Unicredit Start Lab torna nel 2026 con una nuova edizione del suo programma di successo dedicato alle migliori start-up e pmi innovative italiane tech che ha visto la banca, in 12 anni di attività, valutare circa 9 mila progetti imprenditoriali e accompagnare 700 start-up del Paese verso percorsi di crescita. Il roadshow nazionale, partito giovedì 29 gennaio da Catania, proseguirà con le tappe di Torino, Roma, Bari, Bologna, Pordenone e Milano.
Nel 2025 640 candidature e 200 partner tra incubatori e acceleratori
Nell’edizione 2025 di Unicredit Start Lab, cha ha visto il coinvolgimento di circa 200 partner a livello nazionale tra incubatori ed acceleratori, sono state avanzate circa 640 candidature da parte di start-up e pmi innovative. Di queste, 50 (nell’edizione 2024 erano 37) sono giunte dalla Sicilia, di cui il 66 per cento presentato da under 35, un dato superiore alla media Italia (47 per cento) che testimonia nel concreto il fermento imprenditoriale nell’Isola proprio da parte dei giovani. Un progetto su due si è candidato nel settore Digital, segnale di una Sicilia che vuole contribuire fortemente alla transizione tecnologica del sistema regionale.
I settori di riferimento del programma
Confermati anche per quest’anno i cinque settori di riferimento per Unicredit Start Lab:
Innovative Made in Italy (Agrifood, Fashion & Design, Nanotecnologie, Robotica, Meccanica, Turismo e Industria 5.0)
Digital (AI, SaaS, B2B Services& Platform, Hardware, Fintech, IoT)
Life Science (Biotecnologie, Farmaceutica, Dispositivi medici, Digital health, Tecnologie di assistenza)
Impact innovation (Prodotti e servizi innovativi capaci di generare un impatto sociale o ambientale)
Cosa offre la piattaforma
Le 10 startup selezionate per ognuna delle cinque categorie potranno accedere alla piattaforma di Start Lab che prevede:
Partecipazione ad attività di business e investment matching con controparti industriali e finanziarie del network di Unicredit (oltre 100 le iniziative organizzate negli anni scorsi);
Accesso alla piattaforma internazionale di UniCredit, banca paneuropea leader in 13 Paesi, attraverso la partecipazione a Tech day internazionali, l’accesso prioritario al Global startup program promosso da Ice e a una rete di investitori esteri;
Piattaforma a impatto composta da iniziative ad hoc per female founders, un verticale di dedicato all’impact innovation e la partecipazione alle diverse tappe degli Esg tech day organizzati da Unicredit;
Training manageriale avanzato, tramite la Startup academy e workshop tematici;
Programma di mentorship personalizzata con professionisti ed esperti dell’ecosistema dell’innovazione;
L’assegnazione di un gestore Unicredit dedicato al supporto alla crescita;
Premio di 10 mila euro per la prima classificata di ogni categoria.
Le candidature per l’edizione 2026 sono aperte fino al 25 marzo. Per partecipare o ottenere maggiori informazioni, è possibile inviare una richiesta a unicreditstartlab@unicredit.eu.
Elon Musk ha annunciato che la sua società spaziale, SpaceX, ha comprato xAI, società di sviluppo di intelligenza artificiale di proprietà dello stesso magnate. Le cifre esatte dell’operazione non sono state comunicate, ma secondo diverse fonti il valore dell’acquisizione dovrebbe essere di circa 250 miliardi di dollari. La fusione dà dunque vita alla società non quotata in borsa con il più alto valore di mercato al mondo, stimato in 1.250 miliardi di dollari. A cosa porterà? L’ambizione sarebbe quella di costruire grandi data center nello spazio. «I progressi attuali nell’AI dipendono da grandi data center terrestri, che richiedono immense quantità di energia e raffreddamento», ha detto Musk annunciando l’operazione, intendendo che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sulla Terra senza gravare sull’ambiente e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio dove far ricorso all’energia solare.
Per xAI più fondi per sviluppare i propri prodotti di intelligenza artificiale
Da un punto di vista delle attività, SpaceX conta su un parco di razzi riutilizzabili, su navicelle in grado di trasportare astronauti e su Starlink, una diffusa rete di satelliti di telecomunicazione che fornisce collegamenti internet ad alta velocità su scala internazionale. xAI è nata da un’unione tra la piattaforma social X (ex Twitter) e la società di intelligenza artificiale di Musk, autrice del chabot Grok. Grazie a SpaceX, potrà fare leva su un inedito sostegno finanziario per lo sviluppo dei propri prodotti di AI, in un mercato costantemente in crescita e sempre più competitivo.
Il situazionista ha colpito ancora. Dalle parti di Palazzo Chigi in questi giorni fanno di sovente ricorso al soprannome che Giorgia Meloni userebbe per indicare Matteo Salvini. È un alto dirigente leghista a raccontarlo. La premier lo userebbe quando si sentono al telefono. E il riferimento non sarebbe tanto alle ideologie dell’Internazionale anticapitalista fondata da Guy Debord. Ma alle tecniche usate da quel movimento, come il Dètournement o la Deriva situazionista: smarrimento volontario della rotta, della direzione, un vagare senza scopo. I situazionisti veri lo usavano come pratica di liberazione dalla società borghese percepita come autoritaria. Salvini-Debord invece deborda senza una rotta, pensano in Fratelli d’Italia, stando a quanto si racconta nella Lega.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Ora nel mirino della premier c’è il situazionista Salvini
Tra alleati politici – si sa – si è come tra parenti di secondo grado. Si sta insieme in occasione delle elezioni e al governo come coi cugini a Natale e ai compleanni. Ma, non appena appena si chiude la porta di casa e si sale in auto, fioccano gli sfoghi, le critiche, i distinguo. Certamente, il situazionista avrà avuto nel tempo soprannomi altrettanto pungenti per la presidente del Consiglio. Ma ora nel mirino c’è lui, perché è evidente a tutti che non controlla più il partito. E questo potrebbe diventare un problema per tutto il centrodestra. Matteo Renzi è stato tra i primi a farlo notare. Così sono partiti i retroscena sui suoi presunti incontri con Roberto Vannacci, smentiti da entrambi. Il problema è la minaccia di quel 2 o 3 per cento che potrebbe ottenere l’ex generale se corresse da solo alle Politiche del prossimo anno. I numeri non sono opinioni. E in Fratelli sono convinti che Vannacci potrebbe far perdere le elezioni al centrodestra. Ma anche tenerlo in coalizione sarebbe ampiamente rischioso.
