Le passioni, di solito, un politico se le dovrebbe pagare a sue spese, mai mescolare il vizio privato con la pubblica virtù. Mai, con qualche significativa eccezione, come il ministro dei Trasporti nonché vicepremier Matteo Salvini. C’è nelle spese del suo ministero una voce che ha attirato l’attenzione. Non per l’entità della cifra – parliamo di poco più di 1.200 euro – ma per l’indole che la sottende: un abbonamento a Sky Sport e Calcio, pagato con denaro pubblico, intestato a una struttura governativa il cui rapporto con il pallone non si vede abbia molto a che fare eccetto, prendendola alla larga, che Frecciarossa, la cui giurisdizione cade sotto il suddetto ministero, sponsorizza la Coppa Italia.
Mannaggia ai social che ti tradiscono quando meno te l’aspetti
La cosa, presa così, è già di per sé gustosa. Ma è la replica del Mit a renderla un capolavoro di genere. La nota ufficiale infatti precisa che il ministro non guarda le partite in ufficio. Punto, risolto così. Come se, tradotto, il nodo della questione fosse: se qualcuno adombra che Salvini guardi il suo Milan quando è in servizio sbaglia di grosso. E via di meme e video in cui il leader della Lega, nel profluvio delle sue dirette video dal ministero, dimentica alle sue spalle un televisore acceso su un frame che lascia intravedere omini che si muovono su una macchia di verde che evoca inequivocabilmente un campo di calcio. Mannaggia ai social che ti tradiscono quando meno te l’aspetti.
Tra le spese del ministero dei Trasporti figurerebbe un abbonamento a Sky Calcio. Una nota del ministero precisa che il ministro non guarda le partite in ufficio. Il candidato indichi la natura del contenuto alle spalle di Salvini: pic.twitter.com/R2FTfPSSKY
Nemmeno il Milan distoglie il ministro dal far arrivare i treni in orario
Ma il punto resta la replica, che sembra uscire da un copione di teatro dell’assurdo. Abbiamo pagato l’abbonamento, ma Salvini non lo usa in ufficio. Come dire: abbiamo comprato un’automobile, ma la lasciamo parcheggiata in garage perché il ministro si sposta a piedi o in taxi. Tutto a posto, dunque. L’abbonamento a Sky Calcio c’è, ma è inutilizzato. Pari e patta. Il potenziale fruitore è assolto, e il contribuente che già aveva cominciato a rumoreggiare si rasserena pensando che niente, nemmeno l’incontenibile passione per il pallone, distoglie il ministro dal far arrivare i treni in orario.
Alla fine, cosa ci lascia questa del tutto periferica vicenda di fronte ai drammi del mondo? Una piccola prova documentale da aggiungere al ritratto antropologico di un personaggio che la storia, ammesso non abbia nulla di più importante cui badare, ricorderà come l’uomo che ha trasformato la superficialità in metodo di governo.
L’abbonamento a Sky Calcio come piccola reliquia di un’epoca
Non è un’accusa, ma quasi un complimento, nel senso che Machiavelli ci ha tramandato: capire il carattere nazionale, e usare quella comprensione cavalcando l’onda senza farsi distrarre dalle sottigliezze. L’abbonamento a Sky Calcio del ministero è lì, piccola reliquia di un’epoca. E magari (ma anche no) qualcuno un giorno gli dedicherà una nota a piè di pagina in un saggio sulla fenomenologia del potere nell’Italia del terzo millennio.
Certo non con l’obiettivo di stemperare la tensione in vista del nuovo round di negoziati in Pakistan, ma al contrario per aumentare la pressione sull’Iran, Donald Trump ha rivendicato la distruzione dei siti nucleari di Teheran e minaccia di nuovo conseguenze catastrofiche per la Repubblica Islamica se i colloqui non porteranno a un accordo definitivo. L’arrivo a Islamabaddelle delegazioni ufficiali è previsto per oggi, martedì 21 aprile. Ma Teheran non ha confermato la partecipazione: di fatto i negoziati sono appesi a un filo.
