Il conducente alla guida del tram deragliato il 27 febbraio a Milano, incidente costato la vita a due persone (oltre 50 i feriti), era al telefono almeno fino a 12 secondi prima che il mezzo saltasse una fermata, imboccasse a 50 chilometro orari lo scambio direzionato verso sinistra e si schiantasse contro un palazzo. È quanto emerge dagli esami sul cellulare del tranviere.
Cosa è emerso dagli accertamenti sul cellulare
Il deragliamento è avvenuto precisamente alle 16:11 e 25 secondi e la telefonata del tranviere si sarebbe interrotta alle 16:11 e 13 secondi. L’ultima chiamata del tranviere prima dello schianto, fatta a un collega a cui aveva dato il cambio da circa mezz’ora, è durata 3 minuti e 40 secondi. Secondo la difesa del conducente, la comunicazione si sarebbe però interrotta almeno un minuto e mezzo prima dello schianto. E non a 12 secondi dall’incidente, lasso di tempo emerso dagli accertamenti che in realtà potrebbe essere anche inferiore: ci sarà maggiore esattezza soltanto nel momento in cui investigatori e inquirenti apriranno la scatola nera del tram, che fornirà l’esatta telemetria della velocità e della frenata.
Il conducente sostiene di aver accusato un malore
Il conducente, indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni colpose, sostiene di aver accusato un malore – in particolare una sincope vasovagale – che gli avrebbe fatto perdere i sensi poco prima del deragliamento. A suo dire la causa del malore è stato un ferimento al piede sinistro, avvenuto poco prima durante la sistemazione della pedana per disabili in zona stazione Centrale: sarebbe stato proprio questo l’oggetto questo della chiamata al collega.
L’agenzia di stampa iraniana semi-ufficiale Mehr News ha diffuso un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei in cui l’ayatollah sostiene che «il ministero dell’Intelligence deve proseguire sulla sua strada, creando insicurezza per i nemici e sicurezza per i cittadini iraniani» dopo la morte del ministro Esmaeil Khatib. Nel messaggio, quest’ultimo viene descritto come «un veterano di guerra instancabile che ha profuso grandi sforzi per la causa della Rivoluzione Islamica».
Pasdaran: «Nostro portavoce ucciso in un attacco Usa-Israele»
Intanto, i pasdaran hanno dichiarato che gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ucciso il loro portavoce Ali Mohammad Naini. In una dichiarazione sul loro sito web Sepah News, le Guardie della rivoluzione hanno affermato che Naini «è stato martirizzato nel vile e criminale attacco terroristico condotto dalla parte americano-sionista all’alba»..
Si poteva essere d’accordo o meno con Umberto Bossi, morto il 19 marzo a 84 anni, ma una cosa è certa: il Senatur ha cambiato per sempre l’immagine del politico italiano. E il linguaggio della nostra politica. Con lui siamo passati dal lessico misurato, dal contegno da notaio e dalla debita distanza dai cittadini a gesti esagerati (dal dito alzato alle corna), alle canottiere bianche, a slogan ruvidi come “La Lega ce l’ha duro”.
Dalle corna al dito medio: la gestualità esagerata di Bossi
Bossi, che non aveva studiato ma aveva un passato da operaio, non possedeva doti intellettuali dichiarate. Ma sapeva comunicare con il corpo e con la provocazione. Numerosi i diti medi alzati, che sono valsi più di tante parole, al netto dell’innegabile imbarbarimento della politica. Nel 2011, durante la festa della Lega a Besozzo (Varese), Bossi mostrò il dito medio a un cantante che aveva citato la bandiera italiana. Nello stesso anno “rispose” sempre col dito medio a un giornalista che gli aveva chiesto delle pensioni. Nel 2019, al congresso del partito a Milano, in questo modo smentì il “funerale” della Lega.
Il dito medio di Bossi era talmente iconico, per così dire, che Ryanair lo usò in una pubblicità in cui le offerte del vettore low cost erano messe a confronto con le alte tariffe di Alitalia. Nell’estate del 2011, Bossi rispose con una pernacchia e le corna ai giornalisti che avevano sollecitato un suo commento sulle richieste di governo tecnico dopo la Manovra, avanzate dall’opposizione. Il fondatore della Lega fece le corna ai giornalisti anche nell’ottobre di quell’anno dopo un vertice a Palazzo Grazioli, dimora romana di Silvio Berlusconi. E che dire del gesto dell’ombrello, anch’esso marchio di fabbrica del Senatur? Quello fatto alla festa del Carroccio a Ponte di Legno nel 2002 è solo un esempio.
Gli slogan coniati da Bossi rimasti nell’immaginario collettivo
Due gli slogan che hanno caratterizzato l’epopea di Bossi: “Roma ladrona” (poi con l’aggiunta “la Lega non perdona”), a sottolineare la contrapposizione tra uno Stato predatore – anzi parassitario – e il Nord produttivo, unico motore del Paese. E poi, ovviamente, “La Lega ce l’ha duro”.
