Il consiglio di amministrazione di Bff Bank, piattaforma pan-europea presente in nove Paesi specializzata nella gestione e nell’acquisto pro soluto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione e i Sistemi sanitari nazionali, ha deliberato di cooptare Giuseppe Sica in qualità di consigliere, attribuendogli l’incarico di amministratore delegato. Ciò fa seguito alle dimissioni di Massimiliano Belingheri dal suo incarico di consigliere di amministrazione non esecutivo. Sica continuerà anche a mantenere l’incarico di direttore generale conferitogli a febbraio 2026. «Ringrazio il cda per la fiducia accordatami con questa nomina. Sono orgoglioso di potere lavorare con il nostro management team e guidare la banca nella sua prossima fase a beneficio di tutti gli stakeholders», ha commentato Sica.
Chi è Giuseppe Sica
Laureato in Fisica presso la Scuola normale superiore e specializzatosi presso la Luiss Business school, è entrato a far parte del Gruppo nel 2025 in qualità di cfo. In precedenza, ha ricoperto lo stesso ruolo presso Banca Mps, è stato presidente di Axa Mps e ha supportato Eurovita – in qualità di amministratore delegato – nella preparazione del proprio piano di risanamento, maturando così negli anni un’ampia esperienza nel settore finanziario. Dal 2002 al 2020 ha lavorato in Morgan Stanley fino a divenire – in qualità di managing director – responsabile del team investment banking per le istituzioni finanziare italiane. Durante questo periodo, ha lavorato con BFF sulla cessione da Apax a Centerbridge nel 2015, sull’acquisizione strategica in Polonia nel 2016, sulla quotazione della società presso la Borsa italiana nel 2017 e sulle prime emissioni pubbliche della banca.
Il Parlamento Ue ha confermato la nomina di Boris Vujcic, dal 2012 governatore della Banca nazionale croata e uno dei principali protagonisti del percorso che ha portato il suo Paese nell’eurozona, come nuovo vicepresidente della Banca centrale europea. Prende il posto dello spagnolo Luis De Guindos, che aveva lasciato l’incarico il 31 maggio 2025. Vujcic ricoprirà un mandato non rinnovabile di otto anni, che inizierà il primo giugno.
Boris Vujcic (Ansa).
La nomina definitiva spetta al Consiglio Europeo
Il voto, che ha confermato il parere favorevole già espresso dalla Commissione per i problemi economici e monetari dell’Europarlamento, si è svolto in sessione plenaria a Strasburgo: 460 gli eurodeputati a favore, 68 i contrari e 91 gli astenuti. Il passaggio parlamentare rappresenta una fase consultiva del processo di designazione: la nomina definitiva spetta infatti al Consiglio Europeo, che decide a maggioranza qualificata dopo aver consultato sia l’Eurocamera sia il Consiglio direttivo della Bce, che aveva già dato il via libera a fine febbraio, definendo il governatore della Hrvatska narodna banka «una figura di riconosciuta levatura ed esperienza professionale in materia di politica monetaria o bancaria».
La Federazione italiana tennis e padel ha i bilanci che grondano di ricavi (soprattutto grazie alla organizzazione degli Internazionali di Roma e delle Atp Finals a Torino) e quindi di surplus da investire qua e là, non essendo una società di lucro che accumula utili. Ma l’Italia, diciamo così, non era abituata a una federazione sportiva che, a questo punto, si muove quasi come un fondo di venture capital: nell’estate del 2025 il presidente Angelo Binaghi ha messo sul piatto una trentina di milioni di euro (6 all’anno) per assicurare a SuperTennis (la piattaforma audiovisiva della Federtennis) i diritti tivù esclusivi degli Us Open per cinque anni; sempre la Federtennis è coinvolta, con un investimento attorno ai 5 milioni di euro, nella cordata che porterà la Sae a rilevare il quotidiano La Stampa per una cifra complessiva attorno ai 45 milioni di euro; infine, la Federtennis, a fine febbraio, avrebbe comprato i diritti del torneo Atp di Bruxelles (che si giocava in ottobre) per 24 milioni di dollari, versando poi altri 2,5 milioni di dollari di diritti alla Atp, per trasferire il torneo in Italia, e in particolare a Milano, a giugno dal 2028.
Valore della produzione in crescita continua
Va riconosciuta al 65enne Binaghi, che presiede la Fitp dal 2001, la capacità di promuovere una rifondazione nella governance federale, nonché un processo di trasformazione in chiave aziendale della gestione, a partire dall’organizzazione degli Internazionali d’Italia a Roma. E questa visione ha portato la Federazione a raggiungere, nel 2025, un valore della produzione di 230 milioni di euro, in crescita del 10 per cento rispetto ai 209 milioni del 2024, e con stime per il 2026 che portano a superare i 250 milioni di euro. Una cavalcata pazzesca, se si considera che 20 anni fa la Federtennis aveva ricavi annui inferiori ai 50 milioni, e che solo nel 2021 erano di poco superiori a 100 milioni di euro.
Il 75 per cento del fatturato arriva dai tornei internazionali
La spinta, come detto, arriva dalla organizzazione di manifestazioni internazionali (in particolare Roma, Atp Finals a Torino, Coppa Davis a Bologna) da cui origina oltre il 75 per cento del fatturato. Nel 2024, ultimo bilancio pubblicato disponibile, da questa voce sono arrivati 157 milioni di euro e nel 2025 si supereranno i 170 milioni. Sempre nel 2024 i contributi pubblici da Sport e salute sono ammontati a 13,3 milioni, mentre le quote di iscrizione dagli associati pesano per 33,7 milioni di euro.
Jannik Sinner con il trofeo delle Atp Finals 2025 (Ansa).
Pubblicità e sponsorizzazioni, invece, restano molto basse: appena 1 milione di euro dai fornitori ufficiali (Joma e Bmw su tutti) e circa 3 milioni dagli sponsor istituzionali (Joma e Italgas principalmente). Oltre l’80 per cento del valore della produzione è reinvestito per lo sviluppo del settore tennis e padel, con 182 milioni nel 2024 che arriveranno oltre quota 200 milioni nel 2025.
Frecce tricolori al Foro Italico (Ansa)
La sola organizzazione degli Internazionali di tennis di Roma costa quasi 40 milioni di euro all’anno, mentre le Nitto Atp finals di Torino comportano per la Federtennis un esborso attorno ai 60 milioni di euro. Per ospitare, infine, le finali di Coppa Davis a Bologna la Federazione italiana deve versare a Itf (la Federtennis internazionale) una fee di circa 15 milioni di euro all’anno.
Oltre 1,2 milioni di tesserati in Italia (ma si contano anche gli scolari…)
In questo processo di espansione del tennis come fenomeno di massa (trainato dai successi e dalla popolarità di Jannik Sinner), la Federazione vanta oltre 1,2 milioni di tesserati in Italia. Con un’avvertenza, tuttavia: la stampa di settore, infatti, fa sempre notare che ci sono 813 mila scolari avvicinati dal programma Racchette in classe, opportunamente tesserati (attraverso i club che ricevono in dono un contributo economico) e che invece non dovrebbero essere conteggiati tra i praticanti solo perché impugnano una racchetta come attività scolastica.
Gli investimenti sul canale SuperTennis e l’accordo con Sky Sport
Detto ciò, comunque, veniamo alle più recenti operazioni messe in piedi da Binaghi: l’investimento da 6 milioni di euro all’anno per cinque anni per i diritti degli Us Open è poi in parte rientrato grazie all’accordo con Sky Sport, che trasmette, in sub-concessione, il torneo anche in pay, mentre il canale SuperTennis lo fa in chiaro. Sky ha ceduto a SuperTennis i diritti sui tornei femminili Wta e l’archivio Atp per le partite dell’anno precedente. Inoltre SuperTennis nel 2024 ha pure acquistato i diritti tivù della Coppa Davis e della Billie Jean King cup dal 2025 al 2028. E infatti SuperTennis, nel 2025, ha raggiunto una media di share dello 0,35 per cento nelle 24 ore (era allo 0,20 per cento nel 2024), superando Sportitalia, ferma allo 0,32 per cento di share.
Una quota nell’acquisizione de La Stampa: c’è dietro Chiara Appendino…
C’è poi l’operazione con i soci di Sae per l’acquisizione de La Stampa: dietro c’è lo zampino di Chiara Appendino, vicepresidente della Fitp ed ex sindaca di Torino. Naturale che, con le Atp Finals a Torino ancora per qualche anno, sia utile controllare da vicino il quotidiano più importante della città. Inoltre la Sae, tra le altre testate locali, è anche editore de La Nuova Sardegna, e il sardo Binaghi ha sempre un occhio di riguardo sulle faccende dell’isola.
