Gli Usa annullano una grande esercitazione anfibia con la Corea del Sud

Gli Stati Uniti hanno annullato una grande esercitazione congiunta di sbarco anfibio con la Corea del Sud: denominata “Ssangyong” e annunciata a marzo, si sarebbe dovuta tenere a settembre lungo le coste di Pocheon, nel Paese asiatico. Invece è stata cancellata, ha fatto sapere il portavoce militare sudcoreano Han Seung, a causa delle limitazioni nella disponibilità di forze Usa legate alla guerra con l’Iran.

Gli Usa annullano una grande esercitazione anfibia con la Corea del Sud
Soldati statunitensi durante le esercitazioni Ssangyong del 2023 (Ansa).

L’ordine di Trump: ridurre le esercitazioni militari con Seul

Oltre alla necessità di dispiegare truppe in Medio Oriente, dietro c’è però altro. Pochi giorni fa, alla vigilia delle esercitazioni “Ulchi-Freedom Guardian”, puntando il dito contro la Corea del Sud per il rifiuto di partecipare alla campagna americana per la «denuclearizzazione» dell’Iran, Donald Trump ha infatti ordinato al Pentagono di ridurre sensibilmente le esercitazioni militari congiunte con le forze di Seul, in particolare di quelle che simulano un attacco da parte di Pyongyang, giustificando la decisione con i suoi «ottimi rapporti» con il dittatore Kim Jong-un. Il tycoon ha spiegato che le esercitazioni sono troppo costose e «mandano un segnale completamente inappropriato e ostile» alla Corea del Nord, definita un Paese «non minaccioso e rispettoso» degli Usa.

Gli Usa annullano una grande esercitazione anfibia con la Corea del Sud
Portaerei Usa in Corea del Sud per le esercitazioni Ssangyong del 2023 (Ansa).

L’Olanda ha deciso di boicottare l’Eurovision 2027

L’Olanda non parteciperà all’Eurovision Song Contest 2027 perché la manifestazione «non può più essere considerata neutrale» alla luce delle divisioni sulla guerra a Gaza. Lo ha annunciato l’emittente pubblica olandese Avrotros. «È innegabile che i conflitti internazionali incidano sempre di più sul concorso, minandone il carattere neutrale. L’Eurovision è quindi diventato una piattaforma di divisione», ha dichiarato il direttore generale Taco Zimmerman. La nota non cita Israele, ma diversi Paesi avevano già boicottato l’edizione del 2026 per protestare contro la partecipazione israeliana. L’Esc 2027 si terrà a Burgas, in Bulgaria, l’11, il 13 e il 15 maggio 2027. L’European broadcasting union, l’ente che organizza il concorso, ha introdotto una nuova regola per cui se a vincere è un Paese coinvolto in un conflitto armato non potrà ospitare l’edizione successiva.

I prezzi di gasolio e benzina schizzano ancora più in alto

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha comunicato che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti, oggi – lunedì 24 agosto 2026 – il prezzo medio della benzina modalità “self service” lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,010 euro al litro, mentre quello del gasolio è arrivato a 2,131 euro al litro. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,088 euro al litro per la benzina e 2,204 euro al litro per il gasolio. Come sottolinea il Codacons, in autostrada il prezzo medio del gasolio ha superato il record storico raggiunto nella settimana del 14 marzo 2022, quando un litro di diesel costava in media in Italia 2,154 euro al litro. Ieri il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti, assieme a quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, ha firmato il decreto che attiva il meccanismo delle accise mobili, prorogando di due giorni, cioè fino al 26 agosto, lo sconto di 17 centesimi sul gasolio. Come sottolinea il Codacons, a partire dal 27 agosto, senza nuovi interventi da parte dell’esecutivo, il gasolio volerà sulla rete ordinaria a una media di oltre 2,3 al litro, mentre in autostrada il prezzo medio è destinato a salire a 2,37 euro.

Chi è Domenico Giannetta, primo vannacciano a correre per un seggio in Parlamento

Prima candidatura per un seggio in Parlamento per un esponente di Futuro Nazionale: l’ormai ex capogruppo forzista in Consiglio Regionale Domenico Giannetta correrà infatti col partito di Roberto Vannacci in occasione delle suppletive che si svolgeranno domenica 27 e lunedì 28 settembre nel collegio uninominale 05 di Reggio Calabria, per assegnare il seggio alla Camera rimasto vacante dopo l’elezione di Francesco Cannizzaro – deputato azzurro dal 2022 – a sindaco della città.

Ci sono già vannacciani alla Camera. Ma si tratta di deputati che erano stati eletti con altri partiti e poi passati dalla parte dell’ex generale. L’eventuale approdo – anzi ritorno – di Giannetta a Montecitorio rappresenterebbe dunque una prima volta. E già lo è, appunto, la sua candidatura. Medico chirurgo nato a Reggio Calabria nel 1970, Gianetta è alla sua quarta legislatura regionale ed ha già avuto un breve passato come deputato dal 31 marzo al 7 maggio 2020, data in cui aveva rinunciato al mandato per mantenere il seggio in Regione. Rieletto nel 2025 sempre con Forza Italia, Gianetta era diventato poi capogruppo azzurro lo scorso dicembre. «Amante della natura e dell’agricoltura biologica», come si legge sul sito del Consiglio regionale della Calabria, Giannetta è medico volontario della Croce Rossa Italiana. Dal 2014 al 2019 è stato sindaco di Oppido Mamertina dal 2014 al 2019 e anche capogruppo di Forza Italia al Consiglio della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Chi è Domenico Giannetta, primo vannacciano a correre per un seggio in Parlamento
Domenico Giannetta (Facebook).

Il deputato vannacciano Furgiuele: «Il dado è tratto»

«Il dado è tratto. Per la prima volta nella nostra storia affrontiamo il battesimo del voto in una competizione politica nazionale. E lo facciamo dalla Calabria, da Reggio. In meno di un mese e mezzo abbiamo costruito gruppi consiliari a Lamezia Terme e Crotone, acquisito una presenza nel Consiglio provinciale crotonese, raccolto l’adesione di numerosi amministratori e superato i mille nuovi tesserati. Oggi arriva anche un consigliere regionale», ha scritto il deputato vannacciano Domenico Furgiuele, che a giugno è passato dalla Lega a Futuro Nazionale: «Offriremo un’alternativa al campo largo del centrosinistra, che somiglia sempre più a un campo santo, ma soprattutto a quanti non si riconoscono più in una destra moderata e sbiadita. A chi si sente di destra ma non si riconosce nella deriva democristiana di Fratelli d’Italia diciamo, è tempo di tornare a casa, è tempo di tornare veramente a destra. E agli elettori delusi da Forza Italia diciamo che oggi un’alternativa esiste».

