Gli Stati Uniti hanno avvisato alcuni membri del personale di lasciare la base aerea Al Udeid dell’esercito americano in Qatar entro mercoledì sera. Lo riporta Reuters. Al Udeid è la più grande base statunitense in Medio Oriente, e ospita circa 10 mila truppe. «È un cambiamento di postura e non un’evacuazione ordinata», ha sottolineato uno dei diplomatici sentiti da Reuters. A giugno dell’anno scorso, circa una settimana prima che gli Stati Uniti lanciassero attacchi aerei sui siti nucleari dell’Iran, alcuni membri del personale e delle famiglie erano stati trasferite dalle basi statunitensi in Medio Oriente. Nelle ore scorse l’Iran ha avvertito gli Stati Uniti che attaccherà le basi americane in Medio Oriente in caso di un intervento di Washington, dopo che Donald Trump ha minacciato azioni militari contro Tehran in risposta alla repressione violenta delle manifestazioni in corso da oltre due settimane. L’Iran ha comunicato ai Paesi della regione, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti fino alla Turchia, che le basi statunitensi in quei Paesi potrebbero essere attaccate. L’Arabia Saudita ha chiuso il proprio spazio aereo ai jet degli Stati Uniti per scoraggiare un intervento militare.
Steve Witkoff e Jared Kushner, che sono già stati al Cremlino a inizio dicembre, potrebbero recarsi a breve a Mosca per un nuovo incontro con Vladimir Putin. Lo riferisce Bloomberg, citando fonti a conoscenza della questione, secondo cui la visita dell’inviato speciale della Casa Bianca e del genero di Donald Trump sarebbe prevista entro la fine di gennaio. I tempi, spiega Bloomberg, potrebbero slittare a causa della situazione in Irane anche perché non è chiaro quanto Putin possa essere interessato a un nuovo confronto con negoziatori americani. La Casa Bianca ha dichiarato che al momento non è in programma alcun incontro, mentre il Cremlino non ha risposto a una richiesta di commento.
Donald Trump ha mostrato il dito medio e mandato a quel paese un operaio della Ford che lo ha contestato duramente e definito «difensore dei pedofili» in relazione agli Epstein Files. L’episodio è avvenuto durante una visita del presidente degli Stati Uniti a uno stabilimento dell’azienda a Detroit in cui ha poi tenuto un discorso. Il filmato, diffuso da Tmz, ha catturato lo scambio di battute in cui il tycoon, oltre al gesto, ha rivolto un chiaro «Vaff***» all’impiegato prima di allontanarsi. «Un folle stava urlando insulti in modo incontrollato, in un vero e proprio accesso d’ira», ha commentato il portavoce della Casa Bianca Steven Cheung. «Il presidente ha dato una risposta appropriata e inequivocabile». Non tutti i dipendenti Ford hanno condiviso la protesta: in tanti hanno accolto Trump con applausi, incoraggiamenti e strette di mano. Il presidente esecutivo di Ford, Bill Ford, ha definito l’incidente «spiacevole» e ammesso di esserne rimasto imbarazzato.
TRUMP FLIPS OFF FORD FACTORY HECKLER… EMPLOYEE NOW SUSPENDED
A factory worker shouted "pedophile protector" at Trump during a Ford plant tour in Detroit.
Trump's response? He mouthed "fuck you" twice and gave him the finger.
Le autorità cinesi hanno ordinato alle aziende nazionali di smettere di utilizzare software per la cybersicurezza sviluppati da circa una dozzina di società statunitensi e israeliane, citando motivi di sicurezza nazionale. Lo riferiscono a Reuters due persone informate sui fatti. Tra le aziende coinvolte figurano Broadcom, attraverso la controllata VMware, Palo Alto Networks e Fortinet per gli Stati Uniti, e Check Point Software Technologies per Israele. Le autorità di Pechino temono che questi software possano raccogliere e trasferire all’estero informazioni sensibili, esponendo aziende e infrastrutture a rischi di sicurezza. Non è chiaro quante imprese cinesi abbiano ricevuto la direttiva. La misura si inserisce nel contesto della crescente rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Negli ultimi anni Pechino ha intensificato gli sforzi per sostituire tecnologie occidentali con alternative domestiche, non solo nei semiconduttori e nell’intelligenza artificiale, ma anche nelle infrastrutture informatiche di base.
Al via la missione in Asia di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio è in volo per l’Oman, prima tappa del viaggio che la porterà successivamente in Giappone e poi in Corea del Sud, prima del ritorno in Italia. Gli incontri in agenda e i temi sul tavolo.
Prima tappa in Oman, per un bilaterale con il sultano
In Oman è in programma un incontro bilaterale con il sultano Haitham bin Tarik al Said, presso la residenza reale Al Baraka Palace. La premier e il sultano tornano a vedersi dopo il bilaterale del 3 dicembre in Bahrein, tenutosi a margine del Vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Al centro del colloquio l’ampliamento della cooperazione nei settori della difesa, giustizia, cultura, istruzione, ricerca, sport e politiche sociali. Sil tavolo anche i principali dossier regionali, su tutti Yemene Iran.
Haitham bin Tarik al Said (Ansa).
