Dopo l’aggressione al Venezuela che sabato ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, Donald Trump è tornato a minacciare la Groenlandia. Il presidente americano ha ribadito che Washington «ha assolutamente bisogno» del territorio artico, rilanciando una linea che negli ultimi mesi ha già messo sotto pressione i rapporti con la Danimarca e con le autorità groenlandesi. Parlando a bordo dell’Air Force One, ha detto: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di farlo». Nei mesi scorsi Trump non aveva escluso l’uso della forza: «Non dico che lo farò, ma non escludo nulla. Abbiamo molto bisogno della Groenlandia». Immediata la replica della premier danese, Mette Frederiksen: «Gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di annettere nessuno dei tre Paesi del Regno di Danimarca».
Mette Frederiksen (Ansa).
Trump minaccia anche Colombia, Messico e Cuba
Trump ha esteso le minacce anche ad altri Paesi dell’America Latina. Parlando della Colombia, ha detto: «Stanno inviando cocaina negli Stati Uniti. Quindi deve guardarsi le spalle». Alla domanda su una possibile operazione statunitense, ha risposto: «Mi sembra una buona idea». Sul presidente Gustavo Petro, a dicembre Trump aveva dichiarato che il Paese è «governato da un uomo malato», aggiungendo che «non lo farà ancora a lungo». Petro ha replicato ribadendo che «pace, rispetto del diritto internazionale e protezione della vita devono prevalere». Su l’Avana Trump ha affermato: «Penso che Cuba sarà qualcosa di cui finiremo per parlare, perché è una nazione in fallimento». Sul Messico, ha detto che i cartelli stanno gestendo il Paese al posto della presidente Claudia Sheinbaum: «Le ho chiesto numerose volte se vuole che togliamo i cartelli. “No, no, no, signor Presidente, no, no, no, per favore”. Quindi dobbiamo fare qualcosa».
Trump sulle proteste in Iran: «Colpiremo se iniziano a uccidere persone»
La settimana scorsa Trump aveva minacciato anche di intervenire in Iran nel caso in cui il regime porti avanti la repressione violenta delle proteste di questi giorni. Teheran aveva replicato avvertendo che qualsiasi ingerenza avrebbe delle conseguenze. Sabato Trump ha ribadito: «Stiamo monitorando la situazione molto attentamente. Se iniziano a uccidere persone come hanno fatto in passato, penso che saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti». Secondo le associazioni per i diritti umani, scrive Reuters, al momento sono state uccise almeno 16 persone.
Gli Stati Uniti potrebbero avere un supertestimone nel processo contro l’ormai ex presidente venezuelano Nicolas Maduroe la moglie Cilia Flores, accusati di cospirazione per narcoterrorismo, associazione a delinquere per importazione di cocaina e possesso di armi automatiche e dispositivi esplosivi contro gli Usa. Come riporta Newsweek, si tratta dell’ex capo dell’intelligence militare venezuelana Hugo Armando Carvajal Barrios.
Chi è Hugo Carvajal Barrios
Classe 1960 e soprannominato “El Pollo”, è stato un fedelissimo di Hugo Chavez, che lo pose alla guida dei servizi segreti, veste in cui secondo gli inquirenti Usa avrebbe partecipato al trasferimento di 5,5 tonnellate di cocaina in direzione Stati Uniti. Con la morte di Chavez nel 2013, Carvajal Barrios si buttò in politica, inizialmente come deputato pro-Maduro. Poi nel 2019 il passaggio all’opposizione, considerato un tradimento dal presidente che lo costrinse a fuggire all’estero. Raggiunto da un mandato di cattura spiccato dal Dipartimento di Giustizia americano, ‘El Pollo’ è stato arrestato in Spagna e poi estradato negli Usa, dove è finito a processo. Hugo Armando Carvajal Barrios si è dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo, analoghi a quelli contestati a Maduro. Ma non è ancora stato condannato: la pena sospesa sarebbe un segno che i procuratori hanno intenzione di farlo testimoniare prima di decidere il suo destino.
L’Italia sta lavorando alla liberazione degli italiani detenuti in Iran, dove sono in corso proteste represse nel sangue dal regime, e anche alla scarcerazione del cooperante Alberto Trentini, che da oltre un anno si trova nella prigione El Rodeo di Caracas, in Venezuela, senza che nei suoi confronti sia stata formalizzata alcuna accusa. Lo ha detto al Tg2 il ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Sto seguendo minuto per minuto l’evolversi della situazione, abbiamo invitato i nostri connazionali alla massima prudenza», ha detto il titolare della Farnesina riferendosi all’Iran. Quanto al Venezuela, Tajani ha dichiarato di sperare che «con il cambio di regimee con l’andata via di Nicolas Maduro si possa riuscire a riportare a casa» i cittadini italiani. «Abbiamo italiani detenuti in Venezuela, a cominciare da Trentini. Ma con lui ce ne sono un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo», ha assicurato il ministro. Tra i connazionali incarcerati in Venezuela c’è anche Biagio Pilieri, italo-venezuelano leader della formazione politica Convergencia.
Il 2 gennaio Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a intervenire in caso di repressione violenta delle proteste che si stanno tenendo in Iran contro il carovita e il deterioramento della situazione economica. Ebbene, secondo Iran International, media d’opposizione al regime degli ayatollah con base a Londra, almeno 15 manifestanti sono stati uccisi durante gli ultimi sette giorni di proteste nella Repubblica Islamica, che si sono estese a 174 località in tutto il Paese. Alle vittime civili si deve aggiungere la morte di un membro delle forze di sicurezza. Sarebbero almeno 44 le persone colpite e ferite da proiettili veri o da pistole a pallini sparati dalle forze iraniane durante le manifestazioni.
