Così il trumpismo si sta mangiando la sua base

Non c’erano dubbi che il secondo mandato di Donald Trump sarebbe stato più dirompente del primo. Nessuno però immaginava che la mano pesante dell’inquilino della Casa Bianca su economia, dazi e immigrazione avrebbe colpito pesantemente fasce di elettorato repubblicano, fondamentali per la sua rielezione. Persino la politica estera è diventata materia controversa. Il blitz in Venezuela, preceduto dai raid in Iran e Nigeria, apre un fronte con la base Maga. Molti influencer e podcaster di destra criticano l’attacco a Caracas. La sensazione che serpeggia tra gli America First più accaniti è quasi di tradimento, e di un ritorno agli anni di Bush e Obama. Sensazioni per ora, che però dimostrano come un pezzo del mondo repubblicano non sia in testa all’agenda di The Donald.

Nell’agricoltura si stimano perdite fino a 44 miliardi di dollari

L’anno che si è appena chiuso è stato uno dei più difficili per il mondo agricolo, tra i più fedeli alla causa repubblicana. Sui campi si è abbattuto un mix fatale tra calo dei prezzi delle materie prime come mais e soia, aumento dei costi delle forniture chiave per la produzione, smantellamento dell’agenzia di aiuti internazionali USAID (che assorbiva parte dell’export), stretta sui lavoratori stranieri e ovviamente guerra commerciale. Secondo una stima dell’Agricultural Risk Policy Center della North Dakota State University, nel 2025 la perdita complessiva dell’industria agricola si è attestata tra i 35 e i 44 miliardi di dollari

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Donald Trump (Ansa).

Il pasticcio argentino danneggia produttori di soia e allevatori

Il braccio di ferro tariffario con la Cina, ha portato Pechino a chiudere i rubinetti delle importazioni. A subire il colpo più duro sono stati i produttori di soia. La Repubblica Popolare da sola assorbiva il 50 per cento della produzione, ma il blocco imposto dopo i dazi ha congelato tutto. Oggi tra Usa e Cina vige una sorta di tregua in attesa dell’incontro tra Trump e Xi Jinping, ma per ora le importazioni non sono riprese a ritmi adeguati. Allo stesso tempo i 12 miliardi di aiuti promessi al comparto dalla Casa Bianca sono considerati insufficienti. A questo si aggiungono anche i pasticci dell’amministrazione, come il prestito da 20 miliardi di dollari all’Argentina di Javier Milei. In molti, tra i campi di Midwest e Iowa, si sono chiesti che senso abbia avuto aiutare l’economia di un Paese che esporta proprio la soia. Fra l’altro i dollari spediti a Buenos Aires corrispondono più o meno alla cifra che ogni anno la Cina sborsa ai produttori americani. Un cortocircuito ben sintetizzato dalla segretaria all’Agricoltura Brooke Rollins in un messaggio al collega del Tesoro Scott Bessent: «Abbiamo salvato l’Argentina dal fallimento e loro in cambio hanno rimosso i dazi sulle esportazioni dei cereali riducendo il prezzo per la Cina nello stesso momento in cui dovremmo essere noi a vendere». Queste scelte colpiscono anche gli allevatori, con una rabbia crescente tra i rancher. La pietra della discordia è il via libera di Trump all’importazione di alcuni beni per calmierare i prezzi. A ottobre, più o meno negli stessi giorni in cui il presidente “salvava” l’economia del Paese sudamericano, l’amministrazione ha permesso agli argentini di riprendere a esportare carne negli Usa, una scelta che ha scatenato il panico tra le pianure di mezza America. 

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Donald Trump e Javier Milei alla Casa Bianca (Ansa).

I colletti blu sono stati beffati dal populismo trumpiano

Nel 2025 anche la grande industria manifatturiera ha sentito gli effetti di Trump. I dazi hanno alimentato un clima di incertezza che ha ridotto gli investimenti. A questo si è unita anche una stretta sulla forza lavoro straniera. Storicamente bacino elettorale della sinistra, i colletti blu avevano iniziato a guardare con interesse al populismo trumpiano, convinti nella ripresa. Ma tra agosto e settembre 2025 sono andati in fumo ben 18 mila posti di lavoro. Da aprile, quando il presidente ha annunciato il suo Liberation Day, nel manifatturiero sono saltati quasi 60 mila posti.

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Donald Trump durante il Liberation Day (Getty Images).

La stretta sugli immigrati si è rivelata un boomerang

Pure le retate dell’Ice non hanno aiutato. Daniel Altman, economista ed esperto del mercato del lavoro, ha spiegato a Cbs News che colpire l’immigrazione significa colpire la stessa manifattura: «È sempre stata una fonte importante di manodopera. Se si riduce la disponibilità di lavoratori non si fa altro che incentivare l’automazione e altre forme di produzione ad alta intensità di capitale». Detto in altri termini, significa che si distruggono posti di lavoro. E infatti il manifatturiero ha i tassi di posti vacanti e di assunzioni più bassi di tutti gli altri settori.

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Scritte contro l’ICE sui muri di Chicago (Ansa).

