Si allarga ancora il conflitto in Medio Oriente scatenato dall’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran. È infatti scattata una nuova offensiva dell’Idf contro Hezbollah che, come ha spiegato una fonte della sicurezza di Tel Aviv al canale saudita Al-Hadath, «sarà ampia e completa» e «potrebbe includere un’invasione di terra». Decine di vittime, centinaia di feriti, decine di migliaia i libanesi in fuga dalle zone interessate dai raid.
In response to projectile fire toward northern Israel, the IDF is striking Hezbollah targets across Lebanon.
Hezbollah is operating on behalf of the Iranian regime, opening fire against the Israeli civilians, and bringing ruin to Lebanon.
Il primo attacco di Hezbollah da novembre 2024 e la risposta di Israele
Hezbollah nella notte ha lanciato razzi e droni su Israele per la prima volta dal novembre del 2024, quando fu firmato l’accordo di cessate il fuoco. Lo Stato ebraico ha emesso ordini di evacuazione per oltre 50 centri abitati in tutto il Libano, chiedendo alla popolazione di allontanarsi di almeno un chilometro poiché in prossimità di «strutture di Hezbollah», e poi ha colpito: nel mirino anche Dahieh, sobborgo meridionali di Beirut da sempre roccaforte del Partito di Dio. Nella capitale e nel Sud del Paese gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 31 persone e ne hanno ferite 149, ha riferito il ministero della Salute di Beirut. Decine di migliaia i libanesi in fuga dalle zone interessate dai raid. Il lancio di missili «va contro tutti gli sforzi e le misure intraprese dallo Stato per tenere il Libano lontano dai pericolosi scontri militari in corso nella regione», ha dichiarato il presidente Joseph Aoun.
Gli attacchi in Libano contro Hezbollah «potrebbero durare molti giorni»
La fonte della sicurezza israeliana che ha parlato con Al-Hadath, ha anche detto che «non ci sarà alcuna immunità per nessun politico o figura militare di Hezbollah e nemmeno per i suoi sostenitori». Il generale Eyal Zamir, capo dell’Idf, ha spiegato che gli attacchi in Libano contro Hezbollah, sostenuto dall’Iran, «potrebbero durare molti giorni». Il gruppo, ha dichiarato Rafi Milo, capo del Comando Settentrionale dell’Idf, «ha scelto il regime iraniano rispetto allo Stato del Libano, avviando un attacco contro i civili israeliani», e pertanto «pagherà un prezzo pesante». Tel Aviv non ha escluso la possibilità di un’operazione di terra.
La cantante Big Mama, che la guerra come tanti connazionali ha fermato a Dubai mentre rientrava dalle Maldive, ha lanciato un accorato appello perché qualcuno andasse a riprenderla. «Sento i missili passare sopra la mia testa», ha comunicato visibilmente scossa dall’albergo dove era bloccata. Più istituzionale la reazione di Guido Crosetto, anche lui a Dubai per ragioni personali, impegnato a capire come venirne fuori mentre, con un certo imbarazzo, indossava i panni del ministro della Difesacolto di sorpresa dagli eventi. Ma torniamo a Big Mama e al suo video, un frammento quasi didattico di ciò che accade quando la realtà irrompe in una comfort zone che fino a un minuto prima sembrava blindata.
Il mito di una enclave dorata estranea agli orrori del mondo
Dubai, lembo di terra dove la concentrazione di signori del denaro non ha eguali, deve la sua fama a una promessa implicita, non scritta ma sottintesa in ogni transazione. Basta pagare, e non solo il denaro sarà al sicuro dall’occhio indagatore del fisco, ma nessuno degli orrori del mondo toccherà le vite dei contraenti. Peccato che, notoriamente, i razzi prima di colpire il bersaglio non leggano i contratti. Così quando le sirene hanno iniziato a risuonare sugli Emirati e un rumore che non era quello di un jet privato in atterraggio ha attraversato il cielo disturbando l’aperitivo, l’enclave dorata, dapprima incredula, è piombata nel panico. Videomessaggi allarmati, richieste d’aiuto spedite a chiunque potesse teoricamente «fare qualcosa», spaesamento da sfollati di lusso. «Siamo qui nella hall dell’hotel, non possiamo uscire. Sembriamo dei profughi a 5 stelle», commenta addentando una pizzetta la protagonista di uno dei tanti post circolati sui social.
Il denaro non può garantire l’esenzione dagli imprevisti
La stessa energia impiegata pochi giorni prima magari per negoziare uno sconto sull’acquisto di un lussuoso appartamento si è riversata nella ricerca di un posto su qualunque volo diretto altrove. Il paradiso si era improvvisamente trasformato in un inferno. È successo dopo che Teheran ha preso di mira i suoi vicini, colpevoli di complicità col nemico, compresa appunto Dubai, ovvero il più sofisticato esperimento di secessione dalla geografia che si possa immaginare. Più che un Paese un simbolo, la prova che col denaro si può acquistare l’esenzione da imprevisti e spiacevoli conseguenze della vita. Via tasse, burocrazia, inverni piovosi, rischi di attentati. Per anni ha funzionato, e la cosa ha attratto una multinazionale di espatriati volontari, tutti convinti che gli Emirati fossero un luogo esotico immune alle bombe che piovevano intorno.
Una esplosione in centro a Dubai (Ansa).
La guerra è passata dalla teoria alla pratica
Un paradosso clamoroso, ma sempre ignorato con strafottente convinzione. Non importa se si era a due passi da scenari che negli ultimi decenni hanno macinato conflitti con regolarità industriale. Il dettaglio era ininfluente, un’ipotesi della irrealtà. Anche perché i super ricchi, categoria vaga ma riconoscibile, hanno sviluppato nei confronti della guerra una relazione del tutto teorica. La seguono sui giornali e in tivù, la finanziano indirettamente attraverso le tasse che pagano (o non pagano), ma il loro coinvolgimento si limita al commento sui social o al ristorante. La guerra come esperienza reale e tragica fino a ieri era rimasta appannaggio di altri, chi -gazawi, curdi, yemeniti, libanesi e via dicendo – non aveva né i mezzi né la fortuna per spostarsi altrove.
Esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).
