Dopo il Venezuela Trump rinnova le minacce alla Groenlandia

Dopo l’aggressione al Venezuela che sabato ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, Donald Trump è tornato a minacciare la Groenlandia. Il presidente americano ha ribadito che Washington «ha assolutamente bisogno» del territorio artico, rilanciando una linea che negli ultimi mesi ha già messo sotto pressione i rapporti con la Danimarca e con le autorità groenlandesi. Parlando a bordo dell’Air Force One, ha detto: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di farlo». Nei mesi scorsi Trump non aveva escluso l’uso della forza: «Non dico che lo farò, ma non escludo nulla. Abbiamo molto bisogno della Groenlandia». Immediata la replica della premier danese, Mette Frederiksen: «Gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di annettere nessuno dei tre Paesi del Regno di Danimarca».

Dopo il Venezuela Trump rinnova le minacce alla Groenlandia
Mette Frederiksen (Ansa).

Trump minaccia anche Colombia, Messico e Cuba

Trump ha esteso le minacce anche ad altri Paesi dell’America Latina. Parlando della Colombia, ha detto: «Stanno inviando cocaina negli Stati Uniti. Quindi deve guardarsi le spalle». Alla domanda su una possibile operazione statunitense, ha risposto: «Mi sembra una buona idea». Sul presidente Gustavo Petro, a dicembre Trump aveva dichiarato che il Paese è «governato da un uomo malato», aggiungendo che «non lo farà ancora a lungo». Petro ha replicato ribadendo che «pace, rispetto del diritto internazionale e protezione della vita devono prevalere». Su l’Avana Trump ha affermato: «Penso che Cuba sarà qualcosa di cui finiremo per parlare, perché è una nazione in fallimento». Sul Messico, ha detto che i cartelli stanno gestendo il Paese al posto della presidente Claudia Sheinbaum: «Le ho chiesto numerose volte se vuole che togliamo i cartelli. “No, no, no, signor Presidente, no, no, no, per favore”. Quindi dobbiamo fare qualcosa».

Trump sulle proteste in Iran: «Colpiremo se iniziano a uccidere persone»

La settimana scorsa Trump aveva minacciato anche di intervenire in Iran nel caso in cui il regime porti avanti la repressione violenta delle proteste di questi giorni. Teheran aveva replicato avvertendo che qualsiasi ingerenza avrebbe delle conseguenze. Sabato Trump ha ribadito: «Stiamo monitorando la situazione molto attentamente. Se iniziano a uccidere persone come hanno fatto in passato, penso che saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti». Secondo le associazioni per i diritti umani, scrive Reuters, al momento sono state uccise almeno 16 persone.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile

Se c’è un punto di riferimento fortissimo a Palazzo Chigi, beh, quello è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. È lei l’adulta nella stanza, il collante di una maggioranza di governo che sarebbe altrimenti andata in frantumi da tempo, fra incomprensioni sugli aiuti a Kyiv, gli “extra profitti” delle banche da tassare e tanti altri controversi dossier che agitano e hanno agitato il destra-centro.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini (Ansa).

La ricetta renziana per archiviare Giorgialand

Meloni è tutto ciò che manca all’opposizione: al contempo è leader riconosciuta, fonte di stabilizzazione e garanzia che i fisiologici elementi di frizione possano essere riassorbiti da chi è a capo di un’organizzazione complessa in virtù del proprio carisma o charisma, per dirla in termini weberiani. «Vi è soltanto questa scelta: o una democrazia subordinata a un capo e organizzata mediante la ‘macchina’, oppure una democrazia senza capi, vale a dire il potere dei ‘politici di professione’ senza vocazione, senza le intime qualità carismatiche che per l’appunto fanno un capo», scrive Max Weber ne La politica come professione. Questa è la differenza fra destra-centro e campo largo, oggi: da una parte c’è un capo, dall’altra una democrazia senza capi.

Se n’è accorto anche Matteo Renzi, uno che ha fiuto per queste cose. E infatti, di recente, sul Foglio, ha ricordato che i due punti per costruire un programma credibile sono quelli «su cui Meloni ha perso totalmente il contatto con la realtà: le tasse e la sicurezza». Insomma per vincere è necessario «costringere Meloni a stare su questo terreno anziché scivolare nella lotta nel fango dell’ideologismo senza limitismo: perché quando Meloni scappa dalla realtà, vince. Ma se la inchiodi sulla concretezza perde. E soprattutto si perde». Perché a «Giorgialand nessuno ha il coraggio di dire una semplice verità: l’economia è il tasto dolente del melonismo. Ed è sull’economia – non sulla giustizia, non sulla politica estera, non sull’ideologia – che l’opposizione dovrà incalzarla per mandarlo a casa».