È stato completato il riconoscimento delle sei vittime italiane della strage di Crans-Montana. Lo ha reso noto l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. Ai quattro precedentemente identificati (Giovanni Tamburi, Achille Barosi, Emanuele Galeppini e Chiara Costanzo) si sono aggiunti Sofia Prosperi e Riccardo Minghetti. Avevano tra 15 e 16 anni. Le salme saranno trasportate in Italia con un volo di Stato. La notizia è stata poi confermata Antonio Tajani. Quanto ai feriti, ha spiegato il ministro degli Esteri, «stanno per essere tutti accompagnati in Italia, ttre al Niguarda di Milano e una a Torino».
Dopo l’operazione statunitense che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro, fino al 3 febbraio Starlink fornirà servizi di banda larga gratuiti ai cittadini del Venezuela. In un post su X, l’account del servizio di Internet satellitare a banda larga ad alta velocità di SpaceX (e dunque di Elon Musk), che usa una costellazione di migliaia di piccoli satelliti in orbita bassa, ha promesso «connettività continua» al Paese sudamericano, notoriamente alle prese con la censura online: basti pensare che il governo di Maduro, nel recente passato, ha bloccato Facebook, YouTube, Instagram e altre piattaforme.
Starlink is providing free broadband service to the people of Venezuela through February 3, ensuring continued connectivity.
Immobili, ipnotizzati davanti a uno smartphone, pigri. Della Gen Z si è detto e scritto di tutto in questi anni. Nel 2025, però, gli zoomer hanno avuto una rivincita mediatica dando vita a movimenti di protesta che, grazie al tam tam sui social, hanno riempito le piazze di decine di Paesi dall’America all’Asia, passando per l’Europa e l’Africa. Sopra le loro teste ha sventolato virtualmente, e non solo, la bandiera di One Piece, un teschio sorridente con un cappello di paglia. E come i pirati del celebre manga si sono battuti contro il Governo Mondiale.
Le piazze serbe contro Vučić
«La corruzione uccide». Lo sostengono gli studenti universitari che, insieme ai colleghi più giovani, da novembre 2024 manifestano in Serbia. Tutto è iniziato con il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad che ha causato la morte di 16 persone. Chi scende in piazza chiede elezioni anticipate per cacciare il presidente Aleksandar Vučić e il partito Sns, al timone da oltre un decennio. Un’ondata di contestazioni che nei mesi è cresciuta raggiungendo un livello che nel Paese non si registrava dai tempi di Milošević.
Corteo a Novi Pazar, in Serbia (Ansa).
In Bulgaria l’onda travolge il governo
Se Vučić per ora resiste, il governo della Bulgaria ha ceduto dopo settimane di proteste contro una legge di bilancio considerata iniqua. Il tutto alla vigilia dell’ingresso del Paese nell’Eurozona. L’esecutivo guidato da Rossen Zhelyazkov, passato indenne da ben sei voti di sfiducia in un anno, alla fine è capitolato. Il governo aveva provato a fare marcia indietro, ma ormai era troppo tardi. Anche perché la manovra era solo la punta dell’iceberg di un sentimento di insoddisfazione generale nei confronti di un sistema politico accusato di nepotismo, corruzione e inefficienza che costringe i giovani ad andarsene: «Dateci una ragione per restare», recitavano alcuni striscioni nelle piazze. Insieme con gli slogan: «Fuori la mafia», «Ladri!», «Maiali!».
Una manifestazione a Sofia, in Bulgaria, 10 dicembre 2025 (Ansa).
La Gen Z turca contro Erdogan dopo l’arresto di İmamoğlu
Anche la Turchia è stata colpita da quest’onda. La causa scatenante, in questo caso, è stato l’arresto di Ekrem İmamoğlu. Il sindaco di Istanbul e principale oppositore di Recep Tayyip Erdoğan è finito dietro le sbarre con l’accusa di corruzione dopo un’indagine a cui un pezzo di Paese non crede affatto. Secondo i manifestanti l’inchiesta avrebbe come unico obiettivo quello di neutralizzare il più pericoloso avversario del presidente e del suo partito, l’Akp. E mentre nelle strade scattava la repressione delle forze dell’ordine, online gli account “ribelli” venivano chiusi con un’ulteriore stretta autoritaria.
Dal Nepal alle Filippine sotto la bandiera di One Piece
È però in Asia l’esempio più emblematico delle proteste a trazione Gen Z. In Nepal, lo scorso settembre, l’esecutivo era arrivato a oscurare i social network. Una scintilla che ha fatto esplodere la rabbia contro la classe dirigente. La dura reazione della polizia – 70 morti, centinaia di feriti e decine di arresti – non è bastata a evitare al presidente Sharma Oli le dimissioni e lo scioglimento del parlamento. I giovani volevano di più e l’hanno ottenuto, ricoprendo un ruolo centrale nella nomina della prima donna premier del Paese, Sushila Karki. Il nome dell’ex giudice (classe 1952) è emerso da un voto online sull’app gratuita di messaggistica Discord. Considerata un simbolo della lotta alla corruzione, Karki guiderà il Nepal fino alle elezioni previste a marzo 2026. È invece di otto morti e migliaia di arresti il bilancio delle mobilitazioni della Gen Z indonesiana. Scatenate da un controverso bonus destinato ai deputati dal governo di Prabowo Subianto nonostante i tagli alla sanità e le misure di austerità, le manifestazioni sono letteralmente esplose a settembre dopo la morte di un rider 21enne, travolto da un blindato delle forze dell’ordine. Qualche giorno dopo è toccato alle Filippine. Il clima inizialmente pacifico delle proteste per uno scandalo di appropriazione indebita di fondi pubblici destinati alla lotta contro le inondazioni è presto deflagrato: auto incendiate, vetrine distrutte, polizia in assetto anti sommossa, lacrimogeni.
