Referendum sulla giustizia, il “no” allarga il vantaggio nell’ultimo sondaggio Ipsos

Dopo quello condotto da Ixè a un mese dal voto, un altro sondaggio fotografa il vantaggio del “no” sul “sì” in vista del referendum sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo. Ecco che cosa è emerso dall’ultima indagine Ipsos illustrata da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera.

Solo il 37 per cento si è detto certo di andare a votare

La consultazione non sembra attrarre grande interesse. Secondo l’ultimo sondaggio Ipsos per il Corsera, l’affluenza si aggirerà attorno al 42 per cento. E solo il 37 per cento si è detto certo di andare a votare. In questo scenario, che vede una mobilitazione maggiore soprattutto tra gli elettori dell’opposizione, il “no” viene dato in vantaggio con il 52,4 per cento. Il fronte del “sì” si fermerebbe al 47,6 per cento: meno 1,8 per cento rispetto a un mese fa.

Referendum sulla giustizia, il “no” allarga il vantaggio nell’ultimo sondaggio Ipsos
Nando Pagnoncelli (Imagoeconomica).

Con un’affluenza maggiore il “sì” potrebbe vincere

Per Pagnoncelli la tendenza alla crescita della contrarietà sembra acquisita, ma è ancora presto per affermare che vincerà il “no”. Secondo il sondaggista, il “sì” potrebbe infatti spuntarla se l’affluenza raggiungesse (o superasse) il 49 per cento, in virtù di una maggiore partecipazione da parte degli elettori di centrodestra. In tale scenario, la partita si giocherebbe sul filo del rasoio, con una differenza di pochi decimi tra i due schieramenti: il “sì” è dato al 50,2 per cento e il “no” al 49,8.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto

C’è un momento preciso in cui una guerra smette di riguardare solo chi la combatte. Non è quando cadono le bombe. Non è quando si contano i morti. È quando il prezzo del gas europeo esplode del 54 per cento in una seduta. Quando il più grande terminale GNL al mondo viene spento da uno sciame di droni che costa meno di un caccia in manutenzione. Quando un armatore di Rotterdam guarda i premi assicurativi per Hormuz e decide che oggi la sua petroliera non parte. Quel momento è adesso.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Una nave container nello Stretto di Hormuz (Ansa).

Hormuz: il collo di bottiglia del mondo

Lo Stretto di Hormuz — 33 chilometri nel punto più stretto — è il passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota cruciale del GNL globale. L’Iran lo ha chiuso il primo marzo. I transiti di petroliere, che fino a quel giorno erano in media 24, sono crollati a quattro. Non serviva una chiusura formale per produrre effetti sui mercati. Ma una chiusura reale li ha moltiplicati. Il Brent è balzato a 82 dollari al barile, con un rialzo del 9 per cento in una singola seduta. Goldman Sachs stima che se i volumi attraverso Hormuz restano ai livelli attuali per altre cinque settimane, il greggio raggiungerà i 100 dollari. UBS non esclude picchi sopra i 120. Barclays si attesta sui 100. Ma il vero detonatore non è il petrolio. È il gas.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Una nave carica di Gnl del Qatar (Ansa).

Lo shock che l’Europa non si può permettere

Il 2 marzo il Qatar ha chiuso l’impianto di Ras Laffan — il più grande terminale di esportazione di GNL al mondo — dopo un attacco con droni iraniani. Goldman Sachs stima che la chiusura riduca l’offerta globale di GNL del 19 per cento nel breve termine. Il Qatar fornisce tra il 12 e il 14 per cento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto. I futures europei del gas, il Dutch TTF, sono esplosi: +54 per cento in una seduta, +76 per cento nell’arco della settimana, superando i 60 euro per megawattora — il livello più alto degli ultimi tre anni. Le riserve di stoccaggio dell’Unione Europea sono sotto il 30 per cento della capacità, al termine della stagione invernale. Se lo Stretto resta chiuso per un mese, Goldman Sachs prevede un raddoppio dei prezzi del gas europeo. Non sono proiezioni accademiche. Sono scenari che i mercati stanno già scontando.

L’effetto della guerra non si ferma alla bolletta

Quando il prezzo dell’energia sale e resta alto, l’effetto non si ferma alla bolletta. Si propaga lungo l’intera catena industriale. Cemento, acciaio, alluminio, chimica di base: settori che divorano energia. Il cemento richiede forni a oltre 1.400 gradi. La chimica di base usa il gas come materia prima, non solo come fonte energetica. Il bitume — le strade che calpestiamo — è un derivato diretto della raffinazione petrolifera. Il rame, termometro dell’economia globale, ha raggiunto quasi 13 mila dollari a tonnellata. Con energia cara, trasporti costosi e tassi d’interesse ancora elevati, i progetti infrastrutturali si rinviano. Non per scelta politica. Per aritmetica. Strade, ferrovie, porti, edilizia: tutto dipende da materiali il cui costo sta salendo rapidamente.

La strategia di logoramento dell’Iran

Per capire perché questo scenario non si risolverà in fretta, bisogna capire cosa vuole l’Iran. Non vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti — sarebbe impossibile. L’obiettivo è rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne spendono tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte sulle rotte globali. Non è conquista. È coercizione economica. E funziona.

Guerra all’Iran: perché l’Europa paga il prezzo più alto
Il lancio di un missile iraniano (Ansa).

Perché l’economia europea è la più vulnerabile

Gli Stati Uniti possono permettersi questa guerra: hanno energia domestica, valuta di riserva, leve che nessun altro possiede. Israele persegue obiettivi securitari propri. L’Iran deve solo reggere abbastanza a lungo. Nel mezzo resta l’Europa. Che non ha deciso questa guerra, non ne controlla l’escalation, non ne definirà la fine. Ma ne paga le conseguenze. Il nostro modello economico dipende da energia importata, rotte commerciali aperte e stabilità nei punti di transito. Tutte e tre sono sotto attacco simultaneo. Le guerre senza un vero obiettivo politico finale non producono ordine. Producono incertezza. E nei mercati globali l’incertezza non è mai neutrale. È un costo. Questa volta il conto sta arrivando a noi.

Mfe-Mediaset diventa una media company, Berlusconi anche presidente

Mfe-MediaforEurope adotta una nuova organizzazione del top management, scelta che segna il passaggio da una holding di controllo finanziario a una media company operativa. Il cda del gruppo ha deliberato di attribuire al ceo Pier Silvio Berlusconi il ruolo di chairman e Group chief executive officer. Fedele Confalonieri, storico presidente di Mediaset prima e di Mfe dopo, rimane statutory chairperson. La nuova struttura, che prevede diverse nomine interne e la creazione di due nuove aree, nasce per «coordinare e indirizzare direttamente le proprie società in tutti i Paesi, valorizzando le migliori risorse e competenze interne al gruppo e rafforzando l’innovazione con nuovi presidi organizzativi e manageriali». Nella pratica, sotto la guida di Pier Silvio Berlusconi, la nuova struttura di vertice di Mfe prevede il passaggio da un’organizzazione verticale a una orizzontale per integrare tutte le funzioni di staff nell’ambito della holding. Nell’ambito della riorganizzazione, Marco Giordani, chief finance e international business officer, avrà la responsabilità della supervisione finanziaria e dello sviluppo internazionale del business. Simone Sole sarà nominato chief financial officer.

