Confermata la condanna a Roberto Spada, l’uomo che diede la testata al reporter di Nemo

Sei anni di carcere anche per la Cassazione. Con l'aggravante del metodo mafioso. Il membro del clan di Ostia aveva aggredito il giornalista della trasmissione condotta da Enrico Lucci, fratturandogli il naso, e il suo cameraman. Deve scontare l'ergastolo inflitto in un altro processo.

È stata confermata la condanna a sei anni di reclusione per Roberto Spada, l’uomo accusato di lesioni aggravate dal metodo mafioso per aver aggredito il 7 novembre del 2017 la troupe della trasmissione Nemo – Nessuno escluso (il giornalista Daniele Piervincenzi e il cameraman Edoardo Anselmi) a Ostia. A deciderlo è stata la Quinta sezione penale della Cassazione. La sindaca di Roma, Virginia Raggi, era presente alla lettura del verdetto.

PER SPADA ANCHE L’AGGRAVANTE DEL METODO MAFIOSO

Nella sua requisitoria, il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Fimiani, ha confermato che si è trattato di metodo mafioso con gli “indicatori” della intimidazione: «Sono stati correttamente individuati dalla Corte di Appello», ha infatti sottolineato il pg, «gli indici sintomatici che rilevano la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso, con una deliberata e ostentata manifestazione di potere». Secondo Fimiani, uno di questi “indici” è rappresentato dal fatto che «nessuna delle persone presenti nella palestra gestita da Spada, davanti alla quale si è svolta l’aggressione ai giornalisti, è intervenuta in favore delle vittime».

A SPADA PENA DELL’ERGASTOLO IN UN ALTRO PROCESSO

Antonio Marino, legale di parte civile di Piervincenzi e Anselmi, ha così commentato la sentenza: «È importante che questa sentenza sia stata confermata per i segnali che possono derivarne sia in termini di ordine pubblico sia di riaffermazione della presenza dello Stato anche nei quartieri periferici di Roma». A Spada, che al momento si trova in carcere, è stata inflitta a settembre la pena dell’ergastolo in un altro processo per vari reati, tra i quali l’associazione mafiosa.

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Jeanine Añez si è autoproclamata presidente della Bolivia

Il partito di Morales ha fatto mancare il quorum in parlamento, ma il Tribunale costituzionale ha avallato la nomina della senatrice. Mentre in piazza non si placa la tensione.

La senatrice dell’opposizione Jeanine Añez si è autoproclamata presidente della Bolivia. Come primo atto ha cancellato il motto di Evo Morales ‘Patria o Morte’, scatenando la reazione del presidente dimissionario riparato in Messico, che ha gridato «al golpe più subdolo e nefasto della storia». Mentre in piazza non si placa la tensione. La polizia boliviana è intervenuta con gas lacrimogeni per bloccare una manifestazione di sostenitori di Morales che si dirigeva verso Plaza Murillo, dove nel palazzo presidenziale era in corso una cerimonia. I media hanno confermato che si tratta di manifestanti che chiedono le dimissioni della presidente ad interim, impegnata nel pomeriggio a confermare i responsabili delle Forze armate boliviane.

IL MANCATO QUORUM NON FERMA LA SENATRICE

Añez si è autonominata alla guida del Paese, non essendo riuscita a raggiungere il quorum dei voti in un parlamento controllato per i due terzi dal partito di Morales, i cui deputati hanno disertato la seduta. La sua nomina, raggiunta con il sostegno dei soli parlamentari dell’opposizione ma con il significativo avallo del Tribunale costituzionale (Tcp), ha comunque permesso l’avvio di un processo di transizione istituzionale dopo le dimissioni dell’ormai ex presidente per le pressioni dell’esercito. Ora sarà lei a dover portare alla rapida formazione di un nuovo governo e, entro tre mesi, a nuove elezioni. I settori vicini a Morales (militanti del Mas, sindacati, minatori del settore pubblico, insegnanti rurali e contadini del Tropico di Cochabamba) sono sempre sul piede di guerra e decisi a dare battaglia a un potere che considerano anti-costituzionale. Polizia e militari sono dovuti intervenire in forza nel dipartimento di Santa Cruz, dove sostenitori dell’ex capo dello Stato avevano occupato l’intero municipio di Yapacaní. E gli Stati Uniti hanno chiesto ai familiari dei dipendenti di rappresentanze diplomatiche e imprese di abbandonare il Paese.

MORALES: «SE IL POPOLO ME LO CHIEDE TORNO»

Morales dal Messico ha attaccato non solo Añez, ma anche l’Organizzazione degli Stati americani (Osa), accusandola «di essersi unita al colpo di Stato», definendola «un organismo neogolpista» e raccomandando alle nazioni latinoamericane di non fidarsi di essa, «perché risponde unicamente agli interessi degli Usa». Ma da Washington il segretario generale dell’Osa, Luis Almagro, ha rinviato l’accusa al mittente, sottolineando che è stato lo stesso Morales ad aver realizzato «un autogolpe» nel tentativo di «appropriarsi del potere» attraverso elezioni non trasparenti. Nella sua prima conferenza in Messico, il leader ‘cocalero’ ha sostenuto di essere disponibile a tornare in Bolivia «se il popolo me lo chiede», ma che per questo «c’è bisogno di intavolare un dialogo nazionale».

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A che punto è la trattativa sul nuovo stadio di Milan e Inter

I due club hanno espresso i loro dubbi sulla delibera del Comune di Milano. Chiesti dei chiarimenti soprattuto sul futuro del vecchio Meazza.

Inter e Milan il 13 novembre hanno inviato una lettera all’Amministrazione Comunale di Milano nella quale le due società hanno chiesto chiarimenti in merito ad alcuni dei punti della delibera della Giunta sullo stadio, «potenzialmente critici per la sostenibilità finanziaria del progetto e per il rispetto dei tempi e delle procedure di approvazione». Il 28 ottobre, in particolare, Palazzo Marino aveva dato il suo parere favorevole per il nuovo impianto, ma aveva anche chiesto di salvaguardare il vecchio Meazza.

I DUBBI DEI CLUB SU VECCHIO IMPIANTO

Nel dettaglio, con riferimento alla delibera della Giunta che prevede appunto il «mantenimento e la rifunzionalizzazione dell’attuale impianto di San Siro», i due club chiedono in primo luogo che l’Amministrazione proceda quanto prima con la richiesta al Ministero competente della verifica relativa all’interesse culturale dell’impianto in quanto nessuna proposta potrà essere formulata senza conoscere le decisioni inerenti a un eventuale vincolo del bene.

I DUBBI SULLA SOSTENIBILITÀ ECONOMICA

Inter e Milan, hanno chiesto inoltre a Palazzo Marino di indicare preliminarmente quali funzioni sportive si ritiene debbano essere inserite nel progetto di eventuale rifunzionalizzazione dell’attuale stadio Meazza e quali saranno i criteri per valutare la sostenibilità economico finanziaria del progetto. Infine, i due club ribadiscono l’opportunità di operare nell’ambito del percorso della “Legge sugli Stadi“, pur dichiarandosi disponibili a elaborare eventuali approfondimenti

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Perché M5s e Italia viva litigano sul carcere agli evasori

Per i grillini è una misura chiave: «Non si gioca su un aspetto così fondamentale». Ma i renziani vogliono togliere l'inasprimento delle pene: «Servono altri strumenti come la fatturazione elettronica». Lo scontro.