Chiara Appendino (Ansa).
Infine, il ritorno di un torneo Atp a Milano dal giugno del 2028. Sarà un 250, quindi senza i campionissimi (che giocheranno solo i 500 al Queen’s di Londra o ad Halle), e sull’erba, in preparazione a Wimbledon. Dovrà ritagliarsi spazio tra gli altri tornei di Stoccarda, ’s-Hertogenbosch, Maiorca e Eastbourne, in calendario a giugno. Anni fa si studiò l’ipotesi di portare un torneo Atp 250 su erba all’interno del parco di Monza, utilizzando le strutture dell’autodromo. Arrivarono addirittura i giardinieri di Wimbledon per fare da consulenti, ma non accadde nulla (a Monza adesso si gioca un Atp 125 in aprile su terra rossa).
A Milano si costruiranno nuove strutture
Nel giugno 2028 il tennis Atp di livello, comunque, sbarcherà di nuovo a Milano, dove l’ultimo torneo importante, il Milan Indoor, si era giocato nel 2005 (dal 2006 è rimasto un Atp Challenger 75 all’Aspria Harbour club di Milano, a fine giugno, su terra). E l’amministrazione comunale, secondo indiscrezioni raccolte da Lettera43, costruirà delle strutture fisse e permanenti, con tutti i campi in erba. Si stanno anche individuando delle aree per un nuovo centro federale. Le ipotesi al vaglio sono la ex Maura, nella parte non edificabile; l’ex Lido; e una terza area in Bonfadini.
Tutto comincia con un orologio che si ferma alle 4:06 del mattino del 19 agosto 2024. In 16 minuti precisi, il Bayesian – uno yacht a vela di 56 metri, gioiello della cantieristica italiana, costruito dai cantieri Perini Navi – si inabissa al largo di Porticello, in Sicilia. Sette persone muoiono. Tra loro Mike Lynch, miliardario britannico della tecnologia, e sua figlia diciottenne Hannah. Sedici minuti. Una nave di quella classe non dovrebbe affondare così. E infatti la Procura di Termini Imerese apre un fascicolo per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, con tre membri dell’equipaggio indagati. A giugno 2025 lo scafo viene recuperato dal fondale a 50 metri di profondità e trasferito nel porto siciliano per gli accertamenti tecnici. Le indagini sono ancora in corso. Perini Navi era confluita in The Italian Sea Group–TISG, cantiere toscano di Marina di Carrara, quotato in Borsa, tra i più importanti del lusso nautico italiano. Da quel momento in poi, per TISG, è andata sempre peggio.
Le ricerche per recuperare il corpo della figlia di Mike Lynch, dopo il naufragio del Bayesian (Ansa).
I conti che non tornano
Avanziamo velocemente di un anno e mezzo. Siamo a febbraio 2026. TISG comunica al mercato qualcosa che non si dovrebbe mai leggere in un comunicato ufficiale di una società quotata: la cassa non c’è più. Non è un eufemismo. Settanta, ottanta milioni di euro che avrebbero dovuto essere lì, il cuscinetto operativo di un cantiere con ordini pluriennali da decine di milioni l’uno, sono spariti. La causa, si dice, è un sistema di costi extra budget costruito nel tempo da alcune «figure apicali» per scavalcare i controlli interni. In parole semplici: qualcuno, dentro l’azienda, ha aggirato sistematicamente il sistema di approvazione delle spese. L’amministratore delegato Giovanni Costantino (fondatore, primo azionista con il 53,6 per cento e ora anche presidente dopo le dimissioni di tre quarti del consiglio), mette mano al portafoglio personale: 25 milioni di euro versati dalla sua GC Holding il 19 febbraio. Non bastano. Otto giorni dopo, gli stipendi dei 500 dipendenti arrivano in ritardo per insufficienza di liquidità. Gli operai scendono in sciopero. Il Cda esplode. Il presidente Filippo Menchelli e il vicepresidente Marco Carniani si dimettono contestando la gestione degli ultimi anni. Costantino li accusa a sua volta. KPMG viene chiamata a fare una forensic due diligence. Il titolo in Borsa crolla del 55 per cento in due settimane. La società vale oggi una frazione di quello che valeva un anno fa.
Giovanni Costantino (Imagoeconomica).
Il “salvagente” lanciato da Leonardo Maria Del Vecchio
È a questo punto, con TISG a terra, che entra in scena Leonardo Maria Del Vecchio. Trent’anni. Quartogenito del fondatore di Luxottica. Presidente di Ray-Ban, Chief Strategy Officer di EssilorLuxottica, e da qualche anno protagonista di una stagione di investimenti personaliche ha dell’incredibile. Nel 2022 ha fondato LMDV Capital, il suo family office, guidato dall’ex banker Marco Talarico. In tre anni ha accumulato una ventina di partecipazioni: il Twiga di Briatore, ristoranti a Brera, Acqua di Fiuggi, il 30 per cento de Il Giornale, l’80 per cento diEditoriale Nazionale(Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino), una start-up di grafene, una di fintech, una di gin giapponese. Ha provato a comprare Repubblica. Non ci è riuscito. Qual è il filo conduttore? Nessuno riesce a trovarlo. Ristorazione, media, tecnologia verde, lusso, distillati. LMDV prende quello che attira l’attenzione, senza un piano industriale riconoscibile. E ora vuole comprare un cantiere navale.
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).
I numeri di un castello di carte
Parliamo di soldi veri, perché è qui che la storia diventa inquietante. A gennaio 2026, LMDV Capital allarga la linea di credito con UniCredit portandola a circa 650 milioni di euro, una cifra che ha sostituito una precedente linea da 350 milioni aperta sei mesi prima con Indosuez, che a sua volta aveva rimpiazzato finanziamenti con Intesa Sanpaolo, Banca Ifis e Mps. Ogni volta la cifra cresce. Ogni volta cambia la banca. Garanzia? L’intero portafoglio di LMDV Capital è in pegno. In altri termini: tutto quello che Del Vecchio ha costruito in tre anni – il Twiga, i giornali, il grafene, il gin – è dato in garanzia alle banche. Se qualcosa va storto, UniCredit può prendere tutto. Ma la cosa più importante è questa: Del Vecchio non ha liquidità propria. Ha credito bancario. E quel credito è già quasi interamente impegnato. Per comprare TISG, ricapitalizzarla, coprire le perdite emerse e rilanciarla operativamente, servirebbero almeno 150-200 milioni di euro freschi. Soldi che non ci sono. Rimane la quota di eredità. Del Vecchio è uno degli otto eredi di Delfin, la cassaforte lussemburghese che controlla EssilorLuxottica, Generali, Mps e altro ancora. Ma da tre anni gli eredi litigano sull’assetto della governance. Nessuna divisione è stata ancora formalizzata. Leonardo Maria investe come se quei soldi fossero già suoi. Non lo sono ancora.
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).
I rischi di una possibile acquisizione
Ammettiamo per un momento che Del Vecchio riesca a comprare TISG. Cosa succede dopo? TISG non è un ristorante né un giornale. È un cantiere che gestisce commesse su superyacht full custom da 30 a 150 milioni di euro l’uno, con tempi di costruzione pluriennali, decine di subappaltatori, materiali pregiati, armatori internazionali abituati a standard di servizio e comunicazione altissimi. I brand Admiral, Tecnomar e Perini Navi sono nomi che nel mercato globale del lusso nautico godono di reputazione decennale. Rischiano di rovinarsi in sei mesi con un management sbagliato. Chi gestirebbe questa realtà? LMDV Capital ha mostrato di sapere fare deal. Non ha mai dimostrato di saper gestire operativamente nulla di complesso. Talarico viene dalla finanza, come gli altri del family office. Nessuno di loro ha mai gestito un cantiere con centinaia di operai specializzati, ingegneri navali, processi industriali che durano anni. E poi c’è il problema strutturale: TISG entra in questa storia con un’indagine KPMG ancora aperta, un bilancio 2025 non approvato, una causa da 470 milioni legata al Bayesian, un consiglio di amministrazione che si è appena dimesso in blocco e un’immagine sul mercato gravemente compromessa. Chiunque compri oggi compra un cantiere con una bomba a orologeria dentro. La domanda che nessuno fa è quella che invece bisognerebbe porre ad alta voce: chi tutela i lavoratori?