Il 16 gennaio vertice con la premier giapponese Takaichi
Conclusa la tappa in Oman, Meloni il 15 gennaio (giorno del suo 49esimo compleanno) volerà a Tokyo, dove il giorno successivo gennaio è previsto il bilaterale con l’omologa giapponese Sanae Takaichi, conservatrice come lei e fresca di insediamento. Meloni e Takaichi adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà i rapporti bilaterali a Partenariato Strategico Speciale, definendo impegni concreti per accelerare il Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027, in continuità con il rafforzamento delle relazioni avviato nel 2023 con l’allora primo ministro Fumio Kishida. Il Giappone è il terzo partner commerciale dell’Italia in Asia.
Sanae Takaichi e Lee Jae-myung (Ansa).
Il 19 gennaio Meloni vedrà il presidente sudcoreano Lee
Il 19 gennaio Meloni sarà a Seul, dove incontrerà Lee Jae-myung, presidente della Corea del Sud. Come per Takaichi, si tratta della prima visita di un leader europeo dall’insediamento del capo di Stato. Il colloquio verterà sui rapporti politici, economici e industriali tra i due Paesi: la Corea del Nord rappresenta il quarto partner commerciale dell’Italia in Asia. Al termine del bilaterale, ci sarà la firma di diverse intese: un memorandum sulla prevenzione e gestione delle calamità naturali, un accordo per rafforzare la cooperazione industriale nel settore dei semiconduttori e un accordo sul patrimonio culturale.
Tutti gli occhi sono puntati sulla Casa Bianca per vedere quali azioni Donald Trump potrebbe decidere di intraprendere contro l’Iran. Da giorni il presidente americano minaccia di intervenire contro la violenta repressione delle manifestazioni anti-regime, in corso da oltre due settimane. Martedì sera, in un’intervista alla Cbs, Trump ha aggiunto che gli Stati Uniti reagiranno se il governo procederà con le esecuzioni capitali degli arrestati. Alla domanda sulle impiccagioni che, secondo diverse segnalazioni, potrebbero iniziare a breve, il presidente ha risposto: «Prenderemo misure molto forti. Se faranno una cosa del genere, prenderemo misure molto forti».
EXCLUSIVE: In an interview with @TonyDokoupil, President Trump says the U.S. will take “very strong action” in Iran if the regime starts hanging protesters. "We don't want to see what's happening in Iran happen," he said. "It's not gonna work out good."
— CBS Evening News with Tony Dokoupil (@CBSEveningNews) January 13, 2026
Incitato a chiarire cosa intenda per “misure forti”, Trump ha richiamato il raid in Venezuela e l’uccisione nel 2019 del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi: «Vedremo come andrà a finire per loro. Non finirà bene». Poi, su Truth, il presidente ha lanciato un messaggio diretto ai manifestanti iraniani: «Continuate a manifestare. Prendete il controllo delle istituzioni. Segnate i nomi di chi uccide e abusa, pagheranno un prezzo alto. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani fino a quando l’insensata uccisione dei manifestanti non si fermerà. L’aiuto è in arrivo». Secondo l’organizzazione per i diritti umani Hrana, nelle prime due settimane di proteste in Iran sono morte 2.571 persone, tra cui 2.403 manifestanti, 147 affiliati al governo e 12 minori. Gli arrestati sono oltre 18 mila.
Nonostante le minacce americane, l’Iran ha annunciato l’intenzione di eseguire processi rapidi ed esecuzioni per sedare le proteste: «Se vogliamo fare qualcosa, dobbiamo farla adesso. Se facciamo tardi, due o tre mesi dopo, non ha lo stesso effetto», ha detto il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni-Ejei, che ha già trascorso cinque ore in un carcere di Teheran per esaminare i casi. Ha inoltre detto che i processi dovrebbero essere tenuti «in pubblico». Tra le prime imminenti esecuzioni di cui si ha notizia, c’è quella di Erfan Soltani, arrestato giovedì scorso a Karaj, una città nella periferia nord-occidentale di Teheran. Secondo le informazioni raccolte da Amnesty International, il gruppo ha detto che una fonte informata ha appreso l’11 gennaio che i funzionari avevano detto alla famiglia di Soltani che è stato condannato a morte. Soltani ha perso i contatti con i propri cari l’8 gennaio. Sul piano militare, il ministro della Difesa Aziz Nafizardeh ha avvertito che l’Iran «attaccherà le basi statunitensi» se verrà attaccato, promettendo una «risposta dolora».
Bill e Hillary Clinton si sono rifiutati di testimoniare alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti sul caso-Epstein. L’ex presidente americano, che era stato amico del finanziere pedofilo morto suicida in carcere nel 2019, non si è presentato all’audizione a porte chiuse davanti alla commissione di Vigilanza e lo stesso ha fatto l’ex segretaria di Stato. La convocazione dei Clinton era stata autorizzata da un voto bipartisan.
La lettera dei Clinton contro Comer
In una lettera pubblica, i Clinton hanno accusato il deputato James Comer, presidente della commissione di politicizzare l’indagine e di averli presi di mira, nonostante la coppia abbia già fornito tutte le informazioni di cui è in possesso: «Siamo certi che qualunque persona ragionevole, dentro o fuori dal Congresso, vedrà, sulla base di tutto ciò che renderemo pubblico, che quello che state facendo è cercare di punire quelli che considerate vostri nemici e proteggere quelli che ritenete vostri amici». Vista la reticenza dei Clinton, Comer aveva minacciato di procedere per oltraggio al Congresso, reato che potrebbe anche portare all’arresto: «Siete sul punto di paralizzare il Congresso per perseguire una procedura raramente usata, letteralmente concepita per portarci in prigione», hanno accusato i Clinton.
