Gli Stati Uniti allentano le sanzioni sulla Russia, concedendo all’India una deroga di 30 giorni per acquistare milioni di barili di petrolio russo già caricato sulle petroliere entro il 5 marzo 2026. L’ha riferito il segretario al Tesoro Scott Bessent in un post su X. «Questa misura, deliberatamente a breve termine, non fornirà significativi benefici finanziari al governo russo, poiché autorizza solo transazioni che riguardano petrolio già bloccato in mare, ma allevierà la pressione causata dal tentativo dell’Iran di prendere in ostaggio l’energia globale». L’India, ha aggiunto Bessent, «è un partner essenziale degli Stati Uniti e prevediamo che intensificherà gli acquisti di petrolio statunitense». Poco prima dell’annuncio, Trump aveva anticipato che gli Usa avrebbero preso provvedimenti per «ridurre la pressione sul petrolio» dopo l’impennata dei prezzi dovuta alla guerra contro l’Iran, pari al 15 per cento dall’inizio della settimana.
«In merito alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, si precisa che la partecipazione della Federazione Russa alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano». È quanto si legge in un comunicato stampa del Ministero della Cultura, in cui viene anche evidenziato («come ribadito più volte dal ministro Alessandro Giuli») che l’Italia «sta dedicando grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico ucraino, colpito dai bombardamenti russi che si protraggono ormai da oltre quattro anni, a partire dall’impegno per la ricostruzione di uno degli edifici simbolo dalla storia culturale dell’Ucraina, la grande Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, gravemente danneggiata dal conflitto». Insomma, c’è uno scontro in atto a destra tra Giuli e Buttafuoco: ecco le tappe che hanno portato alla nota del MiC.
L’intervista di Buttafuoco: «Confronto continuo con Giuli»
Intervistato da Repubblica, Buttafuoco aveva spiegato di aver dato incarico ai suoi collaboratori «di accompagnare le giornate della mostra con inviti a personalità provenienti da tutte le zone di guerra», per raccontare «l’altro punto di vista». Da qui il ritorno della Russia, proprietaria di un padiglione ai Giardini dal 1914 e assente dal 2022 (nel 2024 aveva concesso lo spazio alla Bolivia): «Noi ragioniamo sui fatti. Basta con appelli, firme, schemi da Anni 70. Ci muoviamo con l’arte, e l’arte si misura con i fatti. La Biennale è uno spazio di convivenza per tutto il pianeta, sia con le vecchie sia con le nuove geografie». Una scelta, aveva fatto intendere Buttafuoco, avallata da Giuli («Con il ministro abbiamo un confronto continuo») e in generale dal governo, che «rispetta l’autonomia della Biennale», Peccato sia poi arrivato il comunicato del MiC.
Il ritorno della Russia era però noto già dal 3 marzo
La nota è stata diffusa solo dopo l’intervista di Buttafuoco, pubblicata ieri. Ma – come ricostruisce Repubblica – la presenza della Russia alla Biennale era già stata comunicata martedì 3 marzo da Mosca e ufficializzata il giorno successivo. Non solo: nella giornata del 5 marzo, Giuli ha persino incontrato Buttafuoco a Venezia, dove era arrivato per inaugurare a Palazzo Ducale la mostra ‘Etruschi e Veneti’. Insomma, il ministro ha aspettato ben 48 ore per prendere le distanze dalla presenza in Laguna della Russia. E lo ha fatto solo dopo aver visto di persona il presidente della Biennale. Secondo Repubblica, è possibile che Giuli «si sia consultato con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e con elementi del governo che quella autonomia non condividono». Parlando di questa prossima Biennale senza boicottaggi e veti (saranno presenti anche Iran, Israele, Ucraina e Bielorussia), Buttafuoco in pratica l’aveva presentata come una sorta di “tregua” in mezzo ai vari conflitti. Peccato abbia fatto scattare lo scontro con Giuli.
La Polizia e i vigili del fuoco stanno intervenendo al Palagiustizia di Milano per un allarme bomba. Secondo le prime informazioni, in questura è arrivata una telefonata, pare con voce straniera, in cui si parlava della presenza di un ordigno in tribunale. I vertici degli uffici giudiziari milanesi hanno subito attivato il piano di emergenza. Tutte le persone presenti all’interno, centinaia, sono state evacuate e le attività, udienze comprese, sono state interrotte. Alcune vie limitrofe sono state chiuse con dei nastri e i cittadini sono invitati ad allontanarsi in attesa delle verifiche delle forze dell’ordine.
Dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, il quale ha affermato che la Repubblica Islamica è pronta in caso di operazione di terra di forze americane e israeliane, Donald Trump ha escluso tale eventualità. In un’intervista telefonica a Nbc News, il presidente Usa ha infatti detto che sarebbe «una perdita di tempo», aggiungendo: «Hanno perso tutto. Hanno perso la loro Marina. Hanno perso tutto quello che potevano perdere».
Donald Trump (Ansa).
Trump ha anche liquidato il «peso piuma» Mojtaba Khamenei
Trump ha anche detto che gli Stati Uniti intendono smantellare l’intera struttura dell’attuale leadership iraniana e di aver in mente alcuni nomi per la guida del Paese, liquidando Mojtaba Khamenei come «un peso piuma». Il presidente americano ha anche affermato che l’esercito Usa sta prendendo misure per assicurarsi che le persone sulla sua lista riescano a sopravvivere alla guerra. «Non vogliamo qualcuno che ricostruisca in un periodo di 10 anni. Vogliamo un buon leader», ha aggiunto. Poco prima, Trump aveva dichiarato: «Gli Stati Uniti stanno continuando a demolire totalmente il nemico, siamo in anticipo rispetto al programma, a livelli mai visti. Stiamo distruggendo la capacità di lanciare missili e droni, ne abbiamo colpiti circa il 60 per cento. La loro Marina è andata, 24 navi in tre giorni sono state distrutte. Non hanno aviazione, non hanno difesa aerea. Le loro comunicazioni sono compromesse».
Donald Trump scarica Kristi Noem, la controversa segretaria per la Sicurezza nazionale, e al suo posto sceglie Markwayne Mullin, senatore dell’Oklahoma. A dare l’annuncio è stato lui stesso via Truth. Noem ricoprirà l’incarico di inviata speciale per The Shield of the Americas, una nuova iniziativa di sicurezza nell’emisfero occidentale. Secondo fonti della Casa Bianca, aveva perso la fiducia di molti conservatori e dello stesso presidente a causa del suo incessante protagonismo.