Due droni iraniani si sono schiantati in Azerbaigian

Due droni Arash 2 lanciati dall’Iran si sono schiantati in Azerbaigian. Uno ha raggiunto un edificio dell’aeroporto di Nakhchivan, mentre un altro è esploso nei pressi di una scuola nell’adiacente villaggio di Shakakabad, nella regione di Babek.

L’aeroporto di Nakhchivan si trova a 10 chilometri dal confine con l’Iran

L’aeroporto si trova a una decina di chilometri dal confine con la Repubblica Islamica: si tratta dello scalo internazionale che serve la Repubblica Autonoma di Nakhchivan, exclave azera confinante con Armenia, Turchia e, appunto Iran (per 179 chilometri). Non ci sono stati morti, ma due persone sono rimaste ferite. Baku ha condannato quanto accaduto, evidenziando il «comportamento inadeguato dell’Iran» e che l’Azerbaigian «si riserva il diritto di rispondere a questa azione». Il ministero degli Esteri ha inoltre convocato l’ambasciatore iraniano. Secondo il media indipendente Qazetchi, le Forze armate dell’Azerbaigian sono state poste in stato di allerta e dispiegate lungo il confine con l’Iran. Secondo alcuni esperti il rafforzamento militare potrebbe essere legato anche alla gestione di un possibile afflusso di rifugiati in caso di ulteriore deterioramento della situazione nella Repubblica Islamica.

Mario Ruoso, chi era il patron di TelePordenone ucciso a sprangate in casa

Il patron di TelePordenone Mario Ruoso è stato ucciso nella sua abitazione nella mattinata di mercoledì 4 marzo 2026. Figura di spicco nel mondo imprenditoriale e automobilistico, aveva 87 anni ed era anche lo storico proprietario del Garage Venezia, concessionaria di automobili in posizione strategica sulla Pontebbana. Cavaliere del Lavoro, era stato tra i fondatori dell’emittente televisiva che ha fatto la storia di Pordenone dal 1980 al 2024, quando il segnale è stato spento.

La dinamica dell’omicidio

Mario è stato trovato morto nella sua abitazione dal nipote Alessandro, pilota di enduro, che ha subito lanciato l’allarme ai soccorsi e alle forze dell’ordine. Secondo le prime analisi, sarebbe stato colpito più volte con un oggetto contundente, probabilmente una spranga. Nella caduta avrebbe battuto la testa contro lo spigolo di un mobiletto. A quel punto l’assassino avrebbe infierito con altri colpi al capo, fino a provocarne la morte. La ricostruzione, fondata sulle ferite riscontrate e sui primi accertamenti tecnici, delineerebbe un’aggressione improvvisa e feroce.

Una persona sospettata del delitto

Non è ancora noto chi sia l’autore del delitto, ma le autorità hanno portato in questura a Pordenone una persona «sulla quale si nutrono forti sospetti». L’ha riferito il procuratore della Repubblica Pietro Montrone all’Ansa. «Tecnicamente non è ancora in stato di fermo», ha precisato, «stiamo completando gli accertamenti. Non abbiamo ancora elementi sul possibile movente».

Petroliera americana colpita al largo del Kuwait, greggio in mare

Una petroliera all’ancora nelle acque al largo del Kuwait è stata oggetto di un attacco, che è stato di fatto rivendicato dall’Iran: i pasdaran hanno infatti affermato di aver colpito una nave americana di questo tipo nel nord del Golfo Persico. L’equipaggio dell’imbarcazione è in salvo. La petroliera ha però imbarcato acqua e dal serbatoio del carico è stata rilevata una fuoriuscita di greggio, con possibili conseguenze ambientali. L’agenzia britannica per la sicurezza marittima Ukmto spiega che il comandante «ha udito una grande esplosione a babordo, per poi vedere una piccola imbarcazione allontanarsi». Il ministero degli Interni del Kuwait ha dichiarato che l’esplosione è avvenuta «al di fuori delle acque territoriali» dell’emirato, ad almeno 60 chilometri dal porto di Mubarak Al-Kabeer.

Si tratta della sesta nave colpita in 24 ore

La petroliera colpita al largo del Kuwait è la sesta imbarcazione attaccata nelle ultime 24 ore nelle acque del Mar Arabico e del Golfo Persico. La prima nave a essere stata colpita è stata la portacontainer Safeen Prestige, al largo dell’Oman. Dove si trovava, ma ben più lontana (a 137 miglia nautiche dalla costa) anche la portarinfuse Pelagia. Al largo di Dubai, nel Golfo Persico, è stata colpita la nave cargo MSC Grace. Due gli incidenti nelle acque di Fujairah, Emirati Arabi Uniti: coinvolte la portarinfuse Gold Oak, battente bandiera panamense, e la petroliera VLCC Libra Trader, battente bandiera delle Isole Marshall.

La minaccia dei Guardiani della rivoluzione

I Guardiani della rivoluzione, che hanno dichiarato di avere il controllo completo dello Stretto di Hormuz, hanno spiegato che il passaggio attraverso il budello chiave per il commercio mondiale di petrolio è precluso solo alle navi provenienti da Stati Uniti, Israele, Europa e altri alleati dell’Occidente. E queste imbarcazioni, se individuate nel Golfo Persico, «verranno sicuramente colpite».

Meloni: «Sulle basi Usa valgono gli accordi, per altre richieste deciderà il Parlamento»

La premier Giorgia Meloni si è detta preoccupata per le ripercussioni sull’Italia del conflitto mediorientale che, «in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, che sta bombardando tutti i Paesi vicini compresi quelli che si erano spesi per un accordo sul nucleare iraniano, comporta un rischio di escalation che può avere conseguenze imprevedibili». Intervenuta al programma radiofonico Non stop news su Rtl 102.5, ha ribadito che «non siamo in guerra e non vogliamo entrarci».

Per l’utilizzo delle basi americane l’Italia si attiene agli accordi bilaterali

Per quanto riguarda l’utilizzo delle basi militari americane, Meloni ha affermato che l’Italia si attiene agli accordi bilaterali. Nel nostro Paese ce ne sono sono tre, concesse agli americani in virtù di accordi del 1954 che sono sempre stati aggiornati. «Ci sono delle autorizzazioni tecniche quando si parla chiaramente di logistica e di cosiddette operazioni non cinetiche, semplificando, operazioni di non bombardamento. Se poi arrivassero richieste uso basi italiane per fare altro, la competenza sarebbe del governo decidere se concedere un nuovo utilizzo più esteso, ma io penso che in quel caso dovremmo decidere noi insieme al Parlamento», ha aggiunto.