I cantieri di The Italian Sea Group (Imagoeconomica).
I 650 operai dei cantieri vanno tutelati
Ci sono 650 operai nei cantieri di TISG. Saldatori, falegnami, tappezzieri, elettricisti navali, verniciatori. Mestieri specializzati che in pochi luoghi in Italia si praticano ancora ad alto livello. Quegli operai hanno aspettato lo stipendio otto giorni a febbraio. Hanno scioperato. Si sono chiesti cosa stesse succedendo. Nessuno lo ha loro spiegato con chiarezza. Continuano a non saperlo. Quello che sappiamo è che sopra le loro teste si è scatenato un conflitto tra un amministratore delegato accusato di irregolarità contabili, un consiglio di amministrazione che si è dimesso lanciando accuse gravi, e ora un giovane miliardario che vuole comprare tutto a debito per aggiungere un cantiere nautico alla sua collezione di asset. In Italia esiste un ministero del Lavoro. Esistono le organizzazioni sindacali. Esistono le prefetture. Qualcuno, in questa catena, dovrebbe alzare la mano e dire: prima di cambiare di mano un’azienda che ha centinaia di lavoratori e una crisi di liquidità conclamata, bisogna avere un piano industriale credibile. Bisogna avere i soldi. Bisogna avere le competenze. Non una collezione di gin, quote di giornali e cantieri navali tenuta insieme con finanziamenti bancari in pegno.
Uno yacht di TISG in banchina di carenaggio (Imagoeconomica).
C’è un momento preciso in cui una guerra smette di riguardare solo chi la combatte. Non è quando cadono le bombe. Non è quando si contano i morti. È quando il prezzo del gas europeo esplode del 54 per cento in una seduta. Quando il più grande terminale GNL al mondo viene spento da uno sciame di droni che costa meno di un caccia in manutenzione. Quando un armatore di Rotterdam guarda i premi assicurativi per Hormuz e decide che oggi la sua petroliera non parte. Quel momento è adesso.
Una nave container nello Stretto di Hormuz (Ansa).
Hormuz: il collo di bottiglia del mondo
Lo Stretto di Hormuz — 33 chilometri nel punto più stretto — è il passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota cruciale del GNL globale. L’Iran lo ha chiuso il primo marzo. I transiti di petroliere, che fino a quel giorno erano in media 24, sono crollati a quattro. Non serviva una chiusura formale per produrre effetti sui mercati. Ma una chiusura reale li ha moltiplicati. Il Brent è balzato a 82 dollari al barile, con un rialzo del 9 per cento in una singola seduta. Goldman Sachs stima che se i volumi attraverso Hormuz restano ai livelli attuali per altre cinque settimane, il greggio raggiungerà i 100 dollari. UBS non esclude picchi sopra i 120. Barclays si attesta sui 100. Ma il vero detonatore non è il petrolio. È il gas.
Una nave carica di Gnl del Qatar (Ansa).
Lo shock che l’Europa non si può permettere
Il 2 marzo il Qatar ha chiuso l’impianto di Ras Laffan — il più grande terminale di esportazione di GNL al mondo — dopo un attacco con droni iraniani. Goldman Sachs stima che la chiusura riduca l’offerta globale di GNL del 19 per cento nel breve termine. Il Qatar fornisce tra il 12 e il 14 per cento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto. I futures europei del gas, il Dutch TTF, sono esplosi: +54 per cento in una seduta, +76 per cento nell’arco della settimana, superando i 60 euro per megawattora — il livello più alto degli ultimi tre anni. Le riserve di stoccaggio dell’Unione Europea sono sotto il 30 per cento della capacità, al termine della stagione invernale. Se lo Stretto resta chiuso per un mese, Goldman Sachs prevede un raddoppio dei prezzi del gas europeo. Non sono proiezioni accademiche. Sono scenari che i mercati stanno già scontando.
L’effetto della guerra non si ferma alla bolletta
Quando il prezzo dell’energia sale e resta alto, l’effetto non si ferma alla bolletta. Si propaga lungo l’intera catena industriale. Cemento, acciaio, alluminio, chimica di base: settori che divorano energia. Il cemento richiede forni a oltre 1.400 gradi. La chimica di base usa il gas come materia prima, non solo come fonte energetica. Il bitume — le strade che calpestiamo — è un derivato diretto della raffinazione petrolifera. Il rame, termometro dell’economia globale, ha raggiunto quasi 13 mila dollari a tonnellata. Con energia cara, trasporti costosi e tassi d’interesse ancora elevati, i progetti infrastrutturali si rinviano. Non per scelta politica. Per aritmetica. Strade, ferrovie, porti, edilizia: tutto dipende da materiali il cui costo sta salendo rapidamente.
La strategia di logoramento dell’Iran
Per capire perché questo scenario non si risolverà in fretta, bisogna capire cosa vuole l’Iran. Non vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti — sarebbe impossibile. L’obiettivo è rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne spendono tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte sulle rotte globali. Non è conquista. È coercizione economica. E funziona.
Il lancio di un missile iraniano (Ansa).
Perché l’economia europea è la più vulnerabile
Gli Stati Uniti possono permettersi questa guerra: hanno energia domestica, valuta di riserva, leve che nessun altro possiede. Israele persegue obiettivi securitari propri. L’Iran deve solo reggere abbastanza a lungo. Nel mezzo resta l’Europa. Che non ha deciso questa guerra, non ne controlla l’escalation, non ne definirà la fine. Ma ne paga le conseguenze. Il nostro modello economico dipende da energia importata, rotte commerciali aperte e stabilità nei punti di transito. Tutte e tre sono sotto attacco simultaneo. Le guerre senza un vero obiettivo politico finale non producono ordine. Producono incertezza. E nei mercati globali l’incertezza non è mai neutrale. È un costo. Questa volta il conto sta arrivando a noi.
Le intenzioni dell’Europa sono buone, ma c’è sempre il solito rischio che, fatta la norma, poi sia trovato l’inganno. Oppure che sorga l’ennesimo mostro burocratico a danno dei sistemi produttivi nazionali, in testa quello italiano. O ancora che si creino figli e figliastri in ragione di nuove forme di discriminazione regolatoria. Insomma, persino dietro la sacrosanta direttiva Ue del 2023, che impone in modo più cogente e concreto la trasparenza delle retribuzioni e la parità salariale di genere, possono nascondersi delle insidie. Anche perché il governo italiano, che con una certa sollecitudine ha avviato il percorso di recepimento attraverso lo schema di decreto legislativo varato in esame preliminare dal Cdm a inizio febbraio, nella calibrazione delle norme dovrà tenere conto del peculiare tessuto imprenditoriale e occupazionale del Paese, ma anche del nostro humus sociale e culturale.
Occhi puntati al gender pay gap
La ministra del Lavoro, Marina Calderone, aveva esultato al momento dell’approvazione del testo: «La valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo». Sarà davvero così? A grandi linee, la direttiva innanzitutto obbliga i datori a indicare fasce retributive chiare negli annunci di lavoro (oggi merce rarissima nelle bacheche digitali e non) o prima del colloquio. I selezionatori non possono nemmeno chiedere ai candidati quanto guadagnavano in precedenza. Inoltre i dipendenti potranno pretendere dalla propria azienda informazioni trasparenti sul proprio livello retributivo e sulla media degli stipendi, divisa per genere, dei colleghi che svolgono mansioni equiparabili. Nel caso in cui emergesse un gender pay gap pari o superiore al 5 per cento, il datore di lavoro deve motivarlo e avviare una valutazione congiunta con i sindacati e l’Ispettorato del lavoro per correggerlo. Le aziende dai 100 dipendenti in su dovranno comunicare periodicamente dati specifici sulla trasparenza retributiva. Quelle fino a 49 dipendenti, invece, devono attendere un decreto ministeriale per capire le modalità di rilascio dei dati: la materia è ovviamente delicata e il governo cercherà di non gravare i datori con oneri eccessivi, contemperando le esigenze di pubblicità con quelle connesse alla privacy, spesso prevalenti in contesti lavorativi piccoli.
Elivira Calderone (Imagoeconomica).
