Kenya, luci e ombre sui negoziati internazionali per l’adozione di un trattato contro l’inquinamento da plastica

Potrebbero essere passati sotto traccia, oscurati dalla prossima COP28 di Dubai, ma il 13 novembre si sono aperti a Nairobi, in Kenya i negoziati per un trattato globale contro l’inquinamento da plastica. Il summit, a cui partecipano 170 Paesi e la cui fine è prevista domenica, è il terzo di cinque sessioni nell’ambito di un processo avviato lo scorso anno dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), che punta a concludere i negoziati il ​​prossimo anno. ll futuro trattato potrebbe essere così adottato entro la metà del 2025. Il passaggio keniano è però già cruciale perché in questi giorni si discute per la prima volta davanti a una bozza di testo pubblicata a settembre.

Le richieste degli ambientalisti: ridurre entro il 2040 il 75 per cento della produzione di plastica

L’appuntamento non si tiene a caso in Kenya, Paese che guida da tempo la lotta all’inquinamento da plastica e che dal 2017 ha messo al bando la produzione, la vendita e l’utilizzo delle buste monouso. Il tema sembra stare parecchio a cuore al Sud del mondo anche a giudicare dalle manifestazioni che si sono svolte a Nairobi. I gruppi ambientalisti come Greenpeace chiedono una riduzione entro il 2040 di almeno il 75 per cento della produzione di polimeri plastici che derivano da combustibili fossili, per mantenere l’aumento della temperatura globale entro un grado e mezzo rispetto ai livelli pre industriali. Il presidente keniano William Ruto all’apertura dei lavori è parso fiducioso e ha definito l’appuntamento la prima tessera di un domino che porterà alla fine dell’inquinamento da plastica.

Kenya, luci e ombre sui negoziati internazionali per l'adozione di un trattato contro l'inquinamento da plastica
Rifiuti nella contea di Machakos, in Kenya (Getty Images).

Limiti globali vincolanti alla produzione o autonomia decisionale degli Stati: le divergenze sulla bozza del negoziato

La posta in gioco a Nairobi è molto alta. Trovare una quadra sarà un’impresa tutt’altro che facile viste le posizioni contrastanti soprattutto per quanto riguarda i freni alla produzione. La “bozza zero” sul tavolo dei negoziati definisce infatti tre opzioni per agire nell’ottica di ridurre la plastica vergine. La prima prevede un obiettivo concordato a livello globale. La seconda obiettivi globali di riduzione con restrizioni a livello nazionale, e la terza restrizioni decise da ogni Stato. Da una parte ci sono circa 60 nazioni dette “ad alta ambizione” che chiedono regole globali vincolanti per ridurre l’uso e la produzione di plastica. Questa posizione è sostenuta dai gruppi ambientalisti e appoggiata da Paesi come Kenya, Rwanda, Norvegia e Canada, ma anche dagli Stati membri dell’Unione europea. Che dal canto loro non brillano: nel 2021, ogni cittadino residente in Ue, ha generato in media quasi 36 kg di rifiuti in plastica. Di questi, solo meno della metà (14,2 kg) sono stati riciclati. Dall’altro lato invece c’è chi vorrebbe puntare maggiormente sul riciclo, l’innovazione, una migliore gestione dei rifiuti e determinare autonomamente i propri obiettivi. È il caso di potenze esportatrici di prodotti petrolchimici come Cina – responsabile nel 2021 del 32 per cento della produzione globale di materie plastiche – India e Arabia Saudita. Riad in particolare guida una coalizione che comprende anche Iran, Cuba e Bahrein, e che spingerà affinché il trattato si concentri sui rifiuti piuttosto che sui limiti alla produzione. Gli Stati Uniti – secondi inquinatori da plastica monouso al mondo con 17,2 milioni di tonnellate prodotte – che inizialmente volevano un trattato modellato sulla volontà dei singoli Paesi, hanno rivisto la propria posizione negli ultimi mesi tendendo ora verso piani nazionali basati però su obiettivi concordati. Si discuterà inoltre se il trattato debba anche stabilire standard di trasparenza per l’uso chimico nella produzione di plastica. Gli attivisti presenti a Nairobi sperano che le discussioni si concentrino sulla sostanza, cioè sulla riduzione della produzione di plastica, evitando lunghi e fumosi dibattiti su questioni procedurali, le stesse che hanno creato tensioni durante l’ultimo summit di Parigi lo scorso giugno. In quell’occasione l’Arabia Saudita aveva proposto che i colloqui procedessero solo con il consenso di tutti i Paesi e non a maggioranza. Il timore ora è che si raggiunga un compromesso al ribasso. Un trattato forte, con decisioni vincolanti a livello globale, porterebbe in futuro una diminuzione dell’uso di combustibili fossili.

Kenya, luci e ombre sui negoziati internazionali per l'adozione di un trattato contro l'inquinamento da plastica
Manifestazioni degli attivisti a Nairobi (Getty Images).

Oggi si producono 430 milioni di tonnellate di plastica, numero che potrebbe triplicare entro il 2060

Una cosa è certa: la priorità è mettere freno al più presto alla produzione di plastica. Questa è più che raddoppiata dall’inizio del secolo, raggiungendo i 430 milioni di tonnellate all’anno, un numero che potrebbe triplicare entro il 2060 se non si interviene. Ogni anno almeno 14 milioni di tonnellate finiscono negli oceani, mentre un numero ancora maggiore si accumula nelle discariche. Ancora solo il 9 per cento della plastica prodotta in tutto il mondo viene riciclata. Inoltre, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), la plastica contribuisce al riscaldamento globale: nel 2019 la sua produzione è stata responsabile del 3,4 per cento di tutte le emissioni e puntare solo sul riciclo non bastare. L’organizzazione rileva infatti che le attuali infrastrutture per la raccolta e il riciclaggio della plastica sono del tutto insufficienti e che sono necessari più di 1.000 miliardi di dollari di investimenti solo nei Paesi non OCSE per evitare che la plastica si disperda nell’ambiente. Tuttavia, anche se a Nairobi finisse con un nulla di fatto, i negoziati proseguiranno il prossimo aprile in Canada per poi concludersi in Corea del Sud alla fine del 2024. E lì, volendo essere ottimisti, potrebbero essere spinti dagli esiti, tuttora incerti, della COP in partenza il 30 novembre. In ogni caso, sostengono i più ambiziosi, il modello dovrebbe essere il Protocollo di Montreal del 1987 per la protezione dello strato di ozono nell’atmosfera, che aveva tempistiche rigide e veloci, più che l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, basato su patti nazionali volontari e obiettivi raramente raggiunti.

Nel 2024 la Russia organizzerà un concorso musicale in risposta all’Eurovision

Nel 2024 Mosca ha intenzione di organizzare un concorso musicale dal respiro internazionale, una sorta di risposta all’Eurovision Song Contest dal quale la Russia è stata esclusa a partire dal 2022, a causa dell’invasione dell’Ucraina. Il nome c’è già: Intervision, nome già utilizzato per una kermesse tenutasi nella seconda metà degli Anni 70 in Polonia, allora parte del blocco sovietico.

Nel 2024 la Russia organizzerà un proprio concorso musicale in risposta all’Eurovision. C’è già il nome: Intervision.
Loreen, vincitrice dell’Eurovision Song Contest nel 2023 (Getty Images).