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
L’idea rischiosa del tandem Futuro Nazionale e Lega
Nel partito di via Bellerio c’è chi avrebbe addirittura ipotizzato una corsa a due con la nuova formazione Futuro nazionale, in vista delle Politiche. L’idea, come già fece nel 2013 Roberto Maroni con il movimento di Giulio Tremonti, sarebbe quella di inserire il simbolo di Fn (sigla che rimanda a Forza nuova o al vecchio Front national di Le Pen?) come ‘lenticchia’ o ‘mosca’, che dir si voglia, nel contrassegno elettorale della Lega. Una soluzione che appare poco gradita al fronte degli amministratori del Nord. Una fonte molto ben informata nella Lega racconta per esempio che Luca Zaia sarebbe così determinato a favore dell’espulsione di Vannacci che si sarebbe offerto di proporla lui pubblicamente. «Matteo, ti devi liberare di questo qui», avrebbe detto a Salvini in uno dei colloqui delle ultime settimane. «Guarda, se vuoi io non ho problemi. Me ne assumo tutta la responsabilità e chiedo che tu lo metta fuori pubblicamente. Così tu ne esci bene, come pacificatore per l’unità del partito», avrebbe aggiunto il doge leghista. Ma Salvini è uso a perseverare negli errori e a non ascoltare questo tipo di suggerimenti. Zaia poi ormai non è neanche più in consiglio federale, non essendo più governatore.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
La controffensiva di Meloni per arginare Vannacci
Certo, se fosse vero quello che circola da settimane in Lega, ovvero che tra Zaia e Salvini sarebbe chiuso l’accordo per una candidatura del primo alle Politiche, insieme ad altri amministratori del Nord in scadenza come Attilio Fontana, quella di Vannacci e i governatori sarebbe una coabitazione assai complicata in campagna elettorale. E qui tornano le paure di Meloni e di Fratelli d’Italia, che vedono come unica soluzione una soglia di sbarramento più alta per chi non è in coalizione. Per il partito della premier e per Forza Italia non c’è alcun margine: Vannacci o resta nella Lega o è fuori dal centrodestra. Si manterrebbe poi la clausola del ‘miglior perdente’ per salvare Noi moderati di Maurizio Lupi con un meccanismo simile a quello del Porcellum. Contro il caos di Vannacci, Meloni e Salvini sembrano infatti avere una unica ancora di salvezza: il mago delle leggi elettorali, Roberto Calderoli.
Negli Anni 70 David Messina, giornalista della Gazzetta dello sport, fu l’inventore del calciomercato per come lo conosciamo ora, quello del rapporto confidenziale con operatori, agenti, direttori sportivi, calciatori e intermediari vari, e della narrazione romanzata di cessioni e acquisti più o meno realistici. Girava, Messina, come un re nelle stanze dell’hotel Gallia di Milano, durante le finestre dedicate ai trasferimenti, stagione dopo stagione. Ma il genere “calciomercato”, giornalisticamente, rimaneva comunque una nicchia riservata che si illuminava solo poche settimane all’anno, con quel celebre tabellone acquisti-cessioni pubblicato in estate sulle pagine della Gazzetta.
David Messina, morto nel 2024 (Imagoeconomica).
Lo sbarco in tivù con Mosca e il boom grazie a Jacobelli
Fu poi Maurizio Mosca a portare quel filone giornalistico in televisione, tra processi del lunedì, appelli del martedì e pendolini vari, trasformandolo in uno show, intrattenimento con infiniti elenchi di giocatori che avrebbero potuto andare di qui e di là, liste lunghissime costruite apposta per stuzzicare la fantasia dei tifosi e con anticipazioni e indiscrezioni che poi, alla fin fine, non si concretizzavano quasi mai. Per avere il calciomercato 365 giorni in pagina, invece, si dovrà aspettare Xavier Jacobelli con le sue direzioni a Tuttosport e al Corriere dello sport tra la fine degli Anni 90 e i primi Duemila: trattative, futuri acquisti e cessioni diventarono lo spunto per riempire i giornali 12 mesi l’anno, e non solo durante le finestre di mercato. C’era perfino Ligabue che si interrogava su «Chi prende l’Inter?» in Hai un momento, Dio?.
L’esplosione di internet con Di Marzio e Romano
Intanto cominciavano a impazzare esperti più o meno affidabili sulle tivù locali, fino all’esplosione di internet, dei siti e soprattutto dei social. Il primo a imporsi in questo nuovo mondo digitale è stato certamente il giornalista di Sky SportGianluca Di Marzio, grazie alla ricca agenda telefonica ereditata dal papà Gianni (allenatore e direttore sportivo di lungo corso), poi all’immagine certamente fresca e moderna conferitagli da Sky, e infine alla ricchissima rete di contatti che Di Marzio stesso è stato capace di costruirsi autonomamente nel tempo, diventando uno dei giornalisti più affidabili in materia di calciomercato.
Gianluca Di Marzio (Imagoeconomica).
Concentrato sull’Italia (dove comunque è una delle firme con più follower in assoluto), Di Marzio ha però visto un suo allievo, passato da Sky per qualche anno ma poi messosi in proprio, diventare il vero re mondiale delle news di acquisti e cessioni nel football, con il suo celebre slogan «Here we go». Fabrizio Romano, un uomo che oggi vale oltre 5 milioni di euro di ricavi annui solo dai social, ha oltre 122 milioni di follower sparsi sul Pianeta (giusto per dare un riferimento, l’uomo che ne ha di più di tutti è Cristiano Ronaldo, poco sopra il miliardo). Ebbene, Romano sta seduto sopra i suoi 42,4 milioni di follower su Instagram, 29 milioni su Facebook, 27 milioni su X, 21 milioni su TikTok, 3 milioni su YouTube. E non c’è trattativa, in via di definizione o conclusa, che non passi da lui.
La squadra di emuli tra milioni di follower e views
L’Italia, per una volta, ha esportato un genere che era poco battuto dal giornalismo europeo: nel Regno Unito o in Germania il calciomercato non era molto praticato, e con il digitale, che abbatte tutte le barriere geografiche, Romano ha trovato un terreno fertile e incontaminato dove imporre il suo brand. Gli emuli di Di Marzio e Romano non mancano, in Italia: da Alfredo Pedullà (e il suo pacchetto di 631 mila follower su Facebook, 387 mila su X, 128 mila su Instagram, 123 mila su YouTube), fino a Nicolò Schira (395 mila su X, 138 mila su Instagram, 40 mila su YouTube, 11 mila su Facebook), e Matteo Moretto (attivo in Spagna, emulo e allievo di Romano) con 440 mila follower su X e 72 mila su Instagram. Sempre ricordando che il reuccio del mercato italiano, girando per saloni e corridoi dell’Hotel Sheraton San Siro di Milano (dove il 2 febbraio si è chiusa la sessione di calciomercato invernale) rimane Di Marzio con 1,9 milioni di follower su X, un milione su Facebook, un milione su Instagram, 109 mila su TikTok e 16 mila su YouTube.
