Tragedia familiare a Catanzaro, dove una donna di 46 anni si è lanciata dal terzo piano con in braccio i tre figli di quatto mesi, quattro anni e cinque anni. Lei è morta sul colpo insieme ai due bimbi più piccoli, mentre la terza è rimasta gravemente ferita ed è stata ricoverata nel reparto di Rianimazione dell’ospedale cittadino. Sul posto sono intervenuti la pm di turno Graziella Viscomi, che coordina le indagini, la Polizia e il personale del 118. Le cause del gesto non sono al momento note. I vicini hanno descritto la donna come una persona tranquilla, schiva e molto religiosa. Lavorava in una struttura sanitaria ed era molto attiva nella vicina parrocchia del SS Salvatore. In casa, al momento dei fatti, c’era anche il marito, il quale si sarebbe svegliato sentendo dei rumori. Compreso ciò che era successo, è sceso in strada e ha provato a rianimare i bambini prima dell’arrivo dei sanitari. La tragedia ha scosso la città e il Comune di Catanzaro proclamerà il lutto cittadino.
Il Wall Street Journal lo ha confermato domenica 20 aprile: il governatore della Banca centrale degli Emirati Arabi, Khaled Mohamed Balama, ha chiesto al segretario al Tesoro Scott Bessent e a funzionari della Federal Reserve l’apertura di una swap line valutaria — una linea di creditod’emergenza in dollari — durante gli Spring Meetings del FMI a Washington. La notizia conferma ciò che Lettera43 scriveva già a marzo: la narrazione distabilità emiratina è una costruzione fragile, e i numeri la stanno demolendo. Gli emiratini hanno argomentato che è stata la decisione di Donald Trump ad attaccare l’Iran a coinvolgerli nel conflitto. E hanno aggiunto un dettaglio che suona come una minaccia: se gli UAE finiscono i dollari, potrebbero usare lo yuan cinese per le transazioni petrolifere. Per un Paese il cui dirham è agganciato al dollaro, minacciare il passaggio allo yuan è l’equivalente finanziario di un tentativo di suicidio. Ma è il segnale che la situazione è più grave di quanto Abu Dhabi voglia ammettere.
MBZ con Donald Trump (Ansa).
Perché la crescita del 3 per cento è un miraggio
A gennaio, prima della guerra, l’FMI proiettava una crescita del 5 per cento. L’ultimo World Economic Outlook del 14 aprile l’ha ridotta al 3,1 per cento, e quello è lo scenario ottimistico. Nello scenario avverso la crescita del MENA (Middle East and North Africa) scende all’1,1 per cento. Ma quel 3,1 per cento è un numero sulla carta. Per trasformarsi in Pil reale servono liquidità, infrastrutture funzionanti e fiducia degli investitori. Gli UAE non hanno nessuna delle tre. Un Paese che chiede swap line d’emergenza non cresce del 3 per cento. Un Paese le cui banche hanno rilasciato simultaneamente il buffer anticiclico e quello di conservazione del capitale — come ha fatto la Banca centrale il 18 marzo — non è un Paese i cui fondamentali sono «solidi».
Il crollo della «Little Sparta» del Golfo
Secondo la comunicazione ufficiale di Abu Dhabi, pressoché tutti i danni subiti dal Paese sono stati causati da «detriti caduti a seguito di intercettazioni riuscite». Detriti prodigiosi, bisogna ammetterlo: hanno incendiato lo Shah gas field (20 per cento del gas domestico emiratino), devastato il petrolchimico Borouge, distrutto oil tank e raffineria a Fujairah, colpito il porto di Khor Fakkan, danneggiato l’oleodotto Abu Dhabi-Fujairah e costretto al fermo precauzionale la raffineria di Ruwais. Se i detriti delle intercettazioni fanno tutto questo, viene da chiedersi cosa farebbero i missili se arrivassero a destinazione. In realtà, il ministero della Difesa ha dichiarato di aver affrontato 537 missili balistici, 2.256 droni e 26 missili cruise, 2.819 vettori d’attacco in cinque settimane. La matematica della propaganda emiratina funziona così: ogni colpo è intercettato, ogni danno è un detrito, e l’infrastruttura energetica si è autodistrutta per cause accidentali.
Il porto di Fujairah (Ansa).
L’Iran non voleva conquistare gli Emirati. Voleva dare un esempio. E l’esempio è stato devastante. In cinque settimane Teheran ha dimostrato quanto valesse la punta di lancia dell’asse Usa-Israele nel Golfo, quella «Little Sparta» di cui Mohammed bin Zayed andava tanto fiero, ripetuta con reverenza nei think tank di Washington e nei corridoi del Pentagono. La risposta, ora, è sotto gli occhi di tutti: niente. Al primo contatto con la realtà, la punta di lancia si è afflosciata, appiattita, disintegrata. Una definizione sulla carta, buona per i convegni e le foto con i generali americani. Gli UAE avevano proxy paramilitari in Yemen, Somalia, Libia e Sudan. Avevano i sistemi antimissile più avanzati del mercato. Avevano un budget della difesa da potenza media europea. Non avevano la capacità di proteggere i propri impianti petroliferi da sciami di droni da poche migliaia di dollari l’uno. A fine marzo, UAE e Kuwait avevano consumato il 75 per cento delle scorte di intercettori Patriot, il Bahrain l’87 per cento. La lezione iraniana è stata limpida: il prezzo dell’allineamento con Washington e Tel Aviv si paga in infrastrutture bruciate, e chi si vende come punta di lancia finisce per essere il primo bersaglio.
Il principe ereditario Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).