Come evitare i rischi di distorsione e le trappole
Le nuove regole Ue sono rivolte ai datori pubblici e privati. Il recepimento, che dovrà avvenire entro giugno di quest’anno, può tuttavia generare ulteriori problemi che sono stati snocciolati dagli esperti dell’Osservatorio ‘Lo Stato del Lavoro’, un progetto di Journalism for Social Change, diretto da Eleonora Voltolina, giornalista e imprenditrice sociale, resa celebre dalla webzine La Repubblica degli stagisti. Il discussion paper sulla trasparenza salariale, che verrà presentato mercoledì in Senato, vede come partner scientifico il think tank Tortuga e vanta la partecipazione in chiave multidisciplinare di vari esperti del settore occupazione e risorse umane. Il documento vuole essere uno strumento a disposizione del legislatore italiano per arrivare a una calibratura positiva delle norme europee rispetto al contesto italiano, ma non nasconde i rischi di distorsioni o «trappole che devono essere evitate», come vengono definite nel paper.
La locandina del convegno sulla trasparenza salariale.
L’ombra del lavoro grigio e l’uso di canali informali di reclutamento
Rispetto all’esigenza di annunci trasparenti sulla retribuzione offerta, ad esempio, si paventa un effetto boomerang per cui le persone vengono formalmente assunte e pagate come part-time, ma poi lavorano full-time e vengono retribuite parzialmente in nero o con falsi rimborsi spese. Dunque, si rischia un aumento del cosiddetto “lavoro grigio”. «La scarsa chiarezza sulle varie componenti della retribuzione acuisce questo problema», spiega il documento. Inoltre, si potrebbero generare effetti distorsivi sugli annunci. Soprattutto le Pmi, costrette alla trasparenza, potrebbero decidere di rinunciare alle call pubbliche per preferire ancora di più i canali informali e opachi di cooptazione legati a relazioni, conoscenze e passaparola. In più non è ancora chiaro «se il raggio di applicazione comprenderà anche i freelance in termini di compensation oraria, o i co.co.co». «Realisticamente no», dicono alcuni esperti. Cosa che, secondo il paper, «fa emergere il rischio di una (ennesima) spinta verso la richiesta di far aprire ai candidati partita Iva e trattarli come (finti) consulenti». Se consideriamo il mezzo flop della legge sull’equo compenso, ci rendiamo conto della miscela esplosiva che potrebbe crearsi.
Occorre neutralizzare il tema della discrezionalità delle aziende
Ci sono poi i rischi, già evocati, rispetto alle esigenze della privacy e della tutela di dati personali sensibili, senza dimenticare l’ulteriore carico burocratico che potrebbe gravare sui datori e «bisogna neutralizzare il più possibile il tema della discrezionalità, evitando che le aziende creino mille job title differenti all’unico scopo di dribblare la possibilità di un confronto omogeneo». In tal senso, la chiarezza normativa sarà decisiva e «lo Stato dovrà fornire tempestivamente indicazioni precise, senza possibilità di confusione interpretativa, rispetto a come definire gli inquadramenti su cui si baseranno le comparazioni», osserva il documento.
(foto di Rodeo Porject Management via Unsplash).
Poche donne nel mercato del lavoro e con carriere più discontinue
In realtà un apparato di regole, pur meritorio, difficilmente può cambiare le condizioni strutturali del nostro mercato del lavoro, soprattutto rispetto alla parità salariale. Le statistiche evidenziano infatti un gender pay gap “ristretto”, ossia formale, abbastanza contenuto nel confronto europeo, ma un differenziale molto più ampio se si considerano i redditi complessivi. I fattori sono tanti: rimane come un macigno la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro (meno del 55 per cento), pesano pure le carriere più discontinue, i tanti part-time involontari o i soffitti di cristallo sempre difficili da infrangere. Infine, esiste un milieu culturale che le norme possono influenzare e modificare, ma non dall’oggi al domani.
La proposta di una BustaPaga 2.0
Nelle ultime pagine del paper l’osservatorio lancia cinque proposte per un recepimento virtuoso della direttiva Ue: semplificare la trasparenza retributiva tramite standard chiari e una reportistica precompilata basata sui dati già in possesso della pubblica amministrazione; regolare appunto in modo stringente i range salariali negli annunci di lavoro, con forchette realistiche e comparabili; investire nella cultura della trasparenza attraverso formazione, procedure oggettive di carriera e coinvolgimento degli enti bilaterali; creare sistemi pubblici di confronto salariale tra imprese per rafforzare mobilità e concorrenza, in particolare con il ricorso al Libretto formativo; infine introdurre una “BustaPaga2.0” standardizzata e leggibile per rendere le retribuzioni realmente comprensibili.
Secondo quanto riferisce il Financial times, alcuni dipendenti della Bce si sarebbero lamentati del fatto che la presidente Christine Lagarde riceva circa 140 mila euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, nonostante il divieto della Banca centrale europea sui pagamenti da parte di terzi al proprio personale. Il quotidiano finanziario britannico ha ricordato che generalmente la Bri non divulga i pagamenti individuali ma, in una risposta scritta a due deputati europei, Lagarde ha rivelato di aver ricevuto 130.457 franchi svizzeri nel 2025, pari a circa 140 mila euro.
La presidente non è un membro del personale e non è dunque soggetta alle sue regole
La Banca centrale ha subito risposto che la presidente non è un membro del personale e quindi non è soggetta alle regole del personale, bensì a un codice di condotta dedicato ai funzionari di alto livello. Ha inoltre precisato che l’incarico di Lagarde nel consiglio di amministrazione della Bri comporta «responsabilità di governance e relativi rischi legali», in considerazione dei quali «riceve una remunerazione pagata dalla Bri». Fonti citate dal Financial times hanno dichiarato la presidente avrebbe seguito la prassi dei suoi predecessori Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che avevano anch’essi richiesto l’indennità della Bri. Questi ultimi si sono rifiutati di commentare.
Dopo le indiscrezioni su un suo addio anticipato dalla presidenza della Bce, Christine Lagarde è intervenuta per smentire le ipotesi. «Dobbiamo consolidare e assicurarci che tutto ciò sia davvero solido e affidabile. Quindi il mio scenario di base è che ci vorrà fino alla fine del mio mandato», ha affermato in un’intervista al Wsj. Riguardo alle voci che possa prendere la guida del World Economic Forum, ha detto che questa è «una delle tante opzioni» che sta prendendo in considerazione ma una volta scaduto il suo mandato alla Banca centrale.
Le indiscrezioni del Financial times sull’addio anticipato
Era stato il Financial Times a scrivere che Lagarde avrebbe avuto intenzione di lasciare il suo incarico da presidente della Bce prima della scadenza del mandato nel 2027. Secondo il quotidiano britannico, la decisione era legata alla volontà di dare al presidente francese Macron e al cancelliere tedesco Merz la possibilità di scegliere il suo successore prima delle prossime elezioni presidenziali in Francia in programma ad aprile del 2027. Dopo la pubblicazione dell’articolo, la stessa Bce aveva rilasciato una nota precisando che «la presidente Lagarde è totalmente concentrata sul suo mandato e non ha preso alcuna decisione riguardo alla conclusione del mandato».
L’italiano Stefano Scarpetta è stato nominato capo economista dell’Ocse e assumerà le sue funzioni dall’1 aprile. L’ha comunicato la stessa Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, precisando che Scarpetta gode di «una reputazione internazionale eccezionale come economista di spicco, costruita in oltre tre decenni di servizio». Dal 2013 ha guidato la direzione Ocse per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali. Ha inoltre ricoperto il ruolo di sous-sherpa per il G7 e il G20 su questioni di politiche occupazionali e sociali.
Guiderà il dipartimento di Economia nella realizzazione di analisi basate su prove e consulenze
Nel suo nuovo ruolo, Scarpetta guiderà il dipartimento di Economia dell’Ocse nella realizzazione di analisi rigorose basate su prove concrete, benchmarking internazionale e consulenza politica specifica per ciascun Paese. Il lavoro del dipartimento supporta i responsabili politici nel promuovere una crescita economica sostenibile, ampliare le opportunità di impiego e migliorare il tenore di vita in oltre 100 Paesi in tutto il mondo. Durante tre decenni all’organizzazione internazionale, Scarpetta «ha costantemente dimostrato una leadership eccezionale, una profonda competenza nell’analisi economica e nella politica, con un impegno a promuovere la missione dell’Ocse e gli interessi collettivi dei suoi membri e partner», ha affermato il segretario generale dell’Organizzazione Mathias Cormann.
Ha lavorato anche alla Banca mondiale
Scarpetta ha iniziato la sua carriera all’Ocse nel 1991 ed è diventato economista senior nel dipartimento di Economia nel 1995. Dal 2002 al 2006 ha lavorato presso la Banca mondiale come consulente per il mercato del lavoro ed economista principale prima di tornare al dipartimento di Economia dell’Ocse nel 2006. Laureato all’Università di Roma, ha conseguito anche un Master of science in Economia presso la London School of economics and political science e un dottorato in Economia presso l’École des hautes études en Sciences sociales.
