La riunione di mercoledì 4 febbraio – un “sequestro di persona” di quattro ore – si è conclusa con un esisto scontatissimo. Cioè l’auto-sabotaggio. Il capo di dipartimento dell’Università di Brescia avrebbe deciso di non convocare entro 45 giorni (limite il 15 febbraio) la commissione del concorso in Malattie respiratorie. Dunque, come stabilito da commi e cavilli del regolamento, per due anni l’ateneo non potrà chiedere un altro concorso per la stessa fascia, lo stesso gruppo e lo stesso settore scientifico e disciplinare. Perché questa scelta lecita ma autolesionista? L’abbiamo già spiegato con il condizionale: il motivo sarebbe la non vittoria – per oltre 50 punti di scarto, cinquanta! – del plenipotenziario primario degli Spedali Civili di Brescia, candidato “predestinato”.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto visita al Villaggio olimpico di Milano, dove ha firmato il murale della tregua e ha pranzato con gli atleti. «La prima competizione è con se stessi e con i propri limiti per superarsi, per migliorarsi, e poi c’è a fianco quella con gli altri partecipanti. Ci auguriamo che siano tante le medaglie, ma quello che è importante è il modo in cui parteciperete, con impegno, dando tutto voi stessi, con lealtà, con rispetto per gli altri. È una competizione che dà nel mondo uno spettacolo di straordinario valore, di convivenza, di amicizia, di umanità, di serietà», ha detto il capo dello Stato, che in serata parteciperà alla cena di gala con la presidente del Cio Kirsty Coventry e i vertici degli altri Paesi.
Il messaggio di Mattarella: «Vi auguro di ottenere i risultati migliori»
Gli atleti Arianna Fontana e Carlo Mornati gli hanno consegnato il giubbotto dell’Italia e Mattarella l’ha subito indossato. Accompagnato dalla figlia Laura, ha pranzato seduto tra la stessa Fontana, campionessa dello short track e portabandiera dell’Italia, e il pattinatore Pietro Sighel. Il menù prevedeva lasagna zucca e formaggio, pesce spada alla griglia con verdure al vapore, torta di mele e frutta di stagione. «È un gran piacere incontrarvi, ci siamo, state per cominciare. Naturalmente, alla vigilia dell’apertura, non posso non ricordare che per tutte e tutti voi che siete qui, questo è già un grande successo. Essere stati selezionati, essere in squadra, prendere parte alle Olimpiadi è già un traguardo di estrema importanza, un successo autentico, importante», ha detto ancora il presidente. Questo l’augurio che ha rivolto agli azzurri: «Siate consapevoli di quanto state per fare, vi auguro di ottenere i risultati migliori. Il primo risultato è appunto partecipare con tutti gli altri, con il valore dello sport che manda al mondo un messaggio di pace e di serenità. Grazie per il impegno che mettete, grazie in anticipo perché certamente renderete onore al tricolore, alla nostra bandiera e ai nostri colori. Grazie e in bocca al lupo».
Kamala Harris, ex vicepresidente degli Stati Uniti e candidata democratica alla Casa Bianca nel 2024, ha appena rilanciato su X e TikTok l’account KamalaHQ, che era stato chiuso dopo la sconfitta elettorale patita contro Donald Trump. Gli account contano oltre un milione di follower su X e più di cinque su TikTok: presto ribattezzati semplicemente “Headquarters”, in collaborazione con People for the American Way – che si definisce «un’organizzazione nazionale progressista che lotta per la libertà, la giustizia e la democrazia» – diventeranno «un progetto online per la campagna elettorale della prossima generazione». Prevista, come spiega un comunicato stampa, la pubblicazione di contenuti anche su Substack, YouTube e altre piattaforme.
«I conservatori costruiscono un’infrastruttura organizzativa permanente. I progressisti hanno storicamente costruito macchine che vengono smantellate dopo il giorno delle elezioni. Headquarters segna la fine di questo ciclo», si legge nel comunicato, che parla di un luogo online «in cui poter andare per essere aggiornati sulle ultime novità e anche per incontrare e rivedere alcuni dei nostri grandi e coraggiosi leader, siano essi leader eletti, leader della comunità, leader civici, leader religiosi, giovani leader».
Harris: «Continuate a seguirci. Ci vediamo là fuori»
In un video registrato per il lancio di Headquarters, Harris dichiara: «Sono davvero entusiasta. Continuate a seguirci. Ci vediamo là fuori». L’ex numero due di Joe Biden, che ha recentemente iniziato una seconda parte del tour dedicato al suo libro 107 giorni, racconto della sua corsa alla Casa Bianca (la più breve della storia moderna), avrà un ruolo onorario presso la sede centrale come presidente emerita, ma non la supervisione editoriale dei post, spiega la nota. Harris ha affermato a più riprese di essersi momentaneamente ritirata dalla politica. Ma ha lasciato la porta aperta a un’altra corsa presidenziale. Il rilancio degli account social, anche se con altro nome e con obiettivi diversi da quelli originari, sembra in effetti un passo in questa direzione.
Allarme norovirus nel Villaggio Olimpico di Milano. Quattro giocatrici della nazionale finlandese di hockey su ghiaccio sono risultate positive al norovirus, altamente contagioso e causa di gastroenteriti acute. Le atlete sono state isolate, al pari delle loro compagne di stanza. Tutto questo a poche ore dal debutto nel torneo olimpico, previsto la sera del 5 febbraio contro il Canada. La Finlandia (bronzo a Pechino 2022), per scendere in campo dovrà schierare almeno 17 giocatrici, incluse due portiere, cosa a questo punto non scontata. La squadra in via precauzionale ha annullato gli allenamenti e gli impegni con i media. Le cose da sapere sul norovirus.
