Sondaggi in calo e pericolo midterm: nel 2026 inizierà l’era post-Trump?

Il 2026 potrebbe passare alla storia come l’inizio dell’era post-trumpiana. Gli Stati Uniti sono chiamati alle urne per le elezioni di metà mandato. Tradizione vuole che questo parziale rinnovo del Congresso – tutta la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato – sia deleterio per chi controlla la Casa Bianca. Raramente, nella storia, i presidenti in carica hanno vinto le midterm. Donald Trump, alla seconda presidenza, è destinato a finire il suo mandato senza possibilità di ricandidarsi, salvo forzature al limite dell’incostituzionalità. Per questo un’eventuale onda blu democratica potrebbe accelerare la crisi del Partito repubblicano, compromettendo l’eredità di Trump e del suo possibile erede, il vicepresidente JD Vance.

Per Trump un tasso di approvazione solo del 41 per cento

Per avere un’idea dell’anno elettorale che verrà bisogna partire dal malcontento crescente che circonda il presidente. Secondo la media dei sondaggi realizzata dall’analista Nate Silver, Trump viaggia con un tasso di approvazione intorno al 41 per cento. Dopo il voto del 2024, la luna di miele tra lui e gli americani è durata poco. E già a metà marzo 2025 gli scontenti superavano gli elettori soddisfatti.

Sondaggi in calo e pericolo midterm: nel 2026 inizierà l’era post-Trump?
Il president degli Stati Uniti Donald Trump (foto Ansa).

Persino la sua base non è entusiasta. Come ha notato un sondaggio di NBC news, due segmenti importantissimi per Trump hanno iniziato a mostrare segni di cedimento. Stiamo parlando di elettori che si identificano come repubblicani e quelli che dicono apertamente di essere parte del mondo Maga, Make America great again. Tra i primi, quelli che supportano fortemente il presidente sono il 35 per cento, contro il 38 per cento di aprile; tra i secondi la preferenza resta alta, al 70 per cento, ma comunque in calo di 8 punti rispetto ad aprile.

I dem hanno riconquistato 25 seggi tra Congresso e parlamenti statali

Lo scenario è quindi molto difficile per lui e il suo Gop (Grand old party). E la scia di sconfitte che i repubblicani hanno patito nel 2025 è emblematica. Il sito Down Ballot, che monitora le elezioni a qualsiasi livello in tutti gli Usa, ha fatto un po’ di conti. Scoprendo che in tutte le tornate che si sono tenute nel corso del 2025 i democratici sono riusciti a riconquistare 25 seggi tra Congresso e parlamenti statali, mentre ai repubblicani non è riuscito nessun recupero.

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Zohran Mamdani (Ansa).

Al di là di partite fuori dalla portata del Gop, come l’elezione a sindaco di New York vinta dal socialista Zohran Mamdani, le corse per i governatori di Virginia e New Jersey hanno messo al centro il tema del carovita, con i dem abili a cogliere la sfumatura economica e ribaltare la narrazione che Trump aveva fatto di se stesso fino a qualche mese prima.

Il partito dell’asinello è avanti di quasi quattro punti

Oggi i sondaggi fotografano una forbice che si sta allargando tra i due partiti. Secondo la media di Real Clear Polling, il partito dell’asinello è avanti di quasi quattro punti, 46,1 contro 42,2 per cento, anche se alcune rilevazioni mostrano forbici superiori addirittura al 10 per cento. Ovviamente la partita resta aperta, in particolare per il Senato. I seggi in gioco sono 35, 13 in mano ai democratici e 22 ai repubblicani. Secondo il modello predittivo dell’analista Larry Sabato, allo stato attuale sono quattro i seggi contenibili (Georgia, Michigan, Maine e North Carolina). Mentre gli altri sarebbero virtualmente già assegnati. Se così fosse, ai repubblicani resterebbe una maggioranza di 51 senatori. Al di là del pallottoliere, però, il rischio di uno tsunami blu capace di abbattersi sul Congresso resta alto. Come ha notato il giornalista Chris Cillizza, tutte le elezioni del 2025 hanno mostrato che molti deputati repubblicani sono a rischio, anche quelli candidati in distretti dove Trump ha vinto con margini superiori ai 15 punti.

Sull’inflazione aumenta il malcontento verso l’amministrazione

A ogni modo i macro temi da osservare nei prossimi mesi, per capire la portata di questa possibile spallata, sono tre: economia, immigrazione e politica estera (hai detto niente). Secondo un sondaggio di AP-NORC pubblicato a inizio dicembre, solo il 31 per cento degli americani pensa che il presidente stia gestendo bene il dossier economico. Queste sensazioni sono da ricollegare al carovita. I prezzi elevati da sempre sono sinonimo di malcontento. E così per mesi il concetto di “affordability”, che potremmo tradurre in sostenibilità economica, ha dominato campagne elettorali e media. Guardando ancora i dati elaborati da Nate Silver, si notano due indicatori importanti: il tasso di gradimento netto sull’economia e quello sull’inflazione. In entrambi i casi Trump ha numeri in profondo rosso: rispettivamente -21,3 e -28,8 per cento (i dati derivano dalla differenza tra chi approva e chi non approva il suo operato).

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Le foto istituzionali del presidente Donald Trump e del vicepresidente JD Vance (foto Ansa).

Non piace nemmeno il pugno (troppo) duro contro l’immigrazione

Altro tema complesso è quello dell’immigrazione. Durante la campagna elettorale del 2024 si è parlato molto dei flussi di ingressi illegali negli Usa, con gli americani che chiedevano un approccio più deciso rispetto a quello di Joe Biden e Kamala Harris. Il problema è che Trump sembra essersi spinto troppo oltre. Le retate dell’Ice, la super polizia che effettua spietati blitz anti-immigrazione ai quattro angoli del Paese, non piacciono. Secondo l’istituto Gallup, oltre il 60 per cento degli elettori non approva il pugno di ferro di Trump, e addirittura in un solo anno il numero di cittadini favorevoli alla riduzione dell’immigrazione è crollato dal 55 al 30 per cento. Eppure per il 2026 Trump prepara una stretta ancora più feroce. L’amministrazione sta pompando soldi nell’Ice e prevede di assumere migliaia di agenti e aprire nuovi centri di detenzione.