Ci siamo, anche se il forse è d’obbligo finché una firma non lo trasformi in certezza. E finché non si trova un accordo definitivo sul prezzo (alla finestra c’è sempre Leonardo Maria Del Vecchio in agguato), che non è un nodo di poco conto ma che i due attori della trattativa sembrano determinati a sciogliere per non tirarla alle Calende, greche come l’acquirente designato Theodore Kyriakou, patron del gruppo Antenna, di cui Tony Blair è appena diventato senior advisor. Ma sulla cessione di tutta Gedi, compresa La Stampa, che però è oggetto di una trattativa in esclusiva fino ad aprile con la Sae di Alberto Leonardis, si intravede il traguardo di primavera.
Il ceo di Exor John Elkann (foto Ansa).
Alla fine dovremmo dunque avere un armatore ed editore televisivo straniero che entra nella carta stampata di un altro Paese, immune ai sovranismi e ai golden power che il suo governo ipersensibile al tema ha già detto di non voler esercitare. Il pre-accordo arriverà a breve, il closing è una formalità: la casa editrice è interamente controllata dalla Exor di John Elkann, e Elkann ha deciso da tempo di voler fuggire mille miglia lontano da ciò che ha sentore di editoria.
Resta il nodo di una zavorra: Stardust
Il perimetro dell’operazione comprende le radio, la Repubblica, Huffington Post, i pochi periodici rimasti, Limes in testa, e la concessionaria pubblicitaria Manzoni. Sulla carta, un pezzo ancora significativo dell’ecosistema informativo italiano. La trattativa ha accumulato settimane di due diligence così minuziose che, al confronto, La Recherche di Marcel Proust sembra un romanzo breve. Si parla di 160 mila pagine, cifra che cresce nel passaggio da un testimone all’altro, come nella migliore tradizione del racconto orale. Perché il nodo non era la valutazione dei giornali, settore dove i multipli ormai sono retaggio del passato, ma la zavorra che Gedi si porta dietro. Una zavorra con un nome preciso: Stardust.
Il logo di Gedi e quello di Stardust.
Acquisita nel pieno dell’euforia per la creator economy e l’influencer marketing, Stardust era stata presentata come la porta d’accesso al futuro: contenuti nativi per social, community verticali, brand integration, engagement. Tutto in inglese, tutto promettente e destinato a lauti dividendi. Il prezzo d’acquisto si aggirava attorno ai 30/40 milioni, con valutazioni fondate su crescite a doppia cifra e prospettive da Silicon Valley in salsa meneghina.
Margini compressi, costi più alti del previsto: un buco nero
Poi però quando, come dice il guru dell’immobiliare Roberto Carlino, si è trattato di passare dai sogni alla solida realtà, si è scoperto il disastro. Margini compressi, costi più alti del previsto, una dipendenza strutturale dalle piattaforme che decidono algoritmi e visibilità come un sovrano assoluto. Risultato: rettifiche, svalutazioni, impairment che tra scritture contabili e aggiustamenti di goodwill hanno pesato per decine di milioni sui conti consolidati. Un buco nero, appunto.
Kyriakou sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti
Ed è su questo buco, da cui man mano che si procedeva nell’analisi dei conti uscivano sgradite sorprese, che la trattativa si è incagliata per settimane. Kyriakou, uomo di televisione e sport – sta costruendo per Dazn una newsroom con 25 giornalisti, si suppone pescati tra gli esuberi di Gedi – sa che i contenuti contano. Ma sa anche che i bilanci contano di più. Ed è per questo che sta tirando sul prezzo.
Dazn (Ansa).
Quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga?
La discussione non è stata su Repubblica, brand ancora forte nel suo ineluttabile declino strutturale, né su Manzoni, asset strategico in un mercato pubblicitario sempre più concentrato. Il braccio di ferro è stato sulla quantificazione del passato: quanto pesa oggi un errore strategico compiuto ieri? E chi lo paga? Lo paga Kyriakou, ma con un cospicuo sconto sull’ammontare complessivo dell’operazione, sulla quale si erano sentite le cifre più disparate, anche 140 milioni, nell’ottica del venditore che vuole far pesare l’indubbio valore della parte radiofonica.
Il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un modello di business
La domanda che ora tutti si fanno è se Kyriakou saprà gestire Repubblica, quotidiano preda di una crisi conclamata di copie e lettori. Ma la vera domanda è se l’editoria italiana abbia finalmente capito che il problema non è trovare un nuovo padrone, ma un nuovo modello di business. Senza il quale, finché si resta sospesi tra nostalgia della carta e dipendenza dagli algoritmi, ogni cessione verrà presentata come una rinascita. E vissuta come una resa.
Avanti, al Cnel c’è sempre posto. Il carrozzone presieduto da Renato Brunetta e vicino all’abolizione 10 anni fa, quando la sua cancellazione fu infilata nel referendum costituzionale Renzi-Boschi (ma sappiamo tutti poi come andò a finire), vive e lotta insieme a noi e adesso ha anche un nuovo capo della comunicazione. Si tratta di Giuseppe Stamegna, 35 anni, che in passato ha lavorato da Comin & Partners, società di consulenza strategica, e in Autostrade per l’Italia, dalla quale si è preso un periodo di aspettativa per diventare portavoce del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, con cui è rimasto poco più di due anni. Rientrato in Autostrade, ora ecco il salto con Brunetta al Cnel, acronimo che sta per Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro: Stamegna avrà il suo bel daffare col vulcanico ex ministro e premio Nobel per l’economia mancato, che ultimamente era finito in qualche polemica per questioni di super stipendi e aumenti vari (poi rimangiati).
Tempo di nomine “pesanti” per il governo di Giorgia Meloni, e a Palazzo Chigi si dice che nel prossimo consiglio dei ministri l’argomento verrà affrontato. Intanto qualcuno si muove: nel Tg5 di domenica 8 febbraio, nell’edizione delle 13 è andato in onda un articolato servizio dedicato al mondo dell’energia, dove all’inizio è stato elogiato senza riserve Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni protagonista di nuovi successi in Congo nel settore petrolifero. Nella seconda metà dello stesso servizio, cambio di passo con pesanti commenti contro le pale eoliche, ma senza citare possibili “colpevoli”. Se da una parte Descalzi è stato promosso a pienissimi voti, con chi ce l’aveva Mediaset parlando di elettricità? Ah, saperlo…
Alla fine, la gara in Kuwait per la realizzazione e la manutenzione della rete in fibra nel Paese, a cui aveva partecipato Tim assieme al gruppo dell’imprenditore kuwaitiano Fouad Al-Ghanim, non è andata bene per l’ex monopolista dei telefoni. La vicenda aveva già fatto registrare parecchie discussioni in alcune riunioni del consiglio di amministrazione di Tim, e la notizia ora è che il bando è stato vinto da Etisalat, un’azienda di telecomunicazioni emiratina. Tim è dunque uscita sconfitta nella prima gara internazionale a cui ha partecipato negli ultimi anni. Nonostante la benevolenza della Farnesina e in particolare del suo titolare Antonio Tajani. L’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola sembrava aver già individuato in Eugenio Santagata, ex capo dei Public affairs & Security Officer, nonché ceo della chiacchieratissima Telsy, l’uomo giusto per occuparsi dell’impresa. Appena portato il progetto in consiglio di amministrazione, i consiglieri però l’avevano subito bocciato. Santagata poi è finito in Fincantieri. Mentre gli affari in Kuwait sono finiti con un nulla di fatto.
Tim è stata sconfitta dal gruppo emiratino Etisalat (foto Imagoeconomica).
È tutto in una tabella. Date, causali, importi. E poi una cifra che fa scattare la miccia: 49.174.987 euro. Open il 2 febbraio la raccontava così: tra il primo luglio e il 24 dicembre 2025 la gestione commissariale di Ilva avrebbe versato ad ArcelorMittal — mentre è in causa con il gruppo per cifre enormi — quasi 50 milioni di euro per attività di decontaminazione previste dal contratto d’affitto degli impianti (articolo 20.4). A stretto giro è arrivata la smentita dei commissari che ha spento la prima fiamma: non è stata pagata ArcelorMittal, dicono. Il destinatario è Acciaierie d’Italiain amministrazione straordinaria, cioè la società che oggi gestisce gli impianti. La confusione è nata da un refuso rimasto in un allegato, dove comparirebbe ancora la vecchia denominazione “ArcelorMittal Italia”.