Cos’è il norovirus
Il norovirus, altamente contagioso e causa più comune di gastroenterite acute, provoca vomito, diarrea, crampi addominali e talvolta febbre. Il periodo di incubazione del virus è di 12-48 ore, mentre l’infezione dura dalle 12 alle 60 ore. Il norovirus viene trasmesso tra persone che vivono in prossimità e condividono gli stessi spazi, soprattutto se manca una corretta igiene delle mani. Può diffondersi rapidamente attraverso superfici contaminate, alimenti o liquidi: questo rende difficile intercettare tempestivamente i primi casi. Come detto, nella maggior parte dei soggetti l’infezione si risolve in pochi giorni. Ma i sintomi possono essere debilitanti, soprattutto per persone fragili o atleti sottoposti a sforzi intensi.
«Godzilla a Leonardo? E a Fincantieri chi ci mettono, Jeeg Robot?», scherzano alcuni parlamentari sentendo i nomi che girano per occupare le poltrone più importanti delle società pubbliche. Niente paura, dopo il viaggio in Giappone di Giorgia Meloni non ci sono sorprese da fumetto, come nei suoi amati manga, per il risiko delle “partecipate”, dove ballano parecchie presidenze: il nome di cui si parla per Leonardo, il colosso della difesa, è Cuzzilla, non Godzilla. Stefano Cuzzilla è uno storico leader di Federmanager, e guida anche il Fasi, il fondo di assistenza dei dirigenti industriali italiani. Quest’ultimo gli ha permesso di conoscere tutti i big del mondo della sanità, convenzionati con il Fasi per le cure cliniche. E ora potrebbe prendere il posto del presidente Stefano Pontecorvo (anche se per quell’incarico si era fatto pure il nome di una donna). Attualmente Cuzzilla è presidente di Trenitalia ed è consigliere di amministrazione di Cassa depositi e prestiti. Stimatissimo dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, Cuzzilla, classe 1965, è inoltre presidente di Cida, la Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità: iniziò come vicepresidente della società regionale del Lazio dedicata alle strade, Astral, ben visto dall’allora Margherita. C’è da dire che quell’incarico gli procurò il soprannome che si porta dietro da allora, e che viene pronunciato al suo apparire: «È arrivato lo stradino». Per i suoi amici è un «numero uno», e «troppo forte». Ambizioso, Cuzzilla è diventato padre da poco tempo, ama il sushi e la cucina giapponese. E qui si torna ai manga. Comunque, il collegamento tra i treni e la Difesa c’è, dato che in tempo di guerra la logistica ferroviaria è al primo posto nelle strategie degli alti comandi militari: il passo da Trenitalia a Leonardo, quindi, tutto sommato si può fare…
Nell’agenda di papa Leone, nella giornata di giovedì 5 febbraio, ecco la prima udienza: riceve il primo ministro della Repubblica di Albania Edi Rama. Stranamente, nel passaggio nella Capitale non è previsto alcun incontro ufficiale con Giorgia Meloni, sua grande (ex?) amica. E qualcuno si chiede: «Come mai?».
L’ammazzasentenze è morto
Corrado Carnevale, storico presidente della prima sezione penale della Corte suprema di Cassazione, noto come “l’ammazzasentenze”, se n’è andato all’età di 95 anni. Una carriera vissuta tra infinite polemiche, attacchi continui per il suo operato, «che poi era semplicemente la verifica attenta degli errori compiuti nei gradi inferiori del processo, spesso fatto con i piedi da incompetenti: quelli che lui rilevava non erano certo cavilli», sibila un suo anziano collega. Sul quotidiano Il Messaggero ecco il necrologio scritto dai familiari: «Ne danno il triste annuncio i figli, i nipoti e i parenti tutti ricordandone l’altissimo esempio di rigore e rettitudine nonché l’impegno morale per l’affermazione della legge e della Giustizia». Funerali romani il 6 febbraio nella basilica del Sacro Cuore di Cristo Re, in viale Mazzini. Tanti amici coetanei sono morti, nel corso degli anni, ma una lunga serie di discepoli c’è, nella magistratura e nel mondo dell’avvocatura: pronti a mettersi in fila a onorare Corrado Carnevale da Licata. Tra le tante registrazioni disponibili nell’archivio della benemerita Radio Radicale, da ascoltare c’è sicuramente quella del 7 aprile 2004 dedicata alla «domanda di riammissione in servizio del giudice Corrado Carnevale a seguito del decreto legge che ha stabilito il diritto al reintegro dei pubblici dipendenti sospesi dal servizio a causa di un procedimento penale a loro carico che si è concluso con l’assoluzione», richiesta nata dopo che le Sezioni Unite della Cassazione annullarono senza rinvio la sentenza di condanna a sei anni di reclusione inflitta a Carnevale dalla corte d’appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, con la formula “perché il fatto non sussiste”.
Il 5 febbraio 2026, è scaduto l’accordo New START tra Stati Uniti e Russia, che siglato a Praga l’8 aprile 2010 (e poi entrato in vigore il 5 febbraio 2011) limitava a 1.550 il numero di testate nucleari strategiche – ovvero con funzione deterrente – dispiegabili dai due Paesi e a 700 i vettori operativi – tra missili balistici intercontinentali, sottomarini nucleari lanciamissili e bombardieri pesanti – con un tetto complessivo di 800 sistemi tra schierati e non schierati. L’accordo prevedeva anche il bando al dispiegamento di armi strategiche fuori dal territorio nazionale dei due Paesi firmatari. Con la scadenza del trattato, vengono meno i vincoli giuridicamente vincolanti e i meccanismi di verifica (quest’ultimi erano in realtà già saltati): senza alcun freno, c’è ora lo spauracchio della corsa agli armamenti. E sullo sfondo c’è anche l’ingombrante presenza della Cina.