Era stata soprannominata Ice Barbie dopo le violenze degli agenti
Il colpo di grazia è stata la sua performance durante le audizioni al Congresso della prima settimana di marzo 2026. I democratici l’hanno duramente criticata per le violenze degli agenti dell’Ice e delle guardie di frontiera nelle retate anti-immigrati, cosa che sui media le è valsa il soprannome di Ice Barbie (per la sua riconosciuta attenzione al look). Nel mirino anche una campagna pubblicitaria da 200 milioni che la vede protagonista mentre chiede a chi vive irregolarmente negli Usa di autodeportarsi. Durante l’audizione, Noem ha spiegato che la campagna era stata approvata da Trump, ma così non era. Tra i passi falsi anche la decisione di sospendere i controlli di sicurezza accelerati negli aeroporti in risposta al blocco in parlamento del budget per il suo ministero in mancanza di riforme dell’Ice. Già dall’inizio del suo mandato, comunque, era stata criticata per alcuni episodi presenti nella sua biografia tra cui l’aver ucciso il proprio cane perché restio a ubbidire.
Per Giorgia Meloni è arrivato il momento delle decisioni più o meno irrevocabili: esserci. L’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è il battito d’ali che scatena un tornado politico anche in Italia. La presidente del Consiglio ha accuratamente evitato di presentarsi in Parlamento e giovedì ha mandato in Aula i due ministri titolari di Esteri e Difesaa spiegare quello che abbiamo capito bene da prima che ce lo dicessero Crosetto&Tajani: Donald Trump fa quello che vuole senza condividere informazioni e obiettivi con nessuno (sempre che l’obiettivo effettivamente ci sia, il che non è detto).
Guido Crosetto e Antonio Tajani in Parlamento (Imagoeconomica).
Non si fida soprattutto degli europei, anche se poi ha bisogno delle basi militari che sono sparse per il continente. Se muove guerra all’Iran, prima lo fa e poi lo twitta, lasciando ai Paesi alleati il compito di raccogliere i cocci e spiegare alle rispettive popolazioni che cosa sta succedendo. Il ragionamento ha una sua pragmatica forza e si fonda su un assunto granitico e strategico: nessuno si mette a discutere per davvero, in Europa, con gli Stati Uniti. È la dottrina di Stephen Miller, feroce vice capo dello staff di Trump.
Il capo dello staff di Trump, Stephen Miller (Ansa).
Meloni alla fine parlerà alle Camere prima del Consiglio europeo
Sulla cordialità atlantica Meloni ha scommesso parte della sua politica estera, andando ben oltre le evidenti necessità di un Paese come l’Italia che, insieme al resto d’Europa, mantiene un rapporto di interdipendenza con l’America, «impero irresistibile» per dirla con Victoria de Grazia. Giovedì in Parlamento le opposizioni hanno avuto gioco facile nel chiedere insistentemente a Meloni di intervenire alla Camera e al Senato e il risultato è che mercoledì prossimo, l’11 marzo, la leader di Fratelli d’Italia parlerà, anticipando le comunicazioni in programma il 18 marzo in vista del Consiglio europeo, allargandole anche alla situazione in Medio Oriente.
Giorgia Meloni (Ansa).
Pesa l’assenza della premier su Iran e campagna per il Sì
Si inizia a sentire la mancanza della presidente del Consiglio nei momenti topici; i comitati del Sì, persino quelli in cui c’è un po’ di sinistra, sperano in un’accelerazione meloniana sul referendum sulla giustizia. Speranza forse vana, perché Meloni, a parte qualche polemica chissà quanto produttiva con i magistrati sul post-Sea Watch, si guarda bene dal fare la figura di Matteo Renzi, che offrì la sua testa al grande pubblico che non vide l’ora di punirlo ormai 10 anni fa. Il referendum costituzionale del 2016 è la pietra di paragone fortissima per tutti i leader di governo che non vogliono fare una brutta fine. Questa settimana si è sentita la sua mancanza parlamentare anche sulla questione iraniana, proprio nella settimana in cui Guido Crosetto ha sentito il bisogno di mettersi nei guai con qualche sorprendente dichiarazione di troppo («Da tre anni non viaggio mai con la scorta quando sono con la famiglia, mai», è entrata nella top ten delle cose da NON dire).
Guido Crosetto (Ansa).
Meloni paga l’amicizia con Trump e la polarizzazione sul referendum
Il problema è che da un lato – fronte esterno/estero – Meloni paga il suo rapporto con Trump e dall’altro – fronte interno – paga la polarizzazione dello scontro sul referendum gestita e organizzata da altri. A furia di avere paura di fare come Renzi, Meloni rischia di perdere come Renzi senza aver fatto Renzi. La leader di Fratelli d’Italia è l’unica a poter spostare voti sul sì al referendum, ma fin qui ha prevalso la cautela (chiamiamola così). Una cautela che rischia di ritorcersi contro le intenzioni di chi ha promosso la separazione delle carriere: l’Iran rischia di oscurare la già non particolarmente nutrita possibile partecipazione elettorale.
Donald Trump e Giorgia Meloni alla Casa Bianca (Imagoeconomica).
La guerra potrebbe oscurare pure la vittoria del Sì, ma meglio non farci affidamento
Le guerre d’altronde non fanno bene agli affari, creano speculazione montante (come si vede già alle pompe di benzina) e distraggono un elettorato già abbastanza pigro da non volersi alzare dal divano, come ha spiegato Nando Pagnoncelli sul Corriere, nemmeno quando favorevole alla riforma. Quasi che desse per scontato il risultato, quando invece il fronte del No ha trovato la chiave giusta per interpretare questa campagna elettorale, come dimostrano le sortite populiste di Nicola Gratteri e Tomaso Montanari contro i sostenitori del Sì.
“Comprereste una Costituzione usata e manomessa da questi banditi (Meloni, Nordio, La Russa, Lollobrigida, ndr)? Io no, per questo voto no”. Tomaso Montanari pic.twitter.com/WYBmWWyJvJ
È anche per questo che potrebbe vincere chi vuole affossare la riforma. Certo, la guerra in Iran, che potrebbe non essere breve, così come oscura il referendum potrebbe oscurarne anche il risultato eventualmente negativo, ma se fossimo in Giorgia Meloni non ci faremmo troppo affidamento, diciamo.