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Joe Biden e Kamala Harris (Getty Images).

Le guerre infastidiscono la frangia isolazionista Maga

Ultimo punto, ma non certo per importanza, la politica estera. Gli americani notoriamente non sono interessati a quello che avviene oltreoceano, quindi una pace vera e duratura a Gaza o in Ucraina avrebbe un impatto relativo. Quello che più realisticamente sarebbe determinante è una nuova guerra che rischia di vedere coinvolti gli Usa contro il Venezuela. Da mesi gli Stati Uniti hanno dispiegato un dispositivo militare massiccio intorno alla Repubblica bolivariana, Trump ha lanciato avvisi al presidente Nicolás Maduro e il rischio di operazioni militari ad ampio spettro si fa sempre più concreto. Se nel 2026 Trump decidesse di attaccare sarebbe un duro colpo per la frangia isolazionista Maga, ma in generale per tutto il Paese.

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Nicolas Maduro (Ansa).

Partita anche la battaglia per il ridisegno dei collegi

Ci sono però altri due elementi che rendono l’esito delle midterm non così scontato. Il primo è la battaglia per il ridisegno dei collegi. Trump ha chiesto a diversi Stati di ritratteggiare i distretti elettorali in modo da favorire il partito repubblicano: alcuni hanno risposto apertamente “no”, vedi l’Indiana, mentre altri – come il Texas e la Florida – hanno avviato i processi. Così il Gop potrebbe reggere l’urto del voto mantenendo qualche seggio in più, anche se parte di questo riequilibrio potrebbe essere vanificato da iniziative analoghe in Stati blu come California, Virginia o Illinois.

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Donald Trump con Erika Kirk, la vedova di Charlie Kirk (foto Ansa).

Occhio infine alla strisciante lotta intestina nel mondo Maga. Dopo l’uccisione dell’attivista e fondatore di Turning Point Usa Charlie Kirk avvenuta a settembre, il mondo conservatore si è diviso tra moderati, radicali e antisemiti, in una sorta di tutti contro tutti che si è visto proprio alla convention di Turning Point Usa tenuta a Phoenix dal 18 al 21 dicembre. Queste spaccature potrebbero minare sia l’entusiasmo degli attivisti nella campagna elettorale sia la capacità di replicare il consenso nelle fasce più giovani degli elettori che ha tanto aiutato Trump nel 2024.

Nel 2018 il Gop perse una quarantina di seggi: e stavolta…

Alle midterm del 2018 il Gop e Trump persero una quarantina di seggi al Congresso. E nel 2026 potrebbe avvenire la stessa cosa. L’impatto, però, rischia di essere anche più forte. Una bocciatura ampia, con spostamenti di voti importanti, sarebbe uno schiaffo non solo al presidente, ma a tutto il movimento. Mettendo a rischio il futuro di JD Vance, al momento erede designato del trumpismo. È immaginabile infatti che una sonora sconfitta inasprisca il confronto interno, dando spazio a eventuali leadership alternative.

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JD Vance (foto Ansa).

A tutto questo si aggiunge poi il rinnovamento a cui va incontro il Congresso. Giorno per giorno, infatti, cresce il numero di parlamentari che annunciano di non volersi ricandidare: al momento 10 senatori e 43 deputati della Camera. Un simile ricambio aprirebbe un’era politica nuova, anche a sinistra, come fu nel 2018 quando in parlamento entrò la pattuglia socialista capitanata da Alexandria Ocasio-Cortez.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta

La giornalista investigativa del Washington Post Beth Reinhard se n’era accorta per la prima volta a gennaio 2025. Le gelide temperature avevano obbligato lo spostamento al chiuso della cerimonia di insediamento di Donald Trump come 47esimo presidente degli Stati Uniti. Migliaia di spettatori vennero lasciati fuori al freddo, nonostante fossero in possesso del biglietto. Ma «almeno 17 miliardari, con un patrimonio complessivo di oltre mille miliardi di dollari», avevano il loro posto a sedere, al caldo, dentro il Campidoglio. C’erano l’immancabile (all’epoca) Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e Bernard Arnault, tra gli altri. «Una storica concentrazione di ricchezza che sembrava annunciare una nuova classe di oligarchi americani», ha scritto il Washington Post confermando di fatto l’avvertimento lanciato da Joe Biden alla fine del suo mandato.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Da sinistra Priscilla Chan, Mark Zuckerberg (Meta), Lauren Sanchez, Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google) ed Elon Musk (Tesla) alla cerimonia di insediamento di Trump (foto Ansa).

Nei mesi successivi, Reinhard e alcuni colleghi hanno scoperto che l’investimento totale dei 100 americani più ricchi sulle elezioni del 2024 aveva superato per la prima volta la soglia del miliardo di dollari: un dollaro su 13 spesi nella campagna per le Presidenziali è arrivato quindi da una manciata di cittadini con importanti interessi economici. Una crescita vertiginosa, se si pensa che il contributo di questi Paperoni è passato dallo 0,25 per cento di inizio millennio al 7,5 del 2024.

Democrazia rimodellata, se non addirittura minata nelle sue fondamenta

I miliardari non solo hanno fatto lievitare i costi delle campagne elettorali, ma potrebbero rimodellare la democrazia americana, come fa notare Reinhard. Se non addirittura minarla nella sue fondamenta. Queste donazioni, infatti, spesso si allineano con interessi personali che finiscono per influenzare le decisioni politiche anche su temi di interesse collettivo, come il cambiamento climatico e l’assistenza sanitaria. L’esempio più lampante riguarda, tanto per cambiare, Musk: con donazioni da oltre 290 milioni ai Repubblicani si è “comprato” un posto nella classe dirigente trumpiana, con gli alti e bassi a cui abbiamo assistito in questi mesi.