Scontri a Kathmandu, in Nepal, 22 dicembre 2025 (Ansa).
Le proteste in Centro e Sud America
Scontri con le forze dell’ordine e decine di arresti si sono registrati anche dall’altra parte del Pacifico, in Messico dove la Gen Z è scesa in piazza a novembre contro le politiche di Claudia Sheinbaum. Al potere da un anno, la prima donna presidente non ha convinto per le sue scelte in tema sicurezza in un Paese percepito come sempre più in mano ai narcotrafficanti. Anche in Perù dopo mesi di proteste il 9 ottobre la presidente Dina Boluarte è stata destituita da un voto di impeachment per «incapacità morale permanente». La Gen Z ha dato vita a un’insurrezione pacifica, ultimo atto di una crisi politica ormai cronica di cui la presidente era diventata il simbolo. Tra autoritarismo, repressione violenta del dissenso e scandali, Boluarte ha dimenticato la promessa di accompagnare il Paese a nuove elezioni ristabilendo l’ordine istituzionale e la fiducia della popolazione. «Fuera Dina, asesina», urlavano le piazze transgenerazionali già nel 2023. La nomina ad interim del 38enne José Jerí, in attesa delle elezioni di aprile 2026, non ha comunque calmato gli animi. Le manifestazioni sono proseguite con la richiesta di un azzeramento ancora più drastico del sistema.
Manifestazione a Lima, Peru, 14 novembre 2025 (Ansa).
L’occasione persa del Madagascar e gli altri focolai in Africa
La stessa istanza è arrivata dai giovani del Madagascar che, tra settembre e ottobre, hanno occupato le piazze per manifestare contro i tagli all’acqua e all’elettricità, la corruzione, il nepotismo, le disuguaglianze. Disordini che hanno spinto alla fuga il presidente Andry Rajoelina portando al potere il colonnello Michael Randrianirina che ha promesso discontinuità con il passato e maggiore coinvolgimento della Gen Z. Un golpe militare che rischia però di soffocare le istanze di un vero rinnovamento. Autoritarismo, cattiva gestione economica, misure impopolari come l’innalzamento delle tasse su alcuni beni essenziali sono la benzina degli zoomer kenyoti che protestano ormai da più di un anno. Durante il quale il blogger 31enne, Albert Ojwang, ha perso la vita dopo essere stato arrestato per aver diffamato un poliziotto sui social. In Marocco la Gen Z si è addirittura ribattezzata: ora si fa chiamare Generazione Z 212, come il prefisso telefonico nazionale. Da settembre i ragazzi lottano per ottenere diritti, giustizia sociale e trasparenza della politica. D’altronde nel Paese nordafricano si finanziano le ristrutturazioni degli stadi per la Coppa del mondo e non quelle di scuole e ospedali. La morte di otto donne nel giro di poche settimane nel reparto di ostetricia dell’ospedale pubblico di Agadir è diventata la miccia delle proteste.
Manifestazione ad Antananarivo, in Madagascar, 11 ottobre 2025 (Ansa).
L’attacco su Caracas e la conseguente cattura di Nicolas Maduro sono state azioni legali, dal punto di vista del diritto internazionale? È quanto si stanno chiedendo in molti dalle prime ore del 3 gennaio. Nel corso dei mesi, dopo le minacce di Donald Trump di possibili azioni di terra in Venezuela, giuristi e parlamentari americani avevano messo in dubbio la base legale di missioni extraterritoriali senza chiari mandati: per l’operazione del 3 gennaio Trump ha fatto ricorso all’Authorization for Use of Military Force.
Cosa è l’Authorization for Use of Military Force sfruttata da Trump
L’Authorization for Use of Military Force, approvata dopo l’attacco alle Torri Gemelle, è una legge che sostanzialmente dà il via libera al presidente a urgenti azioni antiterrorismo, senza bisogno del semaforo verde del Congresso. In base al War Powers Act del 1973, infatti, l’amministrazione che intraprende atti militari deve notificare al Congresso entro 48 ore e ritirare le truppe dopo 60 giorni se non c’è autorizzazione. Trump ha potuto ricorrere all’Authorization for Use of Military Force classificando le gang del narcotraffico come organizzazioni terroristiche straniere, cosa che ha permesso di “creare” uno stato di guerra con il Venezuela.
Il parere del giurista: «Gravissima violazione del diritto internazionale»
Secondo il giurista Gabriele Della Morte, professore ordinario di diritto Internazionale alla Cattolica di Milano, il blitz delle forze Usa «rappresenta una gravissima violazione del diritto internazionale, in una delle sue espressioni più cogenti: il divieto di aggressione». Intervistato dall’Ansa, Della Morte ha spiegato che adesso «occorrerà ora valutare la reazione degli Stati e delle organizzazioni internazionali, a partire dall’Onu e dalla Ue, per verificare se un nuovo assetto normativo sul tema dell’uso della forza è in via di definizione» e che, «nel compiere questa delicata valutazione, occorrerà sempre tenere ben presente la distinzione tra validità ed efficacia della norma». Se una norma non è rispettata, ha sottolineato, «ciò non comporta necessariamente che non sia valida». Giorgia Meloni, esprimendo la posizione dell’Italia, ha dichiarato che «il governo reputa legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».