L’invio di aiuti ai Paesi del Golfo e l’attenzione sulla minaccia terroristica

«L’Italia, come Regno Unito, Francia, Germania, intende inviare aiuti ai Paesi del Golfo. Parliamo chiaramente di difesa aerea, non solo perché sono nazioni amiche ma perché in quell’area ci sono decine di migliaia di italiani, e circa 2 mila militari che dobbiamo proteggere. E il Golfo è vitale per gli approvvigionamenti», ha continuato la Meloni. Sul terrorismo islamico, infine, «non bisogna mai abbassare la guardia, siamo totalmente mobilitati, sono mobilitati tutti i servizi di sicurezza». «Il ministro Piantedosi ha già convocato il comitato per l’ordine e la sicurezza, il comitato analisi strategica antiterrorismo si riunisce in modo cadenzato, abbiamo delle eccellenze. Non siamo distratti, la guardia è altissima».

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale

La Stampa, il quotidiano torinese fondato nel 1867 e per oltre un secolo custodito dalla famiglia Agnelli come uno scrigno di rispettabilità borghese e potere sabaudo, viene ceduta quasi in sordina ad Alberto Leonardis, patron del gruppo Sae, un pugno di giornali locali e agenzie di comunicazione. Un nome che fino a ieri conoscevano solo gli addetti ai lavori. Suona un po’ il necrologio del giornalismo vecchio stile, quello che aveva piantato le radici nel Novecento e che nell’era digitale, nonostante i proclami (Digital First, era il refrain con cui John Elkann preannunciava il ritorno al futuro), non ha mai saputo rinnovarsi.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Alberto Leonardis (Imagoeconomica).

Cedere così un giornale dice molto sul valore che oggi si attribuisce all’informazione

I colleghi della Stampa giustamente non si capacitano e molti ne fanno innanzitutto una questione di stile. Venduti sì, ma questi modi spicci fanno male. L’Avvocato avrebbe storto il naso: lui la Fiat, nonostante le pressioni, non la vendette mai agli americani. Ma non è questo il punto. Anche se, va detto, di eleganza in questa vicenda se n’è vista poca. Vendere un giornale così, con la fretta e la discrezione che di solito si riservano alle pratiche scomode, dice qualcosa di definitivo sul valore che oggi si attribuisce all’informazione. Lo sa bene chi ha avuto il privilegio, oggi tramutatosi in dispiacere, di fare per molti anni il mestiere quando ancora era in spolvero. Non è un tramonto romantico, foriero di nuove magnifiche sorti. È una demolizione per abbandono: lenta, grigia, senza che nessuno voglia assumersene la piena consapevolezza.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Un ritratto di Gianni Agnelli (Imagoeconomica).

Da tempo il patto con il lettore è morto 

Il mestiere del giornalista ha perso peso, status e senso. E non per colpa del digitale, o dell’intelligenza artificiale. È che il patto con il lettore si è rotto. Per decenni i giornali hanno intermediato la realtà dall’alto della loro riconosciuta autorevolezza: il loro compito era raccogliere i fatti, selezionarli, dare loro una gerarchia e consegnare il tutto ogni mattina in edicola. Un servizio prezioso, in cambio del quale editori e giornalisti chiedevano fiducia, attenzione e un paio di euro a copia, meglio ancora il più fidelizzante abbonamento. Oggi quel patto non esiste più. Il pubblico giovane ha disertato le edicole, sceglie on demand. Il vecchio si estingue progressivamente per ovvi motivi generazionali. La realtà arriva direttamente, cruda, non filtrata: su TikTok, Instagram, X o Substack. Chi ha voglia di aspettare una redazione che la rielabori per i suoi lettori? E soprattutto: chi ha più voglia di pagare per questo? 

L’ascesa di Corona e il crollo dei quotidiani 

Lo mostra bene il fenomeno Fabrizio Corona, personaggio per anni trattato dalle redazioni come un pregiudicato, uno scandalo, un poco di buono da maneggiare con le pinze. Sta di fatto che oggi l’”impresentabile” ha un esercito di follower il cui aumento è direttamente proporzionale al calo dei lettori sui media tradizionali, e un numero iperbolico di visualizzazioni che hanno stravolto le classifiche. Non è un caso. È un sintomo. Corona fa quello che i giornali non sanno o non possono più fare: parlare direttamente, senza mediazioni o liturgie. Magari sbaglia, spesso esagera, ma non annoia mai. E nell’economia dell’attenzione questo, non l’informazione, è il primo requisito.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Fabrizio Corona (foto Ansa).

La fuga in tivù e la polverizzazione del mercato 

Il giornalismo tradizionale si è innamorato di sé stesso. Ha confuso la forma con la sostanza, ha prodotto oceani di carta in cui la notizia annegava nel commento e nella ricostruzione posticcia, mentre fuori il mondo correva. Così i giornalisti bravi, quelli con l’istinto e il carattere, hanno cominciato a emigrare. I più lungimiranti sul web, gli altri in televisione. Come se mostrare la faccia fosse una soluzione, una salvezza, e il teleschermo potesse restituire loro quella visibilità che la firma sul giornale non garantiva più. È una fuga comprensibile, ma è anche una resa. Il volto in video non è un’idea, è una performance. E insieme una sudditanza a un media alle cui regole ti sottometti. Confondere le due cose è esattamente il problema da cui si sta cercando di scappare.​ La scena si è nel frattempo polverizzata. Influencer, creator, podcaster, autori di newsletter, commentatori che in un thread di 10 post dicono più cose sensate di un’intera pagina di quotidiano. Non tutti, certo. Ma abbastanza da spostare l’interesse, e con esso la pubblicità, e di conseguenza la sempre più schiacciante invasività che essa esercita con soddisfazione degli editori cui non par vero di trasformare più spazi possibili in contenuti sponsorizzati.  

La vendita della Stampa e il necrologio del giornalismo tradizionale
Jeff Bezos, John Elkann, Maurizio Molinari allora direttore della Stampa nel 2017 (Imagoeconomica).

