma. Ci sono sondaggi che lo presentano competitivo nei confronti di Giorgia Meloni, probabilmente il più competitivo del campo largo. Al che verrebbe pure da pensare che il Commander in Pochette del M5s sarebbe pronto, prontissimo, per le primarie del centrosinistra, e chissà se mai si faranno. Ha tutto quello che desidera, l’ex presidente del Consiglio: un’opposizione interna che garantisce un minimo di democrazia (Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, è il corrispettivo dei riformisti per il Pd); una pattuglia parlamentare che risponde a lui, che parla come lui, che è a sua immagine e somiglianza, basta ascoltare gli interventi del deputato Marco Pellegrini, ingegnere di Foggia nonché cosplayer di Conte («Avete portato avanti soltanto l’opzione bellicista, quindi invio di armi sempre più letali», si è lanciato giovedì in Aula, durante le comunicazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto. «Sempre più armi, sempre più sostegno e null’altro: questo avete deciso di fare. Era una strategia sbagliata, lo dimostrano i fatti, lo dimostra, purtroppo, l’andamento della guerra, lo dimostrano le centinaia di migliaia di morti ucraini»). E degli alleati che fondamentalmente lo adorano e che forse non vedrebbero l’ora di diventare come lui, così amato dai catto-comunisti.
Giuseppe Conte (Ansa).
La battaglia continua contro il «furore bellicista»
E dire che lui e il suo M5s ne combinano parecchie, specie sulla politica estera. Questa settimana è stato il trionfo della denuncia del «furore bellicista», anche quando di bellicismo impenitente ce n’è poco: l’Ucraina ha bisogno di aiuti, militari e non solo, per difendersi, c’è poco da fare. La popolazione iraniana avrebbe bisogno di una mano esterna, ché da sola contro gli ayatollah può riempire le piazze ma finisce imprigionata, torturata, uccisa, repressa. I cinquestelle dopo essersi astenuti in Senato su una risoluzione unitaria alla camomilla, in cui c’era lo spazio per tutta l’azione diplomatica e multilaterale del globo, giovedì hanno portato in commissione Esteri della Camera un’altra risoluzione – firmata anche da Nicola Fratoianni di Avs – in cui si impegna il governo a «scongiurare azioni militari unilaterali fuori dal quadro del diritto internazionale, promuovendo tutte le necessarie iniziative diplomatiche e di carattere sanzionatorio da parte della comunità internazionale e degli organismi internazionali». L’obiettivo polemico sottinteso è, va da sé, l’America di Donald Trump che potrebbe avere voglia di fare il bis dopo il Venezuela con l’Iran.
Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).
Il Pd è costretto a inseguire il M5s
Il Pd, come al solito, è costretto a inseguire, perché Conte sorpassa tutti a destra, a sinistra, al centro. Dipende da quello che gli conviene. Un Conte tendenza Marx (Groucho): «Questi sono i miei principi. Se non ti piacciono ne ho degli altri». Sulla sicurezza, per dire, sembra tornato quello del governo Conte con Matteo Salvini (e pure sulla politica estera, visto che la «corsa al riarmo» è uno strumento di propaganda caro anche al leghismo che però si ferma un attimo prima del voto sugli aiuti all’Ucraina). Ripete che quando si parla con lui non si sta parlando con la sinistra, dice che la patrimoniale è un’idea da rifiutare, dice che le città sono insicure e servirebbe la mano più ferma. Dice che l’alleanza non è scontata, quella del campo largo si intende, che per la coalizione di centrosinistra adda passà ‘a nuttata. Insomma, poi si vedrà. Sempre quando conviene, beninteso.
Elly Schlein con Giuseppe Conte (Ansa).
L’alleanza non sarà strutturale, ma le poltrone sì
Nel frattempo però, è qui sta la magia del Mago Conte, il M5s anche laddove elettoralmente vale poco, conquista posti nelle Regioni in virtù dell’alleanza con il Pd, generoso come pochi altri al mondo. Nella nascente Giunta Decaro il M5s si siede con il 7,22 per cento: Cristian Casili è stato indicato da Conte come rappresentante del M5s nella nuova squadra di governo pugliese; nella Giunta Giani il M5s si è installato forte del suo 4,34 per cento, ottenendo nientemeno che l’assessorato all’Ambiente con David Barontini. Questo perché l’alleanza non sarà pure strutturale, a sentire Beppe Conte, ma le famigerate poltrone eccome se lo sono.