Tutto comincia con un orologio che si ferma alle 4:06 del mattino del 19 agosto 2024. In 16 minuti precisi, il Bayesian – uno yacht a vela di 56 metri, gioiello della cantieristica italiana, costruito dai cantieri Perini Navi – si inabissa al largo di Porticello, in Sicilia. Sette persone muoiono. Tra loro Mike Lynch, miliardario britannico della tecnologia, e sua figlia diciottenne Hannah. Sedici minuti. Una nave di quella classe non dovrebbe affondare così. E infatti la Procura di Termini Imerese apre un fascicolo per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo, con tre membri dell’equipaggio indagati. A giugno 2025 lo scafo viene recuperato dal fondale a 50 metri di profondità e trasferito nel porto siciliano per gli accertamenti tecnici. Le indagini sono ancora in corso. Perini Navi era confluita in The Italian Sea Group–TISG, cantiere toscano di Marina di Carrara, quotato in Borsa, tra i più importanti del lusso nautico italiano. Da quel momento in poi, per TISG, è andata sempre peggio.
Le ricerche per recuperare il corpo della figlia di Mike Lynch, dopo il naufragio del Bayesian (Ansa).
I conti che non tornano
Avanziamo velocemente di un anno e mezzo. Siamo a febbraio 2026. TISG comunica al mercato qualcosa che non si dovrebbe mai leggere in un comunicato ufficiale di una società quotata: la cassa non c’è più. Non è un eufemismo. Settanta, ottanta milioni di euro che avrebbero dovuto essere lì, il cuscinetto operativo di un cantiere con ordini pluriennali da decine di milioni l’uno, sono spariti. La causa, si dice, è un sistema di costi extra budget costruito nel tempo da alcune «figure apicali» per scavalcare i controlli interni. In parole semplici: qualcuno, dentro l’azienda, ha aggirato sistematicamente il sistema di approvazione delle spese. L’amministratore delegato Giovanni Costantino (fondatore, primo azionista con il 53,6 per cento e ora anche presidente dopo le dimissioni di tre quarti del consiglio), mette mano al portafoglio personale: 25 milioni di euro versati dalla sua GC Holding il 19 febbraio. Non bastano. Otto giorni dopo, gli stipendi dei 500 dipendenti arrivano in ritardo per insufficienza di liquidità. Gli operai scendono in sciopero. Il Cda esplode. Il presidente Filippo Menchelli e il vicepresidente Marco Carniani si dimettono contestando la gestione degli ultimi anni. Costantino li accusa a sua volta. KPMG viene chiamata a fare una forensic due diligence. Il titolo in Borsa crolla del 55 per cento in due settimane. La società vale oggi una frazione di quello che valeva un anno fa.
Giovanni Costantino (Imagoeconomica).
Il “salvagente” lanciato da Leonardo Maria Del Vecchio
È a questo punto, con TISG a terra, che entra in scena Leonardo Maria Del Vecchio. Trent’anni. Quartogenito del fondatore di Luxottica. Presidente di Ray-Ban, Chief Strategy Officer di EssilorLuxottica, e da qualche anno protagonista di una stagione di investimenti personaliche ha dell’incredibile. Nel 2022 ha fondato LMDV Capital, il suo family office, guidato dall’ex banker Marco Talarico. In tre anni ha accumulato una ventina di partecipazioni: il Twiga di Briatore, ristoranti a Brera, Acqua di Fiuggi, il 30 per cento de Il Giornale, l’80 per cento diEditoriale Nazionale(Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino), una start-up di grafene, una di fintech, una di gin giapponese. Ha provato a comprare Repubblica. Non ci è riuscito. Qual è il filo conduttore? Nessuno riesce a trovarlo. Ristorazione, media, tecnologia verde, lusso, distillati. LMDV prende quello che attira l’attenzione, senza un piano industriale riconoscibile. E ora vuole comprare un cantiere navale.
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).
I numeri di un castello di carte
Parliamo di soldi veri, perché è qui che la storia diventa inquietante. A gennaio 2026, LMDV Capital allarga la linea di credito con UniCredit portandola a circa 650 milioni di euro, una cifra che ha sostituito una precedente linea da 350 milioni aperta sei mesi prima con Indosuez, che a sua volta aveva rimpiazzato finanziamenti con Intesa Sanpaolo, Banca Ifis e Mps. Ogni volta la cifra cresce. Ogni volta cambia la banca. Garanzia? L’intero portafoglio di LMDV Capital è in pegno. In altri termini: tutto quello che Del Vecchio ha costruito in tre anni – il Twiga, i giornali, il grafene, il gin – è dato in garanzia alle banche. Se qualcosa va storto, UniCredit può prendere tutto. Ma la cosa più importante è questa: Del Vecchio non ha liquidità propria. Ha credito bancario. E quel credito è già quasi interamente impegnato. Per comprare TISG, ricapitalizzarla, coprire le perdite emerse e rilanciarla operativamente, servirebbero almeno 150-200 milioni di euro freschi. Soldi che non ci sono. Rimane la quota di eredità. Del Vecchio è uno degli otto eredi di Delfin, la cassaforte lussemburghese che controlla EssilorLuxottica, Generali, Mps e altro ancora. Ma da tre anni gli eredi litigano sull’assetto della governance. Nessuna divisione è stata ancora formalizzata. Leonardo Maria investe come se quei soldi fossero già suoi. Non lo sono ancora.
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).
I rischi di una possibile acquisizione
Ammettiamo per un momento che Del Vecchio riesca a comprare TISG. Cosa succede dopo? TISG non è un ristorante né un giornale. È un cantiere che gestisce commesse su superyacht full custom da 30 a 150 milioni di euro l’uno, con tempi di costruzione pluriennali, decine di subappaltatori, materiali pregiati, armatori internazionali abituati a standard di servizio e comunicazione altissimi. I brand Admiral, Tecnomar e Perini Navi sono nomi che nel mercato globale del lusso nautico godono di reputazione decennale. Rischiano di rovinarsi in sei mesi con un management sbagliato. Chi gestirebbe questa realtà? LMDV Capital ha mostrato di sapere fare deal. Non ha mai dimostrato di saper gestire operativamente nulla di complesso. Talarico viene dalla finanza, come gli altri del family office. Nessuno di loro ha mai gestito un cantiere con centinaia di operai specializzati, ingegneri navali, processi industriali che durano anni. E poi c’è il problema strutturale: TISG entra in questa storia con un’indagine KPMG ancora aperta, un bilancio 2025 non approvato, una causa da 470 milioni legata al Bayesian, un consiglio di amministrazione che si è appena dimesso in blocco e un’immagine sul mercato gravemente compromessa. Chiunque compri oggi compra un cantiere con una bomba a orologeria dentro. La domanda che nessuno fa è quella che invece bisognerebbe porre ad alta voce: chi tutela i lavoratori?
