Il ministero della Cultura acquisterà il Teatro Sannazzaro di Napoli, distrutto da un incendio a febbraio 2026, e metterà a disposizione dei gestori uno spazio affinché le attività teatrali proseguano. L’ha reso noto il Mic con una nota. «Sarà un’operazione corale con tutte le persone che hanno a cuore il progetto, che sono riassumibili nella parola Stato. Con il prefetto, il sindaco e il presidente della Regione garantiremo continuità alla grande famiglia del Sannazaro, che va dalla proprietà, ai gestori e, soprattutto, alla comunità che continuerà a vivere», ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli.
Incendio al Teatro Sannazzaro di Napoli (Facebook).
Sindaco e governatore: «Primo passo per far rinascere il teatro»
«Siamo al lavoro con determinazione per la rinascita del Teatro Sannazaro. Accogliamo con grande favore la decisione del ministero della Cultura di procedere all’acquisizione del teatro, una scelta che permetterà così alle istituzioni di poter mettere in campo tutte le azioni necessarie per far splendere nuovamente un luogo che è parte della storia di Napoli, della sua cultura e della sua arte, un patrimonio che appartiene a tutta l’Italia», ha affermato il governatore Roberto Fico. «La Regione Campania ha iniziato a stanziare nel bilancio 2026 un milione di euro, un primo passo in questo percorso di rinascita, per il quale l’impegno sarà massimo». Soddisfatto anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi: «Avevamo promesso alla famiglia Sansone che le istituzioni avrebbero lavorato in tempi brevi per garantire un sostegno pubblico al fine di poter riprendere le attività prima possibile e per poi ricostruire il Sannazaro. Questo passo in avanti conferma la piena collaborazione istituzionale per preservare un bene culturale fondamentale per Napoli e per tutta l’Italia».
Dentro il Sovrano Militare Ordine di Malta si sta aprendo una crisi senza fine che coinvolge diplomazia, finanze e strutture operative. Nel mirino c’è la linea politica del Gran Cancelliere, il Duca Riccardo Paternò di Montecupo. Negli ultimi mesi diverse testate giornalistiche — tra cui Lettera43, oltre a Il Fatto Quotidiano e Il Messaggero — hanno sollevato interrogativi sulla gestione dell’Ordine. Parallelamente, nell’organizzazione della rete sul territorio italiano si è aperta una frattura sempre più evidente. Le dimissioni in blocco dei membri della Sala operativa nazionale del Cisom (il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta, cioè i volontari impegnati nei soccorsi e nella protezione civile) e il rinvio delle elezioni interne hanno portato alla luce un malessere che da tempo attraversa volontari e membri associativi, con accuse nei confronti dei vertici di scarsa trasparenza nelle decisioni e di forte concentrazione del potere decisionale.
La concentrazione di ruoli nelle mani del Principe Lorenzo Borghese
Tra i casi più discussi c’è per esempio quello del Principe Lorenzo Borghese, legato da una lunga amicizia con il Gran Cancelliere e attualmente titolare di incarichi di grande rilievo: ministro d’Ambasciata in Giordania e presidente dell’Acismom, la principale struttura associativa italiana dell’Ordine. Una concentrazione di ruoli difficilmente conciliabile con lo spirito dell’Ordine e in netto contrasto con le sue regole costituzionali. Nessuno entra dall’esterno, le poltrone passano da un membro della cerchia ristretta all’altro, addirittura anche tra persone che hanno un legame familiare.
Lorenzo Borghese (foto Imagoeconomica).
Il nodo delle elezioni interne dell’Acismom rinviate
Uno degli episodi che ha contribuito ad aumentare le fibrillazioni riguarda il rinvio delle elezioni interne dell’Acismom, previste originariamente per la fine del 2025. La consultazione era stata inizialmente spostata a gennaio 2026, ma non si è svolta. E al momento non è stata fissata una nuova data. Una decisione che, secondo diversi membri dell’Ordine, ha congelato un passaggio considerato cruciale.
La crisi del Cisom e quelle dimissioni in blocco senza precedenti
Sul piano operativo la situazione appare ancora più delicata. L’Ordine ha infatti dovuto fare i conti con un passo indietro collettivo dei componenti della Sala operativa nazionale del Cisom, snodo centrale nella gestione delle emergenze e nel coordinamento dei volontari. Si tratta di un episodio senza precedenti per una struttura che rappresenta da anni uno dei principali strumenti operativi dell’Ordine di Malta in Italia.
Guido Bertolaso su un mezzo dei volontari dell’Ordine di Malta ai tempi del coronavirus (foto Ansa).
Il malessere serpeggia anche a livello locale
Il malessere non è esploso soltanto a livello nazionale. Nel gruppo Cisom di Chieti, per esempio, hanno lasciato il loro posto la capogruppo, la vice capogruppo, il tesoriere e tutti i volontari. Anche la guida spirituale, don Sabatino Fioriti, ha rinunciato all’incarico. E, secondo quanto riferito da diversi volontari, altre strutture territoriali starebbero valutando decisioni analoghe.
Frattura crescente tra i vertici e la rete dei volontari
Durante un incontro interno che si è svolto a Roma nel fine settimana del 7-8 marzo, molti partecipanti avrebbero espresso preoccupazione per la direzione intrapresa dall’Ordine in Italia. Secondo alcune testimonianze raccolte tra i presenti, il clima della riunione sarebbe stato segnato più dal tentativo di comprendere e gestire le frizioni intestine che dalla discussione sulle attività operative e sulle missioni di soccorso. Un segnale che molti leggono come il sintomo di una frattura crescente tra il vertice istituzionale e una parte significativa del mondo dei volontari.
I volontari dell’Ordine di Malta durante le vaccinazioni contro il Covid (foto Imagoeconomica).
Il Cisom rappresenta da decenni una delle espressioni più visibili dell’impegno umanitario dell’Ordine di Malta in Italia, con migliaia di volontari impegnati in interventi di soccorso, assistenza ai migranti, emergenze sanitarie e protezione civile. Proprio per questo la crisi che sta emergendo nelle ultime settimane viene osservata con crescente attenzione sia all’interno sia all’esterno dell’Ordine.
Il rischio che si perda lo storico spirito di servizio
Molti membri chiedono a gran voce maggiore trasparenza sulle decisioni prese negli ultimi mesi e una rapida definizione dei processi elettivi rimasti sospesi. Perché, come osserva un volontario di lungo corso, «oltre alla crisi organizzativa, il rischio è che si perda lo spirito di servizio che ha sempre reso il Cisom una realtà unica».
Paternò accusato di sistemare amici e parenti
Il Gran Cancelliere che sta facendo naufragare l’Ordine di Malta, e cioè il già citato Riccardo Paternò di Montecupo, è anche l’uomo che porta uno dei cognomi più antichi e blasonati d’Italia. La sua famiglia nel corso di una storia millenaria ha ottenuto 170 feudi e il primo titolo principesco di Catania nel 1633. Ora, secondo chi lo accusa, Paternò starebbe sfruttando la sua posizione in un Ordine fondato nel 1048 per distribuire passaporti diplomatici agli amici, sistemare i cugini degli amici nelle ambasciate, intascare contanti dalla Solvea (ossia il rimborso spese forfettario in contanti destinato ai membri del Sovrano Consiglio) e volare con jet privati. Nel frattempo i volontari si autofinanziano per assistere i poveri e sono costretti persino a pagarsi le ambulanze di tasca propria.
Riccardo Paternò di Montecupo, Gran Cancelliere dell’Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).
Servire i poveri e i malati o servire più che altro sé stessi?
