Sondaggi politici, crescono M5S, Avs e Futuro Nazionale

Secondo l’ultimo sondaggio Swg TG LA7 relativo all’orientamento di voto degli italiani, che viste le tempistiche non tiene ancora conto delle ripercussioni interne della guerra in Iran né del caso Crosetto, sono in crescita Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Futuro Nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci. Perde invece terreno il Partito democratico. Stabile il centrodestra.

Sondaggi politici, crescono M5S, Avs e Futuro Nazionale
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Stabili Fratelli d’Italia e Lega, in calo Azione

Fratelli d’Italia è stabile al 29,8 per cento. Forza Italia è data all’8,4 per cento (+0,1). Stallo anche per la Lega, che resta al 6,6 per cento. Il M5s e Avs guadagnano lo 0,2 per cento, arrivando rispettivamente all’11,7 per cento e al 6,9 per cento. Passo indietro del Pd, che scende al 21,6 per cento (-0,3). Tra i partiti minori continua lievemente a crescere Futuro Nazionale (3,6 per cento, +0,2). Sala anche +Europa (1,5 per cento, +0,1). In calo Azione (3,3 per cento, -0,2). Cala anche Noi Moderati (1 per cento, -0,1). Stabile al 2,2 per cento Italia Viva.

La Banca di Russia impugna il congelamento indeterminato degli asset deciso dall’Ue

La Banca di Russia ha intentato una causa presso la Corte di giustizia dell’Unione europea, contestando il regolamento Ue sul congelamento permanente dei beni sovrani russi, sancito a dicembre del 2025. Secondo la Banca di Russia, la decisione di Bruxelles viola «i diritti fondamentali e inalienabili di accesso alla giustizia, l’inviolabilità della proprietà, il principio di immunità sovrana degli Stati e delle loro banche centrali», contraddicendo inoltre «i principi fondamentali del diritto».

L’utilizzo dei beni di un Paese terzo è senza precedenti

Il ricorso, presentato da Mosca ai sensi dell’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, riguarda una decisione che è stata presa dall’Ue con 25 Paesi favorevoli e due contrari. La misura, che ha eliminato l’obbligo di votare la proroga del blocco ogni sei mesi – evitando così il possibile ostruzionismo di Ungheria e Slovacchia -, riguarda circa 210 miliardi di euro di asset sovrani russi. L’utilizzo dei beni di un Paese terzo è senza precedenti e giuridicamente complessa: trasformare rendimenti derivanti da asset altrui in risorse pubbliche tocca principi fondamentali del diritto di proprietà e potrebbe essere considerato una confisca indiretta. La Commissione europea ha proposto di erogare a Kyiv un “prestito di riparazione” utilizzando risorse russe, che l’Ucraina avrebbe potuto rimborsare dopo la fine della guerra, una volta che la Mosca avesse compensato i danni causati. Tuttavia, i paesi dell’Ue non sono riusciti a raggiungere un accordo sull’utilizzo degli asset russi.

La Banca di Russia aveva già fatto causa a Euroclear

La maggior parte dei fondi (circa 190 miliardi di euro) è depositata presso il depositario belga Euroclear: la Banca Centrale Russa, nel frattempo, ha intentato una causa contro Euroclear presso la Corte Arbitrale di Mosca, contestando l’utilizzo degli asset senza il suo consenso e chiedendo il risarcimento dei danni.

Nitto Santapaola, chi era il boss di Cosa Nostra morto a Opera

È morto, nel reparto carcerario dell’ospedale San Paolo di Milano, il boss mafioso Nitto Santapaola. L’uomo, condannato all’ergastolo e detenuto nel carcere di Opera in regime di 41 bis, aveva 87 anni. Noto esponente della criminalità organizzata catanese e siciliana, era considerato uno dei principali capi di Cosa Nostra a partire dagli Anni 70. A lungo leader del clan Santapaola-Ercolano, influente nel territorio etneo, è stato coinvolto in numerosi processi per reati di associazione mafiosa, omicidio e traffico di droga.

Il ruolo nelle stragi di Capaci e Via D’Amelio

Ebbe un ruolo nella fase esecutiva della strage di Capaci, il 23 maggio 1992, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. È stato inoltre condannato per il suo coinvolgimento nell’omicidio del giornalista Giuseppe Fava nel 1984 e nella strage di Via D’Amelio nel 1992. Venne arrestato nel 1993 dopo una lunga latitanza mentre si trovava nelle campagne del Calatino in compagnia di sua moglie, Carmela Minniti. Costei venne uccisa tre anni dopo a colpi di pistola dal pentito Giuseppe Ferone, un ex affiliato al clan Ferlito-Pillera che, spiegò dopo, agì per vendetta. Voleva fare provare al capomafia lo stesso dolore che lui aveva provato con la morte di suo padre e suo figlio, assassinati senza che Santapaola avesse fermato i sicari.

L’Iran colpisce l’ambasciata Usa a Riad, l’IDF attacca il Libano

L’operazione Epic Fury lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha assunto, come prevedibile, i contorni di un conflitto regionale. Gli attacchi a Teheran hanno generato un effetto domino sui Paesi del Golfo alleati di Washington dove sono state prese di mira le sedi diplomatiche americane. Nella notte uno sciame di droni iraniani si è abbattuto sull’Arabia Saudita colpendo l’ambasciata statunitense a Riad. Colpiti anche obiettivi lungo una fascia di 1.200 miglia nella regione: si registrano danni dal golfo di Oman, dove un drone è esploso contro una petroliera, e a Cipro, dove è stata presa di mira la base militare britannica di Akrotiri. Si tratta del primo attacco ad alleati statunitensi in Europa. Forti esplosioni sono state udite anche a Dubai e Samha negli Emirati Arabi Uniti, e a Doha, in Qatar.

Gli Usa ordinano un’evacuazione di massa per il personale non addetto alle emergenze

Dopo l’attacco all’ambasciata di Riad, Donald Trump ha assicurato che gli Usa «risponderanno con estrema risolutezza all’attacco». Il presidente lo ha equiparato a una invasione del territorio nazionale. È immediatamente scattata l’allerta in tutte le basi Usa in Medio Oriente. I sistemi di difesa sono entrati in azione ad Al-Udeid in Qatar e a Camp Arifjan in Kuwait. Il dipartimento di Stato americano ha chiesto a tutto il personale non addetto alle emergenze di lasciare immediatamente Giordania, Bahrein e Iraq. Una evacuazione di massa che conferma il timore di Washington che le proprie sedi civili e militari possano essere bersagli di ondate di droni e di azioni di terra delle milizie proxy finanziate da Teheran.

