Il sindaco di Milano Giuseppe Sala, intervenendo al brindisi di Natale con la stampa, si è espresso sulla manovra, a poche ore dalla sua approvazione in Senato: «Ancora una volta devo dire che Milano non è esattamente nel cuore del governo». Secondo il primo cittadino, le scelte adottate penalizzano il capoluogo lombardo, in particolare con il taglio di 15 milioni di euro destinati alla linea M4. Un intervento che, a suo avviso, conferma come «il trasporto pubblico è sempre il grande penalizzato in ogni manovra, ed è un servizio che i cittadini sentono come il più necessario».
Il sindaco di Milano Beppe Sala (Imagoeconomica).
Sala ha poi richiamato l’attenzione sulla questione delle risorse per la polizia locale, collegata al decreto anticipi che ha previsto un fondo per coprire gli straordinari dei vigili durante le Olimpiadi. Un fondo che, però, «non è attingibile da Milano», ha spiegato il sindaco, sottolineando le difficoltà operative che la città potrebbe affrontare in quel periodo. Da qui la richiesta avanzata dall’amministrazione comunale: «Noi chiediamo o fondi o di derogare perché in quel periodo ci sarà bisogno di fare tanti straordinari».
Sulla candidatura di Scavuzzo: «Logico che pensi di fare il sindaco»
Sulla possibile candidatura a sindaca della vicesindaca Anna Scavuzzo, Sala ha detto: «ne penso bene e penso anche che sia legittimo», aggiungendo che «è molto probabile che ci saranno» le primarie. Ha poi precisato che «Scavuzzo ha non solo il diritto, ma è logico che ci pensi anche perché ha fatto il vicesindaco per 11 anni» e che il suo «ci sono» equivale a dire «ci sono per le primarie», ribadendo però che «devono essere primarie di coalizione». Guardando al confronto tra schieramenti, ha osservato che «nel centrosinistra c’è qualcuno che si fa avanti e nel centrodestra no», pur auspicando «che ci sia un candidato forte nel centrodestra».
Negli ultimi giorni il potere di grazia è tornato al centro dell’attenzione dopo la decisione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di concederla a cinque persone. Un numero che, preso da solo, dice poco: dall’inizio del secondo mandato nel 2022 le grazie concesse sono state 36, a fronte di oltre 1.500 pratiche esaminate. Un dato che restituisce la misura di uno strumento usato con cautela e dopo un’istruttoria complessa.
Cos’è la grazia e chi la può chiedere
Sergio Mattarella (Ansa).
La grazia è prevista dall’articolo 87 della Costituzione. È un atto di clemenza individuale che interviene solo dopo una condanna definitiva e può eliminare del tutto la pena, ridurla oppure trasformarla in un’altra prevista dalla legge. Non equivale a un’assoluzione: il reato resta e restano anche gli altri effetti penali della condanna, salvo diversa indicazione nel decreto per le pene accessorie. La richiesta è indirizzata al capo dello Stato ma passa dal ministro della Giustizia, e può presentarla il condannato o persone a lui legate, come familiari, conviventi o difensori. Se la persona è detenuta, la domanda può essere inoltrata anche tramite il magistratodi sorveglianza; in casi specifici può partire dall’amministrazione penitenziaria come riconoscimento per condotte particolarmente meritevol
Come funziona il procedimento
L’istruttoria prevede l’acquisizione di pareri qualificati: procuratore generale, magistrato di sorveglianza e amministrazione penitenziaria valutano la posizione giuridica, il comportamento tenuto, il contesto del reato e l’eventuale atteggiamento delle persone offese. Tutto confluisce al ministro della Giustizia, che trasmette il fascicolo al Quirinale con un parere motivato. La decisione finale spetta al presidente della Repubblica. Questo assetto è stato chiarito nel 2006 dalla Corte costituzionale, che ha stabilito che il capo dello Stato può concedere la grazia anche in presenza di un parere contrario del ministro, motivando la scelta.
Le cinque grazie concesse da Mattarella lunedì
Come detto all’inizio lunedì 22 dicembre Mattarella ha concesso la grazia a cinque persone. I decreti riguardano Zeneli Bardhyl, FrancoCioni, Alessandro Ciappei, Gabriele Spezzuti e Alla F. Hamad Abdelkarim. Tra i casi più noti c’è quello di Cioni, 77 anni, condannato per l’omicidio della moglie gravemente malata nel 2021 a Vignola: i giudici avevano riconosciuto il contesto di sofferenza e la lunga assistenza prestata alla donna, infliggendo una pena di sei anni e quattro mesi, di cui restavano da scontare oltre cinque anni. La grazia è invece parziale per Alla F. Hamad Abdelkarim, condannato nel 2017 per omicidio plurimo in seguito al naufragio in cui morirono 49 migranti asfissiati nella stiva. L’uomo, che all’epoca dei fatti aveva 20 anni, era stato ritenuto una delle persone alla guida dell’imbarcazione, venendo così indicato come “scafista”. È una definizione problematica perché viene spesso utilizzata in modo estensivo, facendo rientrare nella categoria anche persone che non appartengono ai gruppi criminali che organizzano questi viaggi. Nella motivazione Mattarella sottolinea il «proficuo percorso di recupero» compiuto durante la detenzione e il «contesto particolarmente complesso e drammatico» in cui il reato si è verificato.
«Allarghiamo la coalizione», ha spifferato il turborenziano Luciano Nobili, già deputato di Italia viva e ora consigliere regionale del Lazio: sì, in Campidoglio, dopo l’approvazione del bilancio, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri si trova un nuovo alleato, Matteo Renzi, «che porta Iv nella maggioranza di sinistra cercando di farla diventare di centrosinistra», dicono nel Partito democratico romano. Alla faccia di chi pronosticava un futuro meloniano per Renzi. Il passo compiuto nella Capitale dicono che abbia fatto preoccupare Elly Schlein, che teme sempre la vitalità politica dell’ex presidente del Consiglio. E invece per Gualtieri si tratta di un’astuta operazione di marketing elettorale, con l’obiettivo di annacquare il rosso che contraddistingue l’attuale coalizione.