Il tintinnio di manette agli evasori sta dividendo la maggioranza, ancora una volta. Da una parte c’è Italia viva di Matteo Renzi, che vuole cancellare l’inasprimento delle pene per i grandi evasori. Tanto che l’ex rottamatore è stato dipinto come “San Matteo patrono degli evasori” in prima pagina su il Fatto Quotidiano, giornale vicino ai cinque stelle. Dall’altra parte infatti c’è proprio il Movimento, che tramite le parole del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha ribadito che «non si possono fare passi indietro» e non si possono trovare «soluzioni di compromesso».

ANCHE LIBERI E UGUALI CON I GRILLINI

Il blog del M5s ha poi confermato: «Italia viva è la stessa forza politica che ha partecipato ai vertici di maggioranza che hanno chiuso l’accordo. Noi non crediamo che si possa “giocare” su un aspetto così fondamentale». Anche Liberi e uguali (Leu) ha difeso le manette agli evasori. Nicola Fratoianni ha attaccato: «Iv dice che spaventano chi vuole investire? No, è l’evasione fiscale che spaventa chi fatica per pagare le tasse».

La tensione è rimasta alta anche fra Partito democratico, che difende la manovra, e Italia viva, che non perde occasione per criticarla. Il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci ha detto: «Il mio obiettivo è battere la destra sovranista. Al contrario di Renzi, io penso e spero che Pd e Iv possano convivere pacificamente».

Non vogliamo che un imprenditore che subisce un accertamento si ritrovi in carcere o veda la propria azienda sequestrata


Luigi Marattin di Italia viva

Luigi Marattin, vicepresidente dei deputati di Iv, ha spiegato che per combattere l’evasione servono nuovi strumenti, come la fatturazione elettronica, la trasmissione telematica dei corrispettivi, l’incrocio di banche dati e non rischiare che «un imprenditore che subisce un accertamento si ritrovi in carcere o veda la propria azienda sequestrata».

GLI ASSORBENTI RESTANO CARI

Intanto fra i 300 emendamenti al decreto legge Fisco finiti sotto la scure della commissione Finanza ce ne sono alcuni che avevano una certa carica simbolica. Come quello presentato da una trentina di deputate di maggioranza e opposizione, prima firmataria Laura Boldrini (Pd), per ridurre l’Iva sugli assorbenti dal 22% al 10%. E quello del M5s che prevedeva agevolazioni per l’acquisto di airbag per motociclisti.

IL NODO DELLA STRETTA SU APPALTI E SUBAPPALTI

Uno dei punti più criticati del dl fisco è l’articolo che introduce una stretta su appalti e subappalti per limitare l’elusione. Il governo starebbe valutando di aggiustare il tiro come proposto da un emendamento del Pd, che prevede una comunicazione alle Entrate con tutti i dati di contratto di appalto e subappalto, controlli mirati e, per alcune violazioni, anche una pena fino a 5 anni.

QUOTA 100 SULLE PENSIONI RIMANE COSÌ

Altro tema di discussione in maggioranza è Quota 100 sulle pensioni, introdotta dal governo gialloverde. Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha ribadito: resta così.

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Il governo costretto a prendere tempo sull’Ilva

ArcelorMittal non mostra segnali d'apertura. Conte rinvia al 18 novembre il Consiglio dei ministri. Il M5s conferma il no allo scudo penale. E i commissari non hanno ancora depositato il ricorso contro la ritirata della multinazionale. Intanto i primi 50 operai dell'indotto sono rimasti senza paga.

La soluzione della crisi dell’Ilva passa per ArcelorMittal, che rappresenta il piano «a, b, c e d».

O almeno, questa rimane la posizione ufficiale del governo.

Anche se l’azienda, per ora, non mostra alcun segnale di apertura e si prepara a dire addio a Taranto e agli altri stabilimenti italiani.

LEGGI ANCHE: Chi è Lakshmi Mittal, il Paperone indiano che vuole lasciare l’Ilva

Per l’esecutivo, tuttavia, gli estremi per il recesso dal contratto d’affitto con obbligo d’affitto non ci sono. A decidere saranno i giudici: la prima udienza al Tribunale di Milano è fissata per il 6 maggio. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha ribadito in conferenza stampa che la multinazionale «deve mantenere gli impegni presi» e «deve tornare a sedersi al tavolo». Anche passando per il potere giudiziario, se necessario, visto che i commissari straordinari dell’Ilva entro venerdì 15 novembre intendono depositare un ricorso d’urgenza con cui provare a fermare la ritirata di ArcelorMittal.

A TARANTO I PRIMI OPERAI DELL’INDOTTO SENZA PAGA

La situazione a Taranto, intanto, peggiora di ora in ora: in città si registra la prima cinquantina di operai dell’indotto rimasti senza paga. E otto consigli di fabbrica, riuniti a Genova, invocano uno sciopero europeo per la crisi della siderurgia. Nella maggioranza la tensione è altissima: gli emendamenti presentati da Italia viva al decreto fiscale per reintrodurre lo scudo penale sono stati giudicati inammissibili dalla presidente della commissione Finanze, la pentastellata Carla Ruocco. E nel M5s i senatori – soprattutto quelli pugliesi, a partire da Barbara Lezzi – non mollano.

IL MANDATO DI PATUANELLI E IL NO DI CINQUE SENATORI M5S

Tanto che Patuanelli, dopo la riunione fiume a Palazzo Madama, è costretto a presentarsi anche dai deputati per spuntare almeno quella che lui stesso definisce una «disponibilità a discuterne», se nel corso della trattativa o del processo dovesse riemergere la necessità dell’immunità. Cinque senatori, in ogni caso, hanno votato contro il documento proposto dal ministro dello Sviluppo, negandogli il mandato a tracciare la linea sull’Ilva. Patuanelli ha proposto di slegare il dossier dalla tenuta del governo, escludendo voti di fiducia. E ha tratteggiato un piano di medio periodo che punti alla decarbonizzazione dell’acciaieria, valutanto anche l’ipotesi di una legge speciale per Taranto per accelerare gli interventi sul territorio.

RINVIATO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Di sicuro la trattativa con ArcelorMittal per il momento non esiste. Si aspetta, probabilmente, l’esito del ricorso, non ancora depositato. E il premier Giuseppe Conte è costretto a prendere tempo, rinviando a lunedì 18 novembre il Consiglio dei ministri chiamato a mettere in fila le proposte per il cosiddetto Cantiere Taranto, cioè gli interventi a più ampio raggio per il rilancio della città, al di là delle vicende legate alla fabbrica.

IL NODO DEGLI ESUBERI

Il governo punta a ridurre al minimo, se non ad azzerare, la richiesta di 5 mila esuberi avanzata dall’azienda per rimanere in Italia. Duemila potrebbero essere gestibili attraverso la cassa integrazione, ma andrebbe riscritto il piano industriale di dieci mesi fa che, come sottolineato più volte da Patuanelli, «non è stato rispettato». L’esecutivo potrebbe mettere sul piatto anche un ingresso di Cassa depositi e prestiti, con l’8-10%, a puntellare l’operazione.

LA STRADA DELLA NAZIONALIZZAZIONE TEMPORANEA

Sempre Cdp potrebbe essere, d’altra parte, il perno attorno a cui ricreare una nuova cordata di privati. Per il subentro potrebbe rendersi necessario prima un passaggio dell’Ilva alla gestione commissariale, poi una nuova gara. Ma la legge Marzano potrebbe consentirebbe di saltare questo passaggio. Resta infine la strada della nazionalizzazione ‘a tempo’, coinvolgendo controllate di Cdp per superare i vincoli di statuto della Cassa: un’operazione che l’Unione europea potrebbe consentire, visto che gli aiuti di Stato interverrebbero in un’area economicamente “depressa”.

