Tre guardie di frontiera russe hanno varcato senza autorizzazione il confine dell’Estonia, entrando per alcuni minuti nel territorio di un Paese Ue e Nato. Lo riferisce Bild, citando il ministero degli Esteri di Tallin, che ha diffuso un video di sorveglianza dell’incidente avvenuto mercoledì mattina sul fiume Narva, vicino al villaggio di Vasknarva. Secondo la ricostruzione, gli agenti sarebbero arrivati con un mezzo anfibio su cuscino d’aria, avrebbero percorso a piedi un frangiflutti oltre la linea di controllo e, dopo circa 20 minuti, sarebbero tornati indietro verso il proprio veicolo rientrando in Russia. Mosca non ha inviato alcuna notifica preventiva, violando un accordo di frontiera in vigore da anni. La fonte open source Geolnsider ha confermato tempistiche e modalità, mentre sono da chiarire i motivi della violazione. Il ministro dell’Interno estone Igor Taro sostiene che non vi sia stata «alcuna minaccia diretta alla sicurezza», ma le forze di polizia sul confine sono comunque state rafforzate immediatamente. Tallinn ha inoltre convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata russa.
Today, the Estonian Police and Border Guard detected an illegal crossing of a temporary control line between Estonia and Russia on the Narva River breakwater by three border guards of the Russian Federation. The Estonian border guard patrols responded to the border incident.… pic.twitter.com/xzeYSjTHtd
L’episodio avviene in una fase in cui, secondo i servizi di intelligence europei, Mosca starebbe valutando azioni ibride sui confini baltici. A giugno, il capo dell’intelligence tedesca Bruno Kahl aveva avvertito che il Cremlino potrebbe «mettere alla prova la tenuta dell’alleanza Nato» inviando poche decine di uomini in uniforme anonima – i cosiddetti “little green men“, soldati senza mostrine né simboli – lungo la frontiera estone. L’obiettivo, spiegava Kahl, non sarebbe un’avanzata di carri armati verso occidente, ma operazioni mirate a verificare se gli Stati Uniti e gli alleati risponderebbero davvero a un incidente di confine ai sensi dell’articolo 5 del Trattato Atlantico. Secondo l’intervista citata da Reuters, il capo del servizio segreto federale riteneva che Mosca potesse orchestrare provocazioni «al di sotto della soglia del conflitto aperto», invocando la protezione di presunte minoranze russofone, come accadde in Crimea nel 2014 quando le truppe senza insegne occuparono edifici e infrastrutture mentre il Cremlino negava qualsiasi coinvolgimento.
Peter Arnett, icona del giornalismo americano nonché uno dei più noti reporter di guerra della storia, è morto all’età di 91 anni. Lo riporta Associated Press, agenzia di stampa cui è stato a lungo legato, spiegando che il decesso è dovuto per un tumore alla prostata. Figura centrale nel raccontare tutti i maggiori conflitti della seconda metà del XX secolo, vinse il premio Pulitzer nel 1966 per il suo lavoro al fronte in Vietnam, dove rimase fino alla caduta di Saigon nelle mani dei ribelli nel 1975. Con stile diretto, è poi divenuto volto noto della Cnn per cui ha seguito la Guerra del Golfo e diverse guerre in Asia e in America Latina.
Peter Arnett, dallo scoop in Laos alla guerra del Vietnam
Originario di Riverton, in Nuova Zelanda, dove era nato il 13 novembre 1934, Peter Arnett lasciò la scuola a soli 17 anni per lavorare presso un quotidiano locale. Il primo scoop a circa 25 anni, quando nel 1960 raccontò un colpo di Stato in Laos. Quando i carri armati bloccarono l’ufficio del telegrafo a Vientiane, nuotò nel fiume Mekong fino alla Thailandia per trovare una linea aperta con cui dare la notizia all’Associated Press. «Avevo la storia battuta a macchina, il passaporto e 20 banconote da 10 dollari stretti tra i denti», avrebbe raccontato più tardi. «Mi credevano pazzo, ma per me aveva senso: dovevo far uscire la notizia il più in fretta possibile». Fu tuttavia durante la guerra del Vietnam che dimostrò ancor di più il suo valore.
Peter Arnett, the Pulitzer Prize-winning reporter who covered wars from Vietnam to Iraq, has died at 91. Arnett, who won the 1966 Pulitzer Prize for international reporting for his Vietnam War coverage for The Associated Press. https://t.co/PMYqRB3Isg
Nel 1968, a Ben Tre, riportò la celebre frase di un maggiore americano poi divenuta simbolo del conflitto e delle sue contraddizioni: «Si è reso necessario distruggere la città per salvarla». Mentre a Washington si parlava di trionfi, dal fronte lui raccontava una realtà ben diversa, fatta di sconfitte e rovesciamenti, anticipando il fallimento della strategia statunitense. Nel 1975, mentre Saigon cadeva in mano ai ribelli nordvietnamiti, rimase per raccontare il panico nelle strade. Nei giorni che portarono a quella fine, ricevette l’ordine dalla sede di New York dell’AP di distruggere i documenti dell’ufficio, poiché la copertura della guerra stava per finire. Preferì spedirli al suo appartamento di New York, convinto che un giorno avrebbero avuto un valore storico: ora sono custoditi negli archivi dell’agenzia.