Continuano gli attacchi IDF in Libano e in Iran

Intanto Usa e Israele hanno aumentato la pressione sul territorio iraniano. L’IDF ha condotto raid massicci anche in Libano dopo che Hezbollah aveva colpito il nord di Israele in rappresaglia per l’attacco israeliano di sabato in cui è stata uccisa la guida suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. In parallelo, il CENTCOM – United States Central Command – ha annunciato di aver neutralizzato le strutture di comando e controllo dell’esercito del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC). Il bilancio secondo le stime della Mezzaluna Rossa iraniana è di almeno 555 vittime.

Teheran non è disposta a negoziare con Trump

Gli alleati europei in un primo momento avevano preso le distanze dalla decisione di Trump di entrare in guerra, affermando che Teheran non rappresentava una minaccia imminente. Successivamente, però, hanno dichiarato che avrebbero partecipato per aiutare a reprimere la capacità dell’Iran di reagire. In un post su X lunedì, Ali Larijani, capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale di Teheran, ha affermato che l’Iran non negozierà con Trump. A differenza degli Stati Uniti, ha aggiunto, la Repubblica islamica «si è preparata a una lunga guerra», ha scritto.

La guardia rivoluzionaria ha chiuso lo stretto di Hormuz

La Guardia rivoluzionaria ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico mondiale di gas e petrolio. Nelle ultime ore è arrivata anche l’ultima rivendicazione di Teheran che ha annunciato di aver lanciato una nuova ondata di attacchi contro una base militare statunitense in Bahrein, sostenendo di aver distrutto l’edificio di comando principale e le caserme con 20 droni e tre missili.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo

L’attacco missilistico di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran ha scatenato una risposta di Teheran piuttosto imprevista quanto a obiettivi centrati: sono state colpite le città di Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, Riad in Arabia Saudita, Doha in Qatar, e sono stati coinvolti anche Bahrein e Kuwait.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
La penisola araba.

Insomma, in poche ore tutti i Paesi del Golfo rischiano di vedere evaporare il lungo lavoro di trasformazione di quei luoghi da terre che vivevano sostanzialmente di estrazione del petrolio a moderne nazioni in grado di attirare capitali, aziende, start up, sviluppo immobiliare, turisti, vip e influencer.

Lo sport come leva molto efficiente di soft power

Per imporsi sullo scenario mondiale, questi Stati hanno usato lo sport come leva molto efficiente di soft power: dal Mondiale di calcio in Qatar (2022) a quelli previsti in Arabia Saudita nel 2034, passando per la Formula 1, la MotoGp, il tennis, il golf, o l’ingaggio di Cristiano Ronaldo e di altre star del pallone per la Saudi league araba.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
Cristiano Ronaldo in campo ad Abu Dhabi (foto Ansa).

Ma la profonda instabilità creata dai droni iraniani che stanno colpendo i grattacieli simbolo di queste città del Golfo, con celebrity che sommergono i social mostrando i cieli illuminati dai missili, incendi, comunicando paura, voglia di rientrare nelle loro case in Europa o negli Stati Uniti, avvolge ora questa zona del mondo di una patina di insicurezza che mette a rischio, tra le altre cose, anche i più importanti circuiti professionistici.

La Formula 1 da anni fa molto affidamento sui soldi del Golfo

Giusto per citare alcuni casi: dal 10 al 12 aprile è previsto il Gran premio di Formula 1 in Bahrein; dal 17 al 19 aprile la gara a Gedda (Arabia Saudita). Due appuntamenti molto ravvicinati, per i quali manca solo un mese e mezzo. Ed è difficile ipotizzare che l’area ritorni tranquilla in così poco tempo. Peraltro la Formula 1, che da anni fa molto affidamento sui soldi del Golfo, ha anche in programma due ulteriori Grand prix da quelle parti nel 2026: dal 27 al 29 novembre a Lusail (Qatar) e dal 4 al 6 dicembre nel circuito di Abu Dhabi.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
Formula 1 in Bahrein (foto Ansa).

Incombe, quindi, un bel problema su Formula One group (società controllata da Liberty Media) e sugli oltre 4 miliardi di dollari di incassi che le sfide tra McLaren, Red Bull, Mercedes e Ferrari assicurano annualmente. Anche il circus della MotoGp (che vale meno di 800 milioni di ricavi all’anno, controllato anch’esso da Liberty media) dovrebbe passare in Qatar dal 10 al 12 aprile. Ma ci sono tutte le incognite del caso.

Il tennis Atp ha appena concluso il suo mini tour nel Golfo

Il circuito del tennis Atp ha concluso il suo mini tour nel Golfo: si è giocato a Doha dal 16 al 21 febbraio (dove Jannik Sinner è stato eliminato presto), mentre il torneo di Dubai, dal 23 al 28 febbraio, è riuscito a non disputare la finale nel giorno degli attacchi missilistici grazie al ritiro dell’olandese Tallon Griekspoor, che ha consegnato quindi la vittoria al russo Daniil Medvedev.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
Jannik Sinner in campo a Doha (foto Ansa).

Però pare che dopo gli attacchi iraniani siano rimasti bloccati a Dubai gli stessi Medvedev e Griekspoor, oltre ad altri tennisti come Andrej Rublev, Marcelo Arévalo e Mate Pavic e a giudici e membri dello staff ATP, visto che lo spazio aereo sugli Emirati Arabi Uniti è stato chiuso, con oltre 5 mila voli cancellati.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
Daniil Medvedev a Dubai (foto Ansa).

È naturale pensare che il senso di sicurezza e di inviolabilità che caratterizzava quelle zone del mondo stia venendo meno. E anche per le finali Atp delle NextGen, fissate in dicembre a Gedda, si sta già cercando una nuova destinazione.

I campioni del golf si trasferiscono per motivi fiscali. Ma ora chissà…

Un altro circuito che vede gli Stati di quelle zone come terre strategiche per i propri business è quello del golf. Non solo per le gare che si disputano nei circoli, ma soprattutto perché i Paesi del Golfo nel loro complesso, da anni, stanno diventando per i golfisti quello che il Principato di Monaco è per i tennisti: ossia un hub per il golf, dove i vari campioni trasferiscono la loro residenza per motivi fiscali, di strutture, di logistica, di qualità della vita, di tutela della privacy e, cosa ora messa in forte discussione, di sicurezza.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
L’olandese Darius Van Driel negli Emirati Arabi Uniti (foto Ansa).

Cosa succederà al Mondiale con Iran, Qatar e Arabia Saudita?