I paradisi fiscali schermano i capitali, non la realtà
Ma quando il rumore di missili e droni rompe l’aria climatizzata, e il rifugio fiscale deve cedere il passo a quello antiaereo, la scoperta è tanto semplice quanto destabilizzante: la ricchezza, al contrario di quanto prometta, non è una polizza sull’incolumità. I paradisi fiscali schermano i capitali, non la realtà. I soldi e un cambio di latitudine possono alleggerire il carico fiscale, non sospendere l’incedere irruento e convulso degli accadimenti. Dovrebbe tenerlo presente chi acquista un attico a Dubai convinto di aver blindato per sempre la propria sicurezza. La storia spesso non manda avvisi preventivi: si presenta all’improvviso, e il conto lo recapita con la stessa implacabile puntualità con cui da quelle parti non arriva quello del fisco.
Armin Papperger è un distinto signore di 63 anni, nato in Baviera e laureatosi in ingegneria meccanica a Duisburg, in quella che allora era Germania Ovest. Poco dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 è entrato in Rheinmetall, colosso degli armamenti tedesco, dove ha trascorso praticamente tutta la sua carriera, ricoprendo vari incarichi. Nel 2012 è diventato membro del consiglio di amministrazione e un anno dopo è stato nominato al vertice dell’intero gruppo. Non solo: il ceo forse meno appariscente del panorama manageriale in Germania è diventato nel frattempo anche il maggiore azionista privato di Rheinmetall. Il titolo della società, complici venti di guerra che in tutto il mondo si sono rafforzati da tempo, è tra i migliori sulla piazza tedesca. Nel 2025 è cresciuto del 154 per cento, una cifra superiore a quella di qualsiasi altra azienda quotata a Francoforte e, negli ultimi cinque anni, il prezzo delle azioni è aumentato di oltre il 1.700 per cento.
Il piano russo per ucciderlo e la fortuna accumulata
Papperger, tra l’altro, secondo la Cnn finì anche nel mirino di un presunto piano russo che puntava a ucciderlo, visto che riforniva di armi Kyiv. In una recente intervista a un magazine di settore, ha ammesso candidamente di «aver accumulato un bel po’ di soldi». Quanti di preciso è difficile calcolare, anche se – visto che ha detto di acquistare azioni da 35 anni e dal 2017 le sue attività di trading presso l’azienda sono pubbliche – si parla di almeno 170 mila azioni da allora: solo questa partecipazione vale adesso circa 270 milioni di euro. L’ultimo acquisto, per circa 3 milioni, è stato fatto alla fine del 2025, dopo che il titolo aveva raggiunto il minimo dell’anno a 1.421 euro: in questi giorni vale 1.700.
Capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro
A novembre i colloqui di pace sul conflitto in Ucraina avevano appena preso slancio e il prezzo delle azioni di Rheinmetall era crollato brevemente di circa il 20 per cento, per poi ovviamente risalire. Gli azionisti privati di Rheinmetall sono oltre un quarto del totale, esattamente il 27 per cento, secondo i numeri del 2024, e con un’attuale capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro, le quote valgono quasi 20 miliardi di euro. Armin Papperger guida insomma un gruppo che sta incassando sempre più dividendi grazie ai conflitti in mezzo mondo, in maniera legale e trasparente, dato che i membri del consiglio di amministrazione delle società quotate in Borsa sono tenuti a dichiarare quando acquistano azioni della propria azienda.
Massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali
Quando Papperger è entrato in carica come ceo di Rheinmetall, il prezzo per un titolo era di 37 euro, poi è arrivata la prima guerra in Ucraina nel 2014 e successivamente quella su larga scala dal 2022, con il gigante di Düsseldorf che ha preso il volo. Le minacce rappresentate dalla Russia per l’Europa e da altri nel mondo, dalla Cina all’Iran passando per la Corea del Nord, si sono trasformate in forza trainante per i massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali, Germania in primis.
Soliti rapporti opachi fra gruppi industriali militari e politica
Nulla di nuovo, in realtà, con la solita opacità sui rapporti fra gruppi industriali militari e politica e i risvolti economici e finanziari delle guerre. Se ai tempi di Adolf Hitler i colossi come Rheinmetall, Ig Farben, Siemens o Krupp fecero quindi la loro parte, adesso i meccanismi sono gli stessi: Papperger vuol fare della società di Düsseldorf un campione dell’industria bellica in grado di competere con i giganti statunitensi del settore.
L’alleanza con Leonardo per produrre carri armati
Oggi Rheinmetall impiega circa 40 mila persone. E si prevede che questo numero salirà a 70 mila entro i prossimi due o tre anni, con un fatturato quintuplicato entro il 2030. Per questo il disinvolto amministratore delegato punta alla rapida espansione. Nel mirino a breve termine ci sono tra l’altro l’acquisizione della divisione cantieristica navale del Gruppo Lürssen, una joint venture con Lockheed Martin per la costruzione di componenti aeronautici per il caccia F-35, una collaborazione con la start up statunitense Anduril nella produzione di droni e un’alleanza per la produzione di carri armati con l’italiana Leonardo. Fondamentale nel progetto del lord of war bavarese, che coincide con quello degli altri suoi colleghi e di parte delle élite politiche occidentali, è che da qualche parte nel mondo, e ancor meglio anche alle porte dell’Europa, le guerre continuino.
Ci sono momenti in cui la geopolitica diventa immediatamente economia. Non tra mesi. Non tra settimane. Subito. La chiusura – anche solo parziale – delloStretto di Hormuz seguita all’attacco su larga scala lanciato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran (tra le vittime anche la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei anche se Teheran smentisce) è uno di quelli. Da quel tratto di mare passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Quando quel passaggio diventa instabile, il mercato non aspetta di verificare quanti barili mancheranno davvero. Reagisce prima. Prezzi, assicurazioni, noli marittimi, tempi di consegna: tutto si muove all’istante. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
Nella combo, la residenza della Guida Suprema dell’Iran AlÏ Khamenei distrutta negli attacchi israeliani, Teheran, 28 febbraio 2026 (Ansa).