L’ira di Occhiuto: «Vannacci non faccia il gradasso»

Lo “scippo” da parte di Vannacci non è decisamente piaciuto al governatore Roberto Occhiuto, forzista, che ha espulso Giannetta dalla maggioranza di centrodestra: «Da questo momento è fuori. Il mio governo regionale non ha nulla a che spartire con chi sceglie Vannacci. Quanto al generale, gli consiglierei di non fare troppo il gradasso. Vedremo la sera del 28 settembre quale sarà il partito vincitore e quale quello rancido». Vannacci, in una nota firmata assieme al coordinatore nazionale del partito Massimiliano Simoni, aveva scritto che «da questa candidatura si palesa la differenza tra Futuro Nazionale e la politica rancida e poltronara di Forza Italia».

Legnano, gli organizzatori del Pride rispondono alle polemiche su Alberto da Giussano nel logo

È polemica a Legnano, in provincia di Milano, per il Pride in programma domenica 13 settembre 2026. Nel logo della manifestazione, gli organizzatori hanno inserito Alberto da Giussano, simbolo della città ma anche, storicamente, della Lega. A sollevare la polemica era stato il capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale, Mario Almici, già candidato sindaco sconfitto a giugno, secondo cui la scelta di rivisitare il guerriero con i colori della bandiera Lgbt era «quantomeno discutibile». Il sindaco Lorenzo Radice gli aveva risposto con una lettera aperta:«Prima dei simboli vengono le persone. Per questo al centrodestra di Legnano faccio una domanda molto semplice: pensate che le persone Lgbtq+ abbiano pieno diritto di essere visibili, di manifestare e di rivendicare pari dignità e diritti nella loro città?». Ora a inasprire la polemica è arrivata la risposta degli organizzatori dell’evento: «Se dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano, Legnano deve essere la casa di tutt? […] Con tutta probabilità farà ulteriormente storcere il naso a qualcuno, visto che scomodiamo addirittura l’Inno d’Italia». Sulla scelta del simbolo, rivendicano il legame profondo con la città: «Il guerriero appartiene alla storia e all’immaginario collettivo legnanese, cresciuto tra le contrade e il Palio. Farlo proprio significa ribadire un’appartenenza. Siamo persone queer, ma siamo anche e soprattutto legnanesi».

Shein si quoterà in Borsa dall’1 settembre

Shein ha annunciato che si quoterà alla Borsa di Hong Kong a partire dall’1 settembre 2026. Il colosso del fast fashion prevede di offrire 280 milioni di azioni a un prezzo compreso tra 47,60 e 49,50 dollari di Hong Kong, raccogliendo fino a 13,86 miliardi di dollari di Hk (circa 1,5 miliardi di euro al tasso di cambio attuale), per una capitalizzazione di mercato di 210,3 miliardi di dollari di Hk, pari a circa 23 miliardi di euro e 27 miliardi di dollari. Un numero enorme in termini assoluti, ma piccolo se confrontato con i 98,2 miliardi di dollari della valutazione privata raggiunta da Shein nel 2022.

Aveva provato a quotarsi a New York e Londra

Shein, fondata in Cina e ora con sede a Singapore, aveva inizialmente puntato alla Borsa di New York, ma il progetto era fallito anche per le verifiche delle autorità statunitensi sulle condizioni di lavoro e sulla catena di approvvigionamento in Cina. In seguito, la società aveva valutato Londra, senza però ottenere il via libera delle autorità cinesi. A luglio ha infine ricevuto l’approvazione della Cina per quotarsi a Hong Kong. Una soluzione che le permette di accedere al mercato dei capitali mantenendo un legame più stretto con Pechino e con il suo ecosistema finanziario.

Vertice dei Volenterosi a Kyiv, l’Ue annuncia altri 6 miliardi per l’Ucraina

Si tiene oggi a Kyiv, in occasione del 35esimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, un nuovo vertice della Coalizione dei Volenterosi, con leader in presenza e videocollegamento (tra quest’ultimi anche Giorgia Meloni). Al centro dei colloqui, a cui prende parte anche il presidente del Consiglio europeo António Costa, la richiesta ucraina di rafforzare la difesa aerea del Paese e aumentare la pressione sulla Russia: a tal proposito, ha approvato nuovi appalti nel settore della difesa per l’Ucraina per un valore di 6,1 miliardi di euro. I nuovi fondi stanziati da Bruxelles sono destinati a sistemi di difesa aerea e antimissile, missili, munizioni e radar, «a conferma dell’impegno dell’Europa a sostenere la difesa e la resilienza dell’Ucraina di fronte alla continua aggressione da parte della Russia», sottolinea la Commissione europea in una nota.

Von der Leyern: «Sostegno dell’Ue incrollabile e concreto»

«Nel giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina, l’Europa dimostra che il suo sostegno è incrollabile e concreto», ha scritto sui suoi canali social Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Il nuovo finanziamento Ue, che fa parte del Prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro, arriva in un momento molto difficile per il Paese, che negli ultimi due mesi ha dovuto affrontare numerosi e massicci attacchi missilistici russi. Dal 2022 l’Ue e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina un sostegno complessivo di circa 220 miliardi di euro.

Vertice dei Volenterosi a Kyiv, l’Ue annuncia altri 6 miliardi per l’Ucraina
Ursula von der Leyen (Ansa).

Zelensky ha appena annunciato un piano per la fine della guerra

Nel fine settimana Volodymyr Zelensky ha annunciato di aver elaborato con Unione europea e Stati Uniti un piano di pace per porre fine alla guerra, che prevede un cessate il fuoco, la creazione di una zona economica libera attraverso un arretramento delle forze ucraine e russe e la formazione di una fascia cuscinetto affidata all’amministrazione di una parte terza, e infine garanzie e impegni di Ue, Nato e Kyiv. L’ultimo round di colloqui trilaterali tra Ucraina, Stati Uniti e Russia si è tenuto a Ginevra il 17 e 18 febbraio.

Crans Montana, Jacques Moretti in carcere per violenza sulla moglie

Jacques Moretti, proprietario del Constellation, è stato arrestato e portato in carcere con l’accusa di violenze sulla moglie Jessica. L’episodio – secondo quanto riferito dalle televisioni svizzere Léman Bleu e Rts – risalirebbe alla notte tra l’11 e il 12 agosto 2026. La donna sarebbe stata ricoverata in ospedale. I coniugi Moretti, titolari del locale in cui sono morte 41 persone, sono indagati per la strage di Capodanno dalla procura del Vallese insieme con altre 14 persone.