Il passaggio alla Cnn e l’intervista a Osama bin Laden
Peter Arnett rimase in Associated Press fino al 1981, quando si unì alla neonata Cnn, allora giovane emittente all news, per cui seguì conflitti in Medio Oriente, America Latina e Africa. Fino alla Guerra del Golfo, che lo rese una figura globale. Bloccato a Baghdad nel 1991, divenne voce e occhi non solo degli Usa, ma del mondo occidentale sotto i bombardamenti con aggiornamenti quotidiani in diretta dall’hotel Al Rashid. Celebrato e premiato, fu anche criticato da molti politici americani che diverse volte lo accusarono di essere il megafono di Saddam Hussein, che riuscì a intervistare.
Nel 1997 filmò anche un’intervista aOsama bin Laden, che già quattro anni prima dell’11 settembre minacciò apertamente una jihad contro gli Stati Uniti. Nel 2003, la carriera subì un colpo definitivo: accettò di parlare alla tv irachena durante l’invasione americana, lodando la resistenza di Baghdad, venendo licenziato. Dal punto di vista personale, Peter Arnett sposò Nina Nguyen, da cui ha avuto due figli. Ritiratosi nel 2007, ha insegnato giornalismo in Cina e pubblicato due libri di memorie.
Donald Trump ha utilizzato il suo primo discorso televisivo di questo mandato per rilanciare la propria agenda economica e contrastare i sondaggi in calo, parlando da un set natalizio allestito alla Diplomatic Reception Room. «Undici mesi fa, ho ereditato un disastro e lo sto risolvendo», ha detto aprendo l’intervento. «Un anno fa, il nostro Paese era morto. Eravamo assolutamente morti. Ora siamo il Paese di maggior richiamo al mondo».
Trump rivendica progressi economici, ma i dati su lavoro e costo della vita lo smentiscono
Gran parte del discorso è stata dedicata all’economia. Trump ha elogiato la politica dei dazi: «Sono la mia parola preferita», sostenendo che abbiano già prodotto effetti «che nessuno poteva credere». Rispondendo alle preoccupazioni sul costo della vita, con l’inflazione che resta al 3 per cento, ha detto: «Non è ancora finita. Ma stiamo facendo progressi incredibili». Ha affermato che il tacchino del Ringraziamento è diminuito del 33 per cento e le uova dell’82 per cento da marzo, ma in realtà il tacchino è aumentato del 40 per cento e le uova sono scese del 43 per cento. In aumento sono anche il caffè e la carne. Guardando ai dati sul lavoro, la disoccupazione è al 4,6 per cento: il tasso più alto dal 2021, quando Biden entrò in carica e le economie si stavano riprendendo dal Covid. Sul rincaro delle assicurazioni sanitarie, che scatterà dal 1 gennaio a causa dello stallo al Congresso tra democratici e repubblicani sull’Obamacare, ha detto: «Gli unici a perderci saranno le compagnie di assicurazione che si sono arricchite e il partito democratico». Il presidente ha poi annunciato TrumpRX, una piattaforma del governo federale che dovrebbe consentire la vendita diretta di farmaci dalle aziende ai cittadini, con l’obiettivo dichiarato di abbassare i prezzi.
Donald Trump (Ansa).
Trump promette «deportazioni di massa» e «re-migrazioni»
Sul tema dell’immigrazione, Trump ha attaccato di nuovo Joe Biden, sostenendo che la precedente amministrazione abbia «causato guerra e caos» permettendo un aumento dell’immigrazione illegale. Trump ha detto di aver riportato «sicurezza al confine» e ha promesso di nuovo delle «deportazioni di massa». Ha assicurato che il costo degli alloggi e la disponibilità di lavoro miglioreranno grazie alle «re-migrazioni». Per quanto riguarda la politica estera, Trump ha rivendicato di aver «sistemato otto guerre in dieci mesi» e di aver portato la pace «per la prima volta in 3.000 anni» in Medio Oriente.
Una serie di pressioni e minacce avrebbe preso di mira esponenti politici e figure di vertice del settore finanziario in Belgio, con l’obiettivo di condizionare le scelte del Paese sull’eventuale utilizzo degli asset russicongelati a sostegno dell’Ucraina. È quanto riferisce il Guardian, che cita fonti riconducibili ad agenzie di intelligence europee, e parla di una vera e propria «campagna di intimidazione» attribuita a Mosca. Tra i bersagli figurerebbero anche dirigenti di Euroclear, l’istituto finanziario che custodisce una parte consistente di quei fondi. Secondo funzionari della sicurezza interpellati dal quotidiano britannico, dietro l’operazione ci sarebbe l’intelligence militare russa Gru.
Tra le persone contattate ci sarebbe anche il ceo di Euroclear
La Russia ha più volte sostenuto che l’impiego di quei beni configurerebbe un furto e la banca centrale russa ha annunciato l’intenzione di chiedere a Euroclear un risarcimento pari a 230 miliardi di dollari. L’azione descritta dal Guardian, si sarebbe concentrata su singole personalità considerate strategiche: tra queste Valérie Urbain, amministratore delegato di Euroclear, e altri dirigenti di alto livello. La società ha scelto di non entrare nel merito, limitandosi a dichiarare che «Qualsiasi potenziale minaccia viene trattata con la massima priorità e indagata a fondo, spesso con il supporto delle autorità, ove opportuno».
Gli europei per Vladimir Putin sono «porcellini» che hanno seguito ciecamente la politica portata avanti da Joe Biden. E la speranza dei leader Ue e dell’ex presidente americano, secondo il numero uno russo, sarebbe stata quella di vedere la Russia crollare per poi trarne vantaggio. È questo il nuovo attacco che Putin ha rivolto agli europei. Come riportato dalla Tass, il presidente russo parlando al ministero della Difesa ha accusato l’Occidente di aver dato il via alle operazioni in Ucraina. Così facendo avrebbero voluto far crollare Mosca. Putin ha spiegato: «Tutti credevano che in un breve periodo di tempo avrebbero distrutto e fatto crollare la Russia».