Fine di una concezione del giornalismo 

La Stampa che passa di mano racconta tutto questo. Non è la fine di un giornale: è la fine di una concezione del giornalismo come presidio, istituzione e contropotere. L’autorevolezza, il rapporto con i lettori, la capacità di orientare l’opinione pubblica si stanno ineluttabilmente dissolvendo, senza che nessuno senta il bisogno di versarci sopra più lacrime se non quelle di circostanza. Elkann, a cui preservare la tradizione di famiglia evidentemente interessa poco, si è mosso nella logica imprenditoriale di quando un asset ha smesso di rendere: lo ha venduto. Senza sentimentalismi o appelli a un passato glorioso. Un lusso che ci si può permettere quando i conti tornano, meno quando il modello di business non regge più. Anche se ciò suona come ammissione di essere stato un pessimo editore. ​Il giornalismo del futuro, ammesso lo si possa chiamare ancora così, esiste già, e ha poco a che spartire con quello del passato: è più veloce, diretto, personale. Ha bisogno di voci più che di testate, di autori più che di redazioni. Chi saprà adattarsi sopravviverà. Come in tutte le rivoluzioni, del resto. Solo che questa non la celebra nessuno. Avviene nel sostanziale disinteresse dell’opinione pubblica, tra una svendita e l’altra, tra il vecchio mondo che passa e il nuovo in piena caotica trasformazione.​ 

Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita

Ricordiamo ancora il Fabrizio Romano, classe 1993, di una decina di anni fa, ai tempi di Sky Sport. Quando lo incrociavamo in luglio, sulla linea 2 della metropolitana di Milano, completamente sfatto, camicia bianca d’ordinanza sudata e fuori dai pantaloni, attorno a mezzanotte, mentre se ne tornava a casa dopo aver fatto la posta ad agenti e direttori sportivi fuori dai ristoranti della movida. E, fra di noi, commentavamo: «Mamma mia, che lavoro assurdo, speriamo che almeno lo paghino decentemente».

Lo slogan Here we go e incassi da 5 milioni l’anno

Ma di lì a poco, citando Francesco De Gregori, «il ragazzo si farà», diventando, negli ultimi sei anni, il giornalista sportivo più influente al mondo sulle vicende di calciomercato, con il suo celebre slogan «Here we go» a sancire la buona riuscita di una trattativa e oltre 122 milioni di follower sui social sparsi su tutto il Pianeta che gli valgono incassi annui attorno ai 5 milioni di euro. In un settore in continua evoluzione, dove il confine tra giornalismo e intrattenimento è sempre più labile.

Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita

Coccolato e corteggiato da brand e media

Testimonial Tim (agendo prevalentemente come influencer e creator sui social media, opera al di fuori dei vincoli più rigidi dell’informazione tradizionale italiana, che non permetterebbe ai giornalisti di fare pubblicità), coccolato e corteggiato da tutti i media internazionali (nel nostro Paese collabora con Dazn), Fabrizio Romano siede su una miniera d’oro. Anche se è stato sommerso da una classica shitstorm social, cioè una “tempesta di guano”, per un video postato sui suoi canali social in cui elogia il ruolo umanitario globale dell’Arabia Saudita attraverso il King Salman Humanitarian Aid and Relief Centre (KSRelief), elencando tutta una serie di progetti meritevoli, dalla realizzazione di centri di soccorso in 13 Paesi, passando per forniture di acqua potabile e finendo con programmi sanitari contro le malattie e di riabilitazione per le vittime di conflitti armati.

La storia è sempre la stessa: il regime saudita, accusato di aver fatto a pezzi nel 2018 il giornalista scomodo Jamal Khashoggi (anche se Donald Trump, e chi se non lui, sull’argomento ha appena “scagionato” alla sua maniera il principe saudita Mohammad bin Salman), non evoca un approccio esattamente umanitario alle cose del mondo. E in molti hanno visto nel video di Romano una sorta di scivolone, trasformandolo in una specie di Matteo Renzi del giornalismo sportivo (do you remember il «Nuovo Rinascimento saudita»?).

Un post da 10 milioni di visualizzazioni e tante critiche

In meno di 24 ore quel contenuto su X ha comunque già superato quota 10 milioni di visualizzazioni, con più di 23 mila cuoricini e oltre 3 mila commenti, nella gran parte negativi («Fabri, perché non ricordare anche lo straordinario lavoro fatto dalla Germania nazista per la società multirazziale»; «Fabrizio, sei imbarazzante», «Per quanti soldi si è disposti a perdere la propria credibilità? Ognuno ha il suo prezzo, ma in ogni caso questa adv al regime saudita certifica la completa metamorfosi di Romano da giornalista a influencer», giusto per far capire il tono predominante dei messaggi). Il post si è beccato pure una di quelle note di fact-checking da parte della community dove si precisa la pessima reputazione dell’Arabia in materia di rispetto dei diritti umani (ma va?). E all’estero, come ha fatto per esempio il Telegraph, si è parlato di «giorno particolarmente triste per il giornalismo sportivo».

Non sappiamo, ovviamente, se l’endorsement di Romano nei confronti dell’Arabia Saudita sia stato fatto spontaneamente o dietro lauto compenso. Poco dopo, guarda caso, ha però pubblicato un’esclusiva sulla permanenza di Cristiano Ronaldo nel regno, in un momento in cui si vociferava molto di un suo temporaneo ritorno in Europa, in fuga dalla guerra mediorientale (CR7 è anche infortunato). Di sicuro, come già spiegato da Lettera43, l’Arabia Saudita e tutti i Paesi del Golfo hanno usato, usano e useranno lo sport, e il calcio in particolare (Mondiale in Qatar nel 2022 e in Arabia Saudita nel 2034) come leva efficiente di soft power per imporsi sullo scacchiere internazionale, spolverando di modernità la loro immagine. Si chiama sportswashing.

Il business del pallone, volenti o nolenti, passa dal Medio Oriente

E gli addetti ai lavori (basti vedere il comportamento di Gianni Infantino, presidente della Fifa) non possono non tenerne conto, a prescindere dal fatto che ci sia o meno un cachet: il business del pallone, volenti o nolenti, passa ancora da quelle parti, a meno che la guerra in Iran non degeneri.

Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita
Fabrizio Romano e l’autogol reputazionale sullo sportwashing dell’Arabia Saudita

Fabrizio Romano, peraltro, è piuttosto sensibile ai temi che riguardano quell’area del mondo, essendo stato premiato proprio a Dubai con il Globe soccer award come Best football journalist nel 2022 e come Best digital journalist nel 2023.

A questo punto si tratta solo di attendere, per verificare se questa deriva “Pubblicità Progresso” di Romano a favore di chi calpesta i diritti umani avrà un seguito e sarà declinata anche in altri Paesi. O se, invece, resterà un caso isolato. Ma che prezzo ha un inciampo del genere a livello reputazionale?

Crisi in Medio Oriente, comunicazioni di Crosetto e Tajani al Senato e alla Camera

Domani, giovedì 5 marzo, il governo riferirà sulla crisi in Medio Oriente. Si svolgeranno infatti sia al Senato che alla Camera comunicazioni da parte del ministri deglo Esteri, Antonio Tajani, e della Difesa, Guido Crosetto (appena rientrato da Dubai), «sull’evoluzione del quadro internazionale», con focus ovviamente sull’Iran e sui possibili aiuti ai Paesi minacciati dalla reazione della Repubblica Islamica, dopo agli attacchi di Stati Uniti e Israele.