Matteo Renzi e Luciano Nobili (foto Imagoeconomica).
Il gruppo di Iv è composto da Francesca Leoncini e Valerio Casini e ha votato favorevolmente la delibera del bilancio, l’ultimo del mandato di Gualtieri: «Il nostro è un voto di adesione a un progetto politico nel quale ci riconosciamo. Questo bilancio è un passo in avanti verso una visione di Roma europea e competitiva, nel medio e lungo periodo Roma deve diventare una Capitale pienamente all’altezza delle altre capitali europee, con la qualità della vita che migliori dal centro alle periferie».
A benedire l’operazione è intervenuta Maria Elena Boschi, presentissima sulla scena romana e presidente dei deputati renziani: «Dall’inizio di questa consiliatura Italia viva ha scelto un’opposizione costruttiva e responsabile, fondata sul merito dei provvedimenti e sull’interesse dei cittadini romani. Il nostro sostegno nasce dal riconoscimento del lavoro portato avanti dal sindaco Roberto Gualtieri e dalla sua giunta, in particolare nell’ultimo anno, segnato da passaggi decisivi come l’organizzazione del Giubileo e la gestione delle risorse del Pnrr. Roma è una città complessa, ma è evidente che sta cambiando in meglio». Va anche detto che tutti i sondaggi prevedono una vittoria bis, e a mani basse, di Gualtieri nel caso di una sua ricandidatura in Campidoglio. Senza alcuna speranza per un potenziale competitor di centrodestra.
Veneziani e Giordano, fuoco su Giuli
«Dopo Venezi ci mancava Veneziani». Le rogne per il ministro della Cultura Alessandro Giuli provengono da due cognomi quasi simili, con la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi nominata a La Fenice (attenti alla manifestazione prevista nel teatro a Capodanno dagli orchestrali) e Marcello Veneziani che verga editoriali contro l’ormai ex amico Alessandro, accusando la destra di non aver tolto dagli schermi Bruno Vespa e Roberto Benigni. Le accuse di Veneziani fanno male: «Nulla di significativo e di sostanziale è cambiato nella vita di ogni giorno, negli assetti del Paese, nella politica estera ma anche sul piano delle idee, della cultura e degli orientamenti pubblici e perfino televisivi, eccetto l’inchino al governo; tutto è rimasto come prima». Prima è arrivata la replica di Giuli, poi a ruota Mario Giordano sempre su La Verità ha difeso Veneziani, sparando ad alzo zero contro il ministro «adoratore del dio Pan e della dea Dia, già suonatore di flauti pagani, seguace dei fauni». Anche se chi lo conosce bene non si esime dal dire: «Lui, Veneziani, quando è stato nel consiglio d’amministrazione della Rai, vero e proprio luogo di potere, che cosa ha fatto?».
Napoletano grandi eventi
Titoloni. Convegnoni. Nel giornale diretto da Roberto Napoletano, Il Messaggero, si pensa in grande. Appena è tornato al posto di comando di via del Tritone, richiamato dall’editore Francesco Gaetano Caltagirone, ha inaugurato una sala televisiva intervistando il sindaco di Roma Gualtieri. Ed è già pronta una lunga lista di iniziative da realizzare nel 2026. E così, pronti a cominciare: alla fine del mese di gennaio, il 29, ecco una giornata in Campidoglio, nella sala della Protomoteca, con il titolo “Roma città dei grandi eventi”. Il progetto porta la firma dell’assessorato di Roma Capitale che si occupa di grandi eventi, sport, turismo e moda, guidato da Alessandro Onorato, e vanta «il finanziamento del ministero del Turismo», dove al comando c’è Daniela Santanchè. Quindi è un convegno pubblico, nel senso che i soldi per realizzarlo provengono da un’istituzione. Però per partecipare alla giornata tocca chiamare la “segreteria organizzativa eventi” del quotidiano Il Messaggero, e non un ufficio capitolino. Ma è normale?
Durante le cerimonie militari ufficiali non si potrà più gridare il «sì» finale durante l’esecuzione cantata dell’inno d’Italia. La modifica era stata formalizzata con un decreto del presidente della Repubblica del 14 marzo 2025, adottato su proposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma lo Stato Maggiore della Difesa lo ha recepito solo a dicembre di quest’anno.
Perché Meloni ha voluto modificare l’inno d’Italia
Giorgia Meloni (Ansa).
La scelta non ha motivazioni politiche particolari, ma risponde a un criterio filologico e alla volontà di attenersi il più possibile al testo originale. Il decreto richiama infatti il riconoscimento del testo di Goffredo Mameli e dello spartito di Michele Novaro come riferimento ufficiale dell’inno della Repubblica. Nel manoscritto autografo del 1847 conservato a Torino, Mameli non inserì il «sì», mentre l’avverbio compare nello spartito di Novaro come aggiunta successiva, motivata da lui stesso con l’intenzione di concludere con «un grido supremo, il quale è un giuramento e un grido di guerra». Sul sito del Quirinale è già adottata l’esecuzione del 1971 cantata da Mario Del Monaco, che si chiude senza il grido finale. Il decreto è stato firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e rende obbligatorio, almeno in ambito militare, l’allineamento al testo considerato originario.
L’Aula del Senato ha approvato la quarta legge di bilancio del Governo Meloni, che vale 22 miliardi di euro come ha spiegato il titolare del Mef Giancarlo Giorgetti, con 110 voti a favore, 66 contrari e 2 astenuti. Approvata anche la Nota di variazione. Poco prima il Senato ha votato la fiducia posta dal governo sul maxiemendamento alla Manovra: i voti favorevoli in questo caso sono stati 113, i contrari 70, gli astenuti 2. «Siamo intervenuti su questioni che sembravano quasi impossibili. La tassazione solo al 5 per cento degli aumenti contrattuali era qualcosa che veniva chiesto da sempre dai sindacati e l’abbiamo fatto per i lavoratori dipendenti con redditi più bassi. La tassazione all’1 per cento dei salari di produttività credo anche che sia sintomatica della direzione verso cui si deve andare. Quindi davvero un bilancio positivo che dimostra ancora una volta come tutto il governo sostiene questa linea che abbiamo impostato tre anni fa», ha dichiarato Giorgetti. La legge di bilancio passa ora alla Camera.