Putin: «Dialogo con l’Ue solo se cambiano le élite politiche»
Putin, durante il vertice, ha accusato la Nato: «I Paesi della Nato stanno attivamente rafforzando e modernizzando le loro forze offensive, creando e dispiegando nuovi tipi di armi, anche nello Spazio». Il presidente russo si è anche detto «pronto a negoziare una soluzione pacifica per l’Ucraina», confermando il dialogo in corso con Donald Trump. E l’Ue? Per Putin la ripresa del dialogo con i Paesi europei sarebbe possibile soltanto con un cambio delle attuali élite politiche in Europa e il rafforzamento della Russia.
Il governo del Regno Unito emetterà formalmente istruzioni per trasferire 2,5 miliardi di sterline provenienti dalla vendita del Chelsea da parte di Roman Abramovich a cause umanitarie in Ucraina. Lo ha annunciato Keir Starmer durante l’ultimo Question Time alla Camera dei Comuni prima della pausa natalizia. Abramovich, che ne era proprietario dal 2003, ha ceduto il Chelsea nel 2022, dopo forti pressioni da parte del governo britannico, che gli aveva concesso una licenza per vendere il club, a condizione che il ricavato fosse speso a sostegno delle vittime della guerra in Ucraina.
Starmer: «Abramovich deve onorare l’impegno preso»
«Abramovich deve onorare l’impegno preso al momento della vendita del Chelsea di trasferire i 2,5 miliardi di sterline a una causa umanitaria per l’Ucraina. Il tempo stringe. Questo governo è pronto a far rispettare l’impegno attraverso i tribunali, affinché ogni centesimo raggiunga coloro le cui vite sono state distrutte dalla guerra illegale di Vladimir Putin». I proventi della cessione del club calcistico sono rimasti congelati in un conto bancario britannico controllato da Fordstam, società di Abramovich, dopo l’imposizione di sanzioni per i suoi stretti legami con Putin.
L’agenzia Fitch ha avvertito Euroclear di un possibile declassamento del suo attuale rating AA a causa del «potenziale aumento dei rischi legali e di liquidità» derivanti dai piani dell’Unione europea di utilizzare gli asset della Banca Centrale della Federazione Russa – immobilizzati presso la società belga – per un prestito di risarcimento all’Ucraina. Fitch Ratings, intanto, ha posto sotto “osservazione negativa” Euroclear, che per effetto delle sanzioni imposte nel 2022 dall’Ue detiene 185 miliardi di euro di beni russi congelati all’inizio della guerra. Dopo il blocco indeterminato degli asset sovrani russi sulla piattaforma belga, Mosca ha chiesto a Euroclear un risarcimento di circa 200 miliardi di euro.
Un secondo medico californiano è stato condannato per la morte di Matthew Perry, deceduto il 28 ottobre 2023 per overdose da ketamina. Il dottor Mark Chavez dovrà scontare otto mesi ai domiciliari e tre anni di libertà vigilata per aver venduto l’anestetico a Salvador Plasencia, a sua volta condannato a inizio dicembre a 30 mesi di carcere per aver fornito direttamente il farmaco al divo di Friends. Entro i prossimi mesi arriveranno anche le sentenze per altri tre indagati, tra cui un assistente dell’attore, un altro medico e una spacciatrice, nota come la Regina della ketamina, che si sono già dichiarati colpevoli per diversi capi d’accusa.
Matthew Perry in uno scatto del 2005 (Ansa).
Chavez non ha fornito la ketamina direttamente a Matthew Perry
Secondo quanto emerso dalle indagini, Mark Chavez non ha consegnato direttamente la ketamina a Matthew Perry, che ne assumeva piccole dosi per curare la sua depressione. Come ha lui stesso confessato, ha ottenuto il farmaco da un distributore all’ingrosso con una prescrizione fraudolenta e l’ha venduta a Plasencia, che a sua volta si rapportava con la star. Chavez ha infatti presentato una ricetta per 30 pastiglie a nome di un’ex paziente, senza che quest’ultima ne fosse a conoscenza o ne avesse dato il consenso. I pubblici ministeri hanno scoperto che i due medici hanno collaborato con Kenneth Iwamasa, assistente di Perry, per fornirgli dosi per 50 mila dollari nelle settimane che hanno preceduto la morte. La transazione faceva parte di un piano più ampio in cui intendevano sfruttare la dipendenza dell’attore per arricchirsi. Chavez ha anche dovuto rinunciare alla licenza medica.
Nick Reiner, il figlio del regista Rob Reiner e della fotografa Michele Singer, è stato incriminato dalla polizia di Los Angeles con l’accusa di omicidio dei genitori. Il 32enne era stato arrestato domenica, dopo che la figlia minore della coppia, Romy, aveva trovato i genitori senza vita nella loro casa a Los Angeles, con delle ferite da arma da taglio. Le accuse a suo carico, secondo quanto riporta la Cnn, comportano una pena massima all’ergastolo senza possibilità di libertà vigilata, o la pena di morte.