Le comunicazioni periodiche previste dal New START si erano interrotte dalla pandemia
Il New Strategic Arms Reduction Treaty, che aveva sostituito i precedenti accordi START, gli START I, START II e SORT, è – o meglio era – un’intesa di fondamentale importanza: si stima infatti che negli arsenali di Washington e Mosca ci sia il 90 per cento degli ordigni nucleari mondiali: 5.177 testate per Washington e 5.459 per Mosca comprendendo quelle tattiche, ovvero progettate per essere utilizzate sul campo di battaglia in situazioni belliche. Il New START, siglato da Barack Obama e Dmitry Medvedev e prorogato nel 2021 – per cinque anni – poco dopo l’insediamento di Joe Biden, prevedeva anche comunicazioni periodiche di informazioni sul dispiegamento e l’evoluzione dell’arsenale, sospese però durante la pandemia di Covid e poi mai riprese a causa delle crescenti tensioni dopo l’invasione dell’Ucraina.
Barack Obama e Dmitry Medvedev (Ansa).
Putin, Trump e la mancata estensione del formato alla Cina di Xi
La scadenza del patto New START segna la conclusione della stagione del controllo delle armi nucleari iniziata nel 1972 con la firma da parte di Richard Nixon e Leonid Bréžnev del Trattato contro i sistemi antimissili balistici. Vladimir Putin aveva proposto il proseguimento informale dell’accordo (senza però controlli e scambio di informazioni): Donald Trump aveva risposto in modo positivo, chiedendo però l’estensione del formato alla Cina, il nuovo grande avversario a livello globale degli Stati Uniti. Si stima che la Repubblica Popolare, contraria a partecipare a negoziati fino al raggiungimento della parità con Washington, abbia raddoppiato in pochi anni il suo arsenale: secondo le stime Pechino ha circa 600 testate nucleari. «Il presidente è stato chiaro. Non è possibile il controllo degli armamenti nel XXI secolo se non include in qualche modo la Cina, che ha un arsenale vasto e in crescita», ha ribadito alla vigilia della scadenza del New START il segretario di Stato Usa Marco Rubio.
Donald Trump (Ansa).
Il mancato rinnovo del patto getta ombre molto scure sul futuro
Prima di oggi l’ultimo accordo Usa-Russia di non proliferazione a essere abbandonato era stato il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato nel 1987 e stracciato unilateralmente da Washington nel 2019. Il mancato rinnovo del New START non può non gettare ombre molto scure sul futuro. Putin ha assicurato a Xi Jinping che la Russia «agirà in modo ponderato e responsabile», come ha spiegato il consigliere diplomatico presidenziale Yuri Ushakov. Allo stesso tempo, il portavoce dello zar Dmitry Peskov ha però avvertito che «il mondo si troverà in una situazione più pericolosa di prima», perché la Russia e gli Stati Uniti «si troveranno senza un documento fondamentale che limiti e controlli gli arsenali».
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).
Gli appelli delle Nazioni Unite e del papa contro la proliferazione
In tale contesto Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha esortato Stati Uniti e Russia a «concordare rapidamente» un nuovo trattato sul disarmo: «Questo smantellamento di decenni di progressi non potrebbe arrivare in un momento peggiore: il rischio di un uso nucleare è al livello più alto da decenni». Sulla questione New START si è espresso anche papa Leone XIV: «Nel rinnovare l’incoraggiamento ad ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto e efficace». La situazione attuale, ha sottolineato il pontefice, «dice di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le Nazioni». Difficile dargli torto.
Dopo che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato il governo a limare il pacchetto sicurezza – 80 pagine complessive divise in due provvedimenti, un decreto e un disegno di legge -, il testo che arriverà in Cdm giovedì 5 febbraio 2026 sarà leggermente modificato rispetto alle bozze circolate nei giorni precedenti. Il capo dello Stato ha infatti incontrato al Quirinale il sottosegretario Alfredo Mantovano chiedendo chiarimenti e correttivi soprattutto su due punti, il cosiddetto scudo penale per le forze dell’ordine e il fermo preventivo di sospetti prima dei cortei che potrebbero costituire un pericolo per lo svolgimento pacifico delle manifestazioni. Il Colle non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, ma da ambienti parlamentari si è appreso che Mattarella avrebbe sottolineato che sullo scudo è importante non creare una giurisprudenza separata per categorie (cioè non prevederlo solo per le forze dell’ordine) per non violare il principio di uguaglianza sancito dalla Carta, e che sul fermo non basta un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo. Sarebbe inoltre ritenuta eccessiva la durata di 12 ore ipotizzata per gli accertamenti.
Come cambiano scudo penale e fermo preventivo
Cosa cambia, dunque, rispetto ai testi originari? Il cosiddetto scudo verrebbe esteso a tutti i cittadini come forma estesa di legittima difesa, quindi non solo agli agenti. Si tratta della non più automatica iscrizione nel registro degli indagati di chi commette un reato con una evidente causa di giustificabilità, che verrà iscritto in un registro separato usufruendo di una corsia preferenziale e dell’archiviazione entro 30 giorni qualora il pm non valuti diversamente i fatti. Sarà un magistrato a decidere se sussistono le condizioni per l’applicazione della causa di giustificabilità. Quanto al fermo, la nuova norma dovrebbe prevedere che, in occasione di manifestazioni pubbliche, le forze dell’ordine possano accompagnare in questura o in caserma e trattenere per non più di 12 ore solo persone con precedenti specifici e/o trovate in possesso di armi o oggetti atti a offendere. Non basta dunque un semplice sospetto. Il fermo, nel rispetto dell’articolo 13 della Costituzione, dovrà comunque essere comunicato tempestivamente al magistrato di turno che dovrà verificare se sussistano le condizioni di legge per il trattenimento, altrimenti potrà ordinare l’immediato rilascio della persona.
