Così gli italiani si stanno scocciando del fannullone Salvini

La Lega scende nei sondaggi. Perché la gente si è accorta che l'ex ministro non sa niente, non studia e a parte viaggiare, bere e occupare le tivù non fa altro. Di Maio in confronto è uno stacanovista. Sotto quelle felpe manca la voglia di lavorare.

La Lega ha iniziato a scendere nei sondaggi sotto il 30%. Poca roba ancora, ma è un segnale. Per tutta risposta il leader del partito Matteo Salvini continua imperterrito a occupare le tivù sotto lo sguardo ancillare dei conduttori, prevalentemente Mediaset, che giocando a tombola con lui o facendo altre idiozie cercano di farlo apparire umano per far dimenticare la faccia feroce, e un po’ brilla, dell’estate 2019.

RIEQUILIBRIO A DESTRA A FAVORE DELLA MELONI

Come da tempo segnalato, e da me previsto, scusate la vanteria, Giorgia Meloni invece continua poco per volta a salire nelle intenzioni di voto. Non siamo alle viste di un rapido capovolgimento di fronte nel campo sovranista, ma a un riequilibrio.

SOTTO L’IMITAZIONE MUSSOLINIANA DI SALVINI NON C’È NULLA

Le due destre si faranno concorrenza, ma finora non è chiaro su che cosa. Su un punto, invece, la differenza appare evidente e sfavorevole a Salvini. Per una volta ha ragione Marco Travaglio: anche la pubblica opinione di destra comincia a capire che il pericolo Salvini non è la sua banale imitazione mussoliniana, ma il fatto che niente sa, niente studia e soprattutto, a parte viaggiare, bere e andare in televisione, non ha proprio voglia di fare alcunché. Siamo arrivati al punto che Luigi Di Maio appare una stacanovista di fronte al figlio del Nord che chiacchiera-chiacchiera.

ANCHE CHI CERCA L’UOMO FORTE SI STA STUFANDO

La Bestia salviniana ha avuto idee perverse ma geniali: la principale è stata quella di mettere Salvini in mezzo al popolo, facendogli indossare felpe d’occasione e innalzare cartelli ridicoli in cui tutto veniva prima di tutto. Molti italiani rincoglioniti, soprattutto al Sud, gli sono andati dietro. Ma anche quella tipologia di italiano meridionale che cerca l’uomo forte soprattutto se protegge e dà da mangiare, si sta scocciando di fronte a un signore che non lavora. Perché anche il politico più dissipatore di denaro pubblico, a un certo punto, deve lavorare.

ZERO LAVORO, SOLO PENOSE SCENETTE CON MARIO GIORDANO

Salvini invece pensa che una penosa scenetta con Mario Giordano porti molti voti. Quello che i leader – che salgono e poi inesorabilmente iniziano a scendere fino a rotolare – non capiscono è che la società della comunicazione in cui si sono infilati non è un artifizio tecnico, non è neppure la lettura disincantata degli umori peggiori degli italiani peggiori, è anche e soprattutto dare una risposta a problemi attraverso una leadership che lavori. Salvini capisce la parola “lavorare”?

perché matteo salvini non lavora
Matteo Salvini ospite della trasmissione di Rete 4 Fuori dal coro condotta da Mario Giordano.

LA SILENZIOSA LAMORGESE FA PASSI DA GIGANTE

Dopo un anno di urla contro i poveracci raggiungendo zero risultati, mentre la silenziosa Luciana Lamorgese ha fatto passi da gigante, dopo mesi in cui Salvini si è intrattenuto sull’economia scappando dal governo quando ha temuto di dover aumentare l’Iva, alcuni italiani, siamo ancora a pochi decimali, hanno cominciato a capire che sotto quella felpa c’è niente.

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Luciana Lamorgese, successore di Salvini al Viminale.

COMPRERESTE UN’AUTO USATA DAL CAPITANO?

Il segreto di Salvini è convincere la parte di quel 30% che vorrebbe scappare che la guerra civile che ha promesso si farà e che la vincerà lui. Intanto è costretto a chiedere la tregua nell’indifferenza generalizzata. Abbiamo così un leader che sulla carta ha molti voti, ma da cui nessuno comprerebbe un’auto usata.

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Le inutili regole di Confindustria per i candidati alla presidenza

Puntuali, ogni quattro anni, arrivano le raccomandazioni del sindacato degli imprenditori nei confronti di chi vuole iscriversi alla corsa. Peccato che tutti se ne freghino bellamente. Come nel caso dell'orafa Mattioli, di cui è stata annunciata la discesa in campo anche se non si potrebbe.

Ogni quattro anni, puntuale come un orologio svizzero, la corsa alla presidenza di Confindustria si apre al medesimo scenario: candidati che scalpitano, giochi di Palazzo che spesso fanno impallidire quelli della politica, vorace caccia ai voti per arrivare alla meta. E come ogni quattro anni, puntuale come un orologio svizzero, il “Consiglio di indirizzo etico e dei valori associativi” del sindacato degli imprenditori rilascia le sue raccomandazioni. Una sorta di “Order!!”, per parafrasare il famoso appello dello speaker della Camera dei Comuni inglese John Bercow, tanto dettagliato quanto disatteso.

IL TENTATIVO DI FARE UN’ORDINATA CAMPAGNA ELETTORALE

L’ “Order!!” di Confindustria porta la data del 4 dicembre 2019, ed è un documento di tre paginette spedito a consiglieri e presidenti delle territoriali in cui si dettano le regole per procedere a una ordinata campagna elettorale.

VERIFICA DEI REQUISITI RICHIESTI E PROGRAMMI

Tra le varie raccomandazioni, si avvisa con una certa perentorietà che «c’è un momento preciso nel quale poter formalizzare eventuali auto candidature alla presidenza confederale, snodo dal quale poi discende una sequenza di adempimenti che riguardano la verifica dei requisiti richiesti, la formalizzazione dei programmi e l’informativa al sistema associativo che vedranno un impegno coordinato e convergente della Commissione di designazione, del nostro Consiglio e dei probiviri confederali. È assolutamente evidente – fermo restando che ogni assetto normativo può sempre essere migliorato – che l’obiettivo strategico che il nuovo quadro vuole realizzare sia quello di permettere una partecipazione e un dibattito ampi e diffusi ma circoscritti all’interno del perimetro confederale, evitando il trasferimento in sedi esterne ed improprie di un confronto che deve invece restare riservato – nei modi e nei contenuti – agli organi individuati dallo statuto».

L’UTOPIA DI REGOLARE LO SPREGIUDICATO GIOCO DELLE PARTI

Insomma, nel florilegio di manovre, candidature annunciate, vorticosa girandola di nomi che spesso nascondono uno spregiudicato gioco delle parti, il sindacato degli industriali vorrebbe porsi come regolatore. «La raccomandazione e l’auspicio», vi si legge ancora, «sono quelli di osservare puntualmente – fino al momento dell’insediamento della Commissione di designazione di fine gennaio 2020 – un rigoroso allineamento ai meccanismi che sono stati ritenuti, nell’ultima revisione statutaria, i più adatti ed efficaci ad evitare l’accreditarsi di una sensazione falsata di come l’organizzazione confederale si appresta a vivere e ad interpretare l’avvicendamento nella presidenza».

PREVISTE (SULLA CARTA) SANZIONI PER CHI SGARRA

Alle raccomandazioni seguono le sanzioni per chi trasgredisce. Se qualcuno si autocandida o viene candidato prima del gennaio 2020, data in cui si insedierà la Commissione di designazione, scatteranno provvedimenti. Si afferma infatti che «l’utilizzo dei media per anticipare una disponibilità a candidarsi ovvero declinazioni programmatiche per un eventuale incarico di vertice, così come manifestazioni di sostegno formalizzate fuori dalle consultazioni della Commissione di designazione, rappresenteranno comportamenti rispetto ai quali gli organi confederali deputati al controllo e alla verifica dovranno necessariamente intervenire, con le conseguenze previste dalle norme».

MA L’ULTIMO CASO DI MATTIOLI CONFERMA L’INFRAZIONE DELLE NORME

E i candidati che fanno? Se ne fregano bellamente. È giusto di mercoledì 18 dicembre, tanto per citare l’ultimo caso, l’Ansa contenente le dichiarazioni con cui il presidente degli industriali piemontesi Fabio Ravanelli e quello dei torinesi Dario Gallina lanciano la discesa in campo dell’industriale orafa Licia Mattioli (cui auguriamo una felice corsa), trincerandosi dietro l’artificio retorico della «candidatura probabile ma che sarà eventualmente ufficializzata solo a fine gennaio». Insomma, Mattioli c’è, non si potrebbe dire, ma lo diciamo fingendo di non dirlo ufficialmente. Come si comporteranno al riguardo gli inflessibili custodi (Floriano Botta, Daniela Gennaro Guadalupi, Michele Matarrese, Mario Mazzoleni, Aurelio Regina, Marta Spinelli) dell’ortodossia confindustriale?

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Il richiamo di Mattarella ai partiti: «Basta scontri, progettate il futuro»

Lungo intervento del presidente davanti ai rappresentanti delle istituzioni. Appello alle forze politiche per superare le logiche di perseguimento del consenso e lavorare al bene comune combattendo per il lavoro e l'ambiente.

