Il generale Zhang Youxia, primo vicepresidente della Commissione militare centrale cinese, membro del Politburo e considerato il più fidato alleato del presidente Xi Jinping nell’esercito, è accusato di aver girato agli Stati Uniti informazioni segrete sul programma nucleare di Pechino. Lo riporta il Wall Street Journal, citando un briefing riservato tenuto da alti ufficiali militari cinesi che ha avuto luogo il 24 gennaio, poco prima dell’annuncio del ministero della Difesa dell’apertura di un’indagine su Zhang – rimosso dall’incarico – per «gravi violazioni della disciplina del Partito e delle leggi dello Stato», senza fornire ulteriori dettagli.
Le altre accuse a Zhang
Le autorità di Pechino, spiega il Wsj, stanno inoltre indagando sulla supervisione di Zhang dell’agenzia responsabile della ricerca, dello sviluppo e dell’approvvigionamento di equipaggiamento militare. Il generale sarebbe sospettato di aver accettato tangenti in cambio di promozioni. Secondo le fonti del Wsj, Zhang è poi indagato anche per aver formato “correnti politiche“, accusa che nel linguaggio del Partito comunista indica la costruzione di reti di potere personali in grado di minare l’unità della leadership. Zhang, infine, sarebbe inoltre sospettato di abuso di potere all’interno della Commissione militare centrale, il massimo organo decisionale delle forze armate della Repubblica Popolare.
Zhang Youxia (Ansa).
Pechino: «Tolleranza zero»
Parte delle prove contro Zhang, scrive il Wsj, sono state fornite da Gu Jun, ex direttore generale della China National Nuclear Corp., la holding statale che supervisiona l’intero programma nucleare civile e militare della Cina. In una dichiarazione al Wall Street Journal Liu Pengyu, portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, ha affermato che la decisione del partito di indagare su Zhang evidenzia «l’approccio a tolleranza zero e onnicomprensivo della leadership del Paese nella lotta alla corruzione». Sotto indagine sarebbe finito anche Liu Zhenli, membro della Commissione militare centrale e capo del Dipartimento di Stato maggiore congiunto.
Jannik Sinner resta imbattuto nei derby. L’altoatesino si è aggiudicato il match contro Luciano Darderi con il punteggio di 6-1, 6-3, 7-6, staccando il biglietto per i quarti di finale degli Australian Open 2026. Dopo un primo set dominato dal campione in carica a Melbourne, l’italoargentino è entrato sempre più in partita fino a duellare alla pari nel terzo parziale, in cui ha avuto anche quattro palle break nel nono gioco con l’opportunità di andare a servire per il set. È il 18esimo trionfo su altrettanti match contro tennisti italiani, il sesto negli Slam, per il numero due del mondo, che si conferma bestia nera per i connazionali nel circuito. Attende ora uno fra Casper Ruud e Ben Shelton, che scenderanno in campo attorno alle 10.45 italiane. Ai quarti anche Lorenzo Musetti, che nella notte ha eliminato lo statunitense Taylor Fritz con una prova strepitosa in tre set.
Jannik Sinner hits a STUNNING drop shot against Darderi at the Australian Open.
Becoming one of the most unpredictable shots in tennis.
Le parole dopo il successo: «Partita difficile, felice di essere ai quarti»
Al termine del match, Jannik Sinner ha fatto i complimenti a Darderi per la prova messa in campo «È stato molto difficile giocare con lui, siamo amici e questo ha complicato le cose», ha spiegato l’azzurro nell’intervista post-partita. «Ho avuto le mie opportunità anche nel terzo set, ma lui ha giocato molto bene. Abbiamo cambiato qualcosa nel servizio: c’è ancora spazio per migliorare ma sono soddisfatto di come sto servendo, è un colpo stabile. Sto cercando di venire più spesso a rete ed essere meno prevedibile e ci sto riuscendo». Poi un’anticipazione sul prossimo turno: «Shelton o Ruud? Li conosco bene, sono migliorati nel loro aspetto del gioco. Sarà una partita diversa. Ora devo recuperare, qui le partite possono essere lunghe e fisiche. Sono felice di essere di nuovo nei quarti».
Sinner ai quarti degli Australian Open: la cronaca del match
Dopo un primo game complicato, in cui ha dovuto annullare due palle break sul 15-40, Sinner ha dominato il parziale giocando un tennis aggressivo e sempre a una spanna dalla riga. Per l’altoatesino, che ha inanellato colpi a un ritmo quasi impossibile da gestire per l’avversario, due break consecutivi che gli hanno permesso di salire 5-0 e chiudere il parziale al settimo game. Più equilibrato il secondo parziale, con Darderi – nervoso con il suo angolo lamentando la troppa velocità del campo – che ha trovato più solidità al servizio, cedendo 6-3. L’italoargentino, testa di serie numero 22 del tabellone, ha messo in difficoltà il campione di Sesto Pusteria soprattutto però nel terzo, arrivando ad avere ben quattro palle break nel nono gioco, salvate da Sinner anche con la seconda di servizio. Al tiebreak, dopo essere andato sotto 0-2 il quattro volte campione Slam ha chiuso conquistando sette punti di fila.
Luciano Darderi nel match contro Sinner agli Australian Open 2026 (Ansa).
Sarà Seattle Seahawks contro New England Patriots. Nella notte italiana si sono disputate le finali di National Football Conference e American Football Conference che decretano le due concorrenti per il Super Bowl 2026, in cui si assegna il titolo di Nfl. Il match si disputerà l’8 febbraio al Levi’s Stadium di Santa Clara, in California, con kick off alle 15.30 locali (00.30 italiane). Sarà la replica del match del 2015, quando si imposero i ragazzi di Boston per 28-24 guidati dal quarterback e Mvp della partita Tom Brady. Il Super Bowl tornerà invece a Santa Clara esattamente 10 anni dopo l’ultima volta: nel 2016, anno della 50esima edizione, i Denver Broncos batterono i Carolina Panthers.
Super Bowl 2026, come arrivano Patriots e Seahawks
I primi a staccare il biglietto per il Super Bowl 2026 sono stati i New England Patriots, tornati dopo sette anni alla finale di Nfl. A Denver, sotto un’intensa nevicata, si sono imposti 10-7 contro i Broncos grazie a una difesa di ferro e senza aver mai perso un possesso nonostante le proibitive condizioni meteo. Partiti male in regular season, con un record di quattro vittorie e 13 sconfitte, hanno invertito la tendenza prima di restare immacolati nei playoff e vincere le ultime nove partite in trasferta. Sarà un ritorno al Super Bowl sette anni dopo l’ultima volta e la prima senza la star Tom Brady, considerato il più grande quarterback della storia del football americano che aveva guidato i suoi al successo di sei titoli fra il 2001 e il 2018. L’8 febbraio a Santa Clara i Patriots incroceranno i Seattle Seahawks, che nella notte hanno eliminato i Los Angeles Rams con il punteggio di 31-27.