La proposta di legge di iniziativa popolare Remigrazione e Riconquista, che avrebbe dovuto essere illustrata alla Camera prima che la conferenza stampa venisse annullata a causa delle proteste delle opposizioni, ha superato, sulla piattaforma del ministero della Giustizia, le 50 mila firme necessarie per poter essere presentata in Parlamento. Il testo, composto da 24 articoli suddivisi in sei capi, interviene in modo ampio su immigrazione, cittadinanza, politiche demografiche e sicurezza. Ecco cosa prevede.
Dalle espulsioni ai rimpatri fino all’abolizione della protezione speciale
La proposta contiene misure più incisive di contrasto all’immigrazione irregolare, al traffico di esseri umani e allo sfruttamento lavorativo, attraverso l’inasprimento delle sanzioni penali e patrimoniali, il potenziamento delle espulsioni e dei rimpatri e specifiche disposizioni per stranieri condannati per reati gravi, inclusa la revoca della cittadinanza acquisita per naturalizzazione nei casi previsti. Il fulcro della pdl è l’istituzione di un programma nazionale di remigrazione, termine con cui si intende il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di origine mediante incentivi economici, percorsi formativi pre-partenza e supporto al reinserimento. Punta inoltre a istituire un fondo per la remigrazione – finanziato anche tramite la riconversione di risorse già destinate all’accoglienza e mediante proventi da confische -, introdurre disposizioni per la regolamentazione delle attività delle Ong operanti nel Mediterraneo, rivedere le norme sul ricongiungimento familiare e abolire la protezione speciale.
Durante la riunione del Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper), gli Stati membri dell’Unione europea hanno indicato il francese François-Louis Michaud come nuovo presidente dell’Autorità bancaria europea (EBA), agenzia dell’Ue creata nel 2011 e incaricata di attuare un corpus di norme standard per regolamentare e vigilare sul settore bancario in tutti i Paesi dei Ventisette. Michaud ricopre da settembre del 2020 l’incarico di direttore esecutivo della stessa EBA. La nomina dovrà ora essere confermata dal Parlamento europeo e successivamente approvata formalmente dal Consiglio Ue, secondo la procedura istituzionale prevista. Michaud prenderà il posto dello spagnolo José Manuel Campa, che ha concluso prematuramente il suo secondo mandato il 31 gennaio per motivi personali e familiari.
Più passano i giorni, più si alza il livello dello scontro tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci, fresco di addio alla Lega. «Io non sono un traditore, semmai è lui che ha tradito valori e ideali. È Salvini, o meglio il suo partito, nel quale ero, che continua a promuovere determinate idee e concetti e poi allo stato dei fatti quando si tratta di votarli va in un’altra direzione», ha detto l’ex vicesegretario del Carroccio nella serata del 4 febbraio prima di arrivare a Modena, per un evento programmato da tempo sulla ‘remigrazione‘ – citata anche nel manifesto del suo movimento politicoFuturo Nazionale.
Salvini: «Ho la tessera della Lega dal 1991, ne ho visti di ingrati»
Salvini, nel corso di una conferenza stampa sul referendum della giustizia alla Camera, aveva detto: «Per me il capitolo è chiuso. Ho la tessera della Lega dal 1991 e quindi ne ho visti tanti, anche alcuni che non hanno mantenuto la parola e gli impegni, che hanno dimostrato di essere – cito il titolo di un libro di una grande italiana, Maria Rita Parsi – ingrati». E poi: «Quelli di Vannacci sono 500 mila voti della Lega, non porta via niente. Dispiace umanamente, ma non preoccupa. Gli abbiamo spalancato le porte di casa quando tutti lo attaccavano. Il ringraziamento è stato ‘mi tengo il posto, arrivederci’».
Roberto Vannacci (Ansa).
Vannacci: «La Lega era un contenitore che tradiva la mia identità»
Sempre da Modena, nel corso dell’evento che di fatto si è trasformato nel debutto del nuovo movimento, Vannacci ha dichiarato: «Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come si proponeva il documento di Luca Zaia. Non è possibile fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all’Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi all’Ucraina». E poi: «Non è possibile fare una campagna pubblicitaria ed elettorale dicendo che si vuole demolire la legge Fornero e poi invece rimanere all’interno di una coalizione che la legge Fornero l’ha confermata e, se si vuole, anche inasprita. Non rimango in un contenitore che tradisce la mia identità». Vannacci ha successivamente spiegato di aver lasciato la Lega anche perché, nonostante la carica di vicesegretario, non gli è stata data «la possibilità di essere incisivo». Dato l’addio al Carroccio e pertanto escluso dai Patrioti, l’ex generale ha escluso di mollare il suo seggio all’Eurocamera: Alternative für Deutschland ha aperto al suo ingresso nel gruppo Europa delle Nazioni Sovrane.
Matteo Salvini (Ansa).
L’ex generale: «Futuro Nazionale al 4 per cento, non male come rampa di lancio»
Riguardo a Futuro Nazionale, Vannacci ha commentato: «Un sondaggioha presentato qualcosa che ancora non esiste al 4,2 per cento, mica male come rampa di lancio. Significa che c’è qualcuno che apprezza i valori del mio partito che ho specificato nel mio manifesto». Vannacci ha inoltre detto che di non aver sentito Giorgia Meloni e che la sua nuova realtà politica «è interlocutore naturale della destra», per quanto quella al governo sia spesso «incoerente». Fratelli d’Italia, ha sottolineato, ha fatto campagna elettorale proponendo il blocco navale e poi ha votato il decreto flussi.
Vannacci: «Io come Fini? No, come Meloni quando lasciò il Pdl»
Intervenuto poi a Realpolitik su Rete 4, Vannacci ha commentato l’accostamento al “traditore” Gianfranco Fini, suggerito dai leghisti. «Più che come Fini, io mi sento come Meloni quando ha lasciato il Popolo della Libertà per le divergenze di vedute. Sono due interpretazioni diverse. Salvini ha parlato di lealtà, onore, disciplina e dovere. Ma lealtà non vuol dire obbedienza cieca, onore non vuol dire immobilismo. Io non abbandono il posto di combattimento, sono l’unico che lo presiede».