Stralciate cinque norme dal maxiemendamento dopo i dubbi del Quirinale
Prima del nuovo round nell’emiciclo di Palazzo Madama, la Commissione Bilancio del Senato – dopo i dubbi del Quirinale – ha stralciato dal maxiemendamento sulla Manovra cinque misure: la norma che consentiva agli imprenditori condannati per aver sottopagato i propri dipendenti ma che si erano comunque attenuti agli standard di alcuni contratti collettivi di non pagare gli arretrati; di due norme sulle porte girevoli nella pubblica amministrazione; di una sulla disciplina del collocamento fuori ruolo dei magistrati; di una sulla revisione della disciplina del personale della Covip.
Vincenzo De Luca ha inaugurato un nuovo ufficio nei pressi di piazza Vittorio Veneto, a Salerno, uno spazio che, come riporta Il Fatto Quotidiano, rappresenta anche il punto di partenza per un possibile ritorno alla guida del Comune, puntando a un quinto mandato da sindaco. Salerno sarà chiamata alle urne nella primavera del 2026 e De Luca è destinato a succedere a Vincenzo Napoli, mentre il primo incarico da sindaco risale al 1993. Il mandato iniziato nel 2015 si concluse anticipatamente per l’incompatibilità con l’incarico di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo Letta, prima di un decennio alla guida della Regione Campania, vinto con due elezioni consecutive. Napoli, invece, dovrebbe restare presidente della Provincia, ruolo per il quale sarebbe sufficiente l’elezione in consiglio comunale.
La manovra di bilancio è arrivata al traguardo dell’esame preliminare del Senato dopo una giornata di stop and go e con cinque norme cancellate dal maxiemendamento del governo. Il via libera definitivo di Palazzo Madama è atteso oggi, martedì 23 dicembre, prima del passaggio alla Camera per l’approvazione entro il 31 dicembre. In Aula, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non ha fatto mistero delle difficoltà incontrate, sopratutto all’interno della maggioranza, ma ha difeso l’impianto della manovra parlando di «prudenza, non austerità». Critiche le opposizioni, secondo cui la legge di bilancio 2026 non dà una spinta all’economia e non protegge le fasce economiche più fragili del Paese.
Le norme cancellate dalla manovra
Il dietrofront più rilevante riguarda lo “scudo” per gli imprenditori condannati per aver sottopagato i lavoratori. La norma, presentata da Fratelli d’Italia, avrebbe modificato l’attuale disciplina sul riconoscimento degli arretrati retributivi, prevedendo che non fosse più sufficiente un ricorso vinto davanti a un giudice per ottenere il pagamento delle differenze maturate prima dell’azione legale. Dopo le proteste delle opposizioni e dei sindacati, che hanno parlato di violazione dell’articolo 36 della Costituzione, la norma è stata fermata da Mattarella. Sono saltate anche le modifiche sulle cosiddette porte girevoli nella pubblica amministrazione: niente riduzione da tre a un anno dei tempi per passare dal pubblico al privato e stop alle deroghe al divieto di ricoprire ruoli nella pubblica amministrazione dopo incarichi in enti di diritto privato o finanziati dalla stessa amministrazione, nel caso di nomine commissariali, straordinarie o temporanee. Fuori dal maxiemendamento sono state inoltre stralciate le norme che intervenivano sull’anzianità dei magistrati collocati fuori ruolo e quelle che modificavano la disciplina del personale della Covip, l’Autorità di vigilanza sui fondi pensione. Resta invece irrisolto il nodo dello spoil system per le Authority, inviso al Quirinale che solleva dubbi sulla loro indipendenza.
L’avvio dell’esame della manovra a Palazzo Madama è stato segnato da tensioni già nelle prime ore della mattinata. Intorno alle 9:30, all’apertura della seduta, le opposizioni hanno contestato l’assenza di due dei quattro relatori incaricati di illustrare il testo licenziato dalla commissione Bilancio: non erano presenti il senatore di Fratelli d’Italia Guido Liris né quello di Forza Italia Dario Damiani. Il clima è rimasto acceso per tutta la discussione generale, fino all’intervento del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, arrivato in Aula poco prima delle 20. Nel suo intervento, il ministero ha difeso l’impianto della manovra rivendicando una linea di cautela. «Prudenza, non austerità», ha affermato il titolare del Mef, spiegando: «Con il livello di debito pubblico che ha questo Paese, non posso ragionare come avveniva fino a cinque anni fa con tassi vicini allo zero». Ha poi aggiunto che proprio per questa ragione l’esecutivo ha seguito una strategia volta a «contenere miracolosamente il livello dello spread». Secondo il ministro, si tratta di un approccio che rafforza la posizione dell’Italia anche fuori dai confini nazionali: «Grazie a questo tipo di politica l’Italia si presenta a testa alta in Europa e nel mondo».
Giorgetti: «Tassazione su pacchi extra Ue? Ci sono negozi costretti a chiudere»
Giorgetti ha poi richiamato diversi capitoli della manovra, dalla sanità alla riduzione dell’Irpef, fino all’introduzione della tassa sui pacchi provenienti da Paesi extra Ue. Su questo punto ha chiarito che «si è detto che è una maggior tassazione a carico dei consumatori: no», sottolineando che «ci sono anche i negozi fatti da persone, uomini e donne che di fronte a questa concorrenza sleale sono costretti a chiudere» e ricordando come anche a livello europeo si sia compreso che l’afflusso incontrollato di spedizioni potesse «avrebbe distrutto anche con riflessi economici e sociali la rete del commercio». Spazio anche al tema della previdenza complementare: «Coraggiosamente abbiamo affrontato un tema ineludibile senza il secondo pilastro le pensioni del futuro non saranno in grado di garantire pensioni dignitose. Quindi è una scelta che nel lungo termine farà un gran bene soprattutto ai giovani e questo lo rivendico». Infine, un riferimento ai rinnovi dei contratti pubblici, rivendicando il ruolo svolto dal Mef: «Di fianco a me c’è il ministro della Pa Paolo Zangrillo: è fortunato perché ha trovato un ministro dell’Economia come me…Il ministro ha firmato i contratti del pubblico impiego che erano vecchi e fermi da anni e anche questa è una cosa storica, un fatto nuovo».
Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge con «disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali e referendarie dell’anno 2026»: le votazioni sul referendum riguardante la riforma della giustizia – che prevede la separazione delle carriere dei magistrati – si svolgeranno in due giornate, domenica e lunedì. Le date del referendum, al momento, non sono ancora state decise: il voto si terrà comunque in primavera. Il dl si è reso necessario in quanto la legge attualmente in vigore stabilisce che le operazioni di voto per le consultazioni referendarie avvengano nella sola giornata di domenica.
Durante L’aria che tira su La7, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che stabile di CasaPound a Roma «è tra le priorità per quanto riguarda la lista degli immobili da sgomberare», aggiungendo che «si trova tra le prime sei-sette posizioni, secondo criteri che non sono comunque vincolanti del tutto». Il titolare del Viminale ha poi detto: «Abbiamo fatto sgomberi di qualsiasi colore politico, io stesso da prefetto di Roma ne ho fatti tanti, anche di Forza Nuova. Su CasaPound quando ero prefetto ho preso l’impegno l’immobile è stato iscritto tra quelli da sgomberare».
Le parole di Piantedosi sullo sgombero di Askatasuna
Piantedosi, sempre nel corso de L’aria che tira, ha anche parlato dello sgombero del centro sociale Askatasunadi Torino, spiegando che nel mirino delle forze dell’ordine è finito «un immobile occupato abusivamente da 30 anni dove trovavano dimora persone che anche si sono contraddistinte per assalti ripetuti ai cantieri di Chiomonte, quelli della Tav, e anche per azioni fatte al di fuori dei confini della città ogni volta che ci sono manifestazioni che in qualche modo impegnano il controllo dell’ordine pubblico».
È una di quelle conferenze stampa pre-natalizie capaci di far traballare anche la maggioranza più stabile: nella giornata di lunedì è in programma a Roma un singolare incontro con la stampa, organizzato dall’Associazione Magistrati della Corte dei Conti, convocato per evidenziare le criticità del ddl Funzioni della Corte dei Conti (o riforma Foti), già approvato dalla Camera e atteso al voto del Senato il 27 dicembre. La riforma, voluta fortemente dal governo di destra-centro, prevede – tra le altre cose – che per il controllo preventivo di legittimità su appalti, grandi opere, programmi di spesa i magistrati contabili abbiano appena 30 giorni. Se il parere non arriva puntuale, scatta il silenzio-assenso e di conseguenza l’esenzione dalla colpa grave e dal danno erariale.
Già il luogo scelto, nel centro storico della Capitale, dovrebbe preoccupare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: si tratta della sala del Camino dell’istituto intitolato a don Luigi Sturzo, in via delle Coppelle, un posto frequentatissimo dall’ex numero uno dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, dove si svolgono incontri e dibattiti sul futuro dei democristiani nella politica italiana, la sede nella quale il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli ha presentato il progetto di una “Camaldoli europea”, e molto altro ancora. Insomma, «meditate, gente, meditate». Che poi il ruolo dell’Associazione Magistrati della Corte dei Conti, costituita il 17 febbraio 1949, è molto ampio: ha lo scopo di tutelare l’esercizio della funzione dei magistrati contabili e i loro interessi morali ed economici, e «di assicurare il contributo dell’esperienza degli associati nell’elaborazione delle riforme legislative inerenti all’ordinamento e alle funzioni dell’istituto», oltre che «di promuovere l’attuazione di un ordinamento che realizzi l’indipendenza e l’autonomia della magistratura della Corte dei Conti in conformità alla Costituzione e alle esigenze di un regime democratico». Curiosità: l’associazione ha stipulato una serie di convenzioni, tra le quali spicca quella con Italo treni, che prevede sconti del 30 per cento per i magistrati viaggiatori, mentre non sembra esserci traccia di accordi con le Ferrovie dello Stato…
La sede della Corte dei Conti a Roma (Imagoeconomica).
Dopo Askatasuna, Askatafascio?
La battaglia per Askatasuna non è finita, su entrambi i fronti: la palazzina torinese è blindata, il centro sociale non la vuole dare vinta al governo, il Viminale punta alla «sicurezza». Già, ma dopo a chi toccherà? L’obiettivo è su Roma, con lo SpinTime, in via Santa Croce in Gerusalemme, centro già aiutato da Papa Francesco che incaricò l’Elemosiniere Konrad Krajewski di riallacciare la corrente staccata per morosità, e CasaPound all’Esquilino. «Dopo Askatasuna, Askatafascio?», si commenta nella Capitale…
La sede di CasaPound all’Esquilino (Imagoeconomica).
Cacciari alla presentazione del libro di Irti
Natalino Irti è un gigante del diritto, giurista finissimo, accademico dei Lincei, già presidente del Credito Italiano, vicepresidente di Enel, e molto altro ancora: classe 1936, il 22 gennaio del prossimo anno presenterà il suo nuovo libro Sguardi nel sottosuolo. Dove? Proprio nella sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei, a Roma, con il filosofo Massimo Cacciari. Ma cosa intende Irti per sottosuolo? «Il sostrato, in cui l’individuo, sciolto dai vincoli funzionali degli apparati tecnici e produttivi, prova a costruire o scoprire la propria identità. Donde un oscuro agitarsi di istinti e desideri, di ambiguità e smarrimenti. Dove trovare il mito o la fede, che rivelino noi a noi stessi e pure ci stringano agli altri? Come percorrere le strade buie e impervie del sottosuolo? E qui il diritto ‘privato’ riprende il suo carattere privato, e si porge come difesa e riparo. Un diritto, che appare diviso dalle leggi economiche e finanziarie del soprassuolo, e non obbedisce ad alcuna legge di coerente razionalità. Ne discendono corollarî decisivi intorno alla funzione del diritto, alla sua crisi, all’eredità, accolta o rifiutata, di concetti che un tempo ci parvero indispensabili. Questo libro, alle illusioni consolatorie, preferisce la sobria nudità della diagnosi».