Donald Trump torna all’attacco del presidente della Federal Reserve Jerome Powell, indagato dal Dipartimento di Giustizia per presunto abuso di fondi pubblici nei lavori di ristrutturazione della sede della banca centrale Usa a Washington. «Beh, è fuori budget di miliardi di dollari. Quindi o Powell è incompetente, oppure è corrotto. Non so quale delle due, ma certamente non sta facendo un ottimo lavoro», ha detto il tycoon alla Casa Bianca, prima di partire per Detroit dove parteciperà a un evento. Al centro dell’inchiesta ci sono presunte irregolarità da parte di Powell nel riportare al Congresso la portata del progetto di ristrutturazione. Ma i contrasti tra i due nascono dalla richiesta inascoltata di Trump di ridurre i tassi di interesse.
«Patrioti iraniani, continuate a manifestare. Prendete il controllo delle istituzioni. Segnate i nomi di chi uccide e abusa, pagheranno un prezzo alto. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani fino a quando l’insensata uccisione dei manifestanti non si fermerà. L’aiuto è in arrivo». Dopo aver minacciato azioni Usa in caso di repressione violenta delle proteste in Iran, che è già in essere, Donald Trump adesso fomenta persino i manifestanti su Truth. Una promessa a chi da oltre due settimane scende in strada rischiando la vita, quella apparsa sulla piattaforma social di The Donald, ma anche una minaccia al regime degli ayatollah: ecco quali contorni potrebbe assumere un’operazione Usa in Iran.
L’esercito statunitense «sta valutando opzioni molto forti»
Il messaggio di Trump agli iraniani è arrivato nel giorno in cui, per smentire la notizia di 12 mila morti nelle proteste, il regime ha ammesso che le vittime sono almeno 2 mila (pur inserendo nel conteggio membri delle forze di sicurezza). Il bilancio continua insomma ad aggravarsi, mentre il Procuratore generale dell’Iran ha paventato la pena di morte per i manifestanti e il regime di Teheran, per ripristinare l’ordine, ha persino reclutato milizie irachene. Il 12 gennaio Trump ha riferito ai giornalisti che la leadership iraniana era intenzionata a negoziare, aggiungendo però che l’esercito statunitense «sta valutando alcune opzioni molto forti». Nel frattempo, Ali Khamenei ha dichiarato che le mani del presidente Usa «sono sporche di sangue» e che «i manifestanti stanno rendendo felice il presidente di un altro Stato». L’ayatollah ha poi assicurato che «l’Iran non cederà di fronte ai sabotatori». Il ministero degli Esteri, dal canto suo, ha affermato che il Paese è pronto alla guerra.
Maxi manifesti contro Stati Uniti e Israele a Teheran (Ansa).
Trump è stato informato «su una vasta gamma di strumenti militari e segreti»
Per la Casa Bianca la diplomazia resta la prima opzione. Ma non l’unica, visto che raid aerei e missilistici sono «tra le molte possibilità sul tavolo». Secondo il New York Times tra gli obiettivi possibili figurano il programma nucleare iraniano e i siti missilistici della Repubblica Islamica, già colpiti a giugno. Come riporta la Cbs News, che ha parlato con due funzionari del Dipartimento della Guerra, Trump è stato però informato «su una vasta gamma di strumenti militari e segreti che possono essere utilizzati contro l’Iran e che vanno ben oltre i normali attacchi aerei». Si parla di attacchi informatici, operazioni volte a destabilizzare le strutture di comando, le comunicazioni e i media statali, oltre a raid mirati contro l’apparato di sicurezza interno responsabile della repressione. L’Amministrazione Trump sta poi valutando la possibilità di inviare terminali per il servizio Internet satellitare Starlink di Elon Musk, così da ripristinare la connessione web.
Donald Trump (Ansa).
È improbabile un invio di truppe
Appare invece improbabile l’invio di truppe nella Repubblica Islamica. Gli Stati Uniti dispongono già di forze significative nella regione, come ha dimostrato l’attacco dell’11 gennaio contro i combattenti dell’Isis in Siria, che ha visto impegnati 20 caccia. Ma muovere uomini sarebbe un’altra cosa: diversi consiglieri di Trump temono che un’azione del genere possa infiammare le tensioni in Medio Oriente o ritorcersi contro il tentativo di aiutare il crescente movimento di protesta. Di sicuro, con un messaggio sul sito dell’ambasciata (virtuale) a Teheran, il Dipartimento di Stato Usa ha esortato i cittadini americani a lasciare l’Iran al più presto possibile, attraverso Armenia o Turchia. Segno che qualcosa sta per accadere.
Varati i dazi contro i partner commerciali dell’Iran
E poi ci sono i dazi. Trump ha infatti annunciato sempre su Truth che gli Stati Uniti imporranno «con effetto immediato» tariffe del 25 per cento a tutti i Paesi che mantengono relazioni commerciali con l’Iran. In assenza di documenti ufficiali della Casa Bianca non è chiaro quando e su quale base giuridica verranno introdotti i dazi, né se colpiranno indistintamente tutti i partner commerciali di Teheran. Tra i principali destinatari delle esportazioni iraniane figurano Cina, Emirati Arabi Uniti e India. Pechino ha già reagito alla mossa Usa, definendo le tariffe «sanzioni unilaterali illegittime» e avvertendo che le guerre commerciali «non hanno vincitori».
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (foto Ansa).