Gli avvocati: «Fatti della vita privata»

Sulla vicenda sono intervenuti gli avvocati della coppia Mes Yaël Hayat, Nicola Meier et Patrick Michod, spiegando che «questi fatti, oggetto di un procedimento separato, riguardano esclusivamente la loro vita privata» e pertanto «non vanno confusi con la tragedia del Constellation». «Si inseriscono comunque in un contesto che non può essere ignorato, quello di una prova particolarmente intensa che i Moretti stanno cercando di affrontare insieme dall’1 gennaio. La vita privata deve ora riprendere i suoi diritti», hanno aggiunto.Fino al 9 ottobre i due hanno il divieto di lasciare la Svizzera e l’obbligo di presentarsi quotidianamente a un posto di polizia.

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta

C’è sempre qualcosa di stonato nel vedere la politica prendere le distanze dalle mode che essa stessa, fino al giorno prima, aveva contribuito ad alimentare. Succede adesso con il woke, concetto evocato per molto tempo con reverenza o disprezzo, mai con indifferenza, e che improvvisamente a sinistra comincia a provocare l’imbarazzo di quando si guarda una foto dei tempi andati. Possibile che ci vestissimo davvero così? 

Lo strappo in avanti di Conte

Giuseppe Conte, che possiede la furbizia di accorgersi rapidamente quando il vento cambia, ha rotto gli indugi. Su Repubblica ha spiegato che il progressismo deve lasciarsi alle spalle certe degenerazioni identitarie e tornare a occuparsi di diseguaglianze, lavoro povero, sanità e via discorrendo. Non proprio una scoperta copernicana, visto che poveri, diseguali e malati esistevano anche prima. Ma tant’è. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Il distinguo di Boldrini: l’Italia ora non è l’America

Pochi giorni dopo, sul Corriere della Sera, arriva l’intervista a Laura Boldrini, ovvero la campionessa italiana di woke, anche se dalle sue risposte non sembra così. Qualche esagerazione c’è stata, dice, ma soprattutto negli Stati Uniti, non da noi dove si puntava sull’inclusione e sul rispetto dei diritti civili. Niente a che vedere con le follie dei campus americani. Ma la memoria di quel recente passato racconta una storia un po’ diversa. Perché Boldrini non fu una comparsa, ma diventò uno dei volti più riconoscibili di quella temperie culturale, attirandosi per anni feroci e spesso volgari attacchi della destra

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini (Imagoeconomica).

La vecchia battaglia sul linguaggio

E se c’era un terreno sul quale tutto questo si misurava ogni giorno era proprio il linguaggio. Da presidente della Camera, Boldrini volle che negli atti parlamentari le cariche fossero declinate al femminile: sindaca, ministra, avvocata, ingegnera. Non era un vezzo grammaticale. Dietro c’era una teoria precisa: il modo in cui chiamiamo le cose contribuisce a costruire la realtà e dunque, per trasformarla, bisogna cominciare dalle parole. Spirito del tempo: siccome cambiare il mondo restava complicato, a sinistra si cominciò dal vocabolario

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini è stata presidente della Camera da marzo 2013 a marzo 2018 (Imagoeconomica).

I tempi di «I can’t breathe» e «Black lives matter» alla Camera

Poi arrivò il caso di George Floyd e l’America, che oggi appare così lontana, sembrò improvvisamente dietro l’angolo. Boldrini riprese alla Camera il «I can’t breathe» delle proteste americane declinandolo all’italiana: «Non respiro perché sono donna, disabile, immigrata, ebrea, musulmana, gay, lesbica o perché ho la pelle nera». Concluse con «Black lives matter!» e si inginocchiò insieme ad altri deputati del Pd. A parte l’enfasi, niente di scandaloso, anzi. Solo che allora tra il progressismo americano e quello di casa nostra non sembrava esserci quella distanza che Boldrini oggi rivendica. Ma dalle parole ai simboli il passo era breve. Se il linguaggio non è mai neutrale, non lo sono neppure i segni che la storia lascia dietro di sé.

Un terreno sul quale Boldrini si era avventurata già qualche anno prima, quando propose di togliere la scritta «Mussolini Dux» dall’obelisco del Foro Italico. Non, bontà sua, di abbatterlo. In fondo il principio era sempre quello: le parole contano, ancor più se sono scolpite nel marmo. Si poteva essere d’accordo oppure no, ma una coerenza c’era. Ed è qui che la sua presa di distanza di oggi mostra qualche crepa. Non perché abbia cambiato idea, cosa perfettamente legittima. Ma perché, a sentirla adesso, sembra quasi che da quelle parti non sia mai passata. Gli eccessi erano americani, lei difendeva soltanto i diritti. Possibile. Solo che all’epoca il confine appariva assai meno sorvegliato. 

Il woke è passato di moda e pure Boldrini se n’è accorta
Laura Boldrini (Imagoeconomica).

La moda è passata e ora se ne prendono le distanze

Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato. E a dare il segnale non è stata Elly Schlein, segretaria del partito nel quale milita Boldrini, ma Giuseppe Conte. Il capo dei Cinque Stelle ha capito prima di altri che certe battaglie cominciavano a pesare più di quanto rendessero e si è mosso. Il Pd, come quasi sempre gli accade, si è accodato. Ed è forse questo l’aspetto politicamente più interessante della vicenda. Non stabilire quanto Boldrini sia stata o meno woke, esercizio che ormai interessa soprattutto gli archeologi del politicamente corretto. E neppure chi abbia ragione: Conte quando dice che la sinistra farebbe meglio a tornare a occuparsi di questioni sociali, oppure l’ex presidente della Camera quando ricorda che molte delle sue iniziative riguardavano diritti che meritano di essere difesi. Interessa vedere con quale rapidità ciò che fino a pochi anni fa sembrava destinato a cambiare la sinistra sia diventato un argomento da cui prendere le distanze. E come, quando certe convinzioni cominciano a mostrare l’usura del tempo, ci sia sempre chi scopre di non averle mai condivise fino in fondo. 