Sugli spalti di Santa Clara non ci sarà Donald Trump: ecco perché
Domenica 8 febbraio, sugli spalti di un Levi’s Stadium gremito non ci sarà il presidente Donald Trump, che ha lamentato un volo troppo lungo tra Washington e Santa Clara. In realtà, il tycoon non ha digerito la line up dell’halftime show, il concerto in programma nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo, cui headliner sarà il rapper portoricano Bad Bunny. «Non ho mai sentito parlare di lui», aveva già detto il capo della Casa Bianca a ottobre, poco dopo l’annuncio. «Non so chi sia, non capisco perché lo stiano facendo: è assurdo e poi danno la colpa a un promotore che hanno assunto per occuparsi dell’intrattenimento. Penso che sia assolutamente ridicolo». Ora, dopo l’annuncio che i Green Day saranno band di apertura della gara, Trump è tornato a parlare dell’evento: «Sono contrario a loro, penso che sia una scelta terribile. Non fa altro che seminare odio».
Il Portale unico Isee 2026 ha introdotto una nuova funzionalità transitoria, resa nota dall’Inps con il messaggio numero 213 del 22 gennaio 2026. L’implementazione risponde a quanto stabilito dall’articolo 1, comma 208, della legge di Bilancio 2026, che prevede nuovi parametri per il calcolo dell’indicatore della situazione economica equivalente. Lo strumento permette ai cittadini di verificare i valori relativi a prestazioni familiari e per l’inclusione prima dell’approvazione formale del nuovo modello di attestazione. La procedura informatica assicura che i beneficiari di bonus, sussidi e indennità possano monitorare la propria posizione reddituale e patrimoniale in modo immediato e trasparente durante questa fase di cambiamento normativo.
Come si accede al Portale unico Isee 2026?
Isee, indicatore della situazione economica equivalente (Imagoeconomica).
L’accesso al Portale unico Isee 2026 avviene immettendo le credenziali Spid (di almeno il livello 2), Carta di identità elettronica (Cie) 3.0, Carta nazionale dei servizi (Cns) o eIdas direttamente sul sito dell’ente previdenziale. Entrando nell’area dedicata della piattaforma, dunque, occorre trovare la sezione di dichiarazione dell’Isee seguendo il percorso:
«Sostegni, Sussidi e Indennità»;
«Esplora Sostegni, Sussidi e Indennità»;
selezionare la voce «Vedi tutti» nella sezione «Strumenti»;
«Portale unico Isee»;
«Utilizza lo strumento»;
«Dichiarazione Isee»;
«Consultazione e Gestione»;
«Dichiarazioni e storico».
A cosa serve l’aggiornamento provvisorio del Portale unico Isee 2026?
L’aggiornamento transitorio permette ai contribuenti di conoscere in anticipo la propria fascia di accesso ai servizi sociali, evitando ritardi burocratici. Affinché si possano utilizzare tutte le modalità operative menzionate nella circolare, l’Inps raccomanda di eseguire i due passaggi finali, ovvero di:
selezionare la voce relativa alla consultazione e alla gestione del documento;
fare clic sul collegamento che conduce alla pagina della specifica prestazione di interesse.
Questo sistema rimarrà operativo fino a quando il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali non pubblicherà il decreto direttoriale necessario per rendere definitivi i nuovi modelli. Successivamente, l’Inps procederà con l’allineamento automatico dei dati per tutte le richieste caricate a partire dal 1° gennaio 2026.
Nuova procedura dell’indicatore reddituale sul sito Inps
La gestione dei patrimoni immobiliari e delle componenti reddituali richiede un’attenzione particolare durante la compilazione delle dichiarazioni. È importante ricordare che le variazioni introdotte dalla legge 199 del 2025 incidono direttamente sulla determinazione del carico familiare. Per agevolare la comprensione della fase transitoria, si riporta la seguente sintesi operativa:
È consigliabile consultare periodicamente l’area riservata per verificare se la propria attestazione sia già stata integrata con i nuovi valori per l’inclusione sociale, garantendo così la correttezza dei pagamenti previsti per l’anno in corso.
Negli Stati Uniti sono giornate di fortissima tensione sociale e politica dopo un’altra uccisione in Minnesota da parte dell’ICE, gli agenti federali per l’immigrazione. Barack e Michelle Obama hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano l’uccisione di Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni colpito con nove colpi di pistola dopo essere stato immobilizzando mentre aiutava una donna durante una protesta. I due ex inquilini della Casa Bianca definiscono la morte di Pretti «una tragedia straziante» e «un campanello d’allarme per tutti gli americani, indipendentemente dal partito», chiedendo un’indagine completa sull’operato delle forze federali. Nella dichiarazione, gli Obama accusano gli agenti di non agire «in modo legale o responsabile» e denunciano «tattiche pensate per intimidire, molestare, provocare e mettere in pericolo i residenti di una grande città americana». Secondo il Dipartimento per la Sicurezza interna, Pretti si sarebbe avvicinato agli agenti con una pistola semiautomatica con l’intenzione di «massacrare le forze dell’ordine». Il procuratore generale del Minnesota Keith Ellison ha definito questa versione «totalmente folle». Un’analisi dei video, girati da più angolazioni, mostra che Pretti aveva l’arma nella fondina e che un agente l’ha rimossa prima di sparare all’infermiere.
The killing of Alex Pretti is a heartbreaking tragedy. It should also be a wake-up call to every American, regardless of party, that many of our core values as a nation are increasingly under assault. pic.twitter.com/0JmEsJ1QFW
Poco dopo è intervenuto anche Bill Clinton. L’ex presidente democratico ha condannato l’uccisione di Pretti e di Renee Good parlando di «scene orribili» legate alla stretta sull’immigrazione. «A peggiorare le cose, a ogni passo, chi è al comando ci ha mentito, dicendoci di non credere a ciò che abbiamo visto con i nostri occhi». Dello stesso tono le parole del governatore del Minnesota Tim Walz, che ha definito quanto accaduto «un punto di svolta per l’America» e ha rinnovato la richiesta al presidente di ritirare gli agenti federali da Minneapolis.