Mosca: «Inaccettabili le minacce di Washington»
Lo stesso ha fatto Mosca, che ha «respinto categoricamente i tentativi sfacciati di ricattare i partner stranieri dell’Iran aumentando i dazi commerciali». La Russia, tramite la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha inoltre definito «inaccettabili» le minacce di Washington di lanciare nuovi attacchi militari contro l’Iran. Dove peraltro, sostiene Mosca, le proteste stanno rientrando: «Le dinamiche della situazione politica interna del Paese e il calo delle proteste alimentate artificialmente, registrato negli ultimi giorni, ci permettono di aspettarci una graduale stabilizzazione della situazione. Migliaia di iraniani che marciano a sostegno della sovranità della Repubblica Islamica sono la chiave del fallimento dei sinistri piani di coloro che sono ossessionati dall’esistenza di Stati sulla scena internazionale capaci di perseguire una politica estera indipendente e di scegliersi autonomamente gli alleati».
L’Iran è in fiamme (Teheran brucia, si potrebbe sintetizzare, parafrasando il titolo del famoso libro di Larry Collins e Dominique Lapierre e poi dell’omonimo film di successo Parigi brucia), e mentre ancora la Repubblica islamica è in preda a caos e violenze, nella totale impossibilità di prevedere l’evoluzione della situazione, Reza Pahlavi jr, il 65enne figlio dello scià deposto nel 1979 dalla rivoluzione di Khomeini, dal suo esilio dorato statunitense, si candida (sperando nell’appoggio di Trump e di Israele) alla guida di un eventuale – l’aggettivo è d’obbligo – nuovo corso politico (democratico? Il punto di domanda è d’obbligo) iraniano. «Sono pronto a tornare», dice lui, assicurando di non puntare al trono, ma di voler gestire una transizione pacifica, magari con un referendum popolare.
La road map di Pahlavi jr
Pahlavi, 65 anni e unico erede maschio della dinastia, negli ultimi decenni ha cercato di ritagliarsi un ruolo. Nel 1980, alla morte del padre, con un’incoronazione farlocca al Cairo, poi fondando nel 2013 la coalizione del Consiglio nazionale per elezioni libere. Progetti finiti nel nulla. Il suo nome torna in occasione di ogni protesta di piazza, come nel 2022 con l’esplosione del movimento Donna, Vita, Libertà. E naturalmente oggi. Non stupisce dunque che abbia già in tasca una road map. «Abbiamo già un piano, non ci sarà il vuoto. Ci siamo preparati anni per questo momento», ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera. «Il nostro Iran Prosperity Project ha linee dettagliate. La prima fase che affronteremo è quella dell’emergenza, per garantire nei primi 180 giorni la continuità dei servizi e della sicurezza. Poi arriverà la fase della stabilizzazione: far funzionare il Paese, assicurare i servizi essenziali, ripristinare la fiducia economica e mantenere una governance di base. Seguirà un processo costituzionale ed elezioni nazionali». Con una garanzia: «Lo ripeto: il mio ruolo non sarà quello di far pendere la bilancia a favore della monarchia o della repubblica, sarò imparziale nel processo: voglio che gli iraniani abbiano finalmente il diritto di scegliere liberamente».
Reza Pahlavi (Instagram).
Un aspirante leader sostenuto solo da Israele
Il vero problema è che all’aspirante nuovo leader dell’Iran non è riconosciuta alcuna leadership. Questo a parere di tutti gli osservatori e conoscitori delle cose geopolitiche. «La sua capacità di influenzare gli eventi è limitata», ha per esempio di recente osservato Danny Citrinowicz, membro dell’Atlantic Council, un passato nell’intelligence militare israeliana e a capo della sua divisione iraniana. «Israele prova a spingerlo, ma mi pare una causa persa». E altrettanto chiaramente si è espresso Vali Nasr, già consigliere di Barack Obama, professore di relazioni internazionali e studi mediorientali alla Johns Hopkins University lo ha detto «Pahlavi è un simbolo senza alcuna rete politica».
Reza Pahlavi a Ginevra (Ansa).
La percezione all’estero e in patria
Ma non è solo un problema di leadership: la stragrande maggioranza degli iraniani, pure in rivolta contro il regime teo(auto)cratico degli ayatollah, pare non voglia sentir parlare di lui. Anche se negli ultimi giorni alcuni manifestanti hanno invocato il suo ritorno. Non solo la maggioranza della popolazione lo considera inadatto a governare, ma lo ritiene né più né meno che un dittatore in pectore, nonché una minaccia per le minoranze etniche. A pesare è soprattutto il ricordo dell’ultimo scià, suo padre. Perché se, soprattutto nell’ambito delle comunità degli esuli sparsi nel mondo (specie nel Regno Unito), l’epopea di Mohammad Reza Pahlavi, proprio in reazione alla rabbia popolare nei confronti della Repubblica islamica, suscita qualche benevola nostalgia, in patria le cose stanno diversamente.
Repressione e modernizzazione forzata: le colpe dello scià
Se per i più tradizionalisti (filo monarchici compresi), il “vecchio” scià è sinonimo di modernizzazione e occidentalizzazioni forzate, in spregio appunto a ogni tradizione, per gli altri è il peggiore simbolo di una dittatura che non ha risparmiato censure e violente repressioni degli oppositori e delle minoranze. Non a caso si deve a lui la nascita della Savak, la famigerata polizia segreta protagonista di continui soprusi e violenze per soffocare qualunque dissenso. Insomma, i quasi 40 anni di regno di Reza Pahlavi senior (era salito al trono nel 1941, dopo che gli anglo-sovietici avevano occupato il Paese spedendo il padre, e fondatore della dinastia, Reza Shah Pahlavi in esilio, con l’accusa di filo-nazismo) non hanno di certo lasciato un bel ricordo. Peraltro, seppure colpa indiretta, gli iraniani attribuiscono proprio al suo scellerato stravolgimento di ogni ordine tradizionale l’aver alimentato, nel 1979, la rivoluzione-restaurazione degli ayatollah guidati da Ruhollah Khomeini e la proclamazione della Repubblica Islamica.