La minaccia di Trump e le parole di Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano
Sulla falsariga di quanto affermato ieri, in un breve intervento al The John Fredericks Show Trump ha detto che gli iraniani «negozieranno e se non lo faranno vedranno problemi come non ne hanno mai visti prima». Nelle stesse ore Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, ha dichiarato: «Con l’imposizione del blocco navale e la violazione del cessate il fuoco, Trump vuole trasformare questo tavolo di negoziato in un tavolo di resa o giustificare una nuova ondata di provocazioni belliche. Non accettiamo negoziati all’ombra della minaccia e nelle ultime due settimane ci siamo preparati per rivelare nuove carte sul campo di battaglia».
Trump rivendica il successo dell’operazione “Martello di mezzanotte”
«L’operazione Midnight Hammer ha comportato la completa e totale distruzione dei siti contaminati da polveri nucleari in Iran. Pertanto, riesumarli sarà un processo lungo e difficile», ha scritto inoltre Trump su Truth riferendosi ai raid del 22 giugno 2025. E poi: «La Cnn, con le sue notizie false, e altre reti e piattaforme mediatiche corrotte, non rendono giustizia ai nostri grandi aviatori, cercando sempre di sminuirli e umiliarli. Perdenti».
«Ci troviamo di fronte alla possibilità, e sottolineo la parola possibilità, di una carenza di carburante per i trasporti». L’ha indicato il ministro dei Trasporti cipriota Alexis Vafeades, della presidenza di turno Ue, che guiderà la riunione dei responsabili dei trasporti Ue. «L’evolversi della crisi geopolitica in Medio Oriente ha evidenziato che l’Europa potrebbe trovarsi ad affrontare un problema di approvvigionamento di carburante a breve termine e di questo dobbiamo discutere, dobbiamo esserne consapevoli», ha spiegato Vafeades. «Ma abbiamo anche un problema di domanda a medio e lungo termine e questo deve essere neutralizzato. Per il ministro si deve «essere pronti a evitare le code ai distributori di carburante» ed eliminare la possibilità che si formino code. Se ci fosse una carenza di jet fuel, questo «influenzerà le connessioni, influenzerà ogni cittadino nell’Ue». «Quindi dobbiamo essere pronti».
First reaction: shock! E non può essere altrimenti: il 27 aprile Matteo Renzi vestirà i panni di Barack Obama sul palco del Teatro Parioli Costanzo di Roma per l’ultima messa in scena della stagione de La Storia a Processo!, di e a cura di Elisa Greco. A interpretare Michelle Obama, moglie del 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America, sarà l’ex ministra della Giustizia Paola Severino.
Matteo Renzi (Ansa).
Gli altri partecipanti al “processo” a Obama-Renzi
Il processo teatrale a Obama si svolgerà sul palco attraverso un dibattimento in cui si scontreranno le ragioni di accusa e difesa, con le parti che si sfideranno a colpi di interventi a braccio, coinvolgendo il pubblico. Per l’accusa saliranno sul palco i giornalisti Giorgio Dell’Arti e Gerardo Greco, mentre la difesa sarà affidata alle testimonianze di Gregory Alegi, giornalista e professore di Storia e Politica degli Usa alla Luiss e, Antonio Di Bella, storico volto dell’informazione Rai. Guidati dal presidente della Corte Giovanni Salvi, già procuratore generale della Cassazione, si sfideranno il Pubblico Ministero Luisa De Renzis, sostituto procuratore generale della Cassazione, e l’avvocato difensore Maurizio Bellacosa, avvocato penalista e professore di Diritto Penale della Luiss Guido Carli.
Dopo 15 anni, Tim Cook lascerà il ruolo di ceo di Apple. Regista e volto della trasformazione del gigante di Cupertino, passerà la guida al vicepresidente John Ternus e diventerà presidente esecutivo del consiglio di amministrazione dell’azienda. Il passaggio di consegne avverrà dal 1º settembre 2026. La transizione, approvata all’unanimità dal consiglio di amministrazione, è il risultato di un processo di pianificazione della successione e di lungo periodo. Cook, ha spiegato Apple, continuerà a ricoprire il ruolo di ceo per tutta l’estate, lavorando a stretto contatto con Ternus per garantire una transizione fluida. Nel presentare il successore, Cook l’ha definito uno con la «mente di un ingegnere, l’anima di un innovatore e il cuore per guidare con integrità e onore». E ancora, «un visionario i cui contributi ad Apple in 25 anni anni sono già troppo numerosi per essere contati» e «senza dubbio la persona giusta per guidare Apple nel futuro».