Natalino Irti (Imagoeconomica).
Oltre a Cacciari saranno presenti Roberto Antonelli, presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, monsignor Riccardo Battocchio, vescovo di Vittorio Veneto, il linceo Luigi Capogrossi Colognesi. E tanti vecchi amici di Irti, a cominciare dai suoi concittadini dell’abruzzese Avezzano. Uno tra tutti, Gianni Letta.
La Manovra di bilancio approda lunedì mattina in Senato per il passaggio decisivo, con l’esecutivo che punta a chiudere entro Natale per evitare l’esercizio provvisorio e arrivare al via libera della Camera il 30 dicembre. Nel rush finale sono state riassorbite le tensioni interne al governo dopo il blitz della Lega sulle pensioni: Matteo Salvini rivendica di aver ottenuto lo stop a un ulteriore irrigidimento dei requisiti per l’uscita anticipata, affermando: «Abbiamo chiesto 10 miliardi di euro alle banche e abbiamo ottenuto che non ci sarà l’aggravamento delle condizioni per andare in pensione». Sul piano delle misure, scompaiono anche il riscatto agevolato della laurea e finestre più lunghe per lasciare il lavoro, mentre aumentano i tagli sull’anticipo di lavoratori precoci e usuranti. Per evitare nuovo attrito, il governo ha disinnescato anche il fronte del condono edilizio trasformandolo in un ordine del giorno che «impegna il governo ad adottare» la norma nel «primo provvedimento utile», cioè un decreto. Dal fronte delle opposizioni si alzano le critiche di Pd, M5s e Cgil, che accusano l’esecutivo di scaricare i costi su lavoratori e servizi.
L’Aula del Senato (Imagoeconomica).
Le critiche delle opposizioni sulla Manovra
Elly Schlein definisce la legge «fatta tagliando le pensioni, sulla pelle di chi ha lavorato una vita, che colpisce la sanità pubblica e taglia scuola e università», mentre per Francesco Boccia (Pd) «siamo alla peggiore legge di bilancio degli ultimi 30 anni». Giuseppe Conte parla di una Manovra «misera e ingiusta», pur rivendicando lo stop a «obbrobri come la corsa al condono e l’innalzamento del tetto del contante a 10 mila euro». Per Stefano Patuanelli (M5s), il ritiro delle norme sulle pensioni è «una figuraccia politica e istituzionale» che ha evitato di oltrepassare «la linea Maginot delle pensioni». Il segretario Cgil Maurizio Landini alza ulteriormente i toni: «Lo spettacolo indegno di queste ore sul maxi emendamento alla Manovra conferma che c’era una ragione di più per scioperare». Per lui il governo «si taglia sui più deboli mentre si sta dalla parte dei forti» e promuove «una logica inaccettabile».
Il governo rivendica compattezza
Il responsabile nazionale di FdI Giovanni Donzelli risponde alle polemiche affermano che la coalizione è «compatta», grazie anche alla premier Giorgia Meloni che «fa sintesi». Il vicepremier Antonio Tajani definisce «fisiologiche» le fibrillazioni nella Lega e difende la legge sull’Irpef che «riduce l’aliquota dal 35 al 33 per cento» e sostiene «il ceto medio». Meloni cita un sondaggio di Affaritaliani.it secondo cui il 58,9 per cento degli italiani approva le misure: «Ci incoraggia e ci responsabilizza ancora di più».
La commissione Bilancio del Senato ha dato il via libera alla manovra, che arriverà in Aula lunedì per la discussione e martedì per la votazione. Il maxi-emendamento del governo approvato prevede misure per le imprese, per il piano casa e per le infrastrutture. Oltre che per le pensioni, con lo stop alla possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente cumulando gli importi di forme pensionistiche di previdenza complementare. Previsti poi tagli all’anticipo pensionistico per i lavoratori precoci. Per quanto riguarda il Tfr, si estende la platea delle aziende che dovranno conferirlo al fondo Inps. Nel biennio 2026-2027 quelle che hanno raggiunto i 60 dipendenti dovranno attenersi a questa misura e successivamente lo dovranno fare tutte quelle con 50 dipendenti. Dal 2032 verranno toccate anche quelle più piccole con 40 dipendenti. Torna anche il meccanismo di adesione automatico alla previdenza complementare per tutti i neo assunti, che scatterà da luglio.
Le norme per imprese, infrastrutture e condono
Quanto alle imprese, arrivano 1,3 miliardi per il credito d’imposta Transizione 4.0, i cui fondi sono andati esauriti, e 532,64 milioni per le aziende che hanno fatto domanda per il credito d’imposta per la Zes unica. Rifinanziati, con complessivi 780 milioni nel 2032 e 2033, gli stanziamenti per il Ponte sullo Stretto di Messina. Resta la decurtazione di 50 milioni di euro per le metro C di Roma ma anche per Milano (M4) e Napoli (Napoli-Afragola). Infine, niente da fare per l’emendamento che riapriva i termini del condono edilizio del 2003. La proposta di modifica presentata da FdI viene trasformata in ordine del giorno. Dopo il passaggio in Senato, il testo dovrebbe ricevere l’ok finale della Camera il 30 dicembre.
Al via la commissione Bilancio del Senato sulla manovra. Ai lavori partecipa anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, arrivato in Senato intorno alle 10 di sabato 20 dicembre. Nel nuovo emendamento del governo, salta la possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente cumulando gli importi di forme pensionistiche di previdenza complementare. Si sopprime così una norma introdotta dalla Legge di bilancio dello scorso anno ottenendo risparmi annuali fino a 130,8 milioni nel 2035 sulla spesa pensionistica nei prossimi anni.