Il direttore di Pervyj kanal: «Non ci saranno restrizioni o influenze politiche»

«Non ci saranno restrizioni o influenze politiche in questa competizione. Tutti i Paesi potranno presentare esponenti della loro musica popolare. Contiamo sulla partecipazione attiva dei Brics e invitiamo tutti gli altri Paesi ad aderire all’iniziativa», ha dichiarato Konstantin Ernst, direttore generale di Pervyj kanal, la principale emittente televisiva pubblica della Russia che trasmetterà l’evento.

Nel 2024 la Russia organizzerà un proprio concorso musicale in risposta all’Eurovision. C’è già il nome: Intervision.
Coro cinese durante un’esibizione in Russia (Getty Images).

Le quattro edizioni dell’Intervision “originale”, più il revival del 2008

Il Concorso Intervision della Canzone è stato un concorso canoro organizzato dal 1977 al 1980, a cui prendevano parte Paesi del blocco sovietico e Stati neutrali (come la Finlandia). Equivalente orientale dell’Eurovision Song Contest, di fatto in quel periodo sostituì il Festival internazionale della canzone di Sopot, in Polonia, la cui prima edizione risaliva al 1961, e che ancora oggi è uno dei più grandi concorsi canori in Europa. Nel 1981 la manifestazione venne cancellata a seguito dell’avanzata del movimento sindacale Solidarność, giudicato contro-rivoluzionario dalle altre nazioni del blocco sovietico. Nel 2008 si è svolta un’edizione-revival, ospitata dalla Russia.

In programma nel 2024 anche un festival cinematografico eurasiatico

«Allo scopo di promuovere la diversità delle culture in un mondo multipolare», ha spiegato la ministra della Cultura russa Olga Lyubimova, le autorità russe vogliono proporre, oltre al concorso musicale Intervision, anche un festival cinematografico eurasiatico. Lo aveva già annunciato il capo dell’Unione dei cineasti della Russia, il regista premio Oscar e diventato sostenitore di Putin Nikita Mikhalkov.

Israele chiede l’evacuazione dell’ospedale Al Shif «entro un’ora»: colpito il Sud di Gaza

Non si placano gli scontri tra Israele e Hamas, con l’esercito israeliano che secondo l’Afp ha ordinato l’evacuazione «entro un’ora» dell’ospedale al-Shifa di Gaza. Medici, pazienti e sfollati hanno dunque pochi minuti per evacuare la più grande struttura sanitaria della Striscia dove attualmente, secondo le Nazioni Unite, si trovano 2.300 persone. Un medico ha spiegato ad Al-Jazeera che «le forze di occupazione» li hanno informati che devono evacuare il complesso, cosa che ha generato «uno stato di panico e paura». Intanto continua l’offensiva dello Stato ebraico nel Sud di Gaza, dove il bombardamento di un quartiere residenziale avrebbe provocato 26 vittime secondo quanto riporta Al Jazeera Arabic. Anche Wafa, l’agenzia di stampa statale palestinese, ha affermato che «circa 26 persone» sono state uccise, la maggior parte delle quali bambini. La stessa informazione è stata confermata dal direttore dell’ospedale Nasser di Khan Younis, la località presa di mira.

Attaccate postazioni Hezbollah nel Sud del Libano

L’esercito israeliano ha reso noto che i suoi aerei da combattimento ed elicotteri hanno attaccato postazioni e obiettivi di Hezbollah nel Sud del Libano. Un’azione in risposta al lancio di razzi dal territorio libanese verso Israele nelle ultime 24 ore. Come riporta Haaretz, le stesse forze armate hanno anche affermato di aver attaccato il sito di lancio di razzi utilizzato per colpire una loro posizione nella regione di Har Dov nella mattinata di venerdì 17 novembre.

Biden sente Al-Thani: «Hamas liberi subito tutti gli ostaggi»

In un post su X, la Casa Bianca ha reso noto che «il presidente americano Joe Biden ha parlato con Amir Sheikh Tamim Bin Hamad Al-Thani del Qatar». I due leader hanno discusso dell’urgente necessità che tutti gli ostaggi detenuti da Hamas vengano rilasciati senza ulteriori indugi.

Mosca vuole rendere fuorilegge il movimento internazionale Lgbtq in quanto «estremista»

Il ministero della Giustizia russo ha chiesto alla Corte Suprema di mettere fuori legge il movimento internazionale per i diritti Lgbt in quanto le sue attività «incitano alla discordia sociale e religiosa» in violazione delle leggi anti-estremismo del Paese. L’omosessualità è stata un reato in Russia fino al 1993 ed è stata poi considerata una malattia mentale fino al 1999.

Mosca vuole rendere fuorilegge il movimento internazionale Lgbtq in quanto «estremista». Per il ministero della Giustizia incita «alla discordia sociale e religiosa».
Gay Pride a San Pietroburgo (Getty Images).

La Corte si pronuncerà il 30 novembre

Negli ultimi anni i diritti Lgbt sono stati messi in forte discussione nella Federazione Russa, in quanto ritenuti dalle autorità in antitesi con i valori tradizionali della società. Nel corso del 2022 il presidente Vladimir Putin ha approvata una legge che vieta la «propaganda dei rapporti sessuali non tradizionali e della pedofilia», rafforzando una norma già esistente dal 2013. In seguito all’adozione della legge, librerie e biblioteche hanno rimosso dai loro scaffali i volumi dove erano presenti riferimenti a relazioni omosessuali, che sono stati eliminati anche da film, serie tv e giochi. La Corte si pronuncerà il 30 novembre: non è chiaro in che modo le autorità russe dimostreranno l’esistenza di un movimento Lgbt globale organizzato.

Usa, Trump è «il più grande pericolo mondiale del 2024»

A un anno dalle elezioni, gli Stati Uniti si interrogano su chi sarà il prossimo presidente. La sfida tra l’attuale leader americano Joe Biden e il precedente, il tycoon Donald Trump, sembra vedere in vantaggio quest’ultimo. Ma il settimanale The Economist ha già le idee chiare e ha definito Trump «il più grande pericolo» mondiale del 2024, qualora dovesse essere eletto.

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Usa, Trump è «il più grande pericolo mondiale del 2024»
Joe Biden (Getty Images).

The Economist: «Sarebbe la più grande minaccia degli Usa»

I giornalisti dell’Economist hanno spiegato che un «secondo mandato di Trump sarebbe una svolta diversa dalla prima» e che la scelta dei cittadini americani influenzerà il «destino del mondo». Anzi il giornale parla di «decine di migliaia di elettori solo in una manciata di stati», aghi della bilancia nella sfida elettorale. La spiegazione è di facile intuizione. Per l’Economist l’eventuale vittoria di Trump incoraggerebbe Vladimir Putin e Xi Jinping, rispettivamente alla guida di Russia e Cina, antagonisti statunitensi.

I sondaggi premiano Trump

Intanto Donald Trump resta davanti a Joe Biden nei sondaggi. A inizio novembre è stato il New York Times a pubblicare i dati di una prima rilevazione secondo cui il Tycoon sarebbe davanti all’attuale presidente in cinque dei sei Stati “battleground”, ovvero in bilico tra Repubblicani e Democratici. Avrebbe un margine di vantaggio tra i 3 e i 10 punti in Arizona, Georgia, Michigan, Nevada e Pennsylvania. Qualche giorno più tardi è stata la Cnn a rendere noto il proprio sondaggio. I numeri attuali vedrebbero Trump al 49 per cento contro il 45 a cui si fermerebbero i consensi di Joe Biden.