Umberto Bossi durante un comizio (Ansa).
Altro che televisione: il rapporto viscerale tra il Senatùr e il popolo di Pontida
In un’epoca in cui la politica aveva iniziato ad affidarsi sempre di più alla televisione (basti pensare alla discesa in campo di Berlusconi), Bossi continuò a privilegiare le piazze. E meglio ancora il pratone di Pontida.
La canottiera bianca sfoggiata nel 1994 in Sardegna (e non solo)
E poi c’è la canottiera bianca sfoggiata in Sardegna nell’estate del 1994, quando Bossi era ospite in una residenza di Vito Gnutti al Pevero, in Costa Smeralda, mentre a breve distanza – a Porto Rotondo – Berlusconi aveva riunito a Villa Certosa ministri e sottosegretari del suo governo. La distanza tra i due venne accentuata anche dall’abbigliamento, e non solo in quell’occasione: il Senatur d’estate si mostrava spesso con la sua ruspante canottiera bianca.
Anche i media internazionali danno spazio, nelle versioni online, alla notizia della scomparsa di Umberto Bossi. I maggiori quotidiani d’Europa ne ricordano la storia e il ruolo nel panorama politico nazionale degli ultimi 45 anni.
Da Le Monde a El Pais, come l’estero ha raccontato la scomparsa del Senatur
Il francese Le Monde sottolinea che «riuscì a trasformare il suo piccolo partito regionale in un attore di primo piano della politica italiana, prima di essere travolto da problemi di salute e da uno scandalo di corruzione». Anche Le Parisien ha dato spazio alla notizia, ricordando che «questo caro amico di Silvio Berlusconi ha ricoperto diversi incarichi ministeriali negli anni 2000». Lo spagnolo El Pais ricorda invece il Senatur come una «figura trainante del nazionalismo nel Nord Italia capace di rivoluzionare la politica del paese negli Anni 90 con un partito anti-establishment che è poi diventato il più vecchio». Sempre dalla Spagna, El Mundo ha definito Bossi «una delle figure più importanti e al contempo controverse della politica italiana negli ultimi quattro decenni». Così invece il tedesco DerSpiegel: «Per anni è stato considerato una figura di spicco della destra nella politica italiana e uno stretto collaboratore di Silvio Berlusconi. Nel Nord Italia, Bossi ha goduto per un certo periodo di notevole successo grazie alle sue critiche al centralismo italiano e alle sue invettive, a volte veementi, contro il Sud». Anche il Die Welt ha ricordato l’amicizia con il Cavaliere e i suoi ruoli nel Parlamento italiano ed europeo.
Poche ore all’apertura delle urne referendarie. «Sia il vostro parlare: “Sì, sì, No, no”; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37). Il campo largo ha scelto di opporsi alla riforma Nordio in maniera netta, con l’eccezione di Matteo Renzi che un po’ ha detto e un po’ non ha detto. In ogni caso anche la sua è sembrata una posizione strumentale, finalizzata perlopiù a non farsi cacciare dal campo largo nel quale è faticosamente rientrato.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Una vittoria del No non eliminerà i problemi del centrosinistra
Il centrosinistra scommette sulla vittoria del No e ha stimolato l’elettorato puntando sulla difesa strenua della Costituzione, della democrazia, dell’indipendenza della magistratura, sotto attacco dei soliti fascisti al governo. Bon. Magari l’emotività premierà il fronte del No e dunque vincerà chi si oppone alla separazione delle carriere dei magistrati, all’introduzione dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare. In quel caso il centrosinistra uscirà rinvigorito dal referendum, giusto in tempo per iniziare la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027. I problemi non mancano, tuttavia. Al campo largo serve un leader che oggi non c’è ed è in corso tutto un dibattito per capire come individuarlo. Renzi ora spinge per fare le primarie, dice che è arrivato il momento di scegliere. Da lunedì sarà il nuovo argomento di discussione preferito del centrosinistra, con sfumature diverse a seconda di come andrà il risultato referendario. In più, sempre alla voce problemi da non sottovalutare, c’è la possibilità che il centrosinistra, in caso di vittoria, sovrastimi il risultato, dando per conquistate le elezioni dell’anno prossimo. Qualora vincesse il No infatti avrebbe già pronto il copione: Giorgia Meloni è lontana dagli interessi reali degli italiani, che non vogliono più questa maggioranza. Vedete? Il risultato del referendum sta lì a dimostrarlo.
Elly Schlein e Giusepep Conte (Imagoeconomica).