Le fonti si moltiplicano insieme con le trappole
«Di sicuro è cambiato tutto rispetto a qualche anno fa. Prima le nostre fonti giornalistiche erano solo gli addetti ai lavori, i direttori sportivi, i procuratori, in base ai rapporti di fiducia che riuscivi a costruire nel tempo. Oggi», spiega Di Marzio, «la fonte può essere un ragazzo che ti scrive sui social mentre è in treno e sta ascoltando la telefonata di un dirigente o di un calciatore. Tante volte le notizie nascono così. E mai come ora è dunque necessario verificare. Di sicuro, nessuno di noi ha più la sua privacy, c’è sempre qualcuno che ascolta. Il terreno, quindi, è pieno di trappole, di bucce di banane, servono verifiche molto più dettagliate rispetto a un tempo». Soprattutto perché nell’universo digitale gli influencer e gli pseudo-guru del mercato si moltiplicano. «Di Marzio è l’esempio vivente di giornalista affidabile che da lustro a sé e alla sua testata, Sky Sport», commenta Niccolò Ceccarini, direttore di Tuttomercatoweb, «perché in questo lavoro la credibilità è tutto».
Niccolò Ceccarini.
La difficoltà di scindere tra giornalismo e intrattenimento
E infatti, come sottolinea Giacomo Brunetti, caporedattore di Cronache di spogliatoio, «noi abbiamo creato la nostra community di fan partendo anche dal calciomercato, e portando sul web il giornalismo, in un universo dove invece prevalevano i meme e gli account di satira». Oggi, prosegue, «il senso di community è importante sia verso i nostri fan, sia verso i club calcistici, con i quali realizziamo progetti. Quando abbiamo iniziato, ci dicevano che il giornalismo stava morendo. Ma non eravamo d’accordo. E, cosa cui spesso non si pensa, ci siamo ritrovati a lavorare con una generazione di direttori sportivi, procuratori, calciatori giovani che stavano cercano nuove piattaforme che raccontassero il calcio, il calciomercato, il loro mondo, con linguaggi diversi e più moderni». Il punto è: «Facciamo giornalismo o intrattenimento? Scindere è complicato: YouTube è la nostra televisione, Instagram il nostro giornale. La notizia, poi, si trasforma in contenuto attraverso gli approfondimenti che facciamo: intrattenimento e credibilità, show e rigore».
L’influencer brasiliano di destra Júnior Pena, che di recente aveva minimizzato il rischio di espulsioni di massa, affermando che le misure della Casa Bianca avrebbero colpito solo gli immigrati clandestini o coloro che erano coinvolti in reati, nonché autore di un recente videomessaggio di sostegno a Donald Trump su Instagram, è stato arrestato dagli agenti dell’Ice nel New Jersey.
Junior Pena (Instagram).
L’influencer vive negli States dal 2019
Con più di 480 mila follower su Instagram, l’influencer – nome completo Eustáquio da Silva Pena Júnior – sui social da tempo pubblica contenuti sull’immigrazione e sulla vita negli Stati Uniti, dove si è trasferito nel 2009. Pena inoltre usa i suoi social network per dare voce alle storie dei migranti e alle voci critiche nei confronti del presidente di sinistra brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, e a quelle di coloro che sostengono l’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, recentemente incarcerato e alleato di Trump.
Pena non rischierebbe l’espulsione
Maycon MacDowel, agente di polizia e amico personale di Junior Pena molto attivo sui social, ha spiegato che l’influencer brasiliano si trova al momento a Delaney Hall, un centro di detenzione per immigrati situato a Newark, nel New Jersey, e che sulla sua testa non pende un ordine di espulsione. L’arresto è avvenuto perché pena non si è presentato a un’udienza obbligatoria nell’ambito delle procedure per la regolarizzazione della sua posizione negli Usa. «Io rispetto le regole, pago le tasse e cerco di legalizzare il mio status. Lui espellerà chiunque sia clandestino, i criminali e chiunque commetta reati. Chi vuole aiutare il Paese non verrà espulso», aveva raassicurato poco prima di finire in manette.
Sono stati annunciati i nomi dei 10 portabandiera che accompagneranno il vessillo olimpico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, in programma venerdì 6 febbraio alle 20 presso lo Stadio San Siro di Milano. L’elenco delle personalità, scelte dal Comitato olimpico internazionale e da Fondazione Milano Cortina 2026, comprendono atlete e atleti ma anche figure che, per il valore delle loro storie umane e professionali, incarnano i principi di pace, unità e solidarietà che ispirano il Movimento olimpico. In linea con lo spirito dei Giochi diffusi, la bandiera olimpica sfilerà, oltre che a San Siro (con otto portabandiera), anche a Cortina (con due).
Chi porterà la bandiera olimpica a Milano
Ecco i nomi di coloro che porteranno la bandiera olimpica a Milano:
Tadatoshi Akiba (Giappone). Sindaco di Hiroshima dal 1999 al 2011, si è distinto per il suo impegno globale a favore del disarmo nucleare. È stato inoltre un membro attivo dei Mayors for peace, organizzazione internazionale dedicata alla promozione della pace.
Rebeca Andrade (Brasile). Si tratta dell’atleta olimpica più premiata nella storia del suo Paese. Simbolo di perseveranza e resilienza (ha subito numerosi infortuni che più volte l’hanno fatta pensare al ritiro), ha partecipato a tre Olimpiadi (Rio 2016, Tokyo 2020, Parigi 2024), e vinto la medaglia d’oro in volteggio (Tokyo 2020) e corpo libero (Parigi 2024). Sostiene attivamente le cause legate ai diritti delle donne, alla sostenibilità e all’educazione.
Maryam Bukar Hassan (Nigeria). Nominata UN Global peace advocate a luglio 2025, è un’artista e poetessa di fama internazionale impegnata nella promozione della parità di genere, dell’empowerment giovanile e nella costruzione di una pace più inclusiva e duratura.
Nicolò Govoni (Italia). Scrittore e attivista, è ceo e presidente di Still I Rise, organizzazione umanitaria dedicata a contrastare la crisi globale dell’educazione.
Filippo Grandi (Italia). Alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati dal 2016 al 2025, ha decenni di esperienza umanitaria in Africa, Medio Oriente e Asia. Vicepresidente della Olympic refuge foundation, è stato insignito dell’Olympic laurel alle Olimpiadi di Parigi 2024, riconoscimento che premia figure di spicco per i loro contributi in ambito educativo, culturale, sociale e di promozione della pace attraverso lo sport.
Eliud Kipchoge (Kenya). Considerato uno dei più grandi maratoneti di sempre, ha partecipato cinque volte ai Giochi (Atene 2004, Pechino 2008, Rio 2016, Tokyo 2020, Parigi 2024). Nel 2019 ha superato i limiti del potenziale umano correndo una maratona in meno di due ore (1:59:40) a Vienna, diventando un simbolo globale di eccellenza, disciplina e perseveranza.