Insomma, tra i diversi effetti destabilizzanti che la tensione con l’Iran sta creando nell’area, ecco che ci sono quelli sullo sport, leva fondamentale di diplomazia e marketing che tutti gli Emirati hanno usato in questi anni. E che adesso potrebbe venire meno. Si pensi, per esempio, a cosa potrebbe accadere al Mondiale di calcio di Usa-Messico-Canada 2026, dove le nazionali di Iran, Qatar e Arabia Saudita risultano qualificate. O all’Eurolega di basket in cui gioca anche il club di Dubai. O ai tornei di volley organizzati nei Paesi del Golfo, così come per le gare di ciclismo, offshore oppure polo.

La nuova guerra del Golfo e la fine dell’El Dorado sportivo arabo
Gianni Infantino con Donald Trump nello Studio Ovale (foto Ansa).

È tutto un mondo di eventi sportivi gonfiati ad arte dai petrodollari, senza grosse reali passioni da parte del pubblico locale, e che all’improvviso potrebbe scomparire sotto i colpi di qualche drone targato Teheran.

Signorini lascia la direzione editoriale di ‘Chi’

Alfonso Signorini, che si era già autosospeso da Mediaset dopo il caso-Corona, ha deciso di lasciare Chi, settimanale di cui è stato prima direttore responsabile (dal 2006 al 2023) e poi direttore editoriale. Il giornalista, nel suo ultimo editoriale anticipato dall’Ansa, parla di una scelta condivisa col Gruppo Mondadori e che non è stata «minimamente influenzata» dalle accuse dell’ex re dei paparazzi.

Signorini lascia la direzione editoriale di ‘Chi’
Fabrizio Corona (Ansa).

«Nel 2023 ho cominciato a sentire che il lavoro, tutto quello per cui fino ad allora avevo vissuto, non era più prioritario», scrive Signorini nell’editoriale. «La pandemia aveva modificato le mie abitudini, la mia quotidianità era un pensiero sottile, che si era impadronito della mia anima, che rendeva i miei sorrisi, i miei entusiasmi sempre più faticosi e le mie giornate sempre meno colorate». E poi: «Sentivo di avere la forza per cominciare una nuova vita. Il confronto con Marina Berlusconi, che prima di essere il mio editore è un’amica fraterna, ha portato a trovare una soluzione meno ‘traumatica’: avrei lasciato la direzione di Chi nelle mani del mio storico braccio destro, Massimo Borgnis, per assumere la direzione editoriale».

LEGGI ANCHE: Il caso Corona-Signorini e la frattura insanabile tra media tradizionali e social

Signorini lascia la direzione editoriale di ‘Chi’
Alfonso Signorini (Imagoeconomica).

Nell’editoriale Signorini ringrazia la già citata Marina Berlusconi: «So che non mi mancheranno le nostre telefonate o i nostri weekend, perché continueremo a farli, ma mi mancheranno la sua lungimiranza, il suo profondo buon senso, anche il suo pragmatismo nel lavoro, che la rendono tanto simile a suo padre. Un uomo unico». Quanto a Fabrizio Corona, Signorini scrive che «lo squallore si commenta da solo» e che, accanto a «un mondo meraviglioso da raccontare», esiste anche «uno squallido sottoscala fatto da chi vive ai margini, che si nutre di menzogne e di cattiverie, un sottoscala fatto anche da chi assiste a crimini e calunnie mostruose con un ghigno, una ironia, o peggio ancora con un silenzio che delinque quanto il crimine stesso».

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole

Enrico Letta torna a Roma, presentandosi come decano “IE School of Politics, Economics & Global Affairs, Madrid”. Archiviata in fretta l’esperienza parigina di Sciences Po, rieccolo stavolta con panni spagnoleggianti per discutere all’Istituto Affari Internazionali presieduto da Michele Valensise, nel pomeriggio di lunedì 2 marzo, di “Savings and Investments Union: a che punto siamo?” con Pier Carlo Padoan, che viene indicato solamente come “vicepresidente Iai” omettendo la ben più vistosa e impegnativa carica di presidente UniCredit, e Simone Bemporad, “Group Chief Communications & Public Affairs Officer, Assicurazioni Generali”.

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Enrico Letta (foto Imagoeconomica).

Quella volpe di Lupi col giubbetto Deloitte

Il moderatissimo Maurizio Lupi una ne pensa e cento ne fa: con l’ultima apparizione nei telegiornali della Rai ha messo in crisi il controllo anti-sponsor (che a Roma viene chiamato “anti-marchette”) sui personaggi che vanno in tivù con loghi sparsi secondo le esigenze, anche se nessuno sa di chi. Facendosi intervistare on the road, da vera volpe Lupi ha esibito un bel giubbetto che però aveva ben visibile la scritta Deloitte. Tutti si sono concentrati sull’abbigliamento, e qualcuno si è messo pure a scherzare dicendo «non abbiamo controllato se al polso aveva un Rolex»…

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).

L’umiltà del poeta Rondoni

Ha un incarico sontuoso, il poeta Davide Rondoni: presidente del comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco di Assisi. Prossimamente, sul tema, una grande mostra su Giotto e il poverello di Assisi, in quel di Perugia. E Rondoni si presenta come la guida di un «comitato da me indegnamente presieduto». È più umile del santo patrono d’Italia.

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Davide Rondoni (foto Imagoeconomica).

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte

«Motivi personali». È la formula con cui il ministro della Difesa Guido Crosetto ha inquadrato il viaggio negli Emirati Arabi Uniti che lo ha visto partire da Roma venerdì, restare bloccato a Dubai nel pieno dell’escalation regionale e rientrare poi in Italia su un velivolo militare, lasciando la famiglia negli Emirati. Ma c’è un problema di fondo che precede ogni dettaglio tecnico: un ministro della Difesa non diventa un privato cittadino per auto-dichiarazione. Non in un’area geopoliticamente sensibile. Non in una settimana in cui la tensione regionale era documentata e mentre altri Paesi aggiornavano i propri avvisi di viaggio raccomandando spostamenti solo per motivi di estrema urgenza o necessità. A Palazzo Chigi, nelle ore di giovedì, si era comunque lavorato a scenari di sicurezza interna e protezione di obiettivi sensibili, come accade in ogni escalation regionale. Ma se davvero esistevano elementi così stringenti da far scattare pianificazioni rafforzate già tra giovedì e venerdì, com’è possibile che il ministro della Difesa fosse in volo ‘per motivi personali’ proprio in quelle ore?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Gli alert e le segnalazioni sulla regione

