Così il trumpismo si sta mangiando la sua base
Non c’erano dubbi che il secondo mandato di Donald Trump sarebbe stato più dirompente del primo. Nessuno però immaginava che la mano pesante dell’inquilino della Casa Bianca su economia, dazi e immigrazione avrebbe colpito pesantemente fasce di elettorato repubblicano, fondamentali per la sua rielezione. Persino la politica estera è diventata materia controversa. Il blitz in Venezuela, preceduto dai raid in Iran e Nigeria, apre un fronte con la base Maga. Molti influencer e podcaster di destra criticano l’attacco a Caracas. La sensazione che serpeggia tra gli America First più accaniti è quasi di tradimento, e di un ritorno agli anni di Bush e Obama. Sensazioni per ora, che però dimostrano come un pezzo del mondo repubblicano non sia in testa all’agenda di The Donald.
Nell’agricoltura si stimano perdite fino a 44 miliardi di dollari
L’anno che si è appena chiuso è stato uno dei più difficili per il mondo agricolo, tra i più fedeli alla causa repubblicana. Sui campi si è abbattuto un mix fatale tra calo dei prezzi delle materie prime come mais e soia, aumento dei costi delle forniture chiave per la produzione, smantellamento dell’agenzia di aiuti internazionali USAID (che assorbiva parte dell’export), stretta sui lavoratori stranieri e ovviamente guerra commerciale. Secondo una stima dell’Agricultural Risk Policy Center della North Dakota State University, nel 2025 la perdita complessiva dell’industria agricola si è attestata tra i 35 e i 44 miliardi di dollari.

Il pasticcio argentino danneggia produttori di soia e allevatori
Il braccio di ferro tariffario con la Cina, ha portato Pechino a chiudere i rubinetti delle importazioni. A subire il colpo più duro sono stati i produttori di soia. La Repubblica Popolare da sola assorbiva il 50 per cento della produzione, ma il blocco imposto dopo i dazi ha congelato tutto. Oggi tra Usa e Cina vige una sorta di tregua in attesa dell’incontro tra Trump e Xi Jinping, ma per ora le importazioni non sono riprese a ritmi adeguati. Allo stesso tempo i 12 miliardi di aiuti promessi al comparto dalla Casa Bianca sono considerati insufficienti. A questo si aggiungono anche i pasticci dell’amministrazione, come il prestito da 20 miliardi di dollari all’Argentina di Javier Milei. In molti, tra i campi di Midwest e Iowa, si sono chiesti che senso abbia avuto aiutare l’economia di un Paese che esporta proprio la soia. Fra l’altro i dollari spediti a Buenos Aires corrispondono più o meno alla cifra che ogni anno la Cina sborsa ai produttori americani. Un cortocircuito ben sintetizzato dalla segretaria all’Agricoltura Brooke Rollins in un messaggio al collega del Tesoro Scott Bessent: «Abbiamo salvato l’Argentina dal fallimento e loro in cambio hanno rimosso i dazi sulle esportazioni dei cereali riducendo il prezzo per la Cina nello stesso momento in cui dovremmo essere noi a vendere». Queste scelte colpiscono anche gli allevatori, con una rabbia crescente tra i rancher. La pietra della discordia è il via libera di Trump all’importazione di alcuni beni per calmierare i prezzi. A ottobre, più o meno negli stessi giorni in cui il presidente “salvava” l’economia del Paese sudamericano, l’amministrazione ha permesso agli argentini di riprendere a esportare carne negli Usa, una scelta che ha scatenato il panico tra le pianure di mezza America.

I colletti blu sono stati beffati dal populismo trumpiano
Nel 2025 anche la grande industria manifatturiera ha sentito gli effetti di Trump. I dazi hanno alimentato un clima di incertezza che ha ridotto gli investimenti. A questo si è unita anche una stretta sulla forza lavoro straniera. Storicamente bacino elettorale della sinistra, i colletti blu avevano iniziato a guardare con interesse al populismo trumpiano, convinti nella ripresa. Ma tra agosto e settembre 2025 sono andati in fumo ben 18 mila posti di lavoro. Da aprile, quando il presidente ha annunciato il suo Liberation Day, nel manifatturiero sono saltati quasi 60 mila posti.