Cindy Ngamba (Camerun). Atleta del Refugee olympic team, ai Giochi di Parigi 2024 è stata la prima sportiva appartenente a questa squadra a conquistare una medaglia olimpica (bronzo in pugilato).
Pita Taufatofua (Tonga). Primo atleta tongano ad aver rappresentato il proprio Paese sia ai Giochi Olimpici Estivi (taekwondo a Rio 2016 e Tokyo 2020) sia ai Giochi Olimpici Invernali (sci di fondo a PyeongChang 2018), sposa le cause dell’empowerment giovanile, dell’educazione e della resilienza climatica nel Pacifico. Il suo impegno gli è valso la nomina a Unicef Pacific ambassador, ruolo in cui sostiene i diritti, l’educazione e la salute dei bambini.
Chi porterà la bandiera olimpica a Cortina
Porteranno invece la bandiera a Cortina:
Franco Nones (Italia). È stato il primo campione olimpico italiano nella storia dello sci di fondo. Vinse la medaglia d’oro nella 30 km ai Giochi di Grenoble del 1968, interrompendo così il lungo dominio degli atleti scandinavi nella disciplina.
Martina Valcepina (Italia). Gareggia per le Fiamme Oro e fa parte della Nazionale italiana di short track. Ha vinto tre medaglie Olimpiche tra il 2014 e il 2018 – due argenti e un bronzo, tutti ottenuti nelle staffette.
L’amministratore delegato Bob Iger, tornato al timone nel 2022 al posto dell’erede designato Bob Chapeek, potrebbe presto lasciare la guida di Disney, in netto anticipo rispetto alla scadenza prevista del suo mandato alla fine del 2026. Iger, scrivono i media Usa, avrebbe detto a persone a lui vicine di voler rinunciare alla carica perché infastidito dai conflitti interni alla Abc, a seguito della breve sospensione del conduttore televisivo Jimmy Kimmel. Secondo quanto riportato, il consiglio di amministrazione del colosso dell’intrattenimento si riunirà la prossima settimana presso la sede centrale di Burbank, in California, dove si terrà la votazione per la sostituzione di Iger. Il lizza per il ruolo di ceo ci sonoDana Walden e Alan Bergman, entrambi ai vertici di Disney Entertainment, Josh D’Amaro, a capo dei parchi a tema, e Jimmy Pitaro, presidente di Espn.
Luca Zaia vorrebbe Roberto Vannacci fuori dalla Lega (Attilio Fontana l’ha definito «un’anomalia») e per questo, come ha scritto Lettera43, avrebbe messo in guardia Matteo Salvini, già preoccupato per nuove possibili fuoriuscite dal Carroccio. L’ex generale però non se le deve vedere “solo” con i big del partito di via Bellerio, ma anche con Francesco Giubilei, fondatore del think thank Nazione Futura che ha appena depositato un atto di opposizione presso l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) contro la domanda di registrazione del marchio Futuro Nazionale.
Abbiamo depositato l’atto di opposizione formale al nome e al logo del movimento di Vannacci. pic.twitter.com/EcUBxH8cmE
Il nome e il simbolo scelti da Vannacci, infatti, ricordano molto (troppo) quelli dell’associazione di Giubilei, vicina a Fratelli d’Italia. «Me ne frego», ha risposto il vicesegretario della Lega a domanda sull’iniziativa di Nazione Futura, definendo inoltre «prolisso» Giubilei. Il quale ha replicato con un videomessaggio diffuso sui social.
Vannacci attacca Nazione Futura dicendo "me ne frego" del nostro ricorso. È molto nervoso e lo saremmo anche noi se fossimo in lui visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra. pic.twitter.com/Pp2Q4ki5j2
«Leggo che Vannacci attacca Nazione Futura dopo che abbiamo presentato un’opposizione formale al nome e al logo del suo nuovo movimento che è evidentemente copiato da Nazione Futura. E lo fa citando il motto “me ne frego”, ripreso dagli Arditi e da D’Annunzio. Vannacci in questo periodo è particolarmente a corto di idee», afferma Giubilei nel videomessaggio. «Al tempo stesso lo vedo abbastanza nervoso. Se vuole può venire in sede da noi, ci beviamo una camomilla, ci facciamo una chiacchierata e cerchiamo di capire cosa non va. Però tanti fuoriusciti da Il mondo al contrario, deluso da un certo modo di fare e dalle scorrettezze che Vannacci continua a fare all’interno del suo partito e della coalizione di centrodestra si stanno avvicinando e si sono iscritti a Nazione Futura». E poi: «I nemici a destra iniziano a essere più di quelli a sinistra, fossi in lui mi farei qualche domanda. Sta facendo il gioco della sinistra». Infine la frecciata: «Quando Vannacci veniva invitato ai nostri eventi e quando si presentava col trolley per vendere i suoi libri ai nostri associati non c’era alcun “me ne frego”». Contestualmente all’annuncio del ricorso all’Euipo, Nazione Futura ha comunicato l’apertura del tesseramento 2026 con lo slogan “Leali e coerenti”, ribadendo il proprio posizionamento nell’area culturale e politica del centrodestra.
Maurizio Cortese è stato nominato ceo e direttore generale di AgorAI Innovation Hub, l’ecosistema nato per creare uno dei più importanti centri di ricerca applicata e di base sulla data science e l’intelligenza artificiale avanzata in Italia e in Europa. La nomina del cda segue quella del presidente della società, Raffaele Fantelli. Cortese ha ricoperto ruoli manageriali e di vertice in società leader in Italia e all’estero in diversi settori tra cui tecnologia, beni di consumo, immobiliare, istruzione e servizi finanziari. In AgorAI porta con sé competenze distintive nello sviluppo di iniziative imprenditoriali, nell’utilizzo strategico della tecnologia e nella promozione dell’innovazione attraverso partnership di profilo internazionale.
Cortese: «Costruiremo un player europeo nel campo dell’intelligenza artificiale»
«Sono orgoglioso di assumere la guida di AgorAI e di iniziare a lavorare insieme ai nostri prestigiosi partner per costruire un player europeo nel campo dell’intelligenza artificiale», ha detto Cortese dopo la nomina. «Vogliamo essere in prima linea sui mercati internazionali per offrire un contributo concreto all’umanizzazione dell’IA ed alla realizzazione di benefici autentici per le persone, le istituzioni e le aziende». Gli ha fatto eco il presidente Fantelli: «L’ingresso di Maurizio Cortese come ceo rafforza e accelera il nostro percorso che mira a conferire a Trieste e all’Italia un ruolo da autentico protagonista nel mondo dell’IA e delle sue applicazioni nei diversi ambiti della vita delle nostre comunità».