Rob Reiner and his son, Nick, talked about "tough love" in an interview that has resurfaced after the legendary director was found stabbed to death along with his wife, Michele. Nick Reiner, 32, is in custody. pic.twitter.com/kQyaY4Pafz
Nick Reiner ha più volte parlato della sua lotta contro la tossicodipendenza
Nick Reiner lavorava come sceneggiatore ed è cresciuto a Los Angeles insieme ai fratelli Jake e Romy. In varie interviste e in un podcast del 2018, ha parlato apertamente della sua lotta contro la tossicodipendenza. È entrato per la prima volta in un centro di riabilitazione a soli 15 anni, e ha affrontato più ricadute nel corso del tempo. Ha parlato apertamente anche dei conflitti familiari legati all’uso di droghe e delle difficoltà nel mantenere una stabilità, inclusi periodi in cui è rimasto senza casa. La sua esperienza ha ispirato il film Being Charlie del 2015, coscritto da lui e diretto dal padre. Negli ultimi tempi viveva in una dependance nella proprietà di famiglia. La sera precedente all’omicidio, aveva partecipato con i genitori a una festa di Vatale a casa del comico Conan O’Brien. Durante l’evento, il 32enne e il padre sarebbero stati visti discutere e lasciare la festa. Non è chiaro se e in che modo quell’episodio sia collegato alla morte dei due coniugi.
A distanza di alcuni giorni dal suo arresto, e dopo un primo appello sulle sue condizioni di salute, la famiglia di Narges Mohammadi è riuscita a parlare con la premio Nobel per la Pace. Il fratello dell’attivista iraniana, Hamid Reza Mohammadi, oggi residente in Norvegia, ha raccontato ai giornalisti francesi di una telefonata avuta tra Narges e un altro dei fratelli. Durante la chiamata, l’attivista ha raccontato di essere stata picchiata dalla polizia con manganelli al volto, alla testa e al collo. Ai cronisti Hamid Reza ha dichiarato: «Mio fratello ha chiesto alle autorità di autorizzare un esame da parte di un medico indipendente. Ma hanno rifiutato». La famiglia della donna continua a esprimere la propria preoccupazione sulla sua salute dopo l’arresto. Nei giorni scorsi si era parlato di due accessi all’ospedale per le percosse subite.
La Commissione europea ha deciso di cancellare lo stop ai motori termici previsto nel 2035. Bruxelles ha parzialmente accolto le richieste dei produttori del settore automotive nel nuovo progetto di riforma del green deal, rivedendo i target precedentemente fissati sulla riduzione delle emissioni. Nel nuovo piano, le case automobilistiche dovranno rispettare un obiettivo di riduzione delle emissioni del 90 per cento dal 2035 in poi. Il restante 10 per cento, invece, dovrà essere compensato con l’utilizzo di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Ue, oppure attraverso e-fuel e biocarburanti. Come spiegato da Repubblica, così facendo dal 2035 potranno continuare a circolare i veicoli ibridi plug-in, i range extender, i mild hybrid e quelli con motore a combustione interna. Inoltre nel pacchetto di riforme presentato, Bruxelles ha previsto, tra l’altro, maggiore flessibilità per adeguarsi ai target di taglio di emissioni nel triennio dal 2030 al 2032.
Emissioni e motori termici, dietrofront Ue
Già nel settembre 2025 era stata Ursula von der Leyen ad aprire alla possibilità di una riforma. La presidente della Commissione europea aveva affermato: «Vogliamo che il futuro delle automobili, e le automobili del futuro, siano prodotte in Europa. Stiamo quindi lavorando a stretto contatto con l’industria per far sì che tutto questo diventi realtà». In un lungo tweet von der Leyen aveva anche scritto: «Oggi abbiamo tenuto il nostro terzo dialogo strategico con il settore automobilistico e il nostro piano d’azione industriale sta già dando risultati. Stiamo tutelando le aziende europee dalla concorrenza sleale, migliorando l’accesso alle materie prime essenziali e supportando i lavoratori attraverso la riqualificazione. Abbiamo anche ascoltato le preoccupazioni del settore e concesso flessibilità di conseguenza. Combineremo la decarbonizzazione e la neutralità tecnologica. Ora che la tecnologia trasforma la mobilità e la geopolitica rimodella la competizione globale, non si può più tornare indietro come prima. Insieme, garantiremo che l’Europa rimanga all’avanguardia nell’innovazione automobilistica».
Come ha confermato Volodymyr Zelensky, in questi giorni si stanno tenendo i colloqui più intensi e mirati dall’inizio della guerra. Dopo quasi quattro anni di combattimenti su larga scala, e dopo oltre 10 dall’avvio della prima guerra nel Donbass, si sta delineando al tavolo dei negoziati una prospettiva concreta per una road map di pacificazione. L’ultimo weekend diplomatico a Berlino, con la partecipazione, oltre che del presidente ucraino e dei leader volenterosi europei, anche degli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner, è stato giudicato dallo schieramento occidentale un passo in avanti, mentre la Russia, sempre in attesa di un piano dettagliato, per ora non si è spostata dalle note richieste massimaliste: la neutralità futura dell’Ucraina e la sovranità sui territori conquistati.
Friedrich Merz con Steve Witkoff e Jared Kushner a Berlino (Ansa).
L’equilibrismo di Zelensky tra gli Usa e l’Europa
La finalizzazione di un accordo rimane comunque ancora lontana, viste sia l’immobilità del Cremlino, sia le distanze fra la linea statunitense, volta al disimpegno totale sulla scacchiera ucraina, e quella europea, ancora alla ricerca di un’alternativa alla capitolazione. Da parte ucraina, Zelensky ha fatto l’equilibrista fra dichiarazioni realistiche, e comunque non nuove, come la rinuncia a entrare nell’Alleanza atlantica, e altre più propagandistiche, come l’impossibilità del riconoscimento dei territori occupati. Peraltro, come in passato, si è accennato a possibili referendum, che toglierebbero così dall’impaccio anche le cancellerie europee, scaricando ogni responsabilità sugli ucraini.
