Lo scontro infinito tra Renzi e Formigli

Il leader di Italia viva torna all'attacco dopo il botta e risposta a distanza col conduttore di La7. E dice: «Sui giornali invocano la privacy solo per gli amici: così è doppia morale».

Prosegue il botta e risposta a distanza tra Matteo Renzi e Corrado Formigli, alimentato dalle polemiche nate dopo la pubblicazione online delle informazioni sulla casa del conduttore dai parte di diversi seguaci dell’ex premier. Nella giornata del 9 dicembre Renzi aveva definito una «porcheria» la diffusione delle immagini, invitando i suoi sostenitori a interrompere quella che aveva tutti i crismi di una shitstorming nei confronti di Formigli. Il quale, da parte sua, si era detto, per usare un eufemismo, poco convinto dalle parole del leader di Italia viva, accusato di una difesa strumentale solo per «proseguire la propria battaglia politica».

«DOPPIA MORALE DA CHI INVOCA LA PRIVACY PER GLI AMICI»

Non si è fatto attendere il contrattacco di Renzi. «Chi difende le nostre idee in Rete è stato massacrato per anni dalle #FakeNews», ha scritto di buon mattino su Twitter. «E oggi dalla doppia morale di chi invoca sui giornali la privacy solo per gli amici. Ne parliamo giovedì in Senato, abbiamo molto da dire».

«Vorrei mandare un abbraccio a tutti coloro che lottano sulla Rete per difendere le nostre idee», ha anche scritto il leader di Italia viva in un post su Facebook. «Il colmo è che siete stati massacrati da troll per anni con fake news e adesso vi attaccano persino sui giornali, solo perché difendete la verità e le vostre idee. Vi abbraccio forte forte. E vi garantisco che non ci fermeremo. Anzi: vi do appuntamento a giovedì quando interverrò in Senato su questa incredibile vicenda, facendo sentire la vostra voce».

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Lo scontro infinito tra Renzi e Formigli

Il leader di Italia viva torna all'attacco dopo il botta e risposta a distanza col conduttore di La7. E dice: «Sui giornali invocano la privacy solo per gli amici: così è doppia morale».

Prosegue il botta e risposta a distanza tra Matteo Renzi e Corrado Formigli, alimentato dalle polemiche nate dopo la pubblicazione online delle informazioni sulla casa del conduttore dai parte di diversi seguaci dell’ex premier. Nella giornata del 9 dicembre Renzi aveva definito una «porcheria» la diffusione delle immagini, invitando i suoi sostenitori a interrompere quella che aveva tutti i crismi di una shitstorming nei confronti di Formigli. Il quale, da parte sua, si era detto, per usare un eufemismo, poco convinto dalle parole del leader di Italia viva, accusato di una difesa strumentale solo per «proseguire la propria battaglia politica».

«DOPPIA MORALE DA CHI INVOCA LA PRIVACY PER GLI AMICI»

Non si è fatto attendere il contrattacco di Renzi. «Chi difende le nostre idee in Rete è stato massacrato per anni dalle #FakeNews», ha scritto di buon mattino su Twitter. «E oggi dalla doppia morale di chi invoca sui giornali la privacy solo per gli amici. Ne parliamo giovedì in Senato, abbiamo molto da dire».

«Vorrei mandare un abbraccio a tutti coloro che lottano sulla Rete per difendere le nostre idee», ha anche scritto il leader di Italia viva in un post su Facebook. «Il colmo è che siete stati massacrati da troll per anni con fake news e adesso vi attaccano persino sui giornali, solo perché difendete la verità e le vostre idee. Vi abbraccio forte forte. E vi garantisco che non ci fermeremo. Anzi: vi do appuntamento a giovedì quando interverrò in Senato su questa incredibile vicenda, facendo sentire la vostra voce».

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Cosa c’è dietro l’abuso di colpi di fiducia del governo

Lavori in Aula compressi e parlamentari ridotti a spettatori votanti delle leggi. Così il Conte II reagisce all'aumento di attriti in maggioranza fra Pd, M5s e Italia viva. Ma anche gli esecutivi precedenti hanno fatto allo stesso modo. Rischio di esercizio provvisorio e proteste delle opposizioni: il quadro.

In attesa del chiarimento tra le forze di maggioranza e del conseguente cronoprogramma di legislatura, il governo va avanti a colpi di fiducia. A conferma che il livello di scontro politico tra i partiti è molto alto e bisogna mettere un freno alle liti. L’esito è sotto gli occhi di tutti: i lavori in Aula vengono compressi sempre di più e i parlamentari sono spesso ridotti a spettatori votanti dei provvedimenti. La fiducia infatti, solitamente usata per compattare la maggioranza ed evitare l’ostruzionismo dell’opposizione, fa decadere tutte le proposte di modifica alla legge che deve essere quindi votata così come è stata presentata.

GIÀ OTTO QUESTIONI DI FIDUCIA IN QUATTRO MESI

Entro fine 2019, infatti, potrebbero salire a otto le questioni di fiducia poste fin dal giuramento del Conte II. Una media di due al mese. Ufficialmente sono già cinque, ma «ne arriveranno altre», ha previsto il navigato parlamentare di Forza Italia, Simone Baldelli. E per le «altre» si intende la doppia fiducia sulla legge di bilancio, prima al Senato e poi alla Camera, e quella sul decreto fiscale, che entro Natale deve essere licenziato da Palazzo Madama, pena la decadenza.

IL FRENO DI FICO: «SONO TROPPE»

Il presidente della Camera, Roberto Fico, si è sentito in dovere di sollevare la questione: «Ci sono troppe fiducie», ha scandito, ricordando di aver già scritto al presidente del Consiglio per rimarcare questo problema. La tendenza è addirittura peggiorata rispetto al precedente esecutivo: anche in quel caso si era arrivati a fine anno con otto fiducie, ma il giuramento c’era stato a giugno, tre mesi prima. E soprattutto è la sequenza a destare perplessità: da fine ottobre in poi, il Conte II ha fatto ricorso a questo strumento in maniera sistematica, a partire dall’approvazione del dl imprese. Un segnale dell’aumento degli attriti tra Movimento 5 stelle, Partito democratico e Italia viva.

SI RISCHIA L’ESERCIZIO PROVVISORIO

Dopo la fiducia posta sul decreto fiscale è toccato al dl clima il 9 dicembre. In entrambi i casi alla Camera. E il numero, come preconizzato dalle opposizioni, è destinato a salire, altrimenti si rischia l’esercizio provvisorio. Da qui la necessità di contingentare i tempi. Sempre che per la manovra si riesca a evitare una terza lettura: c’è il pericolo di qualche lieve modifica, leggasi incidente, nel percorso a Montecitorio. A quel punto il testo dovrebbe per forza tornare a Palazzo Madama: l’approvazione slitterebbe tra le festività natalizie e il Capodanno (come è avvenuto nel 2018) con fiducia aggiuntiva.

L’OBIETTIVO: CHIUDERE ENTRO NATALE

L’obiettivo del governo è comunque quello di evitare ulteriori rallentamenti, chiudendo la partita in due letture e quindi prima di Natale. È una necessità tecnica, ma soprattutto politica: prima del vertice del nuovo anno, fondamentale per stabilire l’agenda, si punta a evitare inciampi. Che potrebbero risultare fatali. Un cosa è comunque certa: «Sulla manovra non toccheremo palla», ammettono i deputati, senza peraltro grosse sorprese.

TENSIONI CHE HANNO FRENATO I LAVORI

Le tensioni a mezzo stampa alla fine si sono riversate sui lavori in parlamento. Nonostante i tentativi di confronto costruttivo in Commissione, le forze di maggioranza hanno dovuto prendere atto delle divisioni interne, allungando i tempi per la preparazione dei provvedimenti più attesi. L’iter della legge di bilancio è stato accidentato, per usare un eufemismo.

GIOVEDÌ IL TESTO NELL’AULA DEL SENATO

Non da meno, però, è stato il decreto fiscale con continui vertici e mediazioni. Le cronache hanno riportato le lacerazioni. E anche nelle ultime ore si è andati a avanti a fatica. Solo giovedì il testo arriva nell’Aula al Senato per essere approvato venerdì, come ha riferito il capogruppo del Partito democratico, Andrea Marcucci.

I PRECEDENTI: HA FATTO PEGGIO GENTILONI

Il tema della fiducia ha sempre surriscaldato gli animi. Il primo governo Conte vi ha fatto ricorso in totale 15 volte in poco più di 14 mesi di vita. L’ultimo caso è stato il voto sul decreto sicurezza. Un percorso decisamente migliore, finora, rispetto al Conte II. La magra consolazione è che c’è chi ha fatto di peggio: l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni, l’ultimo della precedente legislatura, ha chiesto in totale 28 volte la fiducia con la media 2,5 volte al mese.

PER MONTI TRE FIDUCIE AL MESE

Mentre il dato dell’attuale governo è in linea con quello presieduto da Matteo Renzi, che ha fatto ricorso a questo strumento in 66 casi con una media di circa due al mese. E per trovare ancora di peggio bisogna tornare all’esperienza di Mario Monti a Palazzo Chigi: il suo governo aveva posto la questione di fiducia, in media, tre volte al mese.