I cantieri di The Italian Sea Group (Imagoeconomica).
I 650 operai dei cantieri vanno tutelati
Ci sono 650 operai nei cantieri di TISG. Saldatori, falegnami, tappezzieri, elettricisti navali, verniciatori. Mestieri specializzati che in pochi luoghi in Italia si praticano ancora ad alto livello. Quegli operai hanno aspettato lo stipendio otto giorni a febbraio. Hanno scioperato. Si sono chiesti cosa stesse succedendo. Nessuno lo ha loro spiegato con chiarezza. Continuano a non saperlo. Quello che sappiamo è che sopra le loro teste si è scatenato un conflitto tra un amministratore delegato accusato di irregolarità contabili, un consiglio di amministrazione che si è dimesso lanciando accuse gravi, e ora un giovane miliardario che vuole comprare tutto a debito per aggiungere un cantiere nautico alla sua collezione di asset. In Italia esiste un ministero del Lavoro. Esistono le organizzazioni sindacali. Esistono le prefetture. Qualcuno, in questa catena, dovrebbe alzare la mano e dire: prima di cambiare di mano un’azienda che ha centinaia di lavoratori e una crisi di liquidità conclamata, bisogna avere un piano industriale credibile. Bisogna avere i soldi. Bisogna avere le competenze. Non una collezione di gin, quote di giornali e cantieri navali tenuta insieme con finanziamenti bancari in pegno.
Uno yacht di TISG in banchina di carenaggio (Imagoeconomica).
L’Iran come Call of Duty. Mentre in Medio Oriente va in scena un’escalation del conflitto dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele e la contestuale risposta di Teheran, l’account social della Casa Bianca si diverte a montare le immagini dei raid in Iran alternate a quelle del celebre videogame. Il video è stato pubblicato su X ed è stato realizzato mischiando le scene di Call of Duty Modern Warfare III, un titolo del franchise di sparatutto in prima persona, con le azioni reali dei militari statunitensi contro obiettivi iraniani. Il post è accompagnato dalla scritta «per gentile concessione di Red, White & Blue», con riferimento al pacchetto che si può acquistare nel gioco per equipaggiare il proprio personaggio di armi che lanciano proiettili con diverse scie di colore. La mossa è stata ritenuta di cattivo gusto da numerosi utenti, che non si capacitano di come la Casa Bianca possa paragonare a un videogioco una guerra che ogni giorno causa morti e feriti. «Quello che manca nel video sono le scolare iraniane uccise nell’esplosione e i soldati americani uccisi», ha fatto notare Cornell William Brooks, docente di Harvard.
Pochi giorni prima il video dell’operazione Epic Fury a ritmo di Macarena
Ma non è l’unico filmato del genere comparso sui social della Casa Bianca da quando gli Usa hanno deciso di attaccare Teheran. Già nei giorni scorsi lo stesso account aveva condiviso un video che mostrava alcuni momenti dell’operazione Epic Fury contro l’Iran con una musica in sottofondo che richiamava le prime note della Macarena, celebre hit del 1993. Le immagini mostravano caccia militari decollare e sganciare bombe su Teheran, con immagini a rallentatore. Anche in quel caso non era mancata l’ira degli utenti: «Non posso credere che la Macarena è diventata la colonna sonora della Terza guerra mondiale».
«Dobbiamo rivalutare i nostri assetti nella regione e rispondere alle richieste dei Paesi amici in difficoltà. Intendiamo dispiegare un dispositivo multidominio in Medioriente, con sistemi di difesa aerea antidrone e antimissilistica». Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando alla Camera: nelle sue comunicazioni ha peraltro riconosciuto che le operazioni militari di Stati Uniti e Israele, che hanno provocato la reazione (forse sottovalutata) dell’Iran, non rientrano nel quadro del diritto internazionale. Crosetto ha poi aggiunto che l’Italia fornirà «assieme a spagnoli, francesi e olandesi un aiuto a Cipro», dove si trova la base militare britannica di Akrotiri, colpita il 2 marzo da un drone iraniano (o forse di Hezbollah). Il punto sugli aiuti europei all’isola.
Guido Crosetto (Imagoeconomica).
La Francia schiererà la portaerei Charles de Gaulle
L’Eliseo ha riferito che, «in uno spirito di solidarietà europea», il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto colloqui telefonici con Giorgia Meloni e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis: nel corso delle chiamate è stato concordato «di coordinare l’invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale». La telefonata è stata confermata da Palazzo Chigi: i due leader, si legge in una nota, «hanno discusso le implicazioni del conflitto in Iran sia sul quadro regionale mediorientale che a livello globale». La portaerei Charles de Gaulle sarà dispiegata nel Mar Mediterraneo (si trovava nel Baltico) e Macron ha anche ordinato il dispiegamento della fregata Languedoc. L’isola verrà anche aiutata con la fornitura di mezzi antiaerei.
Emmanuel Macron (Imagoeconomica).
Gli aiuti di Italia, Spagna, Paesi Bassi e Grecia
L’Italia fornirà sistemi di difesa aerea, antidrone e antimissile a Cipro: Crosetto ha parlato di «assetti navali», senza però andare nei dettagli. La Spagna invierà la fregata Cristoforo Colombo, utilizzata per la difesa aerea. La nave supporterà il sistema intercettore missilistico Patriot, che la Spagna schiera in Turchia. Il governo dei Paesi Bassi fornirà ha dichiarato che sta valutando come supportare Cipro. La Grecia ha già dispiegato le due fregate Kimon e Psara, che ora si trovano in acque cipriote.
Caccia britannici nella base di Akrotiri (Ansa).
Il Regno Unito manderà anche elicotteri antidrone
Per quanto riguarda il Regno Unito, di fatto oggetto dell’attacco, Londra invierà a Cipro il cacciatorpediniere Hms Dragon e elicotteri Wildcat dotati di capacità anti-drone. La decisione è stata presa da Keir Starmer dopo un colloquio col presidente cipriota Nikos Christodoulides. Il premier britannico ha anche annunciato che il Regno Unito invia altri quattro caccia Typhoon in Qatar.