Politica è responsabilità civile e la responsabilità vuole che i partiti dialoghino per risolvere i problemi dei cittadini. Ma soprattutto le forze politiche devono uscire dalla logica dello scontro quotidiano mostrando «lungimiranza», progettando misure di ampio respiro per risolvere i tanti problemi del Paese. Il tutto condannando l’intolleranza che è uno dei virus della democrazia. Ennesimo richiamo di Sergio Mattarella al governo, ai partiti, alla politica tutta che da troppo tempo vive nel presente, tra scontri continui, incapace di disegnare il futuro. Invece «il futuro è qui, è già cominciato e scrive sulle pagine del nostro presente».

L’APPELLO PER IL FUTURO «CHE È GIÀ QUI»

Nel salone dei Corazzieri del Quirinale il presidente della Repubblica vola alto ma picchia duro e la ricchissima platea di alte cariche dello Stato ascolta, forse tenendo a bada qualche senso di colpa. Nessun riferimento all’attualità della politica viene dal presidente, ma il suo pubblico j’accuse è chiarissimo. «Il futuro è già qui», ha ripetuto quasi a voler accertarsi che tutti intendano, «e per questo chi governa deve confrontarsi con lungimiranza, sulle prospettive, sull’ampio orizzonte del futuro». E «questa consapevolezza», ha aggiunto subito, «deve interpellare chi assume responsabilità politiche, istituzionali, di governo e chi, dall’opposizione, vi si confronta». Tutti, quindi. maggioranza e opposizione, pur nella logica delle loro posizioni partitiche, devono ascoltarsi, confrontarsi e poi lavorare per costruire futuro. Forse, ma questo Mattarella non l’ha detto, smettendola di pensare sempre solo alle prossime ineluttabili elezioni, nazionali o regionali che siano.

LA CITAZIONE DI ALDO MORO PER UNA POLITICA DI COLLABORAZIONE

Basta quindi con odio e intolleranza, con l’ossessivo aumento dei decibel perchè «una società attraversata da lacerazioni profonde corre un grave pericolo». Il capo dello Stato si è rivolto a una platea bipartisan dalla quale si sono notate le assenze dei due Matteo, Salvini e Renzi, e di Silvio Berlusconi: «chi riveste ruolo istituzionali deve avvertire la responsabilità di farlo in nome e per conto di tutti i cittadini». E poi la citazione di Aldo Moro quasi a ricordare l’esempio dei Grandi della Repubblica: «Sappiamo che la politica comporta anche scontri» ma serve anche oggi «la comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo». Si tratta di un “classico” del settennato Mattarelliano che è stato speso nell’infaticabile opera di richiamo a una politica concreta ma gentile, sempre al servizio del cittadino e mai solo della propria bandiera.

APPELLO PER DIFENDERE IL BENE COMUNI DI TUTTI

Il presidente ha sentito l’esigenza di almanaccare concetti che sarebbero banali in una società sana: «il bene comune è bene di tutti, nessuno escluso. E chi amministra la cosa pubblica, chi è chiamato al compito di governare esprime certo gli orientamenti della maggioranza ma con il dovere di rispettare e garantire la libertà e i diritti degli altri, delle minoranze. Questa è», ha ricordato, «l’essenza della democrazia, che richiede rispetto reciproco». In estrema sintesi, è ora che la politica esca dai recinti del mero consenso, dimostri coraggio e senso civico. Un richiamo che dimostra quale sia la preoccupazione del Quirinale per le «lacerazioni» tuttora aperte che sono state inferte al tessuto sociale del Paese.

L’APPELLO PER LAVORO E AMBIENTE

Per dare corpo alla sua analisi il presidente ha portato alla riflessione due esempi forti di cosa significhi progettare il futuro di una nazione: lavoro e ambiente. «La prolungata fase di debolezza dell’economia ha inciso pesantemente sul’apparato produttivo del nostro Paese, con pesanti conseguenze occupazionali e gravi fenomeni di disgregazione sociale. Ecco la missione per cui combattere e il nemico da sconfiggere insieme: il lavoro che manca, quel lavoro indicato come fondamento della nostra Repubblica». E ancora di più la progettualità della politica si dovrà inevitabilmente confrontare con l’ambiente: «oggi i mutamenti climatici fanno apparire fragili ed esposti i nostri territori, insicure le popolazioni. E questo cambiamento è evidente e dirompente. Serve una nuova cura del territorio».

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Cosa succede ora col referendum sul taglio dei parlamentari

Raggiunte le firme di 65 senatori per convocare la consultazione confermativa sulla riforma approvata dalle Camere a maggioranza assoluta a ottobre 2019. Salvini: «Ho votato sì, ma far scegliere ai cittadini è la cosa migliore». Così il bivio può avere ripercussioni sulla legislatura.

E ora gli anti-Casta diranno che i politici vogliono salvare le “poltrone“. Il referendum sul taglio del numero dei parlamentari diventato legge a ottobre 2019 infatti è cosa (quasi) fatta. Secondo quanto hanno riferito fonti della Fondazione Einaudi, promotrice della raccolta firme, l’obiettivo dei 65 senatori necessario a indire il referendum costituzionale è stato raggiunto. Il 12 gennaio 2020, snodo da tempo segnalato come cruciale per la legislatura, era il termine ultimo fissato dalla legge per il raggiungimento dell’obiettivo.

IL PD: «DARE UN SENSO AL TAGLIO LINEARE»

Il senatore del Partito democratico Tommaso Nannicini, che ha promosso la raccolta delle firme insieme con i colleghi di Forza Italia Andrea Cangini e Nazario Pagano, ha detto che si tratta di «una buona notizia, perché l’ultima parola spetterà ai cittadini e potremo finalmente aprire una discussione pubblica sul tema». Sul piano politico Nannicini ha aggiunto che bisogna «dare un senso a un taglio lineare della rappresentanza politica che al momento un senso non ce l’ha».

IL MINISTRO D’INCÀ (M5S): «NESSUN PERICOLO PER IL GOVERNO»

La questione può avere ripercussioni anche sulla tenuta del governo? Non per il Movimento 5 stelle. Il ministro dei Rapporti con il parlamento Federico D’Incà ha detto che «si continuerà a lavorare come governo e maggioranza per raggiungere risultati come l’approvazione del decreto scuola al Senato e la chiusura della manovra alla Camera. Non vedo alcun problema all’orizzonte».

SALVINI: «CHIEDERE AI CITTADINI È LA SCELTA MIGLIORE»

Anche i Radicali si erano spesi per promuovere la convocazione di un referendum confermativo, secondo quanto previsto dall’articolo 138 della Costituzione. E proprio a Radio radicale ha spiegato il suo punto di vista Matteo Salvini: «Sono d’accordo sui referendum in generale, ho votato quella riforma, quando i cittadini confermano o smentiscono una riforma approvata dal parlamento secondo me è sempre la scelta migliore».

MELONI: «DIREMO DI VOTARE SÌ»

Giorgia Meloni ha dichiarato che «Fratelli d’Italia ha votato a favore del taglio del numero dei parlamentari, sia alla Camera sia al Senato, e il nostro contributo è stato decisivo per approvare questa riforma attesa da anni dai cittadini. Manterremo la nostra coerenza anche in caso di referendum confermativo e annunciamo, sin da ora, che chiederemo agli italiani di andare alle urne e votare sì».

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Cosa succede ora col referendum sul taglio dei parlamentari

Raggiunte le firme di 65 senatori per convocare la consultazione confermativa sulla riforma approvata dalle Camere a maggioranza assoluta a ottobre 2019. Salvini: «Ho votato sì, ma far scegliere ai cittadini è la cosa migliore». Così il bivio può avere ripercussioni sulla legislatura.

E ora gli anti-Casta diranno che i politici vogliono salvare le “poltrone“. Il referendum sul taglio del numero dei parlamentari diventato legge a ottobre 2019 infatti è cosa (quasi) fatta. Secondo quanto hanno riferito fonti della Fondazione Einaudi, promotrice della raccolta firme, l’obiettivo dei 65 senatori necessario a indire il referendum costituzionale è stato raggiunto. Il 12 gennaio 2020, snodo da tempo segnalato come cruciale per la legislatura, era il termine ultimo fissato dalla legge per il raggiungimento dell’obiettivo.

IL PD: «DARE UN SENSO AL TAGLIO LINEARE»

Il senatore del Partito democratico Tommaso Nannicini, che ha promosso la raccolta delle firme insieme con i colleghi di Forza Italia Andrea Cangini e Nazario Pagano, ha detto che si tratta di «una buona notizia, perché l’ultima parola spetterà ai cittadini e potremo finalmente aprire una discussione pubblica sul tema». Sul piano politico Nannicini ha aggiunto che bisogna «dare un senso a un taglio lineare della rappresentanza politica che al momento un senso non ce l’ha».

IL MINISTRO D’INCÀ (M5S): «NESSUN PERICOLO PER IL GOVERNO»

La questione può avere ripercussioni anche sulla tenuta del governo? Non per il Movimento 5 stelle. Il ministro dei Rapporti con il parlamento Federico D’Incà ha detto che «si continuerà a lavorare come governo e maggioranza per raggiungere risultati come l’approvazione del decreto scuola al Senato e la chiusura della manovra alla Camera. Non vedo alcun problema all’orizzonte».