Il Cristo Redentore di Rio de Janeiro rende omaggio a Taylor Swift

Un fascio di luci in omaggio a Taylor Swift è stato proiettato nella notte di giovedì 16 novembre 2023 sul Cristo Redentore di Rio de Janeiro, dove venerdì 17 la cantante americana terrà un suo concerto, reduce dal successo delle sue esibizioni in Argentina. «Benvenuta in Brasile», si leggeva in un messaggio, mentre il monumento veniva “vestito” con una maglietta simile a quelle usate dai fan dell’artista. La grafica è stata realizzata da Gabriel Dadam, un membro del fan club di Swift nel Paese sudamericano. In cambio dell’omaggio, il rettore del Santuario del Cristo, padre Omar, ha chiesto ai fan di donare 20 mila confezioni di panettoni e acqua alla «popolazione in situazioni vulnerabili». La proposta mira a sensibilizzare i giovani anche in vista della Giornata mondiale dei poveri istituita da Papa Francesco, in programma il 19 novembre.

Il Cristo Redentore di Rio de Janeiro rende omaggio a Taylor Swift
Taylor Swift (Getty Images).

Senatore francese arrestato per il tentato stupro di una deputata

Joel Guerriau, senatore francese del gruppo parlamentare di centrodestra Les Independants, è stato arrestato a Parigi perché sospettato di aver drogato una deputata allo scopo di stuprarla. La vittima si sarebbe sentita male dopo aver bevuto qualcosa nella casa del 66enne Guerriau: campioni di sangue hanno rivelato la presenza di ecstasy, è filtrato dalla procura della capitale transalpina. I fatti sarebbero avvenuti nella notte tra martedì 14 e mercoledì 15 novembre.

Il senatore francese Guerriau arrestato per il tentato stupro di una deputata, che avrebbe drogato in casa sua.
Joel Guerriau (Senat.fr).

Trovata ecstasy nell’ufficio e nella casa del senatore 

La procura ha spiegato all’Agence France-Presse che Guerriau è sospettato di «aver somministrato a una persona, contro la sua conoscenza, una sostanza che potrebbe alterare il suo discernimento o il controllo delle sue azioni al fine di commettere uno stupro o una violenza sessuale». L’Afp scrive che la donna che ha presentato la denuncia alla polizia è un membro della camera bassa del parlamento, l’Assemblée Nationale. Durante le perquisizioni nell’ufficio e nella casa del senatore gli investigatori hanno trovato ecstasy.

Il senatore francese Guerriau arrestato per il tentato stupro di una deputata, che avrebbe drogato in casa sua.
Palais du Luxembourg, sede del Senato francese (Getty Images).

Il legale: «Interpretazione indecente da parte dei media»

Banchiere di professione, eletto nel 2011, Joel Guerriau è segretario del Senato e vicepresidente della commissione per gli affari esteri, la difesa e le forze armate. Il suo avvocato ha dichiarato che la realtà dei fatti è «molto lontana dall’interpretazione indecente che si può dedurre dai primi articoli dei media», dicendosi «indignato nel vedere che sulla stampa si trovano elementi dell’indagine».

Corea del Sud, l’addio alla carne di cane entro il 2027

La Corea del Sud dice addio alla carne di cane sulle tavole dei cittadini e dei turisti. Secondo quanto riferisce il Washington Post, il Partito popolare del potere avrebbe stilato anche un calendario per arrivare al divieto totale, con misure graduali che potrebbero entrare in vigore già entro la fine del 2023. I giovani sudcoreani hanno chiesto da tempo l’introduzione della norma, per fermare quella che viene definita non un’usanza ma una «crudeltà». Secondo uno studio, nonostante sia diminuito il consumo di carne di cane, esistono ancora circa 1.150 allevamenti di cani con oltre mezzo milione di esemplari utilizzati per questo scopo.

L’annuncio: «La legge speciale emanata entro l’anno»

Dopo un incontro in Parlamento con i funzionari del ministero dell’Agricoltura e attivisti per i diritti degli animali, è stato il deputato Yu Eui-dong a dare l’annuncio. Il politico ha spiegato: «Prevediamo l’emanazione di una Legge speciale per vietare la carne di cane entro quest’anno». E ha aggiunto: «Garantiremo pieno sostegno ad allevatori, macellai e altri imprenditori». Il governo prevederà indennizzi per le attività registrate e per tutti quegli allevamenti legalizzati che dovranno riconvertire la propria produzione. Tra l’altro, il presidente della Corea del Sud, Yoon Suk Yeol, e sua moglie, Kim Keon Hee, hanno sei cani e cinque gatti. E da tempo sono promotori della battaglia in favore del divieto.

Corea del Sud, l'addio alla carne di cane entro il 2027
Una donna tiene in braccio il proprio cane (Getty Images).

La scomparsa entro tre anni

La normativa che le autorità sono in procinto di lanciare, prevede un avvicinamento graduale alla scomparsa dell’intero comparto. Il divieto totale dovrebbe scattare quindi nel 2027, mentre nel corso dei prossimi tre anni si provvederà a sostenere le attività collegate nelle riconversione. Chae Jung-ah di Humane Society International ha dichiarato: «La notizia che il governo sudcoreano sia pronto a vietare l’industria della carne di cane è come un sogno che diventa realtà per tutti noi che ci siamo battuti per porre fine a questa crudeltà». Contraria, invece, l’associazione coreana degli allevatori di cani.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht

La sinistra tedesca ha un problema: sta crollando e se andrà avanti così rischia di diventare insignificante. La Spd, la socialdemocrazia dalla lunga storia e un passato importante, ha perso ormai il suo ruolo di partito di massa e nonostante sia riuscita ad andare al governo con il cancelliere Olaf Scholz è in caduta verticale di consensi. Dimenticati i fasti di Willy Brandt tra gli Anni 70 e 80 e archiviati pure quelli di Gerhard Schröder capace tra il 1998 e il 2005 di tenere il partito intorno al 40 per cento e sbaragliare due volte di fila la Cdu, con e senza Helmut Kohl, oggi Scholz governicchia insieme a Verdi e Liberali e i sondaggi danno il suo partito al 15 per cento, tendenza decrescente.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht
Olaf Scholz (Getty Images).

La Linke spaccata dalla ‘ribellione’ di Sarah Wagenknecht

Se alla sinistra moderata socialdemocratica va male, a quella estrema della Linke va pure peggio. Il partito, entrato per un soffio al Bundestag nel 2021 solo grazie al complesso sistema elettorale tedesco, si è spaccato. Il gruppo parlamentare non esiste più e un manipolo di ribelli guidati da Sahra Wagenknecht ha messo in piedi una nuova formazione (Bündnis Sarah Wagenknecht, Bws) che si presenterà per la prima volta alle Europee di giugno 2024. La Linke, erede della Pds a sua volta scaturita dalle ceneri delle vecchia Sed della Ddr e che solo nel 2009 aveva raccolto quasi il 12 per cento, è arrivata insomma al capolinea, o almeno così pare. Per ora nel campo di centrosinistra resistono Scholz alla Cancelleria e il governatore della Turingia, alfiere della sinistra radicale, Bodo Ramelow.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht
Sahra Wagenknecht (Getty Images).