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).
Il niet di Mosca alla presenza di truppe occidentali
Che la strada per la pace sia ancora lunga e richieda ulteriori affinamenti tra Stati Uniti ed Europa lo dimostra proprio la dichiarazione berlinese sottoscritta da Kyiv e dai volenterosi, ma non da Washington che mantiene il ruolo di mediazione decisivo con Mosca: le proposte inserite, non nel piano vero e proprio in discussione, quello definito in partenza dai 28 punti stilati da Witkoff e il negoziatore russo Kirill Dmitriev, ma in una sorta di lettera di raccomandazioni ancora da elaborare sull’asse con Donald Trump, sono già state stroncate da Mosca. Soprattutto la presenza di truppe di Paesi Nato nell’Ucraina postbellica è inevitabilmente una condizione irrealistica all’interno di una futura intesa che rifondi l’architettura di sicurezza europea, visto che il Cremlino ha cominciato il conflitto anche proprio per questa ragione: tenere l’Ucraina lontana dall’Alleanza, e viceversa.
Kirill Dmitriev e Steve Witkoff (Ansa).
Più che un Minsk 3 serve una Yalta 2.0
La questione è ovviamente problematica nelle trattative perché impone la creazione di un quadro di garanzie di sicurezza complessivo che da un lato protegga Kyiv da nuove aggressioni e dall’altro ripiani le ragioni che hanno condotto all’escalation del 2022. Non si tratta quindi di arrivare a una tregua temporanea, una sorta di Minsk 3, piuttosto di ripartire secondo un modello Yalta 2.0: è evidente che il futuro sistema di sicurezza europeo sarà plasmato in maniera decisiva dai rapporti di forza sul campo, quindi dai vincitori, o presunti tali, travestiti da mediatori. Se il potenziale contrattuale di Zelensky e dei volenterosi è obiettivamente esiguo, è però chiaro che sia l’uno che gli altri non possono piegarsi senza far rumore e cercano di mascherare la situazione attuale, che è quella di un’estrema difficoltà militare, vista la sospensione degli aiuti statunitensi e la riduzione anche di quelli europei, e la mancanza di coesione all’interno dell’Unione sui vari dossier, uno su tutti quello dell’utilizzo degli asset russi congelati.
Matrioske con le immagini di Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).
Il dilemma dei territori occupati è tale solo nella narrazione
Ecco quindi che, mentre si tratta dietro le quinte con una buona dose di realismo e i particolari sui nuovi confini e sulle garanzie di sicurezza restano sottotraccia, la retorica, seppur modificata alla luce dello status quo – nessuno parla più di sconfiggere la Russia o riconquistare il Donbass e la Crimea – continua a giocare un ruolo centrale. Da una parte il rebus sui modelli securitari dovrà essere sciolto con il consenso della Russia, dall’altra il dilemma dei territori è tale solo nella narrazione dato che una loro cessione non è possibile dal momento che la Russia se li è già presi. Anche il riconoscimento è sì giuridicamente discriminante, ma gli esempi di Cipro – occupata dal 1974 dalla Turchia che ha impiantato lo stato fantoccio di Cipro Nord, non riconosciuto dalla comunità internazionale – o del Kosovo – non riconosciuto nemmeno da vari stati dell’Ue – indicano che a Bruxelles si può essere flessibili di fronte alla realtà prodotta dai conflitti in Europa. Diversa è però la prospettiva per Zelensky, che sul recupero di Donbass e Crimea ha costruito il consenso interno e si trova adesso alla resa dei conti, non proprio nelle condizioni migliori per continuare a occupare le stanze della Bankova.
Dopo l’ottimismo di Trump, anche il viceministro degli Esteri russo Sergej Ryabkov, una via diplomatica per chiudere il conflitto in Ucraina sarebbe ormai vicina. In un’intervista esclusiva rilasciata ad Abc News, ha spiegato che le parti coinvolte sono «sul punto» di arrivare a una soluzione negoziata, sottolineando la disponibilità di Mosca a un’intesa. Nella stessa direzione vanno anche le valutazioni emerse da ambienti dell’amministrazione statunitense, secondo cui un accordo di pace tra Russia e Ucraina sarebbe più vicino che mai: funzionari americani hanno riferito che «letteralmente il 90 per cento» delle questioni aperte tra i due Paesi sarebbe già stato risolto.
Ryabkov: «Non accetteremo truppe Nato sul territorio ucraino»
Ryabkov ha però fissato alcuni paletti ritenuti non negoziabili da Mosca. Nell’intervista ha ribadito che la Russia non accetterà in alcun modo la presenza di militari Nato in Ucraina, neppure nell’ambito di garanzie di sicurezza o di una eventuale Coalizione dei Volenterosi: «Non sottoscriveremo, accetteremo o saremo nemmeno soddisfatti di alcuna presenza di truppe Nato sul territorio ucraino». Il viceministro ha inoltre escluso qualsiasi concessione territoriali, chiarendo che Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson e la Crimea restano fuori da ogni possibile compromesso: «Non possiamo assolutamente scendere a compromessi su di esse». Sul piano dei contatti diplomatici, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha smentito che vi siano state nuove conversazioni tra Vladimir Putin e Donald Trump dopo quella del 16.