Over the course of a lifetime, we face only a few moments where the decisions we make and the actions we take will shape our history for years to come. This is one of them. pic.twitter.com/fr4TclLBZd
Trump sull’ICE: «Hanno fatto un lavoro fenomenale»
Nonostante le proteste che hanno portato centinaia di migliaia di persone in strada in diverse città degli Stati Uniti, la Casa Bianca continua a difendere l’operato degli agenti federali. Intervistato dal Wall Street Journal, Donald Trump non ha risposto direttamente quando gli è stato chiesto per due volte se l’agente che ha sparato ad Alex Pretti avesse agito correttamente. Incalzato ulteriormente, il presidente ha dichiarato: «Stiamo esaminando e valutando tutto e prenderemo una decisione al riguardo». Per quanto riguarda le richieste delle autorità locali di ritirare l’ICE dal Minnesota, ha detto: «A un certo punto ce ne andremo. Abbiamo fatto, hanno fatto un lavoro fenomenale».
Le critiche arrivano anche da repubblicani e lobby per le armi
Le critiche alle modalità violente degli agenti per l’immigrazione stanno arrivando anche da alcuni repubblicani e dalla National Rifle Association, la lobby per il libero possesso delle armi vicina a Trump. Il governatore dell’Oklahoma Kevin Stitt ha detto che gli americani «stanno guardando altri americani essere uccisi in televisione» e che «tattiche federali e responsabilità» sono diventate una preoccupazione centrale. Il senatore Bill Cassidy ha definito la sparatoria «incredibilmente inquietante», aggiungendo che «la credibilità di ICE e del Dipartimento per la Sicurezza interna è in gioco». L’NRA ha chiesto «un’indagine completa», prendendo le distanze da chi sostiene che avvicinarsi alle forze dell’ordine mentre si porta legalmente un’arma giustifichi automaticamente l’uso della forza letale. «Questo sentimento è pericoloso e sbagliato», ha scritto la NRA.
Per la prima volta nella storia l’oro ha superato i 5 mila dollari l’oncia (unità di misura pari a 31,1 grammi), aggiornando il suo libro dei record. Il rally si inserisce all’interno di un contesto già piuttosto forte per il metallo prezioso, che ha guadagnato l’8 per cento nell’ultima settimana e il 17 per cento a partire dall’inizio dell’anno. Sommandosi a un 2025 già robusto, quando i prezzi erano schizzati di 65 punti facendo registrare il più grande guadagno dal 1979. Record anche per l’argento, il cui valore ha superato per la prima volta i 100 dollari l’oncia, il 150 per cento in più rispetto al 2025.
Alcuni lingotti d’oro (Imagoeconomica).
Cresce il prezzo dell’oro: le ragioni alle spalle dell’impennata
A spingere fortemente sull’aumento del prezzo dell’oro è soprattutto l’incertezza geopolitica globale, alimentata da tensioni in Groenlandia e Venezuela fino al Medio Oriente che hanno rafforzato il ruolo dei metalli preziosi come rifugio per eccellenza. A impattare sono anche le decisioni del presidente Usa Donald Trump sui dazi, tra cui la recente minaccia di imporre tariffe del 100 per cento al Canada qualora quest’ultimo decidesse di stringere un accordo commerciale con la Cina. Il mercato intanto attende che la Fed mantenga invariati i tassi, guardando con attenzione al discorso del presidente Jerome Powell per ottenere indicazioni sulle prossime mosse future.
Il presidente Usa Donald Trump (Imagoeconomica).
Crescono anche argento e platino
Sostenuto dall’indebolimento del dollaro, il prezzo dell’oro è ormai in costante aumento da due anni: basti pensare che, solamente nel gennaio 2024, un’oncia valeva poco più di 2 mila dollari. Parallelamente, è in crescita anche quello degli altri metalli preziosi. L’argento è cresciuto di circa il 2 per cento issandosi a 106,56 dollari l’oncia e segnando un nuovo record storico. Discorso simile anche per il platino che si è spinto fino ai 2.798,46 dollari l’oncia, facendo registrare il nuovo massimo personale.
Lorenzo Musetti supera Taylor Fritz in tre set e conquista per la prima volta in carriera i quarti di finale degli Australian Open. A Melbourne Park l’azzurro ha battuto lo statunitense per 6-2, 7-5, 6-4 in poco più di due ore, firmando una delle prestazioni più solide del suo torneo: variazioni continue, ritmo spezzato e un servizio decisivo nei momenti chiave. Con questo risultato Musetti diventa il terzo italiano di sempre a raggiungere i quarti in tutti e quattro i tornei dello Slam. Mercoledì lo aspetta Novak Djokovic sulla Rod Laver Arena.
Lorenzo Musetti wins a BEAUTIFUL point against Fritz at the Australian Open
Incredible defending followed by a huge forehand winner.
«Sono molto orgoglioso di me stesso», ha detto Musetti a margine del match. «Non avevo mai superato la prima settimana qui a Melbourne: aver raggiunto la finale a Hong Kong, il titolo in doppio, i quarti qui… è davvero un sogno. Mi sento più maturo in campo. Voglio continuare a giocare così», spiega l’azzurro. Guardando al prossimo match aggiunge: «Djokovic? Abbiamo già giocato tante volte io e Novak e ogni volta per me è una lezione. È un grande onore condividere il campo con lui». Il numero 5 al mondo sa che non sarà semplice: «So che non sarà stanco, ma spero che il ritmo che ho adesso mi porti fortuna». Djokovic raggiungerà Musetti ai quarti senza scendere in campo nella giornata precedente, dopo il forfait di Mensik.
Carlo Calenda, segretario di Azione, è intervenuto all’evento di Forza Italia al Teatro Manzoni di Milano, una tre giorni che ha celebrato i 32 anni del video della discesa in campo di Silvio Berlusconi e dato il via alla campagna referendaria. «Questo Paese ha disperatamente bisogno di liberali, popolari e riformisti che non si sottomettano né a sovranità di destra né a estremisti di sinistra. Faremo quel percorso e se ci sarà spazio per lavorare insieme sarò felicissimo, perché io a condividere un partito con Conte, Bonelli, Fratoianni, Vannacci e Salvini proprio non ce la faccio», ha detto. «Oggi più che mai la battaglia per la libertà richiede scelte coraggiose, ovvero avere la forza di rendersi autonomi da chi è nemico dell’Europa, e Azione non defletterà», ha continuato. Quindi l’attacco a Salvini e al suo incontro con l’estremista britannico Tommy Robinson: «Non si può far finta di non vedere chi riceve neonazisti cocainomani in un ministero della Repubblica (ndr Robinson, ritenuto islamofobo, è stato condannato diverse volte per violenza, droga e frode). Chi non è in grado di condannare il regime di Putin e quello di Maduro. È arrivato il momento di costruire l’identità europea. E serve farlo subito senza ambiguità».