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Paul Volcker, il banchiere di cui si fidavano l’Europa e Ciampi

Da sempre contro la finanza a briglia a sciolta, fu considerato l'ultimo baluardo nella crisi economica del 2008. Era il miglior amico americano dell'euro. Piaceva a Obama, meno a Wall street. Ritratto dell'ex Fed morto a 92 anni.

«Paul, we trust you». Paul, abbiamo fiducia in te. Questa lettera di quattro parole, firmata Carlo Azeglio Ciampi, era incorniciata sulla scrivania del piccolo ufficio privato che alla fine del 2009 Paul Volcker divideva con un amico al Rockefeller Center a New York, poche fermate di autobus e pochi isolati a piedi dal suo appartamento nell’Upper East Side.

UN APPIGLIO SULL’ORLO DELL’INSOLVENZA

La lettera era dell’autunno 2008 quando la finanza americana sembrava sul punto di sprofondare e per 48 ore il sistema era parso, in quel settembre, sull’orlo dell’insolvenza. Da molti mesi Volcker, già presidente della Federal reserve americana negli anni di Jimmy Carter e Ronald Reagan, era il grande saggio nel team elettorale di Barack Obama che il 4 novembre avrebbe vinto le Presidenziali e, data la estrema confusione finanziaria e il suo unico e assoluto prestigio, si pensava avrebbe avuto, sia pure per un paio d’anni soltanto dati gli 80 compiuti, il ministero del Tesoro.

ESEMPIO DI CREDIBILITÀ DELLE ISTITUZIONI

Non andò così e questo può essere iscritto fra i sintomi di una malattia che invece solo da uomini e donne come Volcker poteva, e potrebbe, essere efficacemente combattuta. La malattia si chiama perdita di fiducia nelle istituzioni e nei loro uomini e lo stesso ex presidente Fed ha avuto modo negli ultimi anni di denunciarla più volte.

INCARNAVA LA NOZIONE DI SERVIZIO PUBBLICO

Morto nella serata di domenica 8 dicembre 2019 a New York a 92 anni, Volcker fu definito dall’economista ed ex vice presidente Fed Alan S. Binder «l’esempio vivente della nozione di servizio pubblico». E poiché si tratta di una “nozione” concreta e non da laboratorio, il tutto va accostato a un passaggio delle memorie dello stesso Volcker, scritte con molta riluttanza, pubblicate nel 2018 come testamento spirituale, e con sottotitolo “la ricerca della buona moneta e del buon governo”.

CERCAVA DI «ORDINARE IL DECLINO DEGLI USA»

Si legge in un breve passaggio con il quale l’autore chiaramente si identificava: «Uno dei miei vecchi amici stranieri una volta mi ha detto – e penso volesse porgermi un complimento, con qualche ironia – che ai suoi occhi la mia carriera era un po’ come una lunga saga all’insegna del tentativo di rendere il declino degli Stati Uniti nel mondo il più possibile rispettabile e ordinato».

TRA I PIÙ AUTOREVOLI DELLA SECONDA METÀ DEL 1900

E questo è stato Paul Volcker, senz’altro fra i massimi protagonisti della scena americana nella seconda metà del 1900, fra i più autorevoli e prestigiosi non solo come banchiere centrale e, fino a pochi mesi fa, disposto a ricordare verità scomode e cruciali.

A FAVORE DI UN SISTEMA DI CAMBI FISSI

Studi di Storia, Politica ed Economia a Princeton, Harvard e alla London School of Economics («ma senza prendere il Ph.d., avevo di meglio da fare»), economista alla New York Fed, poi a Chase Manhattan nell’orbita dei Rockefeller, infine al Tesoro e, con Nixon, sottosegretario per le relazioni internazionali. Fu lui ad avvertire tutti i partner, e a gestire, l’abbandono della convertibilità del dollaro in oro, nell’estate del ’71, un passaggio che riteneva inevitabile; era a favore però di un successivo, nuovo sistema di cambi fissi che invece il suo ministro, il texano John Connally, e Nixon, non vollero.

RIUSCÌ A SPEZZARE LE RENI ALL’INFLAZIONE

Volcker ha sempre considerato la vicenda dei primi Anni 70 come centrale nella sua esperienza e un grande insegnamento sul significato della solidità – perduta e che si rischiò fortemente di perdere del tutto – della moneta. Tornava poi alla New York Fed, come presidente, e nel 1977 un Jimmy Carter disperato, su suggerimento di David Rockefeller, lo chiamava alla Federal reserve di Washington. Furono anni duri, ma praticamente da solo, con la copertura politica ( fino a un certo punto), va detto, di Ronald Reagan, riuscì con una politica di tassi crescenti che sollevava profonde proteste nel Paese a spezzare le reni all’inflazione; non solo per il dollaro ma, di conseguenza, anche per le altre principali valute.

MAI DIGERITO DA WALL STREET

Nel 1987, allo scadere del secondo mandato, Volcker era pronto per ancora quattro anni a Washington. Ma Wall Street che aveva nel governo solidissime presenze era lanciata nell’innovazione finanziaria, aveva mal sopportato il freno della Fed di Volcker, e non voleva più l’ingombrante banchiere centrale.

NEL TEAM ELETTORALE DI OBAMA

Ma perché il «Paul, we trust you» di Ciampi nel 2008? Perché la poca simpatia di Volcker per una finanza a briglia sciolta si rivelava in quei giorni molto più saggia e onesta dello spettacolo offerto dal mondo finanziario e la sua sola presenza dava fiducia; era poi, sia pure come “grande saggio”, nel team elettorale di Obama. Il nuovo presidente lo sondò per il vertice del Tesoro, come ha confermato lo stesso Volcker nelle memorie. E un forte gruppo bipartisan del quale facevano parte sia Henry Kissinger sia personaggi importanti del mondo finanziario come Sheila Bair della Fdic (Federal deposit insurance corporation) cercava di ottenere la sua nomina, come è stato rivelato dalla pubblicazione delle mail di John Podesta, capo del transition team di Obama e quindi in un ruolo-chiave per la formazione del nuovo governo.

L’UNICA INNOVAZIONE UTILE? IL BANCOMAT

Ma Wall Street, che aveva pagato gran parte della campagna elettorale e alla quale Obama stava confermando il controllo dell’economia, non voleva affatto Volcker. Del resto l’ex banchiere centrale dichiarava in quei giorni che l’unica innovazione finanziaria di sicura utilità era stato il bancomat. Obama ricorse a lui brevemente all’inizio del 2010, in un momento di notevole debolezza, dopo un’importante voto perduto nel Massachusetts, e fu qui che venne lanciato il Volcker rule, una formula che doveva essere cruciale nella imponente (e inefficace) riforma finanziaria. Ma tutto o quasi finì in parole.

METTEVA IN GUARDIA IL PUBBLICO INGENUO

Fino all’ultimo Volcker ha messo in guardia contro gli eccessi di un mondo, quello finanziario e bancario, che può e deve produrre ricchezza e lo fa, ma affiancando troppo spesso anche la produzione di carta e cartaccia inutile venduta però a caro prezzo a un pubblico troppo spesso ingenuo; gullible è l’aggettivo inglese da lui usato.

CONVINTO SOSTENITORE DELL’EURO

Volcker è stato anche il miglior amico che negli ultimi 20 anni l’Europa abbia avuto negli Stati Uniti e convinto sostenitore dell’unione monetaria e dell’euro. Una sfida sotto certi aspetti per il dollaro e gli Stati Uniti, ed è questo l’unico lato che Donald Trump sembra in grado di cogliere; ma anche un alleato nel mantenimento di un ordine monetario, e quindi politico, che un tempo ormai lontano, e non lunghissimo tutto sommato, gli Stati Uniti hanno potuto assicurare da soli.

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Mattarella contro «l’indecente» evasione fiscale

Il presidente della Repubblica incontrando gli studenti al Quirinale ha tuonato contro chi non paga le tasse: «È un atto di individualismo esasperato» che costa 119 miliardi l'anno.

Duro monito di Sergio Mattarella contro l’evasione fiscale. «È una cosa davvero indecente, perché i servizi comuni, la vita comune è regolata dalle spese pubbliche. Se io mi sottraggo al mio dovere di contribuire sto sfruttando quello che gli altri pagano, con le tasse che pagano».

PERCHÉ È DIFFICILE COMBATTERE QUESTA PIAGA?

La presa di posizione del capo dello Stato è stata resa nota della presidenza della Repubblica ed espressa nel corso di un incontro con degli studenti gli studenti di alcune scuole secondarie di secondo grado al Quirinale. In particolare il presidente ha risposto a una domanda di uno dei ragazzi, “Perché in Italia è così difficile combattere la piaga dell’evasione fiscale?”.

QUESTIONE DI SENSO CIVICO

«L’evasione fiscale è l’esaltazione della chiusura in sé stessi, dell’individualismo esasperato. È un problema serio in molti Paesi. Lo è nel nostro. Vi sono Paesi in cui è molto più grave, vi sono Paesi in cui invece il senso civico di ciascuno lo ha quasi azzerato. È un problema grave perché significa ignorare che si vive insieme e che la convivenza significa contribuire tutti insieme – come dice la Costituzione, secondo le proprie possibilità – alla vita comune».