Non sarà nella giunta regionale pugliese Michele Emiliano, ma assumerà invece il ruolo di consigliere del presidente. La decisione è maturata nel pomeriggio del 15 gennaio, al termine di un confronto con Antonio Decaro, riporta il Corriere della Sera. A questo punto verrà avviata la procedura per la richiesta di aspettativa dalla magistratura: Decaro predisporrà il decreto di nomina, che Emiliano trasmetterà al Consiglio superiore della magistratura, dal quale è attesa una decisione.
Michele Emiliano e Antonio Decaro (Imagoeconomica).
Emiliano avrà «piena autonomia e ampio margine di manovra»
Secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, Emiliano potrà contare su «un piena autonomia e ampio margine di manovra». La recente riorganizzazione del modello Maia, varata con un decreto firmato da Decaro e che ha ridotto da 21 a 9 il numero dei consiglieri del presidente, ha inoltre creato le condizioni per un compenso annuo di circa 130 mila euro, a fronte dei 150 mila complessivi percepiti dai direttori di dipartimento. Resta però il forte risentimento dell’ex governatore, che dopo il passo indietro sulla candidatura al Consiglio regionale si è visto costretto a rinunciare anche all’ingresso in giunta.
Al termine dell’incontro a Palazzo Chigi con i familiari delle vittime italiane della strage di Crans-Montana, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha spiegato che l’Italia ha chiesto alla Commissione europea di costituirsi parte civile. «L’Italia chiede che la Commissione europea si costituisca parte civile nel procedimento in Svizzera. Esistono numerosi precedenti, se l’Europa ha senso anche in termini di cooperazione giudiziaria, qui ci sono interessi economici e qualcosa di più importante e significativo che non può non trovare rappresentatività da parte della Commissione europea», ha dichiarato nel corso della conferenza stampa.
Mantovano: «Stesso livello di attenzione anche per i feriti»
Mantovano ha inoltre illustrato l’intenzione dell’esecutivo di avviare un’iniziativa comune con altri Paesi dell’Unione che hanno avuto cittadini coinvolti nella vicenda, sia come vittime sia come feriti. L’obiettivo, ha spiegato, è quello di creare un coordinamento tra Stati per sostenere l’azione delle autorità svizzere nel rispetto dell’ordinamento elvetico e delle prerogative delle persone danneggiate. In questo quadro, ha precisato che il coordinamento servirà «per affiancare l’autorità giudiziaria elvetica e quindi si utilizzeranno tutti gli strumenti disponibili a cominciare da Eurojust». In apertura dell’incontro, lo stesso Mantovano ha voluto chiarire: «Tengo a precisare che abbiamo ricevuto in questa occasione i familiari delle vittime decedute, il che non significa una mancanza di considerazione nei confronti dei feriti, per i quali esattamente lo stesso livello di attenzione sarà ovviamente manifestato e ribadito da subito in tutte le sedi».
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Ansa).
L’avvocatura dello Stato: «Noi siamo con le famiglie»
Durante la conferenza è intervenuto anche Carlo Nordio, che ha richiamato gli strumenti previsti dall’ordinamento italiano. «L’articolo 10 del codice penale prevede anche la richiesta del ministro della Giustizia italiano per procedere eventualmente contro queste persone. Richiesta che noi siamo intenzionati a fare appena si creeranno i presupposti. Noi abbiamo assicurato ai parenti e ai loro avvocati tutta la nostra vicinanza e collaborazione. Anche nelle attività come il coinvolgimento degli organi sovranazionali», ha aggiunto. A ribadire il valore della presenza dello Stato nel procedimento è stata l’avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli. Rivolgendosi alle famiglie, ha evidenziato che «La nostra presenza» costituendoci parte civile «non è solo formale ma sostanziale». Un messaggio che, ha spiegato, ha lo scopo di far sentire i familiari accompagnati dalle istituzioni: «Così le famiglie sanno di non essere sole: questo è il senso della nostra presenza. Il segnale deve arrivare chiaro e forte: noi siamo con le famiglie. Come ha fatto Francia».
Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale intervistato da Repubblica ribadisce il no della Regione al dimensionamento scolastico richiesto dal governo, spiegando le ragioni che hanno portato al rifiuto dell’accorpamento di 17 scuole su 532 e al successivo commissariamentodell’Emilia-Romagna, insieme a Toscana, Umbria e Sardegna, deciso dopo il confronto con l’esecutivo e con il ministero dell’Istruzione guidato da Giuseppe Valditara: «In generale reputo sbagliata la scelta di tagliare il numero di autonomie scolastiche», ha detto de Pascale, «ma come presidente di Regione, nell’ottica di una corretta collaborazione istituzionale, tutti i giorni do attuazione a scelte politiche che non condivido. Io come Regione sono chiamato a contenere i danni. Ma qui non condividevo il principio e nemmeno l’attuazione».
Giuseppe Valditara (foto Imagoeconomica).
De Pascale ricorda che la misura, introdotta dal governo Draghi e confermata dall’esecutivo Meloni, rischia di svuotare la partecipazione nella scuola: «Disinvestire sulle autonomie scolastiche, arrivare ad avere scuole da 2 mila alunni è per me iniquo. Ma Valditara ha avvallato il provvedimento. Io sono stato in consiglio di istituto e se il numero degli studenti è troppo elevato si frena la partecipazione di famiglie, del collegio dei docenti, delle relazioni sindacali: ne soffre la vita democratica della scuola, che è un luogo di partecipazione. L’autonomia scolastica è stata una grande conquista».
De Pascale: «Siamo i più virtuosi e i più penalizzati»
Sul piano tecnico la Regione contesta l’assenza di motivazioni e i criteri applicati. «Ci siamo rifiutati di dare seguito al dimensionamento scolastico perché è stata una scelta univoca non motivata. Sono sei mesi che pretendiamo chiarimenti». De Pascale sottolinea che le scuole emiliano-romagnole superano la soglia ministeriale di 938 alunni per autonomia, con una media di 998, e che in base al meccanismo premiale spetterebbero più istituti e non tagli. «Siamo i più virtuosi e siamo i più penalizzati». La Regione aveva proposto di ridurre solo sei scuole, ma la scelta è stata tra l’accorpamento di 17 istituti o il commissariamento. Sulle pressioni europee replica: «Bisognava rinegoziare con l’Europa», definendo «una follia» la possibilità di ampliare nuovamente le scuole dopo il 2026. Conclude sul commissario ad acta: «Ognuno si assume le sue responsabilità. Si tratta di un provvedimento iniquo del centrodestra, le famiglie sapranno chi lo ha firmato. Io difendo la scuola pubblica e il dimensionamento è uno svilimento dell’autonomia scolastica, che porterà con sé tagli. Abbiamo avuto garanzie sull’occupazione, ma gli organici saranno comunque ridotti».
È morta mercoledì mattina a Roma, all’età di 76 anni, Valeria Fedeli, sindacalista, ex senatrice del Partito democratico e ministra dell’Istruzione nel governo guidato da Paolo Gentiloni. Ne danno notizia i suoi famigliari.
La carriera politica di Valeria Fedeli
Nata a Treviglio nel 1949, aveva iniziato il suo percorso nel sindacato, diventando una figura di rilievo della Cgil. Ha ricoperto incarichi di vertice fino a essere segretaria generale della Filtea-Cgil, la federazione dei lavoratori del tessile e dell’abbigliamento. Nel 2012 era stata anche vicepresidente di Federconsumatori. Nello stesso anno aveva lasciato il sindacato per dedicarsi all’impegno politico. Candidata con il Pd alle elezioni politiche del 2013, era stata eletta senatrice e successivamente vicepresidente del Senato. Tra gennaio e febbraio 2015 aveva presieduto temporaneamente l’aula del Senato, subentrando a Pietro Grasso. Nel 2016 la nomina a ministra dell’Istruzione, incarico mantenuto fino al 2018. Rieletta senatrice nello stesso anno, non era stata ricandidata alle politiche del 2022. Fedeli è stata anche tra le fondatrici del comitato femminista «Se non ora, quando?». Era sposata con Achille Passoni, sindacalista ed ex esponente del Pd.
Valeria Fedeli (Imagoeconomica).