«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale»

«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale», ha dichiarato al Washington Post il newyorkese John Catsimatidis. Da tempo impegnato in politica, il magnate del petrolio e dell’immobiliare nel 2024 ha fatto la sua donazione più grande di sempre: 2,4 milioni di dollari a sostegno di Trump, quasi il doppio rispetto alla cifra versata nel 2016. Catsimatidis, il cui patrimonio ammonta a 4,5 miliardi di dollari, ha spiegato di sentire la necessità di provare a influenzare il corso della politica negli Stati Uniti il ​​più rapidamente possibile, date le ampie divergenze tra i due principali partiti. Ma, a detta sua, non è solo una questione di soldi: «Mi preoccupo per l’America e per lo stile di vita che abbiamo».

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
John Catsimatidis, uomo d’affari.

La Corte suprema nel 2010 ha aperto la strada a donazioni illimitate

Gli esempi, però, ci sono anche tra i democratici. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, per esempio, ha sborsato più di 60 milioni. Alle urne americane dunque non si consuma soltanto il confronto tra i due principali partiti, ma anche una battaglia tra super ricchi, legittimata da una sentenza della Corte suprema del 2010 che ha aperto la strada a donazioni illimitate. In cambio di potere politico, in alcuni casi direttamente con ruoli di prestigio da occupare: almeno 44 dei 902 americani presenti nella lista dei miliardari del 2025 di Forbes, o i loro coniugi, hanno ricoperto importanti cariche federali o statali nell’ultimo decennio. Tra questi, personaggi come Howard Lutnick, segretario al Commercio, e J. B. Pritzker, governatore dell’Illinois.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Michael Bloomberg in mezzo fra Joe Biden e Donald Trump (foto Ansa).

Emblema dei tempi che cambiano, fa notare Forbes, è proprio l’ultimo governo Trump il più ricco della storia degli Stati Uniti: il patrimonio netto complessivo dell’intero gabinetto, pari a 7,5 miliardi di dollari, è più del doppio di quello del Trump I (3,2 miliardi di dollari) e 64 volte superiore a quello dell’esecutivo Biden.

In pochi pensano che che i super ricchi abbiano un impatto positivo sulla società

Un quadro questo che, secondo un sondaggio elaborato dal Washington Post in collaborazione con Ipsos, preoccupa l’opinione pubblica. Solo il 12 per cento degli oltre 2.500 intervistati ritiene che i miliardari abbiano un impatto positivo sulla società. Il 75 per cento dei dem e il 60 per cento degli indipendenti disapprovano le donazioni spropositate dei più ricchi in vista delle elezioni. Insieme a loro, il 42 per cento dei repubblicani. Elettori di destra e sinistra sono però nettamente divisi su quanto gli investimenti dei miliardari influenzino il modo in cui i funzionari eletti governano: quasi due repubblicani su tre pensano che i politici prestino comunque attenzione agli interessi collettivi, a prescindere dai finanziamenti dell’oligarchia. Un’identica quota di democratici sostiene, invece, l’esatto contrario.

Bernie Sanders e il tour contro gli oligarchi

Tra i primi a rilanciare l’inchiesta e il sondaggio del Washington Post c’è stato Bernie Sanders, che da febbraio sta girando gli Stati Uniti col suo Fighting Oligarchy tour: interventi pubblici e comizi in cui l’84enne senatore del Vermont accusa i miliardari di aver iniziato un processo di dirottamento della democrazia americana, subordinandola ai propri interessi e minando i principi fondamentali del governo rappresentativo: «I super ricchi possono comprare elezioni e politici», dice Sanders tappa dopo tappa.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Zohran Mamdani e Bernie Sanders (foto Ansa).

L’obiettivo è mobilitare la «classe media e i lavoratori» come contro‑forza a questo fenomeno. Una «guerra di classe» appoggiata da volti progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez, spesso con lui sul palco, e ovviamente l’astro nascente Zohran Mamdani. Durante la campagna elettorale per la poltrona di sindaco di New York, il neosocialista ha più volte dichiarato che i miliardari non dovrebbero esistere. I ricconi ovviamente hanno risposto spendendo ingenti somme per opporsi alla sua vittoria. Inutilmente.

Cos’ha detto Re Carlo nel tradizionale discorso di Natale

Re Carlo III ha pronunciato il tradizionale discorso di Natale. Dopo aver ricordato la visita in Vaticano, ha parlato dell’importanza di imparare dal passato per guardare al futuro e si è focalizzato sul tema del pellegrinaggio, legato alla spiritualità e alla tradizione religiosa che da sempre caratterizzano il messaggio del monarca inglese. Ecco di seguito il testo integrale.

«Ricordiamo il passato per imparare dalle sue lezioni»

«Alcune settimane fa la regina ed io abbiamo pregato con papa Leone in uno storico momento di unità religiosa, pellegrini di speranza per il Giubileo. Oggi, a Natale, celebriamo il pellegrinaggio della fede. Pellegrinaggio è una parola meno usata oggi, ma ha un significato particolare per il nostro mondo moderno, e soprattutto a Natale. Si tratta di viaggiare in avanti, nel futuro, ma anche di tornare indietro per ricordare il passato e imparare dalle sue lezioni. Lo abbiamo fatto durante l’estate, in occasione della celebrazione dell’ottantesimo anniversario del VE (Victory in Europe day) e del VJ Day (Victory over Japan day). La fine della Seconda Guerra mondiale è ormai ricordata da sempre meno persone, con il passare degli anni. Ma il coraggio e il sacrificio dei nostri uomini e donne in servizio, e il modo in cui le comunità si sono unite di fronte a una sfida così grande, portano un messaggio senza tempo per tutti noi. Questi sono i valori che hanno plasmato il nostro Paese e il Commonwealth. Mentre sentiamo parlare di divisione, sia in patria che all’estero, sono valori che non dobbiamo mai perdere di vista. È impossibile, ad esempio, non commuoversi profondamente guardando l’età dei caduti – come ricordano le lapidi dei nostri cimiteri di guerra. I giovani che hanno combattuto e contribuito a salvarci dalla sconfitta in entrambe le guerre mondiali avevano spesso solo 18, 19 o 20 anni».