L’atleta italiana Rebecca Passler è rimasta coinvolta nel primo caso di doping delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. In un controllo fuori competizione, la sportiva altoatesina è stata trovata positiva al letrozolo, la stessa sostanza che in passato mise nei guai anche la tennista Sara Errani.
Cos’è il letrozolo
Il letrozolo è un farmaco usato prevalentemente in casi oncologici nel trattamento di donne in postmenopausa con tumore al seno iniziale positivo ai recettori ormonali. Incluso nella categoria S4 del Codice antidoping che comprende i Modulatori ormonali e metabolici, non ha effetti dopanti di per sé ma viene adoperato per ridurre gli alti livelli di estrogeni dovuti agli anabolizzanti, motivo per cui è vietato dalla Wada. Utilizzarlo per doparsi, date le sue modeste potenzialità, ha poco senso; le rare positività in archivio sono spesso dovute a contaminazioni o incauta assunzione.
Visita a sorpresa di Sergio Mattarella al Niguarda: nell’ospedale milanese il presidente della Repubblica ha incontrato i medici e i familiari dei giovani feriti nel rogo di Crans-Montana. «Devono farcela. Dobbiamo riconsegnare loro una vita piena», ha detto il capo di Stato. «Vi ringrazio per ciò che fate abitualmente e per ciò che avete fatto e state facendo in questa circostanza», ha detto poi al personale sanitario, prima di fare un breve giro nel reparto dove sono ricoverati i giovani ustionati.
Imperdibile convegno nella giornata di lunedì 2 febbraio alla Camera dei deputati, intitolato “Appalti e contrasto alla mafia: informative antimafia e limiti operativi”, organizzato dall’Unione di centro. E di chi sono i saluti istituzionali? Di un immarcescibile e antico democristiano, che con le opere pubbliche ha sempre avuto a che fare, cioè il 74enne Lorenzo Cesa da Arcinazzo Romano. Che è anche il presidente della delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato. Sono attesi poi Giovanni Melillo, procuratore nazionale Antimafia, e il prefetto di Roma Lamberto Giannini. Per non parlare delle presenze dei rappresentanti di Anas e Ponte sullo Stretto di Messina…
Chi fa il meteo a La7? Udite udite, un Berlusconi
«Linea a Berlusconi per il meteo». Fermi tutti: abbiamo sentito bene? Sì. Condurre il telegiornale di La7, la rete di Urbano Cairo, per poi consegnare il video a uno che si chiama Daniele Berlusconi «è tutto un programma», come dicono dalle parti del direttore Andrea Salerno. Fatto sta che la morte di Paolo Sottocorona, l’uomo che per tanti anni ha curato le previsioni del tempo su La7, ha creato un vuoto incolmabile, tanto che Enrico Mentana, il ras del tg, si è spinto a dire che nessuno potrà occupare la sua scrivania. Dichiarazione inevitabile, tanto più se si subappalta il meteo a terzi esterni, cosa che era già cominciata quando ancora c’era Sottocorona, con l’istituto 3Bmeteo e Paolo Corazzon, il quale poi è stato indicato come il successore del fu Paolo. Ma adesso in video appare questo Berlusconi, nato a Como nel 1984, dottore in Fisica. Uno che sembra essere stato scelto apposta per scatenare battutine, illazioni e voci incontrollate. E tutto sommato chi conduce il tg si diverte, alla fine, a dare la linea a Berlusconi.
Papillon per Giuli, tra Battiato e Il Foglio
«Ma dove andrà Alessandro Giuli, in giro per Roma con il papillon», si chiedevano due turisti milanesi, nella serata di venerdì. Il ministro della Cultura aveva due appuntamenti imperdibili. Uno era al Maxxi, il museo che ha anche presieduto prima di arrivare al dicastero di via del Collegio Romano, per la mostra dedicata a Franco Battiato, con tanto di spettacolo per evocare il cantautore siciliano. L’altro incontro, obbligatorio, al ristorante Checco Er Carettiere, a Trastevere, per i 30 anni del quotidiano Il Foglio, del quale Giuli è stato a lungo vicedirettore e poi condirettore, quando alla guida c’era Giuliano Ferrara. Ma l’atmosfera nel locale era abbastanza fredda.
Mario Draghi torna a sferzare l’Europa nel suo discorso all’Università Ku Leuven, in Belgio, durante la cerimonia in cui gli è stata conferita la laurea honoris causa. «Rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata tutto in una volta», ha avvertito l’ex premier e presidente della Bce. «Tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza. Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?». Per diventare una potenza, secondo lui, «l’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione» perché «dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – è rispettata come potenza e negozia come un soggetto unico». Come dimostrano «gli accordi commerciali di successo negoziati con l’India e con l’America Latina».
Il ruolo di Stati Uniti e Cina
Nel suo discorso, Draghi si è concentrato principalmente sul ruolo di Washington e Pechino. «Gli Stati Uniti, nella loro posizione attuale, cercano il dominio insieme al partenariato. La Cina sostiene il suo modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri. L’integrazione europea si costruisce in modo diverso: non sulla forza, ma sulla volontà comune. Non sulla sottomissione, ma sul beneficio condiviso». Gli Usa, ha evidenziato Draghi, oggi «impongono dazi all’Europa, minacciano i nostri interessi territoriali e chiariscono, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi». «Con l’adesione della Cina alla Wto», ha continuato, «i confini del commercio e della sicurezza hanno iniziato a divergere. Avevamo sempre commerciato al di fuori dell’alleanza, ma mai prima con un Paese di tali dimensioni, e con l’ambizione di diventare esso stesso un polo separato. Il commercio globale si è allontanato dal principio di Ricardo secondo cui lo scambio dovrebbe seguire il vantaggio comparato». Alcuni Stati, ha concluso, «hanno perseguito un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantiliste, imponendo la deindustrializzazione ad altri, mentre i guadagni rimanenti sono stati condivisi in modo diseguale. Ci siamo dimenticati della disuguaglianza. Questo ha seminato il contraccolpo politico che ora ci troviamo davanti».
Non è la prima sferzata all’Ue
Non è la prima volta che l’ex presidente della Bce suona la sveglia all’Unione europea. A settembre 2025, durante la cerimonia per ricordare la presentazione, 12 mesi prima, del suo rapporto sulla competitività, aveva rimproverato l’Europa per aver fatto poco o nulla di ciò che aveva suggerito. A un anno di distanza ci troviamo in una posizione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le vulnerabilità stanno aumentando. E non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno. Ci è stato dolorosamente ricordato che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra stessa sovranità». Pur avendo riconosciuto che «qualche segno di cambiamento c’è stato», rimane una «grande frustrazione per la lentezza con cui l’Ue si muove». Di qui il suo suggerimento: «Serve un percorso diverso che richiede nuova velocità, scala e intensità. Significa agire insieme, non frammentare i nostri sforzi. Significa concentrare le risorse dove l’impatto è maggiore. E significa produrre risultati entro mesi, non anni».