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Nel campo largo si gioca in difesa

Nel centrosinistra, o campo largo che dir si voglia, invece è tutto un giocare in difesa. Lo si è visto recentemente con le accuse di simpatizzare con i presunti “fiancheggiatori” di Hamas in Italia. Oppure ci si diletta nei soliti teatrini morettiani – «Mi si nota di più…» – come quelli andati in scena ad Atreju, con Elly Schlein che ha declinato l’invito a un confronto con Meloni e Giuseppe Conte. La mossa italofraterna è stata politicamente efficace: alla fine il duello non c’è stato e Meloni si è confrontata soltanto con sé stessa, mentre Conte ha partecipato a un panel per fatti propri nel corso del quale ha ribadito un concetto già fatto proprio da tempo: «Noi non siamo alleati con nessuno». A questo si aggiunge la carica di federatore-to-be, da Gaetano Manfredi a Silvia Salis, fino al solito Ernesto Maria Ruffini. Su questo la destra è nettamente avanti. Può permettersi di portare avanti le sue battaglie e i suoi programmi senza preoccuparsi troppo degli assetti politici o delle ambizioni personali. Anche perché, tutto sommato, l’incertezza più consistente da quelle parti è stabilire chi arriverà secondo fra Forza Italia e Lega.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Le baruffe tra Lega e Forza Italia

Non che a destra i protagonismi manchino. Anzi. Si pensi soltanto al duello costante fra Lega e Forza Italia e ai problemi al loro interno. Dopo anni, anche l’ultimo partito leninista rimasto ha mostrato qualche crepa. Prima con la sollevazione contro l’ex generale vicesegretario Roberto Vannacci, poi con il protagonismo indiscusso e indiscutibile di Luca Zaia. Sussulti e malumori che Matteo Salvini è riuscito ancora una volta a neutralizzare. Un po’ come ha fatto Antonio Tajani. Nonostante l’ennesima punzecchiatura da parte degli eredi del Cav – questa volta è toccato a Pier Silvio ribadire la necessità di facce nuove – il ministro degli Esteri resiste. Anche la corrente Occhiuto non rappresenta per lui una vera insidia. La vera partita si giocherà ai prossimi congressi. E finora all’orizzonte non si vedono alternative credibili alla leadership azzurra. Anche se la spinta della «forza tranquilla», dopo il sorpasso della Lega, pare essersi esaurita.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La sindrome di accerchiamento e l’arma del complotto

Anche Fratelli d’Italia ha i suoi stati d’agitazione. Ma le battaglie – a partire da quella sull’asse Roma-Milano – restano sotterranee. Nessuno osa contestare la leadership di Giorgia Meloni, nemmeno off the record. È per questo che quando un intellettuale di destra come Marcello Veneziani si smarca, diventa subito notizia. Alla presidente del Consiglio tuttavia non mancano i problemi. Meloni soffre di sindrome di accerchiamento. Vede (o vuole vedere) complotti e nemici ovunque. Addirittura tra i corridoi del Quirinale. E così FdI, nonostante negli ultimi tre anni si sia fagocitato il fagocitabile (compresi Gramsci e Pasolini) con la scusa di scippare alla sinistra l’egemonia culturale, continua a comportarsi come un partitino al 4 per cento (sindrome opposta a quella di Renzi e Carlo Calenda). «L’ossessione del complotto ha trovato sempre un terreno favorevole nella subcultura di massa e nella oggettiva complessità dei fenomeni economici, sociali e politici, che sfuggono all’immediata comprensione degli individui», scrive Zeffiro Ciuffoletti in Retorica del complotto. «La politica, il potere, sono stati sempre percepiti con un senso di estraneità e persino con ostilità dal popolo. Ed è relativamente facile, con i mezzi di comunicazione attuali, scagliare la ‘piazza’ contro il ‘palazzo’, agitando l’idea di trame oscure, di intrecci, di misteri». Anche quando in quel Palazzo si è comodamente seduti.

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Chi è Hugo Carvajal Barrios, probabile supertestimone nel processo a Maduro

Gli Stati Uniti potrebbero avere un supertestimone nel processo contro l’ormai ex presidente venezuelano Nicolas Maduro e la moglie Cilia Flores, accusati di cospirazione per narcoterrorismo, associazione a delinquere per importazione di cocaina e possesso di armi automatiche e dispositivi esplosivi contro gli Usa. Come riporta Newsweek, si tratta dell’ex capo dell’intelligence militare venezuelana Hugo Armando Carvajal Barrios.

Chi è Hugo Carvajal Barrios

Classe 1960 e soprannominato “El Pollo”, è stato un fedelissimo di Hugo Chavez, che lo pose alla guida dei servizi segreti, veste in cui secondo gli inquirenti Usa avrebbe partecipato al trasferimento di 5,5 tonnellate di cocaina in direzione Stati Uniti. Con la morte di Chavez nel 2013, Carvajal Barrios si buttò in politica, inizialmente come deputato pro-Maduro. Poi nel 2019 il passaggio all’opposizione, considerato un tradimento dal presidente che lo costrinse a fuggire all’estero. Raggiunto da un mandato di cattura spiccato dal Dipartimento di Giustizia americano, ‘El Pollo’ è stato arrestato in Spagna e poi estradato negli Usa, dove è finito a processo. Hugo Armando Carvajal Barrios si è dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo, analoghi a quelli contestati a Maduro. Ma non è ancora stato condannato: la pena sospesa sarebbe un segno che i procuratori hanno intenzione di farlo testimoniare prima di decidere il suo destino.

Femminicidio di Aurora Livoli, l’uomo fermato era stato espulso due volte dall’Italia

Il peruviano Emilio Gabriel Valdez Velazco, in carcere per l’aggressione di un’altra ragazza ma indagato per l’omicidio di Aurora Livoli, trovata senza vita la mattina del 29 dicembre in un cortile di via Paruta a Milano, era stato già espulso due volte dall’Italia perché ritenuto pericoloso: secondo quanto riportato da Adnkronos, il 57enne ha precedenti penali per rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina.