«I valori del Natale fonti di speranza e resilienza»

«Il viaggio è un tema costante della storia del Natale. La Sacra Famiglia fece un viaggio verso Betlemme e arrivò senza casa, senza un riparo adeguato. I magi fecero un pellegrinaggio dall’Oriente per adorare la culla di Cristo, e i pastori viaggiarono di campo in città alla ricerca di Gesù, il salvatore del mondo. In ogni caso, viaggiarono con altri e confidarono nella compagnia e nella gentilezza degli altri. Attraverso sfide fisiche e mentali, trovarono una forza interiore. Ancora oggi, in tempi di incertezza, questi modi di vivere sono apprezzati da tutte le grandi fedi e ci forniscono profonde fonti di speranza, di resilienza di fronte alle avversità, di pace attraverso il perdono, semplicemente conoscendo i nostri vicini e mostrando rispetto reciproco, creando nuove amicizie. In effetti, poiché il nostro mondo sembra girare sempre più velocemente, il nostro viaggio può fare una pausa, per calmare le nostre menti – nelle parole di TS Eliot “nel punto fermo del mondo che gira” – e consentire alle nostre anime di rinnovarsi.

«Dobbiamo custodire i valori della compassione e della riconciliazione»

“In questo, nella grande diversità delle nostre comunità, possiamo trovare la forza per garantire che il giusto trionfi sullo sbagliato. Mi sembra che dobbiamo custodire i valori della compassione e della riconciliazione, il modo in cui nostro Signore visse e morì. Quest’anno ho sentito tanti esempi di questo, sia qui che all’estero. Queste storie del trionfo del coraggio sulle avversità mi danno speranza, dai nostri venerabili veterani militari agli altruisti operatori umanitari nelle zone di conflitto più pericolose di questo secolo fino ai modi in cui individui e comunità mostrano coraggio spontaneo, mettendosi istintivamente in pericolo per difendere gli altri. Quando incontro persone di fedi diverse, trovo estremamente incoraggiante sentire quanto abbiamo in comune: un desiderio condiviso di pace e un profondo rispetto per tutta la vita. Se riusciamo a trovare il tempo, nel nostro viaggio attraverso la vita, per pensare a queste virtù, possiamo tutti rendere il futuro più pieno di speranza.

«Quello di Gesù un pellegrinaggio per portare pace sulla Terra»

Naturalmente, il pellegrinaggio più grande di tutti è il viaggio che celebriamo oggi – la storia di Colui che discese sulla terra dal cielo, il cui rifugio era una stalla e che condivise la sua vita con i poveri e gli umili. Era un pellegrinaggio con uno scopo, annunciato dagli angeli, che ci fosse pace sulla Terra. Quella preghiera per la pace e la riconciliazione – per “fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi” – che risuonò nei campi vicino a Betlemme più di 2 mila anni fa risuona ancora da lì e in tutto il mondo oggi. È una preghiera per i nostri tempi, e anche per le nostre comunità, mentre camminiamo attraverso le nostre vite. Quindi, con queste parole e con tutto il cuore, auguro a tutti voi un sereno e felicissimo Natale».

Libano, Idf: «Ucciso capo delle forze Quds»

L’Idf ha annunciato di aver ucciso un comandante della Forza Quds, l’unità d’elite dei pasdaran iraniani, in una raid nella zona di Ansariyah, nel Libano meridionale. Si tratta di Hussein Mahmoud Marshad al-Jawhari, «coinvolto negli ultimi anni nella pianificazione e nell’avanzamento di attacchi terroristici contro lo Stato di Israele dalla Siria e dal Libano» secondo quanto riportato dalle forze armate israeliane. Faceva parte dell’Unità 840 «che si occupa della supervisione delle operazioni iraniane contro Israele». Poche ore prima i media libanesi avevano dato notizia di un attacco condotto da un drone israeliano contro un veicolo su una strada in Libano che porta al confine con la Siria e l’Idf aveva confermato un raid «contro un agente terroristico», senza però fornire immediatamente ulteriori dettagli.

Putin scrive a Trump per Natale

Il presidente russo Vladimir Putin ha inviato gli auguri di Natale al suo omologo statunitense Donald Trump. Lo ha reso noto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, citato dalla Tass. «Il presidente ha già fatto gli auguri a Trump per il Natale e gli ha inviato un telegramma in occasione delle festività», ha detto, precisando che non è prevista alcuna telefonata tra i due. Peskov ha inoltre commentato il video di Zelensky in cui il leader ucraino si è augurato, pur senza nominarlo, la morte di Putin: «Abbiamo visto le notizie dello strano discorso di Natale di Zelensky. Era di cattivo gusto, pieno di rabbia, sembrava una persona poco equilibrata. Ci si chiede se sia in grado di prendere decisioni adeguate per una soluzione politica e diplomatica». Nel suo discorso pubblicato la vigilia di Natale, il presidente ucraino aveva detto: «Oggi condividiamo tutti un sogno. Che muoia. Ma, quando ci rivolgiamo a chiedere qualcosa di più grande, chiediamo la pace per l’Ucraina».