Schlein spera in una blindatura, almeno fino alle Politiche
Il centrosinistra coglierebbe una vittoria del No come un avviso di sfratto per il governo. Il che prolungherebbe la vita politica dei leader del campo largo, a cominciare da Elly Schlein. Giuseppe Conte, figurarsi, governa apparentemente senza alternative, l’unica sfidante è Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, la cui opposizione al contismo è velleitaria.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Nel caso del Pd è già diverso; Schlein in questi tre anni di pace forzata ha accumulato sostenitori improbabili (Stefano Bonaccini), ma anche un certo numero di riformisti (Eugenio Giani li chiama sprezzantemente «radicali») pronti per l’eventuale inciampo. Un’eventuale vittoria referendaria allungherebbe il contratto politico dentro il Pd almeno fino alle elezioni dell’anno prossimo. Sarebbe dunque garanzia per Schlein che il suo posto è intoccabile, almeno finora. Forse qualche riformista più pragmatico spera proprio che vada così; che Schlein vinca il referendum per restare in sella almeno fino alle Politiche e poi, eventualmente, essere sconfitta da Meloni, leader indiscussa del destra-centro.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
Se vincesse il Sì, potrebbe tornare la voglia di un Papa straniero
E se il campo largo dovesse perdere? Nessuno si dimetterebbe, ovvio. Anche perché a parte Renzi, Schlein non chiede le dimissioni di Meloni in caso di sconfitta. Il centrosinistra in ogni caso non sembra pronto per questa eventualità, quasi che dia per scontata la vittoria. Il problema della leadership resterebbe lo stesso; è imprescindibile infatti la ricerca di un nuovo capo. A quel punto però il centrosinistra avrebbe bisogno di un nuovo tono oltre che di un nuovo leader. E magari a qualcuno verrebbe la voglia di proporre un altro Papa straniero, un possibile leader esterno ai partiti e alla politica tradizionale. D’altronde, se l’unione di tanti cervelli politicamente impegnati non fa la forza, meglio andare altrove, meglio scegliere chi risponde pienamente allo spirito dei tempi. Siamo sicuri che da qualche parte, nella sua officina trasformata in ufficio, Dario Franceschini stia pensando a qualcosa. Perché non di sola Silvia Salis può vivere l’alternativa agli attuali dirigenti del centrosinistra.
Il padiglione russo alla Biennale di Venezia è ancora al centro del dibattito. Dopo lo scontro Giuli-Buttafuoco e dopo che l’istituzione ha inviato al governo tutti i documenti richiesti dal Mic per verificare se fossero state violate le sanzioni contro la Federazione russa, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro è tornato sull’argomento durante l’inaugurazione del Padiglione centrale. «Se il governo russo facesse propaganda saremmo noi i primi a chiudere il padiglione», ha detto il primo cittadino. «Saluto il ministro Giuli con cui abbiamo avuto visioni diverse. Io sono filo-ucraino, abbiamo gemellato Venezia con Odessa e la Russia è l’aggressore, ma noi non siamo in guerra col popolo russo e l’arte è aperta. Siamo sempre stati una città aperta e democratica. Noi ai popoli dobbiamo rispetto, e dobbiamo continuare sulla linea della diplomazia e dell’apertura, perché la pace si crea così», ha aggiunto.
La guerra energerica è arrivata anche in Israele. L’Iran ha infatti lanciato un attacco contro la raffineria di petrolio del gruppo Bazan nella baia di Haifa, nel nord dello Stato ebraico. A seguito del raid, che sarebbe stato condotto con una bomba a grappolo, si sono registrate interruzioni di corrente in diverse zone di Haifa e della vicina Kiryat Haim. Non sono state segnalate vittime a seguito dell’attacco che, come ha spiegato la televisione di stato iraniana, è stata una rappresaglia per i missili di Israele contro il giacimento di gas di South Pars. Teheran aveva già colpito l’area industriale di Ras Laffan in Qatar, il più grande hub di gas naturale liquefatto al mondo, provocando un incendio. A seguito del raid, Donald Trump aveva affermato che Washington «non sapeva nulla» dei piani di Tel Aviv per colpire il sito iraniano, al pari di Doha.
Il ministro israeliano dell’Energia ha escluso danni significativi
«I danni alla rete elettrica nel nord sono localizzati e non significativi», ha dichiarato il ministro dell’Energia Eli Cohen: «La corrente verrà ripristinata entro breve tempo. Inoltre, il bombardamento non ha causato danni significativi alle infrastrutture dello Stato di Israele». Il ministero della Protezione Ambientale ha reso noto che, per timore della fuoriuscita di sostanze pericolose, presto giungerà sul posto il ministro Rami Rozen.