Piccole imprese nel mirino

I mal di pancia si registrano anche tra i piccoli imprenditori. Come ha scritto il premio Nobel Paul Krugman, sotto la presidenza Trump sta aumentando il numero di coloro che dichiarano bancarotta. «Le tariffe elevate sono un duro colpo per le aziende che dipendono dai prodotti importati», ha scritto l’economista, «e gli arresti di massa hanno causato disagi alle imprese, in particolare nel mondo dei contractor del settore edile». Solitamente il mondo della microimpresa è conservatore, ma il nuovo regno trumpiano pare basarsi più su un’“economia clientelare” che sul libero mercato in stile reaganiano. Krugman spiega ancora che le grandi aziende oltre ad avere importanti capitali godono della giusta influenza che le aiuta a ottenere deroghe in materia di importazioni. Le decisioni di Trump e dei repubblicani avranno anche un altro impatto. A gennaio i costi della sanità torneranno a crescere colpendo fette importanti degli elettori trumpiani. Scrive ancora Krugman: «Quasi la metà degli adulti che ricevono l’assicurazione sanitaria tramite piattaforme governative sono proprietari o dipendenti di piccole imprese, per cui la scadenza dei sussidi impatterà enormemente sulla loro vita». È il caso di afroamericani e latinos. I due blocchi storicamente vicini alla sinistra, nel 2024 hanno iniziato a spostare le loro preferenze verso la destra. Eppure finiranno per subire le scelte di Trump. Gli afroamericani soffrono di più la disoccupazione nel settore manifatturiero e questo significa che in 170 mila potrebbero perdere l’assicurazione sanitaria. Gli ispanici sono finiti al centro della stretta sull’immigrazione. 

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Supporter di Trump (Ansa).

Le mani sull’Intelligenza artificiale

Uscendo dal comparto economico, altre scelte dell’amministrazione hanno colpito il mondo della destra, come dimostra la corsa all’Intelligenza artificiale. A inizio dicembre Trump ha firmato un ordine esecutivo per neutralizzare le leggi che i vari Stati stanno votando per limitare e regolamentare l’Ia. Il paradosso è che un presidente repubblicano accentri a livello federale una prerogativa che normalmente il Gop ha sempre lasciato nelle mani dei singoli Stati. Una beffa soprattutto per i governatori repubblicani che vivono con ansia l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro. 

La guerra anti-woke penalizza i giovani maschi bianchi

Anche le guerre culturali stanno facendo vittime collaterali. Appena insediato, The Donald aveva attaccato la diffusione della cultura woke nelle istituzioni, in particolare nelle università, ingaggiando un corpo a corpo con alcuni atenei per le politiche DEI (diversità, equità e inclusione). L’attacco alle politiche inclusive nei processi di ammissione in favore di una sorta di meritocrazia generalizzata, oltre a colpire alcune minoranze, rischia di danneggiare un segmento che nel tempo si è spostato a destra: i giovani maschi bianchi. La fine dei programmi DEI toglierebbe il genere dai criteri di ammissione e così in molti atenei potrebbe configurarsi il paradosso per cui vengono ammesse più ragazze (perché con punteggi migliori nelle scuole) rispetto ai ragazzi, che finora hanno goduto di posti bloccati proprio in virtù dei criteri di genere. Uno schiaffo a un movimento che si era accodato a podcaster e influencer per difendere il maschio bianco bistrattato.

Le Nazioni Unite condannano l’attacco americano in Venezuela

Dalla riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite arriva una condanna aperta all’operazione militare condotta dagli Stati Uniti in Venezuela, che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro. Durante la sessione, numerosi Stati membri hanno definito le azioni della Casa Bianca un «crimine di aggressione» ai danni di uno Stato sovrano, contestandone la legittimità sul piano del diritto internazionale. Brasile, Cina, Colombia, Cuba, Francia, Eritrea, Messico, Russia, Sudafrica e Spagna sono tra i Paesi che hanno condannato Washington. Durante il vertice sono state criticate anche le minacce di Donald Trump riguardo alla possibilità di usare la forza sulla Groenlandia e altri Paesi centro-sudamericani, tra cui Messico, Cuba e Colombia, accusati di narcotraffico.

Guterres: «Il rischio è di creare un precedente su come vengono condotte le relazioni tra Stati»

Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha espresso preoccupazione per le possibili conseguenze politiche e sulla sicurezza in Venezuela e in America Latina. «Sono profondamente preoccupato per la possibile intensificazione dell’instabilità nel Paese, per il potenziale impatto sulla regione e per il precedente che potrebbe creare su come vengono condotte le relazioni tra Stati», ha dichiarato. L’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani ha espresso una valutazione ancora più critica. Un portavoce di Volker Türk ha affermato che è «chiaro» come l’operazione statunitense abbia «minato un principio fondamentale del diritto internazionale», ossia il divieto per gli Stati di «minacciare o usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato». L’Onu ha riconosciuto il grave deterioramento dei diritti umani in Venezuela, ma ha chiarito che «la responsabilità per tali violazioni non può essere raggiunta attraverso un intervento militare unilaterale».

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Le Nazioni Unite condannano l’attacco americano in Venezuela
Antonio Guterres (Ansa).

Cosa dice il diritto internazionale sull’uso della forza nelle relazioni tra Stati

Gli Stati Uniti hanno difeso la loro condotta attraverso l’ambasciatore all’Onu Mike Waltz, che sostiene che Washington abbia agito nell’ambito di una legittima operazione di «applicazione della legge», contro un leader definito «illegittimo». Ma l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite del 1945 vieta agli Stati di usare o minacciare l’uso della forza nelle relazioni internazionali. La stessa Carta ammette solo due eccezioni esplicite, da interpretare in modo restrittivo: la legittima difesa, individuale o collettiva, in risposta a un attacco armato; le azioni militari autorizzate dal Consiglio di sicurezza per mantenere o ristabilire la pace. Il diritto internazionale non riconosce altre deroghe automatiche e decise unilateralmente da uno Stato.

Nel locale di Crans-Montana non si facevano controlli dal 2020

Nel bar La Constellation di Crans-Montana, devastato dall’incendio costato la vita ad almeno 40 persone, non si facevano controlli dal 2020. Lo ha confermato il Consiglio comunale della località sciistica, che ha ammesso la mancanza di verifiche negli ultimi anni. La notizia è stata riportata da Rsi. Secondo quanto comunicato dal Comune, la normativa prevede controlli annuali sui 128 esercizi pubblici presenti nel territorio, ma nel 2025 ne sono stati effettuati soltanto 40. In risposta al rogo, il Municipio ha annunciato misure immediate: il divieto totale di dispositivi pirotecnici nei locali chiusi e l’incarico a un ufficio esterno per ispezionare tutti gli esercizi pubblici del territorio comunale. È stata inoltre revocata ai gestori la licenza per un secondo locale e bloccata una richiesta di ampliamento che prevedeva la soppressione di un’uscita laterale. 