Usa, la scritta a Times Square: «Gesù è palestinese»

Un’insegna luminosa con la scritta «Gesù è palestinese», in nero su fondo verde acceso, è apparsa a Times Square, accompagnata sull’altro lato dal messaggio «Buon Natale». L’iniziativa è stata finanziata dall’American-Arab Anti-Discrimination Committee (Adc). Adeb Ayoub, direttore esecutivo nazionale dell’organizzazione arabo-americana, ha spiegato che l’ente no-profit affitta spazi pubblicitari nella celebre piazza di New York dall’inizio dell’anno, cambiando slogan ogni settimana. Secondo Ayoub, il filo conduttore delle campagne è «America First», con l’intento di favorire il riconoscimento di elementi comuni tra le comunità arabe e musulmane e quella cristiana negli Stati Uniti, soprattutto durante il «periodo di maggiore affluenza a New York City».

Il direttore di Adc: «Gesù ebreo? È un tema oggetto di interpretazione»

Intervistato dal New York Times, Ayoub ha dichiarato: «Ci sono molte più somiglianze tra arabi, musulmani e cristiani in questo Paese di quanto altri vogliano farci credere, e c’è una paura della cultura e della religione comune». Ha poi aggiunto: «La maggior parte degli americani in questo Paese è cristiana e la culla del cristianesimo è la Palestina. Se la gente vuole discuterne, allora bene, il cartellone ha scatenato il dibattito». Alla domanda sul fatto che Gesù fosse ebreo, Ayoub ha risposto che «Gesù vive in ognuno di noi» e che si tratta di un tema «oggetto di interpretazione».

Zelensky: «Sogniamo che Putin muoia»

Nel suo discorso di Natale Volodymyr Zelensky si è rivolto al Paese con un messaggio in cui ha sottolineato che, pur tra le sofferenze causate dalla guerra, la Russia non può prendere ciò che per l’Ucraina è essenziale: «la coesione nazionale. Celebriamo il Natale in un momento difficile. Purtroppo, non tutti siamo a casa stasera. Purtroppo, non tutti hanno ancora una casa. E purtroppo, non tutti sono con noi stasera. Ma nonostante tutte le sofferenze portate dalla Russia, non è in grado di occupare o bombardare ciò che più conta. Questo è il nostro cuore ucraino, la nostra fiducia reciproca e la nostra unità». Nel suo intervento, senza nominare direttamente Putin, Zelensky ha anche evocato il desiderio della sua «morte», definendolo un sogno «condiviso dagli ucraini».

Zelensky: «A Dio chiediamo la pace per l’Ucraina»

«Oggi condividiamo tutti un sogno. Ed esprimiamo un desiderio, per tutti noi: che muoia, ognuno di noi potrebbe pensare tra sé e sé. Ma quando ci rivolgiamo a Dio, ovviamente, chiediamo qualcosa di più grande. Chiediamo la pace per l’Ucraina. Lottiamo per essa. E preghiamo per essa. E la meritiamo». Zelensky ha aggiunto che le preghiere vanno a chi «combatte in prima linea affinché torni vivo, ai prigionieri perché rientrino a casa, ai caduti che hanno difeso il Paese». Ha infine ricordato che questo è il terzo Natale celebrato il 25 dicembre secondo il calendario gregoriano, scelta compiuta due anni fa abbandonando il calendario giuliano seguito da altre chiese ortodosse, tra cui quella russa, che festeggiano il Natale il 7 gennaio.

Brasile, Bolsonaro ha lasciato il carcere

L’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni e 3 mesi per tentato colpo di Stato, è uscito dal carcere per la prima volta da fine novembre. Al momento si trova nella clinica privata Df Star di Brasilia, dove nel giorno di Natale verrà sottoposto a un intervento chirurgico. Bolsonaro era già stato operato in aprile. La Camera dei deputati del Congresso nazionale del Brasile il 10 dicembre ha approvato un disegno di legge che garantirebbe un consistente sconto di pena all’ex presidente: se il testo dovesse passare anche l’esame del Senato, Bolsonaro vedrebbe infatti ridotta la condanna a poco più di 2 anni.

Israele, primo sì della Knesset alla commissione d’inchiesta sul 7 ottobre

La Knesset ha dato il via libera in prima lettura al disegno di legge che istituisce una commissione d’inchiesta sugli eventi del 7 ottobre. Il provvedimento è passato con 53 voti favorevoli e 48 contrari, mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu non ha preso parte alla votazione. Il testo ora passa alla Commissione costituzione, diritto e giustizia del Parlamento israeliano, che dovrà prepararlo per le successive letture necessarie all’approvazione definitiva. La proposta stabilisce che la commissione sarà composta da sei membri e da un presidente, nominati con una maggioranza qualificata di 80 deputati su 120. Qualora non si raggiunga un accordo entro due settimane, maggioranza e opposizione potranno designare tre componenti ciascuna, ai quali si aggiungeranno quattro supervisori in rappresentanza delle famiglie in lutto.

Le proteste dei familiari degli ostaggi: «Il governo seppellisce la verità»

La legge prevede inoltre che, in caso di mancata collaborazione o di impossibilità a indicare i nomi, la scelta finale spetti al presidente della Knesset, una clausola che garantirebbe alla coalizione di governo il controllo effettivo dell’organismo qualora l’opposizione decidesse di boicottare il processo. Netanyahu e i suoi alleati hanno a lungo respinto l’ipotesi di una commissione statale d’inchiesta, ritenuta la massima autorità investigativa del Paese, perché la sua composizione sarebbe affidata alla magistratura, istituzione verso cui l’attuale esecutivo manifesta diffidenza e che è al centro della contestata riforma giudiziaria. All’esterno, piccoli gruppi di manifestanti – in gran parte familiari delle vittime e degli ostaggi – hanno protestato davanti alle abitazioni dei ministri, accusando il governo di «seppellire la verità».

Naufragio al largo della Libia, morti più di 100 migranti

Nuova tragedia nel Mar Mediterraneo. Sarebbero 116 i migranti morti nel naufragio di un’imbarcazione che, salpata da Zuwarah in Libia la sera del 18 dicembre, aveva lanciato un SOS poco dopo la partenza, finendo poi alla deriva. L’unico sopravvissuto è stato salvato da un pescatore tunisino. Lunedì 22 dicembre i migranti erano stati cercati in mare con il velivolo Seabird di Sea Watch.