Il costo dell’incertezza sulle assicurazioni
Secondo Reuters, diversi operatori e trader hanno sospeso o rallentato spedizioni di greggio, prodotti raffinati e Gnl attraverso Hormuz dopo i raid statunitensi e israeliani; immagini satellitari mostrano navi ferme nei pressi degli hub del Golfo, mentre alcune metaniere hanno rallentato o modificato rotta. Non serve un blocco totale per generare uno shock: basta l’incertezza. A questo si aggiunge il costo del rischio. Il Financial Times riporta che gli assicuratori marittimi stanno rinegoziando al rialzo le coperture “war risk” e in alcuni casi cancellando polizze. Significa una cosa molto semplice: anche se formalmente il traffico non fosse completamente interrotto, il costo marginale dell’energia salirebbe comunque. E se sale il costo marginale, sale il prezzo finale. Nei giorni precedenti l’escalation, Reuters aveva già segnalato un balzo dei noli petroliferi ai massimi da sei anni, tra charter anticipati e timori di conflitto. Quando il rischio geopolitico incontra una capacità navale limitata, la bolletta si paga due volte: nel prezzo della materia prima e nel costo per trasportarla. Ma Hormuz è solo il primo collo di bottiglia. Il secondo si chiama Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi al Canale di Suez. Se anche quel passaggio tornasse stabilmente sotto attacco – come già accaduto nel 2024 con il crollo dei flussi energetici nel Mar Rosso documentato dall’EIA statunitense – le rotte verso l’Europa si allungherebbero di settimane passando attorno all’Africa, con un ulteriore aumento dei costi logistici e assicurativi. In quel caso il sistema globale entrerebbe in modalità di stress prolungato.
I tre scenari possibili
Gli scenari possibili sono tre. Il primo è uno shock breve. Il premio al rischio esplode, i prezzi salgono, ma il traffico riprende in tempi relativamente rapidi. Il mercato riassorbe. Restano però assicurazioni più care, scorte ricostituite a prezzi maggiori e un livello strutturale di volatilità più elevato. Il secondo scenario è una disruption di settimane, con traffico a singhiozzo. Qui inizia il problema serio. L’Asia – Cina e Giappone in testa – compete per garantirsi continuità nelle forniture. La Cina assorbe la quasi totalità delle esportazioni iraniane via mare; il Giappone dipende in modo massiccio dal Medio Oriente per alimentare le sue raffinerie. Se questi giganti devono sostituire o garantire volumi, pagheranno il premio necessario. L’Europa diventa price-taker. Energia più cara, Gnl più caro, prodotti raffinati più cari. Il terzo scenario è quello più destabilizzante: un conflitto prolungato. Reuters ha già evidenziato il rischio che un’escalation estesa nel tempo possa trasformare uno shock in un cambio di regime. Se l’orizzonte si allunga, l’energia cara smette di essere un picco e diventa un nuovo equilibrio.
Manifestazione anti Stati Uniti in Iran (Ansa).
Perché l’Europa rischia grosso
Ed è qui che l’Europa si fa male. Gli Stati Uniti dispongono di una significativa produzione domestica di energia. L’Europa no. L’Europa importa, paga in dollari e, se l’euro si indebolisce, paga ancora di più. Ogni aumento del prezzo del petrolio o del gas si traduce in bollette più alte, carburanti più costosi, costi industriali crescenti. Si sente spesso dire che la perdita dei barili iraniani potrebbe essere compensata dall’OPEC. È vero che esiste una certa “spare capacity”, concentrata soprattutto in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ma trasformare questa possibilità teorica in barili effettivamente consegnati è un’altra questione. La spare capacity non è un interruttore che si accende in 24 ore. Servono decisioni politiche coordinate, tempi tecnici, valutazioni strategiche. Non tutta la capacità inutilizzata è immediatamente attivabile e non tutta è perfettamente sostituibile in termini qualitativi. Le raffinerie non possono cambiare miscela dall’oggi al domani. Ma soprattutto, anche ammesso che si produca di più, resta il problema logistico. Se Hormuz è instabile, il vero collo di bottiglia non è solo quanto si pompa, ma quanto si riesce a spedire e a quale costo. Produzione e trasporto non sono la stessa cosa. In un contesto di rischio militare, assicurazioni e noli possono diventare il limite reale dell’offerta effettiva.
Energia e logistica più care si riflettono sulle materie prime
C’è poi un elemento geopolitico che raramente viene evidenziato: un rialzo strutturale dei prezzi avvantaggia in modo diretto chi esporta fuori dal teatro del conflitto. In questo contesto, la Russia sarebbe tra i principali beneficiari, vedendo aumentare i ricavi senza subire direttamente il rischio logistico del Golfo. Lo shock, inoltre, non si ferma al petrolio. Energia più cara e logistica più costosa si riflettono sui costi delle materie prime industriali. Il rame, essenziale per reti elettriche, trasformatori, data center e infrastrutture digitali, è già sostenuto da una domanda strutturale legata all’elettrificazione e all’intelligenza artificiale. Se a questo si aggiunge un contesto di tensione energetica e shipping più caro, i costi dei grandi progetti industriali salgono ulteriormente. Il risultato è una parola che l’Europa conosce bene: stagflazione. Crescita che rallenta mentre l’inflazione resta elevata. Prezzi dei beni importati in aumento. Potere d’acquisto che si riduce. Investimenti rinviati perché il costo del capitale resta alto in un contesto di incertezza. Industria energivora sotto pressione. Spazio fiscale che si restringe mentre aumentano le richieste di sostegno pubblico.
Un data center (Ansa).
Le conseguenze di una incertezza prolungata
Il tempo è il vero moltiplicatore. Uno shock si assorbe. Un’incertezza prolungata cambia il regime economico. Se l’operazione militare durerà a lungo, come è stato dichiarato, l’Europa non si troverà davanti a una semplice fiammata dei prezzi, ma a un equilibrio più costoso e più instabile. E in questo equilibrio, per un continente strutturalmente importatore di energia e già esposto a tensioni commerciali e industriali, il conto rischia di essere particolarmente pesante. Non è una questione ideologica. È una questione di struttura economica. Quando i grandi choke point globali entrano in crisi, l’Europa paga più di altri. Perché importa energia. Perché compete con giganti asiatici per le stesse molecole. Perché ha meno margini per assorbire shock ripetuti. La domanda ora non è soltanto cosa accadrà nei prossimi giorni. La domanda è quanto a lungo il mondo resterà in questa zona di rischio. Perché se l’incertezza diventa permanente, il conto non sarà una fiammata. Sarà un nuovo equilibrio più costoso. E per l’Europa – e per l’Italia in particolare – sostenerlo sarà molto più difficile.
Sembra imminente un attacco degli Stati Uniti contro l’Iran. Al massiccio dispiegamento di forze in Medio Oriente si sono aggiunti alcuni segnali forti di un’offensiva pronta a scattare, mentre non si registrano sostanziali passi avanti nei negoziati. Ecco cosa sta succedendo.