Un paradosso totale, visto che l’Ordine nasce per servire i poveri e i malati (Obsequium Pauperum è il motto che rappresenta il suo pilastro spirituale), ma in verità i capi attuali sembrano più preoccupati di servire sé stessi. L’Ordine di Malta ha 900 anni di storia e una reputazione internazionale unica, eppure secondo i suoi detrattori viene gestito come un club privato per una cerchia di sodali.
Diverse lettere già recapitate sul tavolo di papa Leone XIV
Lo slogan Tuitio Fidei, cioè difesa della fede, stride oltretutto con la decisione di nominare ambasciatori in violazione della dottrina cattolica (cioè divorziati e risposati). L’aspetto forse più grave è che tutto questo avviene sotto gli occhi del Vaticano, segnalato da nunzi e ambasciatori, con alcune lettere già recapitate sul tavolo di papa Leone XIV. La domanda che rimane aperta è sempre la stessa: la Santa Sede avrà il coraggio di intervenire davvero? O prevarrà – come spesso accade – la diplomazia del silenzio?
Ufficialmente, i fondi erano esauriti. Ufficiosamente, non hanno voluto assegnarglieli. Dietro al bla bla burocratico sulla mancanza di risorse, al Dicatam dell’Università di Brescia, cioè il Dipartimento di Ingegneria civile, Architettura, Territorio, Ambiente e Matematica, si è consumato un altro – l’ennesimo – capitolo di una gestione dipartimentale che si potrebbe definire (quantomeno) creativa. Dopo i guai con la facoltà di Medicina, ora è scoppiato il caso di una ricercatrice di Ingegneria.
Quel ritardo che oggi appare tutt’altro che casuale
I fatti in sintesi. A dicembre 2024, mentre il rettore annunciava 12 progressioni di carriera finanziate dal Piano straordinario ministeriale e i direttori degli altri dipartimenti si affrettavano a interpellare i propri ricercatori abilitati, al Dicatam c’era il silenzio stampa. Come ha scritto nelle sue riflessioni inoltrate ai colleghi, la professoressa, unica candidata del suo settore, non è mai stata contattata ufficialmente dal direttore. È venuta a conoscenza della possibilità di ottenere il posto ad aprile 2025, dopo qualche telefonata con i colleghi. Un ritardo che oggi, a conti fatti, appare tutt’altro che casuale.
Ma come, il settore di Geotecnica non era «in sofferenza»?
Alla fine il direttore ha decretato che il settore di Geotecnica non avesse bisogno di un nuovo professore associato perché le ore di didattica erano già coperte. Peccato che al Dicatam questa “contabilità” sembri variare a seconda dell’obiettivo. Solo due anni fa, il Dipartimento chiedeva con urgenza un nuovo ricercatore proprio perché il settore era «in sofferenza».
Una scelta che sembra politica, non economica
Oggi, per negare la promozione alla ricercatrice, quella stessa sofferenza è però magicamente sparita. Per ottenere nuovi posti nel 2023, la Geologia applicata veniva conteggiata nelle necessità del settore. Per ostacolare la carriera alla prof nel 2025, due anni dopo, la Geologia è diventata un corpo estraneo da non conteggiare. Eppure promuovere la ricercatrice sarebbe costato appena 0,2 punti organico – cioè l’unità di misura utilizzata dal ministero per definire il budget assunzionale annuale delle università, basata sul costo del personale -, meno di quanto già si spende per il suo stipendio. Ma il Dipartimento ha preferito rincorrere soluzioni esterne e bandi precari. Una scelta politica, non economica.
Le risorse pubbliche non servirebbero per «sistemare situazioni personali»
La verità è emersa nelle stanze chiuse del Consiglio di luglio 2025. Nonostante i professori ordinari avessero inizialmente dato parere favorevole all’unanimità, il direttore ha scelto unilateralmente di non mettere la proposta al voto. Le parole usate, riferite e citate nelle memorie, sono all’incirca queste: le risorse pubbliche non servirebbero per «sistemare situazioni personali». I fondi sono stati dichiarati esauriti il 21 luglio, ma per la ricercatrice la porta era stata sbarrata molto prima. Tra le pieghe di un’inerzia amministrativa che ha tutto il sapore di una ritorsione professionale.
Non si placano le polemiche intorno al referendum sulla giustizia. Al centro della scena c’è di nuovo il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, questa volta per l’avvertimento da lui lanciato al quotidiano Il Foglio. Interpellato dal giornale circa le sue dichiarazioni su Sal Da Vinci in una trasmissione di La7, in cui il magistrato aveva affermato che il cantante del “Per sempre sì” avrebbe in realtà votato no al referendum (falso), ha dichiarato: «Era tutto uno scherzo, ridevo con il presentatore». Incalzato dalla giornalista sul fatto che il vincitore di Sanremo ha dovuto smentire, Gratteri è arrivato alle minacce: «Senta, con voi del Foglio… Se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Fatelo. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Fogliofaremo i conti, nel senso che tireremo una rete». Di fronte a queste parole, il quotidiano diretto da Claudio Cerasa chiederà l’intervento di Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) e Odg (Ordine dei giornalisti) in nome dell’articolo 21 della Costituzione che sancisce la libertà di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e stabilisce che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Presidente Fnsi: «Gratteri smentisca o si scusi»
Il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani, interpellato dall’Adnkronos, ha dichiarato che le affermazioni del procuratore di Napoli «non fanno onore alla sua storia, alla storia di chi ha pagato e paga in prima persona la lotta contro ogni forma di illegalità e minacce». Quindi, ha continuato, «Gratteri smentisca o si scusi per le sue parole rivolte al Foglio. Alludere a conti da fare e a non meglio precisate reti è incompatibile con la difesa della libertà di stampa. Il suo dovere di magistrato è tutelarla, non intimidirla». E ancora: «Gratteri farebbe bene a rendersi conto che queste uscite sono anche i migliori assist offerti a chi vuole delegittimare la magistratura in vista del referendum. E invece la Costituzione si difende sempre. E tutta. Tanto l’indipendenza della magistratura quanto la libertà di stampa sancita dall’articolo 21».
Segretaria generale Fnsi: «Minacce gravi che violano la Costituzione»
Gli ha fatto eco Alessandra Costante, segretaria generale della Federazione: «Ho letto le parole di Gratteri al Foglio e contro il Foglio e mi hanno colpito. Non si possono accettare violazioni all’articolo 21 della Costituzione neppure dai magistrati, neppure da un professionista come Gratteri che con le sue inchieste ha alzato il velo su molte operazioni della ‘ndrangheta. È grave la minaccia. In Italia c’è una legge sulla diffamazione chiara, se uno si ritiene diffamato querela. Punto. Le reti non attengono alla giurisprudenza italiana e soprattutto le minacce, anche velate, violano l’articolo 21 della Costituzione».
Tajani (Fi): «Atto gravissimo, inaccettabile da un magistrato»
Sul caso si è espressa anche la politica, con un coro unanime di solidarietà nei confronti del quotidiano. Così Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia: «Voglio esprimere solidarietà al quotidiano Il Foglio per le gravi minacce subite dal procuratore Gratteri. Un atto gravissimo che lede la libertà di stampa. È inaccettabile che un magistrato cerchi di censurare l’informazione, che rivolga intimidazioni, paventando ritorsioni, nei confronti di giornalisti colpevoli soltanto di fare il proprio lavoro. Un cattivo esempio, in contrasto anche con l’appello del presidente della Repubblica al rispetto dei toni e del libero pensiero».