Re, Superman, premio Nobel per la pace, addirittura papa. Sono tutte le megalomani versioni di sé che Donald Trump spamma sui suoi account social, Truth in testa. Di contro, ovviamente, oppositori politici e critici vengono ritratti come criminali o ubriaconi. Funziona così la comunicazione ai tempi del controverso presidente ex palazzinaro e, soprattutto, nell’era dell’intelligenza artificiale (usata male). L’IA al servizio dell’ego dell’uomo più potente del mondo genera mostri, realizzando contenuti su “Trump che fa cose”.
Le feci contro i cittadini che protestano e l’invasione della Groenlandia
Una volta indossa una corona, un’altra pilota un jet e scarica feci sui cittadini colpevoli di protestare contro la sua leadership. E così via, una spacconata dopo l’altra, fino al post del 20 gennaio in cui, accompagnato dai sodali J.D. Vance e Marco Rubio, si appresta a invadere il terreno della Groenlandia impugnando la bandiera americana.
I tre obiettivi della sua strategia di comunicazione
L’IA è quindi diventata un’arma nelle mani dello staff del presidente per inondare i social di meme e fake news tramite post che per qualcuno risultano persino divertenti, ma in realtà sviliscono il discorso politico, soprattutto se a diffonderli è l’inquilino della Casa Bianca. Da un’analisi condotta sulle “creazioni” che l’account Truth di Trump ha pubblicato nel 2025, il sito di fact-checkingPolitiFact ha individuato i tre obiettivi principali di questa strategia di comunicazione: promuovere fino al sensazionalismo l’immagine di Donald e del suo staff, sminuire gli antagonisti e rafforzare il suo messaggio politico. Alcuni contenuti creati dall’intelligenza artificiale finiti sulle pagine di Trump sono semplici repost da altri account, come quello in cui è ritratto dietro a una scrivania con pile di denaro. Altri invece vengono caricati direttamente dai social media manager senza specificarne la paternità.
Immagini che anticipano crociate politiche
Una delle prime immagini pubblicate una volta preso possesso dello Studio Ovale ritrae il presidente Usa ruggente accanto a un leone. Un mesetto dopo invece lo si vede impegnato a dirigere l’orchestra al Kennedy Center, in un’anticipazione della crociata che ha portato all’aggiunta del suo cognome al nome dello storico centro culturale americano di Washington.
Trump in versione direttore d’orchestra.
Il video su Gaza è stato il punto più basso?
Poi è arrivato il video che mostrava come sarebbe diventata Gaza se a gestire la ricostruzione, o per meglio dire occupazione, fosse stato Trump. La clip, in cui si vedono soldi che piovono dal cielo, resort di lusso, spiagge sabbiose ed edifici brandizzati col nome del presidente sopra a quella che è stata di fatto una grande fossa comune per così tanti mesi, ha fatto discutere, per usare un eufemismo.
La stessa cosa è successa a luglio col video che mostrava l’ex presidente Barack Obama trascinato e ammanettato dalle forze dell’ordine sotto lo sguardo sorridente di Trump.
Tra i contenuti più virali postati fino a oggi c’è il deepfake del 29 settembre. Musica mariachi in sottofondo, il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer dice: «A nessuno piacciono i democratici». Accanto a lui il suo omologo alla Camera, Hakeem Jeffries, con baffi a manubrio e un sombrero in testa.
Repostato più di 19 mila volte, il video accusa i dem di aver voluto lo shutdown per dare assistenza sanitaria gratuita a tutti gli immigrati clandestini. Una fake news condivisa anche sugli account della Casa Bianca.
Anche le pagine istituzionali della Casa Bianca ci si mettono
Perché il trend ha contagiato anche le pagine istituzionali della White House, che solo su X conta 2,9 milioni di follower. Lì possiamo trovare, tra gli altri, un Trump decisamente più in forma di quanto non sia nella realtà con addosso la strizzante tutina di Superman accompagnata dalla modestissima didascalia: «Il simbolo della speranza. Verità. Giustizia», alla faccia delle vittime dello squadrismo dell’Ice, l’agenzia federale statunitense che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, sempre più criticata dopo l’omicidio a sangue freddo di Renée Good.
Nel mirino del profilo della Casa Bianca è finita anche la senatrice democratica del Massachusetts Elizabeth Warren. Rea di aver criticato il sostegno finanziario dell’amministrazione Trump al presidente argentino Javier Milei, è diventata protagonista di un’immagine in cui viene ritratta vestita come Madonna in Evita, il film biografico del 1996 sull’ex first lady del Paese sudamericano Eva Perón.
E poi ancora le vignette sugli arresti e le deportazioni di immigrati, una copertina che ricorda quelle del Time con Trump incoronato (di nuovo!) e il titolo «Lunga vita al re».
"CONGESTION PRICING IS DEAD. Manhattan, and all of New York, is SAVED. LONG LIVE THE KING!" –President Donald J. Trump pic.twitter.com/IMr4tq0sMB
Tra uno scatto del presidente vestito da Jedi e uno in cui cammina in una polverosa arena in stile romano, il profilo X della Casa Bianca si è preso anche la briga di difendere questa strategia social fatta di offese e bufale con un paio di post a luglio. «Da nessuna parte nella Costituzione c’è scritto che non possiamo pubblicare meme di successo».
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha diffuso un messaggio a 10 anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, avvenuta il 25 gennaio 2016. «L’annuale commemorazione che la comunità di Fiumicello Villa Vicentina dedica a Giulio Regeni raccoglie l’Italia intera in un sentito e commosso tributo per una vita ignobilmente spezzata. A 10 anni dalla sua scomparsa, ribadiamo le ragioni universali della giustizia e del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, contro ogni forma di tortura. Il rapimento e il barbaro assassinio di Giulio, un nostro concittadino, rimangono una ferita aperta nel corpo della comunità nazionale», si legge nella nota.