Nei giorni precedenti alla partenza di Crosetto, risultavano NOTAM (acronimo che sta per Notice to Airmen, termine con cui si indicano gli avvisi utilizzati dai piloti velivoli per essere aggiornati sulla situazione in cui operano) e segnalazioni operative nella regione, tra restrizioni e attività particolari nello spazio aereo. Parallelamente, diverse ambasciate occidentali avevano invitato i propri cittadini a viaggiare nel Golfo solo se strettamente necessario. Di più: nel mercato assicurativo londinese esiste un termometro ufficiale di settore: la lista delle Listed Areas del Joint War Committee (Lloyd’s/London Market), che identifica zone a rischio aumentato per pericoli di guerra, terrorismo e affini. Quando un’area è listed, il rischio non è un dettaglio: diventa clausola, premio e obbligo di notifica agli underwriter. In parallelo, i P&I Club hanno iniziato a emettere notice of cancellation sulle estensioni war risk con preavvisi minimi (tipicamente 72 ore), segnale che per il settore la regione era già entrata in modalità ‘shock operativo’.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

Se i «motivi personali» erano così urgenti, andrebbero resi noti

In questo contesto, quali erano i «motivi personali» così urgenti da giustificare la partenza per di più di un ministro proprio in quel momento? Il termine «personale» è una categoria fumosa. Ma per chi guida la Difesa è anche scivolosa, perché può coprire tutto e il contrario di tutto. Se i motivi non erano così urgenti, la scelta di partire appare imprudente. Se invece lo erano, allora dovrebbero essere resi noti. Se perfino a livello politico-istituzionale emergono ricostruzioni secondo cui la presidente del Consiglio sarebbe rimasta sorpresa dall’assenza del ministro in Italia durante il vertice d’urgenza, la questione smette di essere cronaca di viaggio e diventa un problema di Stato. E se il ministro degli Esteri Antonio Tajani è arrivato a dire: «Io personalmente non lo sapevo» riferendosi alla presenza di Crosetto a Dubai, la gravità raddoppia, perché la catena di coordinamento tra Difesa e Farnesina, in una crisi internazionale, non può funzionare a posteriori. Raggiunto telefonicamente a Dubai da Repubblica, Crosetto dopo aver accennato a un «impegno istituzionale ad Abu Dhabi», ha dichiarato: «Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia della Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso». Virtuoso o meno, sicuramente inopportuno.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Il ministro della Difesa Guido Crosetto con il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani durante l’audizione sulla situazione in Iran e Golfo Persico davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera (Ansa).

Un ministro non è mai solo un italiano in vacanza

Va poi sottolineato che Crosetto (come qualsiasi altro ministro o carica dello Stato) non è mai “un italiano in vacanza”. È il titolare della Difesa di uno dei principali Paesi NATO. Anche quando viaggia per ragioni personali, porta con sé un profilo di rischio nazionale: esposizione informativa, vulnerabilità, ricattabilità, necessità di canali protetti, prassi di coordinamento con sedi diplomatiche e servizi. Quindi nemmeno per “per motivi personali”, il viaggio può essere sottratto alle regole implicite ed esplicite della funzione ricoperta. Stando a quanto rivelato dal direttore di Domani, Emiliano Fittipaldi, Crosetto avrebbe mandato la famiglia a Dubai perché secondo l’entourage del ministro è il posto più sicuro al mondo. Visto che il ministro, ha spiegato Fittipaldi a In Onda, aveva ricevuto minacce ha preferito mandare i suoi cari a Dubai piuttosto che in un altro Paese europeo.

Le domande di Lettera43 al ministro Guido Crosetto

L’organizzazione del viaggio e la valutazione dei rischi

Quali erano i “motivi personali” in modo preciso e verificabile? Perché era necessario partire proprio in quella finestra temporale, verso gli Emirati e con un volo di linea? Esisteva un piano? Volo di ritorno, prenotazioni? Prima della partenza è stata fatta una valutazione di rischio? C’è stato un briefing sicurezza sui NOTAM e sugli alert regionali? È stata coinvolta l’intelligence o la Farnesina nella valutazione preventiva? Se le risposte sono dei no, allora c’è un problema. Se invece sono dei sì viene da pensare che il viaggio non fosse una semplice questione privata ma che magari comprendesse anche attività istituzionali. Delle quali, almeno stando alla reazione ufficiale di Meloni, il governo era all’oscuro.

L’acquisto dei biglietti e il costo del viaggio

Il denaro, in questi casi, non è curiosità morbosa: è prevenzione del conflitto d’interessi e del rischio di condizionamento. Chi e come è stato pagato il biglietto aereo del ministro? (Carta personale, carta di servizio, agenzia…). Chi ha pagato l’hotel Jumeirah Marsa al Arab dove risulta aver pernottato (dove il costo di una camera arriva a oltre 1200 euro a notte) e le spese in loco e con quali strumenti? Sono disponibili ricevute e documenti che dimostrino che non ci sono terzi pagatori né facilitazioni?

Ambasciata e Stato ospitante: era stato informato qualcuno?

L’ambasciata italiana negli Emirati ad Abu Dhabi e il consolato a Dubai erano stati informati dell’arrivo e della presenza del ministro?
Sono state comunicate sede di soggiorno, contatti di emergenza ed eventuali misure di protezione? Lo Stato ospitante è stato informato in modo formale della presenza di un ministro della Repubblica italiana (e della Difesa)?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Fumo sullo skyline di Dubai (Ansa).

La conference call d’urgenza: la polemica sul device e la necessità di canali protetti

Il dibattito sul “telefono” (in molti hanno notato che nei videocollegamento con Palazzo Chigi appariva la scritta “iPhone di Guido”) è folclore. La domanda seria è un’altra: dove e come si è comunicato in una fase delicata, dall’estero, in un Paese terzo, mentre la regione viveva una crisi militare? Non è un dettaglio: quando parla la Difesa, non parla un cittadino. Parla lo Stato.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Giorgia Meloni in riunione a Palazzo Chigi con Guido Crosetto in videocollegamento (Ansa).

Da dove si è collegato il ministro? (Hotel, residenza privata, sede diplomatica). Quali canali tecnici sono stati utilizzati? Rete mobile locale, Wi-Fi, VPN istituzionale, sistemi cifrati, satcom. Esistono log e attestazioni tecniche (anche sintetiche senza dettagli operativi) che dimostrino l’uso di canali adeguati? Perché non effettuare il collegamento da una sede protetta (ad esempio il consolato), se la riunione aveva natura d’urgenza?