Voglio esprimere solidarietà al quotidiano @ilfoglio_it per le gravi minacce subite dal procuratore Gratteri. Un atto gravissimo che lede la libertà di stampa. È inaccettabile che un magistrato cerchi di censurare l’informazione, che rivolga intimidazioni, paventando ritorsioni,…
Paita (Iv): «Parole non tollerabili e indegne di un dibattito democratico»
Anche da Italia viva è arrivata vicinanza al giornale, con la senatrice Raffaella Paita, capogruppo al Senato, che ha affermato: «Esprimo solidarietà alla redazione del Foglio. Le parole del procuratore Gratteri, denunciate dal direttore Cerasa, non sono tollerabili. “Tanto dopo il referendum con voi faremo i conti” non è una frase degna del dibattito democratico. La libera stampa è un valore da difendere».
Filini (Fdi): «Dichiarazioni imbarazzanti, preoccupati per la libertà di stampa»
Per Fratelli d’Italia si è espresso il deputato Francesco Filini, responsabile nazionale del programma: «Minacciare un giornalista soltanto perché fa il proprio lavoro è sempre grave, ma se queste minacce giungono da un magistrato di primo piano come è Nicola Gratteri la circostanza è ancora più preoccupante. Purtroppo Gratteri non è nuovo, da quando ha deciso di sostenere il No al referendum, a dichiarazioni a dir poco imbarazzanti. Non vorremmo utilizzare il frasario di chi oggi a sinistra sta con il No al referendum, ma dinanzi a questi atteggiamenti non possiamo non dirci preoccupati per la libertà di stampa».
Calenda (Az): «Gratteri fuori controllo, va sospeso»
Critiche al magistrato anche da parte del segretario di Azione Carlo Calenda: «Gratteri è chiaramente fuori controllo. Oggi minaccia Il Foglio apertamente. Un magistrato che minaccia un giornale è da sospensione immediata. Esattamente quanto un capo di gabinetto del ministero della Giustizia che insulta i magistrati. Fateci una cortesia, mettetevi da parte entrambi. E torniamo a parlare di contenuti. Bartolozzi e Gratteri». Il riferimento è alle dichiarazioni di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Guardasigilli, che ha invitato a votare sì al referendum per «toglierci di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione».
Gratteri e’ chiaramente fuori controllo. Oggi minaccia @ilfoglio_it apertamente. Un magistrato che minaccia un giornale e’ da sospensione immediata. Esattamente quanto un capo di gabinetto della Ministero della giustizia che insulta i magistrati. Fateci una cortesia: mettetevi da… https://t.co/RGSMuw5V72
Picierno (Pd): «Ironia tossica e aggressiva che non fa onore alla magistratura italiana»
Questo, infine, il commento di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo del Partito democratico: «Le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri rivolte al Foglio sono gravi. Intimidire un giornale, lasciar presagire un possibile regolamento di conti giudiziario dopo il voto e ricorrere a un’ironia tossica e aggressiva non fa onore alla magistratura italiana. In una fase così delicata dovremmo invece recuperare una dimensione di confronto alta e costituente, degna della Carta costituzionale che abbiamo. Solidarietà al direttore Claudio Cerasa e tutta la redazione».
Le parole del Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, rivolte a @ilfoglio_it sono molto gravi: intimidire un giornale, lasciar presagire un possibile regolamento di conti giudiziario dopo il voto e ricorrere a un’ironia tossica e aggressiva non fa onore alla magistratura…
Quarto incidente in due settimane per i tram di Milano e dei Comuni limitrofi. C’è stato infatti un principio d’incendio su un mezzo dell’Atm che si trovava in via Marco Bruto. A bordo del mezzo (della Linea 27) una ventina di persone: nessuno è rimasto ferito né intossicato. Sul posto polizia locale e vigili del fuoco per tutti gli accertamenti: ancora da ricostruire le cause dell’incendio, che è partito dal pantografo: avrebbe ceduto un cavo dell’alta tensione.
Il 10 marzo un tram è uscito dai binari a Rozzano
Ieri, martedì 10 marzo, il carrello centrale della seconda carrozza di un tram della linea 15 era uscito dai binari nel Comune di Rozzano. Nessuno dei passeggeri a bordo era rimasto ferito: il mezzo, appena ripartito da una fermata, si stava muovendo a bassa velocità. L’incidente, secondo l’ipotesi più accreditata, sarebbe stato dovuto a un guasto meccanico, in particolare a un blocco che avrebbe coinvolto una ruota in fase di ripartenza.
ll tram uscito dai binari a Rozzano (Ansa).
Il 7 marzo è deragliato un tram diretto al deposito
Sabato 7 marzo un tram della linea 9 – senza passeggeri a bordo – era uscito dai binari nella curva tra via Galvani e via Filzi, accanto alla stazione Centrale, mentre era diretto al deposito di via Leoncavallo. A causare l’incidente, che aveva causato il ferimento del conducente, era stato un bullone sui binari.
Il palazzo contro cui il 27 febbraio si è scontrato un tram (Ansa).
Il 27 febbraio l’incidente più grave, con due morti e 54 feriti
Il primo incidente, il più grave, si era verificato il 27 febbraio: nel deragliamento del tram della Linea 7, finito contro un palazzo, avevano perso la vita due persone e 54 erano rimaste ferite. Il conducente è indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni.
Una raffica di polemiche ha travolto il Teatro Franco Parenti di Milano dopo l’annuncio della presenza della premier Giorgia Meloni a un evento nell’ambito della campagna per il sì la referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Nel mirino è finita la direttrice Andrée Ruth Shammah, accusata di aver aperto le porte alla destra. In poco tempo, sotto al suo post Facebook sono comparsi centinaia di commenti negativi e insulti. Sul caso è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa.
I commenti su Facebook: «Spazio profanato dalla destra»
«I fascisti al Pier Lombardo. Tristezza infinita… Franco Parenti ne sarebbe disgustato», ha scritto un utente evocando la figura dell’attore e fondatore dello spazio culturale. «A destra destra, nascostamente, e neppure troppo, fascista al Franco Parenti! Davvero: sipario», o ancora «Chissà cosa avrebbe detto Bertolt Brecht. O Vladimir Vladimirovič Majakovskij. O Jean Genet». Ma anche «Invitare la sponsor di quel “liberale” di Orban è il segno dei nostri tempi», «Che dispiacere vedere il Parenti diventare ribalta di una imbonitrice come la premier», «Povero Franco Parenti vedere profanato il suo teatro dalla destra che lui ha sempre combattuto». Sono solo alcuni dei commenti comparsi sotto il post criticando la scelta di ospitare, giovedì 12 marzo 2026, la leader di Fratelli d’Italia.
La replica: «Il teatro è un luogo aperto al confronto»
Shammah ha replicato difendendo la scelta in nome del pluralismo e del confronto pubblico: «Perché dovrei rifiutare al presidente del Consiglio di venire a parlare in un luogo aperto al confronto? Nelle nostre sale sono stati ospitati a pagamento molti incontri pubblici. Lo abbiamo dato a Renzi, a Calenda, lo diamo a La Malfa per discutere del referendum. L’unico al quale forse direi di no, anche se pagasse molto, sarebbe Conte, perché credo che semini odio in tutte le direzioni. Ma forse mi sbaglio e potrei pensarci prima di impedire un libero dibattito». In un’intervista al Corriere, ha aggiunto che «il teatro ha sempre tenute aperte le sue porte, anche nei momenti più difficili». Lo stesso Franco Parenti «mise in scena un’opera di George Bernard Shaw, autore di destra, perché uno dei suoi principi era che bisogna sempre guardare alle ragioni dell’altro. L’Unità si arrabbiò tantissimo. Ci fu una polemica feroce».
Andrée Ruth Shammah (Ansa).