Il monito sul Financial Times
Già prima, a febbraio 2025, aveva scritto un articolo sul Financial Times esprimendo la necessità di un «cambiamento radicale», una svolta. «Un uso più proattivo della politica fiscale, sotto forma di maggiori investimenti produttivi, contribuirebbe a ridurre i surplus commerciali e invierebbe un forte segnale alle aziende affinché investano di più in ricerca e sviluppo. Serve un cambio fondamentale di mentalità. Finora l’Europa si è concentrata su obiettivi singoli o nazionali senza calcolarne il costo collettivo». Il denaro pubblico «è servito a sostenere l’obiettivo della sostenibilità del debito» e «la diffusione della regolamentazione è stata progettata per proteggere i cittadini dai nuovi rischi tecnologici. Le barriere interne sono un retaggio di tempi in cui lo stato nazionale era la cornice naturale per l’azione. Ma è ormai chiaro che agire in questo modo non ha portato né benessere agli europei, né finanze pubbliche sane, né tantomeno autonomia nazionale».
«Sembra che manderò i miei avvocati a fare causa a questo povero, patetico, incapace e idiota presentatore, e gli farò causa per un sacco di soldi». Lo ha scritto Donald Trump su Truth, decisamente arrabbiato per una battuta fatta dal presentatore Trevor Noah durante la serata dei Grammy, incentrata sulla politica estera della Casa Bianca e le amicizie del presidente Usa. In particolare quella con Jeffrey Epstein.
Trevor Noah takes another jab at Donald Trump #Grammys: “Song of the Year — that is a Grammy that every artist wants almost as much as Trump wants Greenland, which makes sense because Epstein’s island is gone, he needs a new one to hang out with Bill Clinton” pic.twitter.com/quUWEpX4NL
La battuta di Noah sulla Groenlandia e gli Epstein Files
Questa la battuta di Noah: «Canzone dell’anno: è un Grammy che ogni artista desidera quasi quanto Trump desidera la Groenlandia, il che ha senso perché l’isola di Jeffrey Epstein non c’è più e lui ne ha bisogno di una nuova per trascorrere del tempo con Bill Clinton». Durante la serata, Noah ha anche ironizzato sull’assenza di Nicki Minaj, molto vicina al mondo MAGA in quanto accesa supporter di The Donald: «È ancora alla Casa Bianca con Trump, a discutere di questioni molto importanti».
Trump: «Non sono mai stato sull’isola di Epstein»
«I Grammy Awards sono il peggio, praticamente inguardabili! La Cbs è fortunata a non avere più questa spazzatura infestare le sue onde radio. Il presentatore, Trevor Noah, chiunque sia, è quasi pessimo quanto Jimmy Kimmel agli Academy Awards per i bassi ascolti», ha scritto Trump su Truth. E poi: «Noah ha detto, sbagliando sul mio conto, che Trump e Clinton hanno trascorso del tempo sull’isola di Epstein. Falso!!! Non posso parlare per Bill, ma non sono mai stato sull’isola di Epstein, né da nessuna parte nelle vicinanze, e fino alla falsa e diffamatoria dichiarazione di stasera, non sono mai stato accusato di esserci stato, nemmeno dai media che si occupano di fake news. Noah, un completo perdente, farebbe meglio a chiarire i fatti, e a chiarirli in fretta».
Dopo le violenze della manifestazione per Askatasuna a Torino, il governo accelera sul decreto sicurezza. «Faremo quello che serve per ripristinare le regole in questa nazione», ha assicurato Giorgia Meloni dopo aver fatto visita in ospedale agli agenti feriti: la premier ha convocato una riunione a Palazzo Chigi, da cui usciranno le misure destinate a entrare nel dl da portare in Consiglio dei ministri mercoledì 4 febbraio. Sul tavolo lo “scudo penale” per gli agenti, e non solo.
Giorgia Meloni in visita a un agente della polizia ferito a Torino (Ansa).
In arrivo uno “scudo” penale per gli agenti
La principale misura che rientrerà nel decreto legge è l’introduzione dello “scudo penale” per cittadini e forze dell’ordine «in presenza delle cause di giustificazione del reato come legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi e stato di necessità». La norma eviterà l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per gli agenti che usano la forza nell’esercizio delle sue funzioni, così come dei cittadini che – esempio – feriscono (o uccidono) dei malviventi durante un furto in casa.
Salvini spinge per il fermo preventivo prima dei cortei
Dopo i fatti di Torino, Matteo Salvini ha rilanciato la misura del fermo preventivo per i manifestanti sospetti prima dei cortei, sulla base di elementi come il possesso di armi, caschi o altri strumenti per camuffare il volto. «Matteo Piantedosi lo propone per 12 ore. Secondo me si può arrivare anche a 48 ore», ha detto il leader della Lega intervistato da Rtl 102.5. Difficile il dl arrivi fino a 48 ore, cpsì come a 24. «Alcune norme che avevamo elaborato come Lega nei mesi passati diventano urgenti, penso alla possibilità di fare perquisizioni sul posto, al fermo preventivo, alla cauzione per chi organizza cortei», ha spiegato Salvini, che spinge anche per il taser in dotazione a tutti gli agenti della polizia locale.
Strada di Torino dopo la maniifestaziojne per Askatasuna (Ansa/ Ufficio stampa Città Metropolitana di Torino).
Sgombero entro 24 ore per le occupazioni abusive
All’interno del nuovo pacchetto sicurezza ci dovrebbe essere anche la norma che prevede lo sgombero entro 24 ore di tutti gli immobili occupati abusivamente, e non solo della prima casa.
In arrivo limiti più stringenti per i ricongiungimenti familiari
Illustrando le proposte della Lega in un’intervista a Repubblica, il sottosegretario al ministero dell’Interno Nicola Molteni ha parlato di limiti più stringenti in materia di ricongiungimenti familiari: «Un conto è accogliere chi scappa dalla guerra, un conto è accogliere anche gli altri 20 amici e parenti».
La stretta sul porto di coltelli finirà in un disegno di legge
Non dovrebbe invece rientrare nel decreto legge la stretta sul porto di coltelli, pensata per arginare gli episodi di violenza giovanile. Tale misura, nel tentativo di aggirare resistenze e rilievi istituzionali, anziché nel dl dovrebbe essere “dirottata” in un disegno di legge.
Il mese di febbraio 2026 sarà caratterizzato da una nuova ondata di scioperi che interesseranno diversi settori, dal trasporto pubblico locale a quello ferroviario e aereo. A livello nazionale il picco si avrà in tre date: 6, 16 e 28 febbraio. Di seguito l’elenco completo con le agitazioni giorno per giorno.