Il valico omanita: documenti, status, procedura

Il passaggio utilizzato da Crosetto per raggiungere l‘Oman e l’aeroporto di Muscat è il punto che, più di ogni altro, può chiarire se davvero si trattasse di viaggio “privato” o se si sia invece operato con strumenti e corsie ministeriali. Se il viaggio era realmente “personale”, allora il ministro dovrebbe essere entrato negli Emirati Arabi Uniti con passaporto ordinario. Ma se ha utilizzato un passaporto di servizio o diplomatico, allora l’ingresso è avvenuto in qualità titolare di una funzione pubblica, con conseguente attivazione di procedure e status. Non si possono tenere insieme le due cose: non si può dire «ero lì come privato» e allo stesso tempo operare con strumenti e prerogative da carica istituzionale. Dunque: Con quale documento è entrato negli Emirati? Con quale documento è uscito? Con quale documento ha attraversato il valico omanita? È stato accompagnato da personale d’ambasciata o da autorità locali?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Gli eventuali incontri durante il soggiorno

Il ministro Crosetto durante la sua seppur breve permanenza negli Emirati, ha incontrato rappresentanti di istituzioni finanziarie, banche, private banker, fondi o advisory? Ha incontrato soggetti collegabili, direttamente o indirettamente, al perimetro della Difesa? (Industria, intermediari, consulenti…) Ha svolto incontri anche ad Abu Dhabi e, se sì, con chi e per quale ragione?

La questione “tariffa ospite” e il costo reale dell’operazione

Parlando del volo di rientro in Italia, Crosetto ha sostenuto di aver bonificato «il triplo» della tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato.   La polemica si è incollata ai numeri (1.500, 5.000 euro) e alla retorica del «pago io».

Ma la domanda che conta davvero è un’altra: qual è il costo reale di mobilitare un jet istituzionale su una missione dedicata? Il 31° Stormo – che gestisce il trasporto di Stato – ha in linea i Gulfstream VC-650A (G650ER). E per circa 13 ore complessive (andata-ritorno su una tratta come Muscat–Italia e rientro del velivolo), il costo operativo reale di un long-range business jet, a valori di mercato, non è né 1.500 né 5.000, na va tra i 95 mila e i 130 mila euro, a seconda di criteri di calcolo (ore di volo, equipaggio, pianificazione, supporto, stand-by, autorizzazioni, sicurezza). Resta un passaggio da spiegare: la tariffa ospite non è il costo della missione. E il bonifico “triplo” può essere un gesto politico, ma non risponde alla domanda sul costo reale dell’operazione.

La polemica serve a poco: occorrono risposte verificabili

Al ministro non si sta chiedendo nulla di straordinario. Si sta chiedendo la chiarezza che dovrebbe valere sempre, a maggior ragione per un ministro della Difesa che si muove in un contesto di crisi: le motivazioni precise del viaggio; la tracciabilità delle spese; l’eventuale coordinamento con l’ambasciata o il consolato, l’uso di canali protetti e verificabili, l’elenco degli incontri, il costo reale dell’operazione. E soprattutto una cosa: se il viaggio era “personale”, allora non può essere coperto da una nebbia di eccezioni, allusioni e risposte “a sentimento”. Perché se era così personale da non essere noto – a sentire alcune dichiarazioni – nemmeno ai vertici del coordinamento politico e diplomatico, allora il problema non è la polemica: è il metodo. Perché in gioco c’è la credibilità delle istituzioni. E la credibilità, in una fase di guerre e crisi, si regge su una cosa sola: risposte verificabili.

Chi è Simone Venturini, candidato sindaco del centrodestra a Venezia

Simone Venturini è stato ufficialmente designato come candidato sindaco di Venezia per il centrodestra alle elezioni comunali in programma il 24 e 25 maggio 2026. La scelta è stata ratificata dal tavolo della coalizione che attualmente esprime la maggioranza nell’amministrazione cittadina. «Nasco in terraferma, sono cresciuto in terraferma e oggi vivo in centro storico, quindi conosco entrambe le anime di una città splendida con cui ho vissuto tutte le stagioni e le difficoltà, come il Covid e l’acqua alta, ma anche tantissimi momenti belli», ha detto Venturini all’Agi confermando l’investitura.

Chi è Simone Venturini, candidato sindaco del centrodestra a Venezia
Simone Venturini (Instagram).

Sciolto il nodo nel centrodestra

Come successo anche alle Regionali del 2025, la candidatura di Venturini è arrivata più tardi rispetto a quella del centrosinistra, che aveva già annunciato Andrea Martella, segretario regionale del Partito Democratico. Questo perché mancava l’intesa tra Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati: decisivo l’intervento di Matteo Salvini, che ha smorzato il braccio di ferro tra Sebastiano Costalonga (assessore al Commercio e alle Attività Produttive) e Sergio Vallotto (segretario metropolitano e vicesindaco), spiegando ce la scelta era stata fatta. Proprio Costalonga il primo marzo ha postato su Facebook una foto con Venturini, Michele Zuin (FI), Raffaele Speranzon (FdI) e Andrea Tomaello (Lega), assicurando che «il centrodestra è compatto più che mai».

Chi è Simone Venturini

Classe 1987, Venturini è nato e cresciuto a Marghera. Impegnato da sempre nell’associazionismo cattolico, nello scoutismo e nel volontariato, si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova, con una tesi sul federalismo demaniale. Nel 2010, stato eletto (più giovane dei sempre nella storia cittadina) consigliere comunale nelle liste dell’Udc. Nel 2015, candidato come capolista nella lista civica dell’attuale sindaco Luigi Brugnaro, Venturini è risultato il consigliere comunale più votato. Scelto come assessore alla Coesione sociale e politiche sociali nel primo mandato, dopo la rielezione nel 2020 ha anche assunto le deleghe al Turismo, alle Politiche della residenza, allo Sviluppo economico e al Lavoro. Nel corso della sua carriera Venturini ha anche ricoperto ruoli di rilievo a livello regionale, come rappresentante del Comune nella Conferenza dei Sindaci dell’ULSS Serenissima e nella Cabina di Regia per l’attuazione del Piano Nazionale Antitratta.

Meloni decapitata dalla ghigliottina, bufera sul Carnevale di Reggio Emilia

In un video choc ripreso durante il Carnevale popolare di Reggio Emilia di sabato 28 febbraio 2026, un ragazzo vestito da boia, con un’ascia di cartone in mano, si prodiga nel tagliare la testa (di carta) di Giorgia Meloni davanti a una riproduzione della ghigliottina. È l’ultima trovata degli haters della premier, il cui partito denuncia lo «spettacolo degradante» e la «violenza simbolica», segno di «un vuoto politico e culturale che provano a riempire con l’odio». Non è stata solo Meloni a finire nel mirino. Lo stesso trattamento sarebbe stato riservato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, all’omologo ungherese Viktor Orban, al presidente americano Donald Trump e a quello russo Vladimir Putin. «Collezionali tutti», c’è scritto in un cartello verde posto sotto il patibolo accanto a una “ruota della fortuna” con scritti i nomi da decapitare.