Passi per il refuso, ma quei rimborsi esistono
Fine? No. Perché il punto non è il nome sbagliato. Il punto è che quei pagamenti esistono, sono ricorrenti e si inseriscono in un assetto che assomiglia a un paradosso amministrativo: due amministrazioni straordinarie che si incastrano. Da un lato Ilva, commissariata, che gestisce un conto pubblico destinato a spese ambientali e voci collegate (il “conto speciale 6055”). Dall’altro Acciaierie d’Italia, commissariata, che gestisce gli impianti e riceve rimborsi e sostegni per non fermare tutto. I documenti ufficiali del conto 6055 parlano chiaro. Nel secondo semestre 2022 risultano rimborsi per «decontaminazione» ex art. 20.4 pari a 47.184.785 euro. Nel secondo semestre 2023 la stessa voce vale 39.129.067 euro. Nel secondo semestre 2024 cambia il beneficiario, coerentemente con la nuova gestione, e compaiono «rimborsi ad Acciaierie d’Italia in A.S.» per 33.003.520 euro. Sempre nel 2024 appare un’altra riga che pesa più di molte dichiarazioni pubbliche, perché tradotta in italiano corrente significa: tenere in piedi l’autorizzazione ambientale senza la quale lo stabilimento non può operare. Sono 23.594.600 euro per la garanzia finanziaria legata all’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA).
L’ex Ilva (Imagoeconomica).
Dove sono finiti esattamente i soldi?
A questo punto però sorgono tre domande. Questi soldi, voce per voce, che cosa hanno pagato? “Decontaminazione” non è una parola magica. Vuol dire cantieri, fornitori, stati di avanzamento, controlli, collaudi, tempi. Vuol dire anche risultati misurabili. Se esiste un elenco dettagliato — e deve esistere — la domanda è semplice: perché non pubblicarlo in modo leggibile, progetto per progetto? In seconda battuta, chi certifica che ogni tranche corrisponda a lavori reali e verificati? Chi valida, con quale procedura e con quali responsabilità? Finché la risposta resta nei circuiti chiusi, ogni cifra diventa opaca, anche quando è formalmente “vincolata”. Infine: che effetto ha prodotto tutto questo sulla crisi complessiva? Perché il conto speciale è un binario; l’altro binario è la sopravvivenza industriale. Nel luglio 2024 il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha annunciato l’ok europeo al prestito ponte da 320 milioni per Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, con tasso annuo 11,6 per cento, presentandolo come un passaggio chiave per la continuità. Eppure a febbraio 2026 si torna a parlare di proroga della cassa integrazione straordinaria fino a 4.450 lavoratori. Se questa è la traiettoria dopo rimborsi, garanzie e prestiti, la domanda non è ideologica, è industriale: dov’è il piano che chiude il cerchio tra produzione, investimenti, ambiente e lavoro? E dov’è scritto con date, soldi e obiettivi verificabili? A rendere tutto più fragile c’è poi lo scontro legale: richiesta di danni da 7 miliardi contro ArcelorMittal e amministratori, e contro-pretesa da 1,8 miliardi contro l’Italia. Cause enormi mentre la gestione quotidiana continua a bruciare cassa.
Adolfo Urso (Imagoeconomica).
L’Ilva secondo Flacks
Nel frattempo si apre la partita della vendita. Il Mimit ha dato mandato ai commissari di Ilva e di Acciaierie d’Italia di negoziare in esclusiva con Flacks Group, citando anche possibili partenariati industriali. Qui non è una questione di tifoserie. È una questione di numeri, garanzie, scadenze. Ed è qui che l’ultima intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiornodiventa utile. Flacks dice di voler cominciare da una produzione di 4 milioni di tonnellate di acciaio per arrivare a 6 milioni, legando tutto alla ripartenza del «secondo forno». Dice di voler «elettrificare due forni in due anni». Parla di «una nuova fonte di approvvigionamento energetico» da costruire a Taranto confrontandosi con il governo. Manca però un vero piano con costi, tempi, permessi, fabbisogni energetici, tappe obbligate. Anche sull’occupazione si limita a snocciolare qualche numero: all’inizio ci saranno 6.500 dipendenti, poi 8 mila e 10 mila. Bene. Ma dove sono le basi? Quali assunzioni, quali profili, quali tempi, quale formazione? Anche qui siamo a semplici slogan, senza un cronoprogramma. Sul rapporto con la città propone un comitato «indipendente» con esponenti politici e la Chiesa; dice che bisogna capire «perché ci si ammala» e garantire che non accada più. Parole che intercettano una ferita reale, ma senza dati, monitoraggi terzi, obiettivi e scadenze restano teatro. E poi ci sono frasi che, in un negoziato di questo livello, non sono folclore: sono un test di credibilità. Evoca i Beatles (Quando visiterò Taranto? «Se ve lo dicessi, succederebbe come quando i Beatles sono andati in America, accolti da folle oceaniche. Quando avrò le chiavi dal governo, verrò in visita») e Dio («Non si tratta di fortuna, è Dio che decide […] voglio solo che tra tutti noi ci sia il dialogo, che siamo tutti amici»). È comunicazione, si dirà. Ma quando i numeri mancano, la comunicazione non basta.
L’intervista di Michael Flacks alla Gazzetta del Mezzogiorno.
Sui soldi serve chiarezza
Infine, la questione più semplice: i soldi. Flacks afferma che lo Stato non farà parte della società, salvo ipotizzare un piccolo ingresso futuro di partner industriali. Benissimo. Allora la domanda pubblica è aritmetica: quanta equity cash mette il privato, quando, con quali garanzie? E quali obblighi vincolanti accetta su produzione, investimenti, ambiente e occupazione? E cosa succede se non li rispetta? Il refuso ha acceso la miccia. Ma la sostanza resta lì: dal conto 6055 escono decine di milioni da anni; dal bilancio pubblico arrivano prestiti ponte; e intanto la cassa integrazione ritorna. Fino a prova contraria, questa non è strategia: è gestione del tempo. E il modo per smentirlo è uno solo: trasparenza operativa, rendicontazione comprensibile e un piano industriale verificabile mese per mese.
La Banca centrale europea ha lasciato invariati i tassi d’interesse. Il tasso sui depositi rimane dunque al 2 per cento, quello sui rifinanziamenti principali al 2,15 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,40 per cento. È la quinta volta consecutiva che la Bce decide di non modificarli da giugno 2025, dopo che nelle otto precedenti li aveva invece ridotti (la decisione avviene generalmente ogni due mesi). La decisione è stata unanime e motivata dal fatto che «la valutazione aggiornata della situazione macroeconomica conferma nuovamente che l’inflazione dovrebbe stabilizzarsi sull’obiettivo del 2 per cento a medio termine». Non ci sono quindi motivi per intervenire di nuovo.
La nota della Bce: «Buona capacità di tenuta dell’economia»
«L’economia», prosegue la nota, «continua a mostrare buona capacità di tenuta in un difficile contesto mondiale. Il basso livello di disoccupazione, la solidità dei bilanci del settore privato, l’esecuzione graduale della spesa pubblica per difesa e infrastrutture, insieme agli effetti favorevoli derivanti dalle passate riduzioni dei tassi di interesse, stanno sostenendo la crescita». Al tempo stesso, però, «le prospettive sono ancora incerte, soprattutto a causa dell’indeterminatezza delle politiche commerciali e delle tensioni geopolitiche in atto a livello mondiale». Le prossime decisioni continueranno a essere prese «sulla base dei dati» in arrivo e «riunione dopo riunione» senza impegnarsi su un percorso prestabilito per i tassi di interesse.
C’è stato un momento, durante l’intervista con Lilli Gruber, in cui Leonardo Maria Del Vecchio sembrava chiedersi perché mai fosse lì. La risposta è che l’aveva voluto lui, così come aveva accettato di farsi successivamente intervistare da Report. Non sappiamo se la brutta figura rimediata a Otto e mezzo lo abbia indotto a desistere. Ma poco importa. LMDV ha messo su di recente una nutrita squadra di comunicatori che lo affiancano in questa avventura nell’editoria, un mondo che non conosce. Diciamo, vista la prima uscita, che il lavoro da fare è ancora molto. Il problema non è solo rimediare all’immagine del ricco rampolloche non ha dimestichezza con le parole. È quello che vi sta dietro: un pensiero che latita, l’assenza di una visione su quell’universo dei giornali che dice di voler salvaguardare. Inchiodarlo è stato sparare sulla Croce Rossa.