La prima espulsione, avvenuta nel 2019

Entrato in Italia dalla frontiera di Linate nel 2017, Velazco era diventato irregolare dal 4 agosto del 2019, essendosi trattenuto oltre i termini consentiti. Da qui il primo provvedimento di espulsione, eseguito con decreto di accompagnamento coattivo alla frontiera due giorni dopo. Nello stesso anno è stato arrestato e condotto in carcere a Pavia per aver violentato una ragazza per strada a Milano. Altri precedenti per abusi sessuali sono risalgono al 2024 e al 2025, ma l’uomo è finito in carcere solo per il primo episodio.

Il rientro in Italia e la seconda espulsione

Tornando alla prima espulsione, dopo il no del questore per motivi di pericolosità sociale al rilascio del permesso di soggiorno, Velazco – aveva fatto domanda in qualità di fratello di una cittadina italiana – è stato arrestato il 25 marzo del 2024. Questo perché era rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione dell’espulsione. Ecco quindi il secondo analogo provvedimento. Non è stato però possibile procedere al rimpatrio di Velazco: il suo passaporto risultava infatti scaduto il 2 maggio del 2022. A quel punto era stata richiesta l’assegnazione di un posto al Cpr, almeno fino al lasciapassare da parte dell’autorità consolare. Ma il posto è stato successivamente rifiutato a causa dell’inidoneità alla vita in comunità, decretata dal medico, a causa di una patologia delle vie urinarie. A quel punto nei confronti di Velazco è stato emesso un ordine a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, che evidentemente è stato disatteso.

Venezuela, Italia «al lavoro per la liberazione di Alberto Trentini»

L’Italia sta lavorando alla liberazione degli italiani detenuti in Iran, dove sono in corso proteste represse nel sangue dal regime, e anche alla scarcerazione del cooperante Alberto Trentini, che da oltre un anno si trova nella prigione El Rodeo di Caracas, in Venezuela, senza che nei suoi confronti sia stata formalizzata alcuna accusa. Lo ha detto al Tg2 il ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Sto seguendo minuto per minuto l’evolversi della situazione, abbiamo invitato i nostri connazionali alla massima prudenza», ha detto il titolare della Farnesina riferendosi all’Iran. Quanto al Venezuela, Tajani ha dichiarato di sperare che «con il cambio di regime e con l’andata via di Nicolas Maduro si possa riuscire a riportare a casa» i cittadini italiani. «Abbiamo italiani detenuti in Venezuela, a cominciare da Trentini. Ma con lui ce ne sono un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo», ha assicurato il ministro. Tra i connazionali incarcerati in Venezuela c’è anche Biagio Pilieri, italo-venezuelano leader della formazione politica Convergencia.

Iran, almeno 15 manifestanti uccisi dall’inizio delle proteste

Il 2 gennaio Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a intervenire in caso di repressione violenta delle proteste che si stanno tenendo in Iran contro il carovita e il deterioramento della situazione economica. Ebbene, secondo Iran International, media d’opposizione al regime degli ayatollah con base a Londra, almeno 15 manifestanti sono stati uccisi durante gli ultimi sette giorni di proteste nella Repubblica Islamica, che si sono estese a 174 località in tutto il Paese. Alle vittime civili si deve aggiungere la morte di un membro delle forze di sicurezza. Sarebbero almeno 44 le persone colpite e ferite da proiettili veri o da pistole a pallini sparati dalle forze iraniane durante le manifestazioni.

Crans-Montana, identificate tutte le sei vittime italiane

È stato completato il riconoscimento delle sei vittime italiane della strage di Crans-Montana. Lo ha reso noto l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. Ai quattro precedentemente identificati (Giovanni Tamburi, Achille Barosi, Emanuele Galeppini e Chiara Costanzo) si sono aggiunti Sofia Prosperi e Riccardo Minghetti. Avevano tra 15 e 16 anni. Le salme saranno trasportate in Italia con un volo di Stato. La notizia è stata poi confermata Antonio Tajani. Quanto ai feriti, ha spiegato il ministro degli Esteri, «stanno per essere tutti accompagnati in Italia, ttre al Niguarda di Milano e una a Torino».

Starlink fornirà banda larga gratuita al Venezuela fino al 3 febbraio

Dopo l’operazione statunitense che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro, fino al 3 febbraio Starlink fornirà servizi di banda larga gratuiti ai cittadini del Venezuela. In un post su X, l’account del servizio di Internet satellitare a banda larga ad alta velocità di SpaceX (e dunque di Elon Musk), che usa una costellazione di migliaia di piccoli satelliti in orbita bassa, ha promesso «connettività continua» al Paese sudamericano, notoriamente alle prese con la censura online: basti pensare che il governo di Maduro, nel recente passato, ha bloccato Facebook, YouTube, Instagram e altre piattaforme.

Emily in Paris e quei marchi che entrano a gamba tesa nel racconto

La serie di Netflix Emily in Paris, arrivata alla sua quinta stagione, è uno dei prodotti di maggiore successo della piattaforma californiana di streaming. Al debutto nell’ottobre del 2020, con l’attrice Lily Collins nei panni di una giovane americana, specializzata in marketing e social media e paracadutata nella scintillante vita di Parigi, nel 2022 è stata la serie Netflix più vista al mondo. E ha continuato a mietere successi di pubblico (mostra il lato che ogni turista ha in mente quando pensa a Parigi e alla Francia, e proprio per questo è detestata dai francesi) nei cinque continenti, diventando un fattore piuttosto importante anche per l’economia transalpina.