«Attenzione alla schiuma»: l’avvertimento in un video di sei anni fa

A rafforzare i dubbi sulla sicurezza del locale è anche un video risalente al Capodanno 2019-2020, diffuso da Rts. Le immagini mostrano l’accensione di candele scintillanti sotto pannelli fonoassorbenti al soffitto e la voce di un dipendente che avverte: «Attenzione alla schiuma». L’autrice del filmato, una ex cliente, ha spiegato a Rts che il soffitto era molto vicino e che il cameriere sembrava consapevole del rischio. Il gestore del bar, contattato dall’emittente, non ha risposto.

La tuta Nike indossata da Maduro super richiesta sul web

Al momento della cattura, Nicolas Maduro indossava una tuta grigia con inserti neri diventata virale. È questo il risvolto collaterale, forse inaspettato, avuto dopo l’arresto dell’ex presidente del Venezuela. Nella prima foto pubblicata da Donald Trump, in cui è ritratto a bordo della USS Iwo Jima, Maduro veste una tuta Nike che, subito dopo, è stata richiestissima online. In molti store virtuali del colosso della moda sportiva, quello italiano compreso, felpa e pantaloni sono stati talmente tanto venduti da non risultare più disponibili in alcune taglie. Un risultato che ha fatto felice l’azienda e che fa il paio con i dati di Google Trends. Come riportato da Corriere della Sera, infatti, il motore di ricerca ha registrato picchi anomali di ricerche su Maduro e sulla tuta. Tra le query associate più cliccate ci sono state «nike maduro», «nicolas maduro», «nicolas maduro nike tech», «venezuela president nike tech» e «venezuela president».

Ma non è l’unico caso. In un’altra foto, quella all’interno degli uffici della Dea, Maduro veste una felpa ideata e venduta dalla Origin. Si tratta di un’azienda più piccola rispetto alla Nike, con sede nel Maine. Anche il sito di Origin è stato preso d’assalto e l’indumento è andato presto sold out. Scorte esaurite e tweet di finte scuse da parte della società, che su X ha scritto, riferendosi all’ex presidente venezuelano: «Benvenuto in America. Purtroppo, la nostra maglia RTX “Patriot Blue” non sarà disponibile fino alla primavera. Ma è possibile preordinarla!»

Circa 500 turisti italiani bloccati a Sharm el-Sheikh

Un guasto ai sistemi di controllo del traffico aereo in Grecia ha causato diversi disagi ad alcune compagnie europee. Il traffico nei cieli europei è stato ristretto e i sistemi di tracciamento non gestiti direttamente dalle società sono stati bloccati. Uno degli effetti principali è stata la cancellazione di diversi voli. Tra questi, tre della compagnia EasyJet avrebbero decollare da Sharm el-Sheikh, in Egitto, e riportare a Milano circa 500 turisti. A raccontarlo è La Stampa che ha intervistato una ragazza bloccata in aeroporto: «Ci sentiamo abbandonati. La prima data di ripartenza assicurata è il 13 gennaio».

La testimonianza: «Situazione grave a Sharm»

E ancora: «Siamo in contatto con il consolato italiano ma la situazione è grave: ci sono famiglie con bambini piccoli e persone a cui sta scadendo il visto». Secondo il quotidiano, molti dei passeggeri non sono riusciti a entrare in contatto telefonico con la compagnia dopo le prime telefonate. La società ha «pagato una sola notte e dall’hotel ci stavano invitando a fare il check-out. Senza sapere dove andare non mi muovo e pagare una notte qui costa circa 220 euro a testa». C’è chi rischia di perdere il lavoro se non rientra in tempo e in molti cercano soluzioni alternative, senza trovarne.

Maduro in aula con l’avvocato di Assange: «Non sono colpevole»

L’ex leader venezuelano Nicolas Maduro ha scelto Barry Pollack come suo legale. Si tratta dell’avvocato penalista famoso per aver rappresentato e difeso Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Sarà lui a difendere l’ex presidente del Venezuela dalle accuse di narcotraffico durante l’udienza al Distretto meridionale di New York. Assange è tornato libero nel giugno 2024 dopo aver raggiunto un accordo legale con il governo americano. Si è dichiarato colpevole davanti alla giustizia americana nel tribunale di Saipan, sulle Isole Marianne Settentrionali, territorio Usa nell’Oceano Pacifico. L’ammissione del 52enne fondatore di Wikileaks faceva parte del procedimento del patteggiamento concesso dal presidente americano Joe Biden, che gli ha permesso di partire per la sua Australia da uomo libero. Assange è stato condannato a cinque anni e due mesi, tempo che aveva già trascorso nel carcere di massima sicurezza vicino Londra.

Maduro si dichiara «non colpevole»

Maduro si è presentato davanti al giudice Alvin Hellerstein alla Daniel Patrick Moynihan courthouse, il tribunale federale di Manhattan, per la prima udienza. Quando gli è stato chiesto di confermare la propria identità, si è definito in spagnolo il «presidente della Repubblica del Venezuela». Ha aggiunto anche di essere stato «rapito. Catturato nella mia casa a Caracas». Secondo i media americani, infine, si è definito «innocente, non sono colpevole». In aula anche la moglie Cilia Flores. Maduro, aiutato dalle cuffie per la traduzione simultanea, ha preso appunto durante tutta l’udienza.