Ogni due anni e mezzo il Parlamento europeo effettua una verifica di metà mandato. Toccherà anche stavolta e a Bruxelles, nel centrosinistra, c’è chi agita già – con largo anticipo visto che le elezioni ci sono state nel 2024 – la possibilità di un cambio alla guida, per sostituire Roberta Metsola e i suoi vicepresidenti. Tra i quali c’è anche l’italiana Pina Picierno, una delle esponenti di punta dei riformisti italiani.
Pina Picierno con Roberta Metsola (Imagoeconomica).
I piani di Schlein: largo a Zingaretti e Tinagli
Secondo il Corriere della Sera, Elly Schlein sostituirebbe volentieri la vicepresidente del Parlamento europeo con Nicola Zingaretti, attualmente capo della delegazione del Pd. A quel punto Irene Tinagli, ex riformista dalle molte facce, oggi gradita al Nazareno, diventerebbe leader della delegazione.
Irene Tinagli (Imagoeconomica).
«Come sempre quando vengono fatti gli accordi non chiari poi vengono fuori i problemi», conferma a Lettera43 una fonte brussellese. Il riferimento è agli accordi fatti nel 2024, dopo le elezioni europee che hanno portato alla conferma di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione e alla conferma di Metsola alla guida del Parlamento. Anche Picierno allora era stata confermata, superando due contendenti: lo stesso Zingaretti ma anche Stefano Bonaccini, che ha già peraltro molti ruoli, tra cui quello di presidente del Pd (capo dell’opposizione interna al Pd non lo è più visto che ha deciso di passare nella maggioranza qualche mese fa grazie all’accordo con Schlein).
Elly Schlein con Nicola Zingaretti (Imagoeconomica).
La pasionaria dai modi «urticanti» non comunica con la segretaria
Picierno è da tempo nel mirino del Nazareno per via non soltanto delle sue posizioni politiche, in linea con quelle di altri riformisti (da Giorgio Gori a Lorenzo Guerini), ma anche per le modalità «urticanti», come le definiscono i suoi stessi compagni riformisti, con cui affronta il dibattito pubblico. E se sono considerate urticanti per i colleghi di corrente, figuriamoci che cosa ne pensa Schlein, che vede Picierno come fumo negli occhi. Fra le due non c’è comunicazione, c’è chi dice che non si parlino proprio, senz’altro faticano a intendersi politicamente.
Lorenzo Guerini con Pina Picierno (Imagoeconomica).
L’ipotesi di un addio al Pd: ma per andare dove?
C’è chi sostiene che Picierno potrebbe anche allontanarsi dal Pd, ma la domanda è – come sempre in questi casi – per andare dove. Interpellata sull’argomento, la vicepresidente del Parlamento europeo non ha rilasciato dichiarazioni. Carlo Calenda non è considerato affidabile, troppo umorale, con Matteo Renzi non è chiaro come siano i rapporti. Ma tutto è possibile, certo. I riformisti – che pure solidarizzano nelle loro agitatissime chat su Whatsapp e ricordano peraltro le modalità con cui si dimise Zingaretti da segretario del Pd, cioè insultando il partito che aveva diretto prima di lasciare – le rammentano che un conto è essere la coscienza critica di un partito, costituendo magari un’area politico-culturale piccola ma rumorosa, un altro conto è rischiare operazioni velleitarie. Un rischio che nessuno vuole correre, nemmeno il più acceso dei contestatori di Schlein.
Pina Picierno (Imagoeconomica).
Gori e la strategia della battaglia dall’interno
Ed è il motivo per cui Gori ha scelto di intestarsi una battaglia dentro il Pd senza però uscire; riprendendo puntualmente alcuni temi che Schlein, per ideologia o distrazione, non affronta. Anche dalle parti di Gori vi è la convinzione che le battaglie si facciano dall’interno, perché fuori da un partito strutturato tutto rischia di diventare poco influente.
Giorgio Gori con Pina Picierno (Imagoeconomica).
L’appuntamento dunque viene rimandato a dopo il referendum costituzionale. L’eventuale vittoria del Sì sarebbe un inciampo per Schlein, che ha investito molto sulla sconfitta della presidente del Consiglio. Ma il duello finale e definitivo arriverebbe solo alle elezioni politiche dell’anno prossimo. In quel caso sarebbe complicato per la segretaria del Pd non farsi da parte in caso di sconfitta con Giorgia Meloni. Ed è a quel varco che la attendono i riformisti del Pd.
«Tocca all’Europa saper dire di no» alla guerra, all’instabilità, al moltiplicarsi delle crisi. Mentre i leader sono riuniti a Bruxelles per un vertice che ha all’ordine del giorno il conflitto in Iran e le ripercussioni sul prezzo dell’energia, Sergio Mattarella parla in Spagna, patria di quel Pedro Sanchez che per primo si è opposto senza mezzi termini ai bombardamenti israelo-americani su Teheran, e spiega che il no a questo attacco unilaterale segna un passaggio fondamentale per la sopravvivenza della Ue.