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Chi sono i protagonisti del processo per l’impeachment di Trump

L'inquisitore Schiff. La talpa con un passato alla Cia. I testimoni Taylor e Kent (ma non solo). I convitati di pietra Giuliani e Bolton. Uno sguardo ai personaggi principali della vicenda che tiene gli Usa incollati alla tivù.

Ha preso via il grande show dell’impeachment di Donald Trump. Dopo settimane di audizioni a porte chiuse, il 13 novembre si sono tenute le prime testimonianze pubbliche nell’ambito del’indagine sul presidente statunitense. L’obiettivo è appurare se ci sia stato o meno un do ut des da parte di Trump legando gli aiuti militari all’Ucraina all’avvio da parte di Kiev di un’indagine per corruzione sui Biden e di un’altra sulle presunte interferenze ucraine sulle elezioni presidenziali Usa del 2016 a favore di Hillary Clinton. La fase delle testimonianze pubbliche culminerà nella decisione di mettere o meno in stato di accusa il presidente ed eventualmente, dopo il voto a maggioranza semplice della Camera, rinviarlo al giudizio (a maggioranza qualificata) del Senato. Ecco i principali personaggi della vicenda che sta tenendo una nazione intera incollata alla tivù.

ADAM SCHIFF, IL GRANDE INQUISITORE

Trump lo chiama Schifty Schiff, il losco Schiff. Avvocato californiano, il 59enne Adam Schiff è il presidente della commissione Intelligence della Camera che coordina le indagini dei democratici. È stato lui a convincere sulla necessità di agire per la messa in stato di accusa del tycoon anche la riluttante speaker della Camera Nancy Pelosi e vuole chiudere la partita in tempi brevi, portando Trump a processo in Senato, dove la maggioranza è però repubblicana. In apertura di seduta Schiff ha illustrato gli scopi dell’indagine evocando un abuso di potere da parte di Trump e una condotta da impeachment. In commissione, la controparte repubblicana di Schiff è Devin Nunes. Entrambi hanno la possibilità di porre domande – o farle porre dai legali – ai vari testimoni.

LA TALPA, ANALISTA DELLA CIA ORA SOTTO PROTEZIONE

Analista della Cia in servizio presso la Casa Bianca, la “talpa” ha raccolto le informazioni e denunciato la telefonata del luglio scorso tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Voci sulla sua identità rimbalzano da settimane, ma non c’è stata finora alcuna conferma (ragion per cui Lettera43.it non pubblica i nomi circolati, ndr). Il whistleblower che ha dato il la all’Ucrainagate vive sotto protezione. I repubblicani vorrebbero farlo testimoniare pubblicamente. I democratici, però, si oppongono.

I TESTIMONI: DALL’AMBASCIATORE A KIEV AL VICESEGRETARIO AGLI AFFARI EUROPEI

Bill Taylor, ambasciatore Usa a Kiev, e George Kent, vicesegretario di Stato agli Affari europei, sono stati i primi ad apparire pubblicamente alla Camera. Il 15 novembre è la volta dell’ex ambasciatrice a Kiev Marie Yovanovitch, cacciata da Trump perché ritenuta poco leale. C’è grande attesa per l’audizione di Gordon Sondland, ambasciatore Usa presso l’Unione europea. Il 13 novembre Taylor ha rivelato che nei giorni scorsi un membro del suo staff gli ha raccontato di aver sentito una telefonata fra Trump e Sondland mentre era con quest’ultimo in un ristorante a Kiev il 26 luglio, il giorno dopo la telefonata del tycoon a Zelensky.

Sondland gli confermò che «tutto» ciò che voleva Kiev dipendeva dall’annuncio di Zelensky dell’apertura delle indagini su Biden

Bill Taylor, ambasciatore Usa a Kiev

«Trump chiese delle indagini e Sondland rispose che gli ucraini erano pronti ad andare avanti», ha riferito Taylor. Quando il suo collaboratore chiese a Sondland cosa pensasse Trump dell’Ucraina, si sentì rispondere che «al presidente interessano più le indagini sui Biden». Taylor ha aggiunto che Sondland gli confermò che «tutto» ciò che voleva Kiev dipendeva dall’annuncio di Zelensky dell’apertura delle indagini. Legame che a lui appariva «folle». Tra gli altri testimoni che sfileranno nei prossimi giorni figurano Tim Morrison, primo consigliere del presidente per la Russia e l’Europa, Jennifer Williams, assistente del vicepresidente Mike Pence, Alexander Vindman, dirigente del consiglio per la sicurezza nazionale, Kurt Volker, ex inviato speciale in Ucraina, Laura Cooper, sottosegretaria alla Difesa per gli Affari europei, David Hale, sottosegretario di Stato agli Affari politici, e Fiona Hill, ex responsabile del consiglio per la sicurezza nazionale.

I CONVITATI DI PIETRA: IL RUOLO DI GIULIANI E LA VARIABILE BOLTON

Sullo sfondo delle audizioni, una serie di personaggi chiave nella vicenda. Innanzitutto Rudy Giuliani, l’ex sindaco di New York che oggi è avvocato personale di Trump e, stando alle prime testimonianze, braccio operativo del presidente nell’Ucrainagate. Secondo Taylor, Giuliani mise in piedi un canale politico «irregolare» che minò le relazioni con Kiev mentre cercava di aiutare Trump politicamente. Tutto ruota attorno all’ex sindaco della Grande Mela, avendo direttamente guidato gli sforzi per spingere Kiev a indagare sui rivali di Trump. In primis Joe Biden, nel mirino per gli affari in Ucraina del figlio Hunter: i repubblicani vorrebbero chiamare i due a testimoniare. Grande attenzione anche sull’ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca John Bolton, silurato da Trump. Bolton potrebbe imprimere una svolta con la sua testimonianza, chiesta a gran voce dai dem ma finora bloccata dalla Casa Bianca.

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Com’è la Ferrari Roma, la nuova coupè dal Cavallino

La casa di Maranello è pronta a lanciare la nuova auto ispirata alle linee della Dolce vita. Sotto il cofano un V8 turbo da 3855cc. I dettagli.

Si chiama “Ferrari Roma” l’ultima nata della casa di Maranello che verrà presentata ufficialmente il 14 novembre nella Città Eterna. La nuova coupé 2+ monta un motore centrale-anteriore V8 turbo da 3855cc che eroga 620 cv a 7.500 giri/min al quale è abbinato il nuovo cambio dual-clutch a 8 rapporti, introdotto per la prima volta sulla SF90 Stradale.

L’ultima nata del Cavallino è caratterizzata da un design senza tempo, da una spiccata raffinatezza e da guidabilità e prestazioni di assoluta eccellenza. La Ferrari Roma non è, infatti, solo una vera e propria icona di design italiano, ma è anche in grado di garantire prestazioni al vertice della categoria grazie al suo motore V8 turbo appartenente alla famiglia vincitrice del premio Engine of the Year per quattro anni consecutivi.

Lunga 4656mm con una larghezza di 1974mm e un passo di 2670mm, la Ferrari Roma copre gli 0-100km/h in 3,4 secondi e può raggiungere una velocità massima di oltre 320 km/h. Grazie al suo stile inconfondibile, la vettura reinterpreta in chiave contemporanea il lifestyle della città di Roma tipico degli anni ’50-’60, caratterizzato dalla leggerezza e dal piacere di vivere.