Mattarella: «Si faccia piena luce su circostanze e responsabilità»
«Rivolgo anzitutto un affettuoso pensiero ai suoi genitori, colpiti dal dolore inconsolabile per la perdita di un figlio – avvenuta per cause abiette e con modalità disumane -, ammirevoli esempi di coraggio e determinazione nella ricerca della verità. Un’esigenza condivisa da tutti gli italiani e non solo. Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale e delle relazioni internazionali». E ancora: «L’impegno di quanti, con dedizione, hanno operato e operano per corrispondere, in questa vicenda, alla sete di verità storica e giudiziaria, merita rispetto e gratitudine. La piena collaborazione delle autorità egiziane nel dare risposte adeguate alle richieste della magistratura italiana, per accertare i fatti e assicurare alla giustizia i responsabili, continua a rappresentare un banco di prova. Nella dolorosa ricorrenza odierna, rinnovo la vicinanza della Repubblica alla famiglia Regeni e l’impegno del nostro ordinamento affinché sia onorata la memoria di Giulio facendo piena luce sulle circostanze e le responsabilità che ne segnarono il tragico destino».
Il rapimento e il ritrovamento del corpo con segni di torture
Regeni era un dottorando italiano dell’Università di Cambridge che venne rapito a Il Cairo e ritrovato senza vita pochi giorni dopo vicino a una prigione dei servizi segreti egiziani. Il corpo presentava evidenti segni di tortura. Sulla pelle erano state incise, con oggetti affilati, alcune lettere dell’alfabeto, e tale pratica di tortura era stata documentata come tratto distintivo della polizia egiziana. La vicenda ha dato vita in tutto il mondo, e soprattutto in Italia, a un acceso dibattito sul coinvolgimento nella vicenda e nei depistaggi successivi dello stesso governo egiziano.
Matteo Salvini è intervenuto in chiusura della tre giorni della Lega a Rivisondoli, in Abruzzo. Tra i temi toccati spiccano questioni interne al partito, come il possibile addio del suo vicesegretario ed eurodeputato Roberto Vannacci, e le polemiche per il suo incontro con l’esponente dell’estrema destra britannica Tommy Robinson (ritenuto islamofobo e condannato diverse volte per violenza, droga e frode).
L’avvertimento di Salvini: «Chi esce dalla Lega finisce nel nulla»
«Ci sono persone che vogliono mantenere la poltrona? Persone elette grazie a chi ha fatto i gazebo senza prendere un euro? Auguri, andate. Se lungo il cammino lo zaino si riduce di peso improduttivo, noi lo lasciamo volentieri agli altri, non abbiamo bisogno di pesi improduttivi. Anche perché la storia insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla», ha detto Salvini. Pur non avendo esplicitato a chi fossero riferite le dichiarazioni, non è difficile pensare che possano essere per il generale Vannacci, che sta per annunciare la fondazione di un nuovo partito ultra sovranista.
Su Robinson: «Ma potrò incontrare chi voglio?»
Il focus si è poi spostato sull’incontro con Robinson e sulle critiche ricevute dalle opposizioni: «Sulla libertà di parola e pensiero, noi siamo l’unico partito ad aver votato contro la legge bavaglio su cosa si può dire e cosa non si può dire,cosa risponde alla legge, chi può incontrare Salvini e chi non può incontrare. Ma potrò incontrare chi fico secco ho voglia da incontrare, se voglio fare battaglie comuni con qualcuno, con rispetto?».
Baby gang, maranza, bullismo e accoltellamenti. Sono le quattro emergenze giovanili attuali. Che si intrecciano, sfumando da una categoria all’altra. Molto enfatizzate dai media, soprattutto talk e telegiornali. La criminalizzazione di una gioventù violenta e problematica, concentrata nelle fasce di popolazione economicamente e socialmente disagiate, si accompagna alla descrizione di una gioventù invece rappresentata come ansiosa, insicura, che fa fatica a uscire di casa. Che non fa paura, ma che ha paura.
L’allarme sociale e mediatico è sempre ciclico
È evidente la contraddittorietà di queste due rappresentazioni, ma anche – altra singolarità – che l’allarme sociale e mediatico, nei confronti di giovani e giovanissimi, è ciclico. Compare e scompare, come la tipologia di atti devianti: per esempio gli scippi sono scomparsi e attualmente il problema della droga sembra essere stato normalizzato. Eppure i consumi di stupefacenti sono aumentati negli ultimi 10 anni del 26 per cento (fonte Onu a livello globale), mentre in Italia (Relazione del parlamento 2025) sono 5 milioni le persone che hanno dipendenze da alcol e sostanze, e fra essi è sensibile l’incremento dell’incidenza fra i giovani e le donne.
Generazione “stage retribuito a 600 euro”
Ma tornando alla rappresentazione di una gioventù che per un verso è dipinta come violenta e disperata e per l’altro invece rassegnata e perdente, viene il sospetto che nessuno la racconti giusta. Visto che i famosi “bamboccioni”, o quelli della “generazione sdraiata”, stufi di essere incolpati del disastro sociale creato però dai loro padri, zii e nonni, se ne stanno andando via dal nostro Paese. Perché nonostante le reiterate promesse dei governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni, la situazione occupazionale è perfino peggiorata. La Generazione 1000 euro (dal film di Massimo Venier del 2009) e del Mi spezzo ma non m’impiego – titolo del romanzo di Andrea Bajani del 2006 – è diventata quella dello stage retribuito a 600 euro.
Una dipendente al lavoro al pc (Imagoeconomica).
Che l’Italia sia un Paese di vecchi, anche di testa – oltre che di classe dirigente – è un dato difficilmente confutabile. E riscontrabile, appunto, nel racconto drammatizzato della condizione giovanile, che possiamo simboleggiare nell’immagine di un giovane con felpa nera e incappucciato, magari con occhiali da sole anche di notte, che messo così fa già danno a vederlo.
Feste diurne e socialità tranquilla
Come sempre la realtà è assai più ricca di come si tende a immaginarla. Anche quando, come avviene oggi, è arduo sottrarsi alla polarizzazione imperante e al senso di insicurezza diffusa che induce a vedere nero. Nel caso della “questione giovanile” è difficile uscire dai luoghi comuni. Cercando viceversa di leggere e interpretare le trasformazioni in corso e scorgere segnali e tendenze di fenomeni in formazione. Come nel caso di una moda, diversamente socializzante, che cominciò a manifestarsi poco prima del Covid-19 e che ora si sta diffondendo un po’ in tutt’Europa. E cioè il soft clubbing, modalità alternativa di vivere il tempo libero e la dimensione del divertimento: feste diurne e sobrie al posto di notti da sballo; socialità tranquilla e distesa che mette la sordina all’eccesso di musica, alcol e tutto ciò che procura stordimento.