No del Cremlino a una tregua natalizia: «Permette a Kyiv di prepararsi a continuare la guerra»
Il Cremlino ha poi respinto la proposta di una tregua natalizia avanzata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e sostenuta dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky dopo consultazioni con gli Stati Uniti a Berlino. Peskov ha chiarito la posizione di Mosca durante la consueta conferenza stampa telefonica, affermando: «Vogliamo la pace, non una tregua che dia sollievo agli ucraini e permetta loro di prepararsi a continuare la guerra». Lo stesso portavoce ha inoltre evitato di commentare le dichiarazioni dei leader europei sulle possibili garanzie di sicurezza per Kyiv, spiegando che il Cremlino non ha ancora ricevuto documenti ufficiali in merito. «Finora abbiamo visto solo resoconti giornalistici, ma non risponderemo», ha detto, aggiungendo: «Non abbiamo ancora ricevuto alcun testo. Quando li vedremo, li analizzeremo», come riportato da Ria Novosti.
L’esercito degli Stati Uniti ha portato a termine una nuova serie di attacchi in acque internazionali contro navi dedite al traffico di droga. Su X lo US Southern Command ha infatti reso noto che la Joint Task Force Southern Spear «ha condotto attacchi cinetici letali su tre imbarcazioni gestite da organizzazioni terroristiche in acque internazionali», coinvolte in attività di narcotraffico nell’Oceano Pacifico orientale. Si tratta dell’ennesimo episodio dello scontro gli Stati Uniti di Donald Trump e il Venezuela di Nicolás Maduro.
On Dec. 15, at the direction of @SecWar Pete Hegseth, Joint Task Force Southern Spear conducted lethal kinetic strikes on three vessels operated by Designated Terrorist Organizations in international waters. Intelligence confirmed that the vessels were transiting along known… pic.twitter.com/IQfCVvUpau
«In totale, otto narcoterroristi di sesso maschile sono stati uccisi durante queste azioni: tre sulla prima imbarcazione, due sulla seconda e tre sulla terza», ha spiegato su X lo US Southern Command, sottolineando che l’attacco è stato condotto «sotto la direzione del Segretario Pete Hegseth». Da settembre gli Usa, nell’ambito della campagna lanciata da Trump contro il traffico di droga nella regione, hanno colpito 25 imbarcazioni nel Pacifico e nei Caraibi, uccidendo almeno 95 presunti narcos nelle varie operazioni.
Pioggia di critiche su Donald Trump per il suo post sulla morte del regista Rob Reiner, per la quale lunedì è stato fermato il figlio Nick, di 32 anni. Il presidente ha attribuito la scomparsa del regista a una fantomatica «sindrome da ossessione per Trump», sostenendo che Reiner sarebbe morto «a causa della rabbia che ha provocato negli altri». Il riferimento è all’attivismo politico del regista, che negli ultimi anni aveva apertamente appoggiato i Democratici e criticato aspramente Trump. Dopo la pubblicazione del post su Truth, diversi repubblicani, democratici e celebrità di Hollywood hanno preso le distanze dal presidente.
Il deputato Massie: «Sfido il mio partito e il vicepresidente a difendere le parole di Trump»
Tra i primi a prendere le distanze c’è stato il deputato repubblicano Thomas Massie, del Kentucky: «Indipendentemente da come la si pensasse su Rob Reiner, questo è un linguaggio inappropriato e irrispettoso su un uomo che è stato appena brutalmente ucciso». Massie ha aggiunto: «Sfido chiunque nel mio partito, incluso il vicepresidente e lo staff della Casa Bianca, a difendere queste parole». Sulla stessa linea Marjorie Taylor Greene, che da fedelissima di Trump si è recentemente trasformata in una delle voci più critiche all’interno del partito. La deputata, che lascerà il Congresso dal 5 gennaio, ha ricordato al presidente che quanto accaduto è «una tragedia familiare, non una questione di politica o di nemici politici». Greene ha scritto che «molte famiglie affrontano la dipendenza da droghe e problemi di salute mentale di un familiare. È incredibilmente difficile e dovrebbe essere affrontato con empatia, soprattutto quando finisce in un omicidio». Il deputato di New York Mike Lawler ha liquidato il post di Trump come «sbagliato», aggiungendo: «Indipendentemente dalle opinioni politiche, nessuno dovrebbe essere vittima di violenza». Anche la repubblicana Stephanie Bice ha invitato a «pregare per la famiglia» invece di «fare politica».
Donald Trump (Ansa).
Le critiche dei Democratici e delle celebrità
Il governatore democratico della California Gavin Newsom ha definito il post del presidente incompatibile con il ruolo istituzionale che ricopre: «Quest’uomo è malato», ha scritto su X. Sulla stessa linea il deputato democratico della Florida Maxwell Alejandro Frost, che ha commentato: «Che pezzo di spazzatura spregevole». Il senatore del Connecticut Chris Murphy ha accusato Trump di aver oltrepassato ogni limite: «Ha completamente perso il controllo. Ora dice che Rob e Michele Reiner si sono causati da soli il loro omicidio perché non lo sostenevano. È disgustoso». Alle critiche politiche si sono aggiunte quelle degli attori. Patrick Schwarzenegger ha scritto: «Che dichiarazione disgustosa e vile». Whoopi Goldberg, che ha definito Reiner «un uomo davvero straordinario», ha attaccato direttamente il presidente ricordando il suo discorso al funerale di Charlie Kirk: «Dopo aver parlato a lungo di rispetto e compassione, pubblica questo. Non hai vergogna? Nessuna vergogna?».