Una ricerca commissionata dal ministero del turismo francese ha mostrato che il 10 per cento dei visitatori dichiara di scegliere la Francia dopo aver visto un film, una serie o uno show dedicato al Paese, e che all’interno di questo 10 per cento oltre il 35 per cento ritiene che Emily in Paris sia il prodotto audiovisivo più significativo su questo fronte.

Emily in Paris e quei marchi che entrano a gamba tesa nel racconto
Emily in Paris e quei marchi che entrano a gamba tesa nel racconto
Emily in Paris e quei marchi che entrano a gamba tesa nel racconto
Emily in Paris e quei marchi che entrano a gamba tesa nel racconto
Emily in Paris e quei marchi che entrano a gamba tesa nel racconto
Emily in Paris e quei marchi che entrano a gamba tesa nel racconto

Si è scomodato persino Macron dopo lo spostamento a Roma

Non è un caso, quindi, che sia stato il presidente Emmanuel Macron in persona a muoversi e a fare sentire la sua pressione quando le ultime due puntate della quarta stagione di Emily in Paris sono state ambientate a Roma, aprendo forti dubbi sul futuro titolo della serie. E, in effetti, la quinta stagione, da poco rilasciata da Netflix (è stata la più vista in Italia fino al 26 dicembre, quando sono arrivate le nuove puntate della stagione conclusiva di Stranger Things), ha cinque puntate su 10 ambientate in Italia: quattro a Roma, con il titolo che viene corretto in Emily in Rome, e la puntata finale a Venezia (Emily in Venice).

Emily in Paris e quei marchi che entrano a gamba tesa nel racconto
Emmanuel Macron (Ansa).

Un’ottima operazione di marketing turistico per l’Italia (vien da chiedersi se Roma e Venezia ne avessero così bisogno), che tuttavia ha portato a un salto di qualità anche per la promozione dei marchi italiani. Emily in Paris, che racconta la storia di un’agenzia di comunicazione parigina impegnata a sviluppare progetti per aziende, è infatti sempre stata un ricettacolo di product placement, più o meno velato, sin dall’inizio.

Le storpiature tipo Bavazza o la chiara evocazione a Cucinelli…

Alcuni loghi vengono sapientemente inquadrati, altri brand sono nominati esplicitamente nel corso delle puntate, e per quelli che magari non hanno dato il consenso c’è sempre il piacere della storpiatura (il caffè Bavazza, che allude, con un certo sense of humor, al caffè Lavazza) o dell’evocazione (il marchio italiano di cachemire Muratori che ricorda in tutto lo storytelling di Cucinelli, con tanto di retorica sul borgo, sui valori, sul tocco umano, sui dipendenti al centro).

Emily in Paris e quei marchi che entrano a gamba tesa nel racconto
Peroni Nastro Azzurro tra gli sponsor che entrano nel racconto di Emily in Paris.

Però, come notato da un esperto di marketing aziendale, in alcuni episodi della quinta stagione di Emily in Paris si assiste a un salto di livello. I brand Nastro Azzurro, Fendi e Intimissimi entrano infatti a gamba tesa nel racconto. Qualcosa che somiglia più a una “presentazione cliente” che a una serie tivù. Ci sono attivazioni commerciali di Nastro Peroni, pezzi di episodi ambientati all’interno della sede di Fendi, con i vertici aziendali che spiegano la filosofia del marchio (e capsule collection lanciata in contemporanea all’uscita dell’episodio su Netflix) ed Emily, assieme ai colleghi dell’agenzia di comunicazione, che prova a conquistarne il budget. Stessa cosa con Intimissimi, a tutti gli effetti protagonista di un’altra puntata.

Insomma, qui non si parla più di product placement, ma di brand che rubano proprio la scena. Non sono auto o moto utilizzate per spostarsi, bevande sorseggiate, hotel frequentati, abbigliamento o gioielli indossati: sono marchi che senza ritegno entrano nella sceneggiatura, con un contenuto audiovisivo che vira verso il genere “film-documentario su Brunello Cucinelli”.

Non è ancora chiarissimo quanto i telespettatori possano apprezzare o meno questo genere di irruzioni. Di sicuro Peroni, Fendi e Intimissimi avranno speso buona parte del loro budget di comunicazione per essere presenti in Emily in Paris e parlare, così, a tutto il mondo. Con tanti saluti alla pubblicità classica, insomma.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste

Immobili, ipnotizzati davanti a uno smartphone, pigri. Della Gen Z si è detto e scritto di tutto in questi anni. Nel 2025, però, gli zoomer hanno avuto una rivincita mediatica dando vita a movimenti di protesta che, grazie al tam tam sui social, hanno riempito le piazze di decine di Paesi dall’America all’Asia, passando per l’Europa e l’Africa. Sopra le loro teste ha sventolato virtualmente, e non solo, la bandiera di One Piece, un teschio sorridente con un cappello di paglia. E come i pirati del celebre manga si sono battuti contro il Governo Mondiale.

Le piazze serbe contro Vučić

«La corruzione uccide». Lo sostengono gli studenti universitari che, insieme ai colleghi più giovani, da novembre 2024 manifestano in Serbia. Tutto è iniziato con il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad che ha causato la morte di 16 persone. Chi scende in piazza chiede elezioni anticipate per cacciare il presidente Aleksandar Vučić e il partito Sns, al timone da oltre un decennio. Un’ondata di contestazioni che nei mesi è cresciuta raggiungendo un livello che nel Paese non si registrava dai tempi di Milošević. 

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Corteo a Novi Pazar, in Serbia (Ansa).