Dopo Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini e Achille Barosi, è la 16enne Chiara Costanzo è la quarta vittima italiana identificata della strage di Capodanno a Crans-Montana. Il padre già nella giornata del 3 gennaio aveva comunicato alla stampa la certezza della morte della figlia. Sale così a 25 il numero delle vittime dell’incendio identificate dalla polizia svizzera. Restano due i dispersi italiani ancora da identificare.
Dopo la cattura da parte degli Usa di Nicolas Maduro, la Corte Suprema di Caracas ha ordinato alla sua vice Delcy Rodriguez di assumere ad interim la presidenza, stabilendo che «eserciti in qualità di responsabile tutte le attribuzioni, i doveri e i poteri inerenti alla funzione di presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela al fine di garantire la continuità amministrativa e la difesa integrale della nazione». I giudici della Corte Suprema non hanno ancora dichiarato Maduro definitivamente decaduto: ciò avrebbe comportato l’indizione di elezioni anticipate entro 30 giorni. Rodríguez, scrive il New York Times citando fonti vicine alla Casa Bianca, avrebbe impressionato i funzionari di Donald Trump grazie alla sua gestione dell’industria petrolifera, cruciale per il Venezuela.
Nicolas Maduro arrestato e presto processato a New York. Gli Stati Uniti decisi a gestire il Venezuela finché non ci sarà una «transizione giusta e appropriata». Delcy Rodriguez, numero due dell’ormai ex presidente, posta intanto a capo del governo dalla Corte Suprema. María Corina Machado senza il sostegno di Donald Trump, che probabilmente non gli ha perdonato il “furto” del Nobel. Il futuro del Venezuela è quantomai nebuloso e lo stesso vale per il suo petrolio, il vero motivo per cui Washington voleva un cambio di regime, con buona pace del pretesto della lotta al narcotraffico, su cui Trump è tornato insistere in conferenza stampa.
Trump è tornato a parlare di «petrolio rubato»
Il reale obiettivo di Trump non è mai stato smantellare il narcotraffico o esportare la democrazia, quanto installare un governo amico a Caracas per mettere le mani sul suo greggio: il Venezuela siede su 303 miliardi di barili di riserve provate, primo patrimonio petrolifero al mondo, più di Arabia Saudita e Stati Uniti messi insieme. In conferenza stampa a Washington, Trump ha affermato che le principali compagnie Usa torneranno nel Paese sudamericano con «miliardi di dollari» di investimenti, «per sistemare le infrastrutture danneggiate e iniziare a produrre ricchezza», ponendo il rilancio della sua industria energetica: «Non lasceremo il Venezuela andare all’inferno come hanno fatto altri. Lo gestiremo come si deve». Interpellato sulle dichiarazioni di Trump riguardo al fatto che saranno gli Stati Uniti a gestire il Venezuela fino alla fine della transizione, il segretario alla Difesa (ops, Guerra) Pete Hegseth ha detto: «Significa che saremo noi a stabilire le condizioni. Significa che la droga smetterà di fluire. Significa che il petrolio che ci è stato sottratto verrà alla fine restituito e che i criminali non saranno mandati negli Stati Uniti. Alla fine, saremo noi a controllare quanto accadrà in futuro». Lo stesso The Donald, per giustificare la rimozione di Maduro, aveva parlato a più riprese di «petrolio rubato».
Stazione di servizio Chevron (Ansa).
La capacità di Caracas di aumentare la produzione in tempi brevi appare limitata
A cosa si riferiscono Trump e Hegseth? A quanto accaduto nella seconda metà degli Anni 70, quando il governo di Caracas fondò la PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima), nazionalizzando l’industria petrolifera. E poi allo strappo avvenuto tra il 2002 e il 2003 con Hugo Chavez, che cacciò le major petrolifere Usa interrompendo ogni tipo di collaborazione, inizialmente mantenuta. Trump ha appunto invocato la necessità di risarcire le compagnie espropriate in passato. ExxonMobil e ConocoPhillips, ad esempio, attendono ancora il pagamento di risarcimenti arbitrali rispettivamente da 1,6 miliardi e 8,37 miliardi di dollari. Con la rimozione di Maduro si dovrebbe concretizzare la riapertura del mercato, con possibilità per Exxon e Conoco di tornare e per Chevron, unica compagnia statunitense presente in Venezuela (grazie a una licenza speciale concessa dalla Casa Bianca) di espandersi. Ad oggi, l’embargo sulle esportazioni venezuelane resta formalmente in vigore e la capacità di Caracas di aumentare la produzione in tempi brevi appare limitata. Questo perché, nonostante le promesse, gli investimenti necessari per rilanciare l’industria petrolifera venezuelana sono enormi. Secondo la società di consulenza Rystad, servirebbero almeno 65 miliardi di dollari per mantenere la produzione ai livelli attuali fino al 2040 e oltre 100 miliardi per riportarla a 2 milioni di barili al giorno.
Rifornimento in Venezuela (Ansa).