Sergio Mattarella con il re di Spagna all’Università di Salamanca (Imagoeconomica).
L’invito a non cedere alle sirene del sovranismo
Una sveglia del capo dello Stato, l’ennesima, ai capi di Stato e di governo europei troppo spesso lenti nel capire l’urgenza delle crisi. La linea è condivisa con Giorgia Meloni, che ha già chiarito che non intende far partecipare l’Italia a questa guerra. Ma le parole del Presidente della Repubblica sono ancora più nette e allargano il ragionamento a tutto l’impianto di politica internazionale italiana e comunitaria. Uno sprone a non farsi illudere dalle sirene del sovranismo che, portato alle estreme conseguenze, sta causando solo più crisi, più guerre, più problemi per l’economia. Mattarella tiene una lectio magistralis per la laurea honoris causa che gli viene consegnata dall’Università di Salamanca. Ad ascoltarlo re Felipe VI. Il discorso parte da lontano, da Machiavelli, da Cervantes, passa per Beccaria, Primo Levi, e arriva a ricordare come il Continente abbia già pagato troppo in termini di guerre fratricide. Le fondamenta della Ue, si dice certo, «non cederanno agli attacchi di quanti vorrebbero smantellare la costruzione europea», siano essi nemici esterni o interni.
Il coraggio di non subire la legge di chi «appare più forte»
Mattarella difende anche l’Onu e i suoi tre valori fondamentali: divieto dell’uso della forza, eguaglianza tra gli Stati, diritti umani. Principi che non possono essere calpestati da un «nazionalismo esasperato» o da «un sovranismo privo di responsabilità». Perché a farne le spese sono necessariamente «i Paesi e i popoli più poveri e meno fortunati». Del resto per decenni i valori di democrazia, libertà, diritti sono stati condivisi con gli Usa, non siamo noi ad aver cambiato idea, non ancora. Per il Presidente poi non è vero che restare fedeli a questi principi marginalizza il nostro continente, anzi non subire la legge di chi «appare più forte» richiede «coraggio». Al contrario, «se perdessimo di vista i nostri obiettivi saremmo sconfitti». Citando Seneca, «per chi ignora in quale porto approdare non vi sono venti favorevoli»: i padri fondatori della Ue conoscevano il porto verso cui navigare, la speranza di Mattarella è che anche i leader riuniti oggi a Bruxelles non si facciano distrarre dalle tempeste e tengano la barra dritta.
Opposizioni all’attacco di Andrea Delmastro e Giorgia Meloni, dopo che sono venuti alla luce rapporti d’affari del sottosegretario alla Giustizia con un’esponente della famiglia di Mauro Carroccia, legato alla famiglia camorristica di Michele Senese. «Apprendiamo dalla stampa che Meloni sarebbe a conoscenza dei fatti addirittura da un mese. Gli italiani hanno il diritto ad avere una sua presa di posizione chiara, ma non dopo il referendum, la pretendiamo subito», ha detto Elly Schlein. «Delmastro, già condannato per aver rivelato informazioni coperte da segreto a Donzelli che le ha usate per attaccare le opposizioni in aula, non poteva non sapere chi fosse la 18enne scelta come amministratrice unica della società che stava fondando, società che a quanto pare non aveva nemmeno dichiarato come da obblighi di trasparenza», ha aggiunto la segretaria del Pd: «Meloni la smetta di difendere i suoi e cominci a difendere la dignità delle istituzioni e gli interessi italiani».
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Perché è scoppiato un altro caso-Delmastro
Delmastro, al pari di altri tre politici di Fratelli d’Italia (tra cui la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino), fino a poco tempo fa era socio di un ristorante romano assieme a Miriam Caroccia, figlia 18enne del “ras” della ristorazione Mauro, che era finito a processo per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa, per aver ripulito i soldi dei Senese con i suoi locali. Delmastro, come gli altri, ha ceduto le sue quote della società Le 5 Forchette (con sede a Biella) dopo che la condanna a 4 anni nei confronti di Mauro Caroccia è diventata definitiva il 18 febbraio.
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).
Delmastro da Catanzaro respinge ancora le accuse
Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, ha parlato di «una situazione di gravità inaudita», evidenziando anche il fatto che Delmastro non ha comunicato alla Camera, come prevede la legge per ogni deputato, di possedere azioni di una società. I rappresentanti del Movimento 5 stelle nelle commissioni Antimafia hanno chiesto le dimissioni di Delmastro. Il diretto interessato, che già aveva respinto le accuse sottolineando di essere entrato in società «con una ragazza non imputata, non indagata, che poi si è scoperto essere la figlia di», a margine di un incontro a Catanzaro sul referendum del 22 e 23 marzo, rispondendo alle domande dei giornalisti sulla vicenda ha affermato che «la mafia è una montagna di merda».