Interviene anche La Russa: «Solidarietà a Shammah, condanno con forza l’odio politico»
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Rivolgo la mia sincera e affettuosa solidarietà ad Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Parenti di Milano. Come lei stessa ha dichiarato, il teatro è luogo di confronto, tanto che il Teatro Parenti, negli anni, ha ospitato partiti e figure politiche di ogni colore. Chiederle o intimarle di impedire l’evento del prossimo 12 marzo, e farlo anche con insulti, è sintomo di un odio politico che condanno con forza».
Come staMojtaba Khamenei? La nuova Guida Suprema dell’Iran, figlio e successore dell‘ayatollah Ali Khamenei – ucciso da Israele e Stati Uniti nelle prime fasi della guerra – finora non è apparsa in pubblico né in video. E non ha nemmeno non ha diffuso nemmeno comunicazioni scritte. Dovrebbe essere vivo, anche se il condizionale è d’obbligo. E per quanto riguarda le sue condizioni occorre affidarsi a fonti iraniane, in alcuni casi molto vicine al regime. Si tratta dunque di informazioni da prendere con le molle: ecco, in ogni caso, cosa sappiamo.
Per il Nyt nei raid è rimasto ferito alle gambe
Il New York Times, citando tre fonti iraniane, ha riferito che Mojtaba Khamenei è rimasto ferito alle gambe nei raid che hanno provocato la morte del padre. E da allora stato trasferito in un luogo ritenuto più sicuro, da dove ha ridotto al minimo le comunicazioni per evitare di essere localizzato.
I media statali hanno parlato del suo ferimento
La notizia è stata confermata dalla televisione di Stato iraniana e l’agenzia Irna, che hanno definito Khamenei «veterano ferito della guerra del Ramadan», riferendosi all’attuale conflitto, senza però fornire dettagli sulle sue condizioni.
Il figlio di Pezeshkian ha detto che «sta bene»
Successivamente Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano e consigliere del governo di Teheran, ha scritto su Telegram: «Ho sentito la notizia che Mojtaba Khamenei era rimasto ferito. Ho chiesto ad alcuni amici che avevano contatti con lui. Mi hanno detto che, grazie a Dio, sta bene».
Mojtaba Khamenei teme di fare la fine del padre
Se è vivo, di sicuro Khamenei si sta nascondendo, perché teme (a ragione) di fare la fine del padre. Per Israele è infatti un obiettivo dichiarato. Secondo i media americani, dalla Casa Bianca partirebbe l’ordine di eliminarlo solo se le possibilità di dialogo sul nucleare si rivelassero nulle. Donald Trump, che lo aveva definito «un peso piuma» e continua comunque ad auspicare l’avvento di un altro leader, più gradito a Washington, ha dichiarato: «Ha un bersaglio sulla schiena? Non lo dico, sarebbe inappropriato».
Via libera alla nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del Gran Teatro La Fenice di Venezia. Il Consiglio d’Indirizzo della fondazione lirico-sinfonica ha espresso approvazione per la designazione, con contratto di quattro anni che avrà inizio da ottobre 2026. Dal 22 settembre 2025, giorno in cui è avvenuta la nomina di Venezi da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi, le maestranze del Teatro hanno indetto uno stato di agitazione con proteste, volantinaggi, assemblee, cortei e scioperi, ritenendo il suo curriculum non all’altezza e respingendo le implicazioni politiche che la sua nomina comporterebbe.
Per il sovrintendente Colabianchi è un «investimento sul futuro»
A difendere la sua designazione è stato Colabianchi che, nella relazione rivolta al Consiglio di indirizzo, ha sottolineato come si tratti di «una scelta che assume consapevolmente anche il valore di un investimento sul futuro, non ultimo in ragione della sua giovane età». Ricordando che «La Fenice è il luogo che ha ospitato prime mondiali di compositori che, al loro tempo, furono considerati innovatori, talvolta controversi» e che «per oltre due secoli ha dimostrato una costante apertura alle novità musicali, assumendosene il rischio», ha evidenziato come la scelta di Venezi «rappresenta un atto di fiducia nella capacità di costruire continuità e percorsi nel medio e lungo periodo, assicurando al Teatro una prospettiva di sviluppo e di rinnovamento».Secondo il sovrintendente, la nomina «risponde poi a una coerenza artistica e progettuale di natura strettamente musicale» poiché Venezi «possiede una formazione direttoriale solida, fondata su una conoscenza approfondita della partitura e su un metodo di lavoro orientato all’analisi strutturale del testo musicale, alla chiarezza dell’articolazione formale e al controllo dell’equilibrio timbrico orchestrale». «Il suo profilo», dunque, «si colloca pienamente nella tradizione direttoriale italiana ed europea, con particolare attenzione al repertorio operistico, affrontato attraverso un rapporto rigoroso con la scrittura vocale, l’agogica e il rapporto tra buca e palcoscenico».
«Dobbiamo far evolvere il linguaggio musicale»
«La cifra complessiva del suo lavoro», si legge ancora nella relazione, «risiede dunque in un equilibrio tra fedeltà alla partitura, prassi esecutiva storicamente informata e capacità di restituire attualità al linguaggio musicale, senza forzature interpretative né letture museali. Tale impostazione risulta pienamente coerente con l’identità del Teatro La Fenice, storicamente impegnato a unire la tutela del grande repertorio con l’assunzione di responsabilità nei confronti dell’evoluzione del linguaggio musicale». «Vi è poi una motivazione di natura istituzionale», ha continuato Colabianchi. «Il direttore musicale oggi non è soltanto un interprete sul podio, ma una figura chiamata a concorrere alla continuità dell’indirizzo artistico, al dialogo con le strutture interne e alla rappresentanza dell’immagine del Teatro. In questo senso, la designazione di Beatrice Venezi è fondata sulla sua capacità di assumere una responsabilità ampia e strutturata valorizzando un percorso di crescita destinato a rafforzarsi». Infine, «non posso poi ignorare – pur senza farne un argomento retorico – il valore simbolico di una scelta che contribuisce alla normalizzazione della presenza femminile nei ruoli apicali della musica. Non una nomina “in quanto donna”, ma una nomina che prescinde dal genere proprio perché fondata su competenza, progetto e responsabilità».
Elon Musk consolida il primo posto nella classifica di Forbes dei più ricchi al mondo, con una fortuna stimata di 839 miliardi di dollari. Dietro a Mr Tesla sul podio ci sono Larry Page (257 miliardi) e Sergey Brin (237), cofondatori di Google. Al 22esimo posto un italiano: Giancarlo Devasini, creatore della criptovaluta Tether, con quasi 90 miliardi. L’elenco dei miliardari cresce ancora come numero: nel 2025 erano 3.028 e adesso sono passati a 3.428, per un patrimonio complessivo da record di 20.100 miliardi di dollari, 4 mila in più rispetto all’anno scorso. La lista di Forbes resta dominata dagli Stati Uniti, con 989 super-ricchi di cui 15 dei primi 20. Seguono Cina (610) e India (229). Sono 20 i paperoni che fanno ormai parte del cosiddetto “Club dei 100 miliardi”: tra le nuove entrate spicca Changpeng Zhao, fondatore di Binance. Sono 390 i nuovi miliardari entrati in classifica quest’anno. Alcuni nomi? Dr. Dre, Beyoncé, Roger Federer.
Aumentano le donne e il 67 per cento dei miliardari ha costruito la propria fortuna da zero
La tecnologia e l’IA hanno creato nuove fortune a una velocità senza precedenti, spiega Forbes: almeno 86 miliardari devono gran parte della loro ricchezza all’intelligenza artificiale e il 67 per cento ha costruito la propria fortuna da zero. Cresce anche la presenza femminile, con 481 donne miliardarie nel mondo. È donna, ma certo non si è fatta da sola la più giovane della lista: la brasiliana Amelie Voigt Trejes, appena 20 anni, erede del colosso WEG. Ecco nella gallery i primi 22 della classifica di Forbes, fino a Devasini.