In Bulgaria l’onda travolge il governo

Se Vučić per ora resiste, il governo della Bulgaria ha ceduto dopo settimane di proteste contro una legge di bilancio considerata iniqua. Il tutto alla vigilia dell’ingresso del Paese nell’Eurozona. L’esecutivo guidato da Rossen Zhelyazkov, passato indenne da ben sei voti di sfiducia in un anno, alla fine è capitolato. Il governo aveva provato a fare marcia indietro, ma ormai era troppo tardi. Anche perché la manovra era solo la punta dell’iceberg di un sentimento di insoddisfazione generale nei confronti di un sistema politico accusato di nepotismo, corruzione e inefficienza che costringe i giovani ad andarsene: «Dateci una ragione per restare», recitavano alcuni striscioni nelle piazze. Insieme con gli slogan: «Fuori la mafia», «Ladri!», «Maiali!».

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Una manifestazione a Sofia, in Bulgaria, 10 dicembre 2025 (Ansa).

La Gen Z turca contro Erdogan dopo l’arresto di İmamoğlu

Anche la Turchia è stata colpita da quest’onda. La causa scatenante, in questo caso, è stato l’arresto di Ekrem İmamoğlu. Il sindaco di Istanbul e principale oppositore di Recep Tayyip Erdoğan è finito dietro le sbarre con l’accusa di corruzione dopo un’indagine a cui un pezzo di Paese non crede affatto. Secondo i manifestanti l’inchiesta avrebbe come unico obiettivo quello di neutralizzare il più pericoloso avversario del presidente e del suo partito, l’Akp. E mentre nelle strade scattava la repressione delle forze dell’ordine, online gli account “ribelli” venivano chiusi con un’ulteriore stretta autoritaria.

Dal Nepal alle Filippine sotto la bandiera di One Piece

È però in Asia l’esempio più emblematico delle proteste a trazione Gen Z. In Nepal, lo scorso settembre, l’esecutivo era arrivato a oscurare i social network. Una scintilla che ha fatto esplodere la rabbia contro la classe dirigente. La dura reazione della polizia – 70 morti, centinaia di feriti e decine di arresti – non è bastata a evitare al presidente Sharma Oli le dimissioni e lo scioglimento del parlamento. I giovani volevano di più e l’hanno ottenuto, ricoprendo un ruolo centrale nella nomina della prima donna premier del Paese, Sushila Karki. Il nome dell’ex giudice (classe 1952) è emerso da un voto online sull’app gratuita di messaggistica Discord. Considerata un simbolo della lotta alla corruzione, Karki guiderà il Nepal fino alle elezioni previste a marzo 2026. È invece di otto morti e migliaia di arresti il bilancio delle mobilitazioni della Gen Z indonesiana. Scatenate da un controverso bonus destinato ai deputati dal governo di Prabowo Subianto nonostante i tagli alla sanità e le misure di austerità, le manifestazioni sono letteralmente esplose a settembre dopo la morte di un rider 21enne, travolto da un blindato delle forze dell’ordine. Qualche giorno dopo è toccato alle Filippine. Il clima inizialmente pacifico delle proteste per uno scandalo di appropriazione indebita di fondi pubblici destinati alla lotta contro le inondazioni è presto deflagrato: auto incendiate, vetrine distrutte, polizia in assetto anti sommossa, lacrimogeni.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Scontri a Kathmandu, in Nepal, 22 dicembre 2025 (Ansa).

Le proteste in Centro e Sud America

Scontri con le forze dell’ordine e decine di arresti si sono registrati anche dall’altra parte del Pacifico, in Messico dove la Gen Z è scesa in piazza a novembre contro le politiche di Claudia Sheinbaum. Al potere da un anno, la prima donna presidente non ha convinto per le sue scelte in tema sicurezza in un Paese percepito come sempre più in mano ai narcotrafficanti. Anche in Perù dopo mesi di proteste il 9 ottobre la presidente Dina Boluarte è stata destituita da un voto di impeachment per «incapacità morale permanente». La Gen Z ha dato vita a un’insurrezione pacifica, ultimo atto di una crisi politica ormai cronica di cui la presidente era diventata il simbolo. Tra autoritarismo, repressione violenta del dissenso e scandali, Boluarte ha dimenticato la promessa di accompagnare il Paese a nuove elezioni ristabilendo l’ordine istituzionale e la fiducia della popolazione. «Fuera Dina, asesina», urlavano le piazze transgenerazionali già nel 2023. La nomina ad interim del 38enne José Jerí, in attesa delle elezioni di aprile 2026, non ha comunque calmato gli animi. Le manifestazioni sono proseguite con la richiesta di un azzeramento ancora più drastico del sistema.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Manifestazione a Lima, Peru, 14 novembre 2025 (Ansa).