SALVINI: «CHIEDERE AI CITTADINI È LA SCELTA MIGLIORE»

Anche i Radicali si erano spesi per promuovere la convocazione di un referendum confermativo, secondo quanto previsto dall’articolo 138 della Costituzione. E proprio a Radio radicale ha spiegato il suo punto di vista Matteo Salvini: «Sono d’accordo sui referendum in generale, ho votato quella riforma, quando i cittadini confermano o smentiscono una riforma approvata dal parlamento secondo me è sempre la scelta migliore».

MELONI: «DIREMO DI VOTARE SÌ»

Giorgia Meloni ha dichiarato che «Fratelli d’Italia ha votato a favore del taglio del numero dei parlamentari, sia alla Camera sia al Senato, e il nostro contributo è stato decisivo per approvare questa riforma attesa da anni dai cittadini. Manterremo la nostra coerenza anche in caso di referendum confermativo e annunciamo, sin da ora, che chiederemo agli italiani di andare alle urne e votare sì».

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Per il tribunale dei ministri Salvini ha abusato del suo potere coi migranti

Per il caso della nave Gregoretti bloccata nel porto di Augusta, il leader della Lega è accusato anche di sequestro di persona e abuso di potere. Mentre il Carroccio cala nei sondaggi.

L’atto d’accusa è di quelli che negli Stati Uniti varrebbero l‘impeachment. «Ha abusato dei suoi poteri privando della libertà personale 131 migranti a bordo dell’unità navale Gregoretti della guardia costiera italiana alle 00,35 del 27 luglio 2019». È l’atto di accusa del tribunale dei ministri di Catania dopo gli accertamenti sull’ex ministro degli Interni Matteo Salvini. Il documento del Tribunale dei ministri è stato pubblicato dal Corriere della Sera e l’ex ministro ha già replicato alla notizia il 18 dicembre sera nel corso di una intervista a Rete4.

LEGGI ANCHE: La bestia di Salvini nei sondaggi non tira più

«HO FATTO L’INTERESSE DEL PAESE»

«A firma del presidente del tribunale dei ministri Lamantia, iscritto a Magistratura democratica, viene trasmesso al presidente del Senato che Salvini sarebbe colpevole di reato di sequestro di persona aggravato abusando dei suoi poteri. Rischio fino a 15 anni di carcere. Ritengo che sia una vergogna che un ministro venga processato per aver fatto l’interesse del suo Paese», aveva annunciato Salvini. Salvini è accusato di aver «determinato consapevolmente l’illegittima privazione della libertà dei migranti, costretti a rimanere in condizioni psico fisiche critiche a bordo», scrivono i giudici.

Il segretario della Lega Matteo Salvini rilascia dichiarazioni ai giornalisti nella sala stampa del Senato, Roma, 17 dicembre 2019. RICCARDO ANTIMIANI

QUATTRO NOTTI DI BLOCCO NEL PORTO DI AUGUSTA

La vicenda riguarda la nave Gregoretti: il pattugliatore della Guardia Costiera era stato fermo nel porto militare di Augusta (Siracusa) dalla notte del 27 luglio con a bordo oltre 100 migranti soccorsi in mare fino al 31 luglio quando era arrivato il via libera allo sbarco. La Procura a settembre aveva ufficializzato la richiesta di archiviazione, ma aveva comunque trasmesso gli atti al Collegio per i reati ministeriali del Tribunale di Catania.

NIENTE SCAMBIO DI AUGURI AL QUIRINALE

Intanto Salvini ha fatto sapere che non andrà allo scambio di auguri con le alte cariche dello Stato al Quirinale. Lo ha annunciato lo stesso leader della Lega a un evento di Confapi. «È in concomitanza con la recita di Natale di mia figlia. So che ci sarà polemica su questo ma dovendo scegliere… Ubi maior…».

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Per il tribunale dei ministri Salvini ha abusato del suo potere coi migranti

Per il caso della nave Gregoretti bloccata nel porto di Augusta, il leader della Lega è accusato anche di sequestro di persona e abuso di potere. Mentre il Carroccio cala nei sondaggi.

L’atto d’accusa è di quelli che negli Stati Uniti varrebbero l‘impeachment. «Ha abusato dei suoi poteri privando della libertà personale 131 migranti a bordo dell’unità navale Gregoretti della guardia costiera italiana alle 00,35 del 27 luglio 2019». È l’atto di accusa del tribunale dei ministri di Catania dopo gli accertamenti sull’ex ministro degli Interni Matteo Salvini. Il documento del Tribunale dei ministri è stato pubblicato dal Corriere della Sera e l’ex ministro ha già replicato alla notizia il 18 dicembre sera nel corso di una intervista a Rete4.

LEGGI ANCHE: La bestia di Salvini nei sondaggi non tira più

«HO FATTO L’INTERESSE DEL PAESE»

«A firma del presidente del tribunale dei ministri Lamantia, iscritto a Magistratura democratica, viene trasmesso al presidente del Senato che Salvini sarebbe colpevole di reato di sequestro di persona aggravato abusando dei suoi poteri. Rischio fino a 15 anni di carcere. Ritengo che sia una vergogna che un ministro venga processato per aver fatto l’interesse del suo Paese», aveva annunciato Salvini. Salvini è accusato di aver «determinato consapevolmente l’illegittima privazione della libertà dei migranti, costretti a rimanere in condizioni psico fisiche critiche a bordo», scrivono i giudici.

Il segretario della Lega Matteo Salvini rilascia dichiarazioni ai giornalisti nella sala stampa del Senato, Roma, 17 dicembre 2019. RICCARDO ANTIMIANI

QUATTRO NOTTI DI BLOCCO NEL PORTO DI AUGUSTA

La vicenda riguarda la nave Gregoretti: il pattugliatore della Guardia Costiera era stato fermo nel porto militare di Augusta (Siracusa) dalla notte del 27 luglio con a bordo oltre 100 migranti soccorsi in mare fino al 31 luglio quando era arrivato il via libera allo sbarco. La Procura a settembre aveva ufficializzato la richiesta di archiviazione, ma aveva comunque trasmesso gli atti al Collegio per i reati ministeriali del Tribunale di Catania.

NIENTE SCAMBIO DI AUGURI AL QUIRINALE

Intanto Salvini ha fatto sapere che non andrà allo scambio di auguri con le alte cariche dello Stato al Quirinale. Lo ha annunciato lo stesso leader della Lega a un evento di Confapi. «È in concomitanza con la recita di Natale di mia figlia. So che ci sarà polemica su questo ma dovendo scegliere… Ubi maior…».

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A Bari con Giannelli l’affare è sempre di famiglia

Il presidente di fatto era un amministratore ombra. Che ha sempre detto la sua su qualunque dossier della Banca Popolare. Ed è nipote del suo predecessore Marco Jacobini. Ecco chi sono i personaggi coinvolti nel crac ma sfuggiti ai media.

Finora a Bari i riflettori si sono accesi, alternativamente, o sul doppio periodo in cui alla guida della Banca Popolare c’è stato Vincenzo De Bustis, o sulla famiglia Jacobini, intesa come il presidente Marco e il figlio Gianluca, che dell’istituto pugliese è stato vicedirettore generale. Sono però sfuggiti al fascio di luce dei media, almeno fin qui, altri due personaggi non certo di secondo piano.

GRANDI RESPONSABILITÀ DI LUIGI JACOBINI

Il primo si chiama anche lui Jacobini, ma di nome fa Luigi, ed è l’altro figlio di Marco. Nessuno l’ha tirato in ballo, eppure anche lui risulta vicedirettore generale, ed ha avuto molta responsabilità nell’ultima stagione della banca targata De Bustis, quella che ha portato al commissariamento. Tanto che questa vicinanza all’ormai ex amministratore delegato lo ha messo contro la sua famiglia: da mesi non parla né con il padre né con il fratello, verso il quale mostra apertamente gelosia per le sue riconosciute capacità professionali, specie nella finanza strutturata.

GIANNELLI EX CONSULENTE SUPER PAGATO

L’altro personaggio che finora ha evitato i riflettori è l’avvocato Gianvito Giannelli, che da luglio 2019 è presidente della Bpb. Non si chiama Jacobini, ma di quella famiglia fa parte a pieno titolo, visto che è il nipote (figlio della sorella) di Marco Jacobini. Da anni consulente super pagato della banca – grazie ai suoi stretti rapporti con De Bustis e Luigi Jacobini, ma anche con il direttore generale Gregorio Monachino, da sempre a capo dei crediti e per un lungo periodo anche del recupero crediti e del legale – Giannelli era già stato messo nel mirino della vigilanza della Banca d’Italia nel corso dell’ispezione del 2010, quando venne considerato ci fosse un enorme rischio potenziale, per via di fatture, trovate nel corso dell’ispezione, per oltre 2 milioni e legate al recupero crediti e a consulenze varie.

L’ex presidente della Popolare di Bari Marco Jacobini.