Crosetto risponde dopo le polemiche: «Io a Dubai per motivi familiari, accelerazione inattesa»

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha chiarito la sua posizione dopo lo scontro politico generatosi sulla sua presenza a Dubai nel bel mezzo del conflitto e sul ritorno in Italia a bordo di un aereo militare. «Sono venuto perché le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale accelerazione», ha spiegato in un’intervista a Repubblica. «Quando ho capito che — a differenza di altre volte — ci sarebbe potuto essere anche un attacco agli Emirati Arabi Uniti, ho deciso di portare a casa la mia famiglia. Dovevamo partire sabato mattina (e quindi saremmo arrivati tranquillamente), ma per un mio impegno istituzionale ad Abu Dhabi abbiamo preso il volo del pomeriggio. Il fatto di trovarsi bloccato non è una cosa su cui fare polemica soprattutto perché la reazione che ha colpito Dubai non era stata ipotizzata da nessuno come conseguenza immediata».

«Opposizione non preoccupata dei miei rischi personali ma solo delle polemiche»

Sul fatto di trovarsi negli Emirati senza scorta e senza che servizi e governo fossero informati, cosa che avrebbe potuto esporlo a rischi, ha risposto: «Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso. Per il resto non penso che l’opposizione sia preoccupata dei miei rischi personali, ma solo delle polemiche e infatti chiede dimissioni. Per cosa? Perché l’Iran ha attaccato Dubai? Sono preoccupati della mia salute, ma poi fanno polemiche inventate. Non meritano la fatica che ho dedicato al servizio della nazione in questi anni».

Trump «deluso» da Starmer per i tentennamenti sull’isola Diego Garcia: cosa è successo

Intervistato dal Telegraph, Donald Trump si è detto «molto deluso» da Keir Starmer che – ha spiegato – «ci ha messo troppo» a concedere agli Stati Uniti l’uso della base dell’isola Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, per portare a termine attacchi mirati contro l’Iran. Ecco la storia di questo atollo, che fa parte delle Isole Chagos, e perché è così importante.

Trump «deluso» da Starmer per i tentennamenti sull’isola Diego Garcia: cosa è successo
Donald Trump (Ansa).

L’importanza strategica dell’arcipelago delle Chagos

L’isola Diego Garcia fa parte delle Isole Chagos, arcipelago situato nell’Oceano Indiano a sud delle Maldive e a nord-est rispetto alle Mauritius, che costituisce un territorio d’oltremare britannico. L’atollo, che ospita una delle più importanti basi militari interforze Usa-Regno Unito, si trova fuori dalla portata dei missili balistici iraniani, ma entro il raggio operativo dei bombardieri statunitensi: ciò lo rende strategicamente cruciale per il controllo dell’Oceano Indiano occidentale e di buona parte dell’Asia centro-meridionale e dell’Africa Orientale. Non a caso la base è stata il punto di partenza e supporto per attacchi aerei durante la prima guerra del Golfo (1991), la guerra in Afghanistan e la guerra in Iraq del 2003.

L’accordo Regno Unito-Stati Uniti siglato nel 1966

Scoperte dai portoghesi nel XVI secolo e colonizzate in seguito dai francesi, le Isole Chagos appartengono al Regno Unito dal 1814. Dall’indipendenza delle Mauritius, avvenuta a metà degli Anni 60, l’arcipelago è Territorio Britannico dell’Oceano Indiano. Nel 1966 il Regno Unito cedette il controllo di parte dell’atollo Diego Garcia agli Stati Uniti, per usi militari: l’accordo, inizialmente valido fino al 2016, è stato poi prorogato al 2036. La costruzione della base militare da parte di Washington costrinse gli abitanti a trasferirsi a Mauritius o alle Seychelles e ciò causò, all’epoca, una controversia internazionale. Mauritius, tra l’altro, da sempre rivendicato le Isole Chagos come parte del suo territorio

Trump «deluso» da Starmer per i tentennamenti sull’isola Diego Garcia: cosa è successo
Keir Starmer (Ansa).

L’intesa del 2025 prima accettata e poi criticata da Trump

Nel 2019 la Corte internazionale di giustizia definì l’occupazione britannica delle Chagos un atto illecito, che impedisce la completa decolonizzazione di Mauritius, invitando il Regno Unito a restituire l’arcipelago. A maggio 2025 l’accordo tra i due Paesi, anzi tre: a Mauritius la titolarità formale del territorio e il diritto di esporre la propria bandiera, a Regno Unito e Stati Uniti il controllo operativo e tattico totale su Diego Garcia per i prossimi 99 anni. Prima del suo insediamento alla Casa Bianca, Trump aveva dichiarato di sostenere l’accordo. Poi però ha cambiato idea, definendolo su Truth una «decisione di grande stupidità». Per quanto riguarda gli ultimi avvenimenti, Starmer citando il diritto internazionale aveva negato agli Usa il permesso di condurre attacchi da Diego Garcia. Poi il ripensamento: il sì del premier britannico, però, è arrivato solo per attacchi difensivi limitati contro missili iraniani immagazzinati nei depositi o pronti al lancio.

Martin Brandenburger nuovo ceo di Lidl Italia

Martin Brandenburger è il nuovo ceo di Lidl Italia. L’ha annunciato la società in una nota contestualmente ad altre nomine. In dettaglio, l’attuale cpo (chief people officer) Sebastiano Sacilotto diventa coo (chief operations officer), ruolo precedentemente ricoperto da Roberto Eretta che, in un’ottica di sviluppo professionale, andrà a svolgere la stessa funzione presso Lidl Gran Bretagna. L’incarico di cpo passa dunque a Marco Monego, che ricopriva la stessa carica in Lidl Germania. Infine, Maria Lovecchio è stata nominata cmo (chief merchandising officer).

A Brandenburger il compito di imprimere una forte accelerazione allo sviluppo dell’insegna

«Assumo la guida di Lidl Italia con grande determinazione e sguardo rivolto al futuro», ha dichiarato Brandenburger. «Questa azienda ha costruito una storia straordinaria, ma il nostro obiettivo oggi è scrivere un nuovo capitolo, ancora più ambizioso. Non ci limiteremo a gestire il presente, vogliamo accelerare il nostro percorso di innovazione per definire i nuovi standard della distribuzione in Italia. La nostra sfida sarà quella di evolvere il modello di business ponendo al centro le persone, la sostenibilità e la valorizzazione del Made in Italy, che porteremo con ancora più forza sui mercati internazionali». E ancora: «Insieme a una squadra di oltre 23 mila collaboratori, siamo pronti a cogliere le nuove opportunità del mercato con coraggio e visione strategica». Nel suo nuovo ruolo, Brandenburger avrà il compito di imprimere una forte accelerazione al percorso di sviluppo dell’insegna, che ha da poco festeggiato il traguardo degli 800 punti vendita, rafforzando il posizionamento di Lidl come motore innovativo per l’economia del Paese e per l’export del Made in Italy. Il manager è in Lidl da 18 anni, ha ricoperto diverse posizioni strategiche in vari Paesi europei e per quattro anni è stato ceo di Lidl Grecia e Lidl Cipro.