On February 27, 2026, the Department of State authorized the departure of non-emergency U.S. government personnel and family members of U.S. government personnel from Mission Israel due to safety risks.
L’autorizzazione concessa al personale dell’ambasciata a Gerusalemme
Il Dipartimento di Stato Usa ha autorizzato il personale non di emergenza e i familiari di coloro che sono di stanza in Israele a lasciare il Paese a causa di «rischi per la sicurezza». Secondo quanto riportato dal New York Times, l’ambasciatore Mike Huckabee ha scritto al personale della missione diplomatica di «lasciare il Paese il più rapidamente possibile», preferibilmente già oggi. «In risposta a incidenti di sicurezza e senza preavviso, l’ambasciata degli Stati Uniti potrebbe ulteriormente limitare o vietare ai dipendenti del governo e ai loro familiari di recarsi in determinate aree di Israele, nella Città Vecchia di Gerusalemme e in Cisgiordania», si legge poi in un post dell’ambasciata, che ha inoltre consigliato a tutti gli americani di «riconsiderare i viaggi in Israele a causa del terrorismo e dei disordini civili».
Mike Huckabee (Ansa).
Gli Stati Uniti continuano a rafforzare la presenza militare nella regione
Come detto, gli Usa stanno rafforzando la presenza militare nella regione. E non solo con la USS Gerald Ford, la portaerei più grande del mondo. La notte scorsa almeno nove aerei cisterna statunitensi sono arrivati all’aeroporto di Tel Aviv, aggiungendosi a quelli atterrati in precedenza, tra cui 11 caccia F-22 che si trovano ora nella base di Ovda, nel sud di Israele.
Vance: «Tutti preferiamo l’opzione diplomatica, ma dipende dagli iraniani»
Intervistato dal Washington Post, JD Vance ha detto di non sapere cosa deciderà Donald Trump, ovvero se «attaccare per garantire che l’Iran non abbia un’arma nucleare» oppure risolvere la questione con la diplomazia. Il vice di Trump ha ribadito di essere scettico sugli interventi militari all’estero, assicurando che lo stesso vale per il presidente Usa: «Tutti preferiamo l’opzione diplomatica, ma dipende da cosa faranno e diranno gli iraniani». Il segretario di Stato americano Marco Rubio lunedì 2 marzo sarà in Israele per colloqui sull’Iran. Lo ha riferito il suo portavoce. In vista di un imminente attacco, Cina, Canada e Regno Unito hanno invitato tutti i loro cittadini in Iran a partire il prima possibile.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha deciso di procedere con l’applicazione in via provvisoria del discusso accordo commerciale con il Mercosur, aggirando il ricorso giudiziario avviato dagli eurodeputati che aveva sospeso il processo di ratifica. Il provvedimento ha diviso gli Stati membri per anni, trovando una strenua opposizione soprattutto da parte della Francia, secondo cui esporrebbe gli agricoltori europei alla concorrenza sleale delle importazioni del Mercosur (si tratta del Mercato comune del Sud, un blocco commerciale sudamericano che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay). «La Commissione continuerà a lavorare a stretto contatto con tutte le istituzioni dell’Ue per garantire un processo regolare e trasparente. Si tratta di uno degli accordi più importanti della prima metà di questo secolo», ha dichiarato la politica tedesca ai giornalisti.
Ursula Von der Leyen (Ansa).
Il Parlamento aveva votato per deferire l’accordo alla Corte di giustizia dell’Ue
Negoziato nell’arco di 25 anni, l’accordo creerebbe un’area di libero scambio di oltre 700 milioni di persone tra l’Ue e l’America Latina. Von der Leyen ha dichiarato che darà alle aziende europee un accesso al mercato latinoamericano che prima «potevano solo sognare», sottolineando il suo potenziale per le esportazioni. Inoltre, l’accordo «offre all’Europa un vantaggio strategico in un mondo di forte concorrenza». L’Europarlamento ne aveva sospeso la ratifica dopo che, a gennaio 2026, gli oppositori avevano ottenuto la maggioranza per deferire l’accordo alla Corte di giustizia dell’Ue (congelando di fatto la ratifica). La Commissione ha mantenuto l’opzione legale di applicare provvisoriamente l’accordo una volta che uno o più Paesi del Mercosur avessero completato la ratifica. L’Argentina e l’Uruguay lo hanno già fatto, aprendo la strada all’esecutivo Ue.
Critiche dalla Francia, da Bardella a Macron
Protesta la Francia, con l’eurodeputata Manon Aubry, co-presidente del gruppo La Sinistra, che ha così scritto su X: «Il più grande accordo di libero scambio della storia viene quindi attuato SENZA il voto dei parlamenti nazionali, del Parlamento europeo, o il parere della Corte di giustizia dell’Ue. È una cosa seria!». Anche per Jordan Bardella, leader del Rassemblement national, si tratta di «una presa di potere contro i nostri agricoltori e la stragrande maggioranza dei francesi impegnati nella loro sovranità alimentare e contro i nostri produttori». A dare man forte ai deputati francesi anche lo stesso presidente Emmanuel Macron, che ha parlato di «spiacevole sorpresa». Ai media francesi ha dichiarato che «la Commissione ha preso una decisione unilaterale nonostante il Parlamento europeo non abbia votato a favore. Si sta quindi assumendo una responsabilità molto pesante nei confronti dei cittadini europei e dei loro rappresentanti che non sono stati debitamente rispettati».
Continua il braccio di ferro tra Roma e Berna sulla strage di Crans Montana. «Perché la Svizzera nega una squadra investigativa comune con l’Italia?», si legge in un tweet comparso sul profilo ufficiale dell’ambasciata italiana in Svizzera, in cui si lamenta la mancanza di collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Paesi. «Dal 2020 al 2025 vi sono state ben 15 squadre investigative comuni tra l’Italia e la Svizzera. Perché proprio quella sulla strage di Crans Montana è stata negata dall’Ufficio federale di giustizia alla procura della Repubblica di Roma?», continua il post. Che arriva quasi 10 giorni dopo l’incontro, avvenuto il 19 febbraio, tra una delegazione italiana guidata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi, l’ufficio federale di giustizia e la titolare dell’inchiesta Beatrice Pilloud. In questa occasione si era arrivati alla conclusione che sarebbero stati scambiati gli atti d’indagine ma non costituita una squadra comune.