The UK is fully committed to the security of Cyprus and British military personnel based there.
We’re continuing our defensive operations and I've just spoken with the President of Cyprus to let him know that we are sending helicopters with counter drone capabilities and HMS… pic.twitter.com/0tsZb4dG2i
Rinviate o da remoto le riunioni informali del Consiglio Ue
A causa delle tensioni in Medio Oriente e delle ripercussioni sui voli verso Cipro, la presidenza cipriota di turno dell’Ue ha comunicato che tutte le riunioni informali del Consiglio Ue previste sull’isola nel mese di marzo verranno rinviate o si svolgeranno virtualmente.
Panico nella zona meridionale di Beirut dopo l’appello lanciato dall’IDF per l’evacuazione del sobborgo di Dahieh, storica roccaforte di Hezbollah, in vista di imminenti attacchi. Decine di migliaia i residenti in fuga: secondo L’Orient le Jour, la strada che collega la capitale libanese con Damasco, in Siria, è imbottigliata di auto. Il ministero della Salute libanese ha reso noto che gli attacchi israeliani degli ultimi giorni hanno ucciso un totale di 102 persone.
Famiglia libanese in fuga da Beirut (Ansa).
La minaccia del ministro israeliano Smotrich
«Due anni fa abbiamo dovuto far sgomberare gli abitanti del nord. Oggi abbiamo diffuso avvisi per l’evacuazione dal sud del Libano e dalla zona di Dahieh, mentre dalla parte israeliana del confine le comunità tornano a prosperare». Lo ha dichiarato ministro israeliano delle Finanze, Bezalel Smotrich, aggiungendo che «molto presto Dahieh somiglierà a Khan Yunis», città della Striscia di Gaza devastata dai bombardamenti dell’IDF.
Palazzo sventrato da un missile nella zona sud di Beirut (Ansa).
Hezbollah schiera la Forza Radwan
Sempre per quanto riguarda il Libano, secondo quanto riferito a Reuters da tre fonti, Hezbollah ha dato ordine ai combattenti d’élite della Forza Radwan di unirsi alla battaglia nel sud del Paese, da dove si erano ritirati dopo la guerra del 2024. L’obiettivo è bloccare l’avanzata dei carri armati israeliani, che sono già entrati in Libano. Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha dichiarato in un discorso televisivo che il gruppo avrebbe affrontato il piano israeliano di «occupazione ed espansione».
Beirut vieta le attività dei pasdaran
Prendendo le distanze da Teheran, che foraggia Hezbollah, il governo di Beirut ha deciso di vietare tutte le attività militari dei Guardiani della rivoluzione islamica in Libano «in vista del loro arresto e rimpatrio in Iran». Lo ha annunciato il ministro dell’Informazione Paul Morcos, presentando una nuova stretta nei confronti delle attività dei pasdaran nel Paese dei cedri.
An evacuation order for whole swathes of Beirut’s southern suburbs. People fleeing the south of Lebanon in droves. The country is again living a nightmare. But neither side can strike their way to a lasting solution.
Commentando l’ordine di evacuazione israeliano Janine Hennis, coordinatrice speciale Onu per il Libano, ha scritto su X che il Paese «sta vivendo un nuovo incubo» e che «nessuna delle parti può imporre una soluzione permanente con la forza».
È stata inaugurata la nuova Ala Formula nella sezione Valentino della Fondazione Collegio Universitario Einaudi, grazie al progetto Spazio al merito sostenuto da Intesa Sanpaolo attraverso il Programma Formula in collaborazione con Cesvi, che ha permesso di creare 12 nuovi posti letto per studentesse e studenti universitari meritevoli, dai 18 ai 25 anni, allievi degli Atenei torinesi, studenti internazionali e allievi di Scuole d’eccellenza convenzionate con il Collegio Einaudi. Il progetto, selezionato da Intesa Sanpaolo nell’ambito della divisione Banca dei territori guidata da Stefano Barrese, è stato sostenuto attraverso una raccolta fondi su For Funding, la piattaforma di crowdfunding della banca dedicata a sostenibilità ambientale, inclusione sociale e accesso al mercato del lavoro per persone in difficoltà. In quattro mesi, sono stati raccolti oltre 100 mila euro grazie alla generosità di cittadini, imprese e della banca stessa che ha partecipato attivamente contribuendo con 2 euro per molti dei prodotti acquistati dai clienti in modalità online.
Il progetto nasce per fornire una risposta alla carenza abitativa
A Torino, come in tante altre città italiane, trovare una camera a tariffe accessibili è una sfida quotidiana per migliaia di studenti universitari. Secondo uno studio di Ires Piemonte del 2021, a fronte di circa 2.200 posti letto disponibili, oltre 6 mila borsisti fuori sede ne avrebbero bisogno. Questo significa che più di 3.800 giovani che inseguono il proprio sogno universitario si trovano a fare i conti con una grave carenza abitativa. Il progetto di ampliamento della Sezione Valentino del Collegio Einaudi, nel cuore del quartiere San Salvario, nasce per fornire una risposta concreta al fabbisogno del territorio di accoglienza degli universitari, andando così a rafforzare l’impatto sociale e a investire nel futuro degli studenti che si impegnano per raggiungere grandi obiettivi.
Creati anche 40 nuovi posti di studio
Grazie al progetto di riqualificazione edilizia e di ridestinazione d’uso degli spazi, è stato possibile creare anche 40 nuovi posti di studio, contribuire allo sviluppo dell’offerta residenziale universitaria della Città di Torino a favore degli studenti meritevoli e valorizzare il patrimonio architettonico della città. Nel dettaglio, i fondi raccolti hanno permesso di sostenere i costi di realizzazione, non coperti dal finanziamento pubblico, della porzione del piano denominata Ala Formula, composta dalle camere da letto, di una sala condivisa per attività di gruppo e l’acquisto dell’arredamento.