Condannando con forza gli attacchi attribuiti a Teheran nel braccio di mare, Downing Street ha annunciato un piano a sei per garantire la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, chiuso in parte dall’Iran in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele. Oltre al Regno Unito, i Paesi che si sono dichiarati pronti a contribuire al piano sono l’Italia, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi e il Giappone.
Keir Starmer e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
La nota congiunta
«Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», si legge in una nota congiunta. «La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale». E poi: «Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire sulle persone in tutto il mondo, soprattutto sui più vulnerabili. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che si stanno adoperando nella pianificazione».
Araghchi: «Chi aiuta gli Usa sarà complice»
Durante una telefonata con l’omologo giapponese Toshimitsu Motegi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – riporta la Cnn – ha affermato che l’attuale situazione nello Stretto è stata causata da Stati Uniti e Israele e che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe «complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori».
Il corrispondente di Russia Today Steven Sweeney e il suo cameraman Ali Reda Sbeiti sono rimasti feriti in un attacco israeliano nel sud del Libano, vicino alla città costiera di Tiro, durante un collegamento in diretta in cui il giornalista stava parlando dei raid dell’IDF contro i siti di Hezbollah.
Impressionante il video di quanto accaduto, in cui si vede un missile cadere a pochi metri dalla postazione di Sweeney, con una forte esplosione: il giornalista era senza elmetto, ma indossa va il giubbotto antiproiettile con la scritta “Press”. Per fortuna l’incidente è stato archiviato senza gravi conseguenze per Sweeney e il cameraman, feriti solo in modo lieve.
Come previsto dagli analisti, la Bce ha mantenuto invariati i tassi, lasciando quello sui depositi al 2 per cento, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,40 per cento. Il comunicato introduttivo disegna però prospettive profondamente diverse per l’economia, rispetto alla riunione di gennaio, a causa del conflitto tra Israele-Usa e Iran: «La guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica. Il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici. Le implicazioni a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra nonché dal modo in cui le quotazioni dell’energia influenzeranno i prezzi al consumo e l’economia».
«Consiglio direttivo in una posizione favorevole per affrontare l’incertezza»
La situazione non richiede però interventi immediati: «Il Consiglio direttivo si trova in una posizione favorevole per affrontare tale incertezza. L’inflazione si è collocata intorno all’obiettivo del 2 per cento, le aspettative di inflazione a più lungo termine risultano saldamente ancorate e l’economia ha evidenziato una buona capacità di tenuta negli ultimi trimestri. Le informazioni che il Consiglio direttivo acquisirà nel prossimo periodo consentiranno di valutare l’impatto del conflitto sulle prospettive di inflazione e sui rischi a esse associati. Il Consiglio direttivo segue attentamente la situazione e definirà in modo appropriato la politica monetaria grazie al suo approccio fondato sui dati».
HSBC, uno dei più grandi gruppi bancari e finanziari al mondo, sta valutando drastici tagli del personale da effettuare nei prossimi anni. I cambiamenti potrebbero interessare fino a 20 mila dipendenti, ovvero il 10 per cento della forza lavoro. Lo riporta Bloomberg, spiegando che l’amministratore delegato Georges Elhedery intende puntare sull’intelligenza artificiale per ridurre i ruoli nei settori middle e back office, che non prevedono il contatto diretto con la clientela.
C’è un nuovo pentito nel processo Hydra sulla presunta alleanza tra esponenti di camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra in Lombardia: Gioacchino Amico, presunto vertice del sistema mafioso nella Regione per conto del clan dei Senese. Lo ha spiegato la pm Alessandra Cerreti depositando il suo verbale del 3 febbraio, oltre a quello dell’altro nuovo collaboratore di giustizia Bernardo Pace, morto suicida in carcere il 16 marzo. Il maxiprocesso con rito ordinario vede ben 45 imputati alla sbarra, tra cui proprio Amico.
Il maxiprocesso è stato aggiornato al 30 aprile
Tre pentiti avevano già parlato nelle indagini e nel filone del processo abbreviato, che ha portato a 62 condanne, con pene fino a 16 anni. Pace, che stava scontando 14 anni per associazione mafiosa, si è suicidato pochi giorni fa in cella a Torino, un mese dopo l’inizio della collaborazione con la giustizia. Sulle modalità della morte di Pace, che era malato, sono in corso indagini. Tra gli imputati del maxiprocesso, che è stato aggiornato al 30 aprile, ci sono anche Paolo Aurelio Errante Parrino, parente di Matteo Messina Denaro detenuto al 41 bis, Santo Crea, esponente di spicco della ‘ndrangheta, e Giancarlo Vestiti, luogotenente della Camorra.