Dai Grünen agli eredi di Honecker fino all’Afd: i terremoti della politica tedesca

Lo spettro politico tedesco si è modificato progressivamente negli ultimi decenni. Se negli Anni 80 erano stati i Grünen, allora davvero verdi e pacifisti, a scardinare il quadro tripartitico fatto da socialdemocratici (Spd), conservatori (Cdu-Csu) e liberali (Fdp), la riunificazione del 1990 aveva portato gli eredi di Erich Honecker in parlamento a sinistra della Spd (Pds-Linke). Nel 2017 poi a sparigliare le carte è stata l’Alternative für Deutschland diventata il quinto partito a livello nazionale, stavolta più a destra dell’Unione (Cdu-Csu). Oggi l’Afd, il partito più giovane al Bundestag, dopo aver mancato l’ingresso nel 2013, anno della sua fondazione, mancando la soglia del 5 per cento per un soffio, è dato dai sondaggi in seconda posizione oltre il 20 per cento dietro l’Unione, prima con circa il 30 per cento. Seguono, a livello della Spd, i Verdi, mentre Liberali e Linke sono sul filo dell’esclusione dal parlamento. Dovrebbe invece superare senza problemi la soglia il partito di Wagenknecht, mina vagante che potrebbe dare un altro scossone alla struttura del Bundestag.

L’incognita Wagenknecht, variante rossobruna in grado di scippare voti all’Alternative für Deutschland

L’arco parlamentare vedrebbe dunque a Berlino, andando dall’estrema destra all’estrema sinistra: Afd, Unione, Fdp, Spd, Verdi, Linke, Wagenknecht. Tre partiti di destra e quattro di sinistra. Così in teoria, ma in realtà se i verdi hanno perso la loro innocenza già dal primo governo nel 1998 e la Spd ha smesso di fare la sinistra proprio con Schröder, anche il Bws non è proprio per puristi e si presenta come una sorta di variante rossobruna destinata a pescare molto nell’elettorato della AfD. Se infatti il nuovo movimento di Wagenknecht facesse il botto al Bundestag, salendo da zero al 14 per cento accreditato dagli ultimi sondaggi, l’Alternative für Deutschland potrebbe scendere a livello di tutti gli altri.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht
Stephan Brandner e Alice Weidel leader della Afd (Getty Images).

L’elettorato alla fine sceglie l’originale: Spd e Cdu sono avvisati

I numeri e le previsioni di oggi dovranno essere messi alla prova alle urne, sia alle Europee che alle Amministrative dell’autunno del prossimo anno, con il voto in tre regioni dell’est: Turingia, Sassonia e Brandenburgo. Per la sinistra si tratterà di un disastro annunciato, eccetto che per Wagenknecht; per l’AfD il botto è prevedibile, visto che al momento è nei tre Länder in questione il primo partito. Per i moderati dell’Unione basterà il disastro della Spd alle Europee per sentirsi vincitori. Quel che è certo è che visto come stanno andando le cose, e ciò vale sia per i socialdemocratici che per i conservatori, è che se si predicano politiche radicali di destra da pulpiti che dovrebbero essere moderati, allora gli elettori tedeschi dimostrano di preferire l’originale, non i surrogati.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht

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Olaf Scholz (Getty Images).

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Se alla sinistra moderata socialdemocratica va male, a quella estrema della Linke va pure peggio. Il partito, entrato per un soffio al Bundestag nel 2021 solo grazie al complesso sistema elettorale tedesco, si è spaccato. Il gruppo parlamentare non esiste più e un manipolo di ribelli guidati da Sahra Wagenknecht ha messo in piedi una nuova formazione (Bündnis Sarah Wagenknecht, Bws) che si presenterà per la prima volta alle Europee di giugno 2024. La Linke, erede della Pds a sua volta scaturita dalle ceneri delle vecchia Sed della Ddr e che solo nel 2009 aveva raccolto quasi il 12 per cento, è arrivata insomma al capolinea, o almeno così pare. Per ora nel campo di centrosinistra resistono Scholz alla Cancelleria e il governatore della Turingia, alfiere della sinistra radicale, Bodo Ramelow.

La crisi della sinistra in Germania e il nuovo partito di Sahra Wagenknecht
Sahra Wagenknecht (Getty Images).

Dai Grünen agli eredi di Honecker fino all’Afd: i terremoti della politica tedesca

Lo spettro politico tedesco si è modificato progressivamente negli ultimi decenni. Se negli Anni 80 erano stati i Grünen, allora davvero verdi e pacifisti, a scardinare il quadro tripartitico fatto da socialdemocratici (Spd), conservatori (Cdu-Csu) e liberali (Fdp), la riunificazione del 1990 aveva portato gli eredi di Erich Honecker in parlamento a sinistra della Spd (Pds-Linke). Nel 2017 poi a sparigliare le carte è stata l’Alternative für Deutschland diventata il quinto partito a livello nazionale, stavolta più a destra dell’Unione (Cdu-Csu). Oggi l’Afd, il partito più giovane al Bundestag, dopo aver mancato l’ingresso nel 2013, anno della sua fondazione, mancando la soglia del 5 per cento per un soffio, è dato dai sondaggi in seconda posizione oltre il 20 per cento dietro l’Unione, prima con circa il 30 per cento. Seguono, a livello della Spd, i Verdi, mentre Liberali e Linke sono sul filo dell’esclusione dal parlamento. Dovrebbe invece superare senza problemi la soglia il partito di Wagenknecht, mina vagante che potrebbe dare un altro scossone alla struttura del Bundestag.

L’incognita Wagenknecht, variante rossobruna in grado di scippare voti all’Alternative für Deutschland

L’arco parlamentare vedrebbe dunque a Berlino, andando dall’estrema destra all’estrema sinistra: Afd, Unione, Fdp, Spd, Verdi, Linke, Wagenknecht. Tre partiti di destra e quattro di sinistra. Così in teoria, ma in realtà se i verdi hanno perso la loro innocenza già dal primo governo nel 1998 e la Spd ha smesso di fare la sinistra proprio con Schröder, anche il Bws non è proprio per puristi e si presenta come una sorta di variante rossobruna destinata a pescare molto nell’elettorato della AfD. Se infatti il nuovo movimento di Wagenknecht facesse il botto al Bundestag, salendo da zero al 14 per cento accreditato dagli ultimi sondaggi, l’Alternative für Deutschland potrebbe scendere a livello di tutti gli altri.

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Stephan Brandner e Alice Weidel leader della Afd (Getty Images).

L’elettorato alla fine sceglie l’originale: Spd e Cdu sono avvisati

I numeri e le previsioni di oggi dovranno essere messi alla prova alle urne, sia alle Europee che alle Amministrative dell’autunno del prossimo anno, con il voto in tre regioni dell’est: Turingia, Sassonia e Brandenburgo. Per la sinistra si tratterà di un disastro annunciato, eccetto che per Wagenknecht; per l’AfD il botto è prevedibile, visto che al momento è nei tre Länder in questione il primo partito. Per i moderati dell’Unione basterà il disastro della Spd alle Europee per sentirsi vincitori. Quel che è certo è che visto come stanno andando le cose, e ciò vale sia per i socialdemocratici che per i conservatori, è che se si predicano politiche radicali di destra da pulpiti che dovrebbero essere moderati, allora gli elettori tedeschi dimostrano di preferire l’originale, non i surrogati.

Quasi 20 mila ucraini sono fuggiti illegalmente all’estero per evitare il reclutamento

Dal 24 febbraio 2022 al 31 agosto 2023, 19.740 persone hanno attraversato illegalmente il confine ucraino con i Paesi vicini, allo scopo di evitare l’arruolamento nell’esercito ucraino. Lo riferisce la Bbc, che ha visionati i dati delle autorità di Romania, Moldavia, Polonia, Ungheria e Slovacchia sugli attraversamenti illegali delle frontiere. La maggior parte dei trasgressori (14.313 persone) ha attraversato il confine a piedi o a nuoto. Le restanti 6.800 persone hanno utilizzato documenti falsi, attestanti ad esempio malattie inesistenti.