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile

«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La massima è del critico statunitense Fredric Jameson, noto per le sue analisi sul postmoderno come espressione della cultura sotto la pressione del tardo-capitalismo. Ma a renderla famosa è stato il filosofo e sociologo inglese Mark Fisher, la cui opera eccentrica ma di straordinario valore è riassunta nel saggio Realismo capitalista, del 2009. Mark Fisher è scomparso prematuramente e in modo tragico nel 2017, ma il suo lascito intellettuale è ancora oggi carico di suggestioni sull’estrema fatica che il pensiero contemporaneo fa nel concepire un’alternativa al sistema economico dominante. L’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile è ormai radicata nell’inconscio collettivo. Cambiare modello di vita e di sviluppo economico sembra infatti un pensiero impossibile da attuare, anche quando – come stiamo vedendo in questi giorni – la crisi climatica sta generando disastri epocali.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Alluvione nel Nuorese (Ansa).

L’accelerazionismo di destra che ispira i broligarchi

La rimozione del “problema climatico” ha sicuramente a che fare con la “ritirata” dalle agende dei principali media internazionali delle tematiche ambientali, ha sottolineato Naomi Klein su The Guardian, osservando come Trump, tecno-oligarchi e aziende big del fossile siano impegnatissimi nell’alimentare questo tipo di negazionismo. Tuttavia, tornando a Mark Fisher, la sua opera si colloca nell’ambito dell’accelerazionismo di sinistra, dato che ne esiste uno di destra. Il primo vede nello sviluppo tecnologico accelerato lo strumento per superare il capitalismo, dall’interno e in modo pacifico, mettendo la tecnologia a servizio dell’emancipazione umana. L’accelerazionismo di destra invece ha il suo teorico nel filosofo inglese Nick Land, pensatore pericoloso che ispira i turbocapitalisti della Silicon Valley: Musk, Thiel e compagnia varia di broligarchi. I potenti avanzamenti tecnologici – secondo questo movimento neoreazionario che è una costellazione di blog, manifesti e thread anonimi – devono servire alla costruzione sull’intero pianeta di migliaia di città-stato o micronazioni, governate da un ceo, come un’azienda, e un consiglio di amministrazione anziché da un’assemblea elettiva. Per questa banda di fuori di testa, che sono però una minaccia reale per il potere economico che detengono, nel tecno-mondo prossimo futuro non c’è più posto per la democrazia e la partecipazione civica

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Un gonfiabile di Elon Musk a New York (Ansa).

Perché chi non lavora non dovrebbe mangiare?

Entrambe le concezioni accelerazioniste, confidenti in una tecnologia che può, quasi da sola, risolvere ogni problema, sono perturbanti. Tuttavia l’immagine e la proiezione di una società che, liberata dal lavoro, può dedicarsi a piaceri e passioni risulta di gran lunga preferibile. E qui, accanto al marxiano «a ognuno secondo i suoi bisogni», si deve anche ricordare la previsione che fece uno dei padri del liberalismo economico, John Maynard Keynes, quasi un secolo fa, nella sua lettera ai nipoti. «Fra cent’anni», scrisse nel 1929, mentre il mondo occidentale era alle prese con la Grande Depressione, «le persone lavoreranno 15 ore… ma alla settimana». Naturalmente ognuno di noi può fare i conti con quella previsione, però è indubbio che per effetto di automazione e IA il lavoro umano presto sarà un lusso piuttosto che un diritto. Con buona pace di chi continua a coltivare l’idea che il sudore della fronte debba essere la condizione irrinunciabile per ricevere un salario. Chi non lavora non deve mangiare, raccomanda ora il generale in pensione Roberto Vannacci, e nemmeno fare l’amore come cantava decenni fa Adriano Celentano.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La rivoluzione del Partito Capibara

Ci si può mettere a ridere, restando però preoccupati e cogliendo il valore utilmente provocatorio delle fondamentali domande poste da Mark Fisher. È possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo economico? È realistico immaginare un capitalismo diverso non orientato al profitto di pochi ma al benessere di tutti? I due quesiti hanno una forte carica utopica che ora ha assunto la forma di un partito politico con un programma di governo decisamente eversivo, ma gioiosamente non violento. Si tratta del Partito Capibara della cui scoperta sono debitore al tecno-filosofo Simone Puorto, autore del pamphlet We are the glitch (Siamo noi il problema, Flaccovio editore), dove racconta come la società digitale debba essere governata con ma ancor più vocazione e sentimento umanitario.

Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
Dalla pagina Instagram del Partito Capibara.

L’obiettivo è rompere l’incantesimo dell’invevitabile

«Siamo un’idea che irrompe nella realtà»: così si presenta il Partito Capibara, dichiarandosi parte di un movimento che si impegna a trasformare l’attuale modello di società, partendo dall’assunto che ciò che viene raccontato come impossibile è, in realtà, già praticabile. Il Partito Capibara, ispirandosi alle idee di Mark Fisher, nasce per rompere l’incantesimo dell’inevitabile. «Agiamo come un dispositivo memetico e politico insieme. Il nostro obiettivo è alterare l’immaginario collettivo. Vogliamo incrinare la credenza profonda secondo cui la scarsità sarebbe inevitabile e il lavoro una necessità biologica».

I tre pilastri del programma

Non so voi, io però trovo molto godibili parecchi punti di un programma che si propone di costruire una «società fondata sulla gratuità dei bisogni fondamentali, un futuro postlavorista, una vita bella da godere». E che poggia su tre pilastri. Primo: lavorare meno, godere di più, passando dalle attuali 40 ore settimanali a 24, il 40 per cento di lavoro in meno, per aumentare il godimento della vita. «Lavorare meno», sottolineano, «non è solo il nostro grande desiderio comune: è la grande rivendicazione del XXI secolo». Secondo: gratuità dei bisogni fondamentali (cibo, trasporti, sanità). Il capitalismo trasforma i bisogni dell’esistenza in merci da pagare. Il gratuitismo li trasforma in diritti garantiti incondizionatamente. «Viviamo nel massimo livello di abbondanza materiale della storia. Eppure ogni esistenza nasce già in debito. Ogni giorno bisogna pagare per restare viva». Terzo: reddito universale e automazione. «Se i robot ci rubano il lavoro, lasciamoli fare. Che lavori l’automazione, noi vogliamo godere della vita». Il reddito universale (UBI) non è un bonus temporaneo, non è carità, non è una misura per poveri. È un diritto economico riconosciuto alla persona in quanto parte della comunità.

È più folle l’idea Capibara o spendere quasi 3 mila miliardi di dollari in armi?

Resta d’aggiungere che sicuramente il Partito Capibara può essere definito una nave di folli e il suo programma un libro dei sogni. A patto però di convenire che è più folle e disumano un mondo che anziché investire nella vita e nel piacere, considera la scarsità e la povertà condizioni umane inevitabili. E che anziché perseguire una società prospera e in pace, l’anno scorso ha raggiunto il record storico di spesa in armamenti: 2.887 miliardi di dollari. Per concludere resta da chiedersi: un altro mondo è (im)possibile?