LEGGI ANCHE: Nel 2016 l’evasione fiscale in Italia è costata 113 miliardi

UN’EVASIONE DA OLTRE 119 MILIARDI L’ANNO

«L’evasione fiscale», ha continuato Mattarella, «è calcolata nell’ultimo documento ufficiale dell’anno passato circa 119 miliardi di euro: una somma enorme. Se scomparisse, le possibilità di aumentare pensioni, di aumentare stipendi, di abbassare le tasse per chi le paga, e così via, sarebbero di molto aumentate». Per questo, ha concluso «anche lì il problema è di norme, di interventi, di controlli, di verifiche – che stanno dando qualche risultato – ma è soprattutto di cultura e di mentalità, di capire che in un’associazione, in una società, in una convivenza, se non si contribuisce tutti allo sforzo comune, c’è chi lo fa con onestà e c’è chi lo fa sfruttando quanto gli altri fanno. E questo non è giusto».

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Le linee rosse di Pd e M5s sul Mes per il sì del governo

La maggioranza ha posto le sue condizioni all'esecutivo per il via libera al fondo Salva Stati. Tra cui no al tetto ai titoli di Stato e alla maggioranza unica per le Cacs. Il voto previsto l'11 dicembre.

Una riunione di maggioranza si è svolta questa mattina, in vista del voto del Parlamento di una risoluzione che riguarderà anche il Mes. Il voto è previsto mercoledì 11 dicembre, in riferimento all’informativa che il premier Giuseppe Conte svolgerà sul prossimo Consiglio europeo. Dalla riunione con il ministro Enzo Amendola e la sottosegretaria agli Affari Ue Laura Agea emerge una prima, articolata, bozza di risoluzione. A rappresentare i gruppi di maggioranza c’erano i capigruppo nelle commissioni Affari europei di Camera e Senato. Nelle prossime ore il confronto proseguirà e il M5s in particolare avrebbe sottolineato la necessità di discutere la bozza di risoluzione nei suoi gruppi parlamentari.

VOTO DEL PARLAMENTO E PACCHETTO CON UNIONE BANCARIA

Intanto nel testo si legge che la maggioranza «impegna il governo» ad «assicurare l’equilibrio complessivo dei diversi elementi al centro del processo di riforma dell’Unione economica e monetaria (cosiddetta logica di “pacchetto” Mes, Bicc, Unione bancaria) approfondendo i punti critici del pacchetto di riforme». Nel testo si prevede anche «il pieno coinvolgimento del Parlamento in una eventuale richiesta di attivazione del Mes».

NO AL TETTO AI TITOLI DI STATO PER LE BANCHE

La maggioranza, inoltre, «impegna il governo» ad «approfondire i punti critici» del pacchetto di riforme che include il Mes e «in particolare» escludere «in ogni caso interventi di carattere restrittivo sulla dotazione di titoli sovrani da parte di banche e istituti finanziari e comunque la ponderazione dei titoli di stato attraverso la revisione del loro trattamento prudenziale».

NO ALLA MAGGIORANZA SINGOLA PER LA RISTRUTTURAZIONE

Infine un’altra condizione posta dalla maggioranza al governo riguarda le Cacs, le clausole di azione collettiva che si attivano in caso di ristrutturazione del debito. «Condizionare l’adozione di ogni decisione vincolante in merito alla revisione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) alla finalizzazione, ancora non conclusa, del suo processo di riforma attraverso la definizione delle regole e delle procedure delle Clausole di azione collettiva evitando l’applicazione dei principi della single limb Cacs». Questo significa che l’Italia non accetta che il debito possa essere ristrutturato in base al voto di una singola maggioranza di investitori.

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Il piano di Conte: a gennaio verifica di governo, poi rilancio e investimenti

Per il premier il punto con la maggioranza si deve fare «un minuto dopo l'approvazione della legge di bilancio». Zingaretti: «Lavoriamo all'agenda per il 2020». Ma sui tempi dell'esame della finanziaria è ancora caos.

L’idea è quella di approvare la manovra e una volta superato lo scoglio ridare slancio agli investimenti e con quelli all’azione di governo. Questo il piano che il primo ministro Giuseppe Conte ha illustrato al Rome investment Forum. «Una volta che sarà approvata la manovra ci dedicheremo a progettare un futuro migliore per il mostre Paese e a mettere in campo le riforme strutturali necessarie. Una magna pars del
tavolo sarà dedicata a un programma per realizzare in modo più efficace gli investimenti. Tre le direttrici: razionalizzare le risorse pubbliche rafforzando il partenariato tra pubblico e privato, semplificare il quadro delle regole, ridurre gli oneri burocratici», ha dichiarato Conte. «Un minuto dopo l’approvazione della legge di bilancio», ha aggiunto il capo del governo, «dovrà aprirsi la verifica di governo che è “necessaria” e che dovrà indicare «un cronoprogramma fino al 2023», ha detto il presidente del Consiglio.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante il Rome Investment Forum 2019, Roma, 9 dicembre 2019. ANSA / ETTORE FERRARI

A Conte ha fatto eco il segretario del Pd, Nicola Zingaretti: «Chiudiamo bene la manovra economica. Poi, con il Presidente Conte, lavoriamo ad una nuova Agenda 2020 per riaccendere i motori dell’economia, per creare lavoro, per sostenere la rivoluzione verde, per rilanciare gli investimenti,
per semplificare lo Stato, per sostenere la rivoluzione digitale, per le infrastrutture utili, per investire su scuola, università e sapere. Alleanza vuol dire condivisione e avere a cuore gli interessi dell’Italia», ha scritto su Facebook il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

FICO: «PREOCCUPAZIONE PER I TEMPI DELLA LEGGE DI BILANCIO»

L’iter della legge di bilancio tuttavia è ancora nel caos. Il presidente della Camera Roberto Fico ha scritto una lettera alla presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati per esprimere “preoccupazione” sui tempi di esame della Manovra. Giovedì 12 dicembre alle 14 si terrà a Montecitorio una nuova riunione della conferenza dei capigruppo per riorganizzare i tempi di esame. «Non resta che fare un appello al Governo affinché la programmazione dei tempi di esame dei provvedimenti consenta al Parlamento di interpretare appieno quella centralità che gli riconosce la Costituzione, ha affermato il Presidente del Senato Elisabetta Casellati in risposta alla lettera di Fico che, sottolinea, «ha ragione nell’esprimere preoccupazione sui tempi di esame della manovra di bilancio».

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Per la Chiesa l’uomo forte in politica è anti-cristiano

L'avvertimento dell'Osservatore romano a pochi giorni dal rapporto del Censis. Così la Santa Sede prova a ergersi a baluardo contro l'ascesa dei nazionalismi.

Attenzione agli uomini forti, possono portare un Paese – anche l’Italia – alla rovina. È questo l’avvertimento lanciato dall’Osservatore romano dell’8 dicembre, in un editoriale di prima pagina dal significativo titolo: «La forza dell’uomo debole». L’intervento del direttore del quotidiano vaticano, Andrea Monda, prende spunto dall’ultimo rapporto del Censis dal quale emerge, fra le altre cose, che gli italiani stufi delle inefficienze dello Stato, dai ritardi della politica, dal venir meno di una parte delle tutele offerte dal welfare, vorrebbero alla guida del Paese uomini forti che non debbano preoccuparsi «di parlamento ed elezioni». Sembra essersi sbiadita nel tempo, osserva Monda, la forza del racconto dei nostri nonni su quando in Italia c’era un uomo solo e forte al comando.

IL RIFERIMENTO IMMEDIATO AL DUCE

Il riferimento al duce insomma è esplicito e immediato, le ondate di nazionalismo e populismo che scuotono l’Italia e l’Europa, secondo il giornale del Papa, ci rimandano a quei precedenti, per questo non possiamo dormire sonni tranquilli. Del resto, non è il primo pronunciamento di alto livello vaticano o ecclesiale sulla questione; lo stesso Papa Francesco, meno di un mese fa, aveva affermato senza giri di parole, che certi governanti e politici europei gli ricordano Adolf Hitler e il nazismo con le sue persecuzioni verso ebrei, omosessuali, zingari. Ancora, la Civiltà Cattolica ha dedicato un lungo intervento – di cui abbiamo riferito di recente su Lettera43 –  al rapporto fra fede e fascismo, alla strumentalità con la quale Benito Mussolini utilizzò la religione per cementare li proprio consenso. Al contempo la rivista dei gesuiti accennava, non casualmente, al tema opposto: ovvero a come la chiesa avesse, da parte sua, sottoscritto un concordato vantaggioso col regime nel 1929.

Quello dell’Osservatore romano è il terzo intervento nelle ultime settimane che tocca lo stesso nucleo di problemi

Quello dell’Osservatore romano è dunque il terzo intervento nelle ultime settimane che tocca lo stesso nucleo di problemi; tre indizi fanno una prova? In realtà i segnali provenienti dall’altra sponda del Tevere che vanno in questa direzione sono molti di più e indicano, sia pure con le dovute attenzioni del caso, un percorso definitivo di separazione fra Chiesa cattolica e fascismi. Un’operazione di revisionismo storico, prudente giustamente nel metodo, ma chiara ormai nel tracciare una lettura non più incerta e giustificativa del passato in collegamento costante col presente. Lo spazio della ricerca storica sulle cause e i contesti in cui si mosse la Santa Sede, si lascia intendere nei vari interventi è una cosa, il giudizio morale, il messaggio per il presente, un’altra.