Quasi 20 mila ucraini sono fuggiti illegalmente all’estero per evitare il reclutamento. Altrettanti sono stati bloccati dalle autorità.
La frontiera tra Moldova e Ucraina a Palanca (Getty Images).

Gli uomini tra i 18 e i 60 anni possono lasciare l’Ucraina solo con un permesso speciale

Altre 21.113 persone, ha riferito Kyiv, hanno tentato di lasciare l’Ucraina illegalmente ma sono state fermate dalle autorità locali. Dall’invasione russa alla maggior parte degli uomini ucraini di età compresa tra i 18 e i 60 anni è stata vietata l’uscita dal Paese: in questa fascia è infatti possibile lasciare l’Ucraina solo con un permesso speciale. In generale, sono esclusi dalla coscrizione gli uomini con problemi di salute, quelli con responsabilità di assistenza e i padri di tre o più figli. Chi tenta di scappare e viene catturato rischia fino a otto anni di carcere.

A piedi o a nuoto, utilizzando documenti falsi: le storie di chi è scappato

La Bbc ha raccolto la testimonianza di Yevgeny, che ha attraversato a piedi il confine con la Moldova, segnato il larga parte dal fiume Dnestr: in tanti hanno tentato di attraversare il corso d’acqua, trovando in diversi casi la morte. Dopo essere stato processato dalla polizia moldava, Yevgeny ha presentato domanda di asilo, cosa che deve essere fatta entro 24 ore dall’ingresso nel Paese per evitare precedenti penali. «Cosa avrei dovuto fare? Non siamo tutti guerrieri. Non devono tenere sotto chiave l’intero Paese», ha detto alla Bbc. Storia simile quella di Erik, 26enne di Kharkiv, che ha raccontato di essere arrivato in Moldova camminando attraverso le pianure della regione separatista della Transnistria e poi nuotando attraverso il Dnestr. In tanti organizzano la fuga tramite Telegram, dove i contrabbandieri organizzano le traversate dei corsi d’acqua e la fornitura di falsi documenti, attestanti inesistenti problemi di salute o terzi figli. Circa 4 mila euro la tariffa.

Quasi 20 mila ucraini sono fuggiti illegalmente all’estero per evitare il reclutamento. Altrettanti sono stati bloccati dalle autorità.
La zona di Plauru, villaggio della Romania al confine con l’Ucraina (Getty Images).

Secondo la più recente stima sono 70 mila gli ucraini morti in guerra

Fyodor Venislavsky, rappresentante del presidente Volodymyr Zelensky alla Verkhovna Rada, ha detto alla Bbc che tra l’1 e il 5 per cento degli uomini ucraini tra i 18 e i 60 anni sta cercando di evitare la mobilitazione nell’esercito. «Sicuramente non sono di importanza decisiva per la difesa del Paese», ha dichiarato. Secondo la più recente stima degli Stati Uniti – trapelata malgrado i dati ufficiali di Kyiv restino secretati – il totale di soldati ucraini uccisi in guerra è salito almeno a 70 mila, con circa 120 mila feriti.

SpaceX rinvia il lancio del razzo Starship, il veicolo spaziale più grande del mondo

L’azienda aerospaziale privata di proprietà di Elon Musck, la SpaceX, ha rinviato a sabato 18 novembre il lancio del suo nuovo potente razzo Starship, il veicolo spaziale più grande del mondo. La decisione è stata presa dopo che il primo test di volo in Texas è stato sospeso per problemi a una griglia. Sul suo profilo X, l’azienda ha comunicato che il lancio verrà effettuato dalle 7.00 ora locale (12:00 GMT), all’interno di una finestra di due ore.

La FAA ha autorizzato il lancio di Starship

«Dobbiamo sostituire un attuatore della griglia, quindi il lancio è rinviato a sabato», queste le motivazioni date da SpaceX sul rinvio del lancio di Starship per il quale la FAA, Federal Aviation Administration, aveva dato l’autorizzazione ritenendo che fossero stati soddisfatti tutti i requisiti ambientali, politici, di responsabilità finanziari e, soprattutto, di sicurezza. Giusto il tempo di provvedere a delle modifiche strutturali, dunque, e la navicella potrà essere lanciata nello spazio partendo dallo stabilimento SpaceX di Boca Chica in Texas.

Il veicolo spaziale più grande al mondo

Starship, come anticipato, è il veicolo spaziale più grande del mondo. È alto 121 metri, circa 35 piani, stessa altezza del razzo booster, ed è alimentato nella sua fase iniziale dai 33 motori dal vettore Raptor Super Heavy. Nel secondo stadio, quello relativo al processo di separazione, l’astronave può contare anche su altri motori che gli conferiscono ulteriore potenza. La missione di SpaceX prevede che il razzo raggiunga l’orbita e compia un giro quasi completo della Terra, per poi riatterrare nell’Oceano Pacifico, vicino alle Hawaii.

Puff Daddy è stato accusato di stupro dall’ex fidanzata

Il rapper e produttore discografico Puff Daddy è stato denunciato presso la Corte Federale Distrettuale di Manhattan per stupri e abusi domestici da parte dell’ex compagna Cassie, cantante R&B che l’artista – vero come Sean Combs – aveva messo sotto contratto con la sua etichetta.

Il rapper e produttore Puff Daddy (vero nome Sean Combs) è stato accusato di stupro dall'ex fidanzata Cassie.
Cassie e Puff Daddy nel 2018 (Getty Images).

Gli abusi sarebbero andati avanti per più di un decennio

Gli abusi denunciati dalla cantante – il cui vero nome è Cassandra Ventura – sarebbero iniziati poco dopo il loro primo incontro nel 2005, quando lei aveva 19 anni, e sarebbero durati più di un decennio. L’artista sostiene che Combs l’avrebbe picchiata, drogata e costretta a fare sesso con escort maschi mentre lui filmava gli incontri e si masturbava. In più, quando nel 2018 la relazione era arrivata al capolinea, l’avrebbe persino stuprata dopo essersi introdotto a forza nella sua abitazione.

Cassie: «Lo faccio per le altre donne vittime di violenza e abusi»

«Dopo anni di silenzio e buio sono finalmente pronta a raccontare la mia storia. Lo faccio per le altre donne vittime di violenza e abusi nel corso di una relazione», ha dichiarato Cassie, che ha avuto una relazione con Puff Daddy (noto anche come Diddy) dal 2007 al 2018. Dovranno difendersi dalle accuse di aggressione sessuale, traffico di esseri umani, molestie sessuali, percosse e violenza di genere anche l’etichetta di Combs, la Bad Boy Entertainment, Epic Records e Combs Enterprises, LLC, tutte aziende di cui Cassie è stata dipendente dal 2006 al 2019.

Il rapper e produttore Puff Daddy (vero nome Sean Combs) è stato accusato di stupro dall'ex fidanzata Cassie.
Puff Daddy sul palco (Getty Images).

Tramite il suo avvocato Puff Daddy ha respinto le accuse

Tramite il suo legale, Puff Daddy ha respinto ogni accusa. «Negli ultimi sei mesi a Combs sono stati chiesti ripetutamente 30 milioni di dollari da parte della signora Ventura», ha detto l’avvocato, spiegando che Cassie a più riprese ha minacciato di scrivere un libro sulla loro relazione, proposta «respinta in quanto palese ricatto». Nella causa, la cantante ha chiesto un risarcimento non meglio specificato.