Chi è il presunto boss Gioacchino Amico
Considerato un esponente di spicco del “consorzio mafioso” lombardo, Amico avrebbe raccontato ai pm degli interessi economici di Matteo Messina Denaro in Lombardia, svelando dettagli dei suoi rapporti con l’avvocato Antonio Messina, l’ultimo degli arrestati nell’articolata indagine seguita alla cattura del superlatitante, incontrato più volte al bar San Vito a Campobello di Mazara, a pochi metri da uno dei suoi nascondigli.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e la premier danese, Mette Frederiksen, hanno inviato una lettera ai vertici Ue riguardo ai possibili rischi per i flussi migratori derivati dai recenti sviluppi in Medio Oriente, con l’obiettivo di evitare il ripetersi della crisi migratoria del 2015. «Ciò non sarebbe solo una catastrofe umanitaria per le persone direttamente coinvolte, ma rischierebbe anche di incidere sulla sicurezza e sulla coesione della nostra Unione», si legge nella lettera secondo quanto riportato dall’Agi, che l’ha visionata. «Dobbiamo fornire immediatamente un sostegno sufficiente ai nostri partner e agli Stati ospitanti in Medio Oriente, poiché i rifugiati e i migranti dovrebbero, in generale, essere assistiti nei luoghi in cui si trovano. Possiamo aiutare più persone, in modo migliore e più efficiente, fornendo sostegno direttamente alle loro regioni di origine», continuano le due leader.
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen (Ansa).
Per le due premier occorre rafforzare le frontiere Ue e esplorare meccanismi di emergenza
Meloni e Frederiksen hanno accolto con favore l’adozione, da parte della Commissione europea, del pacchetto umanitario da 458 milioni di euro in risposta alla crisi umanitaria. E sostengono con forza «la mobilitazione di tutti gli strumenti diplomatici e operativi per garantire che i bisogni siano soddisfatti, al fine di mitigare il rischio di ulteriori movimenti verso l’Ue». Allo stesso tempo, continua la missiva, «dobbiamo essere preparati e adottare le misure necessarie qualora la situazione evolvesse. Non possiamo permetterci di essere colti di sorpresa come in passato. Ciò significa rafforzare ulteriormente le nostre frontiere affinché tutti gli Stati membri siano adeguatamente attrezzati per garantire che l’Ue abbia il pieno controllo delle sue frontiere esterne». Di qui l’invito alla Commissione e alle agenzie Ue competenti ad assistere gli Stati membri in questo sforzo e ad essere pronte a fornire un supporto rapido su richiesta. «Incoraggiamo inoltre la Commissione a esplorare meccanismi che possano fungere da freno di emergenza, da attivare come forza maggiore in caso di improvvisi movimenti migratori su larga scala verso l’Unione. Lo dobbiamo ai cittadini europei e alle popolazioni colpite», conclude la lettera.
Per Lucia Borgonzoni, sottosegretaria al ministero della Cultura, si tratta dell’ennesimo ko, dopo essere già stata esautorata sul cinema. Stavolta è per la scelta della Capitale della Cultura 2028, che la commissione guidata da Davide Desario ha voluto assegnare alla città di Ancona. Nella sala intitolata a Giovanni Spadolini, in via del Collegio Romano, il ministro Alessandro Giuli ha aperto ufficialmente la busta consegnatagli dal direttore dell’agenzia AdnKronos (voluto dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano): davanti al pubblico dei sindaci che avevano candidato le loro città, e alla sottosegretaria che faceva il tifo per Forlì (è bolognese), Giuli prima ha scherzato, dicendo che «non canterò se no le muse mi inceneriscono, mi è andata bene con Vasco Rossi che non mi ha citato in giudizio» (un riferimento alla citazione di Albachiara intonata – si fa per dire – in occasione dell’annuncio di Alba Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2027). Poi ha reso solenne l’annuncio. Non è mancato il commento di Borgonzoni: «Complimenti anche alle altre città finaliste per l’elevata qualità dei progetti». Già, «le altre». Che poi pure Antonio Tajani ci è rimasto male, dato che territorialmente faceva il tifo per Anagni e l’area della Ciociaria. Comunque, il dossier di Ancona è stato ritenuto da tutti il più completo: ha citato Luigi Vanvitelli, architetto e pittore del ‘700, e proposto il porto come spazio culturale, artistico e sociale, oltre al coinvolgimento del parco del Conero. Non mancherà l’apporto del tre volte premio Oscar Dante Ferretti, scenografo di fama mondiale, storico collaboratore del regista Federico Fellini.
Lucia Borgonzoni, Alessandro Giuli, il sindaco di Ancona Davide Silvetti e Davide Desario (foto Imagoeconomica).
Il Messaggero, nominato il nuovo vicedirettore
Come anticipato da Lettera43, è stata ufficializzata dal quotidiano Il Messaggero la nomina a vicedirettore di Christian Martino, dal primo aprile 2026. Andrea Bassi è stato nominato caporedattore dell’economia.