PRIMA O POI ARRIVA LA ROVINA

In tal senso, l’editoriale dell’Osservatore è particolarmente importante perché non si limita a dare una lettura politica del problema legato all’idea di ‘uomo forte’, ma chiama in causa il cristianesimo nella sua essenza di fede fondata in un certo modo sulla debolezza dell’essere umano, ovvero sulla sua incompletezza dentro la quale si trovano inevitabilmente difetti, punti deboli, virtù, slanci di generosità, egoismi e via dicendo, appunto perché la ‘potenza’ è di Dio così come la misericordia che diventa una sorta di antidoto del potere, e non appartiene all’uomo, alla sua dimensione. Anzi, quando qualche leader politico si presenta sulla scena pubblica, accreditandosi alle masse come ‘l’uomo forte’ in grado di cambiare i destini di una nazione, c’è da allarmarsi perché è un principio che porta con sé, prima o poi, la rovina.

LA CITAZION DEL GRANDE TEOLOGO BONHOFFER

In tal senso va la bella citazione del grande teologo protestante tedesco Dietrich Bonhoffer, il quale venne chiamato a commentare nel 1933, l’elezione del Fuhrer a Cancelliere; Hitler annunciò fin dal suo primo discorso che non avrebbe deluso il popolo e avrebbe anzi mantenuto tutte le sue promesse. Bonhoffer si disse preoccupato perché «come essere umano» lui si aspettava «dal suo Führer la possibilità di essere deluso, questo, dal punto di vista umano lo avrebbe confortato molto di più». Hitler, per l‘appunto, ricorda li quotidiano della Santa Sede, mantenne tutte le sue promesse e sappiamo come andò a finire; lo stesso Bonhoffer venne impiccato nel campo di concentramento di Flossemburg nell’aprile del 1945, poco prima che terminasse il conflitto, per aver cospirato contro il nazismo.

La Santa Sede è l’istituzione che forse con maggior forza sta interpretando l’ascesa dei populismi in Europa (e in America), con un forte senso della storia e della memoria

La Santa Sede, insomma, è l’istituzione che forse con maggior forza sta interpretando l’ascesa dei populismi in Europa (e in America), con un forte senso della storia e della memoria, non nascondendosi i rischi che montano dietro certi slogan e certe politiche. La questione che ha fatto da discrimine e da detonatore è stata certamente quella dei profughi e dei migranti, tema definito «luogo teologico» in particolare per i gesuiti da Papa Francesco nel corso del recente viaggio in Thailandia e Giappone. L’insorgenza del veleno razzista, della xenofobia, dell’armamentario nazionalista, alimentati dalla crisi sociale, è l’allarme che si registra in Vaticano, è un male capace di sovvertire non solo la democrazia ma anche le radici stesse del cristianesimo. Altro che rosari branditi n piazza.

LA LEZIONE DEL PASSATO

Quella in corso Oltretevere, peraltro, è anche un’operazione verità che tiene conto della lezione del passato: questa volta gli storici del futuro troveranno facilmente la netta condanna di fenomeni politici “inquietanti” nella documentazione ufficiale prodotta in tante occasioni dal Papa o dal Vaticano, e non dovranno più affidarsi alle annotazioni private o interne ai sacri palazzi di mons. Domenico Tardini,  il diplomatico vaticano che operò come collaboratore dei papi prima e durante li secondo conflitto mondiale, per trovare traccia del disappunto e del disprezzo verso certi regimi o verso le imprese  coloniali del fascismo. Ma questo è il passato, appunto. La storia di oggi certo è altra cosa, e gli anticorpi verso l’ondata nazionalista sono ancora forti; tuttavia ci piacerebbe leggere sull’Osservatore, in questo tempo di rinnovato studio della storia e di comprensione aperta e critica della sua lezione, senza alcun cedimento agiografico, una rivisitazione della vicenda di quei sacerdoti che, mai cessando di essere tali, collaborarono attivamente con la resistenza italiana o furono perseguitati dal regime fascista.

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Calabria, Salvini dice sì a Santelli e Pascale la sostiene

Il primo a non volere nessuno dei due Occhiuto candidati è stato il leader leghista. E la fidanzata di Berlusconi ha fatto il suo gioco, dopo avere tramato da tempo con la coordinatrice di Forza Italia in Regione.

L’endorsement è avvenuto con una foto. L’immagine di Francesca Pascale con Jole Santelli, coordinatrice di Forza Italia Calabria, la dice lunga: ci sono alte probabilità che sia lei la candidata in quella Regione, con buona pace dei fratelli Mario e Roberto Occhiuto che da anni lavoravano a coronare a Palazzo degli Itali, a Catanzaro, la propria carriera politica. Poco importa se la più antisalviniana di Forza Italia, appunto la fidanzata di Silvio Berlusconi attratta dalle sardine, cede al diktat di Matteo Savini. Il primo a non volere nessuno dei due Occhiuto candidati, per via dei problemi giudiziari di Mario, è stato proprio il leader della Lega e Pascale ha fatto il suo gioco.

NEANCHE CARFAGNA PUÒ AIUTARE OCCHIUTO

Le due donne, Francesca e Jole, tramavano anche loro da tempo ed è questo che più di ogni cosa ha ferito Occhiuto: il tradimento dei suoi fedelissimi. Ora Santelli dice che deve metabolizzare la proposta e deciderà se accettarla fra qualche giorno, ma è solo un modo per far finta di non aver congiurato. In politica, si sa, anche i rapporti più stretti cambiano dalla sera alla mattina. Ma a Santelli è perdonato: ha dimostrato sempre grande forza e tenacia, attraversando mille prove anche personali. Robertino Occhiuto invece ormai è uno zombie. Rimasto solo con la sua sigaretta elettronica, sono lontani i tempi dell’ascesa nazionale e l’attivismo della scorsa legislatura. Neanche Mara Carfagna può fare nulla per lui, concentrata come è a far perdere il centrodestra in Campania. Quando si muove con i suoi seguaci sembra un capo di Stato ma neanche lei riesce ormai a concludere alcunché. Ah, come stava meglio quando era la pupilla di Berlusconi!

E Silvio, il grande capo, che ne pensa? Che più senatori e deputati se ne vanno dal suo partito e più è contento

E Silvio, il grande capo, che ne pensa? Che più senatori e deputati se ne vanno dal suo partito e più è contento. Alcuni neanche li conosce o li ha mai visti, e comunque lo hanno nauseato. Si salvino da soli se ci riescono (la risposta è no), ormai l’anziano Cavaliere pensa solo alle sue cose. Sistemate quelle, tutto il resto è noia. E come dargli torto. Neanche i cerchi magici lo appassionano più. Il problema non è suo: ha già fatto tanto. Davvero deve ancora preoccuparsi dei vari Gasparri, Baldelli, Vito, Ruggieri, Mulè, Cangini, Cattaneo, delle Ravetto, Calabria, Giammanco, Polidori, Biancofiore e compagnia bella? Basta, finita la pacchia. In fondo, pensa il fondatore, sono stati tutti già fin troppo graziati e beneficiati.

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Salvini e il fallimento del maschilismo nordista

Il leader della Lega cala nei sondaggi. Mentre Meloni guadagna terreno. Un trend figlio della superficialità dell'uomo politico. Vanesio e incontinente come un altro Matteo a cui gli italiani hanno già preso le misure.

Pur senza moijto Matteo Salvini ricomincia a scendere nei sondaggi e a perdere terreno rispetto a Giorgia Meloni che ha saltato la barriera del 10%. Sembrerebbe una strana combinazione quella che vede non solo la competizione fra i due “destri” ma soprattutto il tentativo della Meloni di acchiappare Salvini. La leader di Fratelli d’Italia si avvantaggia di due cose. La prima è che ha un elettorato di tradizione che forse ha ripreso fiducia e sta tornando a casa. La seconda è che pur essendo con tutta evidenza, come tanti anche dello schieramento opposto, una politica “imparaticcia”, cioè che dice cose che non conosce perfettamente, dà l’idea di impegnarsi, di metterci un po’ di anima, di cercare di andare al sodo.

Ma Salvini deve questo riavvicinamento, ancora con numeri che possono tranquillizzarlo, molto a se stesso, alla propria immagine di uomo superficiale. Fino a che si era trattato di dare voce a un popolo di destra che chiedeva di legittimare tutti i pensieri più cattivi e scorretti, l’energumeno Salvini aveva un ruolo. Dopo, questo ruolo è andato scemando. Diciamolo per intero: anche antropologicamente Salvini non restituisce l’immagine del Nord lavoratore e serio, semmai quella del Nord chiacchierone da birreria. Attorno a lui i soloni del giornalismo di destra, già ultrà berlusconiani, hanno costruito una cintura di protezione descrivendolo come vittima di complotti perché uomo forte per un Paese debole. Viceversa quello che, avendolo sotto gli occhi h24 su tutte le tivù, appare chiaro è che la destra ha scelto come uomo simbolo una persona totalmente priva di intelligenza politica e totalmente sguarnita culturalmente.