Gli Stati Uniti non hanno bisogno del greggio venezuelano, la Cina invece sì
Calcolatrice alla mano, il Venezuela dispone del 18 per cento delle riserve mondiali di petrolio, di cui gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori. Fino al 2019 il partner privilegiato di Caracas era proprio Washington, a cui andava quasi metà dell’export. Poi le sanzioni della prima Amministrazione Trump stravolsero il mercato: oggi gli Stati Uniti – che ormai producono più di quanto consumano – non hanno bisogno del petrolio di Caracas. A differenza della Cina, principale importatore con circa 600 mila barili di greggio al giorno dal Venezuela, pari a circa il 70 per cento del suo export. La rimozione di Maduro, nei giochi della geopolitica, darà modo a Trump di fare uno sgambetto a Pechino, che finora ha acquistato grandi quantità di greggio venezuelano – di scarsa qualità e da raffinare in adeguate infrastrutture – a prezzi molto bassi, ottenendo indiscutibili vantaggi.
L’operazione militare condotta dagli Stati Uniti in Venezuela, che ha portato all’arresto del presidenteNicolas Maduro, avrebbe causato la morte di almeno 40 persone, tra militari e civili. Lo scrive il New York Times, citando un alto funzionario di Caracas che ha parlato in condizione di anonimato. Durante la conferenza stampa andata in scena a Washington, Donald Trump ha specificato che nessun soldato statunitense è rimasto ucciso, suggerendo che alcuni fossero rimasti feriti. Sempre il Nyt riporta che Maduro a fine dicembre avrebbe respinto un ultimatum di Trump che lo aveva esortato a lasciare l’incarico per trasferirsi in esilio dorato in Turchia.
Sono tre le vittime italiane dell’incendio di Capodanno di Crans-Montana identificate dalla polizia svizzera: si tratta di Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini e Achille Barosi. Il riconoscimento è avvenuto grazie alla comparazione con il dna dei genitori. Rimangono da identificare altri tre italiani classificati come dispersi: Riccardo Minghetti, Chiara Costanzo e Sofia Prosperi. Almeno per le due ragazze, l’identificazione sembra imminente: parlando con la stampa, i genitori hanno già dato per certo il decesso. Con i tre italiane sale a 11 il numero delle vittime identificate: gli altri otto sono tutti svizzeri.
Nei mesi che hanno portato ai raid su Caracas e all’arresto di Nicolas Maduro, gli Stati Uniti di Donald Trump avevano assunto un atteggiamento molto aggressivo nei confronti del Venezuela, rispolverando dal cassetto la cosiddetta “dottrina Monroe”. Ecco di cosa si tratta.
I principi di politica estera enunciati da Monroe nel 1823
Con dottrina Monroe ci si riferisce ad alcuni principi di politica estera, enunciati appunti dal presidente Usa James Monroe davanti al Congresso il 2 dicembre 1823, in un contesto in cui molte colonie latinoamericanestavano ottenendo l’indipendenza dalle potenze europee. Monroe dichiarò che qualsiasi interferenza del Vecchio Continente nelle Americhe sarebbe stata considerata un atto ostile, impegnandosi allo stesso tempo, a non interferire nelle questioni politiche e nei conflitti europei. Presentata formalmente come una dottrina difensiva, diventò nel tempo uno strumento ideologico per giustificare l’ingerenza statunitense negli affari interni dell’America Latina.
La dottrina Monroe fu rafforzata da Roosevelt nel 1904
L’accezione della dottrina Monroe come un’affermazione dell’egemonia statunitense nel continente americano fu rafforzata e resa esplicita nel 1904 da Theodore Roosevelt e con l’omonimo corollario. «Stante la dottrina Monroe, comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata», disse il presidente statunitense: nel 1902 alcune potenze europee (su tutti Regno Unito e Germania) avevano minacciato un intervento armato in Venezuela. Gli Usa, insomma, non solo avevano il diritto di opporsi all’intervento europeo nel continente americano, ma anche il dovere di intervenire direttamente in America Latina nei Paesi ritenuti incapaci di garantire stabilità politica, ordine interno o il rispetto degli interessi economici internazionali. In questo quadro si sviluppò quella che venne definita “diplomazia delle cannoniere“, fondata sull’impiego esplicito della forza militare. Trump ha di fatto seguito la dottrina Monroe, presentato l’attacco a Caracas come un atto di difesa contro il regime di Maduro, che avrebbe tentato di destabilizzare gli Usa attraverso l’esportazione di droga e di criminali.
Nicolas Maduro è stato catturato dagli Stati Uniti nel corso di un’operazione militare in Venezuela e – come ha spiegato la procuratrice generale Usa Pam Bondi – verrà processato a New York assieme alla moglie, in quanto accusato di «associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo, associazione a delinquere finalizzata all’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere finalizzata al possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti».
Maduro sarà processato negli Usa, come il dittatore panamense Noriega
Bondi ha scritto su X che Maduro e consorte «presto affronteranno la furia della giustizia americana sul suolo americano, nei tribunali americani». C’è chi ha azzardato un paragone con Manuel Noriega, dittatore panamense, rovesciato nel 1989 da un’invasione Usa e poi processato negli Stati Uniti, dove fu condannato a 40 anni di carcere per traffico di droga e violazione dei diritti umani. Noriega era un dittatore militare, mentre Maduro un leader eletto, per quanto ampiamente impopolare. Detto ciò, una condanna inflitta negli States pare inevitabile.