ULTIMA PRESENTAZIONE DEL 2019

«La Ferrari Roma, che rappresenta al meglio l’eleganza e la raffinatezza di quello straordinario periodo», hanno fatto sapere gli ingegneri di Maranello, «è la vettura ideale per vivere al meglio la Nuova Dolce Vita». Con la Ferrari Roma si completa il piano annunciato dall’Ad Louis Carey Camilleri per il 2019. «Questo 2019 è un anno molto importante per la Ferrari», aveva affermato Camilleri lo scorso maggio in occasione della presentazione della SF90, «Un anno in cui abbiamo deciso di dare una profonda accelerazione alla nostra offerta di prodotto. Stare fermi in attesa che le cose succedano», aveva aggiunto, «non è un’opzione presa in considerazione a Maranello. E poi perche’ una delle grandi lezioni di Enzo Ferrari è stata proprio quella di saper leggere i tempi e anticiparli».

IL RICCO ANNO DEL CAVALLINO

La Ferrari Roma si aggiunge alla F8 Tributo che era stata presentata al salone di Ginevra, alla SF90 Stradale svelata nel maggio scorso e alle F8 Spider e 812 GTS presentate a settembre. Inusuale anche la location per la presentazione dell’ultimo gioiello del Cavallino Rampante: di solito, infatti, Ferrari presenta le proprie vetture a Maranello ma già 24 ore prima sui social aveva rilasciato un indizio che lasciava intendere un omaggio alla Città Eterna: «Siamo pronti per la Nuova Dolce Vita».

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L’acqua alta a Venezia e chi nega il riscaldamento globale

Mentre la città finisce sommersa, Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia hanno bocciato gli emendamenti in Regione per contrastare i cambiamenti climatici. Poco prima che anche l'aula consiliare si allagasse. Greenpeace e ambientalisti lanciano l'allarme. Ma qualcuno parla di «terrorismo» e «catastrofismo».

È il surriscalmento globale che ci presenta il conto? L’acqua alta che ha stravolto Venezia ha proiettato l’Italia sulle prime pagine di tutti i media internazionali. Che non hanno esitato a dare la colpa al «cambiamento climatico» per la «marea più alta degli ultimi 50 anni», come per esempio ha titolato in apertura il sito della Bbc, citando le parole del sindaco Luigi Brugnaro che ha parlato di un evento destinato a lasciare «segni indelebili» sulla città.

LA MAGGIORANZA “NEGAZIONISTA” FINISCE COI PIEDI A MOLLO

Eppure, forse anche per la simpatia che una parte politica proprio non riesce a sviluppare nei confronti dell’attivista Greta Thunberg e delle sue lotte ecologiste, nella Regione Veneto la maggioranza composta da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ha appena bocciato gli emendamenti per contrastare i cambiamenti climatici. E da lì a poco, ironia della sorte, l’aula consiliare si è allagata, come ha testimoniato Andrea Zanoni del Partito democratico.

Una parte del post su Facebook di Zanoni.

Anche qualcun altro è scettico. Tipo Arrigo Cipriani, 87enne volto storico di Venezia e da anni alla guida dell’Harry’s bar, locale simbolo della Laguna: «Si fa solo del terrorismo climatico senza senso. Nella storia c’è stato il secolo del Rinascimento, questo è il secolo del rimbecillimento», ha detto, parlando di «catastrofismi» che non fanno bene alla città.

MA PER GREENPEACE «NON È SOLO MALTEMPO»

Eppure secondo il responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, Luca Iacoboni, «l’ondata di eventi climatici estremi che ha interessato da Nord a Sud vaste zone dell’Italia non è maltempo, ma la conseguenza della crisi climatica. E quanto accaduto a Venezia non è, purtroppo, altro che un drammatico esempio dell’emergenza che già viviamo ogni giorno sulla nostra pelle».

Il governo per i decenni a venire prevede un massiccio utilizzo del gas, che è parte del problema e non la soluzione


Greenpeace Italia

Greenpeace ha chiesto quindi al governo italiano di «fornire immediatamente supporto alle persone colpite da questi eventi estremi e di lavorare efficacemente sulle cause dei cambiamenti climatici, partendo da un rapido cambiamento dei piani energetici nazionali. In particolare, il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) che il governo sta portando avanti, e che verrà approvato entro la fine del 2019, prevede un massiccio utilizzo del gas per i decenni a venire. Così facendo si aggraverebbe la crisi climatica, perché il gas è parte del problema e non della soluzione, come cercano di far credere governo e grandi aziende del settore».

GLI AMBIENTALISTI: «DECISIONI UMANE SCELLERATE»

Marco Gasparinetti ha parlato invece a nome del Gruppo 24 Aprile, la piattaforma civica impegnata nella difesa ambientale di Venezia. Dicendo che «restare coi piedi per terra è un lusso che a noi è negato, dal cambiamento climatico in corso e da decisioni umane scellerate, dettate da avidità e corruzione. Venezia ha bisogno di scelte coraggiose, di passione contrapposta al cinismo affaristico, di persone integerrime e competenti». E che magari non negano il global warming.

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L’isola di Pellestrina sommersa dall’acqua alta, il racconto del testimone

Il ristoratore Maurizio Vianello aveva 8 anni quando a Venezia ci fu l'alluvione del 1966. Ma stavolta la paura è stata più forte: «Temevo fosse la fine».

L’acqua «continuava a salire, il vento a soffiare impetuoso. Ho pensato di scappare, ma dove? Poi guardando la marea ho temuto il peggio e mi sono detto: questa è la fine». Il ristoratore Maurizio Vianello ha raccontato la sua notte di terrore sull’isola di Pellestrina, la più esposta verso il mare tra quelle che compongono la città di Venezia. Proprio qui c’è stata anche una vittima, un uomo di 78 anni morto folgorato nel tentativo di far partire la pompa idraulica per liberare dall’acqua la sua casa.

LEGGI ANCHE: I danni dell’acqua alta a Venezia colpiscono turismo e hotel

Vianello è il titolare dell’Ostaria La Rosa, un locale sulla spiaggia aperto durante la bella stagione: «Eravamo fuori, stavamo chiacchierando con amici quando improvvisamente verso le 21.30 ci siamo accorti di qualcosa di strano. Le onde della laguna hanno iniziato a essere sempre più alte, spinte dal vento». Pochi attimi ed è stato l’inferno: «Nel giro di dieci minuti eravamo sotto 70 centimetri di acqua».

LA VIOLENZA DELL’ACQUA

L’apprensione è diventata paura quando le pompe non ce l’hanno più fatta a buttar fuori la marea. L’energia elettrica è saltata e l’isola è stata avvolta da un silenzio surreale, rotto solo dalle raffiche di vento. Nonostante gli sforzi, l’osteria si è completamente allagata. «L’acqua è entrata con violenza», ha raccontato ancora Vianello, «ha scardinato saracinesche, sfondato porte, distrutto tutto al suo passaggio».

IL RICORDO DELL’ALLUVIONE DEL 1966

Il suo locale conta danni per almeno 20 mila euro. E nel pomeriggio del 13 novembre la situazione non è migliorata: «Siamo ancora senza corrente, le linee telefoniche non funzionano. Abbiamo visto arrivare alcuni uomini della Protezione civile, ma qui siamo ancora isolati da tutti». Quando ci fu l’alluvione del 1966, Maurizio aveva 8 anni: «Me la ricordo bene, fu impressionante. Ma la paura di ieri è stata un’altra cosa, ben peggiore. Quelle raffiche di vento non le dimenticherò più».

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Quali sono le cause dell’acqua alta che ha colpito Venezia

Un mix di scirocco e marea astronomica all'origine del fenomeno che ha messo in ginocchio la città lagunare. E gli esperti lanciano un nuovo allarme sugli eventi climatici estremi.

Un mix micidiale di forti venti di scirocco sull’Adriatico e marea astronomica è all’origine dell’acqua alta da record a Venezia.