Tutti gli scioperi in programma a febbraio 2026
2 febbraio
Dalle 3 di lunedì 2 febbraio alle 2 di martedì 3 febbraio si ferma Trenord. Lo sciopero è stato proclamato dal sindacato Orsa e potrebbe impattare sulla circolazione dei treni in Lombardia. Le fasce orarie garantite vanno dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21. Nel caso di cancellazione dei treni del servizio aeroportuale saranno istituiti bus senza fermate intermedie tra Milano Cadorna e Malpensa Aeroporto per la linea RE54 (da Milano Cadorna gli autobus partiranno da via Paleocapa 1), e tra Stabio e Malpensa Aeroporto per il collegamento aeroportuale S50.
6 febbraio
Per l’intera giornata di venerdì 6 febbraio è stato proclamato uno sciopero nazionale del settore marittimo e portuale indetto dal sindacato Usb Lavoro privato. Nella stessa giornata sono previste agitazioni che coinvolgeranno il trasporto pubblico locale. A Bari la società Amtab incrocerà le braccia per 4 ore, dalle 08.30 alle 12.30, mentre a Teramo la società Tua osserverà uno sciopero di 24 ore a livello provinciale.
13 febbraio
Disagi nel trasporto pubblico locale sono previsti anche venerdì 13 febbraio, dove in tre città sono stati programmati degli scioperi. A Termoli ci sarà una mobilitazione di 24 ore dei lavoratori della società Gtm, così come di coloro che lavorano presso la società Sasa di Bolzano. A Udine, invece, lo sciopero del personale della società Arriva sarà di nove ore, dalle 15 alle 24.
16 febbraio
Lunedì 16 febbraio sarà la volta del trasporto aereo. I lavoratori di Ita Airways e gli assistenti di volo di Vueling incroceranno le braccia per l’intera giornata. Sempre nella stessa giornata è previsto lo sciopero, indetto da Ost Cub Trasporti, del personale di terra di Airport Handling e Alha negli aeroporti milanesi di Linate e Malpensa. Nonostante la mobilitazione, restano tutelate le fasce di garanzia 7-10 e 18-21 e i voli internazionali in arrivo, così come i collegamenti con le isole già autorizzati dall’Enac.
28 febbraio
Possibili disagi su treni regionali, Frecce e Intercity per il 27 e il 28. A partire dalle 21 di venerdì 27 febbraio fino alle 20.59 di sabato 28 febbraio è previsto uno sciopero nazionale di 24 ore del personale di macchina e di bordo di Ferrovie dello Stato Italiane. Nella giornata di sabato le fasce di garanzia potrebbero subire variazioni o non essere garantite.
È morta Maria Rita Parsi, nota psicologa e psicoterapeuta, figura di riferimento in Italia e all’estero nel campo della tutela dell’infanzia. Aveva 78 anni. Componente dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza e in passato membro del Comitato Onu sui diritti del fanciullo, nel corso della sua carriera Parsi ha pubblicato più di 100 libri di tipo scientifico, letterario e divulgativo, diventando un volto noto per le sue frequenti apparizioni televisive.
Nel 1992 creò l’odierna Fondazione Movimento Bambino Onlus
Nata a Roma il 5 agosto 1947, nel 1992 fondò l’Associazione Onlus “Movimento per, con e dei bambini”, che dal 2005 è diventata la Fondazione Movimento Bambino Onlus. Sotto la sua guida, l’organizzazione si è affermata come centro di riferimento nella diffusione della cultura dell’infanzia e dell’adolescenza, combattendo abusi e maltrattamenti e promuovendo la tutela giuridica e sociale dei bambini. Aveva inoltre fondato la Scuola Italiana di Psicoanimazione (Sipa).
Nel 2012 era stata eletta al Comitato Onu per i Diritti del Fanciullo
Per quanto riguarda gli incarichi istituzionali, Parsi dal 2021 era componente del Gruppo di lavoro del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali dedicato alla Child Guarantee, iniziativa europea per contrastare povertà ed esclusione sociale tra bambini e adolescenti. Dal 2020 era esperta nell’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza presso il Dipartimento per le politiche della famiglia. A livello internazionale, nel 2012 era stata eletta al Comitato Onu per i Diritti del Fanciullo, organismo dele Nazioni Unite che vigila sull’adozione e il rispetto della Convenzione internazionale sui diritti dei minori.
Negli Anni 80 si era cimentata anche nella sceneggiatrice televisiva
Collaboratrice abituale di varie testate giornalistiche, come detto era diventato un volto noto grazie alle frequenti apparizioni in tivù. Curiosità: a metà degli Anni 80 Parsi si era cimentata anche nella sceneggiatura televisiva collaborando alla realizzazione di Professione vacanze, serie con protagonista Jerry Calà, che era stato in precedenza suo paziente.
C’è stato un momento, durante l’intervista con Lilli Gruber, in cui Leonardo Maria Del Vecchio sembrava chiedersi perché mai fosse lì. La risposta è che l’aveva voluto lui, così come aveva accettato di farsi successivamente intervistare da Report. Non sappiamo se la brutta figura rimediata a Otto e mezzo lo abbia indotto a desistere. Ma poco importa. LMDV ha messo su di recente una nutrita squadra di comunicatori che lo affiancano in questa avventura nell’editoria, un mondo che non conosce. Diciamo, vista la prima uscita, che il lavoro da fare è ancora molto. Il problema non è solo rimediare all’immagine del ricco rampolloche non ha dimestichezza con le parole. È quello che vi sta dietro: un pensiero che latita, l’assenza di una visione su quell’universo dei giornali che dice di voler salvaguardare. Inchiodarlo è stato sparare sulla Croce Rossa.
Lilli Gruber: "Perché ha deciso di investire nell'editoria?"
Leonardo Maria Del Vecchio: "Perché mia figlia un giorno possa avere l’informazione da firme autorevoli e non da Tiktoker" #ottoemezzopic.twitter.com/tz6GRmRuY2
Ma siccome bisogna sempre diffidare delle cose facili, proviamo a ribaltare la prospettiva. Spostiamo lo sguardo dall’interlocutore imbarazzante al sistema che gli ha steso un tappeto rosso. Dietro quell’intervista non c’è solo un imprenditore incerto ma voglioso di esibirsi. C’è un’industria che da tempo ha smesso di credere in se stessa, che non investe più su modelli, idee, uomini e prodotti. Un’industria che aspetta che qualcuno arrivi con i soldi a salvarla. Non importa che capisca di giornali, che sappia cosa farsene. L’importante è che paghi. Del Vecchio ha comprato il gruppo Poligrafici: Nazione, Resto del Carlino, Giorno. Testate che affondano nel Novecento le loro radici. Nulla di scandaloso, se non fosse che Andrea Riffeser, il proprietario, è anche presidente della Fieg, la Confindustria degli editori. Il messaggio che ne deriva non è dei più commendevoli: chi dovrebbe incarnarlo non crede più che i giornali possano avere un futuro. E appena può se ne libera, ma non della carica di rappresentante della categoria che continua a ricoprire.