Il ricordo dei colleghi
«Un male inesorabile e feroce ci ha portato via Valeria Fedeli», ha scritto Piero Fassino, ricordandola come una «donna coraggiosa, sempre in prima linea in ogni battaglia per l’affermazione dei diritti dei lavoratori, delle donne, dei giovani, dei cittadini, credeva in una sinistra riformista capace di esprimere una cultura di governo». «Una donna intelligente, sensibile e molto lucida», dice citato dall’AdnkronosMatteo Renzi, che con un ricordo personale parla «dell’affetto con cui mi ha accompagnato sia negli anni del governo, quando era vicepresidente del Senato, sia negli ultimi anni. Era facile volerle bene ed era bello farlo».
In un post su X, Guido Crosetto ha parlato di «inutili polemiche inventate», in merito all’operazione Strade sicure, che sta creando scintille nella maggioranza. Il ministro della Difesa, smentendo di voler cancellare il progetto, ha infatti sottolineando di aver «chiesto il rifinanziamento nell’attuale configurazione» e un implemento del numero dei Carabinieri. Crosetto ha poi illustrato il suo ‘piano’ per Strade sicure, operazione nata nel 2008: «Per spiegarlo in modo che sia comprensibile a tutti, la mia idea era ed è: 1) aumentare il numero delle persone che fisicamente presidiano i luoghi più pericolosi e complessi in Italia. 2) utilizzare i militari di Esercito, Marina ed Aeronautica senza toglierne anche solo uno, almeno finché non ci sarà un numero superiore di Carabinieri, neoassunti e formati proprio per questo impiego, pronti a sostituirli».
Devo dire che mi hanno molto deluso le tante, troppe, e per me inutili polemiche inventate ad arte solo per far finta di risolvere problemi che non sono mai esistiti. L’operazione “Strade Sicure”, anche quest’anno, ha la stessa consistenza dello scorso anno. Anno (il 2025) in…
Manca soltanto l’ufficialità, poi Massimo Sessa sarà il nuovo commissario straordinarioper gli stadi in vista di Euro 2032, campionato europeo che sarà ospitato dall’Italia (insieme alla Turchia). Ci sono voluti mesi prima di trovare l’accordo tra il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture e quello dell’Economia con cui si darà il via libera alla nomina. Secondo quanto annunciato dal Fatto Quotidiano e precedentemente anticipato da Calcio e Finanza, la maggioranza avrebbe raggiunto l’intesa per permettere a Sessa di avere un doppio ruolo. L’ingegnere, infatti, è innanzitutto il presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici. Ora dovrà coniugare la sua attività con quella di commissario. Sono stati in primis la premier Giorgia Meloni e il ministro Matteo Salvini a schierarsi contro la nomina, perché considerata incompatibile al suo ruolo principale. La questione ha quasi rischiato di spaccare il governo.
Sessa, sì al doppio ruolo grazie al decreto Infrastrutture
L’accordo è stato raggiunto grazie a una modifica normativa inserita nel decreto Infrastrutture che gli permetterebbe di sommare i due incarichi. E questo perché in una relazione tecnica si parla della «difficoltà di reperire candidati qualificati, disponibili ad assumere l’incarico previo collocamento fuori ruolo o in aspettativa». Ora Sessa dovrà gestire circa 650 milioni di euro in contributi pubblici oltre a investimenti che si aggirano intorno ai 5 miliardi. Tra gli interventi sugli stadi, anche il nuovo San Siro e l’impianto di Roma. Il commissario dovrà lavorare anche in vista della scelta delle cinque sedi che l’Italia dovrà comunicare alla UEFA entro il prossimo ottobre. Una scelta che, viste le condizioni degli stadi italiani, non è affatto facile. Lo stesso presidente della UEFA, Aleksander Ceferin, ha più volte criticato l’Italia definendo le infrastrutture «terribili».
Il Comitato per il Sì “Pannella Sciascia Tortora” organizza una conferenza pubblica sul referendum costituzionale in materia di separazione delle carriere dei magistrati e sorteggio del Csm, in programma giovedì mattina a Roma nella sede del Partito Radicale, in via di Torre Argentina. Attesi gli interventi di Giorgio Spangher, Nicola Buccico, Valerio Spigarelli e Vittorio Feltri.