Mentre potrebbero esserci i cambiamenti climatici dietro la violenta tromba d’aria che si è abbattuta nel Salento, nonché dietro le forti piogge e le raffiche di vento, dalla velocità paragonabile a quella dei venti di un uragano, in molte zone l’Italia.

Sulla Penisola è in arrivo una nuova ondata di maltempo che durerà fino a tutto il week end. Ancora una volta saranno possibili precipitazioni molto abbondanti, anche temporalesche, con il rischio di potenziali situazioni di criticità, non solo per le piogge ma anche per i forti venti.

IL MIX CHE HA MESSO IN GINOCCHIO VENEZIA

«La situazione di Venezia è stata determinata dalla combinazione di due fenomeni: i forti venti di scirocco, con raffiche fino a 100 chilometri orari che stanno soffiano su tutto l’Adriatico, sommati alla marea astronomica», ha spiegato Bernardo Gozzini, climatologo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e direttore del consorzio Lamma fra Cnr e Regione Toscana. Il vento, ha spiegato, «crea un moto ondoso che fa alzare il livello del mare nella laguna. Sommato alla marea, questo fenomeno ha fatto aumentare in modo eccezionale il livello del mare a Venezia che non era così alto dal 1966, quando si alzò di 194 centimetri». Lo stesso fenomeno fa alzare anche il livello del Po negli ultimi tratti: «In pratica il fiume, quando sfocia in mare, trova una sorta di tappo, dovuto al mare agitato, che non gli permette di scaricare l’acqua».

I EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SU TROMBE D’ARIA E PIOGGIA

Diverso invece è il caso della tromba d’aria che si è abbattuta su Porto Cesareo, nel Salento e le veloci raffiche di vento che hanno sferzato l’Italia e le forti piogge in molte zone (160 millimetri in 36 ore a Caltagirone, in Sicilia): secondo l’esperto, non è escluso che questi eventi estremi potrebbero essere collegati ai cambiamenti climatici. «Queste situazioni meteo, dalle trombe d’aria alle forti piogge», ha spiegato Gozzini, «sono abbastanza normali in autunno, ma il cambiamento climatico potrebbe farle diventare più esplosive, perché influisce sui meccanismi alla base della loro formazione, in pratica incrementa le differenze di temperatura tra quota e suolo e le differenze di pressione, creando un ambiente favorevole allo sviluppo di eventi estremi».

LA BASSA PRESSIONE FLAGELLA L’ITALIA

La situazione meteo in questi ultimi due giorni sulla Penisola, ha proseguito, «è dovuta alla bassa pressione che ha raggiunto valori molto bassi, dando origine a forti venti con raffiche paragonabili a quelle di un uragano. I venti infatti hanno superato 180 chilometri orari in alcune zone come Novara di Sicilia e hanno raggiunto 119 chilometri orari a Gallipoli». Quando ci sono condizioni di questo genere, ossia differenze di pressione, differenze di temperatura in quota (20 gradi sotto lo zero a 6.000 metri e 8-10 gradi al suolo), sommate al mare caldo che crea più evaporazione immettendo energia nel sistema, ha concluso Gozzini, possono verificarsi fenomeni localizzati ma molto forti.

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I danni dell’acqua alta a Venezia colpiscono turismo e hotel

In città problemi a strutture, ristoranti, caffè e locali storici. Senza nemmeno l'elettricità per azionare le pompe. Mentre per Natale incombono cancellazioni e cali di prenotazioni. Il n.1 Federalberghi: «Ora provvedimenti immediati, altrimenti i visitatori che guardano i telegiornali non verranno più».

E pensare che uno dei problemi storici di Venezia è l’overtourism, ossia il troppo turismo che quando si concentra in aree così piccole rischia persino di danneggiarle. Ma adesso, con l’acqua (quasi) alla gola, il problema per il settore è un altro. A onor del vero gli stranieri non si sono fermati e hanno continuato ad avventurarsi per le calli ricoperte d’acqua e a San Marco, scattando foto e selfie. Ma intanto ci sono interi piani di strutture ricettive e di ristorazione, caffè e locali storici, negozi di souvenir e di moda, che sono sommersi dai guai, senza nemmeno l’elettricità per azionare le pompe e i sistemi anti-incendio.

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La forte marea che ha invaso l’interno di un hotel a Venezia.

ACQUA CHE INVADE LA HALL DEGLI ALBERGHI

Le parole dell’emergenza fin qui sono state «disastro», con i video della città andata in tilt, e «apocalisse», come l’ha definita il governatore veneto Luca Zaia. Anche gli hotel contano i danni, a partire dal Gritti Palace che ha visto la sua hall invasa dall’acqua. Il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca ha detto che «ci si aspettava l’acqua alta, ma non di certo a questi livelli. Poi c’è stata anche una bora molto forte che ha aumentato il problema. Dal 1966 non si raggiungeva questa situazione. Ma bisogna dire che Venezia è una città delicata e sensibile a determinati problemi atmosferici. È una città sull’acqua, non è certo una frana che cade su un paese dove non si aspettava proprio».

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L’acqua alta nelle vie di Venezia. (Ansa)

Chi guarda le immagini dei telegiornali non ha voglia di venire a Venezia per Natale… se non saranno fatti degli interventi


Bocca di Federalberghi

Quindi, che fare? La crisi climatica incombe e il Mose, il sistema di barriere mobili per fermare l’acqua alta, resta un’opera incompiuta. Se per i Verdi l’unico modo di salvare la città è «sollevarla», il presidente di Federalberghi ha spiegato come ora sia determinante prendere velocemente provvedimenti e comunicarli all’esterno. Perché «chi guarda le immagini dei telegiornali non ha voglia di venire a Venezia per Natale… se non saranno fatti degli interventi».

RISCHIO DI CANCELLAZIONI E CALO DI PRENOTAZIONI

Dal punto di vista turistico a Venezia si sta entrando in bassa stagione: «Se fosse successo a maggio o a Natale sarebbe stato un vero disastro, ma è una città sempre piena di turisti e abbiamo già la certezza di cancellazioni e calo di prenotazioni», ha aggiunto Bocca.

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I danni per gli storici locali del centro di Venezia. (Ansa)

SCARSA FIDUCIA NEL FUNZIONAMENTO DEL MOSE

Marco Michielli, presidente di Confturismo e Federalberghi Veneto, nonché vicepresidente nazionale di entrambe le federazioni, ha parlato anche del Mose che «dovrebbe essere operativo in Laguna da 10 anni». E invece è bloccato: «Ho scarsissima fiducia che possa funzionare, ma spero di sbagliarmi e sono pronto a rimangiarmi quello che ho detto e anche a scusarmi. Ma devono dimostrare velocemente che funziona, collaudandolo nel giro di pochi mesi».

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Locali devastati per il doppio effetto acqua alta e bora. (Ansa)

DUE PROBLEMI: LA CITTÀ SPROFONDA, IL MARE SI ALZA

Venezia ha un duplice problema: «La subsidenza, e cioè il fatto che la città sprofonda, si sta abbassando, e il mare il cui livello si sta alzando. Quindi se il Mose funziona dobbiamo saperlo prestissimo, altrimenti dobbiamo trovare subito altri progetti alternativi. Siamo “letteralmente” con l’acqua alla gola. Senza contare i danni su tutta la costa da Bibione, “macellata” dal maltempo, a Jesolo e Chioggia».