John Ternus (Ansa).
Chi è John Ternus
Nell’azienda dal 2001, Ternus ha assunto un’importanza crescente nella divisione hardware. Ha ricoperto un ruolo chiave nella progettazione dei processori Apple Silicon e ne ha guidato la transizione nei Mac da quelli x86. Ha contribuito allo sviluppo di gran parte dei prodotti Apple oggi sul mercato e a inizio marzo 2026 ha personalmente presentato il MacBook Neo. La sua nomina sarebbe stata decisa, oltre che all’insegna della continuità interna, con un occhio al futuro imminente. A differenza di altri manager più orientati alla gestione operativa, Ternus è prima di tutto un ingegnere, cosa che assume particolare rilevanza in una fase in cui Apple punta su intelligenza artificiale, chip proprietari e dispositivi di nuova generazione.
Dopo Kristi Noeme Pam Bondi, salta un’altra ministra dell’Amministrazione Trump: la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer. Il capo della comunicazione della Casa Bianca, Steve Cheung, ha dichiarato che «assumerà una posizione nel settore privato», formula già usata per congedare la procuratrice generale Bondi. In realtà l’ormai ex segretaria al Lavoro è stata travolta da un’indagine interna.
Donald Trump (Ansa).
Le accuse rivolte a Chavez-DeRemer
«Ha svolto un lavoro fenomenale nel suo ruolo, proteggendo i lavoratori americani, attuando pratiche di lavoro eque e aiutando gli americani ad acquisire competenze aggiuntive per migliorare le loro vite», ha aggiunto Cheung. Il caso di Chavez-DeRemer è diverso da quelli di Noem e Bondi, perché almeno ufficialmente è stata lei a dimettersi e non Donald Trump a rimuoverla dall’incarico. In realtà da tempo c’erano forti pressioni su di lei affinché facesse un passo indietro, visto che era finita nell’occhio del ciclone per spese non consentite e comportamenti inappropriati sul lavoro. In particolare avrebbe avuto una relazione extraconiugale con un membro della sua scorta, bevuto alcolici durante l’orario di lavoro e usato risorse pubbliche per organizzare viaggi personali spacciati per impegni istituzionali. Non solo: secondo diverse ricostruzioni, il marito e il padre di Chavez-DeRemer avrebbero inviato messaggi inappropriati e richieste personali a giovani collaboratrici del suo staff.
Lori Chavez-DeRemer (Imagoeconomica).
Avrebbe dovuto affrontare un interrogatorio formale
L’ispettore generale, figura indipendente incaricata di sorvegliare l’etica e la legalità nei singoli ministeri, aveva aperto un’indagine a gennaio: a giorni Chavez-DeRemer avrebbe dovuto affrontare un interrogatorio formale, anticipato però dalle dimissioni. Il comando del Dipartimento del Lavoro passa ora temporaneamente nelle mani del vice Keith Sonderling.
Altolà del Colle sul decreto Sicurezza, con il governo che cerca di correre ai ripari. Sotto i riflettori c’è la norma che prevede un incentivo da 615 euro per gli avvocati che seguono una pratica di rimpatrio volontario, che rischia di far mancare la controfirma di Mattarella al provvedimento. La maggioranza aveva fatto sapere di voler presentare un emendamento in commissione per modificare la norma contestata ma, poi, ha bloccato le macchine per timore dell’ostruzionismo delle opposizioni che potrebbe portare in decadenza il provvedimento. Sarebbe stata infatti necessaria una terza lettura in Senato, dopo l’ok di Montecitorio, per farlo diventare legge. Ma essendo i tempi serratissimi (la scadenza ultima è il 25 aprile), il rischio di non farcela sarebbe stato decisamente alto. Il governo sta quindi vagliando l’ipotesi di un nuovo decreto, da presentare in Cdm, che abroghi il punto contestato.