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?

Sigfrido Ranucci in questi giorni è in tour per l’Italia a presentare il suo libro Il ritorno della casta (Bompiani), con accoglienza calorosa e lunghi firmacopie un po’ ovunque. 

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La presentazione de Il ritorno della casta ad Asiago (Ansa).

Le fatiche letterarie di Ranucci e i numeri

In carriera il giornalista, finora, è arrivato in libreria con quattro opere: la prima, del 2010, è stata scritta insieme al collega Nicola Biondo, Il patto. Da Ciancimino a Dell’Utri. La trattativa stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato (Chiarelettere). È un titolo con periodiche ripubblicazioni in edizioni tascabili, economiche e via dicendo, che ha ancora una sua vita dopo 16 anni, e che ha venduto complessivamente circa 40 mila copie, in base a quanto risulta dalla classifica GfK-Nielsen consultata da Lettera43.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina de Il patto edito da Chiarelettere.

La scelta ha venduto 64 mila copie

Nel 2024, poi, Ranucci ha dato alle stampe La scelta (Bompiani), ovvero quella sorta di autobiografia più o meno romanzata che ha suscitato notevoli polemiche soprattutto per le parti in cui il giornalista descrive il modo piuttosto spregiudicato con il quale si rapporterebbe alle fonti e alle stagiste che incrocia sul suo percorso (vedere, a questo proposito, anche il j’accuse di Angela Camuso pubblicato da Il Tempo). La scelta, giusto per capirci, è il libro sul quale Selvaggia Lucarelli ha di recente aperto tre diverse questioni. La prima riguarda il contenuto, da cui si desumono rapporti con stagiste e fonti definiti «spregiudicati». «Sono convinta», dice Lucarelli, «che non molestasse fisicamente nessuno, ma sono altrettanto convinta del fatto che il suo rapporto con alcune fonti e collaboratrici sia stato spregiudicato. È il famoso tema dell’asimmetria di potere: sei Ranucci, hai un enorme potere sulle carriere, dovresti avere una particolare cautela nel separare il piano professionale da quello privato». La seconda fa riferimento alle recensioni su Amazon, con Ranucci che, sempre secondo Lucarelli, avrebbe scritto finte entusiastiche recensioni firmandosi Emilio Cresci. Infine il terzo punto riguarda il numero di copie vendute, perché «Ranucci in alcune occasioni pubbliche e promozionali aveva dichiarato 100 mila copie, per definire il grande successo commerciale del volume. Ora però parla di 70 mila…». I numeri ufficiali de La scelta, per tagliare la testa al toro, certificano 64 mila copie secondo GfK-Nielsen, che sono comunque un ottimo risultato se paragonato alle vendite medie degli altri titoli in Italia.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina de La scelta edito da Bompiani.

Per ora Il ritorno della casta è a quota 19.400

Dopo questo volume dai contenuti anche scabrosi, Ranucci ha invece voluto recuperare un tono più familiare e divulgativo con Navigare senza paura. Guida per giovani esploratori del web (Salani/Ape junior) scritto insieme con il figlio Giordano. È uscito a fine gennaio 2026, a poco più di tre mesi dall’attentato subito fuori dalla sua abitazione nell’ottobre 2025, e finora ha venduto appena 10 mila copie.

Quanto vendono davvero i libri di Sigfrido Ranucci?
La copertina di Navigare senza paura edito da Salani/Ape junior.

A inizio marzo 2026, tuttavia, il prolifico Ranucci occupava di nuovo gli scaffali delle librerie con Il ritorno della casta, che in questi giorni sta continuando a promuovere in giro per la Penisola. È un saggio di inchiesta che analizza il rapporto tra politica, informazione e magistratura in Italia, ricostruendo un presunto piano di restaurazione del potere politico dopo Tangentopoli per depotenziare i controlli di legalità e ridimensionare il ruolo della magistratura. In questi sei mesi in libreria, tuttavia, l’ultima fatica di Ranucci non sembra avere sfondato più di tanto: al momento è a quota 19.400 copie vendute. Vediamo se i firmacopie estivi riescono a muovere la classifica. 

Sinner rinuncia agli US Open

Jannik Sinner non parteciperà ai prossimi US Open a causa del persistente problema al ginocchio emerso nelle scorse settimane, che lo aveva portato a sottoporsi a controlli assidui tra Milano e il JMedical di Torino. «Nonostante il duro lavoro svolto con il mio team e lo staff medico, abbiamo dovuto prendere la difficile decisione di non partecipare agli US Open di quest’anno», si legge nella nota con cui il fuoriclasse azzurro ha sciolto le riserve. New York vedrà invece l’atteso ritorno di Carlos Alcaraz dopo oltre quattro mesi di inattività.

Sinner: «Non vedevo l’ora di tornare a giocare a New York»

«Siamo tornati ad allenarci a Monte Carlo negli ultimi giorni e ci siamo resi conto di aver bisogno di più tempo per recuperare dal problema al ginocchio destro», ha spiegato Sinner nel comunicato. «Sono ovviamente molto triste e deluso, dato che New York occupa un posto speciale nel mio cuore. Non vedevo l’ora di tornare a giocare in quell’atmosfera elettrizzante, davanti a un pubblico fantastico». Il programma di Sinner, vincitore a Flushing Meadows nel 2024, prevede ora la permanenza in Europa e per proseguire il recupero, con l’obiettivo di farsi trovare pronto per la tournée asiatica e i tornei di Pechino e Shanghai.

La Turchia chiede un mandato di arresto internazionale per Netanyahu anche per la Flotilla

Il ministro della Giustizia turco Akin Gurlek ha annunciato che Ankara ha richiesto l’emissione di un mandato di cattura internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu anche per l’intercettazione delle navi della Global Sumud Flotilla, abbordate nel Mediterraneo, e la successiva detenzione degli attivisti, che stavano facendo rotta verso Gaza per portare aiuti umanitari.