Uno dei nostri associati aveva dei turisti nelle camere al piano terra che sono dovuti fuggire con le loro cose ai piani più alti


L’Associazione veneziana albergatori

Claudio Scarpa, presidente dell’Associazione veneziana albergatori, gli ha fatto eco: «È una devastazione, i danni sono ingentissimi e purtroppo non è finita qui. Stanno continuando le alte maree ed essendo saltati i quadri elettrici gli hotel non hanno nemmeno più le pompe disponibili per far uscire l’acqua. Molte le strutture che si sono trovate in gravi difficoltà la notte tra il 12 e il 13 novembre, con il picco di marea di 187 centimetri. Uno dei nostri associati aveva dei turisti nelle camere al piano terra che sono dovuti fuggire con le loro cose ai piani più alti». Ora l’obiettivo è non farli scappare definitivamente tutti.

CIPRIANI: «NO A CATASTROFISMI»

Una voce fuori dal coro è stata quella di Arrigo Cipriani, 87 anni, da decenni alla guida dell’Harry’s bar, locale simbolo della città lagunare, fondato dal padre Giuseppe nel 1931. Ha visto tante volte l’acqua salire nelle calli e in Piazza San Marco e ha ridimensionato la situazione: «Questa non è un’inondazione, i veneziani dovrebbero essere pronti ad affrontare certe emergenze. Tutto questo catastrofismo non fa bene alla città».

Bisognerebbe fare una causa pubblica contro il governo che non ha fatto nulla per far funzionare il Mose


Arrigo Cipriani

Secondo Cipriani gli abitanti della città lagunare dovrebbero alzare la voce: «Bisognerebbe fare una causa pubblica contro il governo che non ha fatto nulla per far funzionare il Mose. E se poi il Mose non dovesse funzionare bisognerebbe fare causa contro quelli che lo hanno progettato e realizzato. Hanno rubato milioni e non c’è nessuno in galera».

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Arrigo Cipriani nel suo Harry’s bar in una foto del 2012. (Getty Images)

«I VENEZIANI DOVREBBERO ORGANIZZARSI UN PO’»

Cipriani ha ammesso che la città è fragile, ma «abbiamo avuto tanti danni per l’acqua alta e dovremmo essere abituati a fronteggiare questo tipo di emergenze. I veneziani dovrebbero organizzarsi un po’. Tante volte piangono, ma l’acqua alta non è un’inondazione, sale e scende verticalmente. Se uno vive a Venezia, deve essere preparato. Bisogna mettere le prese della corrente più in alto, prendere tutti gli accorgimenti nella consapevolezza che l’acqua può salire fino a 60 centimetri».

HEMINGWAY E CHAPLIN NEL RIFUGIO DEL BELLINI

L’Harry’s bar, inventore del Bellini e del carpaccio, è stato rifugio di personaggi come Ernest Hemingway, Charlie Chaplin e Orson Welles, oltre a essere raccontato in un documentario e citato in canzoni di Fabrizio De Andrè e Paolo Conte. «Questa mattina abbiamo fatto 30 coperti, abbiamo lavorato come tutti i giorni», ha spiegato Cipriani. «Anche per questo dico che si respira un’atmosfera di finzione. Si fa solo del terrorismo climatico senza senso. Nella storia c’è stato il secolo del Rinascimento, questo è il secolo del rimbecillimento».

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La propaganda cinese contro Hong Kong ora passa da PornHub

Bloccati su YouTube e social network, diversi utenti hanno iniziato a pubblicare sulla piattaforma per adulti video contro i manifestanti pro-democrazia.

La propaganda cinese ha trovato nuovo veicolo: PornHub. Twitter, Facebook e YouTube da mesi chiudono profili di giovani cinesi impegnati a diffondere online propaganda contro i manifestanti di Hong Kong. Per questo molti di loro hanno scelto di passare al sito per adulti più frequentato del mondo.

Pechino da mesi è impegnata in una vasta campagna di disinformazione contro gli attivisti pro-democrazia, che da giugno presidiano le strade dell’ex colonia per chiedere maggiore democrazia. Fin dalle prime manifestazioni i media di Stato cinesi hanno descritto tutti i manifestanti come violenti separatisti. Quasi subito le principali piattaforme hanno bloccato l’onda della Repubblica popolare, in particolare YouTube ha chiuso oltre 210 canali che diffondevano video che suggerivano un coordinamento internazionale delle proteste in ottica anti-cinese.

DECINE DI FILMATI SUI MANIFESTANTI

Il 12 novembre, ha scritto Quartz, Shu Chang, nota commentatrice con oltre 3 milioni di follower sul social cinese Weibo, ha raccontato che lei e altri utenti cinesi hanno iniziato a caricare filmati patriottici direttamente su PornHub. «YouTube non ci lasciava caricare questo genere di video, quindi non potevamo fare altro che passare su PornHub», ha spiegato Chang. Effettivamente navigando nel sito con chiavi di ricerca del tipo “Hong Kong rioters” si trovano decine di video che mostrano manifestanti in azione o scene di guerriglia.

IL PROFILO CHE SI DICHIARA VICINO ALLA GIOVENTÚ COMUNISTA

Uno dei profili più attivi è “CCYL_central“. Secondo la scheda presente nel sito, la pagina è stata creata tre mesi fa e stando al nome indicato farebbe capo alla “Lega della Gioventù Comunista Cinese“, anche se non è possibile stabilire un vero legame con l’organizzazione giovanile della Repubblica popolare. In totale, il profilo ha caricato 11 video tra i quali stralci di servizi della tivù di Stato cinese, la Cctv, frammenti di manifestazioni pro-Pechino per le vie di Hong Kong e video di propaganda dell’esercito. Fra gli altri dati disponibili anche quello del libro preferito, indicato come The Governance of China, opera del presidente cinese Xi Jinping.

L’ATTIVISMO DELL’AMERICANO NATHAN RICH

Nella piattaforma, ha notato Quartz, è presente anche un video dal titolo Rioters (Cockroach) in Hong Kong, già apparso su YouTube per mano di Nathan Rich, un americano che vive in Cina e da tempo diffonde video critici contro i manifestanti. Il filmato mostra uno degli episodi più gravi dell’11 novembre quando un cittadino pro-Pechino è stato dato alle fiamme da alcuni manifestanti. «I cittadini cinesi», dice Rich nel video, «rischiano la vita se mostrano di essere in disaccordo con i fascisti di Hong Kong», apostrofati poi anche come «terroristi».

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Bonafede accelera sulla riforma della giustizia

Il ministro: «Tempo scaduto, non possiamo più rinviare». Annunciato un vertice di maggioranza. E sul carcere per i grandi evasori nessun compromesso.

Il ministro Alfonso Bonafede accelera sulla riforma della giustizia, annunciando un vertice di maggioranza che si terrà «domani o dopodomani».

Per il Guardasigilli «è giusto che i partiti si siano presi tempo per esaminare i testi con attenzione, ma ora basta: il tempo è esaurito, non possiamo più dire ai cittadini che rinviamo». Quanto al carcere per i grandi evasori previsto dal decreto fiscale, Bonafede tiene il punto: «Non si possono fare passi indietro, né sono possibili soluzioni di compromesso. Se qualcuno ha cambiato idea sono problemi suoi, questa misura è inserita nel programma di governo».

Il riferimento, implicito, è a Italia viva di Matteo Renzi, che il 12 novebre ha proposto un emendamento per cancellare l’articolo che prevede l’inasprimento delle pene con un aumento delle soglie minime e massime degli anni di carcere e la possibilità di sequestro e confisca per sproporzione.

Il disegno di legge di riforma della giustizia è «pronto da un mese», come ha spiegato di recente il ministro Bonafede in una lunga intervista al quotidiano la Repubblica. Ma gli stessi partiti di maggioranza, finora, hanno cercato di frenarla. Il punto più controverso è il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Blocco destinato a entrare in vigore dal primo gennaio 2020, sia in caso di condanna, sia in caso di assoluzione.