Le comunicazioni prevedono risoluzioni con voto

Nella serata di martedì 3 marzo, Crosetto – rispondendo su X ai 5 stelle – aveva spiegato che era prevista un’informativa. L’escalation in corso in Medio Oriente avrebbe convinto Palazzo Chigi a virare sulle comunicazioni. Che, a differenza dell’informativa, può prevedere votazioni in Aula su una o più risoluzioni.

L’Italia è pronta a inviare un sistema di difesa Samp-T

Dai Paesi del Golfo, minacciati dai missili e dai droni armati di Teheran, sono partite diverse richieste di aiuto. L’Italia è pronta a inviare un sistema di difesa missilistica Samp-T in Medio Oriente, destinato a finire in Kuwait oppure negli Emirati Arabi Uniti. Sul tavolo c’è anche l’idea di muovere una fregata della Marina militare di fronte alle coste di Cipro, isola finita nel mirino dell’Iran a causa della presenza di una base aerea britannica. Ogni decisione necessiterà dell’approvazione del Parlamento.

Gli Stati Uniti alzano i dazi globali al 15 per cento

Il segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che gli Stati Uniti porteranno i dazi globali dal 10 al 15 per cento «probabilmente in settimana». Bessent ha inoltre affermato di aspettarsi che, entro agosto, le tariffe tornino di fatto ai livelli precedenti alla recente decisione della Corte Suprema, che ha annullato i dazi “reciproci” introdotti da Trump. «È mia forte convinzione che le aliquote tariffarie torneranno ai livelli precedenti entro cinque mesi», ha dichiarato all’emittente statunitense. Il segretario al Tesoro Usa si è anche espresso sul rifiuto della Spagna di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi di Rota e Moron, situate in territorio spagnolo, nell’attacco contro l’Iran, sostenendo che ciò ha messo in pericolo la vita dei cittadini americani. Rispondendo alla domanda se sia possibile un embargo commerciale con la Spagna, come ha minacciato il presidente Trump, Bessent ha detto che «sarebbe uno sforzo congiunto», senza fornire ulteriori spiegazioni.

Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?

Donald Trump è sicuro: gli Stati Uniti possono fare affidamento su scorte di munizioni «di livello medio e medio-alto» «praticamente illimitate», al punto che gli States potrebbero combattere «per sempre» e «con grande successo, usando solo queste scorte». Non solo. Il presidente americano, in un post sul social Truth del 3 marzo, ha assicurato che «molte altre armi di alta qualità sono stoccate per noi in Paesi alleati». Quindi nessun problema, l’attacco all’Iran sferrato con Israele non presenta ostacoli logistici. Certo, «Sleepy Joe» (cioè il predecessore Biden), sottolinea Trump, ha commesso l’errore di regalare soldi e armi all’Ucraina senza preoccuparsi di rimpinguare l’arsenale a stelle e strisce. Ma anche in questo caso, niente paura: «Fortunatamente, ho ricostruito l’esercito durante il mio primo mandato e continuo a farlo. Gli Stati Uniti sono riforniti e pronti a VINCERE, ALLA GRANDE!!!».

Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?
Il post di Trump su Truth.

Scorte di munizioni in esaurimento

Visto però l’allargarsi del conflitto, con i droni e i missili iraniani che cadono sulle basi e ambasciate Usa in Medio Oriente, le certezze incrollabili del presidente, condivise via social dal Pentagono, potrebbero però presto essere messe alla prova. Come ricordano Axios e il Wall Street Journal, il capo dello Stato maggiore congiunto Usa, Dan Caine, aveva sottolineato che proprio la scarsità di scorte – soprattutto di intercettori utilizzati per neutralizzare i missili in arrivo – sarebbe stato un fattore limitante in caso di attacco prolungato e massiccio contro l’Iran. Insomma sia le munizioni Usa sia quelle di Israele e dei Paesi del Golfo si starebbero esaurendo più velocemente di quanto la produzione riesca a rimpiazzarle. A questo si aggiunge la possibile sottovalutazione della potenza di fuoco iraniana: solo nei primi due giorni di attacchi, Teheran avrebbe sganciato circa 400 missili e 800 droni. Per far fronte alla possibile scarsità di intercettori per il THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), lo scudo missilistico che ha permesso agli Emirati di intercettare quasi 200 missili balistici, e già attivato in Israele e Giordania, il Pentagono potrebbe dover attingere agli arsenali dislocati nel Pacifico, in Corea del Sud e a Guam, in funzione anti Pyongyang e anti Pechino.

Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?
Il capo dello Stato maggiore congiunto Usa, Dan Caine (Ansa).

Nel 2025 stanziati 25 miliardi di dollari per nuovi missili

Ben prima dell’operazione Epic Fury, la Difesa statunitense aveva posto la produzione bellica tra le priorità di spesa come sottolineato dal Forecast International’s Defense & Security Monitor. Nel bilancio 2025, erano stati stanziati 25 miliardi di dollari per l’acquisto di missili (tra cui Patriot, SM-3, SM-6, AIM-120 AMRAAM e 18 Tomahawk, diventati 57 nel bilancio 2026) e il potenziamento della produzione. Sono stati inoltre stretti accordi con i maggiori appaltatori della Difesa. L’8 gennaio, Lockheed Martin ha annunciato un accordo di sette anni per aumentare la produzione del PAC-3 MSE da 600 a 2.000 missili all’anno, mentre a inizio febbraio RTX ha siglato cinque accordi con il Dipartimento della Difesa per una serie di missili chiave, tra cui i Tomahawk, gli AIM-120 AMRAAM, gli intercettori SM-3 e i missili SM-6. In base alle nuove intese, si prevede che la produzione annuale di Tomahawk supererà i 1.000 missili, quella di AMRAAM raggiungerà almeno le 1.900 unità e quella di SM-6 supererà le 500.

Per Trump gli Usa «possono combattere per sempre», ma le munizioni?
Gli accordi per l’aumento della produzione bellica (dal sito Forecast International’s Defense & Security Monitor).