IL MERITO STORICO DELLE SARDINE

Il merito storico delle sardine, che quelli molto di sinistra non capiscono (ovviamente), è che hanno dato voce, e l’hanno data in piazza, a questo bisogno di una politica di conciliazione, quella che un tempo si autodefiniva la “bella politica”. Questo movimento ha dimostrato che la piazza non è di destra ma ci sono tante piazze, e molti saputelli di sinistra convertiti al salvinismo dovrebbero riflettere, e che l’ascesa del leader della Lega era ed è resistibile. Oggi la minaccia più forte a Salvini viene dalla destra e da una donna di destra. Sfuggo alla tentazione di dire che cosa sia meglio per il Paese, se il leghista un po’ testone o la ragazza di destra politicamente inquietante. Sottolineo solo che, anche da questa gara, si capisce come stia diventando possibile che finisca l’epoca dei maschietti tromboni. La catastrofe del maschilismo politico con Matteo Renzi e Salvini ha raggiunto l’apice.

Alla fine l’inconsistenza si vede: Renzi non sale nei sondaggi, Salvini scende

Non siamo stati mesi di fronte a modelli antichi di virilità, non è rimasta nelle nostre menti l’immagine dell’uomo forte che avrebbe potuto suggestionare l’opinione pubblica. Sono emerse, invece, due figure maschili che abbiamo sempre incontrato nelle scuole e nella vita, cioè il maschio vanesio, finto assatanato sessuale, superficialissimo, incontinente. Negli anni miei giovanili, quando nei licei compariva un tipo così diventava subito oggetto di scherzi feroci. Nell’Italia di oggi invece sono questi personaggetti ad aver fatto lo scherzetto al Paese. Tuttavia alla fine l’inconsistenza si vede: Renzi non sale nei sondaggi, Salvini scende. So che si tratta di persone diverse, ma il tipo umano è identico. E credo che gli italiani, che hanno già preso le misure del “Superbone” toscano, adesso stanno cominciando a capire che nel laborioso Nord c’è tanta roba per accontentarsi di uno che dice cazzate davanti a un bicchiere di birra o a un barattolo di Nutella.

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Manovra, retromarcia sulle “finte” prime case alla vigilia del voto in Aula

La proposta di stretta contro i furbetti dell'Imu dovrebbe essere ritirata. E Gualtieri parla di asili (quasi) gratis. Mentre la Robin tax sale al 3,5%. Le novità sulla legge di bilancio pronta alla prova del Senato.

Dopo l’accordo delle “tasse rimangiate”plastic tax, sugar tax, auto aziendali – si va verso un’altra retromarcia, quella sulla stretta che è stata proposta dai relatori in tema di “finte” prime case. La manovra è pronta ad affrontare la prova del voto al Senato, ma ancora manca l’intesa complessiva sulle modifiche da apportare.

RIVISTA L’ADDIZIONALE IRES SUI CONCESSIONARI

Anche perché continuando a tagliare certe microtasse, servono le coperture: oltre al prelievo sulla “fortuna“, che potrebbe salire al 20%, dovrebbe essere rivista anche una nuova imposta appena presentata, l’addizionale Ires sui concessionari. Dopo la decisione di restringere la platea ai soli concessionari dei trasporti (autostrade, porti e aeroporti), la Robin tax dovrebbe infatti salire al 3,5%, allineando l’addizionale a quella che già si applica al sistema bancario.

«TAGLIO DELLE TASSE SUL LAVORO»

L’Imu è insomma un dettaglio, in una legge di bilancio che comunque ha compiuto il “miracolo” di bloccare gli aumenti Iva, saldando «il conto del Papeete», come ha detto il ministro Roberto Gualtieri in tivù. Il titolare dell’Economia ha difeso la manovra che porta con sé un «significativo taglio delle tasse sul lavoro», grazie ai 3 miliardi a bilancio per la riduzione del cuneo fiscale, e asili nido «sostanzialmente gratuiti per la stragrande maggioranza dei cittadini italiani».

IL VOUCHER NIDI IN TRE FASCE

In che senso? Il voucher nidi è stato modulato su tre fasce: è rimasto a 1.000 euro per chi ha l’indicatore sopra i 40 mila euro, è salito a 2 mila euro per le famiglie con Isee tra i 25 mila e 40 mila euro, ed è arrivato a 3 mila euro per le famiglie meno abbienti, sotto i 25 mila euro.

TRA MOGLIE E MARITO NON METTERE L’IMU

Sull’Imu, invece, il ministro ha frenato. La stretta contro i “furbetti” della prima casa, cioè in genere moglie e marito che fissano la residenza in due abitazioni diverse per evitare di pagare l’imposta sulla casa delle vacanze, è stata inserita nel pacchetto di emendamenti alla manovra depositati dai due relatori (Dario Stefano per il Partito democratico e Rossella Accoto per il Movimento 5 stelle). Ma «non è un emendamento del governo», ha precisato Gualtieri, preannunciando un probabile parere negativo.

MA QUALCUNO LAVORA IN CITTÀ DIVERSE DALLA RESIDENZA

Possibile, quindi, che già lunedì 9 dicembre l’esecutivo chieda ai relatori di ritirare l’emendamento oppure di riscriverlo tenendo conto della necessità di tutelare i nuclei familiari che hanno bisogno di due prime case perché uno dei due coniugi lavora in un’altra città rispetto a dove risiede la famiglia.

VERSO TRE GIORNI DI VOTO NO STOP: LE NOVITÀ

La commissione si prepara a una tre-giorni di voto quasi senza sosta, per arrivare a chiudere anche in Aula al Senato entro la settimana. E dovrebbe approvare anche alcune proposte parlamentari, puntando su quelle sponsorizzate da più gruppi: dall’aumento dei fondi contro la violenza di genere alla proroga del credito d’imposta per le partecipazione delle Pmi alle fiere internazionali, passando per gli sconti per la continuità territoriale della Sicilia (chiesto anche da Pd e M5s), fino all’aumento delle borse di studio per l’Università (promosso in particolare da Italia viva).

BIOLOGICO, BONUS VERDE: COSA CAMBIA

Resta in attesa anche la riconferma del Bonus verde, annunciato dalla ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova e anche tra le richieste di Liberi e uguali. Tra le proposte del Pd potrebbe trovare spazio il sostegno al biologico, ai vivai e anche ad alcune eccellenze musicali.

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Il caso Assad in Rai travolge Salini e Maggioni

L'intervista non ancora trasmessa fatta dalla giornalista al presidente siriano e il successivo ultimatum di Damasco sulla messa in onda imbarazzano Viale Mazzini. Per l'ad non c'era alcuna data concordata. La sua posizione traballa dopo la figuraccia. L'Usigrai: «In gioco la credibilità dell'azienda». Irritato il presidente Foa.

Il caso Bashar al Assad è scoppiato in casa Rai, suscitando imbarazzi, tensioni e irritazione ai vertici. La vicenda ha aperto una tale crisi all’interno dell’azienda che in Viale Mazzini si aspettano persino che voli qualche testa, anche molto in alto. Ma cosa è accaduto?

CONTEMPORANEITÀ PREVISTA DAGLI ACCORDI?

Monica Maggioni, amministratrice delegata di Rai Com, ha realizzato un’intervista al presidente siriano. Il colloquio però non è ancora stato trasmesso dalla Rai. Nella tarda serata di sabato 7 dicembre è arrivato via Facebook l’ultimatum del governo di Damasco: se Viale Mazzini non dovesse mandare in onda entro lunedì 9 dicembre l’intervista, che avrebbe dovuto essere «trasmessa il 2 dicembre su Rainews 24», allora i siriani sarebbero pronti a programmarla sui media del Paese, senza la contemporaneità prevista dagli accordi.

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Monica Maggioni. (Ansa)

MESSA IN ONDA RINVIATA: PERCHÉ?

Secondo la versione di Damasco, RaiNews 24 ha chiesto di posticipare la messa in onda «senza ulteriori spiegazioni». Poi sono seguiti, sempre stando all’ufficio stampa della presidenza Assad, altri due rinvii. Per i siriani insomma «questo è un ulteriore esempio dei tentativi occidentali di nascondere la verità sulla situazione in Siria e sulle sue conseguenze sull’Europa e nell’arena internazionale».

Statement from Political and Media Office of the Syrian Presidency:On 26 November 2019, President al-Assad granted an…

Posted by Syriana Analysis on Saturday, December 7, 2019

L’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, si è ritrovato al centro della delicata questione senza sapere come comportarsi: prendere provvedimenti o concordare con la Maggioni una linea che tutelasse la Rai dalla figuraccia? La sua è una delle posizioni che traballano, e alla fine in una nota ha provato a rimediare così: «L’intervista non è stata effettuata su commissione di alcuna testata Rai. Pertanto non poteva venire concordata a priori una data di messa in onda».

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L’amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini.

IMPASSE CON ALCUNE TESTATE RAI

A quanto è trapelato, Salini sarebbe stato informato che la Maggioni, già inviata di punta del Tg1, ex direttore di Rainew24 ed ex presidente Rai, aveva la possibilità di effettuare l’intervista ad Assad e che sarebbe andata a realizzarla in qualità di ad di Rai Com. Il colloquio sarebbe stato poi proposto ad alcune testate della Rai, che tuttavia non lo avrebbero trasmesso rivendicando la professionalità dei propri giornalisti. E quindi l’impasse ha provocato la reazione del governo siriano. Che ora ha fissato la messa in onda per la serata di lunedì.