Vittorio Feltri (foto Imagoeconomica).
Tajani da Trentini a Roccella
La lunga giornata di Antonio Tajani, in qualità di ministro degli Affari Esteri: prima all’aeroporto di Ciampino per recuperare gli italiani in arrivo dal Venezuela, a cominciare da Alberto Trentini, poi al Senato a mezzogiorno e al pomeriggio alla Camera dei deputati. Quindi appuntamento a Palazzo Borromeo con la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, per parlare di maternità surrogata. E nel pomeriggio di giovedì 16 gennaio nella sala Aldo Moro del ministero degli Esteri, altro incontro con la “collega” Roccella per la presentazione della “Guida alle adozioni internazionali”, realizzata dalla Farnesina in collaborazione con la Commissione adozioni internazionali. Una vitaccia…
Eugenia Roccella con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).
Il Messaggero, Napoletano alla prova del cdr
Pomeriggio, certo non di fuoco, martedì al quotidiano Il Messaggero. Nella sede romana di via del Tritone è in programma la riunione del comitato di redazione per votare la fiducia al nuovo direttore Roberto Napoletano. L’esito è scontato…
Roberto Napoletano (Imagoeconomica).
Rai Cinema scopre il banchiere Giannini
Giuseppe Tornatore, regista premio Oscar che ha prestato la sua arte al servizio di un film per Brunello Cucinelli, ora con Rai Cinema e Kavac Film sta lavorando alla scrittura della sceneggiatura di The first dollar – Il primo dollaro, per una pellicola dedicata alla figura di Amadeo Peter Giannini, fondatore della Bank of Italy, poi divenuta Bank of America. Il film sarà girato interamente in inglese, con un cast di attori italiani e internazionali. Giannini, figlio di emigrati liguri, nato in California nel 1870, «seppe rivoluzionare il sistema bancario mettendo il credito al servizio delle persone comuni: immigrati, lavoratori, donne, famiglie fino a quel momento escluse. Amava ripetere che non si può diventare mai così grandi da dimenticarsi della gente comune, un principio che ha guidato ogni sua scelta», evidenziano da Rai Cinema presentando il contenuto del film. Fu di Giannini «il sostegno decisivo alla nascita della grande industria cinematografica, finanziando opere di Charlie Chaplin, Walt Disney e Frank Capra; la costruzione del Golden Gate. Finanziò inoltre sia il New Deal sia il piano Marshall e contribuì alla ricostruzione dell’Europa e dell’Italia nel secondo Dopoguerra». Roba da far paura ai ministri Alessandro Giuli e Matteo Salvini, che si occupano, rispettivamente, di Cultura e di Infrastrutture. E Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, per parlare del film si imbarca in una lezione di politica bancaria, affermando che verrà sottolineata «la coerenza morale di un uomo che ha dimostrato come il successo economico possa andare di pari passo con la responsabilità sociale». Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, sarà senz’altro in prima fila alla proiezione dedicata ai vip.
Amadeo Peter Giannini, il figlio di emigrati italiani negli Usa e diventato uno dei più grandi banchieri americani, ricordato nel 2020 con un francobollo (foto Ansa).