Donald Trump ha avviato una causa civile contro la Bbc chiedendo un risarcimento complessivo di 10 miliardi di dollari per la diffusione, nel 2024, di un documentario contenente un montaggio ritenuto ingannevole di un suo intervento del 6 gennaio 2021, giorno dell’assalto al Congresso. L’azione legale, riferisce Bloomberg, è stata depositata presso un tribunale federale di Miami e contesta all’emittente britannica sia la diffamazione sia la violazione del Deceptive and Unfair Trade Practices Act della Florida, norma pensata per tutelare i consumatori da pratiche scorrette o fuorvianti. Per ciascuna delle due contestazioni, il presidente chiede un risarcimento di 5 miliardi di dollari.
La spiegazione della Bbc: «Errore non intenzionale»
La Bbc aveva riconosciuto di aver alterato il discorso trasmesso all’interno del programma Panorama, spiegando che l’unione di due passaggi distinti era frutto di un errore non intenzionale e privo di finalità diffamatorie. L’emittente aveva inoltre inviato una lettera di scusea Trump, sostenendo però l’assenza dei presupposti per un’azione legale, anche perché il documentario era stato trasmesso esclusivamente nel Regno Unito e non avrebbe arrecato danni al presidente, rieletto poco tempo dopo. Le spiegazioni non hanno però fermato l’iniziativa giudiziaria: «Bbc, un tempo rispettata e ora caduta in disgrazia, ha diffamato il presidente manipolando in modo intenzionale, maliziosamente e in modo ingannevole il suo discorso, nel tentativo sfacciato di interferire nelle elezioni del 2024», si legge nella dichiarazione dei legali di Trump.
Il vertice di Berlino tra Stati Uniti, Ucraina e i principali alleati europei ha prodotto un avanzamento concreto sul capitolo delle garanzie di sicurezza per Kyiv, mentre resta irrisolto il nodo dei territori occupati dalla Russia. Dopo due giorni di consultazioni tra Volodymyr Zelensky e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, americani ed europei parlano di un riallineamento politico che rende la possibilità di un cessate il fuoco «reale».
Il punto sulle garanzie di sicurezza e i territori occupati
Il punto di maggiore convergenza riguarda le garanzie di sicurezza post-cessate il fuoco. La Casa Bianca ha messo sul tavolo un pacchetto definito «molto robusto», con un meccanismo di monitoraggio sulla tregua guidato da Washington e la disponibilità europea a creare una forza multinazionale guidata dalla cosiddetta coalizione dei volenterosi, in particolare Francia, Germania e Regno Unito. La forza si occuperebbe di assistere le forze ucraine e mettere in sicurezza i cieli e i mari dell’Ucraina, anche operando all’interno del Paese. La proposta prevede anche il sostegno occidentale a un esercito ucraino di 800 mila militari. I funzionari americani hanno parlato di garanzie paragonabili al meccanismo dell’articolo 5 della Nato, pur senza l’ingresso di Kyiv nell’Alleanza. Sul fronte territoriale invece rimangono diversi ostacoli. Zelensky ha respinto l’ipotesi di cessioni territoriali, mentre gli Stati Uniti sono restano più aperti sul tema, esplorando soluzioni negoziali che includono formule come il congelamento della linea del fronte, lo status speciale e zona economica libera.
Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz (Ansa).
Trump: «Pace in Ucraina mai così vicina»
Donald Trump, parlando dallo Studio Ovale, ha dichiarato che l’Ucraina «ha già perso territorio», sottolineando però che l’obiettivo condiviso con l’Europa è evitare una nuova guerra attraverso solide garanzie di sicurezza. Il presidente americano ha detto di aver parlato con Vladimir Putin e ha affermato che la pace «non è mai stata così vicina». Sempre a margine del vertice la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha scritto su X: «Ottimo incontro stasera a Berlino. Stiamo assistendo a progressi concreti grazie all’allineamento tra Ucraina, Europa e Stati Uniti. Gli ucraini difendono coraggiosamente la loro indipendenza ogni giorno».
Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso noto l’arresto di quattro persone sospettate di far parte di un gruppo estremista e accusate di stare organizzando una serie di attacchi coordinati nel sud della California durante la notte di Capodanno. In base all’incriminazione depositata, i fermati erano stati arrestati nei giorni scorsi a Lucerne Valley, un’area desertica a est di Los Angeles, dove sarebbero stati impegnati nella preparazione di ordigni rudimentali destinati agli attentati pianificati.
Kash Patel: «Gruppo di sinistra, pro Pal e anti governativo»
Secondo quanto scritto dal direttore dell’Fbi, Kash Patel, in un messaggio pubblicato su X, gli indagati «si autodefiniscono membri del Turtle Island Liberation Front, gruppo estremista di sinistra motivato da un’ideologia pro Palestina, anti-forze dell’ordine e anti-governativa», e avrebbero «pianificato attacchi nella notte di Capodanno, prendendo di mira cinque diverse località a Los Angeles». La procuratrice generale Pam Bondi, ha dichiarato che l’Fbi e il dipartimento hanno «sventato quello che sarebbe stato un massiccio e orribile complotto terroristico in California».
I colloqui di Berlinosull’Ucraina hanno registrato progressi rilevanti, con gli Usa che hanno affermato come «circa il 90 per cento delle questioni tra Kyiv e Mosca che risulterebbero già definite». È quanto riferito da alti dirigenti statunitensi durante una call alla quale ha partecipato anche l’Ansa, descrivendo l’incontro come «un incontro molto positivo su molte questioni». I funzionari Usa hanno inoltre sottolineato che «Trump è soddisfatto di dove siamo arrivati» e che il presidente americano «è concentrato sul fermare l’avanzata dei russi verso l’ovest».