L’esecutivo Usigrai, il sindacato dei giornalisti di Viale Mazzini, ha commentato così: «Chiarito che né Rainews24 né alcuna altra testata della Rai ha commissionato l’intervista al presidente della Siria Assad, né quindi ha preso impegni a trasmetterla, chi ha assunto accordi con la presidenza della Siria per conto della Rai? E perché? Fermo restando che non si può cedere ad alcun ultimatum da parte di nessuno, men che meno da parte del capo dello Stato di un Paese straniero, siamo di fronte a una vicenda imbarazzante».

Questa volta è in gioco l’autorevolezza della Rai, la credibilità internazionale sua e dell’Italia


L’Usigrai

Per l’Usigrai «la Rai deve fare chiarezza con urgenza e individuare le responsabilità. Senza alcun tentennamento. Questa volta è in gioco l’autorevolezza della Rai, la credibilità internazionale sua e dell’Italia».

Il presidente della Rai Marcello Foa.

IL PRESIDENTE FOA VUOLE SPIEGAZIONI

Il presidente della Rai, Marcello Foa, non ha preso bene l’accaduto, manifestando forte irritazione per non essere stato informato dell’intenzione di intervistare Assad e tanto meno dei successivi sviluppi e delle decisioni via via assunte in azienda sulla gestione dell’intervista. Secondo quanto è trapelato, è ferma la volontà del presidente di ottenere spiegazioni e fare quindi chiarezza sull’intera vicenda.

Il presidente siriano Bashar al Assad.

LA LEGA: «È UNO SCOOP, VENGA TRASMESSO»

Anche la politica si è intromessa. Alessandro Morelli, deputato e responsabile Editoria della Lega, ha parlato di «pressapochismo in Rai rispetto a rapporti internazionali delicatissimi. Lo scoop sarebbe stato stoppato e non si capisce il motivo: se questa intervista è stata fatta, è una testimonianza e deve andare in onda». E ancora: «La Rai faccia una volta tanto servizio pubblico e non politica. La dirigenza dimostra ancora di essere incapace di gestire un’azienda tanto importante per gli interessi nazionali. Dilettanti allo sbaraglio che rischiano di far saltare difficili equilibri, il cui responsabile, l’ad Salini, deve perdere più tempo a evitare polemiche che potrebbero riguardarlo piuttosto che lavorare per lo sviluppo dell’azienda».

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Il Mes spacca il M5s, Di Maio a un bivio

Il capo politico vuole evitare di appiattirsi sul Pd presentando una risoluzione solitaria sul Salva Stati. Dall'altro sa che non può tirare troppo la corda. Lo scenario.

Archiviato il braccio di ferro sulla manovra su cui la maggioranza pare essere arrivata a un accordo, Luigi Di Maio deve vedersela con il dossier Mes. Permanenza al governo, tenuta di una leadership sempre più in discussione e sopravvivenza dello stesso Movimento 5 stelle.

Lunedì mattina comincia il conto alla rovescia. I pentastellati hanno 48 ore per cercare di assottigliare il fronte contrario a una risoluzione di maggioranza con il Pd sul fondo Salva Stati. Portare in Aula una risoluzione in solitaria per il M5s equivarrebbe infatti accendere la miccia della crisi di governo.

DI MAIO ABBASSA I TONI

I dissidenti, in Senato e alla Camera, ci sono e ci saranno. E Di Maio lo sa. Tutto dipende dal loro numero. Difficile convincere parlamentari come Paragone, Grassi, Giarrusso, Maniero o Raduzzi, i duri e puri contro il Mes. Giuseppe Conte dal canto suo ostenta sicurezza e tranquillità. Mentre il capo politico M5s, dopo aver teso la mano ad Alessandro Di Battista, abbassando i toni. Né Beppe Grillo, né la maggior parte degli eletti vuole la crisi. Lo confermano le parole di Roberta Lombardi che sabato a SkyTg24 ha difeso il governo chiedendo di fatto a Di Maio «meno tweet e più mediazione». Il capo politico M5s è di fronte a un bivio. Da un lato vuole difendere l’identità del Movimento senza appiattirsi sul Pd, dall’altro sa che è necessario non tirare troppo la corda con gli alleati visto che in caso di una vittoria in Emilia-Romagna Nicola Zingaretti potrebbe rompere facendo di fatto cadere l’esecutivo.

MESSAGGI DI PACE NEL M5S

Un primo risultato Di Maio lo ha raggiunto. In una nota congiunta del vice capogruppo M5s alla Camera Francesco Silvestri e dei 14 capicommissioni viene negata con forza la stesura di un documento politico contro di lui. Resta però «la necessità di un confronto periodico perché ognuno deve essere un pezzo di un ingranaggio collegiale», è la linea dei capicommissione. Una linea che un parlamentare sintetizza così: «Non vogliamo più sapere cosa farà il M5s dai giornali».

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Il Mes spacca il M5s, Di Maio a un bivio

Il capo politico vuole evitare di appiattirsi sul Pd presentando una risoluzione solitaria sul Salva Stati. Dall'altro sa che non può tirare troppo la corda. Lo scenario.

Archiviato il braccio di ferro sulla manovra su cui la maggioranza pare essere arrivata a un accordo, Luigi Di Maio deve vedersela con il dossier Mes. Permanenza al governo, tenuta di una leadership sempre più in discussione e sopravvivenza dello stesso Movimento 5 stelle.

Lunedì mattina comincia il conto alla rovescia. I pentastellati hanno 48 ore per cercare di assottigliare il fronte contrario a una risoluzione di maggioranza con il Pd sul fondo Salva Stati. Portare in Aula una risoluzione in solitaria per il M5s equivarrebbe infatti accendere la miccia della crisi di governo.

DI MAIO ABBASSA I TONI

I dissidenti, in Senato e alla Camera, ci sono e ci saranno. E Di Maio lo sa. Tutto dipende dal loro numero. Difficile convincere parlamentari come Paragone, Grassi, Giarrusso, Maniero o Raduzzi, i duri e puri contro il Mes. Giuseppe Conte dal canto suo ostenta sicurezza e tranquillità. Mentre il capo politico M5s, dopo aver teso la mano ad Alessandro Di Battista, abbassando i toni. Né Beppe Grillo, né la maggior parte degli eletti vuole la crisi. Lo confermano le parole di Roberta Lombardi che sabato a SkyTg24 ha difeso il governo chiedendo di fatto a Di Maio «meno tweet e più mediazione». Il capo politico M5s è di fronte a un bivio. Da un lato vuole difendere l’identità del Movimento senza appiattirsi sul Pd, dall’altro sa che è necessario non tirare troppo la corda con gli alleati visto che in caso di una vittoria in Emilia-Romagna Nicola Zingaretti potrebbe rompere facendo di fatto cadere l’esecutivo.

MESSAGGI DI PACE NEL M5S

Un primo risultato Di Maio lo ha raggiunto. In una nota congiunta del vice capogruppo M5s alla Camera Francesco Silvestri e dei 14 capicommissioni viene negata con forza la stesura di un documento politico contro di lui. Resta però «la necessità di un confronto periodico perché ognuno deve essere un pezzo di un ingranaggio collegiale», è la linea dei capicommissione. Una linea che un parlamentare sintetizza così: «Non vogliamo più sapere cosa farà il M5s dai giornali».

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Sardine protagoniste: dalla Scala a Bologna e Napoli

Patti Smith dalla Scala strizza l'occhio al movimento: «Hanno il potere». Francesca Pascale tifa per loro e imbarazza Forza Italia. Bonaccini le ringrazia. E a Napoli nasce la loro versione nera. Il banco saprà gestire il successo?

La Prima della Scala e delle Sardine. Già perché il movimento di piazza nato a Bologna in chiave anti-sovranista ha vissuto sabato 7 dicembre il suo giorno di gloria. Incassando endorsement di peso – da Patti Smith a Francesca Pascale – e il riconoscimento da parte del presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini.

IL TIFO DI FRANCESCA PASCALE

Sicuramente l’apertura di Francesca Pascale ha spiazzato tutti. Forza Italia compresa. La compagna di Silvio Berlusconi ha detto in una intervista all’Huffington Post di tifare per le Sardine. «Ritrovo elementi e quella libertà che furono propri della rivoluzione liberale di Berlusconi. Mi auguro non facciano come i grillini».

Francesca Pascale e Silvio Berlusconi.

Ma Pascale si è spinta oltre visto che «sta valutando il piacere di ri-scendere in piazza il 14 dicembre» a Roma. Le Sardine dal canto loro, per bocca di Mattia Santori, le hanno dato il benvenuto. Le parole di Pascale sono state accolte con meno entusiasmo da Forza Italia, anche perché, è stato fatto notare, sostenere chi in Emilia-Romagna si batte in piazza contro la candidata del centrodestra Lucia Borgonzoni, in una fase di aperta campagna elettorale, assume un pesante rilievo politico.

L’EFFETTO SARDINE AIUTA BONACCINI

E proprio da Bologna le Sardine sono state ringraziate dal presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini che ha inaugurato la sua campagna elettorale proprio da Piazza Maggiore. Diecimila i partecipanti.

Stefano Bonaccini in piazza a Bologna (Foto Massimo Paolone/LaPresse).