Perché Trump vuole la Groenlandia

Dopo l’operazione l’Absolute Resolve condotta il 3 gennaio in Venezuela, Donald Trump è tornato a minacciare la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca di cui gli Stati Uniti «hanno assolutamente bisogno» per motivi di «sicurezza nazionale». Con il dichiarato obiettivo di annettere il territorio artico, il 22 dicembre il presidente americano ha annunciato sul suo social Truth di aver nominato un inviato speciale per la Casa Bianca: Jeff Landry, dal 2024 governatore repubblicano della Louisiana. Ecco perché Trump vuole la Groenlandia.

Trump insiste sulla sicurezza, citando Cina e Russia

Perché Trump vuole la Groenlandia
Donald Trump (Ansa).

Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha detto che la Groenlandia «in questo momento ha navi russe e cinesi dappertutto». Il tycoon ha insomma citato il doppio spauracchio. Ma gli Usa hanno un accordo di difesa con la Danimarca dal 1951 e da allora sulla costa nord-occidentale della Groenlandia sorge la Pituffik Space Base (dove è stato in visita JD Vance con la moglie Usha), che gestita dalla United States Air Force si occupa di rilevamento missilistico e sorveglianza spaziale. Secondo gli esperti, Washington ha già l’appoggio di sicurezza di cui ha bisogno in Groenlandia.

L’isola fa gola a Trump anche per la posizione strategica

Perché Trump vuole la Groenlandia
Protesta contro gli Stati Uniti all’esterno del consolato Usa a Nuuk (Ansa).

Non ci sono solo questioni di sicurezza dietro alle mire di Trump. La Groenlandia si trova in una posizione strategica, in mezzo a importanti rotte di navigazione. E con l’avanzare del riscaldamento globale, probabilmente, se ne apriranno altre ancora attraverso l’Artico, rendendo l’isola più grande del pianeta sempre più cruciale.

La Groenlandia inoltre è ricca di materie prime

Dalle terre rare all’uranio, fino al ferro e allo zinco. Senza dimenticare petrolio e gas. La Groenlandia ha un ricco sottosuolo e, nel corso degli anni, ha concesso oltre 50 permessi per esplorazione mineraria ad aziende provenienti dalla Cina. Pechino ha provato anche a costruire infrastrutture mancanti come aeroporti e porti, ricevendo il rifiuto da parte di Copenaghen. Ma dalle parti di Washington temono che la proiezione cinese possa assumere connotati sempre più strategici.

Non solo Maduro, gli altri interventi Usa in Sudamerica per deporre leader e governi

La cattura di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti non rappresenta un’eccezione nella storia della politica estera americana. Al contrario, si inserisce in una lunga serie di interventi con cui Washington ha cercato di rimuovere leader e governi considerati ostili nel continente americano, attraverso operazioni militari dirette o azioni di intelligence. Una prassi che affonda le sue radici nella Dottrina Monroe ma che, sul piano del diritto internazionale, solleva da decenni forti contestazioni: il ricorso alla forza e alla giurisdizione statunitense contro capi di Stato stranieri entra infatti in tensione con i principi di sovranità e di non ingerenza. Nonostante ciò, gli Stati Uniti hanno continuato a ricorrere a questo strumento come leva politica e strategica in America Latina.

Il parallelismo tra il caso di Maduro e quello di Noriega

Non solo Maduro, gli altri interventi Usa in Sudamerica per deporre leader e governi
Manuel Noriega (Wikipedia).

Il parallelismo più immediato è quello con Manuel Noriega, ex dittatore di Panama. Dopo anni di collaborazione con Washington, Noriega fu accusato di narcotraffico, la stessa accusa utilizzata per l’arresto di Maduro, che verrà processato a livello federale negli Stati Uniti. Nel dicembre 1989 il presidente George H. W. Bush ordinò l’invasione del paese con l’operazione “Just Cause”. Noriega si rifugiò nell’ambasciata della Santa Sede, ma il 3 gennaio 1990 si arrese e fu trasferito negli Stati Uniti, dove venne processato e condannato. La coincidenza della data rafforza il confronto simbolico con la cattura di Maduro, avvenuta 35 anni dopo.

Interventi militari diretti nel continente

Nel 1965 gli Stati Uniti intervennero nella Repubblica Dominicana, inviando oltre 20 mila soldati durante una guerra civile, con l’obiettivo di impedire che il conflitto portasse al potere un governo di sinistra. Un’operazione analoga avvenne nel 1983 a Grenada, quando l’amministrazione Ronald Reagan ordinò l’invasione dell’isola per rovesciare un governo comunista insediatosi dopo un colpo di Stato. In entrambi i casi, l’intervento militare portò all’installazione di governi filostatunitensi.

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I colpi di Stato sostenuti da Washington in America Latina

Accanto agli interventi armati, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a operazioni di intelligence. Il fallito sbarco alla Baia dei Porci nel 1961, organizzato dalla ClA contro Fidel Castro, resta uno degli episodi più noti. Centrale è anche il ruolo di Washington nel colpo di Stato in Cile dell’11 settembre 1973, che portò alla caduta del governo socialista di Salvador Allende e all’ascesa della dittatura di Augusto Pinochet, sostenuta dagli Stati Uniti anche attraverso il coordinamento dell’operazione

Maduro a processo: accuse, imputati e nodo immunità

Gli Stati Uniti puntano ancora una volta sulla giurisdizione federale per processare un leader non riconosciuto come legittimo. L’apertura del procedimento penale a New York contro Nicolás Maduro non è infatti una novità nella prassi di Washington contro leader stranieri, ma rimane un modus operandi illegale sul piano del diritto internazionale. La procura federale del Southern District of New York contesta al presidente venezuelano reati di narco-terrorismo, traffico internazionale di cocaina e uso di armi da guerra, processandolo come un privato cittadino e non come un capo di Stato straniero. Secondo l’atto d’accusa, Maduro avrebbe guidato per anni una rete che avrebbe facilitato l’invio di tonnellate di cocaina verso gli Stati Uniti, collaborando con gruppi armati e criminali attivi in America Latina. Nel fascicolo compaiono anche altri nomi di primo piano del potere venezuelano: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, l’ex ministro Ramón Rodríguez Chacín, la moglie di Maduro Cilia Flores, il figlio Nicolás Maduro Guerra e il presunto capo del gruppo Tren de Aragua, Héctor Guerrero Flores.