L’ultimo scià Mohammed Reza Pahlavi con la seconda moglie Soraya nel 1953 (Ansa).
L’Iran svenduto all’Occidente
Lo scià dimostrò sempre un saldo filo occidentalismo (soprattutto britannico) e, anche in piena Guerra Fredda, accentuò ancor più, se possibile, il suo ruolo di paladino degli “interessi occidentali” attraverso l’Anglo Iranian Oil Company, e gli accordi stretti sia con le cosiddette Sette sorelle sia l’Eni di Mattei. Pahlavi attuò in sostanza una laicizzazione e una modernizzazione forzate con l’obiettivo di minare alle basi il carisma degli ayatollah. Per attuare questo disegno usò il pugno di ferro, dando vita a un regime fortemente autoritario, senza peraltro mitigare le ingiustizie sociali.
Così il regime di Pahlavi gettò le basi per la rivoluzione khomeinista
Se da un lato promosse riforme che agli occhi degli occidentali sembrarono di tutto rilievo, dal suffragio femminile al diritto al divorzio all’alfabetizzazione e a una sorta di corporativismo petrolifero (con parte degli utili distribuiti alle figure apicali delle varie società), dall’altro non si fece scrupolo a reprimere con qualsiasi mezzo ogni dissidenza. In buona sostanza, l’occidentalizzazione imposta dallo scià comportò la necessità di un regime fortemente repressivo e poliziesco, un regime che, di fatto, cancellò l’identità di un popolo, di una nazione, e che per i suoi obiettivi di potere non esitò a vendere, o a svendere, il Paese alle multinazionali occidentali. Tra l’altro con un buon ritorno personale si direbbe, visto che il suo patrimonio personale, ovviamente al sicuro all’estero, fu stimato in almeno 10 miliardi dollari (nemmeno uno investito in Iran). Fu da questo clima di frustrazione, secondo molti studiosi e osservatori, che nacque la vittoria fondamentalista di Khomeini, come logica risposta a scelte che stravolsero, in maniera del tutto unilaterale, ogni tradizione e ogni identità. Memori di quanto accaduto, è dunque comprensibile che gli iraniani vedano come una minaccia il ritorno di un Pahlavi in patria. Vorrebbero, se possibile, evitare di cadere, un’altra volta, dalla padella alla brace.
Rivolta davanti all’ambasciata Usa di Teheran il 27 novembre 1979 (Ansa).
«Patrioti iraniani, continuate a manifestare. Prendete il controllo delle istituzioni. Segnate i nomi di chi uccide e abusa, pagheranno un prezzo alto. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani fino a quando l’insensata uccisione dei manifestanti non si fermerà. L’aiuto è in arrivo». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, esortando gli iraniani anti-regime a continuare a scendere in strada a manifestare (rischiando la vita) e al tempo stesso minacciando ancora Teheran.
Mosca: «Inaccettabili le minacce degli Usa all’Iran»
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che «le minacce di Washington di lanciare nuovi attacchi militari contro l’Iran sono categoricamente inaccettabili». La Russia, ha aggiunto Zakharova, respinge categoricamente i tentativi sfacciati di «ricattare i partner stranieri dell’Iran aumentando i dazi commerciali». E poi: «Le dinamiche della situazione politica interna del Paese, il calo delle proteste alimentate artificialmente registrato negli ultimi giorni, ci permettono di aspettarci una graduale stabilizzazione della situazione. Migliaia di iraniani che marciano a sostegno della sovranità della Repubblica islamica sono la chiave del fallimento dei sinistri piani di coloro che sono ossessionati dall’esistenza di Stati sulla scena internazionale capaci di perseguire una politica estera indipendente e di scegliersi autonomamente gli alleati».
Su richiesta della Danimarca, lunedì 19 gennaio si terrà a Bruxelles un vertice tra il segretario generale della Nato Mark Rutte, il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen e la ministra degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt: sul tavolo l’aumento della difesa nell’Artico. Domani, mercoledì 14 gennaio, è invece in programma a Washington tra Poulsen, Motzfeldt, il segretario di Stato Usa Marco Rubio e il vicepresidente americano JD Vance. «Una cosa che tutti devono capire: la Groenlandia non sarà di proprietà degli Stati Uniti, la Groenlandia non sarà governata dagli Stati Uniti e la Groenlandia non farà parte degli Stati Uniti». Lo ha dichiarato alla vigilia dell’incontro il premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, in una conferenza stampa a Copenaghen con la premier danese Mette Frederiksen: «Scegliamo la Danimarca, scegliamo la Nato, scegliamo l’Ue».
L’Académie des sciences morales et politiques, una delle cinque istituzioni che compongono l’Institut de France, ha un nuovo membro a vita. Si tratta di Bernard Arnault, presidente e amministratore delegato di LVMH. La nomina è stata sancita durante una cerimonia sotto la cupola dell’istituto. Tra i presenti anche Brigitte Macron e il sindaco di Parigi Anne Hidalgo. L’accademia è stata fondata per promuovere studi sulla vita sociale e sulle istituzioni del governo francese. Arnault è stato scelto perché riconosciuto uno degli imprenditori più importanti degli ultimi decenni. Il suo merito, secondo l’Institut, è di aver trasformato LVMH nel più grande gruppo del lusso al mondo.