Il Washington Post prevede di licenziare centinaia di giornalisti, almeno 300 degli 800 che compongono la redazione. Lo riporta il New York Times, secondo cui ci sarebbe stata una videochiamata con i dipendenti per annunciare l’inizio dei tagli. Una decisione che arriva pochi giorni dopo che il quotidiano, edito dal fondatore di Amazon Jeff Bezos, ha ridotto la copertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina a causa delle crescenti perdite finanziarie. La decisione di licenziare personale sarebbe infatti legata alla frenata, in termini di abbonamenti, lettori e quindi ricavi, subita dal giornale negli ultimi due anni.
I tagli alle redazioni Sport e Libri
Secondo quanto ricostruito, il direttore esecutivo Matt Murray e il responsabile delle risorse umane Wayne Connell hanno inviato una mail ai dipendenti invitandoli a «restare a casa per l’intera giornata», chiedendo di partecipare a una riunione su Zoom alle 8.30 del mattino in cui è stata annunciata la nuova linea. I tagli dovrebbero riguardare le sezioni Sport e Libri ma anche la redazione Metro, che si occupa di coprire Washington DC, Maryland e Virginia. Il giornale ha intenzione di puntare tutto sulla politica e aumentare la copertura su tematiche come scienze, salute, tecnologie e storie di vita quotidiana online. Il capo ufficio Matt Viser e altri sette cronisti della Casa Bianca hanno firmato una lettera con cui avvertono che il giornale non potrà mantenere i suoi standard di eccellenza se verranno colpite in modo significativo altre aree della testata: «Se il piano è riorientare il giornale quasi esclusivamente sulla politica, vogliamo sottolineare quanto il nostro lavoro dipenda dalla collaborazione con le redazioni esteri, sportive e locali. Se una parte viene indebolita, ne risentiremo tutti».
Carlo Calenda è in una nuova fase. Dopo quella montezemoliana (Periodo Blu), c’è stata la fase montiana, con Scelta Civica (Periodo Rosa), poi c’è stata la fase terzopolista (sempre picassianamente, il Periodo Africano) dunque è arrivato il Cubismo che ha rivoluzionato la prospettiva, quantomeno la sua: Azione, seppur mossa dal calendacentrismo, era partita bene ma ha perso pezzi pregiati nel corso del tempo (Mara Carfagna, Enrico Costa, Mariastella Gelmini; e ora occhio a Matteo Richetti, che non gradisce le interlocuzioni, contianamente parlando, con il governo).
Matteo Richetti con Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Nonostante le percentuali, Calenda è sempre al centro dei giochi
La fase di ora assomiglia sempre di più a una impazzita scheggia radicale, nel senso del Partito Radicale. Fase pannelliana, insomma. Il partito, Azione, vale il 3 per cento o su di lì, ma Calenda è sempre al centro dei giochi. Catechizza giornali e giornalisti, cerca di dettare l’agenda pubblica, va a parlare con (quasi) tutti. Parla con Forza Italia, fanno il suo nome come possibile candidato sindaco di Roma per conto del centrodestra (o destra-centro), anche se lui smentisce. Ma ormai chi ci crede più alle smentite, pensate al povero Matteo Salvini (lui è fermo da tempo al Periodo Marrone, perché la situazione non è entusiasmante) che si è dovuto bere o ha fatto finta di doversi bere la favola di Roberto Vannacci quale salvatore della patria leghista (lui è Periodo Nero, senz’altro, con tutti quegli occhieggiamenti alla X Mas).
Da sinistra, Carlo Calenda, Antonio Tajani e Letizia Moratti (Imagoeconomica).
Sicché, Calenda fa e disfa, con delle fissazioni certamente salutari, come quando ripete che lui con i cinque stelle non ci vuole avere niente a che fare, mentre Elly Schlein vola sulle ali dell’entusiasmo e campolargheggia, perdonando a Giuseppe Conte qualsiasi riposizionamento sulla politica estera e sulla sicurezza, memore forse dei bei tempi dei decreti Salvini.
Elly Schlein con Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Le rovine del Terzo Polo con Renzi fumano ancora
Certe volte, in tutto questo fare e disfare, Calenda si autodisfa, persino. La vicenda del Terzo Polo, fu Terzo Polo anzi, è ancora lì che fumiga. Ogni tanto riemerge. Anche se ad autodisfarsi sono stati senz’altro in due (c’è anche Matteo Renzi, va da sé). L’altro giorno lui e il suo vecchio socio se ne sono dati di nuovo di santa ragione via social dopo un’intervista dell’ex presidente del Consiglio a Repubblica: «Calenda non va a destra, perché non lo seguono nemmeno in famiglia. Persino Richetti ha minacciato di andarsene», ha detto Renzi. Calenda «aveva un gruppo di 10 al Senato, adesso è solo al Misto. Per il momento sta in mezzo, ma arriverà l’ora in cui gli verrà detto: hic Rhodus, hic salta. O stai di qua o di là. Altrimenti fa la fine del pinguino che sbaglia strada e va verso la montagna andando incontro a una fine ingloriosa».
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Al che Calenda ha replicato, serenamente: «Caro Matteo Renzi sei un campione di chiacchiere. I fatti sono semplici. Noi siamo rimasti e rimarremo dove gli elettori del terzo polo ci hanno messo, tu stai supplicando per essere caricato a bordo da Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni dopo esserti vantato di aver mandato a casa Conte e aver promesso mai con i 5S. Noi siamo andati in Ucraina ogni anno perché sappiamo che li si combatte per l’Europa, tu non hai mai trovato il tempo di andare, mentre ti scapicolli alla corte di Jared Kushner e dei tuoi datori di lavoro sauditi». E via così.
Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Alle Politiche la priorità come sempre sarà mantenere il posto
Non è chiaro fin dove possa spingersi Calenda adesso, visto che è arrivato quasi alla fine delle varie fasi possibili. La campagna elettorale per le elezioni politiche è già iniziata e alla fine anche a lui toccherà, come un Renzi qualsiasi, cercare di capire come essere rieletto in Parlamento.
Nel 2025 il gruppo Credit Agricole in Italia ha registrato un utile netto di 1,4 miliardi, di cui 1,1 miliardi di pertinenza del gruppo. I ricavi hanno superato i 5,1 miliardi (+1 per cento), mentre sul fronte degli aggregati patrimoniali il totale dei finanziamenti è salito dell’1,9 per cento a 103 miliardi e la raccolta totale dell’1,6 per cento a 346 miliardi. Il Gruppo serve oltre 6 milioni di clienti. Quanto alla sola controllata Credit Agricole Italia, l’utile netto è stato pari a 797 milioni, sostanzialmente in linea rispetto all’anno precedente. I proventi operativi netti sono stati pari a 3,1 miliardi (-0,6 per cento), con interessi netti a 1,7 miliardi (-5,2 per cento) e commissioni a 1,3 miliardi (+5,3 per cento), trainate dal risultato dell’attività di collocamento di prodotti Wealth Management (+12 per cento). Gli oneri operativi sono saliti del 3,7 per cento a 1,66 miliardi, con un rapporto cost/income al 51,1 per cento. Il costo del credito è sceso a 34 punti base. Il Gruppo Crédit Agricole nel suo complesso ha ottenuto nel 2025 un utile netto di 8,754 miliardi di euro, con ricavi pari a 39,5 miliardi di euro.
Brasseur: «Risultati positivi in linea con le sfide del Pmt di Gruppo Act 2028»
«Concludiamo un 2025 dai risultati positivi, raggiunti grazie al contributo fondamentale di tutte le nostre colleghe e i nostri colleghi. L’Italia si conferma un mercato chiave del Gruppo Credit Agricole, con oltre 6 milioni di clienti e contribuendo con 1,1 miliardi all’utile netto del Gruppo. Questi risultati si confermano in linea con le sfide del Pmt di Gruppo Act 2028, un progetto di crescita che valorizza le eccellenze di tutte le linee di business, in un disegno strategico coerente e coeso», ha dichiarato Hugues Brasseur, amministratore delegato di Credit Agricole Italia e senior country officer. La banca ha consolidato il primo posto tra le banche universali in Italia per Indice di raccomandazione cliente – Irc, ed è significativo il dinamismo commerciale con l’acquisizione di circa 212 mila nuovi clienti (+13 per cento a/a), grazie anche al supporto rilevante del canale digitale (40 per cento).
La possibile fusione tra Monte dei Paschi di Siena (la cui assemblea mercoledì ha approvato le modifiche statutarie per la lista del cda) e la controllata Mediobanca è diventata il nuovo terreno di scontro nel sistema finanziario italiano. Un’operazione che l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, starebbe spingendo con determinazione, convinto che sia l’unica strada per centrare i 700 milioni di sinergie promesse alla Bce. Il nuovo piano industriale, atteso nelle prossime settimane, non è ancora passato sul tavolo del Cda – impegnato nel proprio rinnovo – ma già solleva più di un dubbio.
La sede del Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).
I dubbi sui costi del delisting
Il primo riguarda i costi del delisting di Mediobanca. Ai valori dell’Opas lanciata lo scorso autunno, l’operazione peserebbe per circa 3 miliardi di euro. Da allora, infatti, i titoli di Piazzetta Cuccia hanno perso terreno (-9,7 per cento), mentre Mps ha corso (+16,3 per cento). Il risultato è un paradosso: l’offerta di Lovaglio – 2,533 azioni Mps più 0,90 euro cash per ogni titolo Mediobanca – oggi equivarrebbe a 24,25 euro per azione, contro un valore di mercato fermo a 18,8 euro. Una forbice che rende l’operazione sempre più costosa per Siena. Se si aggiungono i circa 500 milioni necessari per attivare le sinergie, il conto finale sfiora i 3,5 miliardi per ottenere risparmi stimati in 700 milioni.
La sede di Mediobanca in Piazzetta Cuccia a Milano (Imagoeconomica).
La narrazione degli impegni presi con la Bce non regge
A giustificare il delisting viene evocata la necessità di rispettare gli impegni presi con la Bce al momento dell’Opas. Ma basta leggere il prospetto depositato il 3 luglio – ancora disponibile sul sito della banca – per scoprire che la narrazione non regge. A pagina 79 si specifica che, con una partecipazione inferiore al 90 per cento (oggi Mps è all’86,35), è previsto il mantenimento della quotazione di Mediobanca, salvo casi di flottante insufficiente. E a pagina 181 si chiarisce che l’integrazione tra i due istituti non richiede affatto una fusione per incorporazione.
La sede della Bce a Francoforte (Imagoeconomica).
Le possibili alternative alla strategia di Lovaglio
In altre parole, il delisting non è un obbligo regolamentare, ma una scelta strategica di Lovaglio. Una scelta che potrebbe rivelarsi onerosa per gli azionisti di Mps, mentre esistono alternative meno traumatiche: dalla fusione tra Widiba e Mediobanca Premier a un più deciso intervento sui costi. C’è persino chi ipotizza l’opzione opposta: aumentare il flottante di Mediobanca, consentendo a Mps di monetizzare una parte della partecipazione e finanziare nuove iniziative.
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).
L’occhio della Consob sulle possibili speculazioni
Nel frattempo, l’incertezza alimenta la speculazione. Il titolo Mediobanca è balzato di circa il 6 per cento, un movimento che avvantaggia gli investitori più aggressivi ma aumenta i rischi per entrambe le platee di azionisti. Una dinamica che Consob sta seguendo con crescente attenzione.