Dal 2020 al 2025 vi sono state ben 15 squadre investigative comuni tra l’Italia e la Svizzera. Perché proprio quella sulla strage di Crans-Montana è stata negata dall’Ufficio federale di giustizia alla Procura della Repubblica di Roma il 19 febbraio scorso? pic.twitter.com/FmkKK2ee9b
Insomma, non si placa l’irritazione delle autorità italiane per come la Svizzera sta svolgendo le indagini sulla strage, che era già stata dimostrata quando il governo Meloni aveva richiamato l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado all’indomani della scarcerazione di Jacques Moretti, il proprietario del locale. Cornado non ha ancora fatto rientro nella sede di Berna.
La famiglia di Francesca Albaneseha intentato causa contro Donald Trump e alcuni membri della sua amministrazione (la Procuratrice Generale degli Stati Uniti Pam Bondi, il Segretario del Tesoro Scott Bessent e il Segretario di Stato Marco Rubio) le sanzioni imposte alla relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi per la sua presunta «guerra economica e politica» contro Usa e Israele.
Donald Trump (Ansa).
La causa è stata intentata dal marito, Massimiliano Cali, e da uno dei due figli della coppia: le regole delle Nazioni Unite impediscono alla relatrice Onu di presentare la denuncia a proprio nome. Nel ricorso, i querelanti denunciano la perdita dell’accesso ai conti bancari, ai rapporti con diverse università, alla possibilità di viaggiare negli Stati Uniti e all’accesso a un appartamento di proprietà a Washington, evidenziando violazioni del Primo, Quarto e Quinto emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.
Nelle scorse settimane Francia e Germania avevano chiesto le dimissionidi Albanese a causa delle sue affermazioni su Israele «nemico comune dell’umanità», rilasciate in videocollegamento con un forum a Doha a cui stavano partecipando anche un dirigente di Hamas e il ministro degli Esteri iraniano. Parigi ha successivamente fatto dietrofront, limitandosi a un semplice richiamo per le «dichiarazioni ripetute ed estremamente problematiche» di Albanese.
I Verdi britannici hanno stravinto le elezioni suppletive nel seggio di Gorton&Denton, nella zona di Manchester, strappando una storica roccaforte rossa ai Laburisti, che sono arrivati solo terzi dietro persino al partito di Nigel Farage. I Verdi hanno ottenuto quasi 15 mila voti, contro i 10.500 dei faragisti, mentre il Labour è rimasto sotto i 10 mila. Un risultato che potrebbe cambiare le carte in tavola e ridisegnare la geografia politica britannica, perché dimostra come il partito ecologista sia ritenuto un’alternativa credibile a sinistra e quanto accaduto a Manchester potrebbe ripetersi su vasta scala alle amministrative di maggio, specialmente a Londra. Il Labour, dunque, diventa un partito quasi minoritario in una gara a cinque, che vede il campo progressista diviso fra Verdi, laburisti e liberaldemocratici e la destra con Farage e i conservatori. Per il premier Starmer, già destabilizzato dallo scandalo Epstein-Mandelson, potrebbe essere una sconfitta definitiva, con i suoi avversari nel partito che potrebbero muoversi contro di lui già nei prossimi giorni.
Un altro collegio laburista era stato strappato da Reform Uk
Non è il primo caso di feudo che viene strappato ai laburisti dagli avversari. A inizio maggio 2025, nell’elezione suppletiva di Runcorn & Helsby, era stato Reform Uk di Farage a vincere in un collegio rosso. In quel caso i parlamentari laburisti avevano dato la colpa a Starmer, accusandolo di non essersi impegnato a sufficienza durante la campagna elettorale.
Hillary Clinton, nella sua dichiarazione iniziale nella testimonianza alla Commissione di vigilanza a New York, ha affermato di non aver mai incontrato Jeffrey Epstein e di non aver avuto idea dei crimini del finanziere, che invece il marito Bill frequentava. «Non sono mai salito sul suo aereo, né ho mai messo piede nella sua casa», ha aggiunto l’ex first lady, dicendosi «inorridita» da quanto fatto da Epstein, «come qualsiasi persona normale».
L’attacco di Clinton alla stessa Commissione di vigilanza
Clinton è poi andata oltre. «Non si tratta di un caso isolato, né di uno scandalo politico. È una piaga globale con un costo umano inimmaginabile», ha affermato nella sua deposizione. «Una Commissione che ambisce alla trasparenza dovrebbe andare a fondo della vicenda dei file spariti dal sito del dipartimento di Giustizia in cui una vittima accusa Donald Trump di crimini disgustosi», ha inoltre aggiunto: «Chiederebbe a Marco Rubio e Pam Bondi di spiegare perché hanno abbandonato le vittime. E invece ha costretto me a testimoniare».
È iniziato a Ginevra il terzo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran sul nucleare, mediati dall’Oman, probabilmente ultimo tentativo diplomatico per evitare un attacco Usa alla Repubblica Islamica. Il nodo resta la questione sul programma nucleare di Teheran, che il regime degli ayatollah intende portare avanti sostenendo abbia solo scopi civili.
Le richieste dei negoziatori Kushner e Witkoff
Axios riporta che i negoziatori americani Jared Kushner e Steve Witkoff si sono presentati ai colloqui in Svizzera chiedendo all’Iran sottoscrivere un accordo sul nucleare di durata illimitata, che preveda la rinuncia da parte di Teheran alle sue circa 10 tonnellate di uranio arricchito. Il Wall Street Journal aggiunge che tra le condizioni poste da Kushner e Witkoff ci sia lo smantellamento dei tre siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan.
Le possibili concessioni americane sull’uranio
L’Iran, come detto, vorrebbe mantenere il diritto ad arricchire l’uranio: gli Stati Uniti potrebbero concedere qualcosa in tal senso, a patto che Teheran dimostri in modo convincente di non perseguire in alcun modo la costruzione dell’atomica. In particolare gli Usa potrebbero proporre un allentamento delle sanzioni che stanno stritolando l’economia della Repubblica Islamica, se l’Iran accettasse di limitarsi a un arricchimento molto basso dell’uranio e solo per scopi sanitari. Sul tavolo anche programma missilistico iraniano, su cui il regime continua a fare muro.