L’operazione in Venezuela potrebbe costare consensi a Trump
Trump presenterà l’operazione in Venezuela e la cattura di Maduro come una necessità nell’ambito della lotta al narcotraffico. Ma l’attacco su Caracas potrebbe rivelarsi un boomerang per il presidente Usa. Se la condanna da parte dei democratici è scontata (ed è già arrivata), quanto successo in Venezuela potrebbe costargli anche il gradimento di una certa parte dell’elettorato Maga, già indignato per il suo coinvolgimento nel caso-Epstein.
Cuba ora trema, ma crescono i timori anche in Colombia
Cuba ha assunto una posizione apertamente schierata al fianco di Maduro. D’altra parte, dal oltre due decenni Caracas e L’Avana hanno costruito un proficuo rapporto di scambio strutturale: petrolio in cambio di servizi, in particolare nei settori della sanità e dell’educazione. Lo stop al greggio venezuelano avrebbe un serio impatto sull’isola caraibica, che secondo molti sarà il prossimo obiettivo di Trump. Secondo diversi analisti saremmo di fronte a un revival della dottrina Monroe, che esprime l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano. Nel frattempo crescono i timori anche in Colombia, che ha attivato un posto di comando unificato lungo il confine con il Venezuela.
Con la rimozione di Maduro il futuro del Venezuela è incerto
Con la rimozione di Maduro, la grave crisi economica che da tempo attanaglia il Venezuela – tra inflazione, carenza di beni e povertà – potrebbe alimentare proteste di massa e disordini, almeno in attesa di nuove elezioni. L’escalation potrebbe portare a una violenta repressione o persino a un tentativo di golpe da parte di settori delle forze armate, così come – si tratta dello scenario più estremo – a una guerra civile. L’obiettivo degli Stati Uniti è un cambio di regime, in modo da poter mettere le mani sulle abbondanti riserve di petrolio del Venezuela.
Nicolas Maduro, arrestato e portato fuori dal Venezuela, era stato accusato dagli Stati Uniti di essere a capo di un’organizzazione terroristica internazionale, dedita al traffico di droga. Dietro all’operazione militare Usa ci sarebbero in realtà le mire di Washington sul petrolio di Caracas, ma tant’è: sebbene con un pretesto, Maduro è stato rimosso. Ecco chi è quello che ormai si può considerare l’ex presidente del Venezuela.
Maduro è un ex autista della metropolitana e sindacalista
Maduro, nato il 23 novembre 1962 a Caracas, ricopriva la carica di presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 19 aprile 2013 e già a interim dal 5 marzo dello stesso anno. Delfino di Hugo Chávez, Maduro è un ex sindacalista: da giovane aveva infatti lavorato come autista per la metropolitana della capitale del Venezuela e, tra i fondatori del Sindacato Metro de Caracas, era arrivato a essere membro del consiglio di amministrazione dell’azienda pubblica di trasporti di Caracas.
Nicolas Maduro (Ansa).
Delfino di Chavez, ha assunto la presidenza del Venezuela nel 2013
Passato al Movimento Quinta Repubblica (poi confluito nel Partito Socialista Unito del Venezuela), Maduro aveva partecipa alla campagna elettorale del 1998 che portò Chavez alla presidenza. Eletto all’Assemblea nazionale nel 2000 e riconfermato poi cinque anni dopo, dal 2006 al 2012 è stato ministro degli Esteri. Già indicato da Chávez – che era malato di cancro – come successore in caso di morte, a ottobre del 2012 Maduro fu nominato vicepresidente dell’esecutivo. Vinta di fatto la concorrenza di Diosdado Cabello, potente funzionario del Partito Socialista con legami con le forze armate, in precedenza considerato il principale candidato alla successione, alla morta di Chávez avvenuta il 5 marzo 2013 Maduro assunse la presidenza ad interim , fino alle nuove elezioni presidenziali tenutesi ad aprile.
Maduro negli anni ha represso nel sangue ogni forma di protesta
Dopo anni di cattiva gestione economica da parte di Chavez, che era carismatico e godeva dell’approvazione popolare, l’economia venezuelana è crollata sotto Maduro. A causa del crollo dei prezzi del petrolio, di cui il Venezuela è ricchissimo, le importazioni di cibo e medicinali sono diventate inaccessibili. La stampa di moneta ha causato iperinflazione, in un contesto di corruzione e sanzioni internazionali. Maduro, accusato di aver truccato le elezioni del 2018 e del 2024, ha risposto al malcontento reprimendo brutalmente ogni protesta di massa.
Nicolas Maduro (Ansa).
Nel 2020 è stato accusato dall’Onu di crimini contro l’umanità
Nel 2020 una commissione dell’Onu ha accusato Maduro di crimini contro l’umanità, chiedendone il processo alla Corte penale internazionale de L’Aia. Sempre nel 2020, il Dipartimento di Stato Usa ha offerto una taglia da 15 milioni di dollari per la sua cattura, cifra alzata a 25 milioni dall’amministrazione Biden nel 2025 e poi ancora a 50 milioni da Trump. Secondo Washington, Maduro è responsabile di narcoterrorismo, traffico di cocaina, uso di armi automatiche e di strumenti atti ad offendere relativo sempre all’attività di narcotraffico.