FORTEMENTE VOLUTO DALL’AD DE BUSTIS

Proprio in quegli anni Giannelli consolida il rapporto con De Bustis, che lo ha fortemente voluto alla presidenza della Banca battendo le resistenze dello zio Marco. Rinviato a giudizio per un concorso truccato all’Università di Taranto, Giannelli – la cui moglie Isabella Ginefra, magistrato, era diventata procuratore capo di Larino ribaltando l’esito di un voto del Consiglio superiore della magistratura, che aveva assegnato altrimenti quel posto, salvo poi essere rimossa dal Tar del Lazio – di fatto era un amministratore ombra, che ha sempre detto la sua su qualunque dossier della banca, dalla sottoscrizione di 51 milioni con il fondo lussemburghese Naxos Capital alla trattativa, poi arenata, con il fondo Futura Fund per il riacquisto del mini bond emesso nel 2013 per il gruppo Fusillo ed evitarne il fallimento.

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Perché le voci di un asse Salvini-Renzi convengono a entrambi

Italia viva bolla come «gossip» l'ipotesi di un governissimo con la Lega. Eppure i rumors su una possibile alleanza tornano utili a entrambi: all'ex premier per mantenere la pressione sul governo e al leader della Lega per non restare escluso dai giochi di Palazzo.

«Salvini lo abbiamo mandato a casa mentre ballava al Papeete», ma «c’è un interesse nazionale e sui temi istituzionali è bene che tutti i partiti trovino il modo di dialogare». A dirlo è il presidente di Italia Viva, Ettore Rosato, in un’intervista al Corriere della Sera in cui bolla come «fantasie» l’apertura di Matteo Renzi a Matteo Salvini per un governissimo, ammettendo tuttavia la possibilità di un dialogo.

IL «GOSSIP DA OSTERIA» CHE IN FONDO PIACE

«Lavoriamo per governare, non per andare al voto. Quando eravamo in maggioranza approvammo la legge elettorale anche con le opposizioni, Lega compresa. E se si va verso un proporzionale, la soglia del 5% non ci spaventa», assicura Rosato, «Italia viva è compatta e cresce, il resto è gossip da osteria». Eppure, questo gossip evidentemente non dispiace che circoli.

RENZI TIENE SOTTO PRESSIONE IL GOVERNO, SALVINI NON VIENE ESCLUSO

«La letteratura fiorita sul loro rapporto e attorno all’idea di un’alleanza bellicosa, fondata sul desiderio di prendersi una rivincita, si scontra con le leggi della politica e si consuma nel sospetto che nutrono l’uno verso l’altro», spiega sempre sul CorSera Francesco Verderami, «“io di lui non mi fido perché è inaffidabile”, ha risposto Salvini ad alcuni dirigenti del Carroccio, riferendosi a Renzi. Ed è un sentimento ricambiato. Tuttavia le voci che alimentano questa liaison dangereuse sono utili a entrambi: è una “tarantella” che serve a Renzi per tenere sotto pressione il governo, garantendosi un po’ di visibilità; e serve a Salvini per non restare ai margini dei giochi di Palazzo».

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Il problema della sinistra è la sua classe dirigente

Fino a che i leader appariranno quelli di sempre, lì nelle stanze del potere, non ci sarà speranza. Serve un Big Bang. Ma cacciarli non è compito delle sardine.

Leggo che qualche renziano, di fronte a sondaggi disastrosi, stia pensando di tornare indietro. Può essere. Le scissioni non pagano quasi mai. Anche la sinistra che fondò Articolo uno scoprì, col voto, che aveva pochi seguaci e si è spaccata in mille pezzi, alcuni dei quali rientrati nel Partito democratico.

I RITORNI RENZIANI INTERESSANO SOLO AI GIORNALISTI

Possiamo discuterne quanto vogliamo, ma il nodo del discorso non sta nel fallimento di una prospettiva di rifondazione renzista o radicale, e neppure nel fatto che vi sia chi, pentito/a, voglia tornare alla casa madre. Il nodo sta nel fatto che questa vicenda interessa solo noi giornalisti.

L’ELETTORATO ORMAI SI È STANCATO

Se osserviamo i sondaggi del Pd, e guardiamo contemporaneamente i dati dei renziani o dei radical, si resta colpiti come tutto questo vocio su scissioni e ritorni lasci indifferente l’elettorato di sinistra. Mentre quello di destra si smuove da antiche certezze e, per esempio, sta premiando Giorgia Meloni e mostrando una certa stanchezza verso Matteo Salvini, quelli che votavano a sinistra se ne sono andati definitivamente. Se ne sono andati gli elettori dei quartieri poveri, ma se ne stanno andando anche quelli della “borghesia rossa”.

DIRIGENTI RASSEGNATI, A PARTE ZINGARETTI E CUPERLO

È come se, malgrado gli sforzi generosi di alcuni dirigenti, e fra questi metto indubbiamente Nicola Zingaretti e Gianni Cuperlo, molti ritengano che il gioco non vale più la candela. Lascerei persino perdere le discussioni se siamo di fronte alla morte della sinistra, tema caro a chi è sempre stato più a sinistra di Mao Tze Tung, per soffermarmi sul fatto che tantissimi italiani credono che queste formazioni politiche di sinistra sono ormai inutili persino per contrastare l’avanzata di una destra che fa un po’ paura.

IN PUGLIA NON HANNO RISOLTO UN SOLO PROBLEMA

La cronaca politica, infatti, non regala messaggi di buon umore o di fiducia. Se in Calabria il candidato governatore è un ottimo industriale che prima tifava per la destra, se in Puglia l’intera filiera dei candidati è al governo da una vita e non è riuscita neppure ad affrontare un solo problema, dal caporalato, all’Ilva, alla Xylella, alla Banca popolare di Bari, a La Gazzetta del Mezzogiorno, è facile capire come sia difficile avere fiducia nel futuro.

SEMPRE I SOLITI LEADER: BISOGNA CAMBIARE TUTTO

Si può discutere una vita attorno alle sardine, alla necessità di andare verso il popolo, di fare proposte di sinistra, ma se chi rappresenta la sinistra è di destra o sta al vertice da anni senza risultati evidenti, è normale prendersi un vaffa sui denti. Nasce da qui la ragione di Big bang, non semplicemente di un cambio di linea politica. È necessario fare quello che si fa nelle situazioni eccezionali: si cambia tutto. Fino a che i leader della sinistra, periferici e nazionali, appariranno quelli di sempre e da sempre nelle stanze del potere non ci sarà speranza.

CHE SACCENTI QUELLI CHE FANNO IL CONTROPELO ALLE SARDINE

Non penso che questo, cioè cacciarli, sia il compito delle sardine, anche se provo pena per la saccenteria con cui molti di sinistra fanno il contropelo a questi ragazzi/e coraggiosi. Le sardine stanno facendo un lavoro eccezionale riempiendo territori occupati dalla destra e proclamando idee e valori che in Italia sembravano scomparsi dal dibattito pubblico di massa. Può bastare. Se poi decideranno di diventare partito politico o no, è cosa che decideranno loro.

SERVE UN PARTITO CHE SIA UN INTERLOCUTORE CREDIBILE

Quello che un partito di sinistra, moderato o meno moderato, può fare è mostrare di essere un interlocutore credibile innanzitutto offrendo una classe dirigente capace, che sa risolvere i problemi, che preferisce lavorare invece della continua manfrina su giornali e tivù.

COSA CI VUOLE A CAPIRE CHE EMILIANO NON VA RICANDIDATO?

Ma ve lo deve dire San Nicola che in Puglia non si può andare avanti ricandidando Michele Emiliano? Lo devo spiegare io a quel deputato pugliese che si è scandalizzato perché al comizio della Meloni ha visto militanti col braccio teso che agli elettori di Bari, e non solo, sta più a cuore la sorte di una banca e che si aspettano di non veder premiati quelli che hanno portato l’istituto alla rovina?

IL PD SI RIPRENDA CHI VUOLE, MA NON LA TERRANOVA

Se le cose stanno così, che tornino indietro alcuni renziani o renziane è del tutto irrilevante. Vadano dove li porta il sogno di un nuovo seggio parlamentare. A proposito, una cosa vorrei dire a Zingaretti: riprenditi chi vuoi, ma Teresa Bellanova lasciala là dov’è. Tutti quelli che ha appoggiato si sono schiantati. E chi capisce, capisce.

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Cosa prevede la bozza del decreto Taranto

Dalla «riconversione produttiva» alla protezione dei cetacei, i 21 articoli del dl che punta a rilanciare la città.

Da un fondo da 50 milioni per i lavoratori ex Ilva a sgravi al 100% per chi assumerà gli esuberi del polo siderurgico, anche all’esito di nuovi accordi a partire da gennaio 2020. È di 21 articoli la bozza del decreto Taranto, che prevede la «riconversione produttiva» della città, un nuovo Sito di interesse nazionale che comprenda anche l’area di Statte e un nuovo commissario per la bonifica. Tra le misure anche la protezione dei cetacei e screening gratuiti, esenti anche dal ticket, per la diagnosi precoce di malattie legate all’inquinamento.

IL COSIDDETTO “CANTIERE TARTANTO”

Il pacchetto di misure per quello che è stato definito il “Cantiere Taranto” è ancora in fase di valutazione tecnica e politica, e non è detto che il varo del decreto arrivi già questa settimana, anche se l’intento del governo era quello di approvarlo prima di Natale. Per gestire il problema degli esuberi, a partire dai lavoratori che già sono rimasti in carico alla gestione commissariale dell’ex Ilva, si stanno studiando diverse ipotesi, compresa quella di incentivare, con un bonus, chi dovesse accettare un nuovo lavoro lontano da Taranto e quella di rafforzare gli incentivi per i lavoratori a usufruire dell’assegno di ricollocazione.