Il nodo dell’immunità a Maduro

Maduro a processo: accuse, imputati e nodo immunità
Nicolas Maduro (Ansa).

Il punto più delicato non riguarda però le accuse, bensì la possibilità stessa di processare un capo di Stato. Il diritto internazionale riconosce ai presidenti in carica un’immunità personale assoluta davanti ai tribunali stranieri. Gli Stati Uniti aggirano l’ostacolo con una scelta politica precisa: non riconoscere Maduro come presidente legittimo dopo le elezioni venezuelane del 2024, vinte dal leader dell’opposizione Edmundo González Urrutia. Per Washington, il mandato di Maduro sarebbe terminato il 10 gennaio 2025. Questa linea, illustrata dal segretario di Stato Marco Rubio, per gli Stati Uniti trasforma una questione di sovranità in una causa penale interna: Maduro viene trattato come un privato cittadino, non come un capo di Stato.

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Diritto internazionale contro diritto federale

Per gran parte della comunità internazionale, la cattura e il processo di Maduro violano i principi di sovranità e il divieto dell’uso della forza sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Le corti federali statunitensi, invece, applicano una giurisprudenza che consente di processare un imputato indipendentemente dal modo in cui è stato portato davanti al giudice. Se questa impostazione reggerà, il caso Maduro rischia di consolidare un modello di extraterritorialità americana che mette concretamente in discussione gli equilibri del diritto internazionale.

Si è dimesso Vasyl Malyuk, capo del Servizio di sicurezza dell’Ucraina

Si è dimesso Vasyl Malyuk, che da luglio del 2022 era a capo dei Servizi di Sicurezza dell’Ucraina. «Rimarrò all’interno del sistema Sbu per implementare operazioni speciali asimmetriche di livello mondiale, che continueranno a infliggere il massimo danno al nemico», ha spiegato Malyuk sul canale Telegram della SBU. Secondo i media ucraini, il presidente Volodymyr Zelensky aveva offerto a Malyuk un trasferimento a un altro incarico (come il Servizio di intelligence estero o il Consiglio per la sicurezza nazionale), proposta che è stata però rifiutata.

Si è dimesso Vasyl Malyuk, capo del Servizio di sicurezza dell’Ucraina
Volodymyr Zelensky e Vasyl Malyuk (Ansa).

Incidente nella casa di JD Vance a Cincinnati: un fermo

Una persona è stata fermata all’alba di lunedì davanti all’abitazione di Cincinnati, in Ohio, del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, dopo che la polizia ha riscontrato finestre con vetri infranti e altri segni di danneggiamento. Lo riporta l’emittente locale Wcpo. Il fermo è avvenuto durante un intervento scattato nelle primissime ore del mattino, quando la polizia di Cincinnati è intervenuta insieme al Secret Service, l’agenzia federale incaricata della protezione delle più alte cariche dello Stato. Non si conoscono ancora i dettagli sull’identità del soggetto, sulla dinamica dell’episodio né sulle eventuali accuse. Secondo le prime informazioni, il vicepresidente e la sua famiglia non si trovavano in casa.

Yemen, cancellati tutti i voli da Socotra: bloccati anche turisti italiani

L’escalation delle tensioni regionali tra Yemen, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita ha portato alla cancellazione di tutti i voli in partenza dall’isola di Socotra, data la chiusura dello spazio aereo. Risultano al momento bloccati sull’isola – considerata una delle più belle al mondo – circa 650 turisti, tra cui un centinaio di italiani. La situazione a Socotra è comunque tranquilla. Quanto accaduto rappresenta un déjà-vu: a maggio del 2024 erano rimasti a terra 15 italiani.

Colombia, Petro risponde a Trump: «Accuse infondate»

Il presidente colombiano Gustavo Petro ha replicato alle dichiarazioni di Donald Trump, che lo aveva invitato a «guardarsi le spalle» dopo l’operazione militare condotta a Caracas e culminata con la cattura di Nicolás Maduro. Petro, tra i primi leader dell’area a intervenire pubblicamente dopo l’azione in Venezuela, ha affidato la sua risposta a un messaggio pubblicato su X, nel quale ha respinto le accuse rivoltegli: «Sostiene io sia un narcotrafficante e che possegga fabbriche di cocaina», ha scritto il capo dello Stato colombiano, precisando di «non essere mai stato citato in alcuna indagine giudiziaria legata al traffico di droga».

Petro: «I conflitti interni tra i popoli vengono risolti dai popoli stessi»

Il presidente ha poi ribadito la posizione del suo governo, affermando che «respinge l’aggressione alla sovranità del Venezuela e dell’America Latina» e sollecitando una soluzione basata sul confronto pacifico. «I conflitti interni tra i popoli vengono risolti dai popoli stessi in pace», ha aggiunto. In un ulteriore intervento sui social, Petro ha invitato alla mobilitazione popolare: «Tutto il popolo venezuelano, colombiano e latinoamericano deve scendere in piazza. La sovranità nazionale è sovranità popolare». Il presidente ha inoltre spiegato di voler chiarire il senso delle parole del leader americano, dichiarando di voler «verificato se le parole di Trump in inglese si traducono come dice la stampa nazionale» e annunciando che «risponderà loro una volta capito cosa significa realmente la minaccia illegittima di Trump».