Negli ultimi anni il turismo in Italia è tornato a crescere con intensità, riportando il Paese tra le principali destinazioni globali. Secondo i datidel ministero del Turismo, nel 2025 si è registrato un nuovo record storico con oltre 480 milioni di presenze, in aumento del 3 per cento rispetto al 2024. Una crescita che rappresenta un motore economico strategico, con un impatto rilevante su occupazione e Pil, ma che pone anche una questione strutturale, vale a dire la gestione dei flussi. In questo contesto, infatti, la competitività turistica non dipende più soltanto dall’offerta culturale o ricettiva, ma dalla qualità della mobilità: spostarsi facilmente, accedere ai servizi senza attriti, evitare code e congestioni è diventato parte integrante dell’esperienza di viaggio.
Dalla crescita dei flussi alla sfida della mobilità turistica
Per affrontare queste sfide, risulta fondamentale investire nelle infrastrutture digitali della mobilità – dai sistemi di pagamento integrati come i mobility wallet, che centralizzano in un’unica soluzione il pagamento e l’accesso a svariati servizi di trasporto pubblico e privato (bus, treni, bike/car sharing, monopattini), fino all’automatizzazione degli accessi,con tornelli intelligenti, check-in digitali, prenotazione degli slot di entrata e sistemi di controllo dei flussi, e a servizi di infomobilità in tempo reale che forniscono indicazioni su traffico, tempi di percorrenza, disponibilità dei mezzi, ritardi e alternative di percorso. Queste soluzioni permettono di gestire in modo dinamico i picchi di domanda, particolarmente rilevanti nelle destinazioni turistiche ad alta concentrazione di visitatori, evitando code, sovraffollamento e congestioni. La digitalizzazione degli accessi consente inoltre di raccogliere dati in tempo reale, fondamentali per monitorare e regolare i flussi in modo proattivo così da governare la domanda senza limitare l’offerta, rendendo il turismo più sostenibile e competitivo senza snaturare i luoghi.
I servizi Telepass per viaggiare in modo più semplice e accessibile
In questo contesto, il contributo di operatori come Telepass si inserisce come fattore abilitante di una mobilità più semplice e integrata. Grazie al noto dispositivo, infatti, è possibile usufruire del telepedaggio – che consente di saltare le file ai caselli autostradali – e dell’accesso a parcheggi convenzionati, oltre che a servizi come il traghetto per lo stretto di Messina. Grazie all’app, inoltre, è possibile pagare i parcheggi con strisce blu – oltre che i rifornimenti di carburante, il bollo, l’assicurazione e la revisione della propria auto – ma anche avere l’accesso prioritario ai controlli di sicurezza in aeroporto, acquistare biglietti e/o abbonamenti ai mezzi pubblici, noleggiare scooter, biciclette e monopattini elettrici e prenotare taxi. Tutti servizi che concorrono a rendere l’esperienza turistica più fluida e accessibile, riducendo tempi di attesa, passaggi intermedi e complessità per l’utente. Soluzioni integrate come queste non si limitano a semplificare la fruizione individuale dei luoghi, ma contribuiscono a migliorare l’efficienza complessiva del sistema di mobilità, favorendo una gestione più sostenibile e intelligente dei turisti.
Grande è la confusione sotto il cielo dei lettori del quotidiano la Repubblica. Tutta colpa della domenica dedicata alla festa della donna, l’8 marzo, che si è trasformata in una santa messa dove è stata data comunicazione della “prima lettera di Marina Berlusconi”. Un apostolato che non poteva trovare niente di meglio del giornale fondato da Eugenio Scalfari e oggi diretto da Mario Orfeo. Se, comunque, a fondo pagina si leggeva il nome di un’esponente storica della sinistra italiana, Luciana Castellina, classe 1929, il classico lettore di Repubblica potrebbe aver avuto un travaso di bile guardando cosa aveva scritto la figlia prediletta di Silvio Berlusconi. Proprio quel Cavaliere contro il quale sono state spese centinaia di prime pagine nel corso degli anni.
La lettera di Marina Berlusconi pubblicata in prima pagina su Repubblica domenica 8 marzo.
Pure Veronica Lario aveva usufruito degli spazi del giornale romano, ma “per dirne quattro” al caro Silviuccio, non certo per ricordarlo e andare avanti con le sue battaglie, come la riforma della giustizia. Le battaglie delle donne ora vengono intestate a Marina…
Ma qual è il retroscena? All’interno del quotidiano si parla dell’ennesima prova di funambolismo di Orfeo, un camaleonte a 24 carati, impegnato a traghettare il vascello (che una volta era un transatlantico) di carta seguendo la nuova proprietà proveniente dalla Grecia, che certo non è desiderosa di mettersi contro il governo guidato da Giorgia Meloni, volendo coltivare qualche business redditizio nel nostro Paese.
Mimun a 72 anni non ha comunque voglia di mollare la presa
Dopo alcuni attriti tra cdr e direttore, la voglia di proclamare sciopero da parte dei giornalisti non mancherebbe, anche se la vera battaglia verrà fatta dopo aver visto le carte dell’editore in pectore. Ma più che a un consolidamento di Orfeo alla guida di Repubblica, c’è chi indica un’altra possibile astutissima mossa del direttore: «Dando platealmente spazio a Marina Berlusconi lui si è posto in luce come un ottimo, presentabilissimo, successore di Clemente Mimun, uno che conta la bella età di 72 anni e che di certo non ha voglia di mollare la presa del Tg5, ma che comunque non è eterno, come chiunque sulla Terra».
Clemente Mimun (Imagoeconomica).
De Benedetti non avrebbe mai offerto alla figlia del Cav una tribuna del genere
Insomma, un beau geste che può suonare come una sorta di prenotazione per il suo futuro professionale, avendo offerto alla figlia del Cavaliere una tribuna impensabile fino a pochi anni fa. Una cosa che CDB, ossia l’Ingegnere Carlo De Benedetti, non avrebbe mai permesso. Lui di Berlusconi ha sempre detto che non era un imprenditore, ma «un impresario»: sì, la definizione riferita a quelli che nei teatri di una volta allestivano l’avanspettacolo con le ballerine pronte a fare qualche numero di can-can mostrando le gambe al pubblico.
Carlo De Benedetti (foto Imagoeconomica).
Prospettiva affascinante, quella di vedere Orfeo direttore del telegiornale della rete ammiraglia di Mediaset: in questo modo gli verrebbe assegnato d’ufficio il “Grande Slam” del giornalismo italiano, perché nella sua carriera ha già raggiunto tutti i posti di comando possibili, quelli che pesano davvero, e vederlo pure a Cologno Monzese sarebbe un vero spettacolo. Se nel tennis il riconoscimento spetta a chi vince i trofei più prestigiosi del Pianeta, cioè Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e Us Open, Orfeo vanta un palmarès incredibile, perché ha diretto tutti e tre i telegiornali della Rai, l’azienda radiotelevisiva pubblica di cui è stato anche direttore generale, e nella carta stampata è stato direttore de Il Mattino, Il Messaggero e ora di Repubblica, dal 2024.
Orfeo e quel soprannome che la dice lunga sulla sua capacità di adattarsi
Un recordman, a tutti gli effetti, con un curriculum a prova di bomba, inattaccabile, zigzagando tra ogni possibile governo di centro, destra e sinistra, oltre ad aver dimostrato di essere capace di resistere per anni e senza fare una piega di fronte a un editore incontentabile e dal carattere aspro come Francesco Gaetano Caltagirone, nelle piazze di Napoli e di Roma. Che poi sono le più “calde” da gestire e non solo nel senso meteorologico, tanto che Orfeo si è guadagnato quel soprannome di “Pongo” che la dice lunga sulla capacità di adattarsi e assumere la forma migliore, rendendosi sempre utile sotto ogni tipo di cielo, evitando acquazzoni e colpi di sole.
Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).
Incredibile facilità nel tessere pubbliche relazioni con chi conta
Pubblico o privato per lui pari sono, avendo dimestichezza con il potere a ogni latitudine. Tra l’altro il 21 marzo per Orfeo sono previsti straordinari festeggiamenti, in occasione del suo compleanno: nel 2026 le candeline da mettere sulla torta sono 60, dato che è nato nel 1966. Un evento che si annuncia faraonico, per la “cifra tonda” e la personalità del protagonista, senza dimenticare la sua incredibile capacità di tessere le pubbliche relazioni, stando al cellulare dalla mattina alla sera per rimanere in contatto con i veri vip della politica, dell’economia e dell’informazione. Un uomo costretto a sobbarcarsi trasferte perigliose e dalle distanze enormi pur di seguire le partite di calcio della Juventus in tribuna autorità, tra gli Elkann e gli Agnelli.
Corrado Augias, Sergio Mattarella, John Elkann, Ezio Mauro e Mario Orfeo (foto Ansa).
La ciliegina sulla torta? Il piano che porta addirittura al Quirinale…
Ciliegina sulla torta, da anni a Roma gira la voce che qualora Pier Ferdinando Casini diventasse un giorno presidente della Repubblica, coronando il sogno di una lunga vita da democristiano e mettendo d’accordo centro, destra e sinistra, il portavoce e capo della comunicazione al Quirinale sarebbe… proprio Mario Orfeo, per un settennato indimenticabile. «A meno che lui stesso non voglia fare il capo dello Stato», sibila sorridendo un amico carissimo, anche lui nel mondo del giornalismo. E, vista l’ambizione del direttore, forse c’è poco da scherzare…
Lunedì 9 marzo è previsto uno sciopero generale su scala nazionale che coinvolgerà sia il pubblico che il privato. La mobilitazione, proclamata in occasione della Giornata Internazionale dei diritti delle donne (che ricorre il giorno precedente), potrebbe causare disagi in diversi settori: dai trasporti alla scuola e all’istruzione, fino alla sanità e alla pubblica amministrazione. Ecco chi si fermerà.
Nel settore dei trasporti l’agitazione è supportata da Slai-Cobas
Sul fronte dei trasporti, l’agitazione è supportata da Slai-Cobas, mentre non aderiscono Usi e Usb. Lo sciopero durerà 24 ore. Come di norma, verranno comunque garantiti i servizi minimi nel rispetto delle normative vigenti e delle fasce di tutela previste.
Treno fermo in stazione (Ansa).
Lo sciopero interesserà anche scuola, università e ricerca
Per la scuola è la Flc Cgil ad aver proclamato un’intera giornata di astensione dal lavoro. L’agitazione interesserà anche università, enti di ricerca e formazione professionale. «Intendiamo riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale, che si traduce in frequenti episodi di violenza e discriminazione delle donne», ha dichiarato il sindacato.
Corteo della Cgil durante uno sciopero generale (Ansa).
Sanità: assicurati servizi e prestazioni essenziali
Per quanto riguarda la sanità pubblica, lo sciopero interesserà infermieri, operatori sociosanitari, ostetriche, personale della riabilitazione e altre figure del comparto sanitario, oltre alla dirigenza medica, sanitaria e veterinaria e al personale tecnico, professionale e amministrativo. Saranno assicurati i servizi e le prestazioni essenziali.
Non Una Di Meno: «Un nuovo weekend lungo di lotta»
Il movimento femminista e transfemminista Non Una Di Meno ha chiamato al weekend lungo di lotta (cortei l’8 marzo e sciopero il 9), spiegando che le due giornate di mobilitazione «mettono al centro l’opposizione alle politiche del governo Meloni in tema di contrasto alla violenza sessuale ed economica rivolte alle donne e alle categorie più colpite dall’inflazione dovuta alla guerra». In particolare, continua la nota, «le conseguenze dell’approvazione del ddl Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla violenza sessuale, sarebbero molto gravi nei contesti familiari e coniugali, per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è già esposta a vittimizzazione secondaria».
La Stampa, il quotidiano torinese fondato nel 1867 e per oltre un secolo custodito dalla famiglia Agnelli come uno scrigno di rispettabilità borghese e potere sabaudo, viene ceduta quasi in sordina ad Alberto Leonardis, patron del gruppo Sae, un pugno di giornali locali e agenzie di comunicazione. Un nome che fino a ieri conoscevano solo gli addetti ai lavori. Suona un po’ il necrologio del giornalismo vecchio stile, quello che aveva piantato le radici nel Novecento e che nell’era digitale, nonostante i proclami (Digital First, era il refrain con cui John Elkann preannunciava il ritorno al futuro), non ha mai saputo rinnovarsi.
Alberto Leonardis (Imagoeconomica).
Cedere così un giornale dice molto sul valore che oggi si attribuisce all’informazione
I colleghi della Stampa giustamente non si capacitano e molti ne fanno innanzitutto una questione di stile. Venduti sì, ma questi modi spicci fanno male. L’Avvocato avrebbe storto il naso: lui la Fiat, nonostante le pressioni, non la vendette mai agli americani. Ma non è questo il punto. Anche se, va detto, di eleganza in questa vicenda se n’è vista poca. Vendere un giornale così, con la fretta e la discrezione che di solito si riservano alle pratiche scomode, dice qualcosa di definitivo sul valore che oggi si attribuisce all’informazione. Lo sa bene chi ha avuto il privilegio, oggi tramutatosi in dispiacere, di fare per molti anni il mestiere quando ancora era in spolvero. Non è un tramonto romantico, foriero di nuove magnifiche sorti. È una demolizione per abbandono: lenta, grigia, senza che nessuno voglia assumersene la piena consapevolezza.
Un ritratto di Gianni Agnelli (Imagoeconomica).
Da tempo il patto con il lettore è morto
Il mestiere del giornalista ha perso peso, status e senso. E non per colpa del digitale, o dell’intelligenza artificiale. È che il patto con il lettore si è rotto. Per decenni i giornali hanno intermediato la realtà dall’alto della loro riconosciuta autorevolezza: il loro compito era raccogliere i fatti, selezionarli, dare loro una gerarchia e consegnare il tutto ogni mattina in edicola. Un servizio prezioso, in cambio del quale editori e giornalisti chiedevano fiducia, attenzione e un paio di euro a copia, meglio ancora il più fidelizzante abbonamento. Oggi quel patto non esiste più. Il pubblico giovane ha disertato le edicole, sceglie on demand. Il vecchio si estingue progressivamente per ovvi motivi generazionali. La realtà arriva direttamente, cruda, non filtrata: su TikTok, Instagram, X o Substack. Chi ha voglia di aspettare una redazione che la rielabori per i suoi lettori? E soprattutto: chi ha più voglia di pagare per questo?
L’ascesa di Corona e il crollo dei quotidiani
Lo mostra bene il fenomeno Fabrizio Corona, personaggio per anni trattato dalle redazioni come un pregiudicato, uno scandalo, un poco di buono da maneggiare con le pinze. Sta di fatto che oggi l’”impresentabile” ha un esercito di follower il cui aumento è direttamente proporzionale al calo dei lettori sui media tradizionali, e un numero iperbolico di visualizzazioni che hanno stravolto le classifiche. Non è un caso. È un sintomo. Corona fa quello che i giornali non sanno o non possono più fare: parlare direttamente, senza mediazioni o liturgie. Magari sbaglia, spesso esagera, ma non annoia mai. E nell’economia dell’attenzione questo, non l’informazione, è il primo requisito.