Colpito il sito nucleare iraniano di Natanz, preoccupano le possibili emissioni radioattive

L’impianto nucleare di Natanz, che si ritiene sia il principale centro per l’arricchimento dell’uranio dell’Iran con le sue 3.800 centrifughe, è stato colpito durante i raid di Stati Uniti e Israele. Lo ha reso noto Reza Najafi, ambasciatore di Teheran presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea).

Le parole del direttore dell’Aiea

Poco prima Rafael Grossi, direttore dell’Aiea, tramite un comunicato ai 35 membri del Board of Governors aveva detto di non poter escludere né possibili «fuoriuscite radioattive» a seguito dei continui attacchi sul territorio della Repubblica Islamica, né l’ipotesi di evacuazione di aree delle maggiori città del Paese. Dopo le dichiarazioni di Najafi, Grossi ha spiegato che «finora non è stato rilevato alcun innalzamento dei livelli di radiazione nei Paesi confinanti». Inoltre ha ribadito il suo appello «a tutte le parti affinché esercitino la massima moderazione per evitare un’ulteriore escalation».

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone

Il rapporto con i vice non sembra essere tra i punti forti di Matteo Salvini in questo inizio 2026. Il divorzio da Roberto Vannacci, il 3 febbraio, deve aver stressato troppo i nervi del segretario leghista, oggi poco propenso a «farsi concavo e convesso» (cit. Silvio Berlusconi) davanti alle intemperanze dell’altra neo-numero due, Silvia Sardone.

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Silvia Sardone (Imagoeconomica).

Malumori a denti stretti per la legge elettorale

Nella Lega raccontano che il capo sia letteralmente esploso la scorsa settimana dopo un intervento dell’europarlamentare milanese nel corso di una riunione tra dirigenti. L’incontro era a porte chiuse e, convocato dopo l’accordo di maggioranza sulla legge elettorale, è servito a spiegare ai dirigenti il senso del compromesso raggiunto sul nuovo sistema di voto. Nessuno tra i colonnelli che hanno partecipato alla riunione ha avuto realmente il coraggio di esprimere malumore rispetto a una legge che rischia di penalizzare fortemente la Lega (che risulterebbe dimezzata nei consensi in alcune simulazioni pubblicate dai quotidiani). D’altronde, il via libera al nuovo sistema proporzionale – molti fingono di dimenticarlo – fa parte del patto stretto da Salvini con Giorgia Meloni in cambio della candidatura di Alberto Stefani alla presidenza della Regione Veneto. Quindi, denti stretti, nessuno ha fiatato, tutti hanno ascoltato Roberto Calderoli spiegare che il compromesso raggiunto rappresenta il «male minore».

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Roberto Calderoli e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

«Siamo riusciti a scongiurare le preferenze e la modifica dei collegi, che Meloni voleva, e che avrebbe ulteriormente danneggiato la Lega», avrebbe rivendicato l’autore del Porcellum, che ha condotto la trattativa insieme al senatore Andrea Paganella.

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Andrea Paganella (Imagoeconomica).

La vice Sardone contro Calderoli zittita da Salvini

Insomma, tutti in religioso silenzio. Finché non è intervenuta Sardone. La quale si è spinta a contraddire Calderoli facendo un intervento tutto a favore delle preferenze. Salvini non l’ha fatta finire. «Qui stiamo dando di matto, se volete le preferenze, io mi tiro indietro, gestiscano tutte le candidature i segretari provinciali, ci pensino loro, se hanno le risorse», è esploso, tra l’incredulità degli altri dirigenti. Sardone era livida. Per fortuna che Matteo può contare su altri due vice. Alberto Stefani che fa in Veneto tutto quello che Bellerio impone (come candidare il bergamasco Alberto Di Rubba a Rovigo). E, soprattutto, Claudio Durigon, che trasforma in oro tutto quello che tocca. Almeno così appare nella narrazione salviniana.

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Claudio Durigon (Imagoeconomica).

I Paesi del Golfo sono «pronti a rispondere all’Iran»

Affermando il «diritto di autodifesa» in una nota congiunta i Paesi arabi del Golfo alleati degli Stati Uniti, assieme alla Giordania, si sono detti uniti nel valutare ipotesi di risposta militare all’Iran. Gli attacchi di Teheran «non possono essere lasciati senza rappresaglia», ha aggiunto il ministero degli Esteri del Qatar, da cui si sarebbero già alzati in volo alcuni caccia.

Il supporto annunciato da Francia, Germania e Regno Unito

I Paesi del Golfo e la Giordania potranno contare su Francia, Germania e Regno Unito, che si sono detti pronti a fornire supporto in azione difensive contro i raid dell’Iran. «Adotteremo misure per difendere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati nella regione, potenzialmente consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni alla fonte», si legge in una dichiarazione congiunta di Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer.

LEGGI ANCHE: Attacco all’Iran: lo shock petrolifero e l’impatto sull’economia europea

La «condanna inequivocabile» di Parigi per gli «ingiustificati» attacchi

La Francia, in particolare, tramite il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot ha espresso «condanna inequivocabile» per gli «ingiustificati» attacchi iraniani e «totale sostegno» a Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Iraq, Bahrein, Oman, Kuwait e Giordania, tutti Paesi «che sono stati bersaglio deliberato dei missili e dei droni delle Guardie della Rivoluzione e sono stati coinvolti in una guerra che non avevano scelto».

La precisazione di Berlino: «Non parteciperemo ad azioni militari contro l’Iran»

La Germania è pronta a fornire supporto ai Paesi del Golfo, ma «non parteciperà alle azioni militari contro l’Iran». Lo ha detto il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul a Deutschlandfunk, sottolineando che Berlino «non ha neanche i mezzi militari necessari», dato che la Germania, diversamente da Regno Unito e Usa, non ha neppure basi nella regione.