I numeri sono imponenti: l’economia Usa supera quelle degli altri Paesi del G7 messe insieme, ha un Pil di quasi 30 trilioni di dollari e un tasso di crescita, nel terzo trimestre del 2025, del 4,3 per cento. Forte di queste cifre, presentando i dati del periodo luglio-settembre, Donald Trump ha gongolato parecchio parlando di «nuova età dell’oro». Eppure sotto il cofano di questa macchina che macina numeri impressionanti qualcosa si è inceppato. È per questo che gli americani sono preoccupati: ai loro occhi The Donald non è l’artefice del nuovo rinascimento, ma una minaccia.
Donald Trump (Ansa).
Il balletto dei dazi ha distorto il mercato
La poderosa crescita del terzo trimestre 2025 nasconde infatti profondi squilibri. Per prima cosa, buona parte del boom è da imputare alla spesa militare. Gli utili complessivi delle imprese del settore sono aumentati di 166 miliardi di dollari, ma in generale gli investimenti in altri comparti sono diminuiti. Va poi considerato l’impatto dei dazi. Poco dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, le imprese hanno anticipato gli acquisti per evitare le nuove tariffe, creando da un lato un’impennata delle importazioni, dall’altro un aumento delle scorte. Entrati in vigore i dazi, le importazioni sono crollate mentre l’export è cresciuto. Questo tira e molla ha distorto i dati rendendo lo scenario più opaco. E così servono altri indicatori per capire davvero dove va l’economia americana targata Trump.
Le fasce medio-basse sono state schiacciate dall’inflazione
Partiamo dai consumi. Secondo i dati del dipartimento del Commercio, la crescita nel volume degli acquisti si concentra nella classe medio-alta che ha continuato a spendere in viaggi, attività ricreative, ristorazione e acquisti di beni non essenziali. In sostanza, ha scritto il New York Times, a sostenere i consumi è stato il 20 per cento più ricco della popolazione, che corrisponde a circa 60 milioni di abitanti. Non pochi, ma comunque una minoranza rispetto a coloro che hanno stretto la cinghia. In sostanza, hanno sottolineato gli analisti, la domanda dei consumatori mostra una tendenza a K con la barra in alto che rappresenta i consumi dei ricchi e quella in basso dei redditi più bassi. Come ha notato Axios è un divario che aumenta se si considera che le fasce più ricche beneficiano di un mercato azionario in crescita, mentre quelle medio-basse combattono con il carovita, schiacciate dall’inflazione e da una crescita dei salari al lumicino. Nonostante il picco del periodo post-pandemico, quando nel 2022 l’inflazione arrivò al 9 per cento, l’indice dei prezzi è rimasto stabile al +2,7 per cento. Se la corsa dell’inflazione è diminuita è perché i cittadini a basso reddito hanno ridotto i consumi, mentre i margini di profitto di produttori e importatori sono calati perché colpiti dai dazi. La promessa fatta da Trump in campagna elettorale (davanti a una tavola imbandita con uova e pancetta) di ridurre l’inflazione e i prezzi è stata così totalmente disattesa. Così si spiegano le sconfitte dei repubblicani dell’ultimo anno, soprattutto in Virginia e New Jersey dove si è votato per eleggere il governatore e dove buona parte della campagna democratica si è focalizzata sulla lotta al carovita.
La Borsa di New York (Ansa).
Il boom è legato quasi esclusivamente al settore dell’Ia
Ma i portafogli vuoti da soli non sono sufficienti a spiegare le nubi che si addensano sulla favola dorata di Trump. Un altro dato da osservare con attenzione è quello degli investimenti. Nell’ultimo anno c’è stata una massiccia iniezione di liquidità nel comparto dell’Intelligenza artificiale. Secondo una valutazione dell’Università di Harvard, nella prima metà del 2025 il 92 per cento della crescita del Pil è derivato dagli investimenti miliardari nelle infrastrutture per l’Ia. Escludendo queste voci, spiega il professore di economia Jason Furman, il Pil si sarebbe fermato a una crescita dello 0,1 per cento.
Investment in information processing equipment & software is 4% of GDP.
But it was responsible for 92% of GDP growth in the first half of this year.
Non tutti sono concordi con le valutazioni di Harvard. Ad esempio, un più prudente rapporto di Barclays ha stimato che “solo” la metà della crescita del Pil nel 2025 è dovuta alla spesa per chip, reti elettriche, data center e spese in conto capitale per il mondo Ia. In ogni caso la rivoluzione di Trump e di molti miliardari a lui vicini sta creando un pericoloso e complesso intreccio tra investimenti e mondo del lavoro che ha subito una forte battuta d’arresto.
Il mercato del lavoro è congelato
Nonostante l’impatto delle deportazioni di migranti irregolari condotte dall’Ice, la diminuzione degli ingressi e dei licenziamenti di dipendenti federali, sempre più aziende cercano di ridurre i costi snellendo la propria forza lavoro. Il mercato sostanzialmente si sta congelando, i licenziamenti non sono a valanga ma aumentano. Allo stesso tempo si è fermato il ritmo delle assunzioni. Il risultato è che chi perde il posto fatica a trovarne uno nuovo. Al momento la creazione di posti si concentra soprattutto nel comparto sanitario, mentre altri settori storicamente serbatoi di lavoro, come l’industria dei trasporti, quella manifatturiera o delle costruzioni vedono un progressivo calo. Il Guardian ha messo in fila un po’ di numeri. Tra giugno e agosto molti posti sono andati persi, mentre a ottobre, nel pieno dello shutdown, si stima che ne siano andati in fumo almeno 100 mila. Complessivamente il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6 per cento, ottimo se paragonato ad altri Paesi (in Italia è al 6 per cento), ma è al livello più alto da settembre 2021. In totale, nell’ultimo anno sono scomparsi circa 1 milione di posti. In più l’Ia non sembra averne creati di nuovi. Anzi. Solo in California, fulcro del settore, a ottobre ne sono saltati oltre 150 mila nel tech e nell’intrattenimento. Il calo di posti di lavoro si unisce a quello degli investimenti in settori non collegati allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. Alti tassi di interesse, l’incertezza legata a dazi e scenari geopolitici instabili hanno ridotto le spese in altri comparti. Un esempio? Il mondo delle costruzioni è cresciuto spinto dalla creazione di nuovi data center, ma le opere nei settori residenziale, manifatturiero e commerciale sono diminuiti.