La prima ministra danese Mette Frederiksen, leader dei Socialdemocratici che dal 2022 guida un governo di coalizione, ha indetto elezioni anticipate. Si terranno il 24 marzo: il termine della legislatura è tra meno di un anno e il voto era previsto entro il 31 ottobre. La decisione di anticipare le elezioni è dovuta all’aumento di popolarità che Frederiksen e il suo partito hanno riscosso – almeno nei sondaggi – per il modo deciso in cui sono state gestite le rivendicazioni di Donald Trump sulla Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca.
Mette Frederiksen a Nuuk assieme al premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen (Ansa).
La risalita dei Socialdemocratici dopo la disfatta a Copenaghen
A novembre i Socialdemocratici avevano clamorosamente perso le elezioni a Copenaghen, città di cui avevano espresso il sindaco ininterrottamente dal 1903. Poi Trump ha rimesso nel mirino la Groenlandia e da lì è cominciata la risalita del partito, con Frederiksen capace di radunare gli alleati europei a Copenaghen e Nuuk, nonostante le minacce di tariffe di ritorsione da parte di Washington. Secondo l’ultimo sondaggio i Socialdemocratici sono ora al 22-23 per cento, un notevole balzo in avanti rispetto al 18 per cento di dicembre: quasi il doppio rispetto alla seconda forza politica del Paese, il Partito Popolare Socialista.
Mette Frederiksen a colloquio con la stampa danese (Ansa).
Frederiksen dal 2022 guida un governo di larghissime intese
L’attuale governo danese, formato nel 2022, è espressione di una maggioranza trasversale e di larghe intese, formata dai Socialdemocratici, dal centrodestra liberale di Venstre e dai Moderati centristi. Una coalizione interpartitica piuttosto insolita e con visioni molto diverse su questioni cruciali, come quella dell’imposta patrimoniale, che sarà al centro della campagna elettorale di Frederiksen. Altri temi caldi le pensioni, l’immigrazione, le politiche abitative e, ovviamente, la Groenlandia.
La commissione Economia del Parlamento europeo ha approvato le nomine di Boris Vujcic, attualmente governatore della Banca centrale croata, a vicepresidente della Banca centrale europea (Bce), e del francese François-Louis Michaud a presidente dell’Autorità bancaria europea (Eba). Vujcic ha ottenuto 38 voti favorevoli, quattro contrari e sette astensioni. Michaud è stato approvato con 44 voti favorevoli, cinque contrari e nessuna astensione.
Chi è Boris Vujcic
Classe 1964, Boris Vujcic è un economista croato, professore universitario e governatore della Banca nazionale croata dal 2012. Ha iniziato la sua carriera professionale nel 1989 come assistente presso la Facoltà di Economia di Zagabria, nella quale anni prima si è laureato e ha conseguito anche un dottorato. Nel 1996 è stato nominato capo del dipartimento di ricerca della Banca nazionale croata. Successivamente, nel 1997, è diventato docente presso la Facoltà di Economia di Zagabria e nel 2003 professore associato. Dal 2000 ha ricoperto la carica di vicegovernatore della Banca nazionale croata e nel 2012 ha assunto la carica di governatore. Nel gennaio 2026, il governo del primo ministro Plenkovic l’ha presentato come candidato per succedere a Luis de Guindos nella carica di vicepresidente della Banca centrale europea, ruolo che ha ottenuto.
Boris Vujcic (Ansa).
Chi è François-Louis Michaud
Direttore esecutivo dell’Eba dal settembre 2020, il francese François-Louis Michaud ha iniziato la sua carriera presso la Banca di Francia nel 1996, dove ha ricoperto ruoli di supervisione, politica e stabilità finanziaria, prima di essere distaccato presso la Federal Reserve Bank di New York (2004-2005). Laureato in Economia, Finanza e Filosofia, fa parte di diversi organismi finanziari. Dal 2014 al 2020 è stato anche vicedirettore generale della Banca centrale europea.
Contrariamente agli annunci fatti dal ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot, la Francia ha rinunciato a chiedere le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i Territori palestinesi, nel corso del Consiglio tenutosi il 25 febbraio a Ginevra. Parigi, tramite la sua rappresentante Céline Jurgensen, ha infatti optato per un semplice richiamo denunciando «dichiarazioni ripetute ed estremamente problematiche» da parte di Albanese, come riporta Politico. Jurgensen ha quindi invitato tutti i relatori speciali a dar prova della «sobrietà, moderazione e discrezione» richieste dal loro mandato. Il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux, ha detto che «Albanese dovrebbe avere ladignità di dimettersi».
Francesca Albanese (Ansa).
Perché Barrot voleva le dimissioni di Albanese
Intervenendo in Parlamento il 18 febbraio, Barrot aveva condannato la «lunga lista di provocazioni» della relatrice dell’Onu, che più volte si è espressa contro Israele facendo anche paragoni con il Terzo Reich, riferimenti alla “lobby ebraica” o giustificazioni del 7 ottobre. Nel mirino, in particolare, era finito il suo intervento all’Al Jazeera Forum dove Albanese, alla presenza di un dirigente di Hamas e del ministro degli Esteri iraniano, aveva definito lo Stato ebraico «un nemico comune dell’umanità». Parole che il ministro degli Esteri di Parigi aveva definito «oltraggiose e colpevoli». «La Francia condanna senza riserve le dichiarazioni oltraggiose e colpevoli della signora Francesca Albanese che prendono di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile», aveva detto. Secondo Barrot, Albanese non può rivendicare lo status di “esperta indipendente” delle Nazioni Unite, perché «non è né un’esperta né indipendente, ma un’attivista politica che diffonde discorsi d’odio». Di qui l’annuncio che la Francia avrebbe chiesto le sue dimissioni durante la successiva sessione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, cosa che però non è avvenuta.
Jean-Noel Barrot (Ansa).
Cosa può fare davvero la Francia
Sul piano pratico, in realtà, il margine di manovra della Francia è molto limitato. Gli Stati membri dell’Onu non dispongono infatti di meccanismi per costringere un relatore o una relatrice speciale a dimettersi prima del termine del mandato. Quello di Albanese arriverà a compimento nel 2028, salvo adozione di una specifica risoluzione da parte del Consiglio dei diritti umani (ipotesi ritenuta poco probabile). Dal canto suo, Albanese ha già fatto sapere che non ha alcuna intenzione di lasciare l’incarico.