L’occasione persa del Madagascar e gli altri focolai in Africa

La stessa istanza è arrivata dai giovani del Madagascar che, tra settembre e ottobre, hanno occupato le piazze per manifestare contro i tagli all’acqua e all’elettricità, la corruzione, il nepotismo, le disuguaglianze. Disordini che hanno spinto alla fuga il presidente Andry Rajoelina portando al potere il colonnello Michael Randrianirina che ha promesso discontinuità con il passato e maggiore coinvolgimento della Gen Z. Un golpe militare che rischia però di soffocare le istanze di un vero rinnovamento. Autoritarismo, cattiva gestione economica, misure impopolari come l’innalzamento delle tasse su alcuni beni essenziali sono la benzina degli zoomer kenyoti che protestano ormai da più di un anno. Durante il quale il blogger 31enne, Albert Ojwang, ha perso la vita dopo essere stato arrestato per aver diffamato un poliziotto sui social. In Marocco la Gen Z si è addirittura ribattezzata: ora si fa chiamare Generazione Z 212, come il prefisso telefonico nazionale. Da settembre i ragazzi lottano per ottenere diritti, giustizia sociale e trasparenza della politica. D’altronde nel Paese nordafricano si finanziano le ristrutturazioni degli stadi per la Coppa del mondo e non quelle di scuole e ospedali. La morte di otto donne nel giro di poche settimane nel reparto di ostetricia dell’ospedale pubblico di Agadir è diventata la miccia delle proteste.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Manifestazione ad Antananarivo, in Madagascar, 11 ottobre 2025 (Ansa).

L’azione di Trump in Venezuela è legale?

L’attacco su Caracas e la conseguente cattura di Nicolas Maduro sono state azioni legali, dal punto di vista del diritto internazionale? È quanto si stanno chiedendo in molti dalle prime ore del 3 gennaio. Nel corso dei mesi, dopo le minacce di Donald Trump di possibili azioni di terra in Venezuela, giuristi e parlamentari americani avevano messo in dubbio la base legale di missioni extraterritoriali senza chiari mandati: per l’operazione del 3 gennaio Trump ha fatto ricorso all’Authorization for Use of Military Force.

Cosa è l’Authorization for Use of Military Force sfruttata da Trump

L’Authorization for Use of Military Force, approvata dopo l’attacco alle Torri Gemelle, è una legge che sostanzialmente dà il via libera al presidente a urgenti azioni antiterrorismo, senza bisogno del semaforo verde del Congresso. In base al War Powers Act del 1973, infatti, l’amministrazione che intraprende atti militari deve notificare al Congresso entro 48 ore e ritirare le truppe dopo 60 giorni se non c’è autorizzazione. Trump ha potuto ricorrere all’Authorization for Use of Military Force classificando le gang del narcotraffico come organizzazioni terroristiche straniere, cosa che ha permesso di “creare” uno stato di guerra con il Venezuela.

Il parere del giurista: «Gravissima violazione del diritto internazionale»

Secondo il giurista Gabriele Della Morte, professore ordinario di diritto Internazionale alla Cattolica di Milano, il blitz delle forze Usa «rappresenta una gravissima violazione del diritto internazionale, in una delle sue espressioni più cogenti: il divieto di aggressione». Intervistato dall’Ansa, Della Morte ha spiegato che adesso «occorrerà ora valutare la reazione degli Stati e delle organizzazioni internazionali, a partire dall’Onu e dalla Ue, per verificare se un nuovo assetto normativo sul tema dell’uso della forza è in via di definizione» e che, «nel compiere questa delicata valutazione, occorrerà sempre tenere ben presente la distinzione tra validità ed efficacia della norma». Se una norma non è rispettata, ha sottolineato, «ciò non comporta necessariamente che non sia valida». Giorgia Meloni, esprimendo la posizione dell’Italia, ha dichiarato che «il governo reputa legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».

Leone XIV: «Garantire la sovranità del Venezuela»

Nel corso dell’Angelus, papa Leone XIV ha parlato anche della situazione in Venezuela. «Seguo gli sviluppi con animo colmo di preoccupazione», ha detto il pontefice. «Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione». Rivolgendosi ai fedeli in piazza San Pietro, Leone XIV ha poi detto che bisogna rispettare «i diritti umani e civili di ognuno e di tutti» e lavorare «per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione di stabilità e di concordia con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica».

Crans-Montana, salgono a quattro le vittime italiane identificate

Dopo Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini e Achille Barosi, è la 16enne Chiara Costanzo è la quarta vittima italiana identificata della strage di Capodanno a Crans-Montana. Il padre già nella giornata del 3 gennaio aveva comunicato alla stampa la certezza della morte della figlia. Sale così a 25 il numero delle vittime dell’incendio identificate dalla polizia svizzera. Restano due i dispersi italiani ancora da identificare.

Venezuela, Delcy Rodriguez presidente ad interim

Dopo la cattura da parte degli Usa di Nicolas Maduro, la Corte Suprema di Caracas ha ordinato alla sua vice Delcy Rodriguez di assumere ad interim la presidenza, stabilendo che «eserciti in qualità di responsabile tutte le attribuzioni, i doveri e i poteri inerenti alla funzione di presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela al fine di garantire la continuità amministrativa e la difesa integrale della nazione». I giudici della Corte Suprema non hanno ancora dichiarato Maduro definitivamente decaduto: ciò avrebbe comportato l’indizione di elezioni anticipate entro 30 giorni. Rodríguez, scrive il New York Times citando fonti vicine alla Casa Bianca, avrebbe impressionato i funzionari di Donald Trump grazie alla sua gestione dell’industria petrolifera, cruciale per il Venezuela.

Trump mette le mani sul petrolio del Venezuela: pronto lo sgambetto alla Cina

Nicolas Maduro arrestato e presto processato a New York. Gli Stati Uniti decisi a gestire il Venezuela finché non ci sarà una «transizione giusta e appropriata». Delcy Rodriguez, numero due dell’ormai ex presidente, posta intanto a capo del governo dalla Corte Suprema. María Corina Machado senza il sostegno di Donald Trump, che probabilmente non gli ha perdonato il “furto” del Nobel. Il futuro del Venezuela è quantomai nebuloso e lo stesso vale per il suo petrolio, il vero motivo per cui Washington voleva un cambio di regime, con buona pace del pretesto della lotta al narcotraffico, su cui Trump è tornato insistere in conferenza stampa.