Raid israleiani nel campo profughi di Jenin in Cisgiordania, allarme Onu: «A Gaza si rischia di morire di fame»

È il 42esimo giorno di guerra: il bilancio tra i palestinesi è di 11.470 morti, di cui 4630 bambini. In Israele si contano 1200 morti nell’attacco del 7 ottobre. Nelle prime ore di venerdì 17 novembre novembre un raid aereo ha colpito Jenin. Fonti palestinesi nella città, in Cisgiordania, affermano che due persone sono state uccise e sette ferite durante un’operazione militare israeliana. Lo riportano i media locali. Secondo il rapporto, alcune persone sono rimaste ferite in un attacco aereo e altre da colpi di arma da fuoco. Due dei feriti sarebbero in gravi condizioni.

Raid israleiani nel campo profughi di Jenin in Cisgiordania, allarme Onu: «A Gaza si rischia di morire di fame»
Il campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, il 17 novembre (Getty Images)

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Cisgiordania: «Israele ha circondato ospedale Ibn Sina a Jenin, chiesto sgombero»

Le forze israeliane (Idf) avrebbero chiesto «lo sgombero» dell’ospedale Ibn Sina, a Jenin, in Cisgiordania. Lo affermano fonti locali citate dall’agenzia palestinese Wafa secondo cui i militari israeliani avrebbero circondato all’alba di oggi l’ospedale, perquisito le ambulanze e chiesto lo sgombero della struttura tramite annunci con gli altoparlanti. Secondo le fonti, paramedici sarebbero stati costretti a uscire dall’ospedale con le mani in alto, per poi essere perquisiti nel cortile e alcuni sarebbero stati interrogati.

Israele: «Presa roccaforte Jihad islamica nel nord della Striscia»

I soldati israeliani hanno continuato ad operare nella Striscia durante la notte. Lo ha detto il portavoce militare, secondo cui aerei israeliani hanno colpito «numerosi obiettivi» nell’enclave palestinese. I soldati – ha continuato – hanno preso il controllo di una roccaforte del comandante della Jihad islamica nel nord della Striscia. «La roccaforte conteneva gli uffici di capi terroristi dell’organizzazione e una sito per la produzione di armi». Inoltre, i soldati hanno operato all’interno di una scuola – dove erano nascoste molte armi – in «cui si erano celati terroristi di Hamas» e molti sono stati uccisi.

Onu: «I civili di Gaza rischiano la morte per fame»

I civili di Gaza rischiano di morire fame poiché cibo e acqua sono diventati «praticamente inesistenti». Lo afferma il Programma alimentare mondiale dell’Onu (Pam). «Con l’inverno che si avvicina velocemente, i rifugi insicuri e sovraffollati e la mancanza di acqua pulita, i civili si trovano ad affrontare l’immediata possibilità di morire di fame», ha detto in una nota la direttrice esecutiva del Pam, Cindy McCain.

Netanyahu: «Non riusciamo a ridurre il numero di civili morti»

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato Hamas per gli sforzi «infruttuosi» volti a ridurre al minimo le morti civili a Gaza. In una intervista alla Cbs, Netanyahu ha affermato che Israele sta facendo tutto il possibile per tenere i civili lontani dal pericolo mentre combatte Hamas nella Striscia, anche «lanciando volantini» che li avvertono di fuggire, ma che i suoi tentativi di ridurre al minimo le vittime «non hanno avuto successo».

Interrotte le telecomunicazioni nella Striscia, Gallant: «Presa la parte ovest di Gaza»

I servizi di telecomunicazione nella Striscia sono stati interrotti a causa dell’esaurimento di tutte le fonti di energia che sostenevano la rete: lo hanno dichiarato le principali società di Gaza, Paltel e Jawwal, in un comunicato. Questo nella giornata in cui l’esercito israeliano ha completato la «cattura e il rastrellamento della parte occidentale della città di Gaza», come comunicato dal ministro della difesa Yaov Gallant. L’operazione di terra dell’esercito «si sta muovendo verso la fase successiva», ha spiegato.

Interrotti i servizi di telecomunicazioni nella Striscia, Gallant: «Presa la parte ovest di Gaza». Gli aggiornamenti sulla guerra.
Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant (Ansa).

L’Idf aveva già preso il controllo dell’area portuale di Gaza in un’operazione condotta dalle forze dei commando navali Shayetet 13, che «hanno eliminato dieci terroristi e sgomberato tutti gli edifici del porto». Nell’operazione sono anche stati scoperti anche diversi ingressi di tunnel, successivamente distrutti. Il porto, afferma l’Idf, «è stato utilizzato da Hamas come struttura di addestramento per le sue forze di commando navale per pianificare ed eseguire attacchi terroristici».

L’ospedale al-Ahli nella Striscia di Gaza è sotto assedio

L’ospedale al-Ahli nella Striscia di Gaza è sotto assedio da parte dei carri armati israeliani. Lo segnala la Mezzaluna Rossa palestinese su Facebook. L’organizzazione ha denunciato che le loro equipe non sono in grado di muoversi per raggiungere e curare i feriti.

Lazzarini: «Tentativo di paralizzare le operazioni Unrwa»

Philippe Lazzarini, capo dell’Unrwa, ha denunciato la volontà da parte di Israele di paralizzare le operazioni dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. «Credo che ci sia un tentativo deliberato di strangolare il nostro intervento e paralizzare le operazioni dell’Unrwa», ha dichiarato in conferenza stampa a Ginevra.

L’Idf ha scoperto foto e video degli ostaggi nei computer portatili dell’al-Shifa

L’Idf ha scoperto foto e video degli ostaggi nei computer portatili rinvenuti all’interno dell’ospedale al-Shifa di Gaza. Lo riporta l’emittente britannica Bbc, entrata nella struttura insieme con il portavoce militare Jonathan Conricus. L’emittente ha tuttavia precisato di non aver potuto vedere le immagini contenute nei portatili. I soldati israeliani stanno ancora operando nel complesso dell’ospedale al-Shifa, dove ci sono ancora pazienti e personale. Il ministero della Sanità di Hamas ha dichiarato che Israele ha distrutto alcuni dipartimenti medici nel corso di un raid.

Interrotti i servizi di telecomunicazioni nella Striscia, Gallant: «Presa la parte ovest di Gaza». Gli aggiornamenti sulla guerra.
Blackout a Gaza (Getty Images).

Hamas: 200 medici e infermieri uccisi a Gaza

Almeno 200 operatori sanitari sono stati uccisi nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre. Lo affermano le autorità dell’enclave palestinese. Il bilancio delle vittime comprende medici, infermieri e paramedici. Un totale di 25 ospedali e 52 centri medici sono stati messi fuori uso dai pesanti bombardamenti israeliani sull’enclave, hanno detto ancora le autorità di Hamas, aggiungendo che un totale di 55 ambulanze sono state colpite dal fuoco israeliano.

Agguato a Betlemme, uccisi tre palestinesi

Tre palestinesi sono stati uccisi dopo che avevano ferito sei civili israeliani in un agguato condotto all’ingresso di un tunnel nella zona di Betlemme, in Cisgiordania. I tre attentatori erano giunti in automobile da Hebron, facendo poi fuoco con un fucile M-16 e due pistole a un posto di blocco militare.