L’Assemblea nazionale di Anso – Associazione nazionale stampa online, ha eletto Michele Pinto nuovo presidente per i prossimi tre anni. Pinto succede a Marco Giovannelli, che ha guidato l’Anso negli ultimi nove anni, per tre mandati consecutivi. Un lungo periodo nel quale l’ente è cresciuto, si è strutturato e ha ottenuto la sottoscrizione del contratto di lavoro giornalistico Anso–Fisc. «La presidenza di Marco Giovannelli e il lavoro del direttivo uscente hanno costruito basi solide. Il mio impegno sarà quello di proseguire su questo percorso, affrontando una nuova fase di crescita e di sfide per l’editoria locale online», ha detto Pinto. «L’editoria vive una fase complessa, ma l’informazione resta essenziale. Anso deve continuare a fornire agli editori strumenti concreti per crescere e rafforzarsi. Editori più solidi significano anche condizioni di lavoro più stabili e serene per chi fa informazione ogni giorno», ha aggiunto. Fondata nel 2003, Anso ha l’obiettivo di rappresentare e tutelare gli interessi degli editori di testate giornalistiche online a carattere locale.
Lo “zar dei confini” Tom Homan, inviato da Donald Trump a Minneapolis dopo l’uccisione del manifestante Alex Pretti, ha annunciato che il governo federale ritirerà «immediatamente» 700 agenti dal Minnesota, Questo lascerà circa 2 mila agenti sul campo, ha spiegato Homan, aggiungendo che il ritiro totale di Ice e Border Patrol «dipenderà dalla cooperazione con le forze dell’ordine locali e statali».
Protesta contro l’Ice (Ansa).
Il sindaco di Minneapolis: «Non è una de-escalation»
Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha dichiarato che il ritiro di 700 militari da parte del Dipartimento per la Sicurezza Interna, annunciato da Homan, «non rappresenta una de-escalation». Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha definito il parziale ritiro «un passo nella giusta direzione», aggiungendo che in ogni caso «l’Operazione Metro Surge non sta rendendo il Minnesota più sicuro».
Il sito Tmz ha pubblicato foto di Jeffrey Epstein senza vita dopo il suicidio avvenuto nel Metropolitan Correctional Center di Manhattan il 10 agosto 2019: le immagini mostrano il finanziere a torso nudo, con addosso i pantaloni arancioni da carcerato e la mandibola legata per tenere la bocca chiusa post mortem. Le foto fanno parte dell’ultima valanga di file diffusi dal Dipartimento della Giustizia Usa. Cinque scatti mostrano inoltre i tentativi di rianimazione dei sanitari e altri la cella di Epstein. In una foto si vede una striscia di stoffa arancione, ricavata probabilmente dalle lenzuola, usata dal finanziere per impiccarsi alla barra del letto. In altre immagini si possono vedere alcune aree del Metropolitan Correctional Center. Tmz ha inoltre diffuso alcuni documenti dell’autopsia di Epstein: la sua morte è stata dichiarata ufficialmente un suicidio, ma sono in molti a ritenere che in realtà sia stato ucciso, dato che aveva in scacco alcuni degli uomini più potenti al mondo.
Alla fine non ce l’ha fatta più e ha cancellato il volto di Giorgio Melonidall’affresco situato nella cappella del Crocifisso della basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma. Una decisione che Bruno Valentinetti, restauratore fai-da-te, pare aver preso dopo una «richiesta del Vaticano». La storia, ovviamente, non finisce qui, perché una buona parte è ancora da scrivere.
Bruno Valentinetti (Ansa).
Per il restauro sono stati stanziati (ma non spesi) 2,6 milioni del Pnrr
I lavori di restauro conservativo di San Lorenzo in Lucina sono inseriti neiprogetti del Pnrr, anche se la somma risulta non spesa. Sul sito si sottolinea che la basilica beneficia di un finanziamento totale di 2,64 milioni di euro dal ministero della Cultura, mentre il soggetto attuatore è il Fondo Edifici di Culto (Fec). Il progetto (codice CUP F89C22000410006) riguarda interventi di riqualificazione. La basilica in questione è di fatto di proprietà del ministero dell’Interno, gestito dal Fec, braccio esecutivo del Viminale per i beni acquisiti dallo Stato Italiano dopo la caduta dello Stato Pontificio per opera dei piemontesi, ovvero i Savoia. L’unico legittimato a parlare sarebbe il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che però sul tema non ha pronunciato una parola, impegnato poi com’era sui fatti accaduti a Torino.
La facciata di San Lorenzo in Lucina a Roma (Ansa).
Don Pintus, il parroco «picconatore»vicino ai monarchici
Facciamo ancora un passo indietro. In quella chiesa in qualità di parroco fu don Piero Pintus, amico del fu presidente della Repubblica Francesco Cossiga, a voler dedicare una cappellina a Umberto di Savoia, con tanto di monumento. Pintus nel 1992 venne “licenziato” dall’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini. Il parroco «picconatore» (cit. L’Unità) aveva infatti accusato Ruini di essere affiliato alla massoneria. Ma dietro la decisione del capo dei vescovi c’era la preoccupazione che quella basilica diventasse punto di riferimento per quell’aristocrazia nera che non era proprio a lui amica. Pintus, inoltre, era solito inviare lettere in cui dileggiava i politici di sinistra per difendere il suo vecchio amico Cossiga.
L’articolo dell’Unità sul ‘licenziamento’ di don Pintus.
A questo quadro già rocambolesco, si aggiunsero poi le polemiche dei monarchici, che volevano trasferire i resti dell’ultimo sovrano italiano nel Pantheon e, dopo essersi “accontentati” del busto in San Lorenzo in Lucina, difendevano la chiesa come se fosse cosa loro.
Una messa in suffragio di Maria di Savoia Borbone Parma in San Lorenzo in Lucina (Ansa).