Giovani in discoteca (foto Unsplash).
All’opposto del divertimento estremo dei rave party
All’inizio era una variante moderata della frequentazione di locali notturni e festival, ora invece il soft clubbing si colloca all’opposto del divertimento estremo, rappresentato dai rave party. Ma in modalità furba, cioè ridefinendone i contenuti e appropriandosi della parola. “Il soft clubbing è il nuovo rave?”, titola una documentata inchiesta di European Correspondent sul rapido diffondersi di questa tendenza in molte città europee. Da Colonia a Vienna e Barcellona sta prendendo forma un divertimento più tranquillo e diurno dove c’è musica, si balla e l’alcol è facoltativo o spesso assente.
Tutto è iniziato in Olanda, a Utrecht e Amsterdam, con i Wake up club che si tengono dalle 6 alle 9 del mattino. Ma ad Atene, Lisbona e Bruxelles si organizzano “rave mattutini” e “rave del caffè”. A Parigi sono stati lanciati i “bakery rave”: DJ set in panetterie, con distribuzione di croissant. Ma sono segnalati anche rave in sauna e rave a scacchi.
Il diffondersi del soft clubbing ha sicuramente ragioni economiche: il divertimento notturno che inizia con una cena, prosegue in locali e discoteca e deve mettere in conto gli spostamenti, è piuttosto caro e in continuo aumento. Ma è importante anche il quadro valoriale che per la Generazione Z (i nati fra il 1995 e il 2010) vede in ritirata la vita esagerata e spericolata cantata da Vasco Rossi. Una vita sobria e ordinata, in un mondo sempre più caotico e complicato, comincia a essere altamente consigliata. Soprattutto a chi ha un lavoro, impegni extra e orari rigidi. Giocano però altri due fattori di cambiamento.
La Gen Z preferisce la palestra al pub
In primo luogo il consumo d’alcol, calante fra le giovani generazioni che in larga parte risultano anche attente alle diete, alla naturalità degli ingredienti, all’attività fisica. In Inghilterra, segnala il Guardian, la Gen Z preferisce la palestra al pub, il pilates alla birra e all’after hour.
I giovani pensano più alla salute e al benessere che all’alcol e allo sballo (foto Unsplash).
In secondo luogo va considerato il benessere mentale, che dopo la pandemia è diventato la preoccupazione principale di gran parte della gioventù. È in questo contesto che sta venendo meno la tradizionale divaricazione fra tempo di lavoro e tempo libero. Ora al divertimento non si chiede più o sempre meno di essere un’esperienza di assoluto contrasto rispetto alla quotidianità. Impegnandosi a tenere la propria vita in equilibrio e in ordine.
Gli stessi valori della silent generation
Naturalmente è difficile dire se il soft clubbing sia una moda effimera o invece l’annunciatore di un diverso modello di socialità o fors’anche di società. È certo tuttavia che turbolenza, inquietudini e incertezze di status stanno da sempre nel dna della gioventù. «Non permetterò a nessuno di dire che 20 anni sono i migliori anni della vita», scriveva Paul Nizan nel suo romanzo d’esordio Aden Arabia, quasi cento anni fa. Era il 1931, un periodo remoto ma molto vicino come spirito dei tempi. Perché, per restare nello specifico, numerose sono le analogie che legano la silent generation (quella nata fra il 1928 e il 1945) alla Generazione Z. Come evidenziato da diverse ricerche, i valori coincidenti sono l’importanza dei legami familiari, l’avversità al rischio, la parsimonia e il pragmatismo, forse perché entrambe le generazioni sono cresciute in un’epoca di pesante declino economico e politico.
Costretti a ripensare la società del benessere
Sembra benaugurante questa coincidenza valoriale fra bisnonni e nipoti. Tra chi ha messo le basi della società del benessere e chi ora è costretto a ripensarla. A doverla ricostruire. Partendo proprio dal divertimento che, a dispetto del suo carattere leggero, ludico e “poco serio”, è oggi l’asse portante di una società nella quale, tragicamente, per un gran numero di giovani è molto più facile divertirsi e intrattenersi che trovare un lavoro e impegnarsi in politica e nel sociale.
La premier Giorgia Meloni ha definito inaccettabili le parole di Donald Trump sui soldati della Nato, che per lui stavano «a distanza dalla prima linea in Afghanistan». In una nota diffusa da Palazzo Chigi, ha scritto: «Apprendiamo con stupore le dichiarazioni del presidente Trump secondo cui gli alleati della Nato sarebbero “rimasti indietro” in Afghanistan. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la Nato ha attivato l’Articolo 5 per la prima e unica volta nella sua storia, un atto di solidarietà straordinario nei confronti degli Stati Uniti. In quell’imponente operazione contro chi alimentava il terrorismo, l’Italia rispose immediatamente insieme agli alleati, dispiegando migliaia di militari e assumendo la piena responsabilità del Regional Command West, una delle aree operative più rilevanti dell’intera missione». Quindi la rivendicazione dell’impegno «lungo quasi 20 anni» del nostro Paese, che «ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio»: 53 soldati italiani morti, oltre 700 feriti in combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane.
Meloni: «L’amicizia merita rispetto»
Alla luce di ciò, per Meloni sono «non accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata». «Italia e Stati Uniti sono legati da una solida amicizia, fondata sulla comunanza di valori e sulla collaborazione storica, ancora più necessaria di fronte alle molte sfide in atto», ha continuato. «Ma l’amicizia necessita di rispetto, condizione fondamentale per continuare a garantire la solidarietà alla base dell’Alleanza Atlantica».
La premier Giorgia Meloni ha commentato la scarcerazione di Jacques Moretti, il proprietario del locale di Crans Montana dove si è consumata la tragedia di Capodanno, esprimendo «profonda indignazione e sconcerto per una decisione che infligge un ulteriore, indicibile strazio alle famiglie delle vittime e dei tanti feriti». Parlando con il Corriere della sera, ha assicurato che «lo Stato italiano, e io personalmente, resteremo giorno per giorno al loro fianco nel percorso di ricerca della giustizia e della verità». Insieme al ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha richiamato l’ambasciatore italiano in Svizzera chiedendogli di prendere contatto con la procuratrice generale del Canton Vallese per rappresentarle la viva indignazione del governo e dell’Italia di fronte alla decisione di scarcerare Moretti.