L’ex vicepresidente Ue Timmermans canta l’inno della Roma in tv

L’ex vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, ha cantato l’inno della Roma in diretta tv durante un programma olandese. Un gesto apprezzato non soltanto dai presenti in studio e dai conduttori, che hanno iniziato a cantare con lui, ma anche da decine di tifosi romanisti, che sui social hanno rilanciato la clip.

Il politico olandese è romanista sin da ragazzo

Timmermans non ha mai nascosto la sua passione per l’As Roma. Il politico è diventato romanista da ragazzino. Nel 1972, allora 11enne, infatti, si è trasferito a Roma dove il padre, archivista, ha lavorato per l’ambasciata olandese in Italia. Nella Capitale ha vissuto per quattro anni. In quel periodo, come ha raccontato lui stesso in più occasioni, è stato di nascosto allo stadio con alcuni amici. Ed è in Curva Sud che è nata la sua passione. A distanza di diversi anni ha dichiarato: «Della partita non ricordo nulla, ma l’atmosfera, i colori, i cori mi emozionarono come niente altro».

L'ex vicepresidente Ue Timmermans canta l'inno della Roma in tv
Frans Timmermans (Getty Images).

Timmermans: «Dopo quarant’anni sono romano e romanista»

L’amore per il club giallorosso non è più svanito. Nel 2016, durante l’evento Growth Goal – The path of the institutional reforms in EU and in Italy, organizzato al Parlamento europeo da Formiche ed Eunews, ha dichiarato: «Da ragazzo ho vissuto e studiato a Roma. Dopo quarant’anni sono rimasto romano e romanista». Tutt’ora sui propri profili social pubblica foto della Roma. Ad esempio, scorrendo fino al 5 maggio 2022, sul profilo Facebook di Timmermans si vede un post del sindaco Roberto Gualtieri. I due, insieme, hanno assistito alla semifinale di ritorno di Conference League vinta dalla Roma 1-0 contro il Leicester.

Coldplay contestati in Indonesia: «Sostengono la comunità Lgbtq»

Mercoledì 15 novembre un gruppo di 200 musulmani conservatori ha marciato nella capitale indonesiana, Jakarta, chiedendo la cancellazione di un concerto dei Coldplay in programma per quella sera, a causa del sostegno della band britannica alla comunità Lgbtqia+. Il concerto si è poi regolarmente svolto.

Venduti oltre 70 mila biglietti per la tappa a Jakarta

I Coldplay sono conosciuti per esibire i propri valori durante i loro spettacoli, e il cantante Chris Martin è noto per indossare i colori dell’arcobaleno e sventolare bandiere del Pride durante le esibizioni. Nonostante le proteste del gruppo conservatore, che si è presentato anche davanti al luogo del concerto, per la tappa del tour Music of the Sphere allo stadio Gelora Bung Karno sono stati venduti più di 70 mila biglietti in meno di due ore. Jakarta, inoltre, è uno dei principali hub di streaming della band, con circa 1,6 milioni di fan in città.

Coldplay contestati in Indonesia: «Sostengono la comunità Lgbtq»
Due fan all’entrata del Gelora Bung Karno per il concerto dei Coldplay a Jakarta (Getty Images).

I Coldplay dopo il concerto: «Torneremo!»

L’Indonesia è laica e ha una lunga storia di tolleranza religiosa, ma negli ultimi anni una piccola frangia estremista si è fatta più forte, e le coppie Lgbtqia+ subiscono spesso discriminazioni. Anwar Abbas, vicepresidente del Consiglio indonesiano degli Ulema, il più potente organismo di regolamentazione islamico dell’Indonesia, ha criticato la decisione di portare avanti lo spettacolo. «Sappiamo che i Coldplay sostengono la comunità Lgbtq+, ma ora la domanda è: il comportamento di questa comunità è in linea con la nostra costituzione?» ha detto in una dichiarazione riportata dal The Borneo Post. La band non ha commentato la protesta, e sul profilo Instagram ha scritto: «Grazie per una delle notti migliori di sempre, Jakarta! Torneremo».

Il ruolo della Siria nella guerra tra Israele e Hamas

Il contagio nell’intera regione mediorientale del conflitto tra Hamas e Israele è più di un rischio. In Cisgiordania, territorio amministrato da Fatah di Abu Mazen, si moltiplicano gli scontri con l’esercito di Tel Aviv che, al confine settentrionale, sta affrontando un conflitto a bassa intensità con i miliziani di Hezbollah, formazione libanese foraggiata dall’Iran. Proprio come i ribelli yemeniti Houthi che hanno lanciato droni e missili contro lo Stato ebraico. Inoltre sono state colpite basi statunitensi in Iraq. E poi c’è la Siria, da dove transitano i rifornimenti di Hezbollah e per questo nel mirino di Israele.

Il ruolo della Siria di Assad nella guerra in Medio Oriente tra Israele e i miliziani palestinesi di Hamas.
Bashar al-Assad e il presidente iraniano Ebrahim Raisi (Getty Images).

La Siria non ha mai stipulato accordi di pace con Israele

Martoriata da 12 anni dalla guerra civile, a differenza di altri vicini come Egitto e Giordania, la Siria non ha mai stipulato accordi di pace con Israele, né riconosce lo Stato ebraico con cui si contende le alture del Golan, territorio conquistato dalle forze israeliane nel 1967 nell’ambito della Guerra dei sei giorni e poi annesso unilateralmente nel 1981. Nel Paese, dove il dittatore Bashar al-Assad è sopravvissuto alla sollevazione popolare del 2011 e alla successiva guerra civile grazie all’appoggio di Russia e Iran, sono operative diverse milizie legate a Teheran, compresi miliziani di Hezbollah. L’Idf ha colpito infrastrutture militari nella zona di Daraa, nel sud della Siria, in risposta al lancio di missili verso il Golan. Più “corposa” la campagna aerea di Israele, che in realtà al pari di quella di terra va avanti da anni, sempre con l’obiettivo di impedire i rifornimenti ai combattenti sostenuti dall’Iran: dall’attacco di Hamas, ad esempio, sono stati colpiti più volte gli aeroporti internazionali di Damasco e Aleppo.

Il ruolo della Siria di Assad nella guerra in Medio Oriente tra Israele e i miliziani palestinesi di Hamas.
Siria, manifesto contro il presidente Assad (Getty Images).

Siria-Hamas, storia di un rapporto lungo e complesso

Il rapporto della Siria con Hamas è lungo e complicato. L’organizzazione palestinese trae infatti origine dai Fratelli Musulmani, formazione politica che si richiama al dovere di fedeltà ai valori islamici tradizionali e per questo punto di riferimento per molti integralisti. Anzi, come specificato nel suo stesso statuto del 1988, nacque come suo braccio palestinese. In Siria, i Fratelli Musulmani si sono sempre opposti al potere della famiglia Assad. Nel 1982, mentre era al potere Hafiz al-Assad, padre dell’attuale presidente, le truppe siriane repressero una rivolta guidata proprio dai Fratelli Musulmani ad Hama, uccidendo almeno 10 mila abitanti. Più tardi, il governo di Damasco ha sostenuto con forza la causa palestinese, ospitando circa mezzo milione di rifugiati provenienti da Israele. Tra essi anche uno dei leader di Hamas in esilio, Khaled Mashaal. E questo nonostante la famiglia Assad si trovasse spesso in contrasto con l’organizzazione palestinese. I rapporti si sono davvero inaspriti a partire dal 2011, quando Hamas evitò di schierarsi con Damasco nella guerra civile: l’anno successivo Mashaal riparò in Qatar, dove vive ancora oggi. Successivamente l’esercito regolare prese di mira i civili del distretto di Yarmouk, area che da campo profughi si era trasformata in quartiere a maggioranza palestinese controllata dai ribelli: le forze di Assad nel 2015 assediarono il campo, impedendo l’ingresso di cibo, energia, medicine e altri rifornimenti. Una piccola Gaza.