Insorgono le opposizioni
Intanto le opposizioni insorgono. «Il governo e la maggioranza stanno andando deliberatamente allo scontro con il Colle», ha accusato la capogruppo del Partito democratico Chiara Braga, parlando di «fibrillazione istituzionale senza precedenti». «È gravissimo», ha rincarato Alleanza verdi-sinistra. «Così governo e maggioranza preferiscono lo scontro con il Paese ed ignorano il richiamo del Colle». Critica anche Italia viva, con Roberto Giachetti che ha definito la situazione «la definitiva distruzione delle prerogative parlamentari». Si attende ora il secondo round in Aula dopo la fine travagliata dei lavori in commissione e l’arrivo del decreto sicurezza nell’Emiciclo per il voto finale, così come è uscito da Palazzo Madama.
La domanda chemolti nel centrodestra si stanno facendo in queste ore è la seguente: il terremoto in Forza Italia mette a rischio la stabilità del governo? La risposta è: per il momento no. Ma Giorgia Meloni e i suoi più stretti collaboratori a Palazzo Chigi, a partire da Giovanbattista Fazzolari, qualche inquietudine ce l’hanno. Per un motivo molto semplice: in questi anni di governo hanno imparato a rapportarsi con Antonio Tajani, con le truppe parlamentari forziste guidate da Maurizio Gasparri e Paolo Barelli, assai fedeli all’esecutivo.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Meloni dovrà riprendere il rapporto con i Berlusconi
Ora con Stefania Craxi in Senato ed Enrico Costa alla Camera sarà ancora così? Meloni sa bene che, dopo questo intervento della famiglia su Forza Italia, il suo interlocutore per il prossimo anno di governo non può essere solo Tajani.
Enrico Costa (Imagoeconomica).
Dovrà essere, gioco forza, anche Marina Berlusconi. Le due, a quanto si sa, di recente non si sono sentite al telefono. Ma potrebbero farlo presto. Perché ormai la premier ha capito che con Tajani potrà andare d’amore e d’accordo, ma non è lui a tenere la golden share del partito. Se Arcore comanda, lui è costretto a ubbidire, anche se a malincuore, come si è visto con i capigruppo. Quindi toccherà alla premier riprendere i fili di un rapporto con i Berlusconi che negli ultimi anni è stato altalenante. Qualcuno (Fazzolari) ha suggerito alla presidente del Consiglio di attivare una sorta di filo diretto, un telefono rosso tra lei e Marina da utilizzare quando è necessario, per le questioni importanti. La premier non stravede all’idea ma, se serve, lo farà. Per ora, però, si naviga a vista.
Gianni Letta e Marina Berlusconi (Imagoeconomica).
Gli attriti all’interno della maggioranza e la strategia di FI
Gli ultimi sussulti riguardano la nomina alla presidenza delle Consob del leghista (anomalo) Federico Freni, stoppata da FI finché il partito non avrà rassicurazioni sui nuovi ingressi al governo, Paolo Barelli ma non solo. Ma pure la norma nel decreto sicurezza sui fondi agli avvocati che lavorano per i rimpatri dei migranti non è piaciuta affatto alla parte liberal di FI, poiché è un provvedimento che “puzza” di remigrazione. Insomma, le questioni e le divisioni sul tavolo ci sono e ci saranno. E la premier dovrà abituarsi ad avere a che fare con una Fi meno destrorsa e più liberal su molti temi, a partire dai diritti civili. È notizia di queste ore che i berluscones abbiano intenzione di riaprire due capitoli lasciati in stand by come la legge sul fine vita e quella sullo ius scholae. Temi su cui i forzisti sono molto più vicini alle posizioni del Pd che a quelle degli alleati di governo. Mentre Tajani ha fatto sapere di voler invitare il nuovo premier ungherese Péter Magyara Roma per i 50 anni del Ppe.