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Un drone iraniano ha colpito una base aerea britannica a Cipro

«Tutti ricordiamo gli errori commessi in Iraq e ne abbiamo imparato qualcosa», ha sottolineato il primo ministro Starmer in un video pubblicato su X, dando un aggiornamento sulla situazione in Medio Oriente in cui ha messo in chiaro che Londra non parteciperà a operazioni militari in Iran. Ma al momento sono proprio i britannici gli europei più coinvolti nel conflitto. Londra ha infatti accettato di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le sue basi militari nella regione per colpire i siti missilistici iraniani: in risposta, droni di Teheran hanno attaccato il sito di Akrotiki, a Cipro, dove è di stanza la Royal Air Force.

Pasdaran: «Colpito l’ufficio di Netanyahu»

I pasdaran iraniani hanno riferito di aver attaccato l’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu. In una dichiarazione ripresa dalla agenzie di stampa di Teheran, i Guardiani della rivoluzione rivendicano di «aver preso di mira l’ufficio del premier criminale del regime sionista e il quartier generale del comandante dell’Aeronautica del regime». Nell’attacco sarebbero stati usati missili Kheibar. La notizia non è ancora stata confermata da Israele, che però ha reso noto che «non risultano feriti in seguito all’ultimo lancio di missili balistici dall’Iran verso il centro del Paese». A dirlo medici e servizi di emergenza israeliani.

Tram deragliato a Milano, conducente indagato per disastro ferroviario

Il conducente del tram che venerdì 27 febbraio è deragliato a Milano, all’incrocio tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto, è indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni. Nell’incidente hanno perso la vita due persone e 54 sono rimaste ferite. Pietro M., 60 anni e con una lunga esperienza come tranviere, era stato ricoverato per un trauma alla testa ed è stato dimesso sabato con 10 giorni di prognosi. Alle forze dell’ordine e ai medici ha raccontato di essersi sentito male e aver perso il controllo del mezzo. Circa mezz’ora prima dello schianto avrebbe avvertito un dolore al piede sinistro, diventato sempre più forte fino a provocargli un mancamento. Potrebbe essersi trattato di una sincope vasovagale, versione che gli inquirenti stanno vagliando analizzando anche tabulati telefonici, traffico del suo cellulare e comunicazioni con la centrale operativa Atm.

Tram deragliato a Milano, conducente indagato per disastro ferroviario
Tram deragliato a Milano (Ansa).

Perquisizioni nella sede Atm

Intanto gli agenti della polizia locale hanno avviato perquisizioni nella sede di Atm di via Monte Rosa a Milano. Attorno alle 8.30 si sono presentati negli uffici dell’azienda di trasporti per eseguire un decreto di sequestro relativo alla documentazione che potrebbe avere rilevanza nell’indagine sull’accaduto. In particolare, gli investigatori starebbero sequestrando fogli relativi al mezzo (il nuovo Tramlink), ai binari, ma anche alle comunicazioni avvenute quel pomeriggio tra il «9» e la centrale operativa.

Drone colpisce una base militare a Cipro: perché non scatterà la clausola di difesa reciproca Ue

Le forze britanniche hanno dichiarato di aver risposto a un sospetto attacco con droni alla base della Royal Air Force di Akrotiri, a Cipro, Paese che fa parte dell’Unione europea e che ne detiene la presidenza di turno. L’incidente – un drone Shaed ha effettivamente colpito il sito – è avvenuto dopo che il Regno Unito ha accettato di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi militari britanniche per lanciare attacchi “difensivi” volti a distruggere i missili iraniani e i loro lanciatori.

Drone colpisce una base militare a Cipro: perché non scatterà la clausola di difesa reciproca Ue
Una caccia nella base Raf di Akrotiki (Ansa).

Il messaggio di Von der Leyen dopo l’attacco

«Ho parlato con il presidente Nikos Christodulides, che mi ha informato dell’incidente verificatosi poco dopo la mezzanotte, che ha coinvolto un velivolo senza pilota che ha preso di mira la base britannica di Akrotiri», ha scritto Ursula von der Leyen, presidente dell’Unione europea. «Sebbene la Repubblica di Cipro non fosse l’obiettivo, vorrei essere chiara: siamo collettivamente, fermamente e inequivocabilmente al fianco dei nostri Stati membri di fronte a qualsiasi minaccia».

La base militare è tecnicamente territorio britannico

L’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea prevede una clausola di difesa reciproca: se uno Stato membro subisce un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Paesi «hanno l’obbligo di prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso». La base di Akrotiri, a sud-ovest di Limassol e utilizzata in passato per operazioni militari in Iraq, Siria e Yemen, è però una porzione di territorio sotto la piena sovranità del Regno Unito: dunque non fa parte dell’Ue. Intanto, dopo l’incidente è saltata la riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Ue che era in programma a Lefkosia.

Schlein pronta alle primarie di coalizione

A pochi giorni dal deposito della nuova legge elettorale, che ha già sollevato critiche e polemiche da parte delle opposizioni, Elly Schlein si è detta pronta a correre per le primarie di coalizione. «Le modalità (per decidere il candidato premier del campo largo, ndr) le decideremo insieme agli alleati. Si può fare come la destra, indicando chi prende un voto in più, oppure scegliere altre strade, come le primarie di coalizione, a cui ho già dato la mia disponibilità», ha dichiarato al Giornale Radio. La segretaria dem rivendica di aver contribuito a costruire «una coalizione progressista unita, che dopo 20 anni ha messo insieme le forze alternative alla destra» e punta ad allargarla e consolidarla. Tra gli effetti delle nuove regole, infatti, la spinta a presentarsi in coalizione. Per il campo largo la strada dell’alleanza appariva già tracciata (è stato così in tutte le elezioni regionali del 2025) ma il cospicuo premio di maggioranza è un motivo in più per percorrere questa strada.

Franceschini: «Fissare già la data prima di Natale se si opta per le primarie»

Per Dario Franceschini, quello di Schlein è «un gesto di sensibilità politica il fatto che la segretaria del partito più grosso della coalizione non voglia imporsi ma sia pronta a mettersi in gioco alle primarie pur di tenere unita la coalizione». L’ex ministro della Cultura, intervistato da Repubblica, auspica che dopo il referendum della giustizia i leader del centrosinistra si incontrino per decidere un percorso e che, se decideranno per le primarie, fissino anche la data di svolgimento, «meglio se prima di Natale».

Schlein pronta alle primarie di coalizione
Dario Franceschini (Imagoeconomica).

Il leader del M5s Giuseppe Conte non ha ancora commentato l’apertura di Schlein, anche se a gennaio, su Rete 4, aveva detto: «(Le primarie) sono un criterio, ma io non escludo nessun criterio. Si deve valutare a tempo debito in quel momento, con tutti gli elementi che abbiamo, chi è il candidato che può andare a competere per vincere e per costruire, in modo solido, un progetto progressista di governo».