Fabrizio Corona (foto Ansa).
La fuga in tivù e la polverizzazione del mercato
Il giornalismo tradizionale si è innamorato di sé stesso. Ha confuso la forma con la sostanza, ha prodotto oceani di carta in cui la notizia annegava nel commento e nella ricostruzione posticcia, mentre fuori il mondo correva. Così i giornalisti bravi, quelli con l’istinto e il carattere, hanno cominciato a emigrare. I più lungimiranti sul web, gli altri in televisione. Come se mostrare la faccia fosse una soluzione, una salvezza, e il teleschermo potesse restituire loro quella visibilità che la firma sul giornale non garantiva più. È una fuga comprensibile, ma è anche una resa. Il volto in video non è un’idea, è una performance. E insieme una sudditanza a un media alle cui regole ti sottometti. Confondere le due cose è esattamente il problema da cui si sta cercando di scappare. La scena si è nel frattempo polverizzata. Influencer, creator, podcaster, autori di newsletter, commentatori che in un thread di 10 post dicono più cose sensate di un’intera pagina di quotidiano. Non tutti, certo. Ma abbastanza da spostare l’interesse, e con esso la pubblicità, e di conseguenza la sempre più schiacciante invasività che essa esercita con soddisfazione degli editori cui non par vero di trasformare più spazi possibili in contenuti sponsorizzati.
Jeff Bezos, John Elkann, Maurizio Molinari allora direttore della Stampa nel 2017 (Imagoeconomica).
Fine di una concezione del giornalismo
La Stampa che passa di mano racconta tutto questo. Non è la fine di un giornale: è la fine di una concezione del giornalismo come presidio, istituzione e contropotere. L’autorevolezza, il rapporto con i lettori, la capacità di orientare l’opinione pubblica si stanno ineluttabilmente dissolvendo, senza che nessuno senta il bisogno di versarci sopra più lacrime se non quelle di circostanza. Elkann, a cui preservare la tradizione di famiglia evidentemente interessa poco, si è mosso nella logica imprenditoriale di quando un asset ha smesso di rendere: lo ha venduto. Senza sentimentalismi o appelli a un passato glorioso. Un lusso che ci si può permettere quando i conti tornano, meno quando il modello di business non regge più. Anche se ciò suona come ammissione di essere stato un pessimo editore. Il giornalismo del futuro, ammesso lo si possa chiamare ancora così, esiste già, e ha poco a che spartire con quello del passato: è più veloce, diretto, personale. Ha bisogno di voci più che di testate, di autori più che di redazioni. Chi saprà adattarsi sopravviverà. Come in tutte le rivoluzioni, del resto. Solo che questa non la celebra nessuno. Avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica, tra una svendita e l’altra, tra il vecchio mondo che passa e il nuovo in piena caotica trasformazione.
L’esercito degli Stati Uniti ha dichiarato di aver ucciso nei raid sulla Repubblica Islamica un cittadino iraniano a capo di un’unità che aveva organizzato un presunto complotto per eliminare Donald Trump. «Sebbene non fosse nemmeno lontanamente lui il fulcro dell’operazione, abbiamo fatto in modo da includerlo nella lista degli obiettivi. È stato braccato e ucciso», ha detto il segretario alla Guerra Pete Hegseth, in un briefing con la stampa: «L’Iran ha tentato di uccidere il presidente Trump e il presidente Trump ha riso per ultimo». Teheran ha sempre smentito di aver messo in piedi un piano per assassinare il tycoon.
Donald Trump (Ansa).
Nel 2024 il Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato l’iraniano Farhad Shakeri
Hegseth non ha fatto il nome della persona uccisa. Si sa però che a novembre del 2024 Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato il 52enne Farhad Shakeri, in relazione a un piano dei Guardiani della rivoluzione per assassinare Trump, appena rieletto alla Casa Bianca. Emigrato negli Stati Uniti da bambino, Shakeri era stato espulso attorno al 2008 dopo 14 anni trascorsi in carcere per rapina. Secondo il Dipartimento di Giustizia si era avvalso «di una rete di complici incontrati in prigione negli Stati Uniti per fornire ai Guardiani della rivoluzione agenti incaricati di sorvegliare e assassinare» i bersagli dei pasdaran negli Usa. Assieme a lui erano state incriminate altre due persone, Carlisle Rivera e Jonathan Loadholt: i tre avrebbero messo in piedi un piano (poi non portato a termine) per eliminare Masih Alinejad, giornalista e attivista iraniana residente negli Usa, che aveva criticato le leggi sull’obbligo del velo per le donne. Secondo il Dipartimento di Giustizia era stato anche incaricato dai Guardiani della rivoluzione di sorvegliare due ebrei americani residenti a New York e di aver ricevuto un’offerta di 500 mila dollari dai pasdaran per ucciderli. Inoltre a Shakeri sarebbe stato anche assegnato il compito di colpire turisti israeliani in Sri Lanka.
La situazione in Iran alimenta tensioni internazionali e fa temere un’escalation che può avere un impatto anche sulla minaccia terroristica. È quanto si legge nella relazione annuale dell’intelligence presentata il 4 marzo 2026. Secondo il rapporto, «sono aumentati rischi derivanti dalle attività di Hamas sul suolo europeo, soprattutto per il coinvolgimento nella circolazione di armi e in possibili progettualità ostili contro obiettivi israeliani ed ebraici». In Italia, come in altri Paesi europei, sono state condotte diverse operazioni antiterrorismo nei confronti di persone a vario titolo connesse con il conflitto mediorientale.
La propaganda jihadista potrebbe strumentalizzare il conflitto per combattere «il nemico occidentale»
In prospettiva futura, riflette l’intelligence, «è probabile che le principali sigle del terrorismo internazionale affineranno sempre di più la capacità di “capitalizzare” le crisi in atto, alimentando ulteriormente un trend che, a oggi, le vede declinare i propri messaggi istigatori in modo strumentale rispetto alle loro agende». E ancora: «L’interconnessione tra i diversi quadranti di crisi rischia inoltre di amplificare la proiezione esterna della minaccia, incluso verso l’Europa e l’Italia». Quanto alle proiezioni esterne delle tensioni tra Israele e Hamas, «recenti operazioni di polizia condotte in Italia e in altri Paesi europei confermano la necessità di tenere alta l’attenzione sia sui possibili canali di finanziamento al terrorismo, sia sui network che Hamas potrebbe costituire all’estero». In tale scenario, «l’antisemitismo assume un rilievo sempre più internazionale, oltre che trasversale a diverse ideologie estremiste». Parallelamente, un ampliamento del conflitto mediorientale, soprattutto verso l’Iran, «potrebbe accentuare, nel prossimo futuro, i rischi di propagazione del rischio terroristico anche in Europa». In prospettiva, la propaganda jihadista potrebbe, in modo opportunistico, «strumentalizzare un eventuale conflitto che coinvolga Teheran, invocando un jihad globale contro il comune nemico occidentale».
La Guardia di Finanza ha acquisito documenti relativi all’assunzione dell’avvocata Cristiana Luciani, moglie del deputato di Fratelli d’Italia Luca Sbardella, che dal primo gennaio 2025 risulta dirigente del Garante della privacy. Lo riporta Repubblica. La procura di Roma intende chiarire se l’assunzione di Luciani, professionista con esperienza nel settore, sia avvenuta nel rispetto delle regole o come favore sorta di favore vista l’appartenenza del marito (che è anche membro della Commissione di Vigilanza Rai) al partito della premier Giorgia Meloni. L’acquisizione dei documenti relativi all’inquadramento di Luciani è al momento un atto tecnico e formale.
Luca Sbardella (Imagoeconomica).