UN NUOVO POLO UNIVERSITARIO

Prevista anche la rivalsa dell’Iva per le imprese creditrici nei confronti dell’amministrazione straordinaria. Spuntano anche risorse (5 milioni in 2 anni) per aiutare il comune di Taranto nella demolizione delle strutture abusive della Città vecchia e un fondo per la valorizzazione delle bande e delle orchestre della città. Si prevede anche di destinare al Comune la quota dell’Imu sui capannoni di competenza statale. Nella bozza compare la creazione di un Polo universitario di Taranto per la sostenibilità ambientale e per la prevenzione delle malattie sul lavoro, con un finanziamento di 9 milioni l’anno per tre anni. Si valuta anche la proroga dell’Agenzia per la somministrazione del lavoro in porto e per la riqualificazione professionale fino al 2022, nella quale sono confluiti circa 530 lavoratori in esubero delle imprese per la movimentazione dei container.

COMPLETARE LE INFRASTRUTTURE

L’esecutivo punta quindi ad accelerare il completamento delle infrastrutture nelle Zone economiche speciali che hanno subito rallentamenti per problemi di autorizzazioni o sequestri. Si guarda anche alla green mobility, con un piano per la “mobilita’ dolce” da realizzare lungo linee ferroviarie dismesse. Per supportare le tradizioni del territorio danneggiate dalle crisi siderurgica potrebbe arrivare infine un finanziamento ad hoc.

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Cresce la fronda contro Paragone nel M5s

Dopo il no solitario alla manovra del giornalista, sempre più senatori pentastellati chiedono le sue dimissioni.

«I fuoriusciti dal M5s? Io non riesco a convincere nessuno, se una persona cambia idea lo può fare»: allarga le braccia Beppe Grillo prima di incontrare i gruppi parlamentari del Movimento. Dove tuttavia risulta assente Gianluigi Paragone, unico senatore pentastellato ad aver votato “no” alla manovra a Palazzo Madama. Contro il giornalista sembra montare una nuova fronda tra i grillini, e chiedono le sue dimissioni il vicepresidente del Gruppo alla Camera, Riccardo Ricciardi e il deputato Michele Gubitosa.

«DOVREBBE DIMETTERSI»

«Paragone dovrebbe dimettersi da parlamentare. Oltre a non aver votato la fiducia alla manovra (…) continua ad attaccare Luigi Di Maio. Ci chiediamo perché, invece di continuare a provocare, non si dimetta da parlamentare visto che, ormai, non è più in linea con le battaglie del Movimento?», è stato l’attacco diretto di Gubitosa.

«SI È ALLONTANATO DAL MOVIMENTO»

«Sin dal post voto delle elezioni europee, si è allontanato dalle posizioni del MoVimento, e si è avvicinato sempre di più a quelle dell’opposizione. Dai nostri iscritti abbiamo ricevuto il mandato chiaro di sostenere questo esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Paragone non rispetta né loro, né tutti gli altri portavoce in parlamento che lavorano per l’esclusivo interesse dei cittadini. (…) Sia coerente, almeno per una volta e, come aveva annunciato di fare quest’estate, lasci il parlamento», ha fatto sapere in una nota il vicecapogruppo alla Camera Ricciardi.

«IN STATO CONFUSIONALE»

«#ParagoneShow è in stato confusionale. Dategli un programma Tv da condurre o un giornale da guidare, sarà in crisi d’astinenza da palcoscenico. Ha buone esperienze come guida del quotidiano La Padania e come vice-direttore di Libero», ha scritto in un post il presidente della commissione Cultura M5s Luigi Gallo.

«SE NON STA BENE SE NE VADA»

«Paragone può andare via se non si trova più bene nel M5s, ma sia chiaro: chi si dimette va a casa», ha detto il senatore M5 Gianluca Ferrara, lasciando la riunione con Beppe Grillo.

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Quando la manovra si blinda sacrificando il parlamento

Nel 2018 il Pd attaccava una legge di bilancio extra-parlamentare con cui il governo calpestava i diritti delle Camere. Ma 12 mesi dopo è successa la stessa cosa. Il 2010 di Berlusconi, il Salva Italia montiano, la scommessa (persa) di Renzi: i precedenti.

«Per la prima volta si fa una legge di bilancio completamente extra-parlamentare. Il governo ha calpestato i diritti del parlamento e nelle ultime ore è stata usata violenza». Lo gridava, ormai a tarda sera, dal suo scranno in Senato, il capogruppo del Partito democratico Andrea Marcucci. Esattamente 12 mesi fa.

TEMPI DELLA DISCUSSIONE ANCORA TAGLIATI

La votazione si concluse alle 3 del mattino del 23 dicembre 2018. Alla Camera il suo compagno di partito, Emanuele Fiano, dopo aver lanciato l’intero testo – un plico di diverse centinaia di fogli – contro i banchi del governo (colpendo il sottosegretario all’Economia, il leghista Massimo Garavaglia) andò oltre, evocando manifestazioni di piazza e l’intervento della Consulta. Il Pd si stringeva attorno alla Costituzione per difendere la centralità del parlamento. Atto più che dovuto, si dirà. Ma 12 mesi dopo è stato il governo giallorosso sostenuto da dem e Movimento 5 stelle a tagliare i tempi della discussione alle Aule. E non è nemmeno la prima volta che accade nella storia repubblicana.

IL RISCHIO DA SVENTARE: L’ESERCIZIO PROVVISORIO

Lo spettro che il governo vuole allontanare è finire nell’esercizio provvisorio. Sarebbe un paradosso dal forte sapore beffardo per un esecutivo nato sul finire dell’estate 2019 esattamente con lo scopo di disarmare le clausole di salvaguardia dell’Iva, che invece si attiverebbero automaticamente nel caso in cui il parlamento non licenziasse la manovra 2020 entro il 31 dicembre.

VALANGA DI 4.500 EMENDAMENTI: TUTTI CADUTI

Soltanto il 18 novembre le Camere bombardavano la finanziaria con una gragnuolata di emendamenti: 4.500 (più di mille quelli presentati dalla stessa maggioranza: 900 dal Pd, 400 dal M5s, 200 da Italia viva). Non sono stati mai discussi. Anzi, la stessa legge di bilancio è stata compattata in un maxi-emendamento di un solo articolo, da votare a scatola chiusa. Con tanto di due soli passaggi nelle assemblee, e il sacrificio inevitabile della terza lettura. Ma ecco i precedenti nella Seconda Repubblica.

2010 – PRIMA LA MANOVRA E POI LA SFIDUCIA (SVENTATA) A SILVIO

La prima volta che la discussione parlamentare fu sacrificata sull’altare della speditezza dei lavori è stato nel 2010. Il 15 novembre di quell’anno si consumò la rottura tra Gianfranco Fini, allora presidente della Camera nonché leader di Futuro e libertà e Silvio Berlusconi, che guidava il governo sostenuto dal Popolo della libertà e dalla Lega Nord di Umberto Bossi.

Gianfranco Fini.

Il 2 dicembre Fini, Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli e Raffaele Lombardo chiesero a nome del Terzo polo le dimissioni del presidente del Consiglio, ma vennero prontamente richiamati all’ordine dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, che pretese di congelare la mozione di sfiducia così da dare precedenza a una lettura accelerata della finanziaria. Che fu così licenziata il 7 dicembre, la sfiducia messa ai voti il 14 dello stesso mese, mentre Roma veniva attraversata da un corteo che, tra scontri, auto incendiate e cariche della polizia, chiedeva a gran voce le dimissioni dell’esecutivo.

Silvio Berlusconi e Domenico Scilipoti.

Dimissioni che non arrivarono: nella settimana “in più” che fu concessa al governo, Berlusconi andò a caccia di voti tra gli indecisi (risaltò alle cronache soprattutto il soccorso di due ex dell’Italia dei valori, Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, ma anche quattro finiani tradirono all’ultimo il proprio leader) e il parlamento rinnovò la fiducia al governo, regalandogli altri 11 mesi.

2011 – L’ARRIVO DEI TECNICI E IL SALVA ITALIA A PACCHETTO CHIUSO

Gli eventi del dicembre 2010 sono strettamente connessi alla seconda volta in cui il parlamento fu ridotto al ruolo di mero spettatore nell’iter di approvazione della legge di bilancio, appena 12 mesi dopo. Il governo Berlusconi IV, sopravvissuto a stento a fine 2010, terminò la sua corsa il 12 novembre dell’anno successivo, attanagliato dallo spread e dagli attacchi speculativi subiti in Borsa. Subentrarono in corsa i tecnici guidati da Mario Monti che approntarono in tutta fretta una maxi manovra da 40 miliardi (21,43 per ridurre il debito pubblico e 18,54 miliardi per la ripresa economica e le spese indifferibili). Una cifra monstre che pure non fu discussa dal parlamento. Il decreto Salva Italia fu approvato in via definitiva dal Senato con 257 sì e 41 no tre giorni prima di Natale.