Non è la prima richiesta di red notice da parte di Ankara

La Turchia ha già spiccato mandati contro Netanyahu e altri alti funzionari, accusati di genocidio per le operazioni dell’Idf nella Striscia.
La misura scaturisce da un’indagine condotta dall’undicesima Corte penale di Istanbul, che coinvolge in totale 35 imputati. La Turchia ha chiesto l’emissione di un codice rosso da parte dell’Interpol anche per il funzionario israeliano Afek Moskovitch, accusato al pari di Netanyahu di «crimini contro l’umanità, genocidio, privazione aggravata della libertà, lesioni personali dolose, tortura, distruzione di beni, saccheggio aggravato e appropriazione indebita di mezzi di trasporto». Oltre 400 gli attivisti che, dopo essere stati prelevati dalle imbarcazioni abbordate a ovest di Cipro, erano stati condotti con la forza in Israele e poi detenuti nel carcere di Ktziot, prima di essere espulsi.

Gli attivisti: «L’impunità dura da troppo tempo»

«Accogliamo con favore qualunque iniziativa giudiziaria che riconosca l’illegalità delle azioni compiute dal governo israeliano contro la Global Sumud Flotilla e che contribuisca a rompere un’impunità che dura da troppo tempo». Lo ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla: «Quello che abbiamo subito – attacchi, intercettazioni illegali in acque internazionali, sequestri delle imbarcazioni, arresti e violenze – è grave e deve avere conseguenze sul piano della giustizia internazionale».

Scoperto in Germania un deposito segreto di armi: sospetti sulla Russia

Le autorità di sicurezza tedesche hanno scoperto un deposito segreto di armi in un bosco nei pressi di Berlino. Secondo quanto riportato da varie testate, l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione ritiene che le armi fossero destinate ad agenti dei servizi segreti russi, incaricati di compiere attentati: tra i potenziali obiettivi dirigenti dell’industria della difesa, esponenti dell’opposizione in esilio e sostenitori dell’Ucraina.

La scoperta del deposito e l’arresto di un sospettato in Romania

La scoperta, di cui si è avuto notizia solo adesso, sarebbe in realtà avvenuta sul finire dell’estate del 2025, dopo una soffiata. Le armi (tra cui alcune pistole) non erano state sequestrate, ma era stata avviata un’attività di sorveglianza. Inoltre, nell’ambito delle indagini, nell’autunno successivo un sospettato di aver partecipato all’operazione di occultamento sarebbe stato arrestato in Romania. L’ambasciata della Federazione Russa a Berlino ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni: le autorità di Mosca avevano precedentemente negato che i servizi segreti stessero pianificando o attuando atti di sabotaggio in Germania.

Gb, polemica per gli eventuali costi della scorta di Harry e Meghan

È polemica nel Regno Unito sugli eventuali costi di una scorta per il principe Harry e Meghan a carico dello Stato, dopo l’annuncio a sorpresa del ritorno dagli Usa a sei anni dallo strappo dalla famiglia reale. Secondo gli esperti citati dai media, la protezione potrebbe costare ai contribuenti fino a 5 milioni di sterline l’anno. Il dibattito in corso nel Paese sembra confermare che la sicurezza dei duchi di Sussex dovrebbe avere dei costi pubblici, anche se non è stata comunicata in merito una decisione da parte del governo. Per ora il premier laburista Andy Burnham si è limitato a parlare di un «affare privato» di Harry e Meghan, riferendosi alla loro protezione una volta ritornati a fine mese nel Regno. Il principe è ancora in attesa dell’esito della revisione delle misure di sicurezza dopo la revoca del diritto automatico alla scorta seguita allo strappo con i Windsor e alla rinuncia del ruolo di membro attivo della Royal Family con la moglie. Ora il comitato governativo preposto si è trovato a esaminare la situazione alla luce del trasferimento in pianta stabile dei Sussex. Dai Davies, ex responsabile di Scotland Yard per la protezione dei reali, ha detto che portare con sé la famiglia, essere residente nel Regno e il suo profilo pubblico fanno aumentare le possibilità che Harry ottenga la protezione della polizia.

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno

Che cosa ci faceva Tommaso Verdini alla Versiliana proprio nel giorno dell’intervista doppia a Massimiliano Romeo e Attilio Fontana? Il fratello della fidanzata di Matteo Salvini è stato notato dal pubblico leghista mentre si aggirava con il telefono in mano attorno alla sala dove hanno parlato i leader della fronda ‘nordista’. Niente di male, i Verdini – anche Francesca e Denis – sono degli habitué della vacanza a Forte dei Marmi dove ha casa anche il segretario lombardo Romeo. Certo, tra i militanti ha stupito l’avvistamento del quasi cognato del leader proprio a ridosso della contestazione ai ‘ribelli’. E cioè quando tre uomini, due dall’apparente accento napoletano e uno fiorentino, hanno intonato «C’è solo un capitano» per chiedere la blindatura di Salvini alla segreteria. Un’altra presenza non è passata inosservata nella piccola sala allestita per il maltempo. Ovvero quella di Eugenio Zoffili, ex capo segreteria di Salvini a Strasburgo ed ex vice commissario lombardo prima della vittoria di Romeo al congresso. Proprio Zoffili è stato ‘pizzicato’ davanti all’ingresso della sala prima della contestazione.

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno

Cacciari non ha l’età per fondare un partito

Massimo Cacciari, 82 anni, se avesse mezzo secolo di meno non ci penserebbe due volte: fonderebbe subito un nuovo partito. A la Nuova Venezia e agli altri quotidiani del gruppo Nem, il filosofo ed ex sindaco di Venezia mette sotto accusa il centrosinistra, incapace a suo giudizio di rappresentare gli interessi materiali dei ceti meno abbienti, e il Pd veneto in particolare, al quale dopo la sconfitta nella Serenissima chiede di ammettere: «Abbiamo sbagliato tutto». Per una nuova formazione c’è «uno spazio enorme». Potrebbe rivolgersi a quell’elettorato che negli ultimi anni ha votato partiti diversissimi tra loro: dalla Lega al M5s, fino a FdI e ora Futuro Nazionale. Si tratta di «grandi masse, anche di ceto medio, che non trovano alcuna rappresentanza». L’analisi di Cacciari è lucida: «Di fronte alla grande rivoluzione capitalistica, alla trasformazione dei modi di produzione e al venir meno delle vecchie composizioni sociali di classe, la sinistra non è riuscita a rappresentare il nuovo ceto medio e le classi meno abbienti. È significativo che oggi gli iscritti ai sindacati siano per tre quarti pensionati». Dopo aver sferrato un colpo al leader della Cgil Maurizio Landini, pur senza nominarlo, Cacciari ricorda che «c’era una forte rappresentanza del Partito comunista a livello operaio, ma nel commercio, nell’artigianato, nella piccola industria e nell’agricoltura in Veneto non c’è mai stata. Venezia, con una grande concentrazione industriale e una forte presenza della sinistra, era un’isola». Per il filosofo, il centrosinistra dovrebbe mettere a terra «una riforma fiscale realmente ridistributiva, dei processi di formazione, delle istituzioni riprendendo le grandi idee federalistiche. Un’ipotesi di riforma rivoluzionaria, facendo leva sugli interessi calpestati negli ultimi 30 anni e che hanno portato il nostro Paese ad avere salari tra i più bassi d’Europa». Amen…