Chi si rivede: l’85enne Bertinotti
Fausto Bertinotti non ha smesso di combattere. E di cercare la piazza. L’ex leader di Rifondazione Comunista, già presidente della Camera dei deputati, classe 1940, il pomeriggio di martedì 20 gennaio sarà a Roma nell’Accademia di San Luca per presentare un libro intitolato L’aula e la piazza. Dialogo sull’architettura, l’università e la società, di Alessandro Armando e Carlo Olmo. Un testo che sembra cercare un nuovo moto di rivolta nelle università che, secondo gli autori, «sono diventate luoghi di riproduzione piuttosto che di elaborazione del sapere. Il docente, sempre più incapsulato in un sistema di valutazione impersonale, si trova a destreggiarsi tra l’obbligo di costruire curriculum e pubblicazioni scientifiche e il vuoto di una comunità che non riesce più a dialogare al suo interno. L’internazionalizzazione, che avrebbe dovuto ampliare gli orizzonti della disciplina, è spesso ridotta a un meccanismo che promuove la globalizzazione dei saperi senza favorire una vera comprensione tra le diversità». Per questo, sottolineano, «non si tratta solo di riflettere su come restituire valore e orizzonti alle pratiche universitarie e professionali, ma di ritrovare spazi per un dialogo che vada oltre il semplice scambio accademico. Il confronto tra saperi, idee e tradizioni deve essere il cuore di un’architettura che non voglia ridursi a mera prestazione di servizio e riscopra la propria forza politica ed etica». Parole che sembrano ideate proprio per scatenare un esponente del sindacato, e poi della politica, come Bertinotti…
Il Consiglio dei ministri del governo Meloni, nella giornata del 12 gennaio 2026, ha approvato il disegno di legge che dà il via libera al nuovo bonus caregiver, il nuovo sostegno economico a favore di chi si prende cura di familiari con gravi disabilità, e a tutta una serie di misure di supporto. Il provvedimento ha accolto la proposta della ministra per le disabilità Alessandra Locatelli al fine di istituire un quadro normativo che riconosca finalmente il valore sociale di queste figure. La platea interessata è ampia: secondo alcune stime, il Ddl interessa circa sette milioni di italiani impegnati quotidianamente nell’assistenza domestica a titolo gratuito. Durante la riunione a Palazzo Chigi, alla quale ha partecipato il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, è stato definito un percorso che prevede sia tutele giuridiche, sia aiuti monetari. La riforma mira a ridurre il rischio di isolamento delle famiglie fragili, garantendo dignità a un ruolo fondamentale per la coesione sociale. Il testo stabilisce criteri precisi per l’identificazione dei beneficiari, includendo coniugi, conviventi e parenti entro il secondo grado dei soggetti fragili.
Bonus caregiver 2026, che cos’è e a chi spetta
La ministra della disabilità, Alessandra Locatelli (Imagoeconomica).
Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri definisce il ruolo del caregiver familiare come colui che assiste un congiunto non autosufficiente in modo prevalente e continuativo. Per accedere al bonus caregiver 2026, il richiedente deve essere formalmente riconosciuto tramite una procedura gestita dall’Inps, che verificherà la sussistenza dei requisiti di convivenza. La legge prevede quattro profili di tutela differenziati, basati sull’intensità dell’impegno richiesto. Il beneficio economico principale è riservato a chi presta assistenza per almeno 91 oresettimanali, garantendo una presenza costante di 13 ore al giorno. Le figure che possono ottenere il riconoscimento sono, pertanto:
il coniuge o la parte dell’unione civile;
i conviventi di fatto ai sensi della legge vigente;
i parenti entro il secondo grado;
gli affini entro il terzo grado in casi specifici.
Il riconoscimento formale avverrà attraverso una piattaforma digitale dell’Inps, operativa entro il mese di settembre 2026, necessaria per monitorare la spesa e assicurare uniformità di trattamento in ogni regione.
Quanto deve essere l’Isee per il bonus caregiver 2026?
L’erogazione del sussidio mensile è vincolata a parametri economici definiti per garantire l’aiuto ai nuclei familiari in condizioni di maggiore necessità. Il bonus caregiver 2026 prevede un importo massimo di 400 euro mensili, erogati ogni tre mesi dall’Inps e totalmente esenti da tassazione. La somma è destinata ai caregiver con un Isee familiare non superiore a 15 mila euro. Tuttavia, il disegno di legge stabilisce una corsia preferenziale per le situazioni di povertà estrema.
Le risorse stanziate ammontano a 257 milioni di euro annui per il triennio 2026-2028. È importante specificare che, sebbene le domande partano nel 2026, i pagamenti effettivi saranno distribuiti a decorrere dal 2027, una volta completata la mappatura della platea dei beneficiari.
Locatelli: «Finalmente si riconosce al caregiver una dignità»
`Il pacchetto di aiuti inserito nel sussidio ai caregiver non si limita al solo trasferimento monetario, ma integra diverse agevolazioni per migliorare la qualità della vita dei nuclei familiari. Innanzitutto, chi assiste persone con disabilità gravissima potrà contare su servizi di sollievo e assistenza domiciliare integrata. La ministra Alessandra Locatelli ha sottolineato: «Ringrazio tutto il Consiglio dei ministri per l’approvazione di questo importantissimo intervento normativo che riconosce, finalmente, al caregiver familiare, una dignità. Partiamo, sicuramente, dal caregiver familiare, convivente, colui che ama, che cura, che non vuole essere sostituito e che si dedica 24 ore su 24 alla persona che assiste. È una maratona continua e quotidiana – prosegue Locatelli – Ma garantiamo misure di sostegno e tutele a tutti i caregiver familiari, anche di diversa intensità. Questa è la prima volta che una legge, con risorse certe, raggiunge l’approvazione in Consiglio dei ministri e inizia l’iter parlamentare».