Dal Tfr al Piano casa fino al Ponte sullo Stretto
Nel nuovo testo ci sono le risorse per i crediti d’imposta di Transizione 5.0 e per la Zona economica speciale (Zes), le misure sul Tfr, tra cui l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neo assunti, un contributo da 1,3 miliardi a carico delle assicurazioni, le risorse per il Piano casa e il rifinanziamento degli stanziamenti relativi al Ponte sullo Stretto di Messina, alla luce delle ultime decisioni della Corte dei Conti.
Il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che sostiene l’iniziativa dei cittadini “My Voice, My Choice”, chiedendo alla Commissione di costruire un meccanismo di solidarietà per garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nei Paesi dove viene ostacolato o del tutto negato. A Strasburgo il dibattito si è mosso sul terreno dei diritti fondamentali, della salute pubblica, dell’eguaglianza sostanziale. Da Roma lo sguardo appare più corto, ripiegato su una gestione difensiva, quando non apertamente ideologica, della legge 194. Un solco.
Oltre 20 milioni di donne nell’Ue senza aborto sicuro
La risoluzione europea nasce da un dato di realtà: secondo la stessa documentazione della Commissione, oltre 20 milioni di donne nell’Unione europea vivono in Paesi dove l’accesso all’aborto sicuro è vietato o fortemente limitato da barriere legali e pratiche. L’Europa, pur priva di competenze dirette in materia sanitaria, sceglie una via indiretta ma politica: usare fondi comuni e cooperazione transfrontaliera per ridurre le disuguaglianze. È una modernità imperfetta, ma dichiarata. La salute riproduttiva viene trattata come prerequisito di cittadinanza, non come concessione morale.
Il 63,4 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza
Il confronto con l’Italia è impietoso. Formalmente, il diritto esiste dal 1978. Nella pratica, la sua applicazione è diventata una corsa a ostacoli. L’ultima relazione ufficiale del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, basata sui dati 2022 e presentata con due anni di ritardo, certifica che il 63,4 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza. In alcune regioni la percentuale supera l’80 per cento, con punte che arrivano oltre il 90. In Molise l’accesso all’IVG è garantito da un solo medico non obiettore sull’intero territorio regionale. In Sicilia e Abruzzo intere province risultano prive di un servizio continuativo. Il risultato è una geografia organica del diniego che costringe alla mobilità sanitaria o, nei casi peggiori, alla rinuncia.
Spalancata la porta ad associazioni apertamente anti-scelta
L’Europa, nella sua risoluzione, indica esplicitamente queste barriere come problemi da rimuovere: abuso dell’obiezione di coscienza, ritardi procedurali, ostacoli amministrativi privi di giustificazione clinica. In Italia, la risposta politica segue una traiettoria opposta. L’emendamento al decreto Pnrr approvato nel 2024 consente alle Regioni di coinvolgere soggetti del Terzo settore nei consultori pubblici, spalancando la porta ad associazioni apertamente anti-scelta. La misura non rafforza i servizi, non prevede nuove assunzioni, non riduce le liste d’attesa. Sposta il baricentro culturale dei consultori, nati come presidi laici di prevenzione e informazione, verso una funzione di dissuasione morale.
La polemica sulla “stanza dell’ascolto” dentro l’ospedale Sant’Anna di Torino
Il Piemonte è diventato un caso emblematico. La “stanza dell’ascolto” affidata al Movimento per la vita dentro l’ospedale Sant’Anna di Torino, il più grande presidio ostetrico d’Europa, è stata dichiarata illegittima dal Tar nel luglio 2025. I giudici hanno rilevato l’incompatibilità tra le finalità statutarie dell’associazione e la funzione di un servizio pubblico sanitario, oltre all’assenza di garanzie professionali per le persone coinvolte. La politica regionale ha minimizzato, parlando di stop temporaneo e di riscrittura della convenzione. Il segnale resta chiaro: l’intervento giudiziario argina, ma non corregge l’impostazione.
Sottoscrizione dell’apertura di una stanza ascolto al Sant’Anna di Torino per chi pensa all’aborto (Ansa).
Ritardi e scarsa trasparenza nelle relazioni annuali sull’attuazione della 194
C’è poi la questione strutturale della trasparenza. Le relazioni annuali sull’attuazione della 194 arrivano sistematicamente in ritardo e senza dati disaggregati per singola struttura sanitaria. Questo rende impossibile sapere in anticipo dove il servizio è realmente disponibile. L’associazione Luca Coscioni ha definito questa opacità una forma di ostacolo amministrativo strutturale. Anche qui la distanza con il dibattito europeo è evidente: a Bruxelles la trasparenza è parte integrante della garanzia dei diritti, in Italia resta un elemento marginale.
L’Italia non segue le raccomandazioni dell’Oms
Sul fronte dell’aborto farmacologico il quadro non migliora. Le linee di indirizzo del ministero della Salute del 2020 consentono l’uso della pillola RU486 fino alla nona settimana e in regime ambulatoriale. Eppure diverse Regioni continuano a imporre ricoveri ordinari di tre giorni o limitazioni temporali più restrittive, in contrasto con le indicazioni cliniche e con le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Una procedura semplice viene così trasformata in un percorso medicalizzato e scoraggiante. Nello stesso periodo, il parlamento europeo discute di telemedicina e accesso diffuso ai servizi di salute riproduttiva.
Manifestazione per il diritto all’aborto (Ansa).
Siamo tra i Paesi che rallentano l’evoluzione dei diritti riproduttivi
Il voto di Strasburgo ha messo in scena anche l’imbarazzo della delegazione italiana, tra errori, rettifiche e spaccature nella maggioranza. Ma il dato politico va oltre la cronaca parlamentare. L’Italia si colloca sempre più spesso sul fronte dei Paesi che rallentano l’evoluzione dei diritti riproduttivi, mentre Francia, Spagna e Germania spingono per un riconoscimento pieno e strutturale, arrivando a iscrivere l’accesso all’aborto nel perimetro delle garanzie fondamentali.