Arnault è un “Immortale”
L’elezione era avvenuta nel dicembre 2024 per la sezione Economia politica, statistica e finanze. Ha preso il posto di Denis Kessler, ex presidente di Scor, morto nel giugno 2023. Il titolo simbolico che gli è riconosciuto è lo stesso degli altri membri a vita, cioè di “Immortale“. Ha ricevuto anche una spada cerimoniale con incise le sue iniziali e con l’impugnatura creata per lui dall’architetto Frank Gehry, scomparso nel dicembre scorso.
Il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha aperto un’indagine penale su Jerome Powell, presidente della Federal Reserve. Si tratta di un’escalation dello scontro tra Donald Trump e la banca centrale americana. L’inchiesta, confermata dallo stesso Powell domenica, riguarda un presunto abuso di fondi pubblici legato ai lavori di ristrutturazione della sede della Fed a Washington, ma il banchiere centrale e gli osservatori sostengono che si tratti di un pretesto politico.
Le accuse di Trump
Donald Trump (Imagoeconomica).
I procuratori hanno notificato alla Federal Reserve un mandato di comparizione e ventilato l’ipotesi di incriminazione per alcune dichiarazioni rese a giugno davanti alla commissione bancaria del Senato. In quell’audizione, Powell aveva spiegato che i lavori – dal costo stimato di 2,5 miliardi di dollari, rispetto a un budget iniziale di 1,9 miliardi – erano necessari per ragioni di sicurezza e riguardavano edifici mai ristrutturati in modo sostanziale dagli Anni ’30. Trump, al contrario, lo ha accusato pubblicamente di aver autorizzato interventi «di lusso».
La replica di Powell: «La Fed non decide in base alle preferenze del presidente»
Dopo mesi di minacce ricevute dalla Casa Bianca, domenica Powell ha pubblicato un video in cui sostiene siano in corso dei tentativi per minare l’indipendenza della banca centrale. Ha definito l’indagine un’azione «senza precedenti» e l’ha collegata direttamente alle pressioni della Casa Bianca sul taglio dei tassi di interesse. «La minaccia di accuse penali è la conseguenza del fatto che la Federal Reserve prende decisioni basate sui dati e sull’interesse pubblico, non sulle preferenze del presidente», dice nel video, sottolineando l’intenzione di voler «resistere alle minacce».
Powell è alla guida della Fed dal 2018: era stato nominato da Trump
Jerome Powell è alla guida della Fed dal 2018. Avvocato di formazione, con una lunga carriera tra settore pubblico e finanza privata, è stato nominato per la prima volta proprio da Trump nel 2017, e poi riconfermato da Joe Biden nel 2021, con ratifica del Senato in entrambi i casi. Il suo mandato da presidente scade a maggio. Pur essendo uno dei dodici membri del Federal Open Market Committee, l’organo che decide sui tassi, Powell ne è la voce più influente. L’indagine ha allarmato economisti, ex presidenti della Fed e parte del Congresso, che temono un attacco diretto all’autonomia della banca centrale. Una posta in gioco che, secondo Powell, va ben oltre la sua persona: «È in discussione se la politica monetaria resterà guidata dalle evidenze economiche o dalla pressione politica».
«Almeno 12 mila persone, molte under 30, sono state uccise» dalle forze di sicurezza nel «più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, avvenuto in gran parte nelle notti dell’8 e 9 gennaio». A denunciarlo è la testata di opposizione Iran International, con base a Londra. La stima, relativa alle proteste che stanno proseguendo nella Repubblica Islamica, si basa «su un’analisi esclusiva di dati medici e fonti» di varia natura, tra cui una vicina al Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale».
Le ultime stime riferivano di almeno 646 vittime
Un funzionario di Teheran ha invece riferito invece a Reuters che sarebbero circa 2 mila le persone uccise nelle proteste, sottolineando che nel conteggio sono compresi anche membri delle forze di sicurezza e attribuendo le morti all’azione di «terroristi». Le ultime stime dell’ong statunitense Human Rights Activists News Agency riferivano di almeno 646 vittime.
Le Nazioni Unite: «Inorriditi»
Dura la condanna della comunità internazionale. Volker Turk, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha detto di essere «inorridito», evidenziando che «l’uccisione di manifestanti pacifici deve cessare». La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha scritto su X: «Il crescente numero di vittime in Iran è terrificante. Condanno inequivocabilmente l’uso eccessivo della forza e le continue restrizioni della libertà. L’Unione europea ha già inserito l’intero Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica nel suo regime di sanzioni per violazione dei diritti umani».
The rising number of casualties in Iran is horrifying. I unequivocally condemn the excessive use of force and continued restriction of freedom.