Christian Martino (foto Imagoeconomica).
La Russa saluta i consulenti finanziari
La finanza piace a Ignazio La Russa. E così, in qualità di presidente del Senato, ha inviato un videomessaggio ai consulenti finanziari riuniti a Roma all’Auditorium Parco della Musica per “Consulentia 26’”, evento organizzato da Anasf, l’associazione nazionale della categoria che conta oltre 13 mila associati e gestisce un patrimonio di oltre mille miliardi di euro. Cosa ha detto ‘Gnazio ai consulenti? «Un’attività, la vostra, che riveste un significato particolare per chi, con fiducia, si rivolge a professionisti qualificati nell’ottica di una corretta politica del risparmio. Il complicato momento storico che stiamo vivendo su scala internazionale di certo non contribuisce a rendere stabile il vostro lavoro, ma è soprattutto nelle difficoltà e nei periodi di fibrillazione che si comprende come può diventare importante il consulente finanziario». Poteva bastare? Ovviamente no: «Competenza, formazione e aggiornamento costante risultano fondamentali per poter offrire una collaborazione reale, vera e importante a chi ha fiducia in voi».
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
La democrazia di Giuliano Amato
Giuliano Amato parteciperà venerdì 20 marzo a “Libri Come 2026” a Roma, con un incontro incentrato sul tema della democrazia, nell’Auditorium Parco della Musica. Nello Spazio Risonanze l’ex presidente del Consiglio presenterà la riedizione del libro Democrazia e definizioni di Giovanni Sartori, assieme a Luca Verzichelli e con la moderazione di Alessandra Sardoni.
Giuliano Amato (Imagoeconomica).
Quel Patek di Mattarella
Un “Patek Philippe Golden Ellipse” al polso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: un orologiaio di Torino, Michele Carlino, sui social ha informato su quale meraviglia della tecnica adorna il polso del capo dello Stato. «Un capolavoro di eleganza», senza dubbio, dalla forma a ellisse, che viene valutato secondo l’esperto «tra i 15 e i 25 mila euro». Ma sul mercato dell’usato si trova anche a prezzi più bassi.
Un ingresso di peso, che coinvolge un nome grosso della finanza italiana: il presidente di Rothschild ItaliaAlessandro Daffina, banchiere d’affari di lungo corso molto stimato dalla destra di governo, entra nel consiglio di amministrazione di Nexi, la società guidata da Paolo Bertoluzzo e presieduta dall’ex grand commis di Stato Marcello Sala che si occupa dei pagamenti digitali per banche, aziende, istituzioni e pubblica amministrazione. Daffina è nato a Roma nel 1959 ed è entrato nel gruppo Rothschild nel 1992. È presidente del gruppo da gennaio del 2025, dopo esserne stato anche ceo. È stato una figura chiave in grandi operazioni gestite da Rothschild, come per esempio la vendita di Capitalia a Unicredit, la fusione tra Intesa e San Paolo, la privatizzazione di Eni e la cessione della Roma.
Il magnate indonesiano del tabacco Michael Bambang Hartono, azionista di riferimento del Como col fratello Robert, è morto a Singapore all’età di 86 anni. Inserito da Forbes al 149esimo posto tra le persone più ricche al mondo con un patrimonio stimato in circa 18 miliardi di dollari, assieme al fratello aveva rilevato la società lariana nel 2019, quando era in Serie D, portandola in pochi anni ai vertici del calcio italiano.
Como 1907 is deeply saddened by the passing of Michael Bambang Hartono.
We extend our sincere condolences to the Hartono family and to all at the Djarum Group.
Under the family’s leadership, the Club has entered a new chapter in its history, and we remember him with gratitude… pic.twitter.com/o9YGHm7qiu
«Il Como è profondamente addolorato per la scomparsa di Michael Bambang Hartono. Il club esprime le più sincere condoglianze alla famiglia Hartono e a tutto il Djarum Group. Sotto la guida della famiglia, il club ha aperto un nuovo capitolo della sua storia, e per questo la società lo ricorda con gratitudine e rispetto». Così il Como ha ricordato e omaggiato il patron.
L’acquisto del Como tramite la società londinese Sent Entertainment
Insieme col fratello, Michael Hartono era al vertice di un impero economico costruito attorno a Djarum, azienda produttrice di sigarette, e soprattutto alla partecipazione in Bank Central Asia, senza dimenticare gli interessi nell’elettronica (Polytron, che ha appena fatto ingresso nel settore dei veicoli elettrici in Indonesia) e nell’immobiliare, con immobili di pregio a Giacarta. I fratelli Hartono nel 2019 hanno rilevato il Como 1907 tramite Sent Entertainment, società di media e intrattenimento con sede a Londra.