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
I possibili innesti da Mediaset e le preoccupazioni di Confalonieri
Fondamentale, per la tenuta dell’esecutivo, sarà vedere come si assesterà il riequilibrio nel partito berlusconiano, come si poserà la polvere in vista di un ultimo anno di governo. La presunta discesa in campo di Marina Berlusconi al momento non è prevista, come lunedì è tornato a sottolineare Giorgio Mulè. Per ora l’intenzione di Marina e Pier Silvio è quella di mettere in posizioni chiave persone a loro vicine, soprattutto in vista delle liste elettorali per le Politiche, che saranno vidimate in ultima istanza ad Arcore. Col rischio che un pezzo dell’azienda traslochi nel partito. In tal senso il Foglio ha fatto i nomi dell’ex portavoce di Marina, Franco Currò, del giornalista Paolo Liguori, di Leonardo Panetta, dell’ex moglie di Paolo Del Debbio e potente donna Mediaset, Gina Nieri, del manager Ernesto Mauri e della collaboratrice di Mauro Crippa, Lorenza Mazzotti. Staremo a vedere. Non risulta però che Fedele Confalonieri, come qualcuno ha scritto, abbia “cazziato” Marina e Pier Silvio per la loro voglia di scendere in campo. Di sicuro, però, a Fidel non fa piacere che un pezzo di azienda trasmigri tra gli azzurri, come avvenne nel 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, che però ebbe l’intelligenza di portare nel partito le terze e le quarte file di Mediaset, Fininvest e Publitalia, non certo le prime.
Fedele Confalonieri (Imagoeconomica).
I motivi della sterzata liberale dell’azienda non sono solo politici
Sta di fatto, però, che dentro Mediaset la sterzata dei Berlusconi per un partito meno destrorso e sdraiato sul governo qualche maldipancia lo sta generando, specie tra quelli che coi loro programmi soffiano nelle vele di Salvini e Meloni, ovvero Paolo Del Debbio – che sulla Verità ha attaccato Arcore per la convocazione di Tajani in azienda – e Mario Giordano, che domenica scorsa è addirittura andato a comiziare sul palco della Lega esortando alla “remigrazione”. Mentre una parte di azzurri milanesi manifestava in difesa dei figli dei migranti, generando un corto circuito nel centrodestra che è stato criticato da Licia Ronzulli (anti-Tajani ma rimasta vicina alla Lega). Del resto la sterzata a sinistra si era già vista nelle ultime stagioni proprio sui canali Mediaset, perché la tv anticipa sempre la politica. Con Cartabianca e Realpolitik l’intenzione di Cologno è andare a coprire quel pezzo di elettorato prima molto distante. Non è soltanto una questione politica, ma anche aziendale. Coprendosi a sinistra, le reti del Biscione cercano di intercettare un certo tipo di pubblico, chiamiamolo di “borghesia progressista”, che è assai più colto e soprattutto alto spendente rispetto al pubblico storico di Rete4, per la gioia degli inserzionisti. Insomma, sulla sterzata a sinistra di Mediaset ci sono anche motivi aziendalied economici, non solo politici.
La torre Mediaset a Cologno Monzese (Imagoeconomica).
L’ipotesi di un nuovo patto del Nazareno e la ricerca del futuro leader
Comunque tutto ciò servirà anche al partito, perché se davvero dalle prossime elezioni dovesse uscire un sostanziale pareggio, è verosimile che FI possa essere tentata da uno sganciamento da Lega e FdI per aprire un dialogo con Pd e centristi per possibili governi alla “tedesca”. Una sorta di nuovo patto del Nazareno, il cui gran ciambellano potrebbe essere di nuovo Gianni Letta. Come ha ben ricostruito Francesco Bei su Repubblica, Marina e Pier Silvio Berlusconi stanno costruendo una Forza Italia in grado di dialogare anche a sinistra nel caso si aprissero trattative per governi di unità nazionale. Insomma, tra i berluscones si lavora per proporre un’offerta politica più variegata e meno monocorde. Poi, dopo il voto, si andrà a congresso (lunedì sera in una riunione di partito è stato deciso di andare avanti con quelli locali solo dove non ci sono divisioni e criticità) e qui sono ben pochi quelli che scommettono su una discesa in campo dei figli. Che invece nei loro incontri con i vari esponenti forzisti lasciano intendere di essere alla ricerca di un futuro leader azzurro che ancora non c’è. Qualcuno dice che potrebbe essere il governatore del Piemonte Alberto Cirio. Altri sostengono che i Berlusconi guardino anche fuori dal partito, chissà. A Tajani, come scrive Repubblica, sarà concesso di riportare in Parlamento un manipolo di fedelissimi e forse di sperare di accomodarsi sulla poltrona da presidente del Senato. Mentre sullo sfondo resta ben viva pure la partita che si giocherà per il Quirinale.