L’Unione indica una direzione: meno retorica, più accesso reale
Vista dall’Europa, l’Italia appare piccola perché difende una formalità svuotata invece di misurarsi con l’effettività dei diritti. La legge 194 resta in piedi, ma circondata da barriere amministrative, culturali e organizzative che ne riducono la portata. L’Unione, con tutti i suoi limiti, indica una direzione chiara: meno retorica, più accesso reale. Potrebbe sembrare una distanza tecnica. È una distanza profondamente politica. È piccola, piccolissima, l’Italia vista da qui.
Venerdì sera la premier Giorgia Meloni ha riunito d’urgenza i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il viceministro Maurizio Leo, per affrontare lo scontro interno alla Lega sulla manovra. Il vertice arriva dopo lo stop del partito di Salvini al pacchetto previdenziale che il Tesoro aveva inserito nel maxi-emendamento alla legge di bilancio. Secondo quanto riportato da Repubblica, nella notte i senatori leghisti avevano minacciato di lasciare il governo se Giorgetti non avesse tolto l’inasprimento dei criteri pensionistici per chi ha riscattato la laurea e l’ipotesi di un allungamento delle finestre mobili per chi vuole andare in pensione anticipata. Nel pomeriggio Tajani ha provato a ridimensionare lo scontro, parlando di «misunderstanding» dentro la Lega e confermando che la manovra verrà approvata «nei tempi previsti», rivendicando il sostegno al ceto medio. Intanto Elly Schlein punta il dito contro l’esecutivo: «Meloni pochi giorni fa alla camera faceva la spavalda, ma stanotte si è rotta la sua maggioranza».
Dopo la notte complicata della maggioranza sul tema manovra, dall’aula del Senato Elly Schlein punta il dito contro l’esecutivo: «È finita Atreju ma il paese reale è lì con i suoi problemi. Meloni pochi giorni fa alla camera faceva la spavalda, ma stanotte si è rotta la sua maggioranza», ha dichiarato. Secondo la leader dem: «Giorgetti sfiduciato ha ritirato la sua proposta ma l’aumento dell’età pensionabile è già in manovra, aumenterà per il 96 per cento dei lavoratori incluse le forze dell’ordine». Schlein ha poi parlato di una situazione di forte confusione, chiedendo un chiarimento diretto da parte della presidente del Consiglio e del titolare del Mef.
Schlein: «Pazzesco il colpo di mano tentato sulle pensioni»
Nel suo intervento e successivamente in conferenza stampa, la segretaria del Pd è tornata con forza sul tema previdenziale. «In un momento di caos per il momento vorremmo chiarezza da Meloni e Giorgetti. Trovo pazzesco questo colpo di mano tentato sulle pensioni perché non si scherza con i risparmi di chi ha lavorato una vita intera. Sulle pensioni si consuma il più alto tradimento delle promesse elettorali della Meloni», ha affermato. Schlein ha inoltre precisato che «l’aumento dell’età pensionabile non cade con il ritiro dell’emendamento». Poi l’appello: «Chiediamo alla maggioranza di votare il nostro emendamento per il blocco. Così come il resto del pacchetto messo a punto con l’opposizione». E infine la richiesta al governo a fornire «garanzie» sulle parti eliminate della manovra che riguardano «Transizione 5.0, caro materiale e Zes unica».
Mal gliene incolse. Dopo che Antonio Tajani ha annunciato di volersi ricandidare alla guida di Forza Italia, i Berlusconi (nel senso di Marina e Pier Silvio) già provati dalla vicenda Signorini-Corona, non l’hanno presa bene. Il vicepremier nonché titolare della Farnesina si è candidato alla riconferma come se quello azzurro fosse un partito normale. Invece è una proprietà della famiglia di Arcore da rimettere in ordine. E il tempo della gestione notarile è finito.
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Nei conciliaboli si fa strada il nome di Deborah Bergamini
L’irritazione è netta: il cambio lo vogliono non per sfizio, ma per necessità. E non passa dall’usato sicuro. Nei conciliaboli interni, mentre tutti puntano gli occhi su Roberto Occhiuto e il suo movimentismo, dietro le quinte si fa strada il nome di Deborah Bergamini, decana del partito. Una dirigente che conosce il berlusconismo come pochi, visto che fu proprio il Cavaliere, nell’ormai lontano 1999, a sceglierla come consulente alla comunicazione prima di dirottarla alla Rai in posizioni di vertice.
Deborah Bergamini (Imagoeconomica).
L’aut aut degli eredi del Cav
Ma sul toto nomi per il dopo Tajani il rumore di fondo del caso Corona sta pesando. La real casa del Biscione sospetta che dietro gli attacchi e il loro perfetto tempismo ci sia la manina di qualcuno che teme la discesa in campo della famiglia o, peggio, un vero rinnovamento di Forza Italia. Quindi bisogna fare presto a giubilare Tajani per poi voltare pagina. Il dopo, per i Berlusconi, è già delineato. Non solo nei nuovi dirigenti, ma forse anche nuovi simboli, visto che sono pronti a togliere nome e marchio dal logo che porta ancora la dicitura “Berlusconi presidente”, e con esso liberarsi dei 90 milioni di fideiussioni. Il messaggio degli eredi di Silvio è perentorio: o il partito cambia davvero, o smette di chiamarsi Forza Italia.
Salta il pacchetto previdenzialeinserito dal governo nell’emendamento alla legge di bilancio ed è scontro all’interno della maggioranza. A determinare lo strappo la posizione della Lega, che ha respinto l’impianto messo a punto dal ministero dell’Economia. A raccontare la notte agitata è Repubblica, con Massimiliano Romeo, capogruppo del Carroccio al Senato, che chiama il titolare del Tesoro, ponendo un ultimatum: «O togli le norme sulle pensioni dall’emendamento o noi ce andiamo a casa». Un aut-aut che, sempre secondo Repubblica, riflette la linea dettata da Matteo Salvini, regista dell’offensiva contro le misure previdenziali contenute nel maxi-emendamento.