«Contro il silenzio e l’indifferenza delle autorità, esigiamo risposte. Le famiglie che cercano i loro cari scomparsi hanno diritto alla verità», ha scritto sui social l’organizzazione umanitaria Alarm-Phone.

Telecom Argentina, Gabriel Blasi non è più il Direttore finanziario

Gabriel Blasi non è più il Direttore finanziario di Telecom Argentina. Come riportato dai media sudamericani, la società ha ufficializzato la cessazione dell’incarico. Dando così l’avvio a una profonda riorganizzazione interna per adeguare la società alle nuove sfide del settore delle telecomunicazioni. Come riportato sul suo profilo LinkedIn, Blasi ha ricevuto a inizio dicembre il premio come miglior Cfo dell’anno 2025.

Ucraina, cosa prevedono i 20 punti della proposta di pace in discussione con gli Usa

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha presentato nel dettaglio un nuovo schema di piano di pace in 20 punti, elaborato insieme agli Stati Uniti e pensato come possibile base per i negoziati con la Russia. Il documento è il risultato di settimane di colloqui che hanno modificato un precedente testo di Washington, giudicato da Kyiv troppo sbilanciato sulle richieste di Mosca. Secondo Zelensky, su gran parte dei punti le posizioni tra Ucraina e Stati Uniti si sono ormai avvicinate in modo significativo. Restano però due nodi centrali ancora irrisolti: la questione dei territori occupati dalla Russia e il futuro della centrale nucleare di Zaporizhzhia, oggi sotto controllo russo. Per sciogliere questi punti, il presidente ucraino ha indicato la necessità di un confronto diretto con il presidente statunitense Donald Trump. Il piano, che Washington sta presentando a Mosca, punta a combinare garanzie di sicurezza, ricostruzione economica e meccanismi di controllo per evitare una ripresa del conflitto, pur in un contesto in cui il Cremlino continua a mostrarsi scettico sulla possibilità di un accordo rapido.

I 20 punti del piano di pace rivelato dall’Ucraina

Ucraina, cosa prevedono i 20 punti della proposta di pace in discussione con gli Usa
Donald Trump e Volodymyr Zelensky (Ansa).
  1. Sovranità
    La sovranità dell’Ucraina viene pienamente riaffermata e riconosciuta.
  2. Non aggressione e monitoraggio
    Russia e Ucraina sottoscrivono un accordo di non aggressione completo e vincolante, accompagnato da un meccanismo di monitoraggio della linea di contatto basato su sistemi spaziali e non presidiati, con allerta preventiva delle violazioni e strumenti di risoluzione delle dispute.
  3. Garanzie di sicurezza
    L’Ucraina ottiene garanzie di sicurezza robuste per prevenire future aggressioni.
  4. Forze armate ucraine
    L’Ucraina mantiene forze armate pari a 800 mila effettivi, senza riduzioni rispetto alla situazione attuale.
  5. Garanzie sul modello Nato
    Stati Uniti, Nato e Paesi europei forniscono garanzie di sicurezza equivalenti all’articolo 5 del Trattato Nato.
  6. Impegno russo di non aggressione
    La Russia formalizza una politica di non aggressione verso Ucraina ed Europa, inserendola nella legislazione nazionale e ratificandola con voto a larga maggioranza della Duma.
  7. Unione europea
    L’Ucraina entra nell’Unione europea a una data specificamente definita e ottiene accesso preferenziale di breve periodo al mercato europeo.
  8. Pacchetto di sviluppo globale
    Viene previsto un accordo separato per un ampio pacchetto di investimenti destinato alla crescita economica e alla prosperità futura dell’Ucraina.
  9. Fondi per la ricostruzione
    Vengono istituiti più fondi per la ripresa economica, la ricostruzione delle aree danneggiate e gli interventi umanitari, con l’obiettivo di mobilitare fino a 800 miliardi di dollari.
  10. Commercio con gli Stati Uniti
    L’Ucraina accelera la conclusione di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti; Washington mira a garantire condizioni analoghe anche alla Russia.
  11. Status non nucleare
    L’Ucraina conferma il proprio status di Stato non nucleare nel rispetto del Trattato di non proliferazione nucleare.
  12. Centrale di Zaporizhzhia
    Il futuro della Zaporizhzhia nuclear power plant resta irrisolto:
    – proposta Usa: gestione congiunta Ucraina–Usa–Russia con pari quote e management americano;
    – proposta ucraina: joint venture 50/50 tra Ucraina e Stati Uniti, con divisione dell’energia prodotta.
  13. Istruzione e diritti
    Ucraina e Russia si impegnano a promuovere programmi educativi contro razzismo e pregiudizi; Kyiv applica le norme Ue su tolleranza religiosa e tutela delle lingue minoritarie.
  14. Territorio
    Punto più complesso e ancora senza accordo:
    – la Russia chiede il ritiro ucraino dalle aree di Donetsk ancora controllate da Kyiv;
    – l’Ucraina chiede il congelamento delle linee del fronte;
    – gli Stati Uniti propongono zone demilitarizzate e una zona economica speciale.
  15. Immodificabilità degli accordi territoriali
    Dopo un’intesa sui confini futuri, entrambe le parti si impegnano a non modificarli con la forza.
  16. Navigazione e Mar Nero
    La Russia non ostacola l’uso commerciale del Dnipro e del Mar Nero; vengono conclusi accordi su navigazione e trasporti. La penisola di Kinburn viene demilitarizzata.
  17. Questioni umanitarie
    Istituzione di un comitato umanitario per:
    a) scambio di tutti i prigionieri di guerra secondo il principio “tutti per tutti”;
    b) rilascio di civili detenuti e ostaggi, inclusi i bambini;
    c) misure a sostegno delle vittime del conflitto.
  18. Elezioni
    L’Ucraina organizza elezioni nel più breve tempo possibile dopo la firma dell’accordo.
  19. Garanzie e sanzioni
    L’accordo è legalmente vincolante; l’attuazione è supervisionata da un Consiglio di pace presieduto da Donald Trump, con Ucraina, Russia, Stati Uniti, Europa e Nato. Sono previste sanzioni in caso di violazioni.
  20. Cessate il fuoco
    Una volta raggiunto l’accordo completo, entra immediatamente in vigore un cessate il fuoco totale.