I Tomahawk usati nel 2025 tra Yemen e Nigeria

Ma gli intercettori per la difesa aerea non sono gli unici a scarseggiare. Lo stesso vale per i già citati Tomahawk (TLAM), ampiamente usati durante l’operazione Rough Rider del marzo 2025 contro gli Houthi nello Yemen. «L’amministrazione Trump ha lanciato TLAM a un ritmo straordinario in operazioni in tutto il mondo», ha spiegato al Wsj Becca Wasser, ricercatrice presso il Center for a New American Security, «in Medio Oriente contro l’Iran e contro gli Houthi, oltre che in Nigeria negli attacchi della vigilia di Natale» per distruggere due campi militari legati ai gruppi terroristici del cosiddetto Stato islamico. La preoccupazione per le scorte è inoltre condivisa anche da Israele. Secondo un funzionario statunitense, Tel Aviv dispone ancora di un numero limitato di intercettori Arrow 3 per la difesa aerea. È inoltre a corto di missili aria-aria, utilizzati la scorsa estate per distruggere lanciatori di missili iraniani e lo scorso anno per colpire leader di Hamas in Qatar. Trump può davvero stare sereno?

Usa: «Ucciso un iraniano a capo di un’unità che voleva assassinare Trump»

L’esercito degli Stati Uniti ha dichiarato di aver ucciso nei raid sulla Repubblica Islamica un cittadino iraniano a capo di un’unità che aveva organizzato un presunto complotto per eliminare Donald Trump. «Sebbene non fosse nemmeno lontanamente lui il fulcro dell’operazione, abbiamo fatto in modo da includerlo nella lista degli obiettivi. È stato braccato e ucciso», ha detto il segretario alla Guerra Pete Hegseth, in un briefing con la stampa: «L’Iran ha tentato di uccidere il presidente Trump e il presidente Trump ha riso per ultimo». Teheran ha sempre smentito di aver messo in piedi un piano per assassinare il tycoon.

Usa: «Ucciso un iraniano a capo di un’unità che voleva assassinare Trump»
Donald Trump (Ansa).

Nel 2024 il Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato l’iraniano Farhad Shakeri

Hegseth non ha fatto il nome della persona uccisa. Si sa però che a novembre del 2024 Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato il 52enne Farhad Shakeri, in relazione a un piano dei Guardiani della rivoluzione per assassinare Trump, appena rieletto alla Casa Bianca. Emigrato negli Stati Uniti da bambino, Shakeri era stato espulso attorno al 2008 dopo 14 anni trascorsi in carcere per rapina. Secondo il Dipartimento di Giustizia si era avvalso «di una rete di complici incontrati in prigione negli Stati Uniti per fornire ai Guardiani della rivoluzione agenti incaricati di sorvegliare e assassinare» i bersagli dei pasdaran negli Usa. Assieme a lui erano state incriminate altre due persone, Carlisle Rivera e Jonathan Loadholt: i tre avrebbero messo in piedi un piano (poi non portato a termine) per eliminare Masih Alinejad, giornalista e attivista iraniana residente negli Usa, che aveva criticato le leggi sull’obbligo del velo per le donne. Secondo il Dipartimento di Giustizia era stato anche incaricato dai Guardiani della rivoluzione di sorvegliare due ebrei americani residenti a New York e di aver ricevuto un’offerta di 500 mila dollari dai pasdaran per ucciderli. Inoltre a Shakeri sarebbe stato anche assegnato il compito di colpire turisti israeliani in Sri Lanka.

Iran, l’allarme degli 007: «Con l’escalation cresce il rischio terrorismo»

La situazione in Iran alimenta tensioni internazionali e fa temere un’escalation che può avere un impatto anche sulla minaccia terroristica. È quanto si legge nella relazione annuale dell’intelligence presentata il 4 marzo 2026. Secondo il rapporto, «sono aumentati rischi derivanti dalle attività di Hamas sul suolo europeo, soprattutto per il coinvolgimento nella circolazione di armi e in possibili progettualità ostili contro obiettivi israeliani ed ebraici». In Italia, come in altri Paesi europei, sono state condotte diverse operazioni antiterrorismo nei confronti di persone a vario titolo connesse con il conflitto mediorientale.

La propaganda jihadista potrebbe strumentalizzare il conflitto per combattere «il nemico occidentale»

In prospettiva futura, riflette l’intelligence, «è probabile che le principali sigle del terrorismo internazionale affineranno sempre di più la capacità di “capitalizzare” le crisi in atto, alimentando ulteriormente un trend che, a oggi, le vede declinare i propri messaggi istigatori in modo strumentale rispetto alle loro agende». E ancora: «L’interconnessione tra i diversi quadranti di crisi rischia inoltre di amplificare la proiezione esterna della minaccia, incluso verso l’Europa e l’Italia». Quanto alle proiezioni esterne delle tensioni tra Israele e Hamas, «recenti operazioni di polizia condotte in Italia e in altri Paesi europei confermano la necessità di tenere alta l’attenzione sia sui possibili canali di finanziamento al terrorismo, sia sui network che Hamas potrebbe costituire all’estero». In tale scenario, «l’antisemitismo assume un rilievo sempre più internazionale, oltre che trasversale a diverse ideologie estremiste». Parallelamente, un ampliamento del conflitto mediorientale, soprattutto verso l’Iran, «potrebbe accentuare, nel prossimo futuro, i rischi di propagazione del rischio terroristico anche in Europa». In prospettiva, la propaganda jihadista potrebbe, in modo opportunistico, «strumentalizzare un eventuale conflitto che coinvolga Teheran, invocando un jihad globale contro il comune nemico occidentale».

Garante della privacy, indagine sull’assunzione della moglie del deputato meloniano Sbardella

La Guardia di Finanza ha acquisito documenti relativi all’assunzione dell’avvocata Cristiana Luciani, moglie del deputato di Fratelli d’Italia Luca Sbardella, che dal primo gennaio 2025 risulta dirigente del Garante della privacy. Lo riporta Repubblica. La procura di Roma intende chiarire se l’assunzione di Luciani, professionista con esperienza nel settore, sia avvenuta nel rispetto delle regole o come favore sorta di favore vista l’appartenenza del marito (che è anche membro della Commissione di Vigilanza Rai) al partito della premier Giorgia Meloni. L’acquisizione dei documenti relativi all’inquadramento di Luciani è al momento un atto tecnico e formale.

Garante della privacy, indagine sull’assunzione della moglie del deputato meloniano Sbardella
Luca Sbardella (Imagoeconomica).

L’Authority è già al centro di un’inchiesta della Procura di Roma

Il Garante per la Protezione dei Dati Personali è già al centro di un’inchiesta della procura capitolina: al centro delle indagini le spese sostenute dall’intero collegio che dirige l’Authority. Il presidente Pasquale Stanzione, Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza – che si è dimesso dall’incarico – sono indagati a vario titolo di peculato, uso privato di beni pubblici, e corruzione.

