Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
L’alternate history, l’immaginare cosa sarebbe successo se la storia avesse preso una strada diversa da quella che conosciamo, è un fortunato sottogenere della fiction speculativa o della fantascienza, ma in realtà è molto più antico: uno dei primi esempi si trova addirittura in Tito Livio, quando immagina cosa sarebbe successo se Alessandro Magno fosse vissuto abbastanza per attaccare l’Europa e per scontrarsi con Roma (spoiler: secondo Livio, avrebbe vinto Roma). Ma è con Internet che la storia alternativa ha conquistato il grande pubblico, con un’abbondante fioritura di forum e siti dedicati alla domanda «e se…?» applicata a eventi fatidici del passato.

Quelle svolte mai accadute che generano rimpianti o sollievo retrospettivo
Gran parte delle speculazioni si concentrano sulla prima metà del Novecento e sulle due guerre mondiali, in particolare sulla seconda: e se nel Regno Unito il filonazista Edoardo VIII fra la Corona e Wallis Simpson, avesse scelto la prima, realizzando il sogno hitleriano di un asse fra Londra e Berlino? Se i russi avessero perso la battaglia di Stalingrado? Se l’Italia fascista fosse rimasta neutrale, come la Spagna di Franco? È l’opposto del sito di scommesse geopolitiche Polymarket, dove, magari con l’aiuto di qualche soffiata dalla Casa Bianca, si punta sugli sviluppi del giorno dopo e si guadagnano milioni: nella storia alternativa si ipotizzano svolte mai accadute, e non si guadagna nulla, se non rimpianti o sollievo retrospettivo.
Il proclama Alexander non fu il frutto di una luna storta
Ed è quest’ultima sensazione quella che prova chi, in questo 25 aprile in cui festeggiamo la nostra Liberazione e la fine di una delle ultime guerre in cui hanno vinto i “buoni” – un asse antifascista che, come diceva il compianto scrittore Aldo Zargani, andava da Topolino a Stalin – si domanda: come sarebbe finita, e cosa ne sarebbe stato della nostra Resistenza, se il presidente degli Stati Uniti non fosse stato Franklin Delano Roosevelt, ma Donald Trump? Uno che un minuto prima vuole sterminare gli ayatollah e quello dopo li invita al tavolo delle trattative, e agli oppositori iraniani ha detto «tenete duro, stiamo arrivando», per poi abbandonarli al loro destino? L’appoggio continuativo degli Alleati, e segnatamente degli Stati Uniti, è stato essenziale per il successo della lotta partigiana, in tutta Europa. Vero, nell’inverno del 1944, dopo il proclama Alexander («attendete la primavera») i combattenti per la libertà si ritrovarono senza aiuti, affamati, esposti ai rastrellamenti e alle rappresaglie nazifasciste, ma la decisione fu dettata dalla necessità di spostare truppe e rifornimenti sul fronte francese dopo lo sbarco in Normandia, non perché Roosevelt si era svegliato male o perché leggeva al rovescio la carta geografica. Appena le condizioni tornarono propizie, la collaborazione con i partigiani riprese per sferrare il colpo finale alle dittature.

Un presidente americano su due era psichicamente disturbato
Va detto che, statisticamente, le probabilità di avere un matto alla Casa Bianca durante la Seconda Guerra Mondiale (o qualunque altra guerra) erano altissime. Sostengono gli studiosi che, nella storia degli Stati Uniti, i presidenti psichicamente disturbati sono stati il 49 per cento, praticamente uno su due. Le sconfitte militari spingevano George Washington sull’orlo del suicidio; John Adams, Teddy Roosevelt e Woodrow Wilson vennero additati come pazzi furiosi; Abramo Lincoln, Calvin Coolidge e Franklin Pierce precipitarono nella depressione dopo la tragica morte dei rispettivi figli. Veri e propri psicopatici furono Lyndon Johnson e Andrew Jackson, un narcisista maligno dalla pistola facile che Trump rivendica come role-model. Alcuni studiosi americani sostengono addirittura che gli stessi tratti psicopatici che spingono a comportamenti criminali possono essere il miglior propellente per arrivare alla Casa Bianca.

Roosevelt non invitò i partigiani a uscire allo scoperto per poi scaricarli e scendere a patti con la RSI
Se Roosevelt (che morì il 12 aprile 1945, poche settimane prima della resa tedesca) aveva qualche handicap psichico, oltre a quello fisico della poliomielite, non è stato tale da spingerlo a invitare i partigiani italiani a uscire allo scoperto contro il nazifascismo, per poi scaricarli e scendere a patti con la Repubblica Sociale, proclamando che era avvenuto un regime change, e con il Mussolini di Salò si poteva fare un accordo (non che sia stato tutto chiaro e limpido, in quegli ultimi mesi di guerra, e anche per questo i partigiani decisero di farla finita con il duce e i gerarchi, per non rischiare di ritrovarseli sul groppone, “graziati” dagli americani che cominciavano a pensare che nella Resistenza ci fossero un po’ troppi comunisti). Ma se prendiamo atto che la relativa stabilità mentale dell’allora inquilino della Casa Bianca ha giocato qualche ruolo nella Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, resta però un altro dubbio inquietante, e lo rimpalliamo ai cultori dell’alternate history: come sarebbe finita con gli americani, se i dittatori europei avessero controllato i più grossi giacimenti di petrolio del Pianeta?