2016 – LA SCOMMESSA (PERSA) DA RENZI E LA LEGGE BLINDATA

L’ultimo episodio risale infine al 2016, quando cioè l’allora premier Matteo Renzi legò la sopravvivenza del proprio esecutivo all’esito del referendum del 4 dicembre. La storia è nota: la riforma costituzionale che avrebbe dovuto scardinare il bicameralismo perfetto fu bocciata dall’elettorato e il governo arrivò a fine corsa. Non prima, però, di licenziare la finanziaria, come richiesto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che voleva che lo Stato concludesse l’anno con i conti in ordine. Solo la Camera ebbe modo di ritoccare il pacchetto di misure da 29 miliardi nella votazione del 28 novembre antecedente alla tornata referendaria. Al Senato il testo arrivò blindato il 7 dicembre con la richiesta di approvarlo in tutta fretta. Alcuni osservatori notarono che la scelta di escludere dalla discussione la Camera Alta costituisse la prova fattuale che la riforma renziana che puntava a ridurne gli ambiti di intervento in campo legislativo fosse ormai realtà nonostante l’esito referendario.

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Ue come Auschwitz: Raggi revoca l’incarico al vignettista

Il disegnatore Mario Improta aveva scatenato la polemica con un'illustrazione in cui paragonava l'Unione europea al campo di concentramento realizzata per il Campidoglio.

La sindaca Virginia Raggi ha revocato l’incarico al disegnatore Mario Improta dopo il caso esploso sulla vignetta in cui la Ue viene paragonata al lager di Auschwitz. La sindaca, secondo quanto si apprende, ha sentito telefonicamente il disegnatore e gli ha chiesto di interrompere immediatamente la collaborazione a titolo gratuito con Roma Capitale.

La vignetta sulla Brexit realizzata dal disegnatore Mario Improta (S), e la versione modificata (D) dallo stesso disegnatore in seguito alle polemiche.

Nella vignetta il fumettista paragonava l’Ue al lager nazista di Auschwitz e l’Uk ad un piccolo deportato che fugge. La vignetta è stata poi modificata dal disegnatore paragonando la Ue ad una latrina. Sul caso è arrivato anche il messaggio di condanna del’Auschwitz memorial con un tweet: «Arbeit macht frei era un’illusione cinica che le SS davano ai prigionieri di #Auschwitz. Quelle parole sono diventate una delle icone dell’odio umano. È doloroso per la memoria di Auschwitz e delle sue vittime vedere questo simbolo strumentalizzato e vergognosamente abusato».

«Fare satira utilizzando Auschwitz è un errore pericoloso. Non si può relativizzare la Memoria per fini politici sopratutto quando ci si assume la responsabilità di produrre materiale per gli studenti. Spero che la collaborazione con il Comune termini quanto prima», aveva scritto su Twitter la presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello.

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Zingaretti e le sardine salvino la Puglia da Emiliano

L'Ilva, la xylella, ora la Banca popolare di Bari: la regione è sull'orlo del baratro, per colpa di una classe dirigente immobile e vanesia. Il segretario dem intervenga. E la piazza gli dia una mano.

Sono pugliese ma non è solo questa la ragione per cui mi voglio occupare dell’ultima disgrazia di questa regione, la Banca popolare di Bari, salvata il 15 dicembre da un decreto del governo Conte. Voglio far solo due osservazioni. La prima è che se la Puglia perde la sua eccentricità e diventa come quasi tutte le altre regioni meridionali, la battaglia per il Sud diventa impossibile. La seconda riguarda da vicino una parte politica, quella per la quale voto. Nell’arco di pochi anni, tutti segnati da una prevalenza del centrosinistra nelle maggiori città e nella regione, la Puglia ha avuto tre guai evitabili. Penso all’Ilva di Taranto, penso alla xylella, penso al dramma in corso della banca popolare.

UNA SITUAZIONE LASCIATA DEGENERARE

Il caso dell’Ilva riguarda migliaia di famiglie di operai non solo di Taranto e altre migliaia di famiglie della città che temono per la propria salute e per quella dei propri figli. La xylella riguarda il “giacimento di petrolio” della regione, cioè quella larga, meravigliosa distesa di ulivi che producono, per quantità e qualità, fra le migliori tipologie di olive e soprattutto di olio extra-vergine. Infine la Banca popolare di Bari in cui si sono riconosciuti molti risparmiatori e che interessa, come raggio d’azione, gran parte dell’economia pugliese. È esagerato dire che siamo di fronte a un burrone che si è aperto? No, non esageriamo. Soprattutto non esageriamo se diciamo che questo burrone non si è spalancato sotto i nostri piedi nel giro di poco tempo. La situazione è stata colpevolmente lasciata degenerare. Anche per l’ultimo caso, quello della banca popolare, siamo di fronte a una vicenda che è esplosa oggi ma che si sapeva sarebbe esplosa. Lo sapeva soprattutto la classe dirigente.

È mai possibile che Emiliano abbia attraversato la vita pubblica per decenni e mai si sia reso conto dei drammatici problemi che aveva di fronte?

Ovviamente qui mi interessa mettere l’accento sulla classe dirigente che governa anche se non si può dire che quella di opposizione abbia dato buona prova di sé. Taranto, uliveti e Popolare di Bari sono i tre banchi di prova non superati da chi ha governato la Puglia ad ogni livello, presidenti di regione, sindaci, ministri/e, consiglieri regionali e comunali compresi. Un fallimento totale e mi dispiace mettere nel calderone il bravo sindaco di Bari. La Puglia ha la classe dirigente più immobile, è dominata da poche figure egemoni che si sentono al di sopra delle critiche e, temo, delle leggi. Quando hanno preso decisioni, penso all’Ilva e alla xylella, hanno sbagliato gravemente. Non dovremo fare l’analisi del voto fra qualche mese, se il centrodestra, azzeccando il/la candidato/a, vincerà le prossime regionali. Come è possibile votare per i personaggi proposti dal Pd? È mai possibile che Michele Emiliano abbia attraversato la vita pubblica per decenni e mai si sia reso conto dei drammatici problemi che aveva di fronte ovvero abbia preso, come per la xylella e l’Ilva decisioni sbagliate, gravemente e colpevolmente sbagliate?

SE NON SI FANNO LE PULIZIE, LA REGIONE È PERSA

Non sente Emiliano che è arrivato il momento di salutare a centrocampo e di andare negli spogliatori e con lui la sua competitrice Elena Gentile, ex assessora alla sanità regionale ed eurodeputata e l’altro consigliere regionale, Fabiano Amati, anche lui da anni al vertice del potere? A casa, andate a casa. Leggiamo analisi sofisticate sulle ragioni delle sconfitte della sinistra. E se mettessimo in conto che perde perché in certe situazioni è del tutto incapace di affrontare e risolvere problemi complessi, perché spesso li complica di più, perché, come nel caso della Popolare, è complice o silente di fronte a banchieri avventurosi? Il fatto è che questi leader della sinistra non hanno tempo da perdere con i problemi dovendo occuparsi della propria immagine, in realtà molto sfigurata. Non so se ci sono sardine in Puglia. Non so che cosa pensi di fare Nicola Zingaretti. So che se non si fanno le grandi pulizie in Puglia, la regione è persa. Bisogna trovare altre figure pubbliche, più giovani, più generose, più capaci meno vanesie. Ci sono, ce ne sono quante ne volete, ma, per favore, Zingaretti commissari il Pd e le sardine aiutino questa gigantesca operazione di rinnovamento.

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Le Sardine puntano a superare il 25% dei consensi

Fissati gli obiettivi dopo la prima assemblea andata in scena a Roma in presenza di 150 animatori. Nessun partito per ora, ma sostegno alle liste di sinistra in Emilia-Romagna e Calabria.

Primo obiettivo non fermarsi e tornare nelle piazze ovunque, sul territorio. L’altro traguardo è superare il 25% dei consensi fra gli italiani. Dopo aver invaso le grandi città, le Sardine, riunite per la prima volta a Roma in assemblea, promettono battaglia nei territori: dalle periferie ai piccoli centri. «Particolare attenzione» sarà dedicata alla Calabria e all’Emilia-Romagna, dove tramonta l’ipotesi di una lista separata, in vista delle prossime elezioni. «Negli ultimi 30 giorni» – si legge in un lungo post su Fb – «le Sardine hanno scatenato una straordinaria energia, occorrerà molta pazienza per dare anche un’identità politica a questo fenomeno». Insomma, ancora movimento, il partito può attendere.

L’IMPEGNO DI CONTE SUL DECRETO SICUREZZA

All’indomani della conquista di piazza San Giovanni, luogo simbolo della sinistra politica e sindacale italiana, le Sardine ottengono comunque un primo risultato, seppure parziale: l’impegno del premier Conte a rivedere il decreto sicurezza. «Le richieste delle Sardine sui decreti sicurezza» – sottolinea il premier – «le abbiamo già ascoltate. Tra i punti del programma di governo c’era l’impegno a raccogliere le raccomandazioni del presidente Mattarella per ritornare a quella che era la versione originale del secondo decreto per come era uscita dal Consiglio dei ministri».