Trump è tornato a parlare di «petrolio rubato»

Il reale obiettivo di Trump non è mai stato smantellare il narcotraffico o esportare la democrazia, quanto installare un governo amico a Caracas per mettere le mani sul suo greggio: il Venezuela siede su 303 miliardi di barili di riserve provate, primo patrimonio petrolifero al mondo, più di Arabia Saudita e Stati Uniti messi insieme. In conferenza stampa a Washington, Trump ha affermato che le principali compagnie Usa torneranno nel Paese sudamericano con «miliardi di dollari» di investimenti, «per sistemare le infrastrutture danneggiate e iniziare a produrre ricchezza», ponendo il rilancio della sua industria energetica: «Non lasceremo il Venezuela andare all’inferno come hanno fatto altri. Lo gestiremo come si deve». Interpellato sulle dichiarazioni di Trump riguardo al fatto che saranno gli Stati Uniti a gestire il Venezuela fino alla fine della transizione, il segretario alla Difesa (ops, Guerra) Pete Hegseth ha detto: «Significa che saremo noi a stabilire le condizioni. Significa che la droga smetterà di fluire. Significa che il petrolio che ci è stato sottratto verrà alla fine restituito e che i criminali non saranno mandati negli Stati Uniti. Alla fine, saremo noi a controllare quanto accadrà in futuro». Lo stesso The Donald, per giustificare la rimozione di Maduro, aveva parlato a più riprese di «petrolio rubato».

Trump mette le mani sul petrolio del Venezuela: pronto lo sgambetto alla Cina
Stazione di servizio Chevron (Ansa).

La capacità di Caracas di aumentare la produzione in tempi brevi appare limitata

A cosa si riferiscono Trump e Hegseth? A quanto accaduto nella seconda metà degli Anni 70, quando il governo di Caracas fondò la PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima), nazionalizzando l’industria petrolifera. E poi allo strappo avvenuto tra il 2002 e il 2003 con Hugo Chavez, che cacciò le major petrolifere Usa interrompendo ogni tipo di collaborazione, inizialmente mantenuta. Trump ha appunto invocato la necessità di risarcire le compagnie espropriate in passato. ExxonMobil e ConocoPhillips, ad esempio, attendono ancora il pagamento di risarcimenti arbitrali rispettivamente da 1,6 miliardi e 8,37 miliardi di dollari. Con la rimozione di Maduro si dovrebbe concretizzare la riapertura del mercato, con possibilità per Exxon e Conoco di tornare e per Chevron, unica compagnia statunitense presente in Venezuela (grazie a una licenza speciale concessa dalla Casa Bianca) di espandersi. Ad oggi, l’embargo sulle esportazioni venezuelane resta formalmente in vigore e la capacità di Caracas di aumentare la produzione in tempi brevi appare limitata. Questo perché, nonostante le promesse, gli investimenti necessari per rilanciare l’industria petrolifera venezuelana sono enormi. Secondo la società di consulenza Rystad, servirebbero almeno 65 miliardi di dollari per mantenere la produzione ai livelli attuali fino al 2040 e oltre 100 miliardi per riportarla a 2 milioni di barili al giorno.

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Rifornimento in Venezuela (Ansa).

Gli Stati Uniti non hanno bisogno del greggio venezuelano, la Cina invece sì

Calcolatrice alla mano, il Venezuela dispone del 18 per cento delle riserve mondiali di petrolio, di cui gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori. Fino al 2019 il partner privilegiato di Caracas era proprio Washington, a cui andava quasi metà dell’export. Poi le sanzioni della prima Amministrazione Trump stravolsero il mercato: oggi gli Stati Uniti – che ormai producono più di quanto consumano – non hanno bisogno del petrolio di Caracas. A differenza della Cina, principale importatore con circa 600 mila barili di greggio al giorno dal Venezuela, pari a circa il 70 per cento del suo export. La rimozione di Maduro, nei giochi della geopolitica, darà modo a Trump di fare uno sgambetto a Pechino, che finora ha acquistato grandi quantità di greggio venezuelano – di scarsa qualità e da raffinare in adeguate infrastrutture – a prezzi molto bassi, ottenendo indiscutibili vantaggi.

Nell’attacco Usa in Venezuela sarebbero morte almeno 40 persone

L’operazione militare condotta dagli Stati Uniti in Venezuela, che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, avrebbe causato la morte di almeno 40 persone, tra militari e civili. Lo scrive il New York Times, citando un alto funzionario di Caracas che ha parlato in condizione di anonimato. Durante la conferenza stampa andata in scena a Washington, Donald Trump ha specificato che nessun soldato statunitense è rimasto ucciso, suggerendo che alcuni fossero rimasti feriti. Sempre il Nyt riporta che Maduro a fine dicembre avrebbe respinto un ultimatum di Trump che lo aveva esortato a lasciare l’incarico per trasferirsi in esilio dorato in Turchia.

Crans-Montana, identificate tre vittime italiane

Sono tre le vittime italiane dell’incendio di Capodanno di Crans-Montana identificate dalla polizia svizzera: si tratta di Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini e Achille Barosi. Il riconoscimento è avvenuto grazie alla comparazione con il dna dei genitori. Rimangono da identificare altri tre italiani classificati come dispersi: Riccardo Minghetti, Chiara Costanzo e Sofia Prosperi. Almeno per le due ragazze, l’identificazione sembra imminente: parlando con la stampa, i genitori hanno già dato per certo il decesso. Con i tre italiane sale a 11 il numero delle vittime identificate: gli altri otto sono tutti svizzeri.