La famiglia Memmo e il restauro del 2003
Di fronte alla chiesa si trova il complesso che fu dei Ruspoli, in parte acquistato dai Memmo, famiglia di origini leccesi. Il salotto di Daniela Memmo è caro da sempre alla destra romana. Alle sue cene spesso è presente il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, sempre attento ai problemi della chiesa nel mondo. Si dice che Valentinetti lavori anche per loro, i Memmo, oltre che per la basilica. Al Corriere della Sera, Daniela Memmo ha dichiarato di aver finanziato personalmente i lavori della cappella nel 2003: «Fu un omaggio a mio suocero Carlo, ministro della Real Casa», cioè Carlo d’Amelio (1902-1996), gentiluomo e cameriere segreto di cappa e spada di Sua Santità, che nel 1983 sostituì Falcone Lucifero nel ruolo di ministro della Real Casa di Savoia durante l’esilio. Storie d’altri tempi che sono riemerse nel 2026 per colpa di un angelo al quale è stato dato il volto di Giorgia Meloni.
Daniela Memmo con Gianni Alemanno, Dino Gasperini, Mario de Simoni nel 2012 (Ansa).
L’obolo delle fondazioni
Ma non è finita. Nel 2005 per il restauro «delle coperture della Chiesa di San Lorenzo in Lucina e di due cappelle interne a essa», come si legge nei documenti della Camera, fu proposto di utilizzare la destinazione dell’8 per mille del gettito Irpef per un importo di 190 mila euro. Non è specificato di quali cappelle si trattasse ma la firma era dell’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nel corso degli anni, come mecenate, nella basilica è intervenuta anche la Fondazione Camillo Caetani. Di fondi di Santa Romana Chiesa, direttamente, non se ne parla. Sono sempre girati tramite l’8 per mille. E per le emergenze c’è sempre stato il Fec. L’attuale parroco, don Cesare Micheletti, aveva parlato di due fondazioni. Esiste anche la Fondazione Memmo, che organizza iniziative culturali e gestisce lo spazio espositivo di via di Fontanella di Borghese. Il cerchio è chiuso (o quasi). Mancava solo l’apparizione, nella puntata di mercoledì de La pennicanza, su Radio2, di Fiorello con la maglietta nera con l’angelo Meloni…
Fiorello con la t-shirt del cherubino-Meloni alla Pennicanza (da RaiPlay).La maglietta di Fiorello con l’angelo-Meloni (da RaiPlay).
Roberto Vannacci «è un ottimo politico e siamo suoi fan, vediamo cosa succederà». Lo ha detto all’Ansa René Aust, eurodeputato di Alternative für Deutschland e capogruppo di Europa delle Nazioni Sovrane (Esn), rispondendo a una domanda riguardo il possibile ingresso dell’ex generale nella sua famiglia politica, dopo l’addio alla Lega e la conseguente esclusione dai Patrioti.
Altro che dimissioni da europarlamentare: Vannacci si avvicina a Esn
Insomma, altro che dimissioni dal Parlamento europeo: nel futuro di Vannacci, che era già stato destituito dalla vicepresidenza dei Patrioti per volontà dei francesi del Rassemblement National a causa delle tesi esposte ne Il mondo al contrario, potrebbe profilarsi l’ingresso in Esn, gruppo di estrema destra nato 10 luglio 2024 a seguito delle Europee su iniziativa dei tedeschi di AfD. Del gruppo, che conta 27 seggi a Strasburgo, fanno parte (tra gli altri) anche i francesi di Reconquête, i polacchi di Nowa Nadzieja, gli slovacchi di Repubblica e i bulgari di Rinascita. Tra i partiti politici dei Patrioti per l’Europa – nato anch’esso nel 2024 – ci sono invece la Lega, il RN, gli ungheresi di Fidesz, gli spagnoli di Vox, i portoghesi di Chega e il Partito per la Libertà olandese.
Qualcuno l’ha letta come una sorta di sgarbo postumo per l’accoglienza non certo entusiastica riservata dagli analisti di Banca Intesa all’ops di Montepaschi su Mediobanca. Ma sicuramente è solo malizioso gossip. Sta di fatto però che, all’indomani della pubblicazione dei risultati 2025 e del piano di impresa della banca guidata da Carlo Messina (utili per 9,3 miliardi, il miglior risultato di sempre, e una proiezione che li porterà a oltre 11,5 nel 2029) dall’istituto di Piazzetta Cuccia, per mano dell’analista Andrea Filtri, è arrivato un giudizio freddino. «Sì, tutto bene. Ma vediamo che il titolo sta già scontando gli effetti del nuovo piano», è la sintesi di Filtri. Il quale, sempre nello stesso report, tesse l’elogio di Generali, di cui non manca di sottolineare «la qualità elevata degli utili, la forte gestione di cassa, la forte generazione di cassa… che supportano rendimenti interessanti per gli azionisti».
Andrea Filtri, analista di Mediobanca.
Insomma, tradotto come lo direbbe la casalinga di Voghera, se dovete investire piuttosto che a Milano guardate a Trieste. Su cui per altro niente da dire, visto che il Leone sotto la gestione di Philippe Donnet ha registrato performance brillantissime. In questo senso il giudizio di Mediobanca coincide con quello di altre banche d’affari, ma il diavolo si annida sempre nei dettagli, e qui il dettaglio non è da poco e sta nel fatto visto che che Piazzetta Cuccia è il socio di riferimento delle Generali.
Certo, l’invalicabile muraglia tra chi fa analisi e chi investe…
D’accordo, ci sono i chinese walls, le barriere che dentro le società finanziarie dovrebbe erigere una invalicabile muraglia tra chi fa analisi da chi investe, in modo da scongiurare il rischio di insider trading e conflitti di interessi. E nessuno dubita che Filtri rispetti in pieno la regola. Resta il fatto però che, per evitare la sindrome dell’oste che elogia come migliore il suo vino, bisognerebbe – là dove possibile – apprezzarlo con sobrietà.