OLTRE 150 ANIMATORI NELLA RIUNIONE A PORTE CHIUSE

Così oltre 150 animatori delle manifestazioni locali di queste settimane si sono dati appuntamento in un palazzo occupato per fare il punto su come andare avanti. Una riunione a porte chiuse, durata oltre quattro ore, convocata per avere un primo contatto fisico tra persone in carne e ossa che sinora si sono parlate solo sui social. È stata anche l’occasione per dar vita a tavoli tematici, fare un primo bilancio di cosa si può migliorare nella convocazione delle piazze. Al momento niente che possa far pensare a un passaggio dal movimento spontaneo a qualcosa di più organizzato, lista o partito. Prima che parlasse il leader Mattia Santori, è una Sardina pugliese, Grazia De Sario, a escludere ogni esordio elettorale: «Non faremo un partito, non ci saranno candidature e non ci saranno liste civiche in Emilia-Romagna. Appoggeremo le liste di sinistra», taglia corto circondata dalle troupe tv. Poco più tardi, ai microfoni di Mezz’ora di più, anche se in modo meno esplicito, anche Santori allontana l’ipotesi di una loro discesa in campo: «Puntiamo a trovare un dialogo con la politica, non siamo ancora pronti a trovare né i punti del dialogo né un interlocutore del dialogo».

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Di Maio prova a ricompattare il M5s: arrivano i “facilitatori”

Il leader del Movimento presenta il team che lo affiancherà nelle decisioni: «In questi anni mi sono sentito solo».

L’uomo «solo» al comando dei 5 Stelle prova a far ripartire il Movimento contando sulla condivisione delle responsabilità: oneri e onori. «In questi anni mi sono sentito molto solo, credo pure Grillo lo sia stato. Quando sei solo e prendi decisioni da solo e non ci sono persone legittimate con le quali condividerle tutto è molto difficile», ammette il capo politico del M5s Luigi Di Maio annunciando dal palco del tempio di Adriano la partenza della fase 2 del M5s, quel rilancio nel segno della riorganizzazione della forza politica e della suddivisione delle responsabilità che dovrebbe anche metterlo al riparo dai continue critiche che gli arrivano dall’interno del Movimento.

IL TEAM DI 24 FACILITATORI

Ha costituito un “team” di 24 persone con dietro, ciascuna di esse, una squadra, per affiancarlo nelle decisioni: a breve seguirà anche la costituzione di un gruppo di facilitatori regionali che serviranno a fare da collante con i territori, il punto debole nella ramificazione del Movimento. «Stasera con questo evento possiamo chiudere un primo step di un processo di riorganizzazione partito quasi un anno fa: non è stato semplice. L’anno che sta per concludersi è quello in cui il Movimento ha raggiunto i dieci anni», ricorda il capo politico deciso a tirare le somme e ripartire con una nuova fase: «Siamo l’unica forza politica che fa decidere direttamente agli iscritti, anche per formare il governo. Gli unici a concepire un programma partecipato, per farlo diventare un programma di governo», ha detto Di Maio presentando il nuovo team. Poi ha aggiunto: «A volte una cosa buona deve finire affinché ne nasca un migliore. Oggi con la nascita del Team del Futuro permettiamo al Movimento di pensare ai prossimi dieci anni».

«NUOVA STRATEGIA PER LA COMUNICAZIONE»

Un punto dal quale ripartire, insomma, sapendo tuttavia che se «oggi nasce il Team del Futuro, non è la panacea di tutti i mali, non risolve tutti i problemi. È fatto di facilitatori, non di decisori. Ma qualcosa, per forza, dovrà cambiare. Lo promette il deputato Emilio Carelli che, ad esempio, va a supervisionare il settore della Comunicazione: «Dobbiamo scrivere un nuovo piano per la comunicazione che metta in luce gli aspetti positivi ma anche le criticità emerse», annuncia il giornalista che non nasconde le pecche a suo giudizio mostrate dalla comunicazione pentastellata. «Dobbiamo cambiare il tono e le strategie per rispondere agli attacchi che ci vengono rivolti e alle critiche, facendo ogni giorno un’analisi puntuale ed una verifica della nostra comunicazione», annuncia Carelli intenzionato ad affiancare l’opera di formazione della squadra di eletti anche attraverso corsi di “public speaking“.

IL RITORNO ALLA BASE

Poi c’è il ritorno all’ascolto della base, dei territori e non solo con la creazione dei nuovi facilitatori regionali ma anche con il rilancio del cosiddetto “Activism” che porterà avanti Paola Taverna. «Il Movimento è una piramide rovesciata, la base è il nostro vertice e noi dobbiamo rimanere degli umili portavoce. Chiedo scusa perché spesso si è creata una distanza, che dovrà essere colmata», confessa la vicepresidente del Senato che, dopo aver ammirato il successo di piazza delle Sardine, promette un cambio di regia: «Chiederò di ricominciare dall’ascolto, colmando quella distanza che si è venuta a creare con quella parte fondamentale del M5s, che è quella che sta nelle piazze e ai banchetti».

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Di Maio prova a ricompattare il M5s: arrivano i “facilitatori”

Il leader del Movimento presenta il team che lo affiancherà nelle decisioni: «In questi anni mi sono sentito solo».

L’uomo «solo» al comando dei 5 Stelle prova a far ripartire il Movimento contando sulla condivisione delle responsabilità: oneri e onori. «In questi anni mi sono sentito molto solo, credo pure Grillo lo sia stato. Quando sei solo e prendi decisioni da solo e non ci sono persone legittimate con le quali condividerle tutto è molto difficile», ammette il capo politico del M5s Luigi Di Maio annunciando dal palco del tempio di Adriano la partenza della fase 2 del M5s, quel rilancio nel segno della riorganizzazione della forza politica e della suddivisione delle responsabilità che dovrebbe anche metterlo al riparo dai continue critiche che gli arrivano dall’interno del Movimento.

IL TEAM DI 24 FACILITATORI

Ha costituito un “team” di 24 persone con dietro, ciascuna di esse, una squadra, per affiancarlo nelle decisioni: a breve seguirà anche la costituzione di un gruppo di facilitatori regionali che serviranno a fare da collante con i territori, il punto debole nella ramificazione del Movimento. «Stasera con questo evento possiamo chiudere un primo step di un processo di riorganizzazione partito quasi un anno fa: non è stato semplice. L’anno che sta per concludersi è quello in cui il Movimento ha raggiunto i dieci anni», ricorda il capo politico deciso a tirare le somme e ripartire con una nuova fase: «Siamo l’unica forza politica che fa decidere direttamente agli iscritti, anche per formare il governo. Gli unici a concepire un programma partecipato, per farlo diventare un programma di governo», ha detto Di Maio presentando il nuovo team. Poi ha aggiunto: «A volte una cosa buona deve finire affinché ne nasca un migliore. Oggi con la nascita del Team del Futuro permettiamo al Movimento di pensare ai prossimi dieci anni».

«NUOVA STRATEGIA PER LA COMUNICAZIONE»

Un punto dal quale ripartire, insomma, sapendo tuttavia che se «oggi nasce il Team del Futuro, non è la panacea di tutti i mali, non risolve tutti i problemi. È fatto di facilitatori, non di decisori. Ma qualcosa, per forza, dovrà cambiare. Lo promette il deputato Emilio Carelli che, ad esempio, va a supervisionare il settore della Comunicazione: «Dobbiamo scrivere un nuovo piano per la comunicazione che metta in luce gli aspetti positivi ma anche le criticità emerse», annuncia il giornalista che non nasconde le pecche a suo giudizio mostrate dalla comunicazione pentastellata. «Dobbiamo cambiare il tono e le strategie per rispondere agli attacchi che ci vengono rivolti e alle critiche, facendo ogni giorno un’analisi puntuale ed una verifica della nostra comunicazione», annuncia Carelli intenzionato ad affiancare l’opera di formazione della squadra di eletti anche attraverso corsi di “public speaking“.

IL RITORNO ALLA BASE

Poi c’è il ritorno all’ascolto della base, dei territori e non solo con la creazione dei nuovi facilitatori regionali ma anche con il rilancio del cosiddetto “Activism” che porterà avanti Paola Taverna. «Il Movimento è una piramide rovesciata, la base è il nostro vertice e noi dobbiamo rimanere degli umili portavoce. Chiedo scusa perché spesso si è creata una distanza, che dovrà essere colmata», confessa la vicepresidente del Senato che, dopo aver ammirato il successo di piazza delle Sardine, promette un cambio di regia: «Chiederò di ricominciare dall’ascolto, colmando quella distanza che si è venuta a creare con quella parte fondamentale del M5s, che è quella che sta nelle piazze e ai banchetti».

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Le sfide delle Sardine dopo la manifestazione di Roma

Decine di migliaia di persone in piazza San Giovanni. Un successo che però apre nuovi interrogativi sul futuro del movimento. Il reportage di L43.

L’entusiasmo, la voglia di partecipazione, e tra, un selfie e l’altro per attestare la presenza in piazza, l’impegno per dare un messaggio alla politica italiana. E cambiarla nel segno dell’accoglienza e dell’empatia, quasi una parola d’ordine per le Sardine ritrovatesi a Piazza San Giovanni, a Roma, tempio della sinistra in Italia. Un cambiamento che, stando a quanto raccolto tra i più giovani, deve accettare l’idea di creare un partito o comunque prendere una posizione fin dalle prossime elezioni.

