Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Se c’è un punto di riferimento fortissimo a Palazzo Chigi, beh, quello è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. È lei l’adulta nella stanza, il collante di una maggioranza di governo che sarebbe altrimenti andata in frantumi da tempo, fra incomprensioni sugli aiuti a Kyiv, gli “extra profitti” delle banche da tassare e tanti altri controversi dossier che agitano e hanno agitato il destra-centro.

La ricetta renziana per archiviare Giorgialand
Meloni è tutto ciò che manca all’opposizione: al contempo è leader riconosciuta, fonte di stabilizzazione e garanzia che i fisiologici elementi di frizione possano essere riassorbiti da chi è a capo di un’organizzazione complessa in virtù del proprio carisma o charisma, per dirla in termini weberiani. «Vi è soltanto questa scelta: o una democrazia subordinata a un capo e organizzata mediante la ‘macchina’, oppure una democrazia senza capi, vale a dire il potere dei ‘politici di professione’ senza vocazione, senza le intime qualità carismatiche che per l’appunto fanno un capo», scrive Max Weber ne La politica come professione. Questa è la differenza fra destra-centro e campo largo, oggi: da una parte c’è un capo, dall’altra una democrazia senza capi.
Se n’è accorto anche Matteo Renzi, uno che ha fiuto per queste cose. E infatti, di recente, sul Foglio, ha ricordato che i due punti per costruire un programma credibile sono quelli «su cui Meloni ha perso totalmente il contatto con la realtà: le tasse e la sicurezza». Insomma per vincere è necessario «costringere Meloni a stare su questo terreno anziché scivolare nella lotta nel fango dell’ideologismo senza limitismo: perché quando Meloni scappa dalla realtà, vince. Ma se la inchiodi sulla concretezza perde. E soprattutto si perde». Perché a «Giorgialand nessuno ha il coraggio di dire una semplice verità: l’economia è il tasto dolente del melonismo. Ed è sull’economia – non sulla giustizia, non sulla politica estera, non sull’ideologia – che l’opposizione dovrà incalzarla per mandarlo a casa».

Nel campo largo si gioca in difesa
Nel centrosinistra, o campo largo che dir si voglia, invece è tutto un giocare in difesa. Lo si è visto recentemente con le accuse di simpatizzare con i presunti “fiancheggiatori” di Hamas in Italia. Oppure ci si diletta nei soliti teatrini morettiani – «Mi si nota di più…» – come quelli andati in scena ad Atreju, con Elly Schlein che ha declinato l’invito a un confronto con Meloni e Giuseppe Conte. La mossa italofraterna è stata politicamente efficace: alla fine il duello non c’è stato e Meloni si è confrontata soltanto con sé stessa, mentre Conte ha partecipato a un panel per fatti propri nel corso del quale ha ribadito un concetto già fatto proprio da tempo: «Noi non siamo alleati con nessuno». A questo si aggiunge la carica di federatore-to-be, da Gaetano Manfredi a Silvia Salis, fino al solito Ernesto Maria Ruffini. Su questo la destra è nettamente avanti. Può permettersi di portare avanti le sue battaglie e i suoi programmi senza preoccuparsi troppo degli assetti politici o delle ambizioni personali. Anche perché, tutto sommato, l’incertezza più consistente da quelle parti è stabilire chi arriverà secondo fra Forza Italia e Lega.

Le baruffe tra Lega e Forza Italia
Non che a destra i protagonismi manchino. Anzi. Si pensi soltanto al duello costante fra Lega e Forza Italia e ai problemi al loro interno. Dopo anni, anche l’ultimo partito leninista rimasto ha mostrato qualche crepa. Prima con la sollevazione contro l’ex generale vicesegretario Roberto Vannacci, poi con il protagonismo indiscusso e indiscutibile di Luca Zaia. Sussulti e malumori che Matteo Salvini è riuscito ancora una volta a neutralizzare. Un po’ come ha fatto Antonio Tajani. Nonostante l’ennesima punzecchiatura da parte degli eredi del Cav – questa volta è toccato a Pier Silvio ribadire la necessità di facce nuove – il ministro degli Esteri resiste. Anche la corrente Occhiuto non rappresenta per lui una vera insidia. La vera partita si giocherà ai prossimi congressi. E finora all’orizzonte non si vedono alternative credibili alla leadership azzurra. Anche se la spinta della «forza tranquilla», dopo il sorpasso della Lega, pare essersi esaurita.

La sindrome di accerchiamento e l’arma del complotto
Anche Fratelli d’Italia ha i suoi stati d’agitazione. Ma le battaglie – a partire da quella sull’asse Roma-Milano – restano sotterranee. Nessuno osa contestare la leadership di Giorgia Meloni, nemmeno off the record. È per questo che quando un intellettuale di destra come Marcello Veneziani si smarca, diventa subito notizia. Alla presidente del Consiglio tuttavia non mancano i problemi. Meloni soffre di sindrome di accerchiamento. Vede (o vuole vedere) complotti e nemici ovunque. Addirittura tra i corridoi del Quirinale. E così FdI, nonostante negli ultimi tre anni si sia fagocitato il fagocitabile (compresi Gramsci e Pasolini) con la scusa di scippare alla sinistra l’egemonia culturale, continua a comportarsi come un partitino al 4 per cento (sindrome opposta a quella di Renzi e Carlo Calenda). «L’ossessione del complotto ha trovato sempre un terreno favorevole nella subcultura di massa e nella oggettiva complessità dei fenomeni economici, sociali e politici, che sfuggono all’immediata comprensione degli individui», scrive Zeffiro Ciuffoletti in Retorica del complotto. «La politica, il potere, sono stati sempre percepiti con un senso di estraneità e persino con ostilità dal popolo. Ed è relativamente facile, con i mezzi di comunicazione attuali, scagliare la ‘piazza’ contro il ‘palazzo’, agitando l’idea di trame oscure, di intrecci, di misteri». Anche quando in quel Palazzo si è comodamente seduti.
LEGGI ANCHE: Anche il look di Giorgia Meloni diventa politica
