L’Authority è già al centro di un’inchiesta della Procura di Roma
Il Garante per la Protezione dei Dati Personali è già al centro di un’inchiesta della procura capitolina: al centro delle indagini le spese sostenute dall’intero collegio che dirige l’Authority. Il presidente Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza – che si è dimesso dall’incarico – sono indagati a vario titolo di peculato, uso privato di beni pubblici, e corruzione.
«Ma perché Italo Bocchino è sempre su La7?», chiedeva l’altro giorno un parlamentare di Forza Italia a un collega. La risposta è stata immediata: «L’astuto Italo ha pensato bene di pubblicare il suo libro dedicato a Giorgia Meloni – Giorgia la figlia del popolo – con la casa editrice Solferino che fa parte del gruppo Rcs. Che a sua volta fa capo a Urbano Cairo, proprietario di La7. Sinergia assicurata». A proposito, martedì mattina, Bocchino era tanto per cambiare su La7 all’Aria che tira con David Parenzo, intento a litigare con la dem Anna Ascani. E poi ci sono naturalemente le consuete ospitate da Lilli Gruber a Otto e mezzo
L’endorsement di Sempio per il sì al referendum
In tv ormai il delitto di Garlasco è diventato – ahinoi – un vero e proprio genere. Anche nell’ultima puntata di Quarta Repubblica, Nicola Porro ha intervistato Andrea Sempio chiedendogli pure cosa voterà al referendum della giustizia. E Sempio ha risposto convinto «Sì». Chissà se sposterà voti…
Sfida romana a distanza, nella serata di martedì, tra Giorgia Meloni e Achille Occhetto. La presidente del Consiglio è attesa al Foro Italico, nella Casa delle Armi, per un incontro dedicato alle donne, in vista dei festeggiamenti per gli 80 anni della Costituzione, con i ministri Eugenia Roccella e Andrea Abodi. Occhetto celebrerà i suoi 90 anni in piazza di Pietra, nella sala della Camera di Commercio di Roma, con “officiante” Ugo Sposetti e tanti compagni del vecchio Pci. Chissà se arriverà pure Pier Luigi Bersani, che ha in agenda anche la presentazione dell’ultima fatica di Arturo Scotto Flotilla. In viaggio per Gaza alla Mondadori Bookstore in piazza Cola di Rienzo…
Achille Occhetto (foto Imagoeconomica).
Attesa per l’inaugurazione del Corinthia Rome
Guerra in corso? Buttiamoci sul lusso. Mercoledì sera a Roma sarà grande festa per l’apertura dell’hotel a 5 stelle Corinthia Rome, il primo della catena in Italia, in un palazzo piacentiniano con vista sulla Camera dei Deputati. Tutto è pronto: anche i cantieri che occupavano la strada sono magicamente scomparsi. Attesa per Carlo Cracco che gestirà la proposta enogastronomica.
La Banca di Russia ha intentato una causa presso la Corte di giustizia dell’Unione europea, contestando il regolamento Ue sul congelamento permanente dei beni sovrani russi, sancito a dicembre del 2025. Secondo la Banca di Russia, la decisione di Bruxelles viola «i diritti fondamentali e inalienabili di accesso alla giustizia, l’inviolabilità della proprietà, il principio di immunità sovrana degli Stati e delle loro banche centrali», contraddicendo inoltre «i principi fondamentali del diritto».
L’utilizzo dei beni di un Paese terzo è senza precedenti
Il ricorso, presentato da Mosca ai sensi dell’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, riguarda una decisione che è stata presa dall’Ue con 25 Paesi favorevoli e due contrari. La misura, che ha eliminato l’obbligo di votare la proroga del blocco ogni sei mesi – evitando così il possibile ostruzionismo di Ungheria e Slovacchia -, riguarda circa 210 miliardi di euro di asset sovrani russi. L’utilizzo dei beni di un Paese terzo è senza precedenti e giuridicamente complessa: trasformare rendimenti derivanti da asset altrui in risorse pubbliche tocca principi fondamentali del diritto di proprietà e potrebbe essere considerato una confisca indiretta. La Commissione europea ha proposto di erogare a Kyiv un “prestito di riparazione” utilizzando risorse russe, che l’Ucraina avrebbe potuto rimborsare dopo la fine della guerra, una volta che la Mosca avesse compensato i danni causati. Tuttavia, i paesi dell’Ue non sono riusciti a raggiungere un accordo sull’utilizzo degli asset russi.
La Banca di Russia aveva già fatto causa a Euroclear
La maggior parte dei fondi (circa 190 miliardi di euro) è depositata presso il depositario belga Euroclear: la Banca Centrale Russa, nel frattempo, ha intentato una causa contro Euroclear presso la Corte Arbitrale di Mosca, contestando l’utilizzo degli asset senza il suo consenso e chiedendo il risarcimento dei danni.
Alfonso Signorini, che si era già autosospeso da Mediasetdopo il caso-Corona, ha deciso di lasciare Chi, settimanale di cui è stato prima direttore responsabile (dal 2006 al 2023) e poi direttore editoriale. Il giornalista, nel suo ultimo editoriale anticipato dall’Ansa, parla di una scelta condivisa col Gruppo Mondadori e che non è stata «minimamente influenzata» dalle accuse dell’ex re dei paparazzi.
Fabrizio Corona (Ansa).
«Nel 2023 ho cominciato a sentire che il lavoro, tutto quello per cui fino ad allora avevo vissuto, non era più prioritario», scrive Signorini nell’editoriale. «La pandemia aveva modificato le mie abitudini, la mia quotidianità era un pensiero sottile, che si era impadronito della mia anima, che rendeva i miei sorrisi, i miei entusiasmi sempre più faticosi e le mie giornate sempre meno colorate». E poi: «Sentivo di avere la forza per cominciare una nuova vita. Il confronto con Marina Berlusconi, che prima di essere il mio editore è un’amica fraterna, ha portato a trovare una soluzione meno ‘traumatica’: avrei lasciato la direzione di Chi nelle mani del mio storico braccio destro, Massimo Borgnis, per assumere la direzione editoriale».
Nell’editoriale Signorini ringrazia la già citata Marina Berlusconi: «So che non mi mancheranno le nostre telefonate o i nostri weekend, perché continueremo a farli, ma mi mancheranno la sua lungimiranza, il suo profondo buon senso, anche il suo pragmatismo nel lavoro, che la rendono tanto simile a suo padre. Un uomo unico». Quanto a Fabrizio Corona, Signorini scrive che «lo squallore si commenta da solo» e che, accanto a «un mondo meraviglioso da raccontare», esiste anche «uno squallido sottoscala fatto da chi vive ai margini, che si nutre di menzogne e di cattiverie, un sottoscala fatto anche da chi assiste a crimini e calunnie mostruose con un ghigno, una ironia, o peggio ancora con un silenzio che delinque quanto il crimine stesso».
In un video choc ripreso durante il Carnevale popolare di Reggio Emilia di sabato 28 febbraio 2026, un ragazzo vestito da boia, con un’ascia di cartone in mano, si prodiga nel tagliare la testa (di carta) di Giorgia Meloni davanti a una riproduzione della ghigliottina. È l’ultima trovata degli haters della premier, il cui partito denuncia lo «spettacolo degradante» e la «violenza simbolica», segno di «un vuoto politico e culturale che provano a riempire con l’odio». Non è stata solo Meloni a finire nel mirino. Lo stesso trattamento sarebbe stato riservato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, all’omologo ungherese Viktor Orban, al presidente americano Donald Trump e a quello russo Vladimir Putin. «Collezionali tutti», c’è scritto in un cartello verde posto sotto il patibolo accanto a una “ruota della fortuna” con scritti i nomi da decapitare.