Raid di Israele su siti di lancio di Hezbollah nel sud del Libano

Le Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver colpito «diversi siti di lancio di Hezbollah in varie aree del Libano meridionale». Su X l’Idf ha spiegato che gli attacchi «hanno smantellato le strutture militari e le infrastrutture da cui i terroristi avevano recentemente operato», di fatto «in violazione degli accordi tra Israele e Libano».

Breton: «L’Europa e le sue istituzioni sono sotto attacco»

L’ex commissario europeo Thierry Breton, al quale è stato vietato l’ingresso negli Usa, ha rilasciato un’intervista a Le Figaro, insieme all’ex ministro francese Arnaud Montebourg. Breton ha affermato come «L’Europa e le sue istituzioni sono sotto attacco. La storia ci insegna che quando un Paese dichiara chiaramente cosa si aspetta dai suoi alleati – o vassalli – e cosa intende fare per rafforzare questa dipendenza, va preso sul serio». Secondo l’ex commissario, il contesto globale è dominato da potenze che ragionano «con una logica imperiale. La Russia è un grande impero declinante, lo stesso vale per la Turchia, e anche gli Stati Uniti hanno tentazioni imperialistiche».

Breton: «L’Europa non deve farsi vassallizzare»

Poi sul futuro dell’Unione: «Per quanto ci riguarda, la questione è sapere cosa costituisce il nostro progetto, il progetto di noi europei». Un progetto che, precisa, non può avere come obiettivo la subordinazione: «In ogni caso, la sua finalità non è certamente quella di farci vassallizzare, di farci dare lezioni sul miglior modo di distruggere le nostre istituzioni, ancor meno farci dettare il nostro modo di pensare o di votare». Secondo Breton, l’attuale strategia americana non mira a una rottura formale con l’Unione, ma a un approccio selettivo verso i singoli Paesi: «Favorire relazioni bilaterali amichevoli con alcuni Stati membri». Una linea che, avverte, rischia di minare la coesione europea e si inserisce in una narrativa già sostenuta dal Cremlino: «Non sbagliamoci, il ragionamento Stato per Stato è concepito per indebolire l’Europa. Fa il paio con la narrazione di Vladimir Putin che non vuole un’Europa forte alle sue frontiere ma preferisce un’Europa divisa delle nazioni»

La Corte Suprema blocca il dispiegamento della Guardia Nazionale a Chicago

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di non autorizzare il dispiegamento della Guardia Nazionale nell’area di Chicago, infliggendo una battuta d’arresto significativa alla strategia di Donald Trump di inviare truppe federali nelle grandi città contro il parere delle autorità locali e statali. La Corte, che attualmente è a maggioranza conservatrice, ha chiarito che il governo non è riuscito a indicare una base giuridica che gli consenta di prendere il controllo della Guardia Nazionale per dispiegarla nella città. La forza di riservisti, infatti, è sotto il controllo dei singoli Stati: il presidente può assumerne il controllo solo in presenza di una ribellione o di un fallimento delle autorità locali nel mantenere l’ordine.

La Corte Suprema blocca il dispiegamento della Guardia Nazionale a Chicago
Donald Trump (Ansa).

Trump vuole dispiegare la Guardia Nazionale a sostegno dell’ICE

La decisione della Corte Suprema nasce dal ricorso presentato dal governo contro il blocco imposto a ottobre dalla giudice federale April Perry, che aveva vietato l’impiego operativo dei soldati in Illinois. Al centro della disputa c’è l’uso delle truppe per proteggere dalle proteste gli agenti dell’ICE impegnati in controverse operazioni anti-immigrazione, avviate a Chicago con l’operazione “Midway Blitz”. Il dipartimento di Giustizia ha descritto le proteste dei cittadini contro l’ICE come una «ribellione contro l’autorità federale», tesi respinta dalle autorità dello Stato dell’Illinois, secondo cui le manifestazioni non hanno mai impedito l’applicazione della legge e sono state gestite dalle forze di polizia locali. Il verdetto è temporaneo, perché la Casa Bianca può ancora dimostrare la necessità di dispiegare la Guardia Nazionale, ma segna la prima presa di posizione della Corte Suprema sui tentativi di Trump di allargare le maglie dei poteri presidenziali, e potrebbe pesare sui contenziosi ancora aperti in altre città, come Portland, Washington e Los Angeles.

Lo spot di Natale della tv russa che prende in giro l’Europa

L’emittente russa RT (ex Russia Today) ha “festeggiato” il Natale mandando in onda uno spot che prende in giro l’Europa, elencando tutti i problemi che affliggono il Vecchio Continente – dall’immigrazione incontrollata al caro bollette – e individuando ironicamente Vladimir Putin come causa per ogni disagio.

Nello spot dell’emittente, finanziata direttamente dal Cremlino tramite l’agenzia statale Ria Novosti, trovano spazio (realizzati con l’intelligenza artificiale) anche Ursula von der Leyen e Volodymyr Zelensky, quest’ultimo in versione Babbo Natale con i colori ucraini: la presidente della Commissione europea spiega che se i burocrati non danno tregua alle famiglie la colpa è, ovviamente, di Putin. Per gli europei, infine arriva il consiglio: «Continuate ad avere fede in Babbo Natale».