«So che c’è Mattia qui, lo saluto e lo ringrazio», ha detto dal palco Bonaccini. «Ci avete mostrato quanta gente non aspettava altro che riempire piazze con un discorso opposto a quello di questa destra». Dunque, è la promessa, «il nostro compito è quello di provare a dare una risposta a quella domanda e ci proveremo».

IL DEBUTTO DELLE SARDINE NERE

Da Bologna si passa a Napoli, dove oltre 200 Sardine nere del Movimento Migranti e Rifugiati hanno fatto il loro esordio manifestando in corteo per chiedere l’accelerazione dei tempi della procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e il rapido rilascio dei permessi di soggiorno. Puntando il dito sì contro Salvini, ma anche contro l’attuale titolare del Viminale Luciana Lamorgese.

sardine-nere-napoli
Il corteo delle Sardine nere di Napoli.

«Cambiano i governi e ministri dell’Interno, ma non cambiano le politiche contro i migranti, i rifugiati e le fasce più deboli della popolazione», hanno spiegato il Movimento Migranti e Rifugiati Napoli e l’Ex-Opg Je so’ Pazzo.

IL MURALES SALVINI SARDINA E L’ENDORSEMENT DI PATTI SMITH

E il giro del banco si chiude di nuovo a Milano dove un pesce con la testa di Salvini è apparso sui muri dei Navigli: Salvini Sardina opera dello street artist TvBoy.

Patty Smith (La presse).

Mentre dal foyer della Scala apprezzamento per le Sardine è arrivato da Patti Smith. People have the power, e non poteva essere altrimenti. «Le persone», ha detto, «hanno il potere specialmente in Italia. Le Sardine hanno il potere».

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Bonaccini apre la campagna elettorale per le Regionali in Emilia-Romagna

Almeno 10 mila in piazza Maggiore a Bologna. Il governatore uscente e candidato del centrosinistra dal palco saluta Romano Prodi, lancia un ultimo appello al M5s. E ringrazia le Sardine.

Dopo le Sardine, in Piazza Maggiore a Bologna arriva il centrosinistra. Sabato si è infatti aperta ufficialmente la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna sfidato dalla leghista Lucia Borgonzoni alle Regionali del 2020.

Obiettivo centrato. Almeno 10 mila le persone presenti. «È una piazza bellissima», ha detto Bonaccini salendo sul palco: «Mi hanno detto che è venuto anche Romano Prodi, gli mando un grande abbraccio».

Stefano Bonaccini in piazza a Bologna (Foto Massimo Paolone/LaPresse).

L’ULTIMO APPELLO AL M5S

«Chiediamo a tutti di riflettere, perché ci sono due progetti di Regione e si può scegliere senza rinunciare alla propria lista», ha aggiunto il presidente dell’Emilia-Romagna. Messaggio inviato soprattutto al M5s, ancora senza candidato e dove Roberta Lombardi ha rilanciato nuovamente l’ipotesi di un’alleanza con i dem verso le Regionali del 26 gennaio da votare su Rousseau. Ipotesi respinta dal senatore emiliano-romagnolo Gabriele Lanzi, sostenitore della corsa solitaria. «L’isolamento rischia di rendervi irrilevanti», ha messo in guardia il governatore.

NESSUN BIG DEM IN PIAZZA

Dal palco di piazza Maggiore, Bonaccini ha ribadito tutti i cavalli di battaglia di questa corsa elettorale. A partire dalla proposta di azzerare le liste d’attesa per i nidi («Faremo il più grande investimento educativo nella storia di questo Paese») fino alla svolta ambientale («Non è più rinviabile, c’è un’emergenza che si chiama Pianeta terra»). Ad ascoltarlo c’era come detto Prodi («Un bell’inizio e un discorso molto equilibrato») e nessun big nazionale, anche se Nicola Zingaretti ha esultato via Twitter: «Bellissima la giornata per l’Emilia-Romagna. Con Bonaccini per vincere. Con tutta la passione possibile».

L’altro fronte caldo per Bonaccini è quello delle Sardine. Senza di loro, una piazza Maggiore da oltre 10 mila persone difficilmente sarebbe stata possibile. «So che c’è Mattia qui, lo saluto e lo ringrazio», le parole rivolte al portavoce Mattia Santori. «Ci avete mostrato quanta gente non aspettava altro che riempire piazze con un discorso opposto a quello di questa destra».

I SINDACI CON IL PRESIDENTE DI REGIONE

In piazza, coperta dalle bandiere del Pd, anche il sindaco Virginio Merola, quello di Modena Gian Carlo Muzzarelli e il primo cittadino di Parma Federico Pizzarotti, presidente di Italia in Comune. «Ora a Bologna, gli emiliano-romagnoli si sono ripresi la piazza», ha scritto su Facebook Pizzarotti. «Non contro qualcuno ma per l’Emilia Romagna. Per la nostra terra, con entusiasmo come non avveniva da anni. Sto con Stefano Bonaccini, sto con l’Emilia Romagna libera e forte, con questa piazza incredibile. Sto con chi parla di coraggio e non di paura».

Ora a #Bologna, gli emiliano-romagnoli si sono ripresi la piazza. Non contro qualcuno ma per l'Emilia Romagna. Per la…

Posted by Federico Pizzarotti on Saturday, December 7, 2019

IL SOSTEGNO DI ITALIA VIVA

Al fianco di Bonaccini anche Italia viva. «Non abbiamo mai avuto un solo dubbio sul fatto che Stefano fosse il migliore candidato possibile per questa regione», ha detto il deputato renziano Marco Di Maio. «Bonaccini ha dimostrato in questi cinque anni di essere all’altezza del compito di guidare l’Emilia-Romagna, una delle più avanzate d’Europa e del mondo, capace di migliorare in questi anni tutti gli indicatori economici».

Bandiere del Pd in Piazza Maggiore (Foto Massimo Paolone/LaPresse).

«Non solo condividiamo il programma e le azioni svolte da Bonaccini in questi anni», ha aggiunto, «ma ci legano a lui anche battaglie comuni che in questi giorni stiamo conducendo come quella per la cancellazione della plastic-tax, tema particolarmente avvertito in Emilia-Romagna dove vi è la più alta concentrazione di imprese legate a questo comparto».

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M5s, Lombardi: «Da Di Maio vorrei meno tweet e più mediazione»

La capogruppo pentastellata alla Regione Lazio a SkyTg24 critica l'atteggiamento del capo politico troppo «muscolare».

Luigi Di Maio, sempre più isolato all’interno del M5s, lo ha negato con insistenza: l’idea che il M5s voglia fare cadere il governo «è una sciocchezza», ha ribadito il 6 dicembre a Radio Capital. «Lo abbiamo fatto nascere noi, altrimenti non lo facevamo partire». Eppure le acque pentastellate restano increspate.

LOMBARDI DIFENDE IL GOVERNO CON IL PD

Sabato a lanciare la frecciata quotidiana all’indirizzo del ministro degli Esteri e capo politico del M5s è stata Roberta Lombardi. «Io so che Di Maio sta cercando di porre all’attenzione del governo dei punti di vista tipici del M5s ma preferirei ci fosse molto meno la ricerca del tweet e molto più la voglia di conciliare punti di vista diversi che però hanno pari dignità e devono trovare una forma di mediazione», ha detto la capogruppo pentastellata alla Regione Lazio ospite de L’intervista di Maria Latella su Skytg24. Insomma l’atteggiamento di Di Maio «è quello del capo politico di una forza che sta cercando di mantenere la propria identità all’interno del governo ma», ha messo in chiaro, «lo fa in una modalità molto muscolare che non condivido, preferirei che fosse più mediata».

LOMBARDI: «DIAMO UN’OPPORTUNITÀ A QUESTO PAESE»

Alla domanda su cosa pensi Di Maio di questo governo, Lombardi ha risposto in pieno stile pentastellato delle origini. «Io vengo da una scuola del M5s dove quello che interessa non è l’opinione del singolo. Sono stata uno degli sponsor di questo governo perché ho detto che c’è la possibilità di fare delle cose bene insieme. Diamo un’opportunità a questo Paese, adesso questo governo deve continuare a essere utile». Del resto, ha ricordato la capogruppo 5 stelle alla Pisana, anche il garante Beppe Grillo ha sempre detto che «ci sono dei temi» su cui Pd e M5s possono trovare un punto di accordo. Come M5s, ha aggiunto, «abbiamo fatto un investimento su questo governo perché volevamo fare delle cose utili per il Paese. Quindi sicuramente questo modo continuo di porre dei distinguo, anche semplificando il messaggio politico alla ricerca sempre del titolo o dell’agenzia che ti ponga più in evidenza, è stancante», ha messo in chiaro Lombardi.

«NESSUNA DEROGA SUL SECONDO MANDATO»

Sulla regola del secondo mandato la «rompiscatole» (come lei stessa si definisce) Lombardi ha puntato i piedi. Anche se si tratta di Virginia Raggi. «Nessuna deroga per nessuno. Si può fare politica anche fuori dalle istituzioni, anzi un ricambio generazionale è sano e salutare», ha detto l’ex parlamentare M5s.

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Francesca Pascale sorride alle Sardine

In una intervista all'Huffington Post la fidanzata di Berlusconi dice di simpatizzare per il movimento di piazza. L'unico rischio? «Finire come il M5s».