Børge Brende si è dimesso da presidente e amministratore delegato del World Economic Forum di Davos a causa dello scandalo suscitato dalla sua amicizia con Jeffrey Epstein, emersa dalla pubblicazione dei file delle indagini sul finanziere. «Dopo un’attenta riflessione, ho deciso di dimettermi. Il mio periodo qui, durato otto anni e mezzo, è stato estremamente gratificante», ha dichiarato Brende.
Børge Brende (Ansa).
Cosa è emerso dagli Epstein Files
Dagli Epstein Files risultano tre cene di lavoro tra i due e almeno 100 messaggi scambiati, nei quali Brende chiamava «amico» il finanziere morto poi suicida in carcere nel 2019, affermando di sentire la sua mancanza. Nei confronti dell’ex ministro degli Esteri norvegese, che si è dichiarato «completamente ignaro del passato e delle attività criminali» di Epstein, a inizio febbraio il WEF ha aperto un’inchiesta interna e indipendente, che si è conclusa senza evidenziare ulteriori criticità. La direzione del World Economic Forum è stata affidata ad interim a Alois Zwinggi.
I documenti su Epstein continano a mietere vittime
La passata vicinanza a Epstein continua a fare vittime. Com’è noto, l’ex principe Andrea è stato arrestato per cattiva condotta in pubblico ufficio per aver condiviso informazioni riservate col finanziere quando era emissario commerciale del governo di Londra. Il fratello minore di re Carlo III è stato poi rilasciato. Stessa sorte per Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti ed eminenza grigia del New Labour. A questa vicenda sono legate le dimissioni di Morgan McSweeney, capo di gabinetto di Keir Starmer, che aveva fortemente insistito col premier affinché Mandelson ottenesse l’incarico diplomatico. Pluricitato negli Epstein Files poi Bill Gates: il cofondatore di Microsoft si è scusato con lo staff della sua fondazione per i legami col finanziere, ammettendo di aver avuto relazioni extraconiugali con due donne russe, che però non erano vittime dei suoi traffici sessuali. E, sotto pressione, ha disertato un summit sull’IA in India, dove era atteso come relatore principale. Larry Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton – altro vecchio amico di Epstein – ha lasciato l’incarico di docente alla prestigiosa università di Harvard. L’attuale segretario al Commercio Howard Lutnick, invece, è rimasto al suo posto nonostante abbia ammesso di aver mentito sui rapporti con Epstein.
La guardia costiera cubana ha ucciso a colpi di arma da fuoco quattro persone che viaggiavano su un motoscafo immatricolato negli Stati Uniti, intercettato a un miglio dalla costa settentrionale dell’isola caraibica. Sei i feriti. Secondo L’Avana i 10 uomini a bordo dell’imbarcazione avevano intenzione di «compiere un’infiltrazione con fini terroristici». L’incidente è avvenuto in un contesto di crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e Cuba: ora si teme l’escalation.
La versione di Cuba: gli spari e la risposta della motovedetta
L’imbarcazione, registrata in Florida, è stata intercettata a un miglio nautico (meno di due chilometri) da Cayo Falcones, che si trova lungo la costa settentrionale di Cuba. Secondo la versione dell’Avana, quando una motovedetta della guardia costiera si è avvicinata per le procedure di identificazione, dal motoscafo «sono stati esplosi colpi di arma da fuoco», che hanno ferito il comandante dell’unità cubana. A quel punto c’è stata la risposta della motovedetta. A bordo del motoscafo c’erano tutti cubani residenti negli Usa. Il sito Cubadebate riporta che a bordo erano presenti fucili d’assalto, armi corte, esplosivi artigianali, giubbotti antiproiettile, cannocchiali e uniformi mimetiche. Il governo dell’Avana, che intende restare impegnato nella «protezione delle proprie acque territoriali», ha comunicato l’arresto di un uomo – Duniel Hernández Santos – che sarebbe stato inviato dagli Stati Uniti per coordinare l’azione. Alcuni dei sospetti poi «risultavano già ricercati per terrorismo secondo la Risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza Onu».
Rubio: «Accertati i fatti reagiremo di conseguenza»
Marco Rubio, segretario di Stato Usa, ha spiegato che Washington «reagirà di conseguenza» una volta accertati i fatti: «Scopriremo esattamente cosa è successo, chi è stato coinvolto, e poi prenderemo una decisione. Non ci limiteremo a ciò che ci dice qualcun altro». Rubio ha inoltre affermato che «è molto insolito vedere sparatorie in mare aperto come questa».
Il Cremlino difende l’operato della guardia costiera cubana
Sull’incidente si è espresso anche il Cremlino. Dmitry Peskov, portavoce di Vladimir Putin, ha dichiarato che la guardia costiera dell’Avana «ha fatto quello che doveva fare», anche perché «i cittadini cubani catturati, che con armi in mano hanno provato a infiltrarsi nell’isola, hanno ammesso l’intento di compiere atti terroristici». Peskov ha poi invitato le due parti alla moderazione.
La Svizzera verserà un contributo di solidarietà di 50 mila franchi (circa 55 mila euro), ai 115 feriti e ai familiari delle vittime del rogo scoppiato a Capodanno nel Le Constellation di Crans-Montana, nel quale hanno perso la vita 41 persone, tra cui sei italiani. La proposta, che è stata presentata dal Consiglio federale – l’organo esecutivo del governo della Confederazione Elvetica – verrà votata dal Parlamento a marzo come misura urgente. L’obiettivo del contributo una tantum è fornire assistenza rapida alle persone colpite, evitando lunghe e complesse procedure giudiziarie: si aggiunge all’aiuto finanziario d’urgenza di 10 mila franchi disposto dal Canton Vallese, dove si trova la località sciistica di Crans-Montana.
Nell’ambito della sua guerra ibrida contro l’Occidente, la Russia sta inviando migranti in Europa attraverso tunnel sotterranei dalla Bielorussia, progettati da specialisti «con un elevato livello di competenza» reclutati in Medio Oriente. Lo scrive il quotidiano britannico The Telegraph, che ha parlato con funzionari polacchi: difficile stabilire con certezza quali gruppi siano stati coinvolti, ma secondo le fonti di Varsavia le uniche entità con questo tipo di competenza sono Hamas, Jihad Islamica Palestinese, Hezbollah, alcune fazioni curde e l’Isis. Sarebbero decine di migliaia i migranti entrati nell’Unione europea attraverso il confine orientale della Polonia.