«VALORI DI SINISTRA»

«Certo, dipende dai valori che si vogliono portare avanti in un eventuale partito delle Sardine. Ora è un movimento molto eterogeneo. Ma in generale spero che le persone qui presenti, alle prossime elezioni, si riconoscano in un partito di sinistra, che si impegna contro odio, razzismo e il ritorno del fascismo», sintetizza Martina, una giovanissima scesa in piazza fin dall’inizio della manifestazione. E, tra quanto raccolto da Lettera43.it sono proprio i più giovani a chiedere un processo politico che possa mettere al centro le istanze poste dalle Sardine. Sia con la nascita di un soggetto autonomo, sia come una forza movimentista capace di condizionare i partiti tradizionali. L’importante è che «continui a portare aria fresca alla politica» è uno dei mantra.

sardine-manifestazione-roma-futuro

DECISIONI IMMINENTI

Eppure in mezzo alla marea di sentimenti positivi, “buonisti” potrebbero dire i detrattori, ci sono anche molte incognite. Tante contraddizioni, nodi da sciogliere. Su tutti le decisioni da assumere fin dalle prossime settimane. Proprio sulla relazione con le forze politiche già in campo. «Sono qui con molto entusiasmo e voglia di dare una mano alle Sardine», spiega Maria Chiara, emiliana di origine e residente a Roma da pochi mesi. «Ma se potessi votare alle Regionali in Emilia, non avrei dubbi a sostenere Bonaccini», ammette senza tentennamenti. Insomma, niente bandiera di partito in piazza, ma un’attenzione a quello che c’è intorno. Anche se si parla del Pd contrapposto al Carroccio. 

CONTRO L’ODIO SALVINIANO

L’empatia, evocata dai fondatori delle Sardine, si costruisce infatti su un altro perno: il rifiuto «dell’odio diffuso da Salvini». Il “non legarsi” è il tratto distintivo delle manifestazioni delle Sardine e di tanti striscioni visti a Piazza San Giovanni. Certo, il tutto portato con un bon ton inedito rispetto ai toni della comunicazione contemporanea, tranne qualche scivolone verso lo slogan del passato. Come la presenza di frange di sinistra anticapitalista. Il punto debole, però, resta sempre quello della proposta. Le persone interpellate non hanno saputo fornire una spiegazione esaustiva, celandosi dietro frasi di comodo: «Siamo un’energia per smuovere la politica», ha sostenuto Fabrizio, attivista dei diritti per la casa. Sull’ipotesi di fare un partito, la sua risposta è secca: «Sarebbe un errore, dobbiamo restare un’energia esterna». Visione opposta a quella di altri gruppi di giovanissimi interpellati: sono loro a spingere affinché questo movimento diventi «un partito nuovo». Con quali obiettivi? «Cambiare tutta la classe dirigente, facendo cose di sinistra. A cominciare dallo Ius Soli e da tante altre cose come la capacità di cogliere i cambiamenti nel mondo del lavoro», dice Alessandro, anche lui under 18.

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L’IMPOPOLARITÀ DEI PARTITI

Un problema da affrontare è quindi la direzione che devono prendere le Sardine nel futuro. C’è chi come Giacomo preferisce attendere: «Non dimentichiamo che tutto questo è nato spontaneamente in poche settimane. Prima di dare risposte affrettate, è meglio aspettare l’incontro che ci sarà nelle prossime ore». Un auspicio di un partito, quindi? Non proprio. Alcune delle persone intercettate da Lettera43.it su questo tema si irrigidiscono: niente bandiere, niente partiti è il leitmotiv, che nei fatti è un modo per evitare una risposta concreta. Un comportamento comune soprattutto tra chi non è più giovanissimo e ha maggiore sfiducia nei partiti, denotando una differente percezione generazionale del fenomeno. Ma è anche un modo per comprendere l’impopolarità di qualsiasi cosa venga ricondotta a un partito politico, almeno tra chi li ha visti da vicino. «Siamo un gruppo di amiche che combattono il razzismo e il fascismo. Ma un partito delle Sardine, no: sarebbe sbagliato. Questo movimento deve cambiare la vita politica del Paese», scandisce Luigina, una donna romana presente in piazza.

LA PIAZZA E IL POPULISMO


Un’altra critica mossa alle Sardine è quella della proposta populista, respinta con forza. «Ci dicono che siamo populisti? Non mi sembra che i partiti di oggi lo siano di meno… la verità è che questo movimento è un qualcosa di nuovo», osserva Giorgio, romano, tra i più accalorati quando viene adombrato questo sospetto. «Non è che si scende e si diventa populisti. Questo movimento è una boccata d’aria a fresca per reagire a questa violenza fascista. C’è una reazione e della piazza parte la richiesta di una nuova politica. Le nuove generazioni hanno preso iniziativa da sole», rileva Andrea. Non mancano le ammissioni di problemi: «L’organizzazione potrebbe essere migliore, senza dubbio. Ora aspettiamo la riunione dei vari organizzatori. Ma dalle Sardine è arrivata la risposta allo strapotere mediatico della destra, questo va sottolineato», dice Paolo, arrivato da Firenze appositamente per partecipare alla manifestazione.

UN NUOVO SPIRITO SESSANTOTTINO

Sergio, pensionato romano, propone un altro parallelo, anche stimolante: quello con il ’68. «Sono sempre stato comunista», premette. «Ho seguito tutti i movimenti di protesta e negli ultimi anni ho faticato ad avere punti di riferimento politici. Ho votato Pd quando è stato fondato, ma alle ultime elezioni non c’e l’ho fatta. Questi ragazzi si fanno sentire a modo loro, anche perché parliamo di un’altra epoca. Mica bisogna per forza fare sempre tutto con i metodici sessantottini?», aggiunge. Ma la riduzione allo spirito del ’68 assomiglia più a un’operazione nostalgica. Mentre il progetto della Sardine vorrebbe guardare avanti, forte di una partecipazione popolare dirompente. Ma nemmeno dal raduno di Piazza San Giovanni emerge una proposta lineare: cosa scaturirà da questo magma e dalla voglia di «aria fresca», non è chiaro. Almeno per ora.

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Il presidente della Valle d’Aosta Fosson indagato per voto di scambio mafioso

Inchiesta della Dda di Torino sul condizionamento delle elezioni del 2018 da parte della 'ndrangheta. E c'è anche un incontro tra l'ex governatore e un boss.

Il presidente della Regione Valle d’Aosta, Antonio Fosson, è indagato per scambio elettorale politico mafioso nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Dda di Torino sul condizionamento delle elezioni regionali 2018 in Valle d’Aosta da parte della ‘ndrangheta. Oltre a Fosson sono indagati, per lo stesso reato, anche alcuni assessori e consiglieri regionali. L’indagine è stata svolta dai carabinieri di Aosta.

SENATORE, ASSESSORE ALLA SANITÀ E POI PRESIDENTE

Sessantotto anni, medico chirurgo in pensione dal 2011 e noto anche come Sentinella in piedi, Fosson è stato senatore per il movimento autonomista di maggioranza Union valdotaine dal 2008 al 2013. Sposato e padre di quattro figli, è punto di riferimento per Comunione e liberazione. È stato assessore regionale alla Sanità dal 2003 al 2008 e dal 2013 al 2016. Dopo la fine di questa esperienza ha fondato il gruppo Pour Notre Vallée confluito, nel 2017, in Area Civica-Stella Alpina-Pour Notre Vallée. Lista autonomista di centro con cui è stato rieletto in Consiglio regionale il 20 maggio 2018, ottenendo 1.437 voti.

TRA LE SENTINELLI IN PIEDI

Presidente del Consiglio regionale per i primi sei mesi di legislatura con la giunta a trazione leghista guidata da Nicoletta Spelgatti, è arrivato al vertice dell’esecutivo un anno fa, il 10 dicembre 2018, quando le forze autonomiste sono tornate insieme al governo, relegando il Carroccio all‘opposizione. In Parlamento è stato, tra l’altro, segretario del gruppo Udc-Svp-Autonomie e segretario della Commissione parlamentare per le questioni regionali. Risale inoltre al luglio del 2014 la sua comparsa tra le 80 Sentinelle in piedi che in piazza Chanoux, il ‘salotto buono’ di Aosta, manifestavano contro il Ddl Scalfarotto sull’omofobia. In veste di presidente della Regione, oggi ha anche ha presenziato alla cerimonia di posa di una stele in ricordo del pretore Giovanni Selis, che 37 anni fa sopravvisse al primo attentato nella storia d’Italia contro un magistrato. E sull’inchiesta non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

L’INCONTRO (FOTOGRAFATO) TRA L’EX PRESIDENTE E IL BOSS

I carabinieri del Reparto operativo del Gruppo Aosta nell’annotazione dell’inchiesta sulle elezioni regionali del 2018 hanno anche documentato con fotografie un incontro a fini elettorali con un boss, durato un’ora circa. Il 4 maggio 2018 l’allora «presidente della Regione autonoma Valle d’Aosta» Laurent Viérin «nonché prefetto in carica, ha incontrato uno degli esponenti di vertice del ‘locale’ di Aosta», Roberto Di Donato, «presso l’abitazione di Alessandro Giachino» ad Aymavilles.

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