Mentre Silvio Berlusconi con gli alleati di centrodestra Matteo Salvini e Giorgia Meloni cerca la quadra sui candidati alle prossime Regionali in Emilia-Romagna e Calabria, Francesca Pascale guarda da tutt’altra parte. E sorride alle Sardine. Perché, ha detto la fidanzata del Cav in una intervista all’Huffington Post, nel movimento ritrova «quella libertà» che fu propria «della rivoluzione liberale» di Berlusconi. Per questo motivo non ha escluso di partecipare alla manifestazione ittica del 14 dicembre a Roma.

«LE SARDINE PESCANO ANCHE TRA CHI NON HA MAI VOTATO A SINISTRA»

Le Sardine, continua Pascale, sono un «fenomeno spontaneo, dilagante, animato da giovani, quindi va guardato con rispetto, interesse e soprattutto non va sottovalutato. Un errore che a suo tempo è stato commesso con i 5 stelle ed il risultato è quello che è oggi sotto gli occhi di tutti». La loro rivolta pacifica contro un «linguaggio pericoloso» e «in grado di innescare odio» fa sì, spiega la first lady di Arcore, che le Sardine «peschino anche tra coloro che non hanno mai votato e che mai voteranno a sinistra, incarnano l’esigenza di un cambiamento».

LEGGI ANCHE: Il debutto a Napoli delle Sardine nere

Il rischio è che questo movimento di piazza e spontaneo subisca la stessa metamorfosi toccata al Movimento 5 stelle, «prima anti-sistema, oggi in giacca e cravatta attaccati alla poltrona». Il consiglio? «Restate indipendenti, restate liberi, siate l’anima rivoluzionaria che alberga in tutti i partiti e che pertanto non ha bisogno di etichette».

SANTORI: «DIAMO IL BENVENUTO A CHIUNQUE SI DISCOSTI DAL SOVRANISMO»

E la risposta delle Sardine non si è fatta attendere. «La Pascale tra noi?», ha detto all’Adnkronos uno dei leader del movimento Mattia Santori. «Diamo il benvenuto a chiunque si discosti dal sovranismo. Non abbiamo bandiere proprio perché accettiamo chiunque voglia prendere posizione contro la retorica sovranista divisiva professata da una parte della destra». Poi ha sottolineato: «Rimane il fatto che in Emilia-Romagna e non solo Forza Italia è alleata proprio con i principali artefici di questa retorica. Ma se viene con una sardina bella colorata, chiuderemo un occhio».

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Le dichiarazioni politiche dopo l’accordo sulla manovra

Per Renzi è un successo di Italia Viva. Di Maio rivendica l'intervento sui vigili del fuoco. Zingaretti la usa in chiave anti Salvini. E il leader leghista replica: «Governo delle tasse, Conte tolga il disturbo».

La maggioranza festeggia. Magari litiga un pochino sui meriti specifici, ma comunque festeggia. L’opposizione attacca. Il giorno dopo la fumata bianca sulla manovra è quello dei bilanci e delle dichiarazioni da toni decisamente diversi.

ZINGARETTI: «RIMETTIAMO I SOLDI NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI»

«Con questa manovra abbiamo iniziato a rimettere i soldi nelle tasche degli italiani e investire sul futuro del nostro Paese», ha detto il leader del Partito democratico Nicola Zingaretti. «Ha vinto l’Italia. Niente Salvini Tax, cioè il tanto temuto aumento dell’Iva per 23 miliardi, che sarebbe costato 500 euro in più di tasse ad ogni famiglia. Stipendi più alti per i lavoratori, con 3 miliardi di sgravi fiscali sulle tasse sul lavoro. E poi 59 miliardi di investimenti pluriennali per l’economia verde, giusta, competitiva e per le infrastrutture». Per Zingaretti, dal governo è arrivato «un sostegno alle imprese, al cuore pulsante del Paese. Una finanziaria per i più deboli e per fare ripartire l’Italia. Ora tutti insieme prepariamo una nuova agenda di governo per lo sviluppo, il lavoro e la giustizia sociale».

DI MAIO: «UNA VITTORIA PER I VIGILI DEL FUOCO»

Luigi Di Maio ha invece posto l’accento su un punto in particolare, i 165 milioni di euro stanziati per l’equiparazione stipendiale dei vigili del fuoco alle altre forze di polizia «È una vittoria di tutto il governo, una vittoria di un governo unito che ha portato a casa un risultato importantissimo», ha detto il ministro degli Esteri, «per un corpo che tutti quanti in Italia amiamo e a cui siamo tutti molto grati». Il leader del Movimento 5 stelle ha aggiunto: «Nel comparto difesa, sicurezza e soccorso ci sono ancora delle disparità però è evidente che i vigili del fuoco meritavano questo aumento, perché è veramente importante in questo momento storico non perdersi in chiacchiere. Sono tutti bravi a dire ‘sono i migliori’, ma è nei fatti, non con le parole, che si dimostra la vicinanza a questo grande corpo».

PER RENZI È UN SUCCESSO DI ITALIA VIVA

Matteo Renzi ha voluto ribadire i meriti del suo partito: «In queste settimane Italia Viva ha lottato con forza per evitare l’aumento delle tasse, a cominciare dall’Iva. Dalle auto aziendali fino al rinvio della Sugar e Plastic Tax il risultato è stato raggiunto», ha detto l’ex presidente del Consiglio. «Da gennaio ci sarà da fare uno sforzo in più: rilanciare la crescita. Ecco perché abbiamo lanciato il Piano #ItaliaShock. Questa è la vera svolta per il 2020. Abbiamo vinto la battaglia delle tasse. Ora tutti insieme concentriamoci sulla crescita. E l’unico modo per raggiungerla è sbloccare i cantieri. Finirà come sulle tasse: prima ci criticano, poi ci ignorano, poi ci daranno ragione».

SALVINI: «CONTE TOLGA IL DISTURBO»

Matteo Salvini auspica invece che il premier Giuseppe Conte «tolga il disturbo perché è il governo sbagliato nel posto sbagliato». Il leader della Lega ha replicato alle affermazioni del premier secondo cui sarebbe stata scongiurata la recessione: «Guardate l’economia italiana, è la penultima in Europa», ha detto. «Questo è il governo delle tasse, se le rinvii di tre mesi sempre tasse sono». E a chi gli chiedeva se la Lega fosse intenzionata a fare ricorso alla Consulta contro la manovra ha risposto: «Per il momento mi sto occupando di Mes, vogliamo bloccarlo con ogni energia necessaria. Prima vogliamo fare di tutto per bloccare questo trattato, che arriva mercoledì in Aula, perché è un rischio per il Paese e poi sulla manovra abbiamo qualche giorno in più per ragionarci».

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Chi è Giuseppe Leogrande, commissario unico di Alitalia

Avvocato specializzato in diritto fallimentare, ha preso il posto della terna presente prima di lui. Il ministro Patuanelli: «Lo Stato agirà per il rilancio». Intanto l'azienda ha chiesto una proroga di tre mesi della cassa integrazione per 1.180 dipendenti.

Alitalia ha un nuovo commissario unico: è l’avvocato Giuseppe Leogrande, individuato dopo che i commissari straordinari hanno lasciato l’incarico. La notizia è stata comunicata dal ministero dello Sviluppo economico.

DA GIACOMELLI A BLUE PANORAMA AIRLINES: IL CURRICULUM

Avvocato specializzato in diritto fallimentare, Leogrande ha svolto attività di assistenza e consulenza legale in numerose procedure di amministrazione straordinaria. Dal 1995 al 2003 è stato responsabile dell’ufficio affari legali del gruppo Fochi in amministrazione; nell’aprile 2007 ha preso l’incarico di commissario straordinario dei gruppi Tecnosistemi, Giacomelli e Itea, anch’essi in amministrazione straordinaria. Nel 2012 è stato coadiutore del commissario straordinario di Sacaim (di cui è diventato commissario nel 2016) e nel 2014 commissario straordinario di Blue Panorama Airlines.

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Giuseppe Leogrande.

PATUANELLI PARLA DI «RILANCIO DEFINITIVO»

Il ministro Stefano Patuanelli ha ringraziato i tre commissari Daniele Discepolo, Enrico Laghi e Stefano Paleari «per il lavoro svolto in una situazione di criticità e per la sensibilità istituzionale dimostrata in questi mesi nella gestione di un dossier complesso, che purtroppo non ha portato a una soluzione di mercato definitiva per la compagnia». Quindi «un ringraziamento va anche al nuovo commissario Giuseppe Leogrande per aver accettato l’incarico. Assieme a lui lo Stato dovrà agire per permettere il rilancio definitivo di Alitalia».

CHIESTA LA CASSA INTEGRAZIONE STRAORDINARIA FINO A MARZO 2020

Intanto l’azienda ha aperto una nuova procedura per estendere di altri tre mesi la cassa integrazione straordinaria che scade il 31 dicembre 2019. Nella comunicazione inviata ai sindacati, i commissari hanno chiesto di prolungare il periodo fino al 23 marzo 2020 per complessivi 1.180 dipendenti, di cui 80 comandanti, 350 addetti del personale navigante e 750 dipendenti di terra. Si tratta di un numero superiore agli attuali 1.075 lavoratori coinvolti dalla cassa. La richiesta è destinata comunque a essere oggetto di trattativa con i sindacati.

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