Nel corso del 2025 sono stati scoperti in tutto quattro tunnel
A metà dicembre le autorità polacche hanno scoperto uno dei tunnel più grandi, nei pressi del villaggio di Narewka, nella Polonia orientale: lungo circa 60 metri e alto 1,5, è stato usato da almeno 180 migranti, quasi tutti afgani e pachistani, che sono stati poi fermati sul lato polacco della frontiera. Nel corso del 2025 sono stati scoperti in tutto quattro tunnel.
La Bielorussia da tempo sta aiutando la Russia nella sua guerra ibrida
Sotto la guida di Alexander Lukashenko, al potere da oltre 30 anni, la Bielorussia ha svolto un ruolo attivo nei tentativi di Vladimir Putin di destabilizzare l’Occidente attraverso ondate migratorie. E questo ben prima dell’invasione dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022. Per tentare di bloccare il grande numero di migranti fatti arrivare fino al confine polacco, Varsavia aveva una barriera frontaliera lunga 200 chilometri, dotata di telecamere e sensori di movimento.
Secondo quanto riportato dalla Bild, il ministro della Cultura tedesco Wolfram Weimar farà sostituire la direttrice artistica della Berlinale, l’americana Tricia Tuttle, dopo le polemiche su Gaza avvenute durante la kermesse. Alla premiazione, come Miglior opera prima, del film Chronicles from Siege dell’attivista palestinese Abdallah Alkhatib, quest’ultimo ha tenuto un discorso contro Israele e contro la Germania sul palco, indossando e sventolando una kefiah. Durante il suo intervento, il ministro dell’Ambiente Schneider ha lasciato la sala in segno di protesta. Secondo Weimer, il problema non è solo lo scandalo dell’antisemitismo, ma anche il fatto che la direttrice Tuttle avesse posato con la troupe cinematografica una settimana prima con una bandiera palestinese e alcune kefiah. «La Berlinale non è il luogo adatto per incitamento, minacce e antisemitismo. L’odio per Israele non deve dilagare lì», sostiene il ministro.
Tricia Tuttle posa con il cast di Chronicles from Siege (X).
Cos’ha detto Alkhatib? Il discorso integrale
Questa la traduzione del discorso pronunciato dal regista siriano-palestinese: «Mi piacerebbe dire “Grazie, sono felice di essere qui, di ricevere questo premio”. Ma sapete, sono palestinese, quindi devo approfittare di questo momento per parlare della Palestina. E non sono fortunato come Tricia (Tuttle, direttrice della Berlinale). Quindi devo leggere da un foglio, mi dispiace. Ho subito molte pressioni per partecipare alla Berlinale per un solo motivo: stare qui e dire che i palestinesi saranno liberi. E un giorno avremo un grande festival cinematografico nel cuore di Gaza, nel cuore di altre città palestinesi. Il nostro festival sarà solidale con le persone che vivono sotto assedio, sotto occupazione e sotto dittature in tutto il mondo. Parleremo di politica prima che di cinema. Parleremo di resistenza prima che di arte, di libertà prima che di bellezza e di esseri umani prima che di cultura. Il giorno tanto atteso, questo giorno tanto atteso, sta arrivando. E quando vi chiederanno cosa è successo, rispondete loro che la Palestina ricorda. Ricorderemo tutti coloro che sono stati al nostro fianco e ricorderemo tutti coloro che si sono opposti a noi, al nostro diritto di vivere con dignità, o che hanno scelto il silenzio, che hanno scelto di tacere. Alcuni mi hanno detto che forse dovrei stare attento prima di dire quello che voglio dire ora. Perché sono un rifugiato in Germania, e qui ci sono così tante linee rosse. Ma non mi interessa. Mi interessa il mio popolo, mi interessa la Palestina. Quindi dirò la mia ultima parola al governo tedesco. Siete complici del genocidio di Gaza da parte di Israele. Credo che siate abbastanza intelligenti da riconoscere questa verità. Ma avete scelto di non curarvene. Palestina libera, da ora fino alla fine del mondo».
Il Louvre ha un nuovo direttore dopo le dimissioni di Laurence des Cars, che ha rinunciato all’incarico dopo i disastri e le polemiche degli ultimi mesi. Alla guida del museo parigino – che sta vivendo un momento decisamente difficile – subentra Christophe Leribault, attuale direttore della Reggia di Versailles, altra importantissima istituzione transalpina. Storico dell’arte e conservatore generale, avrà il compito di «mettere in sicurezza, modernizzare e portare a termine il progetto Louvre – Nouvelle Renaissance».
Laurence des Cars (Ansa).
Non solo il furto dei gioielli della Corona: gli ultimi disastrosi mesi del Louvre
Il clamoroso furto dei gioielli della Corona d’epoca napoleonica, avvenuto il 19 ottobre 2025 in pieno giorno, è stato l’episodio più clamoroso – in negativo – della gestione Des Cars, iniziata nel 2021. Ma di recente è emersa anche una maxi-frode riguardante visite guidate e biglietti, che prevedeva il riutilizzo dei ticket per persone diverse o la rivendita a prezzi maggiorati, grazie a contatti interni per aggirare i controlli. Non solo: negli ultimi mesi si sono verificati anche un paio di allagamenti, che hanno messo a repentaglio diverse opere e causato gravi danni a centinaia di riviste di egittologia. La gestione di des Cars era contestata anche dal personale, che di recente ha più volte indetto sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro. A questo bisogna aggiungere le rimostranze dei visitatori per i pochi bagni a disposizione dei moltissimi visitatori e le strutture obsolete. «Posso aver sbagliato, ma ho rimesso il Louvre in movimento», ha dichiarato Des Cars.
Le secrétaire perpétuel Laurent Petitgirard et les membres et correspondants de l’Académie des beaux-arts adressent leurs amicales félicitations à leur confrère Christophe Leribault, de la section des membres libres, qui vient d’être nommé président-directeur du Musée du Louvre. pic.twitter.com/TyqFJ1QZZO
Leribault era subentrato a Des Cars già ai musei d’Orsay e dell’Orangerie
Leribault è stato nominato direttore della reggia di Versailles a febbraio 2024 al posto di Catherine Pégard, che era in carica dal 2011. In precedenza, per tre anni il 62enne aveva diretto i musei parigini d’Orsay e dell’Orangerie, subentrando proprio a Des Cars, che era stata scelta per guidare il Louvre. Emmanuel Macron ha accettato le dimissioni dell’ormai ex direttrice, affermando che il museo più visitato al mondo ha bisogno di «un nuovo slancio».