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I militari feriti in Iraq sono tornati in Italia

Sono sbarcati a Ciampino, accolti dai ministri Guerini e Di Maio. Poi sono stati trasferiti all'ospedale del Celio.

Il C130 dell’Aeronautica militare con a bordo i militari italiani feriti nell’attentato in Iraq è atterrato alle 16.43 del 13 novembre all’aeroporto romano di Ciampino. Ad accogliere i feriti, oltre ai familiari, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il capo di Stato maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli. A bordo dell’aereo, proveniente dalla base di Ramstein, in Germania, hanno viaggiato anche alcuni familiari giunti il 12 novembre nella città tedesca con un velivolo messo a disposizione dalla Difesa.

Pochi minuti dopo l’atterraggio del C130 cinque ambulanze militari e pulmini si sono recati sotto bordo del velivolo dalla rappresentanza del 31esimo stormo dell’Aeronautica. A seguire i ministri Guerini e Di Maio, con accanto il capo di stato maggiore della Difesa Vecciarelli, il capo di stato maggiore dell’esercito generale Salvatore Farina ed il capo di stato Maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, hanno incontrato i militari e i familiari. Pochi minuti, lontano dagli occhi della stampa, per poi fare ritorno nella sala di rappresentanza. I militari sono poi stati trasferiti all’ospedale militare del Celio.

Siamo orgogliosi del lavoro che le nostre donne e i nostri uomini in uniforme svolgono con grande professionalità e coraggio ogni giorno nel mondo. Il loro impegno nelle aree di crisi rappresenta un contributo essenziale

Luigi Di Maio

Di Maio ha commentato via Facebook: «Ci stringiamo a loro e alle loro famiglie, felici di poterli riabbracciare. Siamo orgogliosi del lavoro che le nostre donne e i nostri uomini in uniforme svolgono con grande professionalità e coraggio ogni giorno nel mondo. Il loro impegno nelle aree di crisi rappresenta un contributo essenziale per difendere quei diritti, libertà e valori che stanno alla base della nostra costituzione e del diritto internazionale».

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Wenger lascia la panchina per un ruolo nella Fifa

L'ex allenatore dell'Arsenal è il nuovo capo dello sviluppo mondiale del calcio. Negli ultimi giorni il suo nome era stato accostato alla guida del Bayern Monaco.

Arsène Wenger, l’allenatore francese che ha di fatto riscritto il modo di interpretare tecnica e tattica in Premier League con i sistemi di gioco e i successi colti in 22 anni sulla panchina dell’Arsenal, è il nuovo capo dello sviluppo mondiale del calcio della Fifa. Wenger, che ha 70 anni, recentemente era stato dato in pole position per diventare il tecnico di una serie di club di grande livello, tra i quali il Bayern Monaco.

«NON VEDO L’ORA DI AFFRONTARE QUESTA SFIDA»

«Non vedo l’ora di affrontare questa sfida estremamente importante, non solo perché sono sempre stato interessato ad analizzare il calcio da una prospettiva più ampia», ha commentato Wenger, «ma anche perché la missione della Fifa come organo di governo del calcio è veramente globale». «Credo», ha aggiunto, «che la nuova Fifa che abbiamo visto emergere negli ultimi anni abbia lo sport al centro dei suoi obiettivi ed è determinato a sviluppare il gioco in tutte le sue diverse componenti. So di poter contribuire a questo obiettivo e ci metterò tutta la mia energia».

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Nel dl Fisco salta il taglio dell’Iva sugli assorbenti

Dichiarato inammissibile l'emendamento che proponeva una riduzione delle tasse dal 22% al 10% sui prodotti igienici femminili. Prima firmataria Boldrini del Pd. Bocciati pure scudo penale per Mittal, canoni delle spiagge e airbag per motociclisti. Gli ultimi aggiornamenti.

Niente taglio delle tasse sugli assorbenti. La commissione Finanze della Camera ha dichiarato inammissibile l’emendamento al decreto legge Fisco che chiedeva una riduzione dal 22% al 10% dell’Iva su una serie di prodotti igienici femminili, fra cui appunti gli assorbenti.

PRIMA FIRMATARIA LAURA BOLDRINI DEL PD

L’emendamento, con prima firmataria Laura Boldrini del Partito democratico, era stato presentato da una trentina di parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione.

LO SCUDO PENALE PER MITTAL? ESTRANEITÀ DI MATERIA

La stessa commissione ha respinto anche le proposte di modifica presentate da Italia viva e Forza Italia per reintrodurre lo scudo penale per l’ex Ilva. La motivazione sarebbe l’estraneità di materia.

BOCCIATURE PER CANONI DELLE SPIAGGE E AIRBAG SULLE MOTO

Niente da fare poi per gli emendamenti del Movimento 5 stelle che prevedevano una sospensione nel 2020 del pagamento dei canoni per le concessioni delle spiagge, in attesa di una «revisione complessiva del sistema delle concessioni demaniali marittime», e agevolazioni per l’acquisto di airbag per motociclisti, con un bonus di ammontare fino a 250 euro.

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Il giorno della verità sul caso Cucchi: due sentenze in arrivo

Una riguarda cinque carabinieri, accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, abuso di autorità e falso. L'altra i medici del Pertini, prima condannati e poi assolti. Entrambe sono attese il 14 novembre.

Giovedì 14 novembre può essere il giorno della verità sul caso di Stefano Cucchi. Sono infatti attese due sentenze relative alla vicenda della morte del geometra romano, arrestato per droga nell’ottobre 2009 e deceduto una settimana dopo in ospedale. Due collegi di giudici scriveranno agli atti la loro idea processuale in altrettanti processi: quello che vede sul banco degli imputati cinque carabinieri, tre dei quali accusati di omicidio preterintenzionale, e quello che ancora una volta vede sul banco degli imputati cinque medici del reparto di detenzione dell’Ospedale Pertini di Roma dove Cucchi morì. Un terzo processo, istruito nei confronti di otto alti ufficiali dell’Arma per i depistaggi che secondo l’accusa sarebbero stati compiuti nel 2009 e nel 2015, ancora non è ufficialmente avviato nella sua fase istruttoria dibattimentale, anche a causa dell’astensione del giudice designato.

IL PROCESSO AI CARABINIERI: ACCUSE DI OMICIDIO PRETERINTENZIONALE E FALSO

Il 14 novembre la prima Corte d’Assise, presieduta da Vincenzo Capozza, nell’Aula bunker del carcere romano di Rebibbia, si appresta a pronunciare la sentenza nei confronti di cinque carabinieri per i quali il pm Giovanni Musarò ha chiesto condanne «importanti». Per l’accusa di omicidio preterintenzionale e abuso d’autorità il rappresentante dell’accusa ha chiesto la condanna dei carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro a 18 anni di reclusione ciascuno; per il carabiniere Francesco Tedesco, imputato-accusatore, ha chiesto l’assoluzione dall’omicidio preterintenzionale e tre anni e mezzo di reclusione per l’accusa di falso; otto anni di reclusione per falso sono stati richiesti per il maresciallo Roberto Mandolini; mentre per l’ulteriore imputazione di calunnia, contestata al carabiniere Vincenzo Nicolardi e ai colleghi Tedesco e Mandolini, il pm ha sollecitato una sentenza di non procedibilità per prescrizione del reato. In sostanza, questo processo riguarda il pestaggio che Cucchi avrebbe subito la notte del suo arresto, tanto violento da portarlo una settimana dopo alla morte.