Tocca Napoli e poi muori. Mediaticamente, si intende. Lo sa bene Aldo Cazzullo che ha osato criticare Sal Da Vinci, fresco vincitore di Sanremo con Per sempre sì. Ormai diventata tormentone su TikTok et similia. Il vicedirettore del Corriere della sera, proprio perché ama «Napoli e i napoletani», ha bocciato Sal. Perché, a suo dire, rappresenta «la Napoli che pensano e che vorrebbero coloro che la detestano». Nella sua difesa della tradizione partenopea degli Eduardo, dei Troisi e dei Totò, dei Senese dei Pino Daniele e via dicendo, Cazzullo però è andato oltre, definendo Per sempre sì una canzone «adatta a un matrimonio della camorra».
Aldo Cazzullo (Imagoeconomica).
Parole che non sono andate giù al sindaco di Napoli Gaetano Manfredi: «Devo dire che per come erano state formulate le parole di Cazzullo erano chiaramente inopportune, perché sebbene ogni valutazione artistica sia assolutamente personale e accettabile, l’associazione fatta a stereotipi della città non può essere valutata positivamente», ha detto il primo cittadino, cercando però di spegnere la futile polemica: «Mi affido alle parole di Cazzullo che ha detto che la sua era semplicemente una provocazione alla Checco Zalone e la prendiamo per quella che era».
Gaetano Manfredi (Ansa).
Finita qui? Proprio per nulla. Perché a rincarare la dose ci ha pensato l’ex sindaco partenopeo Luigi De Magistris che ha liquidato il commento di Cazzullo come «un giudizio fondato su un pregiudizio, sull’assenza di conoscenza della città di Napoli». E ancora: «Valutare in modo così negativo e inaccettabile una canzone, come quella dei “matrimoni della camorra”, mi pare davvero fuori luogo».
Luigi De Magistris (foto Imagoeconomica).
Insomma l’ex pm dice basta «a questa canea che ogni volta viene lanciata contro Napoli e i napoletani anche a Sanremo. È capitato con Geolier, ora con Sal Da Vinci che ha vinto il Festival. Vorrei che una volta per tutte si interpretasse in maniera autentica una frase del capolavoro Napul’è di Pino Daniele, ossia il passaggio ”Napule è tutto nu suonno E a’ sape tutto o’ munno, Ma nun sanno a’ verità”, cioè questo fatto di pretendere di giudicare una città-mondo, senza confini, che è stata capitale, che ha un sentimento popolare fatto di sensibilità diverse con un giudizio così tranchant non mi pare giusto». Insomma, «nessun napoletano cerca un’immagine patinata di Napoli, che è un teatro vero, in cui c’è il Sal Da Vinci del musical Scugnizzi, come quello di Sanremo». Parafrasando il maestro Bennato, son solo polemichette. Battuta zaloniana o meno, associare automaticamente la napoletanità forse un po’ kitsch, neomelodica e dalle tinte Grecian 2000 che non incontra i gusti sabaudi alla criminalità organizzata è qualcosa che Napoli non merita. E non merita nemmeno Sal Da Vinci.
Stampa Estera, tour nella Ciociaria cara a Tajani
Stampa Estera, tutti in tour nella Ciociaria cara ad Antonio Tajani. Il 15 dicembre era stata presentata a Roma, a Palazzo Grazioli, nella sede dei corrispondenti stranieri, la candidatura della Ciociaria a Capitale italiana della Cultura 2028. Il progetto, denominato “Hernica Saxa“, punta a valorizzare il patrimonio storico e culturale delle città fortificate della provincia di Frosinone. Ora è scattato il viaggio premio, ossia il press tour, alla scoperta delle delizie archeologiche, artistiche, ambientali e soprattutto gastronomiche nei comuni di Anagni, Ferentino, Alatri e Veroli. Giornate piene di eventi, che terranno lontano da Roma molti associati e alla fine, chissà, a stringere le mani dei giornalisti si materializzerà anche un collega, il vicepresidente del Consiglio nonché ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale: sì, proprio lui, il ciociaro per eccellenza, Tajani, sempre che trovi tempo tra una dichiarazione imbarazzata sul collega di governo Guido Crosetto e qualche uscita che ha suscitato ironia sui rimedi anti-droni e sui consigli agli italiani a Dubai che devono prendere il pullman. Meglio dimenticare tutto davanti al piatto tipico di Anagni, il timballo di Bonifacio VIII, con fettuccine all’uovo e animelle…
Antonio Tajani e, sullo sfondo, una foto di Donald Trump (foto Imagoeconomica).
Valli di lacrime per Pinault
Allarme rosso per François-Henri Pinault: una delle sue maison, Giambattista Valli, è in crisi. Tanto da annullare la sfilata in calendario il 6 marzo, dove era attesa la collezione autunno-inverno del prossimo anno. La situazione appare pessima, per il brand della moda nato a Roma e ora inserito nel portafogli della holding Artémis della famiglia Pinault.
François-Henri Pinault con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (foto Imagoeconomica).
Mattarella alla festa del Corriere
Venerdì milanese per i vip: il Corriere della Sera viene celebrato al Teatro alla Scala di Milano con l’evento “Corriere 150 anni. La libertà delle idee”, con la partecipazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Pezzi storici delle firme letti da Cristiana Capotondi e Serena Rossi, testimonianze personali legate al quotidiano con lettori d’eccezione e il presidente di Fondazione Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. Aprono l’evento il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il sovrintendente del Teatro alla Scala Fortunato Ortombina, il direttore del giornale Luciano Fontana e ovviamente il patron, ossia il presidente di Rcs MediaGroup Urbano Cairo. Interventi e testimonianze si alterneranno alle esecuzioni dell’orchestra del Teatro alla Scala diretta da Alexander Soddy, dell’Inno d’Italia e di opere tratte da Norma di Vincenzo Bellini e da Götterdämmerung di Richard Wagner. Programma impegnativo…
Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).
Lazio: Sarri rammaricato, Lotito imbufalito
Dopo il 2-2 della semifinale d’andata di Coppa Italia tra Lazio e Atalanta, l’allenatore biancoceleste Maurizio Sarri ha dichiarato su Italia 1: «Siamo rammaricati per il risultato. La squadra purtroppo si sta addirittura abituando a questo tipo di situazione nello stadio. Brutto a dirsi perché è veramente triste e anche stasera rimane la sensazione che se fossero stati 45 mila si poteva portare a casa la partita. Quest’anno ci siamo trovati spesso in difficoltà numerica in certi ruoli. È una rosa di giocatori da riequilibrare secondo me». Parole che ovviamente non sono piaciute a Claudio Lotito, che ormai viene definito «imbufalito» (e proprio giovedì 5 marzo viene “audito” in commissione Antimafia).