Cosa è la dottrina Monroe che ha ispirato Trump per l’attacco in Venezuela

Nei mesi che hanno portato ai raid su Caracas e all’arresto di Nicolas Maduro, gli Stati Uniti di Donald Trump avevano assunto un atteggiamento molto aggressivo nei confronti del Venezuela, rispolverando dal cassetto la cosiddetta “dottrina Monroe”. Ecco di cosa si tratta.

I principi di politica estera enunciati da Monroe nel 1823

Con dottrina Monroe ci si riferisce ad alcuni principi di politica estera, enunciati appunti dal presidente Usa James Monroe davanti al Congresso il 2 dicembre 1823, in un contesto in cui molte colonie latinoamericane stavano ottenendo l’indipendenza dalle potenze europee. Monroe dichiarò che qualsiasi interferenza del Vecchio Continente nelle Americhe sarebbe stata considerata un atto ostile, impegnandosi allo stesso tempo, a non interferire nelle questioni politiche e nei conflitti europei. Presentata formalmente come una dottrina difensiva, diventò nel tempo uno strumento ideologico per giustificare l’ingerenza statunitense negli affari interni dell’America Latina.

La dottrina Monroe fu rafforzata da Roosevelt nel 1904

L’accezione della dottrina Monroe come un’affermazione dell’egemonia statunitense nel continente americano fu rafforzata e resa esplicita nel 1904 da Theodore Roosevelt e con l’omonimo corollario. «Stante la dottrina Monroe, comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata», disse il presidente statunitense: nel 1902 alcune potenze europee (su tutti Regno Unito e Germania) avevano minacciato un intervento armato in Venezuela. Gli Usa, insomma, non solo avevano il diritto di opporsi all’intervento europeo nel continente americano, ma anche il dovere di intervenire direttamente in America Latina nei Paesi ritenuti incapaci di garantire stabilità politica, ordine interno o il rispetto degli interessi economici internazionali. In questo quadro si sviluppò quella che venne definita “diplomazia delle cannoniere“, fondata sull’impiego esplicito della forza militare. Trump ha di fatto seguito la dottrina Monroe, presentato l’attacco a Caracas come un atto di difesa contro il regime di Maduro, che avrebbe tentato di destabilizzare gli Usa attraverso l’esportazione di droga e di criminali.

Maduro catturato dagli Stati Uniti: cosa può succedere adesso

Nicolas Maduro è stato catturato dagli Stati Uniti nel corso di un’operazione militare in Venezuela e – come ha spiegato la procuratrice generale Usa Pam Bondi – verrà processato a New York assieme alla moglie, in quanto accusato di «associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo, associazione a delinquere finalizzata all’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere finalizzata al possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti».

Maduro sarà processato negli Usa, come il dittatore panamense Noriega

Bondi ha scritto su X che Maduro e consorte «presto affronteranno la furia della giustizia americana sul suolo americano, nei tribunali americani». C’è chi ha azzardato un paragone con Manuel Noriega, dittatore panamense, rovesciato nel 1989 da un’invasione Usa e poi processato negli Stati Uniti, dove fu condannato a 40 anni di carcere per traffico di droga e violazione dei diritti umani. Noriega era un dittatore militare, mentre Maduro un leader eletto, per quanto ampiamente impopolare. Detto ciò, una condanna inflitta negli States pare inevitabile.

L’operazione in Venezuela potrebbe costare consensi a Trump

Trump presenterà l’operazione in Venezuela e la cattura di Maduro come una necessità nell’ambito della lotta al narcotraffico. Ma l’attacco su Caracas potrebbe rivelarsi un boomerang per il presidente Usa. Se la condanna da parte dei democratici è scontata (ed è già arrivata), quanto successo in Venezuela potrebbe costargli anche il gradimento di una certa parte dell’elettorato Maga, già indignato per il suo coinvolgimento nel caso-Epstein.

Cuba ora trema, ma crescono i timori anche in Colombia

Cuba ha assunto una posizione apertamente schierata al fianco di Maduro. D’altra parte, dal oltre due decenni Caracas e L’Avana hanno costruito un proficuo rapporto di scambio strutturale: petrolio in cambio di servizi, in particolare nei settori della sanità e dell’educazione. Lo stop al greggio venezuelano avrebbe un serio impatto sull’isola caraibica, che secondo molti sarà il prossimo obiettivo di Trump. Secondo diversi analisti saremmo di fronte a un revival della dottrina Monroe, che esprime l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano. Nel frattempo crescono i timori anche in Colombia, che ha attivato un posto di comando unificato lungo il confine con il Venezuela.

Con la rimozione di Maduro il futuro del Venezuela è incerto

Con la rimozione di Maduro, la grave crisi economica che da tempo attanaglia il Venezuela – tra inflazione, carenza di beni e povertà – potrebbe alimentare proteste di massa e disordini, almeno in attesa di nuove elezioni. L’escalation potrebbe portare a una violenta repressione o persino a un tentativo di golpe da parte di settori delle forze armate, così come – si tratta dello scenario più estremo – a una guerra civile. L’obiettivo degli Stati Uniti è un cambio di regime, in modo da poter mettere le mani sulle abbondanti riserve di petrolio del Venezuela.