IL PROCESSO AI MEDICI: LA CONDANNA, L’ASSOLUZIONE, IL RINVIO IN CASSAZIONE

Diverso è il processo ai medici del Pertini, che ha avuto un iter tortuoso. L’attività giudiziaria ha interessato il primario del Reparto di medicina protetta dell’Ospedale Pertini, Aldo Fierro, e altri quattro medici, Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. Tutti furono portati a processo inizialmente per l’accusa di abbandono d’incapace (nello stesso processo c’erano imputati anche tre infermieri e tre agenti della Polizia penitenziaria, assolti in via definitiva). Condannati nel giugno 2013 per il reato di omicidio colposo, gli stessi medici furono successivamente assolti in Appello. E da lì iniziò una nuova vita processuale fatta di un primo intervento della Cassazione che rimandò indietro il processo. I nuovi giudici confermarono quell’assoluzione e la Cassazione rinviò per una nuova attività dibattimentale affidata alla Corte d’Assise d’Appello presieduta da Tommaso Picazio. Il procuratore generale Mario Remus ha chiesto una dichiarazione di prescrizione, i difensori l’assoluzione. Il 14 novembre anche per loro è attesa la sentenza.

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Mattarella riceve l’Osservatorio permanente giovani – editori

Il presidente della Repubblica ha incontrato una rappresentanza dell'organizzazione nel giorno del suo 20esimo anniversario.

Martedì 12 novembre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale una rappresentanza dell’Osservatorio permanente giovani – editori, guidata dal presidente Andrea Ceccherini. Nel giorno del 20esimo anniversario dell’Osservatorio, il capo dello Stato si è complimentato per l’importante lavoro svolto dall’organizzazione a favore delle giovani generazioni del Paese, nelle scuole e nelle università italiane, riconoscendo in particolare il valore civile e sociale dei progetti di media literacy Il Quotidiano in Classe e di economic and financial literacy Young Factor.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontra una delegazione dell’Osservatorio permanente dei giovani – editori in occasione del ventennale.

COLLABORAZIONE CON APPLE

Nell’ambito della stessa udienza, il capo dello Stato ha espresso la sua soddisfazione per la partnership strategica raggiunta tra l’azienda informatica statunitense Apple e l’Osservatorio: una collaborazione che cambia la statura e la portata dell’organizzazione, elevando a livello internazionale un progetto italiano dedicato a sviluppare il pensiero critico tra i giovani grazie al confronto tra più fonti di informazione di qualità orientate diversamente.

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Pulizie scuole, perché ci sono 16 mila posti di lavoro a rischio

Allarme delle associazioni di categoria per gli appalti in materia di pulizia scolastica. Le 11 mila assunzioni previste a gennaio non basteranno. A rischio la didattica.

«Chiediamo al più presto l’apertura di un tavolo istituzionale. Il governo convochi le parti datoriali: le nostre imprese sono pronte al confronto per trovare una soluzione, ed evitare un vero e proprio salto nel buio ai lavoratori e le loro famiglie. Fermare gli appalti nelle scuole è anacronistico, dannoso per le imprese, per il mondo scolastico e per i lavoratori». Lo hanno detto in conferenza stampa alla Camera i vertici di ANIP-Confindustria, Legacoop Produzione e Servizi, Confcooperative Lavoro e Servizi.

L’iniziativa unitaria è servita a spiegare le ragioni della contrarietà al provvedimento che, come prima conseguenza, vedrà 16mila procedure di licenziamento a fronte di 11.263 unità che verranno riassunte, secondo il Miur, da gennaio 2020.

Numero palesemente insufficiente, per i relatori, a coprire il fabbisogno di oltre 30mila plessi scolastici in Italia. Le associazioni che rappresentano le imprese individuano diverse criticità del Decreto legge 126/2019 su “Misure di straordinaria necessità e urgenza in materia di reclutamento del personale scolastico e degli enti di ricerca e di abilitazione dei docenti”.

LE CRITICITÀ DEL DECRETO

A loro parere, non si delinea nessun risparmio della spesa pubblica a fronte dell’obiettivo dichiarato di miglioramento della qualità dei servizi: nessuna analisi preliminare su costi benefici sembra supportare questa decisione dell’Esecutivo. Da una prima analisi del provvedimento emergono profili di incostituzionalità, contrasto con decreti, trattati e norme europee, mancanza di una appropriata analisi costi-benefici, tempi di attuazione troppo stretti, incertezza sulle coperture.

PRESUNTI ELEMENTI DI INCOSTITUZIONALITÀ

«Dalla pubblicazione del decreto deriverebbero innumerevoli ricorsi», ha spiegato Lorenzo Mattioli, Presidente di ANIPConfindustria, «rendendolo inattuabile nei tempi necessari. Penso che a gennaio 2020 le scuole non saranno né pulite né manutenute, con rischio per la didattica, senza garanzie per la salute e l’incolumità di alunni e docenti». «Altra criticità», ha spiegato, «è l’obbligo per i candidati di presentare domanda solo nell’àmbito provinciale nel quale già prestano servizio, in palese violazione dei principi costituzionali e comunitari, evocando usanze da Medio Evo». «Il paradosso è che il decreto viene presentato come strumento per superare il precariato, mentre assume dipendenti che già erano a tempo indeterminato presso il privato».

ROTTA UNA PRATICA CONSOLIDATA

Fabrizio Bolzoni, Direttore di Legacoop Produzione e Servizi, ha spiegato che gli organi di categoria considerano «un pesante arretramento l’indirizzo assunto dal governo di internalizzare il servizio delle pulizie scolastiche; un passo indietro rispetto ad una modalità, consolidata da decenni, che ha consentito recuperi di efficienza nei processi produttivi. Vanno sostenuti percorsi di ‘corretta esternalizzazione’, a tutela di lavoratori e aziende che rappresentano un comparto rilevante nell’economia del Paese».

A RISCHIO MIGLIAIA DI POSTI DI LAVORO

Secondo Massimo Stronati, presidente Confcooperative Lavoro e Servizi, «un’internalizzazione che crea esuberi non è un bel segnale al Paese. Il lavoro e le imprese sono il fulcro del public procurement che può rilanciare il PIL. Internalizzando si penalizzano le imprese che sono cresciute mettendo il lavoro al centro. Non ci sono solo Ilva o Alitalia. Il governo convochi le parti sociali. Abbiamo 5.000 esuberi e imprese condannate a pagare la NaSpI per un appalto che finisce per volontà di Stato».

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I problemi del centrodestra con la scelta del candidato in Campania

Per Forza Italia, Salvini, Berlusconi e Meloni sarebbero già d'accordo sul nome di Caldoro. Ma da Lega e Fdi arriva una brusca frenata.

C’è ancora parecchia incertezza sul nome del candidato del centrodestra alle Regionali in Campania. Fonti di Forza Italia hanno confermato che c’è l’accordo sul nome di Stefano Caldoro e che se n’era parlato all’ultimo vertice tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Decisamente più cautela dalle controparti. Per la Lega, in questo momento, si «sta ragionando di programmi e squadra, il dibattito sui candidati governatori verrà dopo».

BERLUSCONI AVEVA DATO L’ACCORDO PER FATTO

Silvio Berlusconi aveva parlato esplicitamente di un accordo con Salvini e Meloni, ma anche per Fratelli d’Italia «sul nome del candidato non ci risulta si sia chiuso alcun accordo. L’intesa che c’è è che in Campania sia Fi a dover individuare il nome, però non c’è nulla di deciso. Così come per la Puglia e le Marche spetta a Fdi indicare il nome».

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