La premier: «Nostra disponibilità a collaborare ignorata»
Meloni è poi entrata nel merito dell’inchiesta, spiegando che dall’inizio l’Italia ha offerto collaborazione alle autorità elvetiche per fare piena luce su quanto accaduto: «La nostra polizia giudiziaria ha consolidata esperienza per svolgere tutte le investigazioni necessarie. Mi rammarico che questa disponibilità finora non sia stata raccolta, e che anzi le indagini abbiano conosciuto incertezze, ritardi e lacune, al punto che non sono state svolte neanche le autopsie di giovani deceduti che non presentavano ustioni». Quindi la richiesta che venga istituita, «senza ritardo e senza ulteriori resistenze, una squadra investigativa comune che utilizzi la competenza e la professionalità degli appartenenti alle forze di polizia italiani».
Solo nell’arco delle due giornate dell’8 e 9 gennaio 2026 «potrebbero essere state uccise nelle strade dell’Iran oltre 30 mila persone». Lo scrive il Time, citando due alti funzionari del ministero della Salute iraniano coperti da anonimato. In quei giorni migliaia di persone erano scese in piazza per manifestare contro il regime. Le autorità avevano bloccato Internet e tutte le altre comunicazioni con il mondo esterno. Testimoni oculari e filmati girati con i cellulari mostrano cecchini appostati sui tetti e camion muniti di mitragliatrici aprire il fuoco sui manifestanti.
Il bilancio è 10 volte superiore a quello fornito dal governo iraniano
Le fonti hanno riferito che in quei due giorni le scorte di sacchi per cadaveri sono andate esaurite e le ambulanze sono state sostituite da autoarticolati a 18 ruote. La stima di 30.304 morti, scrivela rivista, non tiene poi conto dei feriti ricoverati negli ospedali militari deceduti successivamente, o delle vittime in aree dove non sono stati forniti bilanci. Questo bilancio è 10 volte superiore a quello comunicato dal governo iraniano, secondo cui i morti sarebbero 3.117. Il Time ha precisato di non poter verificare in modo indipendente i dati, ma ha segnalato che la stima è coerente con le testimonianze di medici e soccorritori presenti sul campo. La rivista americana ha paragonato la mattanza in Iran a quella compiuta dai nazisti alla periferia di Kyiv, Ucraina, il 29 e 30 settembre 1941, quando vennero trucidati 33 mila ebrei ucraini a Babyn Yar.
Un altro morto sulle strade di Minneapolis, dove un agente della Border Patrol ha ucciso Alex Pretti, un infermiere di 37 anni, sostenendo che fosse armato e si fosse avvicinato con intenzioni ostili. I fatti si sono verificati sabato 24 gennaio 2026 alle nove del mattino. I testimoni e i video sembrano però contraddire la versione ufficiale, secondo cui la vittima avesse in mano una pistola e avesse reagito con violenza al tentativo di disarmarlo, con l’agente che gli avrebbe sparato perché si sentiva in pericolo. Una persona presente sulla scena ha infatti riferito che Pretti stava cercando di aiutare una donna che era stata spinta a terra, quando è stato afferrato da alcuni agenti, e non sembrava opporre resistenza. «Non l’ho visto con una pistola. L’hanno buttato a terra e hanno iniziato a sparargli», ha raccontato.
Un video mostra Alex Pretti con in mano un telefono
C’è anche un filmato analizzato dal New York Times da cui emergerebbe che l’uomo aveva in mano un telefono e si era frapposto tra una donna e un agente che le stava spruzzando spray al peperoncino. Sempre secondo le immagini, la sua arma sarebbe stata trovata solo dopo che era stato immobilizzato sul marciapiede. Intanto nella città sono infiammate le proteste, interrotte solo dall’ondata di gelo che si sta abbattendo sul Nord Est degli Stati Uniti. La temperatura è scesa fino a -23 gradi.
Non ha fine la tragedia di Anguillara Sabazia. Dopo il femminicidio di Federica Torzullo, sono stati trovati morti i genitori di Claudio Carlomagno, il marito della donna accusato di averla uccisa. A casa dell’altro figlio, a Roma, trovato un biglietto di addio che avevano lasciato nel pomeriggio. È stato proprio lui che, allarmato per la sorte dei familiari, ha contattato una zia che, raggiunta la villetta sul Tevere dove vivevano i coniugi, ha fatto la tragica scoperta. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 per la constatazione del decesso e i carabinieri per i rilievi. Gli investigatori hanno ipotizzato fin da subito il suicidio.
Chi erano i genitori di Claudio Carlomagno
La donna, Maria Messenio, era una figura nota nell’amministrazione locale della cittadina laziale, dov’è stata assessora alla sicurezza del Comune di Anguillara fino a pochi giorni prima. Dopo il ritrovamento del corpo della nuora nell’azienda di famiglia e l’arresto del figlio, aveva presentato le dimissioni. Il marito, Pasquale Carlomagno, era finito nei giorni scorsi nelle carte delle indagini. Le telecamere di sorveglianza avevano ripreso il suo furgone transitare davanti alla villa della coppia nelle ore a ridosso del delitto e fermarsi per nove minuti. Nei giorni scorsi non si escludeva che la coppia potesse essere sentita dai carabinieri, anche se non era stata fissata una convocazione.
I tantissimi tifosi italiani che il 13 luglio 2025 percorrevano Church Road, nel quartiere di Southfields di Londra, per dirigersi al campo centrale di Wimbledon, il tempio mondiale del tennis, erano così presi dall’imminente finale tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz che non avranno certo fatto caso ai manifesti affissi nella zona residenziale della periferia londinese puntellata di villette a schiera. Era la protesta dei residenti che da anni si battono contro una mega operazione immobiliare accusata di devastare l’ambiente.