Che ci faceva un Verdini alla Versiliana nel giorno di Romeo e Fontana? Le pillole del giorno
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

Gualtieri e Durigon tra gli ospiti del Meeting

Imperdibile appuntamento per i leghisti, domenica pomeriggio al Meeting di Rimini: si parla di “Formazione professionale e crescita delle competenze”, con Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, e Claudio Durigon, sottosegretario di Stato al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’uomo della Lega di Matteo Salvini nel Lazio. L’abbinamento è davvero interessante, data la passione di Durigon per la cucina italiana. Sempre al Meeting, ma venerdì sera, è atteso il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Il primo cittadino capitolino sarà tra i protagonisti del convegno “Fare ancora città”, insieme a Gaetano Manfredi, presidente Anci e sindaco di Napoli, Alberto Stefani presidente della Regione Veneto, Sergio Urbani direttore generale e ceo Fondazione Cariplo, Mario Valducci presidente Invimit. A moderare Emmanuele Forlani, direttore generale Compagnia delle Opere. E poi, nella giornata di sabato, al Meeting arriva pure Papa Leone XIV.

Autostrade presenta Linee in movimento al Meeting di Rimini

A quasi 100 anni dalla nascita di Hugo Pratt, in occasione della 47esima edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, Autostrade per l’Italia dedica all’artista nato a Rimini la raccolta di racconti Linee in movimento e una mostra dal medesimo titolo. Visitabile alla Fiera di Rimini dal 21 al 26 agosto 2026, nell’ambito del Padiglione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Linee in movimento è un percorso in cui le autostrade diventano parte dello scenario di 10 racconti, che danno vita a un itinerario dalla valenza culturale, storica e paesaggistica. Le storie, in un viaggio simbolico lungo la penisola, ci fanno scoprire, attraverso gli occhi dei protagonisti, inedite interpretazioni del pensiero di Hugo Pratt e del suo celebre Corto Maltese.

L’opera e l’immaginario dell’artista raccontate attraverso 10 storie

In questo contesto, gli ospiti della mostra saranno accolti da un’imponente statua, realizzata da Opera Laboratori, alta tre metri e raffigurante proprio il personaggio più noto di Pratt, omaggio a quel «pirata di poche parole ma ottime letture» di cui parla anche il volume. Uomini liberi, Pratt come Corto Maltese, qui icone di quella “libertà di movimento” che, ormai da qualche anno, Aspi ha scelto come suo manifesto. Fotografie, tavole, acquerelli e testi narrativi sono proiettati nell’universo di Corto Maltese e diventano linee in movimento: traiettorie, rotte e connessioni che restituiscono il senso del viaggiare. Questa iniziativa è l’adattamento espositivo dell’omonimo progetto editoriale con fotografie di Iwan Baan, illustrazioni del maestro Pratt e testi di Fabrizio Paladini. L’opera e l’immaginario dell’artista vengono qui raccontate attraverso 10 storie ambientate nei territori adiacenti alla rete di Autostrade per l’Italia, luoghi che valorizzano il viaggio come esperienza di relazione, conoscenza e memoria collettiva, in continuità con il tema centrale del Meeting 2026. L’autostrada non come protagonista del racconto, ma come parte integrante della storia, quella «strada che unisce culture, dialetti, abitudini e usanze e le rende Nazione».

Meloni intervistata dal New York Times: cosa ha detto su Trump

«È evidente che con Donald Trump credevo che le cose sarebbero state più facili, considerata la nostra convergenza su immigrazione, cultura woke e difesa dell’identità occidentale. Le cose sono andate in maniera diversa». Lo ha detto Giorgia Meloni nel corso di un’intervista concessa al New York Times, in cui è stato affrontato anche il tema dei rapporti tra i due leader, che si sono deteriorati nonostante le affinità politiche: tutto è iniziato con gli attacchi di Trump a Leone XIV, poi ci sono state le parole sui militari europei impegnati in Afghanistan e le accuse all’Italia per non aver supportato a dovere gli Usa nella guerra all’Iran. Il tutto è deflagrato al G7 di Evian, con il caso della foto “implorata” dalla presidente del Consiglio. I due, per ammissione di Meloni, non si parlano da diverse settimane. Quanto a un eventuale incontro dopo l’estate, la premier sì è poi limitata a un laconico: «Vedremo».

Meloni intervistata dal New York Times: cosa ha detto su Trump
Donald Trump e Giorgia Meloni al G7 di Evian (Imagoeconomica).

Il ruolo dell’Italia e la domanda sul fascismo

Nel corso dell’intervista, Meloni ha rivendicato una linea di politica estera che va oltre le simpatie individuali. «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante. Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali», ha spiegato la presidente del Consiglio. Poi, parlando di «rivoluzione dell’orgoglio», ha aggiunto: «Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, un’Italia che si considera inferiore alle altre». Meloni ha inoltre parlato con Roger Cohen del Nyt anche del suo percorso politico, che dalla periferia di Roma l’ha portata a Palazzo Chigi. E in questa parte dell’intervista è arrivata anche la domanda scomoda sulle radici post-fasciste di Fratelli d’Italia. La premier se l’è “cavata” così: «Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi, è una cosa. Se l’avessimo vista stando nel bel mezzo di quegli eventi, probabilmente l’avremmo percepita diversamente, no? Conosco il nome e la storia di tutti i giovani sacrificati sull’altare dell’antifascismo».

Meloni intervistata dal New York Times: cosa ha detto su Trump
Giorgia Meloni e Donald Trump (Imagoeconomica).

L’Olanda si aggiunge ai Paesi pronti a rimandare in Italia i “dublinanti”

La mossa di Giorgia Meloni di sospendere Schengen dopo la crisi migratoria di Ceuta si sta decisamente rivelando un boomerang per la presidente del Consiglio. Continua infatti ad allungarsi la lista dei Paesi che si preparano (e in alcuni casi lo hanno già fatto) a rimandare in Italia i cosiddetti “dublinanti” nell’ambito del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo. A Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia si sono ora aggiunti anche i Paesi Bassi. Julia Huisman-de Vries, portavoce del ministero della Giustizia e della Sicurezza olandese, ha dichiarato che «sono in corso contatti per definire una procedura efficace per effettuare questi trasferimenti». Amsterdam non ha fornito indicazioni sul numero complessivo di migranti che potrebbero essere interessate dai futuri trasferimenti. E non ha nemmeno precisato se la procedura riguarderà solo i richiedenti asilo arrivati dopo il 12 giugno, data di entrata in vigore del nuovo Patto Ue, o anche quelli già presenti in precedenza nei Paesi Bassi.