Quali bonus ci sono nel 2026 per le famiglie?
La pagina del portale Inps dedicata ai sussidi (Ansafoto).
Tra le misure principali figurano il supporto psicologico e l’accesso prioritario alle prestazioni sanitarie per il caregiver. Per le famiglie con studenti impegnati nella cura, sono previsti esoneri dalle tasse universitarie e il riconoscimento di crediti formativi. Inoltre, il provvedimento assicura il raccordo tra le tutele statali e quelle territoriali, evitando sovrapposizioni e garantendo che il «progetto di vita» della persona assistita includa formalmente il nominativo del caregiver. Questo meccanismo permette di attivare tutele previdenziali e agevolazioni lavorative, come lo smart working o la modifica dell’orario di lavoro, per chi deve conciliare l’impiego con l’attività di cura domestica.
È diventata un caso l’ennesima intervista di Goffredo Bettini – signore al quale viene spesso concesso un abnorme spazio mediatico – al Fatto Quotidiano. Le chiacchiere dell’ex europarlamentare del Pd come al solito sono molte, sempre impreziosite da una autocandidatura a intellettuale massimo della sinistra, ma una riga è sufficiente a capire l’impostazione bettiniana: «La Russia intende proteggere i suoi enormi confini, improvvidamente avvicinati dalla Nato, con qualsiasi mezzo». Siamo insomma in zona Orsini o Putin (d’altronde la propaganda sulla Nato brutta, sporca e cattiva è quella).
Goffredo Bettini (Imagoeconomica).
La rivolta dei riformisti contro l’appiattimento sul M5s
Ma qui il punto non è prendersela con Bettini, che è e rimane un problema del Pd. Quanto effettivamente notare che sulla politica estera il maggior partito di opposizione riesce, ancora una volta, a spaccarsi in maniera esiziale. È sempre la politica estera la linea di frattura maggiore dentro il campo largo. Lo si è già visto sul Venezuela (Matteo Renzi dice una cosa, Giuseppe Conte ne dice un’altra) e, di nuovo, lo si vede sulla Russia. L’intervista ha fatto accigliare, non poco, i riformisti del Pd, come Giorgio Gori («Totale sovrapposizione coi 5 stelle ed epurazione di chi non ci sta. Non vedo l’ora che inizi, questo confronto “rispettoso, schietto”… ma risolutivo») e Filippo Sensi («Un importante dirigente del mio partito oggi teorizza – a parte cacciare quelli come me, ma poco importa – di trasformare il Pd sul tema Ucraina nella Lega o nei cinque stelle»).
Giorgio Gori (Imagoeconomica).