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Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno

«Andrà a finire che se vinceranno i no al referendum sulla giustizia sarà colpa dei tifosi della Lazio», dicono dalle parti di Palazzo Chigi, dove non mancano i fan della squadra biancoceleste che per tradizione ha tantissimi sostenitori “con il cuore a destra”: a Roma la situazione calcistica è incandescente, con la curva Nord dello stadio Olimpico che anche nella serata di mercoledì 4 marzo, per la semifinale di Coppa Italia contro l’Atalanta, si riunirà a Ponte Milvio per protestare contro il presidente Claudio Lotito. Striscioni in tutta la città annunciano il voto “no” al referendum per protestare contro la proprietà, con cartelli che invitano alle elezioni a non votare Forza Italia perché Lotito è parlamentare del partito del fu Silvio Berlusconi.

Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
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Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno

I gruppi stilano comunicati: «È sotto gli occhi di tutti come il distacco tra società e tifosi sia ormai giunto a livelli insanabili, continuiamo a constatare da parte della dirigenza della Lazio continue provocazioni verso di noi». Nel mirino anche l’atto compiuto dalla società sportiva, che ha voluto «regalare biglietti a destra e a manca con il rischio concreto di far entrare anche tifosi non laziali a tifare Atalanta», e «ciò qualifica il pensiero e la strategia del signor Lotito e dei suoi accoliti». I ticket sono stati offerti alle scolaresche di Roma e Amatrice. E la divisione è anche interna a chi lavora a Formello, nel quartier generale della Lazio, tanto che i tifosi chiedono «a chi ne ha la facoltà di far passare il pullman della squadra a Ponte Milvio dove stazioneremo prima della partita contro i bergamaschi per far sentire ai giocatori il nostro calore, spostandoci poi in corteo sotto la Nord a intonare i nostri cori e farli sentire fin dentro al campo». Uno striscione esposto sotto la sede di Forza Italia, nel centro di Roma, recita: «Il laziale voterebbe sì, ma vota no! Ringraziate Lotito, senatore del vostro partito».

Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
La protesta “politica” dei tifosi della Lazio contro Lotito.

Festa per i 90 anni di Occhetto, ma D’Alema non parla

“Nonno” Ugo Sposetti, 79 anni, è riuscito ad allestire una grande festa per Achille Occhetto, fresco 90enne. Nella sala della Camera di Commercio di Roma sono arrivati in tanti, da Pier Luigi Bersani (che però poi doveva presentare un libro di Arturo Scotto in zona Prati) a Walter Veltroni, passando per Massimo D’Alema che però non ha parlato “in onore” di Achille: nella lista dei relatori il suo nome non c’era, così si è messo in prima fila ad ascoltare. Assenza plateale della famiglia Berlinguer. C’erano Elly Schlein, Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini, che si è ricordato di essere stato eletto grazie al Partito democratico. Enrico Mentana ha evocato il confronto televisivo fra Silvio Berlusconi e Occhetto, il Braccio di ferro in diretta. Veltroni ha tracciato un ritratto curioso: «È stato al tempo stesso capace di salvaguardare un’identità, rigenerando un’identità. Non un oggetto da tenere in salvaguardia antiquariale, ma come strumento nobile capace di adattarsi, rimanendo se stessa dentro il tempo della storia. La svolta della Bolognina fu un momento duro. Noi non sapevamo cosa avrebbe detto Occhetto. Però lo sapevamo perché era obbligatorio, era necessario, e non farlo sarebbe stato come svendere quell’identità e quel patrimonio». Insomma, il trionfo del “ma anche”, come sempre quando c’è “Uolter”. Luciana Castellina è apparsa in forma smagliante, come sempre, indifferente all’anagrafe, lei che è della classe 1929, e scherzava con il fotografo Umberto Pizzi, nato nel 1937, dicendogli «ciao fanciullo». Non c’era Fausto Bertinotti, che però si trovava a poca distanza, al Teatro Argentina, per il Riccardo III con Maria Paiato sulla scena: il subcomandante Fausto si è messo a parlare con Gianni Letta, presenza immancabile alle prime teatrali.

Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
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Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno

La ribellione contro la tassa di Gualtieri sulle auto elettriche

A Roma si parla molto della tassa da mille euro voluta dal sindaco Roberto Gualtieri per entrare in centro alla guida di un’auto elettrica. La rivolta cresce, grazie anche a Fiorello che a La Pennicanza su Rai Radio 2, imitando il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha protestato contro la misura decisa dal Campidoglio. In alcuni palazzi del potere ci si chiede: «L’aria è elettrica, toccherà pagare pure per quella, entrando in centro?». E a contare quanti sono i proprietari di auto elettriche si sono messi i dipendenti della Banca d’Italia, a Palazzo Koch: la sede è in via Nazionale, in piena Ztl, e chi lavora dalle parti di Fabio Panetta, anche grazie a stipendi pesanti, è sempre stato in prima linea quando si tratta di comprare vetture tecnologicamente avanzate. La mazzata riguarderebbe molti tra funzionari e dirigenti, almeno tra quelli che non sono dotati di un servizio con autista da parte dell’istituzione. Idem alla Corte costituzionale, che si trova davanti al Quirinale, e anche al Consiglio di Stato e all’Avvocatura di Stato: ognuno dovrà cacciare mille euro per entrare in centro con l’auto elettrica, anche se l’amministrazione dispone di garage dedicati ai dipendenti. E pure alla presidenza della Repubblica se ne parla, non solo con la voce di Fiorello. Anche tra le authority il problema esiste: si salva solo la Consob, che ha una sede al di fuori della Ztl.

Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).

Exor, stretta finale con Kyriakou su Repubblica

La lunga trattativa per la cessione di Gedi (Exor) al gruppo greco della famiglia Kyriakou è alle battute finali, mancherebbero solo alcuni dettagli per finalizzare l’intesa. Lo si apprende dai protagonisti seduti al tavolo. In realtà l’esclusiva è scaduta a fine gennaio, ma fonti vicine alla trattativa spiegano come non sia stata rinnovata perché non ci sono più altri pretendenti alla porta (tra gli interessati in passato anche Leonardo Maria Del Vecchio). Le trattative proseguono ogni giorno e la finalizzazione sarebbe ormai vicina. Lo schema, al momento, prevede che Antenna rilevi l’intero perimetro di Gedi – quindi Repubblica, Stampa e le diverse radio -, per poi “girare” la testata torinese alla Sae di Alberto Leonardis, rispettando così l’impegno appena firmato tramite il preliminare.

Crédit Agricole Italia lancia il Mutuo Flexi

Crédit Agricole Italia ha annunciato il lancio di Mutuo CA Flexi, un’offerta innovativa concepita per rispondere alle esigenze in continua evoluzione dei mutuatari attraverso opzioni di flessibilità senza precedenti. Il nuovo prodotto, disponibile dal 23 febbraio, nasce per accompagnare i clienti lungo tutto il ciclo di vita del finanziamento, offrendo strumenti di autogestione semplici e immediati.