Dall’ingresso nella Nato alle elezioni in Ucraina, cosa ha detto Zelensky

Il piano elaborato dagli Stati Uniti per la fine del conflitto tra Russia e Ucraina non impone a Kyiv una «rinuncia formale all’ingresso nella Nato». A chiarirlo è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante un incontro con la stampa nella capitale ucraina. «Spetta alla Nato decidere se accogliere o meno l’Ucraina tra i suoi membri. La nostra scelta è stata fatta. Abbiamo rinunciato a modificare la Costituzione per includere una clausola che stabilisca che il Paese non aderirà alla Nato», ha dichiarato il capo dello Stato, ricordando che una precedente bozza statunitense prevedeva un impegno giuridico in tal senso, in linea con le richieste avanzate dalla Russia.

Zelensky: «Disaccordo con gli Usa su Zaporizhzhia»

Zelensky ha poi sottolineato che restano forti divergenze con Washington su alcuni nodi centrali del piano, in particolare sui territori e sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia: «Non abbiamo raggiunto un consenso con la parte americana riguardo al territorio della regione di Donetsk e alla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha affermato, precisando che Kyiv è disponibile a un confronto diretto: «Siamo pronti per un incontro con gli Stati Uniti a livello di leader per affrontare questioni delicate». Secondo il progetto americano, l’impianto di Zaporizhzhia dovrebbe essere amministrato congiuntamente da Ucraina, Stati Uniti e Russia, un’ipotesi che Zelensky ha giudicato problematica: «Questo ci sembra molto inappropriato e non del tutto realistico».

Zelensky: «Elezioni dopo la firma di un accordo di pace»

Nel quadro dell’ultima versione del piano Usa-Ucraina, Zelensky ha anche spiegato che è prevista l’organizzazione delle elezioni presidenziali subito dopo la firma di un accordo che metta fine all’invasione russa. Un passaggio del documento, già trasmesso a Mosca, stabilisce infatti: «L’Ucraina deve tenere le elezioni il prima possibile dopo la firma dell’accordo». Il presidente ha aggiunto che la proposta americana contempla inoltre il congelamento delle operazioni militari lungo le attuali linee del fronte e l’apertura di un dialogo sulle zone demilitarizzate. «La linea di dispiegamento delle truppe alla data dell’accordo è la linea di contatto de facto riconosciuta», ha spiegato, annunciando la creazione di un tavolo tecnico: «Un gruppo di lavoro si riunirà per determinare il ridispiegamento delle forze necessario per porre fine al conflitto, nonché per definire i parametri di possibili future zone economiche speciali».

Mosca, esplode una bomba vicino al luogo dell’attentato al generale Sarvarov

Tre persone sono state uccise mercoledì a Mosca dall’esplosione di un ordigno, in un’area vicina al luogo in cui due giorni prima è stato ucciso il generale russo Fanil Sarvarov. Lo riporta Reuters, citando le autorità della Federazione Russa. Secondo il Comitato investigativo russo, due agenti di polizia si erano avvicinati a un uomo che mostrava un comportamento sospetto quando è esploso un dispositivo. Nell’esplosione sono morti entrambi i poliziotti e una terza persona, la cui identità non è stata resa nota. Alcuni canali Telegram russi non ufficiali hanno riferito che l’uomo fermato sarebbe stato l’attentatore e che avrebbe fatto detonare la bomba al momento del controllo. Reuters precisa di non essere stata in grado di verificare in modo indipendente queste informazioni. La Russia ha indicato l’intelligence ucraina come responsabile dell’omicidio di Sarvarov, senza che da Kyiv sia arrivato un commento ufficiale.

Gli Usa hanno negato il visto all’ex commissario Ue Thierry Breton

Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha imposto un divieto di ingresso nel paese a cinque cittadini europei, tra cui Thierry Breton, ex commissario europeo per il Mercato interno. La decisione è stata annunciata dal segretario di Stato Marco Rubio, che ha accusato i destinatari del provvedimento di aver esercitato pressioni sulle grandi piattaforme tecnologiche americane per limitare o sopprimere contenuti e opinioni statunitensi. La notizia arriva dopo che, il 5 dicembre, la Commissione europea ha sanzionato la piattaforma X (ex Twitter) con una multa di 120 milioni di euro per violazioni del Digital Services Act (DSA), la normativa europea entrata in vigore nel 2023 e fortemente sostenuta da Breton.

Gli Usa hanno negato il visto all’ex commissario Ue Thierry Breton
La vicepresidente della Commissione europa per i valori e la trasparenza Vera Jourova e il logo di X (Ansa).

Il Dsa impone alle grandi aziende digitali obblighi stringenti contro la disinformazione e i contenuti d’odio, prevedendo sanzioni fino al 6 per cento del fatturato globale in caso di violazioni. L’amministrazione Trump considera però questa legge uno strumento di censura che colpisce soprattutto le aziende tecnologiche americane. Oltre a Breton, il divieto riguarda Imran Ahmed, Anna-Lena von Hodenberg, Josephine Ballon e Clare Melford, tutti attivi in organizzazioni che contrastano odio e notizie false online. I nomi sono stati resi pubblici dalla sottosegretaria Sarah Rogers, che ha parlato di una presunta strategia coordinata per influenzare il dibattito pubblico americano.

Turchia, precipitato jet con a bordo il capo di stato maggiore della Libia

Il ministro dell’Interno turco Ali Yerlikaya ha reso noto che sono stati rinvenuti i resti dell’aereo scomparso dai radar che aveva a bordo il generale Mohammed Ali Ahmed Al-Haddad, capo di stato maggiore delle forze armate libiche. Il jet, che partito dall’aeroporto di Ankara Esenboğa era diretto a Tripoli, è precipitato a un paio di chilometri dal villaggio di Kesikkavak, nel distretto di Haymana, poco dopo il decollo e aver chiesto di poter effettuare un atterraggio di emergenza. A bordo c’erano in tutto cinque persone: nessun sopravvissuto. Incerte le cause del disastro, su cui è stata aperta un’inchiesta.