Il viaggio a Pechino del principe ereditario…
Il 12 aprile il principe ereditario Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed è atterrato a Pechino. Il 14 è stato ricevuto da Xi Jinping. Ventiquattro accordi firmati. La visita avviene nel contesto in cui i funzionari emiratini dicono agli americani che senza dollari passeranno allo yuan. Il sistema cinese CIPS ha processato a marzo 135 miliardi di dollari giornalieri, +50 per cento. Il Project mBridge — piattaforma blockchain di cui gli UAE sono cofondatori — ha già processato 55 miliardi in scambi, con lo yuan al 95 per cento del volume. Ogni volta che il bluff viene esposto — e il WSJ lo ha appena fatto — la credibilità del bluffatore diminuisce.
La delegazione cinese guidata da Xi Jinping e quella emiratina guidata da Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan a Pechino (Ansa).
… E lo shopping londinese dello zio
Mentre Balama mendica dollari a Washington e il figlio di MBZ cerca alternative a Pechino, il fratello di MBZ — Sheikh Tahnoon bin Zayed, vicepresidente, capo dell’intelligence, chairman di IHC — fa shopping a Londra. L’11 aprile, DIAFA (affiliata IHC) ha acquisito una quota di maggioranza nell’impero di Richard Caring per 1,4 miliardi di sterline: The Ivy Collection, Annabel’s, Scott’s, Sexy Fish, Harry’s Bar, George, Mark’s Club. Il CEO di IHC ha dichiarato al Financial Times di voler spendere «36 miliardi di dollari ogni 18 mesi». A febbraio ha lanciato Judan Financial con 237 miliardi di dollari di asset in gestione. La contraddizione è irrisolvibile. O la crisi di liquidità è reale — e allora Tahnoon sta distraendo risorse mentre il Paese chiede l’elemosina — oppure è gonfiata per ottenere aiuti americani, e gli UAE stanno mentendo ai propri alleati. Tertium non datur.
Da sinistra il primo ministro britannico Keir Starmer, Mohamed bin Zayed con accanto il fratello Tahnoon bin Zayed (Ansa).
La trappola in cui si sono infilati gli Emirati
L’emirato ha raccolto 4,5 miliardi di dollari in debito d’emergenza, pagando un premio pur di avere i soldi subito. Il Bahrain ha aperto una swap line da 5 miliardi con gli UAE: due naufraghi che si prestano il salvagente. L’IEA (l’International Energy Agency) ha definito la situazione «lo shock petrolifero più grave della storia». La World Bank ha tagliato la crescita del GCC (Gulf Cooperation Council) dal 4,4 all’1,3 per cento. Un consulente di wealth management a Singapore ha riferito che più della metà dei suoi 13 clienti emiratini stava valutando di spostare tutto. Un avvocato di patrimoni privati ha riportato che tre dei suoi venti clienti — con asset medi di 50 milioni — pianificavano trasferimenti urgenti. Dubai ha ridotto il limite di oscillazione in Borsa dal 10 al 5 per cento. Le autorità hanno dovuto smentire notizie su blocchi ai prelievi degli investitori stranieri. Il fatto stesso di doverlo fare dice tutto. Mohammed bin Zayed ha scommesso che l’allineamento con Washington e Tel Aviv avrebbe comprato sicurezza duratura. Quella scommessa assumeva un Iran rapidamente sconfitto e gli UAE come nodo indispensabile del nuovo ordine. Nessuno di quegli scenari si è materializzato. Gli UAE assorbono le ripercussioni senza poter uscire dall’alleanza, per paura di perdere la copertura americana. Una trappola perfetta, costruita con le proprie mani. Chi apre un conto a Singapore non torna facilmente a Dubai. Il capitale è viscoso in entrata, fluido in uscita. La parola del beduino di Abu Dhabi ora porta un asterisco. E gli asterischi, nella finanza internazionale, costano cari.
Alla fine Giuseppina Di Foggia si è ‘arresa’. Dopo l’aut aut di Giorgia Meloni, l’ad uscente di Terna ha rinunciato alla buonuscita da 7,3 milioni di euro per poter traslocare in Eni. Lo ha reso noto martedì sera la società con un comunicato. «L’ing. Giuseppina Di Foggia ha manifestato la sua disponibilità alla sottoscrizione di un accordo finalizzato alla rinuncia dell’indennità di fine rapporto». Ulteriori comunicazioni saranno diffuse «al completamento delle procedure previste dalla normativa e nel pieno rispetto dei principi di corporate governance».
La precisazione del Mef e l’aut aut di Meloni
La richiesta di un’indennità di 7,3 milioni di euro da parte dell’uscente Di Foggia, indicata alla presidenza dell’Eni, aveva spinto il Mef a ricordare le direttive del 2023 per limitare o escludere le indennità da corrispondere a fine mandato per scadenza naturale o dimissioni volontarie nelle società partecipate. Nel pomeriggio era poi intervenuta la premier che dal Salone del Mobile aveva invitato la manager a scegliere tra la presidenza dell’Eni e la buonuscita di Terna. «Questa credo che sia una scelta di Di Foggia», aveva sottolineato Meloni. «Penso che debba scegliere tra la presidenza dell’Eni e la buonuscita da Terna, mi pare abbastanza semplice la questione». Per la formalizzazione dell’accordo di rinuncia bisognerà attendere il prossimo cda, dopo di che Di Foggia dovrebbe presentare le sue dimissioni entro il 5 maggio per poter passare al Cane a sei zampe. L’assemblea di Eni è stata convocata per il 6 maggio, mentre quella di Terna il 12.