Lilli Gruber: "Perché ha deciso di investire nell'editoria?"
Leonardo Maria Del Vecchio: "Perché mia figlia un giorno possa avere l’informazione da firme autorevoli e non da Tiktoker" #ottoemezzopic.twitter.com/tz6GRmRuY2
Ma siccome bisogna sempre diffidare delle cose facili, proviamo a ribaltare la prospettiva. Spostiamo lo sguardo dall’interlocutore imbarazzante al sistema che gli ha steso un tappeto rosso. Dietro quell’intervista non c’è solo un imprenditore incerto ma voglioso di esibirsi. C’è un’industria che da tempo ha smesso di credere in se stessa, che non investe più su modelli, idee, uomini e prodotti. Un’industria che aspetta che qualcuno arrivi con i soldi a salvarla. Non importa che capisca di giornali, che sappia cosa farsene. L’importante è che paghi. Del Vecchio ha comprato il gruppo Poligrafici: Nazione, Resto del Carlino, Giorno. Testate che affondano nel Novecento le loro radici. Nulla di scandaloso, se non fosse che Andrea Riffeser, il proprietario, è anche presidente della Fieg, la Confindustria degli editori. Il messaggio che ne deriva non è dei più commendevoli: chi dovrebbe incarnarlo non crede più che i giornali possano avere un futuro. E appena può se ne libera, ma non della carica di rappresentante della categoria che continua a ricoprire.
Andrea Riffeser (Imagoeconomica).
Il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione
E qui sta il vero cortocircuito. Non nelle frasi sconnesse di Del Vecchio, ma nel silenzio assordante di un settore che finge di scandalizzarsi mentre gli apre le porte. LMDV ha bussato (invano, ma solo perché il gruppo trattava in esclusiva con un armatore greco) anche da Gedi, oggetto conclamato di uno spezzatino che la porterà a sbarazzarsi di Repubblica e Stampa. E dagli Angelucci, che lo hanno fatto entrare con tutti i crismi nel Giornale. Metamorfosi tristemente irreversibile. La figura dell’editore non è più quella di chi lavora al successo della sua impresa, ma di chi non vede l’ora di trovare un acquirente. La linea editoriale non è più una scelta perseguita con coerenza, è un collaterale del bilancio cui tutto si subordina. In primis l’autonomia dell’informazione. Ci sono testate, oramai la gran parte, che rispondono a modelli di business insostenibili. Carta, distribuzione, redazioni sovradimensionate, pubblicità evaporata, lettori che migrano sulle piattaforme. Di fronte alla proprietà che invece che impegnarsi al rilancio getta la spugna, il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione. Non importa quali siano le sue credenziali, se distingue una redazione da un consiglio d’amministrazione, se considera l’informazione un bene pubblico o solo un asset del suo portafoglio. Come l’acqua Fiuggi o il Twiga.
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).
Del Vecchio non è un’anomalia, è un sintomo
Del Vecchio non è un’anomalia. È un sintomo. È il capitale che arriva in soccorso di un’industria che non regge, il finanziatore che prende il posto dell’editore. Non ci sono più gli Scalfari, i Caracciolo, i Mondadori, mostri sacri il cui approccio peraltro risulterebbe non replicabile. Oggi nessuno chiede a un editore di essere un visionario. Basta che sia solvente, paghi gli stipendi e ripiani le perdite. In questo contesto le redazioni amano raccontarsi come vittime: di ricchi che non capiscono, di imprenditori che rovinano i giornali. Probabilmente lo sono. Ma c’è anche un’altra verità, più semplice: senza quei ricchi il castello cade. Dire quanto Del Vecchio fosse imbarazzante in televisione è facile. Meno ammettere che, imbarazzante o meno, i suoi soldi servivano.
La legge di Bilancio 2026 ha introdotto cambiamenti significativi sulla cedolare secca per i proprietari che intendano dare in affitto i propri immobili. Il regime facoltativo permette di pagare un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali, esentando inoltre il locatore dall’imposta di registro e di bollo. Tuttavia, l’opzione comporta la rinuncia all’aggiornamento del canone, inclusa la variazione Istat. È fondamentale considerare che la scelta può essere effettuata alla registrazione del contratto o nelle annualità successive. Per il periodo d’imposta che inizia il 1° gennaio 2026, il legislatore ha ulteriormente ristretto il perimetro delle locazioni brevi, dimezzando le unità immobiliari ammesse al regime agevolato.
Quali sono le novità per la cedolare secca per gli affitti brevi a partire dal 2026?
Sede dell’Agenzia delle entrate (Imagoeconomica).
La principale innovazione riguarda la soglia numerica degli immobili destinati alle locazionibrevi, di durata inferiore a 30 giorni. Precedentemente fissato a quattro, il limite scende ora a due appartamenti. Pertanto, chi loca un terzo immobile viene considerato automaticamente un imprenditore, con il conseguente obbligo di apertura della partita Iva. Per quanto concerne l’aspetto fiscale, restano in vigore le percentuali differenziate introdotte negli anni precedenti, ovvero:
l’aliquota del 21 per cento che si applica su un solo immobile a scelta del contribuente;
l’aliquota del 26 per cento che si applica sul secondo immobile.
La tassazione ordinaria Irpef scatta dal terzo immobile in poi, configurando un’attività d’impresa a carico del proprietario. Tale restrizione mira a regolare il mercato turistico, favorendo una distinzione netta tra chi mette a reddito il proprio patrimonio personale e chi svolge una vera e propria attività commerciale organizzata.
Chi può scegliere la cedolare secca?
Il regime agevolato della cedolare secca è riservato alle persone fisiche titolari del diritto di proprietà o di un diritto reale di godimento, come l’usufrutto. Si sottolinea che l’immobile non deve essere locato nell’esercizio di attività di impresa o di arti e professioni. L’opzione è esercitabile per le unità abitative classificate nelle categorie catastali da A1 a A11, con l’esclusione della categoria A10. In merito ai soggetti coinvolti, la normativa specifica che:
i locatori devono essere soggetti privati;
i conduttori non devono agire nell’esercizio di attività d’impresa o di lavoro autonomo;
l’immobile deve avere destinazione residenziale;
in caso di contitolarità, ogni proprietario deve esercitare l’opzione distintamente.
Una deroga specifica riguarda i locali commerciali C/1 locati nel 2019, per i quali è ancora possibile applicare l’aliquota del 21 per cento, purché la superficie non superi i 600 metri quadrati.
Quante tasse si pagano se affitto casa?
Il calcolo dell’imposta varia in base alla tipologia di contratto stipulato tra le parti. La cedolare secca rappresenta spesso un vantaggio poiché il reddito derivante dalla locazione viene escluso dal reddito complessivo ai fini Irpef, pur rilevando per la determinazione dell’Isee. Le aliquote applicabili sono sintetizzate nella tabella in basso.
È opportuno ricordare che la cedolare del 10 per cento è limitata ai comuni con carenze abitative o ad alta tensione abitativa. Inoltre, il pagamento della sostitutiva copre l’intero debito fiscale sul canone, semplificando gli adempimenti burocratici per il contribuente.
Con la circolare numero 4 del 28 gennaio 2026, l’Inps ha comunicato i nuovi valori delle prestazioni a sostegno del reddito. La determinazione degli importi dei trattamenti di integrazione salariale 2026 deriva dall’adeguamento annuale basato sulla variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. La normativa prevede che l’importo sia incrementato nella misura del 100 per cento di tale variazione. Dal 1° gennaio 2026, i nuovi massimali si applicano a una vasta gamma di ammortizzatori sociali, tra cui la Cassa integrazione ordinaria e straordinaria, l’assegno di integrazione salariale del Fis, i Fondi di solidarietà, oltre alle indennità di disoccupazione Naspi, Dis-coll e agricola. I parametri risultano fondamentali per consulenti e aziende nella gestione dei flussi Uniemens e per il calcolo delle spettanze dei lavoratori.
Cos’è il trattamento di integrazione salariale
L’Inps ha aggiornato i massimali 2026 dei trattamenti di integrazione salariale. Si tratta delle prestazioni economiche erogate per sostituire o integrare le retribuzioni dei lavoratori la cui attività sia stata sospesa o ridotta per cause dipendenti dall’azienda. In base a quanto prevede il decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148, a partire dal 1° gennaio 2022 l’istituto previdenziale stabilisce un unico massimale del trattamento, a prescindere dalla retribuzione mensile di riferimento dei lavoratori. L’importo viene aggiornato annualmente per preservare il potere d’acquisto dei beneficiari rispetto all’inflazione. La circolare numero 4 dell’Inps specifica che i valori indicati si applicano ai trattamenti ordinari e straordinari, inclusi quelli per gli operai agricoli a tempo indeterminato e i Fondi di solidarietà bilaterali. Sono previste eccezioni specifiche per settori particolari, come quello edile, all’interno del quale l’importo può essere incrementato in base a specifiche norme relative alle intemperie stagionali.