Francia, cyberbullismo contro Brigitte Macron: condannati i 10 imputati

I dieci cittadini francesi finiti a processo per aver diffuso online la teoria secondo cui Brigitte Macron sarebbe un uomo, e dunque accusati di cyberbullismo a sfondo sessista, sono stati tutti ritenuti colpevoli: il tribunale di Parigi ha inflitto agli imputati condanne fino a otto mesi di carcere, con sospensione condizionale della pena. Tra gli elementi contestati anche i post che accusavano la premiere dame di pedofilia, vista la differenza di 24 anni di età con il marito Emmanuel.

La guerra via social di Trump: perché il Venezuela è un punto di non ritorno

Nella notte tra il 3 e il 4 gennaio, il mondo ha scoperto che le guerre non si dichiarano più dai podi istituzionali, ma dai feed social. Con un post secco il presidente degli Stati Uniti ha annunciato l’operazione militare contro il Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie. Nessun preambolo, nessuna diplomazia: un messaggio diretto, virale, che ha imposto il frame narrativo prima ancora che i media potessero metabolizzarlo. Messaggio che, poche ore dopo, Donald Trump ha ribadito in conferenza stampa, trasformando il linguaggio dei social in architrave politico.

La guerra via social di Trump: perché il Venezuela è un punto di non ritorno
Il post di Donald Trump su Truth.

I conflitti ora sono anche semantici

L’annuncio “social‑first” ha dettato tempi e semantica del dibattito globale. Chi parla per primo, con parole forti, conquista il titolo e condiziona l’agenda. È la nuova regola della comunicazione di crisi: la legittimazione si gioca in minuti, non in giorni. Account governativi, media e piattaforme hanno moltiplicato immagini e dettagli: esplosioni a Caracas, jet a bassa quota, video dell’arresto di Maduro in un facility del dipartimento Antidroga a New York. In parallelo, le contro‑narrazioni di Caracas e degli alleati hanno invaso X e Telegram, parlando di «aggressione imperialista» e chiedendo prove che Maduro fosse vivo. Il conflitto non è solo militare: è semantico. 

Le regole della comunicazione usate da Trump

Tra clip autentiche e foto ufficiali, è circolato anche un deepfake dell’arresto di Maduro, smentito da watermark SynthID, un tool che identifica i contenuti creati con l’IA.

Un caso da manuale: quando la velocità batte la verifica, la reputazione diventa vulnerabile. Washington ha incardinato l’operazione in un percorso giudiziario, con capi d’accusa per narco‑terrorismo e traffico di cocaina. Una strategia per spostare il racconto dall’uso della forza alla narrativa della legalità. Ma il contenzioso internazionale resta aperto. Dalla gestione mediatica trumpiana si possono estrapolare quattro regole della comunicazione in tempo di crisi: 1. Avere un Playbook digitale pronto, ovvero una sorta di copione con messaggi chiave e asset visivi per ogni piattaforma; 2. Contare su un fact-checking integrato, perché la verifica è reputazione; 3. Gestione del simbolico: le immagini e il lessico usati sono armi narrative; 4. Costruire una cornice giuridica blindata, visto che la legalità è il primo scudo reputazionale.

I social non sono più periferia della notizia

Il caso Venezuela segna un punto di non ritorno: conferma, una volta di più, che i social non sono più periferia della notizia, ma il luogo in cui la notizia nasce, si contesta e si consolida. Per chi comunica in tempi di crisi, la sfida è chiara: velocità, coerenza e prova visiva. Perché oggi la guerra delle percezioni si combatte a colpi di post

Venezuela, Trump avrebbe voltato le spalle a Machado perché ha accettato il Nobel per la Pace

Donald Trump ha colto di sorpresa l’opposizione venezuelana liquidando pubblicamente la possibilità che María Corina Machado possa guidare il Paese dopo la cattura di Nicolás Maduro. Interpellato sul ruolo futuro della leader antichavista, Trump ha detto che «sarebbe molto difficile» vederla come presidente del Venezuela, sostenendo che non abbia «supporto né rispetto nel Paese». Una motivazione poco chiara non solo perché Machado è la figura centrale dell’opposizione venezuelana, ma anche perché la stessa amministrazione Trump ha riconosciuto la vittoria alle presidenziali del 2024 di Edmundo González Urrutia, il candidato che la leader ha sostenuto dopo essere stata esclusa da un’interdizione imposta dal regime chavista.

Venezuela, Trump avrebbe voltato le spalle a Machado perché ha accettato il Nobel per la Pace
Maria Corina Machado (Ansa).

Ma come spesso capita con Trump, dietro il suo voltafaccia ci sarebbe una motivazione personale. Il presidente sarebbe rimasto infastidito dalla scelta della leader di accettare il premio Nobel per la Pace, un riconoscimento che Trump considera suo. Persone vicine alla Casa Bianca, citate dal Washington Post, hanno descritto quella scelta come un «peccato imperdonabile» agli occhi di Trump, nonostante Machado gli abbia successivamente dedicato il premio. «Se l’avesse rifiutato e avesse detto: ‘Non posso accettarlo perché è di Donald Trump’, oggi sarebbe la presidente del Venezuela», ha detto una fonte al quotidiano.

Il piano degli Stati Uniti per il Venezuela è poco chiaro

Dopo la cattura di Maduro, le forze armate venezuelane hanno riconosciuto Delcy Rodríguez, già vicepresidente, come presidente ad interim. Rodríguez ha definito l’operazione statunitense un «rapimento», parlando di aggressione imperialista, ma per Washington il suo futuro politico dipenderà dalla disponibilità ad accettare le richieste americane. L’amministrazione Trump sostiene di non voler avviare un’occupazione militare prolungata, ma di «dirigere la traiettoria» del Paese, il tutto mentre gli esperti di diritto internazionale giudicano come illegali le manovre della Casa Bianca, avvenute, per altro, senza l’approvazione del Congresso americano né del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato che la pressione passerà soprattutto dal controllo del settore petrolifero e dalle sanzioni, con l’obiettivo dichiarato di fermare narcotraffico, migrazioni e la presenza di Cina, Russia e Iran. Nel frattempo, navi e aerei statunitensi restano schierati nei Caraibi come forma di deterrenza, mentre l’opposizione, nonostante la vittoria elettorale riconosciuta dagli stessi Stati Uniti, resta ai margini della gestione del dopo-Maduro.