Una delle proteste dei tifosi della Lazio contro il presidente Claudio Lotito (foto Ansa).
Niederkofler, chef in the Sky
Sta lanciando nuove iniziative, lo chef pluristellato Norbert Niederkofler: non a caso, nella serata di giovedì sarà su Sky, a MasterChef, in qualità di ospite della serata finale. I giudici Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli decreteranno chi, tra loro, sarà il cuoco amatoriale che diventerà il 15esimo MasterChef italiano. Niederkofler ha bisogno di pubblicità; ora arriva a Venezia e, con lui, Nobu Matsuhisa, Jean-Georges Vongerichten e il debuttante in Italia Cédric Grolet, per quello che viene definito «un poker d’assi eccezionale»: apre Airelles Palladio, una destinazione super lusso attesa per aprile 2026 alla Giudecca, con tre ristoranti e una pasticceria.
Lo chef Norbert Niederkofler in una foto d’archivio del 2015 (Ansa).
L’Iran ha avvertito che «se l’Europa rimane in silenzio» di fronte agli attacchi di Stati Uniti e Israele, «tutti i Paesi ne pagheranno il prezzo». Lo ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqae, in un’intervista all’emittente spagnola Tve. «Chi rimane in silenzio sarà complice di questa ingiustizia. Se l’Europa rimane in silenzio di fronte a questo attacco al diritto internazionale, tutti i Paesi prima o poi ne pagheranno il prezzo. Nessun paese delle Nazioni Unite può rimanere indifferente», ha sottolineato.
Il board di Monte dei Paschi di Siena ha dato il via libera alla lista dei 20 nomi per il rinnovo del consiglio di amministrazione, che il 15 aprile verranno sottoposti all’assemblea dei soci. Com’è noto, della lista non fa parte il ceo uscente Luigi Lovaglio, indagato per azione di concerto assieme ai primi azionisti Caltagirone e Delfin (finanziaria della famiglia Del Vecchio) nella scalata a Mediobanca. Corrado Passera, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi sono stati indicati come possibile nuovo amministratore delegato al suo posto. Nicola Maione figura invece come candidato alla riconferma nel ruolo di presidente.
Oltre a Maione, Passera, Palermo e Vivaldi, la lista comprende Paolo Boccardelli, Gianluca Brancadoro, Alessandro Caltagirone, Antonella Centra, Rosa Cipriotti, Elena De Simone, Simonetta Iarlori, Domenico Lombardi, Paola Lucantoni, Fabiana Massa, Gianmarco Montanari, Francesca Pace, Marcella Panucci, Francesca Paramico Renzulli, Renato Sala e Paolo Testi.
È polemica da parte delle opposizioni per la mancata presenza in Parlamento della premier Giorgia Meloni per riferire sulla guerra in Medio Oriente. La leader di Fdi, poco prima, aveva rilasciato un’intervista a Rtl 102.5 con focus sulla posizione e le prossime mosse dell’Italia, ma alla Camera e al Senato ha lasciato parlare i ministri degli Esteri Antonio Tajani e della Difesa Guido Crosetto, senza essere presente. Un fatto che ha causato l’irritazione del campo largo, che le recrimina l’assenza in un momento tanto delicato.
Il M5s: «Più comodo fare interviste senza contraddittorio che metterci la faccia in Aula»
«Stamattina Giorgia Meloni ha trovato il tempo per intervenire in radio con una bella intervista senza contraddittorio, l’ennesima. Non ha trovato però il tempo per il Parlamento, cioè il luogo dove un presidente del Consiglio dovrebbe presentarsi quando c’è da parlare davvero al Paese», hanno scritto in una nota i capigruppo M5S di Camera e Senato Riccardo Ricciardi e Luca Pirondini. «In aula oggi non ci sarà lei ma le controfigure Crosetto e Tajani. Alla radio ha annunciato che vuole tassare chi specula sulle bollette, più o meno le stesse promesse fatte sugli extraprofitti delle banche. Poi si è visto com’è finita», hanno continuato. «Nel frattempo la realtà è semplice, le conseguenze economiche della guerra dei suoi amici Trump e Netanyahu finiranno, come sempre, nelle tasche degli italiani. E su ciò che è accaduto nemmeno una mezza parola di condanna per l’attacco unilaterale di Stati Uniti e Israele. Niente. Silenzio totale. Meloni ancora una volta perfettamente allineata a Washington. E, guarda caso, perfettamente lontana dal Parlamento. Perché le interviste senza contraddittorio sono sempre più comode di metterci la faccia in Parlamento davanti agli italiani».
Avs: «Di cosa ha paura e da cosa fugge?»
Non è da meno Angelo Bonelli di Avs: «La presidente Meloni ha rilasciato una lunga intervista a Rtl, fugge dal Parlamento e va in radio. Quando c’è da venire in Aula a riferire al Paese, la presidente del Consiglio non si presenta e manda allo sbaraglio i ministri Crosetto e Tajani. È il Parlamento il luogo dove deve riferire, non uno studio radiofonico. Di cosa ha paura, da cosa fugge?». Critiche anche dal Partito democratico, con la capogruppo alla Camera Chiara Braga che ha accusato la premier di ritenere il Parlamento «meno rilevante di un’emittente radiofonica».
La replica di Tajani: «Meloni non direbbe cose diverse da noi»
Sulla questione è intervenuto il ministro Tajani, spiegando che «non credo che la presidente del Consiglio direbbe cose diverse da quelle che abbiamo detto il ministro Crosetto ed io». «Quindi», ha continuato, «se riterrà opportuno venire prima del dibattito previsto, sarà una sua decisione in base allo sviluppo della situazione. Io credo che si debba continuare a lavorare per impedire che la situazione degeneri, che ci sia un allargamento del conflitto in aree differenti dal Medio Oriente e perché ci possa essere una conclusione nei tempi più rapidi possibili del conflitto».
La Francia non ospiterà aerei americani nelle sue basi inMedio Oriente. Tuttavia alcuni velivoli statunitensi da supporto operativo, e non jet da combattimento, «sono stati accettati nella base di Istres». Lo ha chiarito lo Stato Maggiore delle Forze Armate francesi, smentendo la notizia del semaforo verde di Parigi a Washington per l’uso delle sue basi e parlando di «procedura di routine nel quadro della Nato». Il portavoce del Capo di Stato Maggiore della Difesa ha inoltre spiegato a France Info: «Dato il contesto, abbiamo preteso che le risorse in questione non partecipassero in alcun modo alle operazioni condotte dagli Stati Uniti in Iran, ma esclusivamente a sostegno della difesa dei nostri partner nella regione». E Parigi «ha ottenuto piena garanzia in tal senso».