L’Olanda si aggiunge ai Paesi pronti a rimandare in Italia i “dublinanti”
Giorgia Meloni (Ansa).

Chi sono i “dublinanti” e cosa prevede il nuovo Patto Ue

Il termine “dublinanti” identifica i richiedenti asilo che, dopo avere presentato domanda di protezione nel primo Stato in cui sono stati identificati, si sono poi spostati in un altro Paese. Sono detti dublinanti perché il meccanismo che stabilisce quale Paese è responsabile della domanda di asilo deriva dal cosiddetto “sistema di Dublino”, che per anni ha regolato questa materia in Europa. Dal 12 giugno 2026 è entrato in vigore il Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che ridisegna le regole per gestire gli arrivi nei 27 Paesi dell’Ue, in base al quale i migranti devono essere riportati nello Stato in cui sono stati identificati la prima volta e a cui spetta la gestione della domanda di asilo. Dal 5 dicembre 2022 – data della circolare del Viminale che ha bloccato i rientri – al 31 dicembre 2025 sono state in tutto 80 mila le richieste all’Italia di presa in carico dei dublinanti. Domande che sono state perlopiù inevase. Secondo i dati Eurostat, l’Italia – Paese di primo approdo con più arrivi – nel 2025 ha ricevuto 24.152 richieste da altri Stati di riprendersi migranti, accettandone però solo 85.

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda

Nel risiko bancario che torna a impazzare bisogna stare attenti a dichiararsi cacciatori. Si rischia di svegliarsi qualche settimana dopo e scoprire di essere stati impallinati. Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm, ne sa qualcosa. All’inizio dell’estate era andato a bussare alla porta di Luigi Lovaglio proponendogli un matrimonio tra eguali, con tanto di lettera d’amore – finanziario, che non si pensi ad altro -spedita da Milano a Siena, inneggiante alle magnifiche sorti e progressive che accompagnano immancabilmente ogni fusione. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Quel piano sfumato per colpa di Crédit Agricole

L’idea non era neppure malaccio. Banco Bpm e Montepaschi insieme avrebbero finalmente dato corpo al famoso terzo polo bancario, creatura mitologica che da anni compare e scompare dalle cronache senza mai materializzarsi. Un po’ come il centro in politica: tutti lo cercano, molti sostengono di abitarci, poi arrivano le elezioni e diventa difficile trovarlo. Al governo l’idea piaceva, alla Lega ancora di più. Banco Bpm è pur sempre la banca dei territori del Nord, quasi una dependance sentimentale del Carroccio. Mps invece, dopo essere stata per decenni una propaggine della sinistra senese che era quasi riuscita ad ammazzarla, è risorta grazie ai miliardi dello Stato, che attraverso il Mef ne conserva una piccola quota. Ma siamo sempre dalle parti di Cuccia: certe azioni, più che contarle, bisogna pesarle. Anche le poltrone erano sistemate. Castagna avrebbe comandato, Lovaglio sarebbe diventato presidente, e nessuno avrebbe dovuto cercarsi un altro mestiere. A mandare tutto all’aria ci ha però pensato Crédit Agricole, che possiede quasi il 30 per cento di Banco Bpm. Quando il primo azionista storce il naso, gli altri in genere si adeguano senza fare storie. Le nozze furono archiviate e ognuno tornò a casa sua. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Matteo Salvini con Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

La contromossa dell’irriducibile Lovaglio

Sembrava finita. Ma Lovaglio ha una tenacia che persino i suoi nemici gli ammirano e, come ha scritto ironicamente Mario Seminerio, pur di salvare Mps (e se stesso) sarebbe capace di lanciare un’Opa anche su JP Morgan. Per il momento si è accontentato di Banco Bpm e di Banca Generali, l’altro fronte che ha aperto, pur con grandi mal di pancia nel cda e uno dei suoi advisor Vitale-Barucci che, in mancanza di informazioni più dettagliate, non ha dato parere di fairness sull’operazione. Lovaglio ha ripescato la vecchia lettera di Castagna e gliel’ha rispedita sotto forma di Ops: 25,3 miliardi in azioni per comprarsi la banca di quello che pochi mesi fa voleva fondersi con lui. Per sottrarre Siena all’abbraccio di Intesa Sanpaolo, ha pensato che il modo migliore fosse abbracciare l’ex amico milanese.

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il governo potrebbe togliere Castagna dal fuoco

Per Castagna, ex nuotatore olimpico, ora comincia una gara nella quale qualunque corsia scelga rischia di sbattere contro il bordo della piscina. Se dice sì, Banco Bpm entra nel nuovo gruppo e lui, magari non subito, prepara le valigie: Lovaglio non ha attraversato tutte le guerre di Siena per costruire una banca più grande e poi consegnarne le chiavi a un altro. Se dice no, conserva banca e poltrona, ma anche il Crédit Agricole, che con quasi il 30 per cento da inquilino sta diventando padrone. I francesi potrebbero naturalmente decidere che quella quota è soltanto un antipasto e provare a mangiarsi tutto Banco Bpm. Ma a quel punto entrerebbe in scena la politica. Lo stesso governo che ha fermato con il golden power l’assalto di UniCredit avrebbe qualche difficoltà a spalancare le porte a Crédit Agricole. La Lega ancora di più. Per mesi Piazza Meda è stata difesa dagli appetiti di Andrea Orcel, trattato come uno straniero nonostante UniCredit abbia sede a Milano. Sarebbe curioso scoprire che, scampato il pericolo di Piazza Gae Aulenti, la soluzione patriottica si trova a Parigi. 

Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

C’è differenza tra essere lo sposo o la dote

Castagna ha però una carta da giocare. Banco Bpm è azionista di Mps e quando l’assemblea senese sarà chiamata a pronunciarsi sulla maxi operazione potrà dire la sua. Con una situazione abbastanza rara persino nel nostro anomalo capitalismo: votare da socio della banca che vuole comprargli quella che dirige. Non è difficile immaginare quale possa essere il suo interesse. Nel risiko bancario tra essere lo sposo ed essere la dote la differenza non è un proprio un dettaglio.