The European Union has already listed the Islamic Revolutionary Guard Corps in its entirety under its human rights sanctions regime.…
Fanno fronte compatto i vertici delle banche centrali che hanno diffuso una presa di posizione a sostegno della Federal Reserve e del suo presidente Jerome Powell dopo gli attacchi di Trump e l’indagine penale avviata dal Dipartimento di Giustizia nei suoi confronti. Nel testo viene ribadito che «l’indipendenza delle banche centrali è una pietra angolare della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica nell’interesse dei cittadini che serviamo». Il documento sottolinea inoltre che «è pertanto fondamentale preservare tale indipendenza, nel pieno rispetto dello Stato di diritto e della responsabilità democratica. Il presidente Powell ha operato con integrità, concentrandosi sul proprio mandato e con un impegno incrollabile verso l’interesse pubblico. Per noi è un collega stimato, tenuto nella massima considerazione da tutti coloro che hanno lavorato con lui».
Il presidente della Fed Jerome Powell e dietro di lui Donald Trump. (Ansa)
La dichiarazione porta la firma di Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, a nome del Consiglio direttivo della Bce, insieme a Andrew Bailey per la Bank of England, Erik Thedéen per la Sveriges Riksbank, Christian Kettel Thomsen per la Danmarks Nationalbank, Martin Schlegel per la Banca nazionale svizzera, Michele Bullock per la Reserve Bank of Australia, Tiff Macklem per la Bank of Canada e Chang Yong Rhee per la Bank of Korea. A questi si aggiungono Gabriel Galípolo, governatore del Banco Central do Brasil, François Villeroy de Galhau, presidente del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, e Pablo Hernández de Cos, direttore generale della stessa istituzione.
Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti imporranno dazi del 25 per cento su tutti i Paesi che mantengono relazioni commerciali con l’Iran. Il presidente lo ha scritto in un post su Truth Social, sostenendo che la misura entrerà in vigore «con effetto immediato». In assenza di documenti ufficiali della Casa Bianca, però, non è chiaro quando e su quale base giuridica verranno introdotti i dazi, né se colpiranno indistintamente tutti i partner commerciali di Teheran. Le tariffe, come previsto dalla normativa statunitense, sarebbero pagate dagli importatori americani. Tra i principali destinatari delle esportazioni iraniane figurano Cina, Emirati Arabi Uniti e India. Pechino ha già reagito alla mossa della Casa Bianca, definendo le tariffe «sanzioni unilaterali illegittime» e avvertendo che le guerre commerciali «non hanno vincitori». Intanto, la ong norvegese Iran Human Rights ha confermato che almeno648 persone sono state uccise nelle proteste, mentre altre associazioni stimano che i morti siano oltre 2.000. Gli arresti invece sono oltre 10.600.
Le opzioni militari contro l’Iran sul tavolo della Casa Bianca
La mossa sui dazi si inserisce in una strategia di pressione più ampia dell’amministrazione Trump, che sta valutando come rispondere alla repressione delle proteste in Iran. Mentre è stato aperto un canale diplomatico tra Washington e Teheran, secondo il New York Times il Pentagono sta presentando a Trump un ventaglio di opzioni militari più ampio rispetto al passato. Tra gli obiettivi possibili figurano il programma nucleare iraniano e i siti missilistici, già colpiti durante la guerra di 12 giorni di giugno. Tuttavia, le opzioni considerate più probabili restano un attacco informatico o un’azione mirata contro l’apparato di sicurezza interno responsabile della repressione. La Casa Bianca ribadisce che la diplomazia resta la prima scelta, prevedendo una dura rappresaglia iraniana, ma conferma che anche i raid aerei sono «tra le molte opzioni sul tavolo». Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno invitato i propri cittadini a lasciare il Paese.
Mentre l’inverno ha congelato la linea del fronte e i negoziati per la pace procedono a singhiozzo, Volodymyr Zelensky a Kyiv ha avviato l’ennesima girandola di poltrone, resasi necessaria dopo le dimissioni forzate del numero uno dell’amministrazione presidenziale Andriy Yermak alla fine del 2025. Al posto dell’ex braccio destro del capo dello Stato è arrivato così Kyrylo Budanov, prima a capo del servizio segreto militare Gur, accompagnato da una buona dose di favore popolare e dal sostegno esterno degli Stati Uniti, con cui ha da tempo buoni rapporti. Non solo: al vertice dell’Sbu, l’intelligence civile, è giunto Oleh Ivashchenko, in precedenza alla testa del servizio estero Svr, e ha rimpiazzato l’irrequieto Vasyl Malyuk, spesso e volentieri in contrasto con Olexey Syrsky, capo delle Forze armate, amato invero poco all’interno delle strutture militari e di sicurezza, ma molto da Zelensky e per questo ancora al suo posto.
Kyrylo Budanov (Ansa).
Nuovi spostamenti imminenti al ministero della Giustizia
Anche al governo vi sono stati cambiamenti, con l’ex premier e poi ministro della Difesa Denys Shmyhal passato all’Energia e sostituito da Mykhailo Fedorov, giovane astro sempre più in ascesa con favori trasversali, interni ed esteri. Altri spostamenti imminenti potrebbero riguardare il ministero della Giustizia, con la vice capa dell’amministrazione presidenziale, Iryna Mudra, che attualmente ha maggiori probabilità di ottenere la carica. E circolano anche voci secondo cui Rustem Umjerov, segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale, perderà il suo incarico.
Rustem Umjerov (Ansa).
Elezioni presidenziali e parlamentari probabilmente già nel 2026
Insomma, anche se non è la prima volta che avvengono rimpasti nel corso degli ultimi anni, è evidente come Zelensky sia impegnato in quella che può essere definita la fase di transizione verso le prossime elezioni presidenziali e parlamentari, da tenersi probabilmente già nel 2026, ammesso e non concesso che le trattative per risolvere la guerra non si fermino sul binario morto.