La stretta sugli immigrati si è rivelata un boomerang
Pure le retate dell’Ice non hanno aiutato. Daniel Altman, economista ed esperto del mercato del lavoro, ha spiegato a Cbs News che colpire l’immigrazione significa colpire la stessa manifattura: «È sempre stata una fonte importante di manodopera. Se si riduce la disponibilità di lavoratori non si fa altro che incentivare l’automazione e altre forme di produzione ad alta intensità di capitale». Detto in altri termini, significa che si distruggono posti di lavoro. E infatti il manifatturiero ha i tassi di posti vacanti e di assunzioni più bassi di tutti gli altri settori.

Piccole imprese nel mirino
I mal di pancia si registrano anche tra i piccoli imprenditori. Come ha scritto il premio Nobel Paul Krugman, sotto la presidenza Trump sta aumentando il numero di coloro che dichiarano bancarotta. «Le tariffe elevate sono un duro colpo per le aziende che dipendono dai prodotti importati», ha scritto l’economista, «e gli arresti di massa hanno causato disagi alle imprese, in particolare nel mondo dei contractor del settore edile». Solitamente il mondo della microimpresa è conservatore, ma il nuovo regno trumpiano pare basarsi più su un’“economia clientelare” che sul libero mercato in stile reaganiano. Krugman spiega ancora che le grandi aziende oltre ad avere importanti capitali godono della giusta influenza che le aiuta a ottenere deroghe in materia di importazioni. Le decisioni di Trump e dei repubblicani avranno anche un altro impatto. A gennaio i costi della sanità torneranno a crescere colpendo fette importanti degli elettori trumpiani. Scrive ancora Krugman: «Quasi la metà degli adulti che ricevono l’assicurazione sanitaria tramite piattaforme governative sono proprietari o dipendenti di piccole imprese, per cui la scadenza dei sussidi impatterà enormemente sulla loro vita». È il caso di afroamericani e latinos. I due blocchi storicamente vicini alla sinistra, nel 2024 hanno iniziato a spostare le loro preferenze verso la destra. Eppure finiranno per subire le scelte di Trump. Gli afroamericani soffrono di più la disoccupazione nel settore manifatturiero e questo significa che in 170 mila potrebbero perdere l’assicurazione sanitaria. Gli ispanici sono finiti al centro della stretta sull’immigrazione.

Le mani sull’Intelligenza artificiale
Uscendo dal comparto economico, altre scelte dell’amministrazione hanno colpito il mondo della destra, come dimostra la corsa all’Intelligenza artificiale. A inizio dicembre Trump ha firmato un ordine esecutivo per neutralizzare le leggi che i vari Stati stanno votando per limitare e regolamentare l’Ia. Il paradosso è che un presidente repubblicano accentri a livello federale una prerogativa che normalmente il Gop ha sempre lasciato nelle mani dei singoli Stati. Una beffa soprattutto per i governatori repubblicani che vivono con ansia l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro.
La guerra anti-woke penalizza i giovani maschi bianchi
Anche le guerre culturali stanno facendo vittime collaterali. Appena insediato, The Donald aveva attaccato la diffusione della cultura woke nelle istituzioni, in particolare nelle università, ingaggiando un corpo a corpo con alcuni atenei per le politiche DEI (diversità, equità e inclusione). L’attacco alle politiche inclusive nei processi di ammissione in favore di una sorta di meritocrazia generalizzata, oltre a colpire alcune minoranze, rischia di danneggiare un segmento che nel tempo si è spostato a destra: i giovani maschi bianchi. La fine dei programmi DEI toglierebbe il genere dai criteri di ammissione e così in molti atenei potrebbe configurarsi il paradosso per cui vengono ammesse più ragazze (perché con punteggi migliori nelle scuole) rispetto ai ragazzi, che finora hanno goduto di posti bloccati proprio in virtù dei criteri di genere. Uno schiaffo a un movimento che si era accodato a podcaster e influencer per difendere il maschio bianco bistrattato.



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