Andrea Riffeser (Imagoeconomica).
Il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione
E qui sta il vero cortocircuito. Non nelle frasi sconnesse di Del Vecchio, ma nel silenzio assordante di un settore che finge di scandalizzarsi mentre gli apre le porte. LMDV ha bussato (invano, ma solo perché il gruppo trattava in esclusiva con un armatore greco) anche da Gedi, oggetto conclamato di uno spezzatino che la porterà a sbarazzarsi di Repubblica e Stampa. E dagli Angelucci, che lo hanno fatto entrare con tutti i crismi nel Giornale. Metamorfosi tristemente irreversibile. La figura dell’editore non è più quella di chi lavora al successo della sua impresa, ma di chi non vede l’ora di trovare un acquirente. La linea editoriale non è più una scelta perseguita con coerenza, è un collaterale del bilancio cui tutto si subordina. In primis l’autonomia dell’informazione. Ci sono testate, oramai la gran parte, che rispondono a modelli di business insostenibili. Carta, distribuzione, redazioni sovradimensionate, pubblicità evaporata, lettori che migrano sulle piattaforme. Di fronte alla proprietà che invece che impegnarsi al rilancio getta la spugna, il primo che arriva con i soldi viene visto come la soluzione. Non importa quali siano le sue credenziali, se distingue una redazione da un consiglio d’amministrazione, se considera l’informazione un bene pubblico o solo un asset del suo portafoglio. Come l’acqua Fiuggi o il Twiga.
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).
Del Vecchio non è un’anomalia, è un sintomo
Del Vecchio non è un’anomalia. È un sintomo. È il capitale che arriva in soccorso di un’industria che non regge, il finanziatore che prende il posto dell’editore. Non ci sono più gli Scalfari, i Caracciolo, i Mondadori, mostri sacri il cui approccio peraltro risulterebbe non replicabile. Oggi nessuno chiede a un editore di essere un visionario. Basta che sia solvente, paghi gli stipendi e ripiani le perdite. In questo contesto le redazioni amano raccontarsi come vittime: di ricchi che non capiscono, di imprenditori che rovinano i giornali. Probabilmente lo sono. Ma c’è anche un’altra verità, più semplice: senza quei ricchi il castello cade. Dire quanto Del Vecchio fosse imbarazzante in televisione è facile. Meno ammettere che, imbarazzante o meno, i suoi soldi servivano.
Si è aperto da poco a Vienna il più grande processo per spionaggio in Austria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’ex agente dei servizi segreti, Egisto Ott, è accusato di aver sottratto e venduto informazioni sensibili direttamente ai servizi segreti russi, in una vicenda con innumerevoli ramificazioni interne e internazionali. La più scottante è quella che lo collega a Jan Marsalek, spione russo che per anni sotto copertura in Germania ha agito in realtà per il Cremlino e nel 2020 si è rifugiato a Mosca dopo il fallimento di Wirecard, società tedesca in cui lavorava e a stretto contatto con i piani alti di Berlino. Nel 2019, l’allora cancelliera Angela Merkel ne avrebbe tessuto le lodi a Pechino, sotto suggerimento dell’ex ministro della Difesa e lobbista, Karl-Theodor zu Guttenberg, per favorire l’espansione dell’azienda in Cina.
La procura di Vienna ha iniziato le indagini su Ott nel 2017 ed entro la fine di febbraio sono previste almeno 10 udienze, ma il processo, molto complesso e che tocca direttamente le strutture di sicurezza austriache, andrà sicuramente per le lunghe. Il caso è iniziato più di otto anni fa con un avvertimento da parte di un servizio segreto straniero alle autorità di Vienna: Ott, allora stretto collaboratore di Martin Weiss, capo del dipartimento che si occupa di estremismo, intelligence e terrorismo dei servizi austriaci, stava apparentemente inoltrando dati sensibili dal suo indirizzo email di lavoro a quello privato. Gli inquirenti ritengono che lo stesso Weiss lavorasse già allora per il manager di Wirecard Marsalek, che a sua volta aveva stretti legami con personaggi dell’intelligence russa. Su Weiss, oggi latitante forse a Dubai, pende un mandato di cattura. Secondo la procura di Vienna anche Ott avrebbe avuto rapporti direttamente con l’Fsb, il Servizio di Sicurezza Federale russo, e avrebbe richiesto informazioni sulle presunte liste dei nemici del Cremlino.
Le foto segnaletiche di Jan Marsalek (Ansa).
Informazioni pagate 70 mila euro in contanti
Con le due figure centrali lontane dai radar della giustizia austriaca, Marsalek in Russia e Weiss negli Emirati, Egisto Ott è diventato il protagonista del processo in corso che, a suo dire, lo starebbe dipingendo come il nemico pubblico numero uno. L’ex 007 incriminato, figlio di un poliziotto austriaco e di madre italiana, ha rigettato alla prima udienza le accuse di abuso di potere e corruzione, anche se restano da spiegare i dettagli che riguardano ad esempio le chat e i protocolli dei telefoni con indicazioni compromettenti sequestrati all’ex capo di gabinetto del ministero dell’Interno Michael Kloibmüller. Per gli inquirenti, la pistola fumante sarebbe il computer portatile Sina (Secure Inter Network Architecture) contenente informazioni riservate di intelligence provenienti da un non specificato Stato membro dell’Unione Europea, che Ott avrebbe trasmesso all’Fsb tramite Marsalek, ricevendo come ricompensa 70 mila euro in una borsa di McDonald’s.
Gli altri processi per spionaggio che si apriranno a Vienna
Ci sono inoltre le sovrapposizioni con altri processi per spionaggio che nei prossimi mesi cominceranno a Vienna e toccano direttamente i palazzi del potere, come quello che vede tra gli accusati l’ex segretario generale del ministero degli Esteri ed ex ambasciatore, Johannes Peterlik, vicino all’Övp, il partito conservatore del cancelliere Christian Stocker. Peterlik è accusato di aver passato informazioni riservate sull’avvelenamento dell’ex agente russo Sergei Skripal nel 2018 a Salisbury. Un paio di settimane fa è stata anche presentata a Vienna una denuncia contro un politico della Fpö, partito nazionalista di opposizione, che avrebbe aiutato Marsalek a prendere il largo dopo il crack di Wirecard. Anche in questo caso è probabile che la giustizia farà passi concreti. Il processo Ott, e tutto quel che ne seguirà, rischia insomma di mettere a nudo le complicità di alcune frange dell’apparato di sicurezza austriaco e le connivenze della politica, di tutti i colori, con la Russia.