Usa: «Mosca pronta ad accettare garanzie di sicurezza per Kyiv»
Secondo quanto emerso dalla call con i dirigenti Usa, Mosca «potrebbe accettare garanzie di sicurezza per Kiev nell’intesa finale». Le stesse fonti hanno riferito che la Russia sarebbe aperta all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea e che la bozza di accordo prevede «garanzie di sicurezza molto forti» in ambito Nato, con documenti che hanno compiuto «molti progressi», evocando meccanismi simili all’articolo 5 dell’Alleanza. È stato inoltre annunciato che «la cena con Zelensky includerà discussioni sui prossimi passi. Chiamerà anche Trump».
Trump: «Più vicini che mai alla fine del conflitto»
Donald Trump ha parlato di passi in avanti nei negoziati sull’Ucraina al termine dell’ultimo ciclo di contatti, affermando che «siamo più vicini ora» a un’intesa e che «siamo più vicini che mai» alla conclusione del conflitto. Il presidente degli Stati Uniti ha inoltre riferito di aver avuto un confronto recente con diversi interlocutori internazionali, spiegando: «Abbiamo avuto una buona conversazione un’ora fa con i leader europei. Le cose stanno apparentemente andando bene. Ho parlato con Zelensky e i leader di Germania, Italia, Nato, Finlandia, Francia, Regno Unito, Polonia, Norvegia, Danimarca e Olanda».
Zelensky: «Concessioni territoriali richiesta di Mosca, non degli Usa»
Dal palco del forum economico sull’Ucraina in corso nella capitale tedesca, il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato: «Abbiamo avuto le nostre consultazioni con il governo americano. I colloqui sono stati importanti. Berlino ha avuto un ruolo molto importante, è al centro. I colloqui non sono stati facili, ma molto produttivi. È stato importante che abbiamo avuto molto tempo». Zelensky ha ribadito che «la pace deve essere giusta. La dignità della Ucraina è importante» e ha respinto l’ipotesi di pressioni statunitensi su concessioni territoriali, chiarendo: «Non sono dell’idea che siano loro a pretendere questo da noi». E ha aggiunto: «Sono le richieste dei russi non degli americani, e sono state trasmesse dagli americani».
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).
Restano tuttavia nodi complessi, come ha ammesso lo stesso Zelensky incontrando in cancelleria a Berlino Friedrich Merz: «È chiaro che non tutte le questioni sono facili. Alcune sono molto difficili, come quella territoriale. È importante che tutti lavoriamo per affrontarle in modo leale. Ci sono posizioni ancora diverse, lo dico in modo franco, ma tutti sono disposti a lavorare in modo costruttivo per trovare soluzioni». Il presidente ha assicurato che l’Ucraina «è pronta lavorare in modo costruttivo per arrivare a un risultato finale». Intanto, secondo quanto riferito da funzionari americani, i negoziatori Usa si riuniranno nel fine settimana, «probabilmente a Miami», in gruppi di lavoro dedicati alle questioni militari e territoriali, ribadendo che, pur con il 90 per cento dei temi risolti, restano «altre cose da risolvere» e che Washington è pronta a spostarsi «in Russia o Ucraina se necessario».
Nick Reiner, figlio di Michele Singer e del regista Rob Reiner, è stato rinchiuso nel carcere della contea di Los Angeles con l’accusa di aver ucciso entrambi i genitori. A riportarlo è il Los Angeles Times, che cita i registri penitenziari: poche le informazioni disponibili, ma viene indicata una cauzione fissata a 4 milioni di dollari. A quanto emerso, il secondogenito del regista sarebbe stato fermato intorno alle 21.15 (ora locale), mentre l’arresto è stato formalizzato alle 5.04 della mattina.
I problemi di dipendenza di Nick Reiner
Nel corso degli anni Nick Reiner ha attraversato lunghi periodi segnati dalla dipendenza, alternando permanenze in centri di riabilitazione a momenti vissuti in strada. Nel 2015 aveva completato un percorso di disintossicazione e aveva collaborato con il padre al film La rivoluzione di Charlie, un’opera a carattere semi-autobiografico incentrata proprio sui temi della dipendenza e del recupero. I corpi del celebre regista e della moglie sarebbero stati scoperti da una delle figlie all’interno della loro abitazione di Los Angeles, con la gola tagliata. Restano al momento poco chiari i motivi che avrebbero portato alla violenza, ipotizzata dopo una lite in ambito familiare.
Trump: «Rob Reiner ossessionato da me»
Sulla vicenda è intervenuto anche Donald Trumpcon un messaggio pubblicato su Truth, nel quale ha commentato la morte di Rob Reiner e della moglie Michele attaccando il regista per il suo impegno politico a favore dei Democratici. «Ieri sera è accaduto un fatto molto triste a Hollywood. Rob Reiner, un regista e attore comico un tempo di grande talento, ma tormentato e in preda a gravi difficoltà, è deceduto insieme alla moglie, Michele, a quanto pare a causa della rabbia che aveva suscitato negli altri a causa della sua grave, irremovibile e incurabile afflizione, nota come Sindrome da Delirio di Trump», ha scritto il presidente degli Stati Uniti. Trump ha poi aggiunto che Reiner «era noto per aver fatto impazzire le persone con la sua ossessione sfrenata per il Presidente Donald J. Trump, e la sua evidente paranoia aveva raggiunto livelli inauditi mentre l’amministrazione Trump superava ogni obiettivo e aspettativa di grandezza, inaugurando un’Età dell’Oro per l’America, forse senza precedenti. Che Rob e Michele riposino in pace!», conclude il post.