A quanto ammonta il trattamento di integrazione salariale 2026
Per l’anno in corso, l’importo massimo mensile dei trattamenti è stato fissato in 1.423,69 euro al lordo. Tuttavia, per ottenere la cifra effettiva che il lavoratore percepisce, è necessario considerare la riduzione prevista dalla legge 28 febbraio 1986, n. 41, attualmente pari al 5,84 per cento. In virtù di questo calcolo, l’importo netto per la generalità dei trattamenti è pari a 1.340,56 euro. Per il settore edile e lapideo, in caso di sospensioni dovute a intemperie stagionali, il massimale lordo sale a 1.708,44 euro, corrispondenti a un netto di 1.608,66 euro. È opportuno ricordare che tale limite non si applica invece al settore agricolo per le medesime causali meteorologiche. Per quanto riguarda le indennità di disoccupazione Naspi e Dis-coll, la retribuzione di riferimento per il calcolo è di 1.456,72 euro, con un massimale mensile che non può superare 1.584,70 euro.
Quali sono gli importi massimi dei trattamenti di integrazione salariale per il 2026
Esistono casistiche peculiari per i fondi di settore, come il Fondo Credito e il Fondo Credito Cooperativo, che presentano fasce retributive differenziate. Per esempio, nel Fondo Credito, il massimale varia in base alla retribuzione mensile lorda del dipendente, ovvero:
per retribuzioni inferiori a 2.592,03 euro, il massimale è 1.407,77 euro;
tra 2.592,03 e 4.097,35 euro, l’importo sale a 1.622,62 euro;
oltre 4.097,35 euro, il tetto massimo è 2.049,90 euro;
l’indennità Iscro per i lavoratori autonomi oscilla tra 255,53 e 817,69 euro;
l’assegno per attività socialmente utili è pari a 707,19 euro.
Sia per l’assegno emergenziale del Credito sia per quello del Credito Cooperativo, l’applicazione della riduzione del 5,84 per cento è vincolata al superamento dell’80 per cento della retribuzione teorica.
L’Agenzia delle entrate – Riscossione ha introdotto dei nuovi meccanismi digitali affinché i contribuenti e i professionisti possano gestire le pendenze verso il Fisco, individuando facilmente e con esattezza dove si trovano i debiti da pagare se si aderisce alla Rottamazione 2026. Rispetto all’edizione «quater», il Prospetto Informativo – che non viaggerà più su binari cartacei o via Pec per chi operi online – continuerà a rappresentare la bussola per orientarsi tra i carichi affidati alla Riscossione e restituirà una fotografia precisa delle somme definibili. Il documento si potrà ottenere in poche ore e consentirà di visualizzare il debito abbattuto da sanzioni e interessi. Tuttavia, si richiede la massima attenzione alla «data certa» di emissione. Solo monitorando costantemente la propria area personale sul sito dell’AdER si potrà gestire correttamente l’adesione alla definizione agevolata entro il 30 aprile prossimo.
Rottamazione, dove trovare i debiti da pagare?
Il portale istituzionale dell’Agenzia delle entrate (Imagoeconomica).
I debiti oggetto della definizione agevolata 2026 non verranno più comunicati tramite i canali tradizionali. La Rottamazione dei debiti da pagare passerà esclusivamente per l’area riservata del portale AdER. La novità procedurale è definitiva: chi presenta l’istanza online non riceverà più la «Comunicazione delle somme dovute» via email o Pec. Il documento sarà prelevabile unicamente nella propria area privata entro il 30 giugno. È dunque fondamentale scaricare il Prospetto Informativo, che ha «data certa» e cristallizza i calcoli al momento dell’elaborazione. Eventuali pagamenti effettuati a ridosso o dopo tale data non appariranno nel conteggio. Bisogna inoltre considerare che il contenuto potrebbe variare se gli enti creditori dovessero inviare delle nuove indicazioni dopo l’emissione del prospetto. Pertanto, la consultazione periodica dell’area riservata diventa l’unico modo per conoscere l’importo definitivo e le scadenze del piano di rientro.
Quali cartelle si annullano nel 2026?
Rispetto alla precedente «quater», la Rottamazione 2026 presenta una struttura selettiva chiarita dalle recenti Faq dell’Agenzia delle entrate – Riscossione. All’interno del Prospetto Informativo, le cartelle comprensive di debiti rottamabili e non, riportano la dicitura «parzialmente definibile». In questi casi, gli importi esposti si riferiscono unicamente alle poste che possono essere richieste nella definizione agevolata, come le imposte risultanti dalle liquidazioni delle dichiarazioni annuali o i contributi previdenziali Inps dichiarati. Restano invece esclusi, e quindi da pagare integralmente, gli importi derivanti da attività di accertamento e i carichi non rientranti nel perimetro temporale o oggettivo della norma. Questo «ripescaggio» permette anche ai decaduti dalle vecchie sanatorie di rientrare in gioco, a patto di distinguere correttamente tra i debiti «definibili» e quelli che, pur presenti nella stessa cartella, rimangono fuori dallo sconto su sanzioni e interessi di mora.
L’Inps ricorda che, a breve, gli under 35 potranno presentare le domande del bonus 500 euro, il sostegno mensile per incentivare l’autoimprenditorialità giovanile su tutto il territorio nazionale, come previsto dal decreto Coesione. L’agevolazione economica è rivolta a coloro che hanno intrapreso un percorso professionale autonomo, puntando sulla modernizzazione del sistema produttivo. È necessario rilevare come tale misura includa anche i giovani liberi professionisti che operino in ambiti cruciali per lo sviluppo economico. L’Inps ha recentemente chiarito le modalità operative per l’accesso al beneficio, confermando che la procedura telematica sarà attiva per un periodo limitato. Si tratta di un investimento volto a favorire sia la transizione ecologica che l’innovazione tecnologica di chi svolge un lavoro autonomo, a copertura delle spese di gestione sostenute nei primi 36 mesi di attività.
Bonus 500 euro under 35, chi può fruirne?
La sezione del sito Inps all’interno della quale fare la richiesta di sostegni economici (Ansafoto).
L’incentivo spetta ai giovani con un’età inferiore ai 35 anni che hanno aperto la partita Iva nel periodo compreso tra il 1° luglio 2024 e il 31 dicembre 2025. Per accedere al bonus, il richiedente deve risultare in stato di disoccupazione alla data di apertura della propria posizione fiscale. Il contributo economico ammonta a 500 euro mensili, erogati per un massimo di tre anni, fino al raggiungimento di un totale di 18 mila euro. Tuttavia, l’agevolazione è vincolata all’esercizio dell’attività in specifici settori definiti strategici per la crescita del Paese, quali:
le nuove tecnologie dell’informazione;
la digitalizzazione dei processi aziendali;
la transizione ecologica e il risparmio energetico.
Nella tabella seguente si riassumono i requisiti temporali e l’entità del sostegno per i professionisti che soddisfano i criteri previsti dalla normativa sul lavoro autonomo.
Come presentare la domanda dell’incentivo Inps 2026?
La presentazione della domanda deve avvenire esclusivamente per via telematica tramite il portale istituzionale dell’Inps. Il servizio dedicato sarà accessibile dalla mattina del 31 gennaio per rimanere operativo fino al 2 marzo 2026. Gli interessati devono utilizzare la sezione denominata «Punto d’accesso alle prestazioni non pensionistiche», strumento unificato che permette di gestire diverse tipologie di sussidi al reddito e di sostegno alla genitorialità. Attraverso la piattaforma digitale è possibile:
presentare nuove domande di contributi;
monitorare costantemente lo stato di lavorazione di pratiche già inoltrate;
consultare le comunicazioni ufficiali inviate dall’istituto;
integrare la documentazione necessaria per completare un’iter burocratico.
L’accesso è consentito sia ai singoli cittadini in possesso delle credenziali digitali che ai patronati operanti con mandato di patrocinio. È opportuno verificare la correttezza dei dati inseriti prima dell’invio definitivo, poiché il sistema permette la visualizzazione trasparente di ogni passaggio amministrativo relativo alla prestazione richiesta per la libera professione.