Il progetto prevede la creazione di 39 nuovi campi e di uno stadio
Mentre fervono i preparativi per il prossimo torneo, oggi il silenzio quasi religioso dei campi in erba è rotto dal rumore delle carte bollate. Si sta combattendo infatti una furiosa battaglia per il futuro della competizione di tennis più prestigiosa al mondo. L’AELTC (All England Lawn Tennis Club), la secolare associazione che organizza Wimbledon, da tempo coltiva un progetto ambizioso quanto devastante: triplicare la superficie della già imponente struttura attuale, che conta otto campi con gradinate. Il piano prevede la costruzione di 39 nuovi campi da tennis e di uno stadio da 8 mila posti, con tanto di tetto retrattile, destinato a diventare il futuro centrale. Il tutto dovrebbe sorgere sull’ex sito del Wimbledon Park Golf Club, un’area naturale che per decenni ha rappresentato uno storico polmone verde per la zona. Per gli organizzatori, l’espansione è necessaria per mantenere il torneo ai vertici mondiali, permettendo finalmente di ospitare le qualificazioni “in casa” anziché nella scomoda Roehampton, nel parco di Richmond. L’accorpamento farebbe lievitare ricavi e introiti per l’AELTC, ma l’espansione monstre comporterebbe anche la cementificazione di un’area incontaminata, la stessa che rende Wimbledon così speciale.
L’ingresso dell’AELTC a Wimbledon (Ansa).
Il caso si è trasformato in un intricato rebus politico
La vicenda urbanistica si è trasformata però in un intricato rebus politico. Nel 2023, il Consiglio comunale di Wandsworth, dove ha sede il torneo, aveva alzato il muro del no, bocciando il progetto. Tuttavia, poiché la maggior parte del terreno interessato dal progetto ricade sotto la giurisdizione del vicino Consiglio di Merton, la palla è passata alla Greater London Authority. Nel settembre 2024, il vicesindaco di Londra, Jules Pipe, ha dato il via libera definitivo, scatenando l’ira dei residenti. È nato pure un comitato Save Wimbledon Park (SWP) che accusa gli organizzatori dello storico torneo di prepotenza edilizia mascherata da progresso sportivo.
Un manifesto contro L’AELTC a Wimbledon (Ansa).
Una legge vittoriana potrebbe affossare l’espansione
Quella che finora era stata solo una protesta di quartiere che AELTC pensava di liquidare facilmente ora invece rischia di diventare un ostacolo insormontabile. Il comitato ha scovato una vecchissima legge che potrebbe bloccare tutto: il terreno conteso sarebbe infatti soggetto a un trust statutario in base al Public Health Act, una norma datata 1875, ai tempi della Regina Vittoria, che non è mai stata abolita, secondo cui la zona può essere destinata esclusivamente a “passeggiata pubblica” o ad area ricreativa. Ironia della storia: il primo torneo di tennis a Wimbledon nacque proprio lì, nel 1877, perché la legge vittoriana di due anni prima consentiva di fare degli sport all’aria aperta. La medesima legge che fece nascere l’AELTC oggi potrebbe affossarla.
La protesta del comitato Save Wimbledon Park alla Royal Court of Justice (da Fb).
Non siamo ancora ai livelli della Rai. Ma Netflix sta diventando un motore fondamentale per lo sviluppo dell’industria audiovisiva in Italia. E non è un caso che tutti i maggiori produttori si siano presentati, il 21 gennaio, allo Spazio Colonna di Roma, per il bacio della pantofola ai vertici di Netflix in Italia, in primis alla vicepresidente contenuti Tinny Andreatta (figlia del politico Nino Andreatta, più volte ministro e tra gli ideatori dell’Ulivo), ringraziando per gli investimenti nella serialità originale.
Eleonora “Tinny” Andreatta (foto Imagoeconomica).
Solo per le 11 serie originali Netflix Italia (una distribuita sulla piattaforma nel 2025, le altre nel 2026) la filiale tricolore del colosso americano ha infatti speso circa 147,7 milioni di euro, cui sommare oltre 30 milioni di euro per altri cinque film originali Netflix. Anni luce di distanza rispetto alle cifre, molto più piccole, messe sul piatto italiano da altre piattaforme streaming, tipo Paramount+ o Disney+, insomma.
La differenza la fa anche la sensibilità del management
E la differenza la fa, probabilmente, anche la sensibilità del management: Netflix Italia è guidata da Andreatta, manager con un lungo trascorso nella fiction Rai, mentre le altre piattaforme hanno management di vertice lontano dall’Italia, con base a Londra o direttamente negli Usa.
Giusto per mettere in riga un po’ di numeri, nel dicembre 2025 Netflix ha distribuito la miniserie Sicilia Express (di Ficarra e Picone), costata 12,1 milioni di euro. Poi a gennaio è stata la volta della docu-serie Io sono notizia, dedicata a Fabrizio Corona: 2,5 milioni di euro (e 800 mila euro di tax credit).
Dal 23 gennaio è su piattaforma il film originale Il falsario, con Pietro Castellitto e Giulia Michelini: 11 milioni di budget con un tax credit pari a 3,3 milioni. Quindi, dal 10 febbraio, è la volta della mega-produzione seriale Motorvalley, realizzata dalla società di produzione Groenlandia di Matteo Rovere, con budget da 26,5 milioni (7,6 milioni di tax credit) e cast formato da Luca Argentero e, ancora, Giulia Michelini.
La nuova serie di Zerocalcare, Due spicci, sarà disponibile da maggio: 8,1 milioni di costi produttivi e 3 milioni di tax credit.
Ci sono poi la terza stagione di Lidia Poet (con Matilda De Angelis) a 14 milioni di budget; la seconda stagione di Maschi veri (10,4 milioni di euro) e di Storia della mia famiglia (10,3 milioni di euro).
Matilda De Angelis (foto Ansa).
E altre novità: una serie young-adult ambientata in una scuola militare, tipo Nunziatella, ossia Minerva-La scuola (16,6 milioni di euro); Chiaroscuro, un light crime seriale con Pierpaolo Spollon e Andrea Lattanzi (16,1 milioni di euro); Nemesi, serie thriller con Pierfrancesco Favino, Elodie e Barbara Ronchi (16 milioni di euro di costi produttivi, con un tax credit di 4,8 milioni); Il capo perfetto, prodotto seriale su un imprenditore romagnolo, con Luca Zingaretti (15,1 milioni di budget e 4,4 milioni di tax credit).
Elodie (foto Imagoeconomica).
Fuori dal conto c’è pure Suburramaxima, nuova produzione della saga di Suburra arrivata alla quinta stagione dopo un film e tre serie: è in lavorazione e non ci sono ancora i dati di budget. L’ultima serie prodotta, Suburra Aeterna, era costata oltre 18 milioni di euro. Quindi i 147,7 milioni di cui sopra potrebbero lievitare a quasi 170 milioni di euro per la serialità Netflix. Tra gli altri nuovi film originali Netflix in arrivo, infine, ecco Noi un po’ meglio, con Elio Germano e la regia di Daniele Luchetti: 6,3 milioni di euro di costi produttivi.