Il 2026 pre-elettorale sarà ostaggio della propaganda
Il 2026 è un anno pre-elettorale, e paradossalmente di politica si parlerà poco, perché tutto sarà ostaggio della propaganda di partito o di governo. Giorgia Meloni si radicalizzerà, come gli altri leader del suo esecutivo, e lo stesso accadrà per il centrosinistra, le cui pulsioni elettorali sono già attive. L’assenza di un leader riconosciuto non farà altro che peggiorare la situazione (problema, come spiegato altre volte, che invece non ha il destra-centro). Oltretutto, i sondaggi – l’ultimo di YouTrend è sufficientemente chiaro: Conte è l’unico in grado di insidiare la leadership di Meloni – restituiscono l’immagine di un campo largo in preda all’irenismo. Mentre la rivolta in Iran contro gli ayatollah infiamma il Paese, tra Conte e Schlein è tutto un parlare di diplomazia e dialogo. Come se fosse possibile abbattere un regime con il tè delle cinque. L’offerta politica di Conte si riduce alla critica unilaterale del «furore bellicista», nel quale ci finisce anche la legittima resistenza contro invasori e dittatori. Verosimilmente, Schlein non potrà lasciare in mano a Conte l’opzione ultra pacifista e quindi schiaccerà il Pd sulle posizioni bettiniane, per la gioia di tutti quelli che pensano che le guerre si combattano con la solidarietà internazionale limitata alle storie su Instagram.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
I sostenitori del pensiero bettiniano
C’è però un punto sostanziale: il Pd con le scissioni ha già dato, tra Pier Luigi Bersani e Renzi; qualcuno peraltro è rientrato, qualcun altro no. Ma la politica estera potrebbe essere davvero il punto di rottura. Oltretutto, a sinistra, il pensiero bettiniano è condiviso. Basti andare a rileggersi che cosa disse tre anni fa Rosy Bindi, oggi in prima fila per il No al referendum sulla giustizia, dopo l’elezione di Elly Schlein: «L’altra questione riguarda la guerra, argomento sul quale mi ha già delusa quando nella prima intervista da segretaria ha ribadito che l’invio di armi è l’unico modo per aiutare l’Ucraina. Dalla sua biografia, di donna con un cognome straniero e un background culturale internazionale, mi aspetto un’attenzione meno conformista non solo sulla guerra ma soprattutto in politica estera. La guerra si sta combattendo in Europa ma le sue conseguenze non sono affatto territoriali bensì globali. Si sta delineando un nuovo ordine mondiale che noi non dovremmo subire ma anzi orientare. Anche se nella campagna congressuale non le ho mai sentito spendere una parola su questa questione cruciale, adesso vorrei sentire un linguaggio nuovo, perché se vogliamo ricostruire l’identità di un Pd di sinistra, in questo momento bisogna ripartire dalla politica estera». La campagna elettorale per le elezioni politiche potrebbe rendere più felice anche lei, Rosy.
Il Consiglio dei ministri ha deciso di avviare il commissariamento di Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna, regioni che non hanno ancora adottato i piani di dimensionamento scolastico per il prossimo anno. La misura, spiegano da Palazzo Chigi, è legata agli impegni assunti dall’Italia con l’Unione europea nell’ambito del Pnrr e alla necessità di garantire l’avvio regolare dell’anno scolastico. L’obiettivo dell’intervento è l’adeguamento della rete scolastica all’andamento della popolazione studentesca, poiché «il mancato rispetto di questo adempimento mette a rischio le risorse già erogate». Il ministro dell’Istruzione Valditara ha ricordato che alle quattro regioni «erano già state concesse due proroghe per l’adozione dei piani: una fino al 30 novembre e una seconda fino al 18 dicembre. Nonostante ciò, non sono state compiute le necessarie formalizzazioni, rendendo inevitabile il commissariamento deliberato oggi dal consiglio dei ministri», precisando che la decisione riguarda solo l’organizzazione amministrativa e non prevede la chiusura di plessi scolastici.
Le critiche del Pd: «Manovra inaccettabile»
Critiche dal Partito democratico, secondo cui «la convocazione degli assessori all’istruzione di quattro regioni amministrate dal centrosinistra, con l’intento di imporre dall’alto scelte che riguardano direttamente il futuro delle scuole, è una manovra inaccettabile». Per i parlamentari dem «le scelte di dimensionamento scolastico non sono un semplice problema di numeri, sono una questione di equità, di accessibilità, e di qualità educativa», e la nomina di un commissario ad acta «sembra voler ridurre ogni questione a un semplice calcolo matematico, ignorando le peculiarità geografiche, sociali e culturali che ogni regione porta con sé».
Il Consiglio dei ministri ha deciso di indicare domenica 22 e lunedì 23 marzo come date del referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, che prevede la separazione delle carriere dei magistrati. Il governo ha dunque forzato la mano, senza attendere per l’apertura dei seggi i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale e ignorando le oltre 350 mila firme già raccolte dall’iniziativa popolare per il referendum, che si concluderà il 30 gennaio. Si tratta comunque di un compromesso tra l’1-2 marzo, giorni che non sarebbero dispiaciute alla maggioranza, e il mese di aprile, auspicato dall’opposizione. Nelle stesse date si voterà in Veneto anche per leelezioni suppletiveper i collegi lasciati vacanti dagli ex deputati Alberto Stefani (diventato governatore) e Massimo Bitonci (ora assessore regionale).