Quattro diverse soluzioni

La vera innovazione di Mutuo CA Flexi risiede nella capacità di adattarsi ai cambiamenti della vita familiare e professionale. I clienti possono scegliere tra diverse soluzioni attivabili direttamente tramite app o home banking:

  • VariaRata: consente di modificare l’importo della rata mensile, aumentandolo o diminuendolo, con una conseguente rimodulazione della durata del mutuo. L’opzione è gratuita in fase di stipula ed esercitabile dopo i primi 12 mesi.
  • SaltaRata: in alternativa a VariaRata, permette di saltare il pagamento di una rata ogni anno, posticipandola al termine del piano di rimborso per far fronte a spese impreviste.
  • IniziaConCalma: pensata per chi affronta le spese del trasloco o dell’arredamento, permette di rinviare il pagamento della prima rata fino a un massimo di 12 mesi dalla stipula.
  • CambiaTasso: offre la libertà di passare dal tasso fisso al variabile (o viceversa) fino a quattro volte nel corso del contratto, per adeguarsi alle condizioni di mercato.

Coerentemente con l’impegno del Gruppo verso la transizione energetica, Mutuo CA Flexi prevede tassi agevolati e l’azzeramento delle spese di istruttoria per l’acquisto di immobili in classe A e B. Sono inoltre previsti sconti sul tasso per chi riqualifica l’abitazione migliorandone la classe energetica di almeno due livelli. Per celebrare il lancio, Crédit Agricole Italia ha previsto una promozione con tassi fissi particolarmente vantaggiosi dedicata alle domande sottoscritte dal 23 febbraio al 15 maggio 2026, con stipule entro la fine di settembre dello stesso anno.

Ratto: «Risposta concreta alle nuove esigenze»

Queste le dichiarazioni di Vittorio Ratto, vice direttore generale di Crédit Agricole Italia: «Con il lancio di Mutuo CA Flexi, Crédit Agricole Italia conferma la propria volontà di essere partner dei progetti di vita dei propri clienti, non solo fornendo il capitale necessario all’acquisto della casa, ma offrendo una libertà di gestione finora inedita. Abbiamo studiato questo prodotto per dare una risposta concreta alle esigenze che cambiano, dalla gestione delle spese iniziali con IniziaConCalma alla possibilità di variare la rata in autonomia tramite app. La nostra priorità è offrire serenità e personalizzazione, premiando al contempo chi sceglie l’efficienza energetica, pilastro fondamentale della nostra strategia di crescita responsabile».

Missile balistico iraniano abbattuto dalla Nato: era diretto in Turchia

Un missile balistico lanciato dall’Iran e diretto verso lo spazio aereo della Turchia dopo aver attraversato Siria e Iraq è stato distrutto dalle difese aeree della Nato nel Mediterraneo orientale. Lo ha annunciato il ministero della Difesa di Ankara. I detriti del missile sono caduti nel distretto di Dörtyol, nella provincia di Hatay: non ci sono state vittime o feriti nell’incidente. La Turchia, spiega il ministero, si è riservata «il diritto di rispondere a qualsiasi azione ostile nei suoi confronti», avvertendo «le parti di astenersi da qualsiasi misura che possa aggravare il conflitto». Successivamente c’è stata una telefonata tra il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e l’omologo iraniano Abbas Araghchi, in cui il primo ha ribadito al secondo lo stesso concetto, ovvero che «occorre evitare qualsiasi azione che possa portare all’allargamento del conflitto».

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta

C’è una vecchia regola non scritta della finanza che recita più o meno così: non importa quanto bene tu faccia il tuo lavoro. Importa per chi lo fai, e soprattutto quando smetti di essere utile. Immaginiamo che Luigi Lovaglio questa regola la conoscesse. Eppure si è fatto fregare lo stesso. Infatti, dopo giorni di tiramolla (c’è, non c’è) il suo nome non compare nella lista dei candidati al prossimo cda del Montepaschi.

L’arrivo a Siena e la resurrezione di Babbo Monte

Quando arrivò a Siena, nel febbraio del 2022, Lovaglio trovò una banca che era diventata il simbolo nazionale del disastro. Anni di gestioni allegre, derivati tossici, acquisizioni scellerate, ricapitalizzazioni su ricapitalizzazioni, lo Stato azionista per necessità e non per scelta. Mps come metafora vivente di tutto ciò che non funzionava nel capitalismo dove le relazioni contano più del mercato. Il 71enne banchiere lucano rimise in piedi la baracca con metodo quasi prussiano: tagli, dismissioni, ritorno alla redditività, uscita progressiva del Mef dal capitale. Una storia di resurrezione che forse, ex post, avrebbe meritato miglior sorte.

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Rocca Salimbeni (Imagoeconomica).

Stanco di essere strumento, Lovaglio ha puntato a diventare protagonista

Invece è andata diversamente. A un certo punto i soci fortiCaltagironeMilleri, e dietro il governo con la sua benedizione silenziosa – hanno deciso che il Monte risanato poteva tornare utile come testa d’ariete per realizzare il grande disegno mai riuscito prima: prendere le Generali passando per Mediobanca che da sempre ne custodisce le chiavi. Lovaglio eseguì con competenza e determinazione, bisogna riconoscerglielo. L‘offerta pubblica di scambio su Piazzetta Cuccia andò in porto come neanche la più rosea delle aspettative avrebbe immaginato.

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Francesco Gaetano Caltagirone (Ansa).

Il guaio è che a quel punto l’ad di Rocca Salimbeni, stanco di essere uno strumento, ha voluto diventare protagonista. L’idea, rivelatasi per lui letale, era incorporare Mediobanca dentro il Monte. Farla sparire dalla mappa della finanza italiana. Non era più un’acquisizione, ma un progetto egemonico. Troppo per i suoi referenti che gli avevano affidato un mandato preciso, contrario al suo piano. Recita un vecchio assunto che regola i rapporti tra padroni e dipendenti: chi esegue bene viene premiato, chi inizia a ragionare in proprio viene fermato. 

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il tempismo della Procura di Milano

In questo, indirettamente, una mano è arrivata dalla Procura di Milano, con l’accusa a Lovaglio di concorso esterno nel concerto tra azionisti prodromico alla scalata di Piazzetta Cuccia. La fattispecie è nuova, quasi sperimentale. Ma, come abbiamo scritto in un precedente articolo, nell’economia dei rapporti di potere la notizia non è l’indagine in sé ma il fatto che sia arrivata nel momento giusto per chi aveva bisogno di un pretesto. E poi c’è il dettaglio che trasforma questa storia in qualcosa di più malinconico della semplice sconfitta. Nelle chat intercettate, Lovaglio era tutto complimenti con Francesco Gaetano Caltagirone, quasi una corrispondenza di amorosi sensi verso il socio che mentre lo lisciava gli stava già scavando la fossa. La morale della storia? Sempre e solo nell’articolo quinto: alla fine, chi mette i soldi ha vinto.