Il quartier generale di Salesforce a San Francisco (Ansa).
La promessa tradita di Trump
I disequilibri interni da sempre connaturati all’economia statunitense ora stanno diventando preoccupanti. Gli investimenti massicci accompagnati alla deregulation in materia di Ia, da un lato spazzano via posti di lavoro dall’altro portano al deterioramento di altri settori (un po’ quello che sta accadendo in piccolo a Taiwan). L’industria nazionale, ha notato UnHerd, è in una fase pericolosa. I fallimenti aumentano e con essi i licenziamenti. Il paradosso è che un pezzo del Paese vive un boom economico, mentre un’altra fetta enorme è già ampiamente in affanno. Secondo Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, agricoltura, costruzioni e manifattura sono già in recessione. A farne le spese è la già martoriata Rust Belt, la cintura arrugginita della vecchia industria pesante americana, e l’America rurale. Per il Brookings Institution, il boom è concentrato nelle città della California, in Texas e nel corridoio che collega Boston a Washington. Una sorta di beffa per quell’America, industriale e rurale, a cui Trump aveva promesso un «rinascimento manifatturiero».
L’attacco degli Stati Uniti contro Caracas e la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro sono arrivati al termine di mesi di tensioni tra i due Paesi, durante i quali gli Usa hanno fatto la guerra ai narcos, lavorando in realtà al regime change con in mente il petrolio del Venezuela, che vanta le maggiori riserve al mondo. Nell’ambito dell’operazione “Southern Spear” avviata a settembre, gli Usa hanno hanno colpito 25 imbarcazioni nel Pacifico e nei Caraibi, uccidendo almeno 95 presunti narcos nelle varie operazioni. Tutti presunti membri del fantomatico Cartel de los Soles, organizzazione diretta secondo Trump da membri dell’Alto Comando militare delle Forze armate del Venezuela (i “soli” si riferiscono alle spalline sulle uniformi) e implicata nel traffico internazionale di droga. Ecco le tappe dell’escalation.
Gli Usa avevano lanciato un primo attacco il 2 settembre, contro una nave che stava presumibilmente trasportando droga. Il raid, condotto in due parti per eliminare alcuni sopravvissuti, aveva causato l’uccisione di 11 presunti narcos.
10 dicembre
Il 10 dicembre gli Usa avevano sequestrato la petroliera The Skipperal largo delle coste del Venezuela, eseguendo «un mandato di sequestro» della nave perché era «utilizzata per trasportare petrolio sanzionato da Venezuela e Iran», come aveva spiegato la procuratrice Generale Pam Bondi.
16 dicembre
Il 16 dicembre l’esercito degli Stati Uniti «ha condotto attacchi cinetici letali su tre imbarcazioni gestite da organizzazioni terroristiche in acque internazionali», coinvolte in attività di narcotraffico nell’Oceano Pacifico orientale, uccidendo otto presunti narcos.
20 dicembre
Il 20 dicembre gli Stati Uniti avevano sequestrato una seconda petroliera al largo del Venezuela. Nello stesso giorno era stata tentata un’analoga operazione con una terza imbarcazione, che però riuscita a sottrarsi all’abbordaggio.
29 dicembre
Il 29 dicembre Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti tramite un attacco con droni avevano distrutto una «grande struttura» in Venezuela, legata al narcotraffico, ubicata in «una zona portuale dove caricano le navi di droga», senza fornire ulteriori dettagli.
Non ci sono nuove notizie sui sei italiani che risultano dispersiin Svizzera. Lo ha dichiarato Antonio Tajani, nel corso di un collegamento con Tg2. «La polizia svizzera ha già identificato sei cadaveri, ma non sono di cittadini italiani. Nel caso di vittime siamo pronti a organizzare un volo di Stato con un C130».
Bertolaso: «Italiani due ragazzi ustionati gravi ricoverati a Zurigo»
L’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso ha riferito intanto che i sette feriti nell’incendio di Crans-Montana ricoverati all’ospedale Niguarda di Milano sono tutti «in condizioni molto critiche, in rianimazione». Bertolaso ha poi parlato di due ragazzi molto gravi, che si trovano al centro ustionati di Zurigo: «Abbiamo la ragionevole certezza che si tratti di italiani, ma dobbiamo ancora fare le prove del dna. Non riusciamo a identificarli perché hanno il volto completamente coperto dalle medicazioni».
La 16enne Chiara Costanzo, originaria di Arona (Novara) ma residente a Milano, è la prima vittima accertata italiana della strage di Crans-Montana. Risultava dispersa, ma lo ha comunicato il padre in due diverse interviste al Corriere della Sera e a Repubblica. Per l’ufficialità ci vorranno comunque parecchi giorni, per via degli esami accurati del Dna.