Delcy Rodriguez, chi è la vice di Maduro presidente ad interim del Venezuela

Dopo la cattura di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores da parte degli Usa, Delcy Rodriguez è la nuova presidente ad interim del Venezuela. Lo ha stabilito la Corte Suprema di Caracas, in base a quanto prevede la Costituzione, in particolare con gli articoli 233 e 234. Già vicepresidente esecutiva e ministro delle Finanze e del Petrolio, la 56enne è stata per circa due decenni una figura di spicco e riferimento del chavismo, il movimento fondato dal presidente Hugo Chávez e guidato da Maduro dopo la morte del suo predecessore nel 2013. «Consideriamo prioritario procedere verso una relazione internazionale equilibrata e rispettosa tra Usa e Venezuela e tra il Venezuela e i Paesi della regione, basato sull’eguaglianza sovrana e la non ingerenza», ha postato sui social, invitando Washington a «lavorare su un’agenda di cooperazione, orientata allo sviluppo condiviso».

Chi è Delcy Rodriguez, la «tigre» di Maduro alla guida del Venezuela

Delcy Rodriguez, chi è la vice di Maduro presidente ad interim del Venezuela
Delcy Rodriguez con il fratello Jorge (Ansa).

Originaria di Caracas, Delcy Rodriguez si è laureata in Giurisprudenza presso l’Universidad Central del Venezuela. Il suo ingresso in politica, invece, è strettamente legato alla tragica morte del padre Jorge Antonio Rodriguez, militante della sinistra rivoluzionaria e fondatore della Lega Socialista scomparso nel 1976 per le lesioni riportate a seguito delle torture dell’ex polizia politica di Caracas per il suo coinvolgimento nel rapimento dell’imprenditore americano William Niehous. Terminati gli studi in patria, ha viaggiato tra Parigi e Londra per poi rientrare nella capitale e mettersi al servizio della Rivoluzione Bolivariana, in un primo momento come diplomatica e in seguito come ministra sotto le presidenze di Chavez e di Maduro.

Classe 1969, assieme al fratello oggi presidente dell’Assemblea Nazionale, ha ricoperto infatti diversi incarichi di potere. Tra il 2013 e il 2014 è stata ministra della Comunicazione e dell’Informazione, prima di ricoprire per tre anni fino al 2017 l’incarico di ministra degli Esteri. Difendendo il leader Maduro dalle critiche internazionali tra cui la violazione dei diritti umani all’interno del Paese. A capo degli esteri, ha rappresentato il Venezuela alle Nazioni Unite, dove in diverse occasioni ha accusato altri governi internazionali di voler indebolire Caracas. Divenuta presidente dell’Assemblea nazionale costituente nel 2017, dall’anno successivo ha ricevuto la vicepresidenza, con Maduro che l’ha salutata come «una giovane donna, coraggiosa ed esperta figlia di un martire» nonché «una tigre» per la strenua difesa del governo.

L’ultimo incarico come ministra del Petrolio

Delcy Rodriguez, chi è la vice di Maduro presidente ad interim del Venezuela
Delcy Rodriguez accanto a Nicolas Maduro (Ansa).

Oltre a conservare la carica di vicepresidente anche nel terzo mandato di Nicolas Mauro iniziato il 10 gennaio 2025, ad agosto era stata nominata anche ministra del Petrolio. Una figura di importanza primaria per il Venezuela, ricco di oro nero ma oggetto di forti sanzioni internazionali, con l’incarico di gestire le crescenti restrizioni statunitensi. Proprio quest’ultimo incarico l’avrebbe messa in una posizione privilegiata per i negoziati con Washington. Non è scontato, infine, che Delcy Rodríguez rimanga a lungo presidente: in teoria, entro tre mesi dovrebbero essere convocate nuove elezioni.

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Venezuela, Xi Jinping: «Atti che minano l’ordine internazionale»

Il presidente cinese Xi Jinping è intervenuto dopo l’attacco Usa in Venezuela e l’arresto del presidente Nicolas Maduro. Le parole di Xi sono state pronunciate a Pechino nel corso di un incontro con il primo ministro irlandese Micheál Martin, in visita ufficiale in Cina fino all’8 gennaio, come riportato dal South China Morning Post. Nel suo intervento, il leader cinese ha affermato che «Il mondo oggi sta attraversando cambiamenti e turbolenze mai visti da un secolo, con atti unilaterali di egemonia che minano gravemente l’ordine internazionale», sottolineando che tutti «devono rispettare i percorsi di sviluppo scelti indipendentemente dai popoli degli altri Paesi e attenersi al diritto internazionale, nonché agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite». Xi ha infine rimarcato che «Le grandi potenze devono dare il buon esempio».