Romeo: «Giorgetti d’accordo sull’utilizzo di fondi alternativi»
Fonti leghiste, citate dallo stesso quotidiano, raccontano di una chiamata tesa, durante la quale Giorgetti avrebbe provato a spiegare la logica degli interventi, sostenendo che l’allungamento delle finestre potesse essere corretto prima dell’entrata in vigore. Una linea che non convince l’ala dura del partito. Romeo insiste e, come confermerà il mattino seguente: «Ho chiamato Giorgetti, anche lui sosteneva la tesi che fosse possibile utilizzare fondi alternativi, erano i tecnici del Mef che insistevano sulle pensioni. Allora abbiamo deciso di cancellare quelle misure, facendo un emendamento più light». Poi il tentativo di distensione: «Nessuno scontro interno alla Lega».
Renzi: «Giorgetti ha perso la faccia»
Intanto in aula al Senato, il capogruppo dem Francesco Boccia affonda il colpo: «Il ministro dell’Economia è stato completamente smentito dal suo stesso partito. Chiediamo che il ministro dell’Economia venga immediatamente in Parlamento: se non è più in grado di svolgere il suo ruolo rassegni le dimissioni, se è ancora in grado venga in commissione e ci dica come si va avanti, perché la commissione è in gravissimo ritardo e in queste condizioni sarà difficilissimo essere in Aula lunedì mattina». Sul caso è intervenuto anche Matteo Renzi: «Penso davvero che Meloni e Salvini dovrebbero essere “spernacchiati” a vita (ho messo questa parola tra virgolette perché è una parola usata da Salvini). Nel frattempo, comunque finisca la telenovela emendamento, Giorgetti ha perso la faccia», ha scritto l’ex premier.
Toh, è tornato Matteo Renzi. Vabbè, ma quando mai se n’è andato via, si dirà. E in effetti è vero. Renzi c’è anche quando non c’è. Le trattative di Gedi con i greci? «C’è Renzi dietro!». Silvia Salis? «C’è Renzi dietro!». La Fiorentina è in vendita? «C’è Renzi dietro!». C’è un po’ di retorica del complotto, ad accompagnare l’ex presidente del Consiglio, visto come l’artefice di qualsiasi sommovimento politico-editorial-sportivo. Nemmeno fosse Dario Franceschini, che diamine.
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).
La nuova fase politica del leader di Iv
Il fondatore di Italia Viva è alle prese con una nuova fase politica. Un po’ per convinzione, un po’ per convenienza, Renzi è il nuovo portavoce del campo largo. Ci crede più lui di Giuseppe Conte, per dire. È più in sintonia con Elly Schlein sulla logica testardamente unitaria dell’alleanza di quanto non lo siano gli alleati a cinque stelle. Lo dice in ogni intervista che fa, e ne fa sempre parecchie: solo uniti si vince contro Giorgia Meloni. Solo con la sacra alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, il centrosinistra può sperare di battere la destra nel 2027. Ma se Meloni perde il referendum sulla giustizia, beh, se ne deve andare a casa, ripete sempre Renzi facendo però leva su esperienze personali e su un’impostazione del dibattito pubblico che la presidente del Consiglio però non ha dato. Perché lei, a differenza di Renzi nel 2016, non ha mai detto «se perdo vado a casa».
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).
Quella sintonia (interessata) con Bonaccini
È così in buoni rapporti ormai con Schlein che le facilita pure il compito di tenere insieme testardamente anche il Pd, diviso finora fra maggioranza schleiniana e riformisti. Ora però questi ultimi si sono scissi e Stefano Bonacciniha dichiarato sostegno alla segretaria. Sicché l’ex presidente del Consiglio sembra persino provare simpatia per i riformisti bonacciniani. Il presidente del Pd è stato anche ospite all’ultima edizione della Leopolda, dov’è stato molto applaudito per il suo intervento contro il governo. E il motivo forse non è così complicato da intuire: Renzi ci tiene ad avere un buon rapporto con Schlein, non fosse altro perché deve tenere i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole del campo largo. Quindi Bonaccini, accusato non a caso di un atteggiamento troppo consociativo nei confronti della segreteria nazionale dai riformisti che lo hanno appena salutato, è perfetto: non è uno che disturba il manovratore, in questo caso la manovratrice, e lascia il campo ad altri per intestarsi una eventuale futura battaglia riformista. Per Renzi, insomma, Giorgio Gori, Pina Picierno e Matteo Biffoni sono soprattutto dei competitor. E il leader di Italia Viva vuole essere certo di poter occupare quello spazio appena lasciato libero da Bonaccini con la sua piroetta verso Schlein.
Matteo Renzi con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).
L’invenzione di Casa Riformista e il tentativo di restare in Parlamento
Ordunque, Renzi da rottamatore è diventato muratore, costruttore, architetto, ingegnere edile, cercate voi il mestiere che vi garba di più. Nel centrosinistra è rimasto tra i pochissimi a saper fare politica, il suo problema è che tutt’ora rimane inviso all’elettorato. In molti non lo sopportano al di là dei propri demeriti politici. Sicché ha capito che Italia Viva non poteva andare più da nessuna parte, avendo saturato l’opinione pubblica dopo averla saturata già lui stesso. Al che si è inventato Casa Riformista, con cui cerca di dare una risposta civica alla insoddisfazione dell’elettorato per tutto ciò che proviene dai partiti. In Toscana ha funzionato, grazie anche alla collaborazione di Eugenio Giani, in Calabria anche. Non è tuttavia diventato un buon samaritano gratis. Attacca Meloni, anche sulla legge elettorale, ma solo perché è pronto a sedersi attorno al tavolo principale per poter negoziare un accordo. D’altronde prima o poi si porrà il tema di come fare per rientrare in Parlamento. C’è anche il rischio che non ce la faccia, ma se c’è una cosa che ci ha insegnato Renzi è che non va sottovalutato. Anche se da Andreotti del prossimo secolo alla fine si è trasformato nel Fanfani dei prossimi decenni.
Il siparietto di Guido Crosetto e Matteo Renzi ad Atreju, insieme con Fabio Rampelli e Bruno Vespa (Imagoeconomica).