Il ruolo della Siria di Assad nella guerra in Medio Oriente tra Israele e i miliziani palestinesi di Hamas.
La devastazione di Yarmouk dopo l’assedio (Getty Images).

Altamente improbabile il coinvolgimento diretto di Damasco 

Nel discorso tenuto al vertice della Lega araba che si è svolto a Riad, Assad ha criticato gli accordi di normalizzazione tra altri Paesi del Medio Oriente e lo Stato ebraico, accusando Israele di crimini di guerra contro i civili di Gaza, allineandosi agli altri leader nel chiedere l’immediato cessate il fuoco e la fine dell’assedio della Striscia. Parole che però non possono non suonare ipocrite, considerati gli attacchi chimici di Ghūṭa prima e Khan Shaykhun poi, sferrati dalle forze governative durante la guerra civile siriana. E quanto accaduto a Yarmouk. È altamente improbabile che Damasco entri nel conflitto in corso, cosa che invece potrebbero fare le varie milizie operanti all’interno del Paese sostenute dall’Iran e indipendenti dal governo siriano. Da parte sua, anche Israele finora ha evitato di colpire obiettivi prettamente siriani, concentrandosi sui rifornimenti a Hezbollah. E pure gli Stati Uniti si sono limitati a colpire le presunte basi iraniane in Siria. «Nonostante il susseguirsi di attacchi e contrattacchi, nessuna delle due parti – gli Usa e Israele, da un lato, e l’Iran e i gruppi che sostiene, dall’altro – sembra volere una grande escalation regionale», hanno spiegato i ricercatori del think tank International Crisis. Group. Ma se la guerra a Gaza dovesse continuare, avvertono, «il rischio che proprio ciò accada potrà aumentare».

Pedro Sanchez eletto premier di Spagna per la terza volta

Con 179 voti a favore e 171 contrari, il Parlamento spagnolo ha concesso la fiducia al leader socialista Pedro Sanchez che, per la terza volta nella sua vita politica, è stato eletto premier. Un voto che conferma l’intesa sull’amnistia tra il Psoe e gli indipendentisti catalani, scelta che sta dividendo fortemente il Paese e causando molte polemiche.

Contrari i popolari, Vox e il partito navarro

Hanno votato a favore di Pedro Sanchez otto forze politiche: il Psoe, la coalizione di sinistra Sumar, i partiti indipendentisti catalani Erc e Junts, quelli baschi Bildu e Pnv, il partito galiziano Bng e quello delle Canarie CC. Contrari i popolari, i deputati della destra estrema di Vox e il partito navarro. Grazie alla fiducia ottenuta oggi il leader socialista Pedro Sánchez, nato a Madrid il 29 febbraio del 1972, conquista il suo terzo mandato da premier spagnolo.

Gli interessi cinesi in Libia e l’ombra della Russia

A metà settembre, dopo che il passaggio della tempesta Daniel sulla Libia aveva causato delle inondazioni devastanti causando migliaia di vittime, alcuni osservatori internazionali avevano ipotizzato che la tragedia potesse essere l’occasione per superare la divisione di un Paese divorato da oltre un decennio da guerre civili e tensioni interne. E che la gestione degli aiuti umanitari provenienti dall’estero favorisse un avvicinamento fra i due governi in nome di un rinnovato spirito di unità nazionale.

Gli interessi cinesi in Libia e l'ombra della Russia
Derna distrutta dalle inondazioni (Getty Images).

I piani del Bfi Management Consortium nella ricostruzione di Derna

Non è andata così. Il governo di Tripoli, guidato da Abdul Hamid Dbeibah e riconosciuto a livello internazionale, è finito sotto accusa per corruzione e inefficienza a causa della mancata manutenzione delle dighe che hanno ceduto causando le inondazioni. Mentre le grandi potenze che hanno offerto aiuti e sostegno in realtà miravano a espandere la propria influenza nel Paese tessendo relazioni economiche strategiche. È il caso della Cina che, tramite il Bfi Management Consortium, che fa capo alla società cinese China Railways International Group Company e alla britannica Arup International Engineering Company, si è detta pronta a stanziare un corposo investimento per la ricostruzione dell’interna città di Derna, un tempo roccaforte dell’Isis libico. E questo dopo che il 2 novembre scorso, il generale Khalifa Haftar, che controlla l’Est della Libia, aveva inaugurato una conferenza internazionale per la ricostruzione delle regioni devastate dalle inondazioni ricevendo ben 162 aziende provenienti da 26 diversi Paesi. A rivelare l’interesse cinese per la ricostruzione di Derna è stato il quotidiano libico Lybia Herald. Il ministro dell’Economia del cosiddetto governo di stabilità nazionale (Gsn) Ali Al Saidi ha recentemente ricevuto una delegazione del consorzio esprimendo ottime impressioni in seguito alla discussione del progetto. «L’economia libica richiede un deciso impulso verso l’apertura agli investimenti come alternativa alla dipendenza dallo Stato», ha spiegato Al Saidi, sottolineando che i progetti attualmente in fase di proposta «avranno un impatto significativo sul miglioramento dei servizi forniti ai cittadini».

Gli investimenti cinesi per il completamento della metro di Tripoli

Non è la prima volta che il consorzio Bfi, che comprende anche dei partner francesi, tedeschi e britannici, entra in contatto con l’ex Jamahiriya. Nel 2019, il consorzio a guida cinese si offrì di completare la realizzazione della linea 1 della metropolitana di Tripoli, progetto fermo dal 2009, oltre a gestire un moderno sistema di autobus. Un investimento complessivo del valore di 30 miliardi di dollari senza spese né altri oneri per lo Stato libico. Gli interessi cinesi in Libia d’altronde non sono una novità ma risalgono ai tempi di Gheddafi. In questi anni di divisioni interne Pechino ha sempre mantenuto una sorta di neutralità rispetto ai due governi in nome di quel primato dell’economia sulla politica che caratterizza la politica estera del Dragone. Già prima dello scoppio del conflitto del 2011, oltre a investimenti nel settore infrastrutturale per un valore di circa 5 miliardi dollari, la società cinese China National Petroleum Corp disponeva nel Paese di una forza lavoro complessiva di 30 mila operai, garantendosi il 10 per cento delle esportazioni di greggio dal Paese nordafricano.

La Libia sempre più stretta tra Pechino e Mosca

Con la guerra civile, la destituzione di Gheddafi e la divisione del Paese, gli affari cinesi hanno subito una battuta d’arresto ma oggi, a distanza ormai di più di 10 anni, entrambi i governi del Paese, ma soprattutto quello guidato da Haftar, si stanno dimostrando aperti ad accogliere gli investimenti di Pechino. Lo confermano le parole del ministro dell’Economia al Saidi che lo scorso ottobre nel corso di un’intervista a Radio France International, ha definito la Cina «la potenza che potrebbe costruire ponti, infrastrutture e strade in brevissimo tempo». Se a questo si somma la notizia diffusa da Bloomberg della costruzione di una base navale russa nell’Est in base all’accordo stretto fra Putin e Haftar a fine settembre, è ormai chiaro come la la Libia si stia avvicinando a partner antagonisti di quell’alleanza occidentale che si sarebbe dovuta occupare della rinascita del Paese.