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Il ministero degli Esteri di Pechino: «I nostri interessi in Venezuela protetti dalla legge»

Sul dossier venezuelano è intervenuto anche il ministero degli Esteri di Pechino, che ha assicurato come gli interessi cinesi nel Paese sudamericano «saranno protetti dalla legge», con riferimento alle consistenti esportazioni di petrolio verso la Cina, dopo il blitz statunitense. Nel briefing quotidiano, il portavoce Lin Jian ha ribadito l’opposizione di Pechino «all’uso della forza nelle relazioni internazionali», giudicando l’azione americana potenzialmente destabilizzante per la pace in America Latina. Lin ha inoltre espresso il sostegno della Cina alla riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dedicata alla crisi venezuelana e ha rinnovato la richiesta agli Stati Uniti di un «immediato rilascio» del presidente arrestato. Il portavoce ha ricordato che la Cina mantiene contatti e cooperazione con il governo di Caracas e ha assicurato che, indipendentemente dagli sviluppi internazionali, Pechino continuerà a coltivare buone relazioni con i Paesi dell’America Latina, precisando infine che non risultano segnalazioni di cittadini cinesi coinvolti nell’operazione militare statunitense.

È morta Eva Schloss-Geiringer, sorellastra di Anne Frank

È morta Eva Schloss-Geiringer, sopravvissuta ad Auschwitz e testimone degli orrori e della ferocia dei nazisti. Si è spenta a Londra all’età di 96 anni, come ha confermato la famiglia in una breve nota al Jewish News. Austriaca, durante la Seconda guerra mondiale fu amica di Anne Frank, con cui giocò da bambina prima della deportazione nei campi di concentramento e di cui divenne sorella acquisita. Sua madre Fritzi, infatti, aveva sposato Frank, padre di Anne, dopo che entrambi tornarono vivi dai Lager, unici superstiti tra i componenti delle rispettive famiglie. Tanti gli omaggi, tra cui quello della Royal Family che ha salutato una donna capace di promuovere «gentilezza, coraggio, comprensione e resilienza attraverso il suo instancabile lavoro».

Chi era Eva Schloss-Geiringer, amica e “sorella” di Anne Frank

Originaria di Vienna, dove nacque l’11 maggio 1929, si trasferì ad Amsterdam assieme alla famiglia per sfuggire alla persecuzione nazista dopo l’Anschluss. I Geiringer si stabilirono dunque in piazza Merwedeplein, trovando casa proprio di fronte a quella dei Frank. Fu così che le vite di Eva e Anne si incrociarono la prima volta: coetanee e dirimpettaie, le due divennero infatti rapidamente amiche tanto da trascorrere diverso tempo assieme dopo la scuola. A separarle, poco dopo, sarà proprio la ferocia nazista, che raggiunse anche l’Olanda. Per due anni, Eva cambiò casa sette volte assieme a sua madre, separate dal padre Erich e dal fratello Heinz. Anne, assieme a tutta la sua famiglia, invece rimase unita nell’alloggio segreto del retroscala in cui scriverà il suo celebre Diario.

È morta Eva Schloss-Geiringer, sorellastra di Anne Frank
Eva Schloss-Geiringer (Ansa).

La famiglia Geiringer venne tradita nel 1944 da un’infermiera olandese collaborazionista. Il giorno del suo 15esimo compleanno, Eva venne arrestata e brutalmente interrogata con i suoi genitori e il fratello, prima di essere costretta a salire sui treni diretti al campo di sterminio di Auschwitz. L’orrore dei Lager le avrebbe strappato il padre e Heinz, da cui fu separata non appena giunta a destinazione. Dopo la liberazione da parte dell’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945, le due donne tornarono in Olanda e ritrovarono Otto Frank, anche lui rimasto solo dopo aver perso la moglie Edith e le figlie Anne e Margot a Birkenau e Bergen-Belsen. Eva riprese la scuola e studiò Storia dell’arte all’università di Amsterdam mentre, nel novembre 1953, sua madre sposò Otto.

Il viaggio in Inghilterra e il matrimonio con Zvi Schloss

Spinta dai suoi studi, Eva Geiringer viaggiò in Inghilterra dove conobbe Zvi Schloss, ebreo tedesco il cui padre era stato prigioniero a Dachau, che pochi anni dopo divenne suo marito. Non parlò degli orrori vissuti nei campi di concentramento per 40 anni, fino alla morte di Otto Frank, di cui decise di proseguire l’operato nel preservare la memoria di Anne. Da allora ha viaggiato in tutto il mondo, portando la sua testimonianza in scuole, università e carceri e collaborando con la Fondazione Anne Frank Trust, di cui è stata cofondatrice nel 1990. La sua storia è stata raccontata nell’opera teatrale di James Still And Then They Came for Me – Remembering the World of Anne Frank.

È morta Eva Schloss-Geiringer, sorellastra di Anne Frank
Eva Schloss-Geiringer (Ansa).

Ucraina, raid russi su Kyiv: due morti

Due persone hanno perso la vita a Kyiv in seguito a un attacco notturno condotto dalle forze russe, come comunicato dalle autorità della capitale ucraina dopo l’allarme lanciato dall’esercito e dal sindaco sulla minaccia missilistica estesa a tutto il Paese. Nella stessa notte, secondo quanto riferito dall’Aeronautica militare ucraina, la Russia ha impiegato nove missili balistici e 165 droni, tra cui circa un centinaio di Shahed partiti da Millerovo, Kursk, Shatalovo e Orel. Le difese aeree di Kyiv delle altre regioni sono riuscite ad abbattere 137 velivoli senza pilota.  

Trump: «Non credo che Kyiv abbia colpito la residenza di Putin»

Dell’offensiva aerea sulla città ha parlato anche il sindaco della capitale Vitali Klitschko, che durante la notte ha avvertito la popolazione attraverso Telegram: «Le forze di difesa aerea stanno operando nella capitale. Rimanete nei rifugi antiaerei!». Intanto Donald Trump, rispondendo ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, ha espresso scetticismo sull’ipotesi che l’Ucraina abbia colpito la residenza del presidente russo Vladimir Putin, dichiarando: «Non credo che quell’attacco sia avvenuto». Trump ha aggiunto che «nessuno sapeva in quel momento» se le informazioni diffuse fossero attendibili, dopo che Mosca aveva attribuito a Kyiv la responsabilità dell’episodio.