Volodymyr Zelensky (Ansa).
Le correnti all’interno del più ristretto cerchio magico sono fluide
In realtà di grandi scossoni non ce ne sono stati e pochi ve ne saranno, in senso stretto, visto che comunque i ricambi stanno avvenendo tutti all’interno della squadra del presidente, in ogni caso ampia. Per ora Zelensky sembra avere le pedine sotto controllo, aiutato dal fatto che la guerra è in corso e la priorità è ancora quella di conservare l’unità di facciata. Le correnti all’interno del più ristretto cerchio magico, spezzato con le dimissioni di Yermak e rappezzato con la nomina di Budanov, sono però più fluide che mai: i punti interrogativi sono ancora molti, per esempio sui poteri del nuovo capo dell’amministrazione presidenziale, la macchina con la quale il presidente gestisce di fatto il Paese, mentre il parlamento è sempre più marginalizzato.
Andriy Yermak (Getty Images).
Contro Zelensky un’alleanza capitanata dall’ex presidente Poroshenko
L’unica cosa forse certa è che il capo dello Stato stia prendendo le misure in vista delle possibili elezioni e preparandosi allo scontro interno con quella che è stata definita la coalizione anti-Zelensky, cioè la variegata alleanza capitanata internamente dall’ex presidente Petro Poroshenko e che raggruppa vari esponenti dei poteri forti dentro e fuori la Rada, cioè il parlamento, accomunati dallo scontento verso la Bankova, la sede governativa.
Yulia Tymoshenko e Petro Poroshenko (Getty Images).
Volodymyr sta cercando di rinnovare gli equilibri interni a suo favore
Budanov potrebbe essere quindi stato designato per rafforzare il gruppo presidenziale, con il doppio intento di rimpiazzare davvero Yermak da un lato e di disinnescare le ambizioni autonome dell’ex capo del Gur; è possibile che Zelensky stia cercando di rinnovare gli equilibri interni a suo favore, tentando di controllare da vicino i possibili futuri avversari. E in questa direzione andrebbe anche il compito di Oleksandr Poklad, vice capo dell’Sbu e rivale del silurato Malyuk.
L’ex generale Zaluzhny avanti nei sondaggi
La vera incognita è che al momento nessuno a Kyiv o altrove può prevedere davvero quello che succederà nei prossimi mesi e se un eventuale accordo di pace accelererà la disintegrazione del sistema Zelensky, con il capo dello Stato che in una recente intervista ha detto che alla fine della guerra vorrà comunque riposarsi. Nel frattempo le faide interne proseguono, con la giustizia selettiva degli uffici anticorruzione Nabu e Sap che continua a pizzicare pesci piccoli nel bacino di Servitore del popolo, il partito del presidente. E la guerra sul campo prosegue, con la Russia che fa piovere missili ovunque, anche per fiaccare il sostegno alla Bankova. Tanto che nell’ultimo sondaggio di inizio gennaio Zelensky è sceso al 20 per cento, dietro al 23 dell’ex generale Valery Zaluzhny.
Le autorità iraniane hanno convocato a Teheran gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Germania, Francia, Italia e Regno Unito, contestando il sostegno manifestato da questi Paesi alle proteste in corso nel Paese. La notizia è stata diffusa dal ministero degli Esteri iraniano attraverso la televisione di Stato. La convocazione è stata confermata anche da Parigi: «Confermiamo la convocazione degli ambasciatori europei», ha dichiarato il ministero degli Esteri francese all’Afp.
It cannot be business as usual.
As the brave people of Iran continue to stand up for their rights and their liberty, today I have taken the decision to ban all diplomatic staff and any other representatives of the Islamic Republic of Iran from all European Parliament premises.…
Metsola: «Interdetto l’accesso al parlamento a rappresentanti di Teheran»
A Bruxelles, intanto, il Parlamento europeo ha deciso di interdire l’accesso ai propri edifici a diplomatici e rappresentanti della Repubblica islamica dell’Iran. L’annuncio è arrivato dalla presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, che ha spiegato la decisione con un messaggio pubblicato su X: «Non si può andare avanti come se nulla fosse accaduto. Mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà, oggi ho preso la decisione di vietare l’accesso a tutto il personale diplomatico e a qualsiasi altro rappresentante della Repubblica islamica dell’Iran da tutti i locali dell’Europarlamento». Metsola ha poi aggiunto: «Questa assemblea non contribuirà a legittimare un regime che si è sostenuto attraverso torture, repressione e omicidi».
Il Tribunale delle misure coercitive del Canton Vallese ha confermato la detenzione preventiva di Jacques Moretti, proprietario e gestore del bar Le Constellation di Crans-Montana. La decisione è stata presa per un periodo iniziale di tre mesi. Confermata dunque la scelta di incarcerare provvisoriamente Moretti al termine dell’udienza di venerdì 9 gennaio, visto il pericolo di fuga. Il tribunale svizzero si è dichiarato disponibile a revocare la custodia cautelare a fronte di diverse misure richieste in via subordinata dal pubblico ministero, tra cui in particolare «il versamento di cauzioni» e «misure adeguate per contrastare il rischio di fuga». Moretti ha confermato che la porta di emergenza del Constellation era chiusa dall’interno e di aver sostituito lui stesso la schiuma fonoassorbente che ha preso fuoco, causando la morte di 40 persone. È accusato con la moglie Jessica Maric (ai domiciliari con braccialetto elettronico) di omicidio colposo, incendio colposo e lesioni personali colpose.