Giorgia Meloni e Emmanuel Macron (Imagoeconomica).
Macron telefona a Meloni
Emmanuel Macron, intanto, «in uno spirito di solidarietà europea» ha telefonato a Giorgia Meloni e al primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, concordando – spiega l’Eliseo – «di coordinare l’invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale e di collaborare per garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso». Il colloquio con Meloni è stato confermato da una nota di Palazzo Chigi: i due leader «hanno discusso le implicazioni del conflitto in Iran sia sul quadro regionale mediorientale che a livello globale», concordando «di mantenersi in stretto contatto sull’evoluzione della crisi».
Dietrofront delle calciatici della Nazionale femminiledi calcio iraniana, che prima della partita contro l’Australia in Coppa d’Asia hanno cantato l’inno e fatto anche il saluto militare. Al debutto nel torneo contro la Corea del Sud erano invece rimaste in silenzio: in assenza di spiegazioni – le calciatrici e la ct si erano rifiutate di fare commenti sulla guerra e sulla morte di Ali Khamenei – il gesto era stato perlopiù interpretato come un segno di protesta contro il regime degli ayatollah.
W niedawnym meczu z Koreą Płd. Iranki nie odśpiewały hymnu. Niektórzy pisali, że to nie manifestacja, tylko efekt żałoby/radadanu/zakazu śpiewania hymnu przez kobiety.
Oczywiście, że była to manifestacja. A dziś kolejna – zupełnie inna – przed meczem z Australią. pic.twitter.com/zHuNFX3vzm
Durante la conferenza stampa alla vigilia di Iran-Australia, l’attaccante Sara Didar e l’allenatrice Marziyeh Jafari hanno parlato della guerra in corso, esprimendo preoccupazione per la situazione nel Paese e per le loro famiglie.
"Siamo tutte preoccupate per ciò che sta accadendo in #Iran, per le nostre famiglie e i nostri cari."
Sara Didar, attaccante dell'Iran femminile, commossa durante la conferenza stampa di ieri in Australia, dove si svolge la Coppa d'Asia.
Il centrodestra ha presentato una risoluzione sugli “aiuti” militari ai Paesi del Golfo nell’ambito del conflitto mediorientale che da sabato 28 febbraio ha subito un’escalation. In dettaglio, l’Italia è pronta a fornire supporto, in particolare di difesa antiaerea, anti missilistica e antidrone, agli Stati del Golfo minacciati dagli attacchi dell’Iran. È inoltre disponibile a garantire agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, in forza dell’accordo bilaterale del 1954 tra i due Paesi, come ribadito anche dalla premier Meloni. Il testo verrà votato in Parlamento dopo le comunicazioni dei ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani.
Aiuti militari al Golfo, sostegno ai Paesi Ue e basi Usa
Secondo quanto si legge nel testo, la risoluzione impegna il governo:
a rafforzare tempestivamente le capacità di difesa e protezione delle missioni italiane nei teatri operativi del Medio Oriente, con particolare riferimento al mandato di cui alla scheda 04/2025, prorogata, attraverso il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza, nel perimetro di quanto autorizzato nell’area geografica di intervento, a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche presenti nell’area, a tutela degli interessi primari nazionali. Quanto sopra, anche in relazione alla necessità di contrastare una crisi energetica per i cittadini e le imprese italiane;
a partecipare con assetti nazionali allo sforzo comune in ambito Unione Europea per sostenere, in caso di richiesta, Stati membri Ue nella difesa del proprio territorio da attacchi missilistici o via droni da parte iraniana;
a confermare il rispetto, nell’utilizzo delle installazioni militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi, del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti, che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico.
Dopo quello condotto da Ixè a un mese dal voto, un altro sondaggio fotografa il vantaggio del “no” sul “sì” in vista del referendum sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo. Ecco che cosa è emerso dall’ultima indagine Ipsos illustrata da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera.
Solo il 37 per cento si è detto certo di andare a votare
La consultazione non sembra attrarre grande interesse. Secondo l’ultimo sondaggio Ipsos per il Corsera, l’affluenza si aggirerà attorno al 42 per cento. E solo il 37 per cento si è detto certo di andare a votare. In questo scenario, che vede una mobilitazione maggiore soprattutto tra gli elettori dell’opposizione, il “no” viene dato in vantaggio con il 52,4 per cento. Il fronte del “sì” si fermerebbe al 47,6 per cento: meno 1,8 per cento rispetto a un mese fa.
Nando Pagnoncelli (Imagoeconomica).
Con un’affluenza maggiore il “sì” potrebbe vincere
Per Pagnoncelli la tendenza alla crescita della contrarietà sembra acquisita, ma è ancora presto per affermare che vincerà il “no”. Secondo il sondaggista, il “sì” potrebbe infatti spuntarla se l’affluenza raggiungesse (o superasse) il 49 per cento, in virtù di una maggiore partecipazione da parte degli elettori di centrodestra. In tale scenario, la partita si giocherebbe sul filo del rasoio, con una differenza di pochi decimi tra i due schieramenti: il “sì” è dato al 50,2 per cento e il “no” al 49,8.
C’è un momento preciso in cui una guerra smette di riguardare solo chi la combatte. Non è quando cadono le bombe. Non è quando si contano i morti. È quando il prezzo del gas europeo esplode del 54 per cento in una seduta. Quando il più grande terminale GNL al mondo viene spento da uno sciame di droni che costa meno di un caccia in manutenzione. Quando un armatore di Rotterdam guarda i premi assicurativi per Hormuz e decide che oggi la sua petroliera non parte. Quel momento è adesso.
Una nave container nello Stretto di Hormuz (Ansa).
Hormuz: il collo di bottiglia del mondo
Lo Stretto di Hormuz — 33 chilometri nel punto più stretto — è il passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota cruciale del GNL globale. L’Iran lo ha chiuso il primo marzo. I transiti di petroliere, che fino a quel giorno erano in media 24, sono crollati a quattro. Non serviva una chiusura formale per produrre effetti sui mercati. Ma una chiusura reale li ha moltiplicati. Il Brent è balzato a 82 dollari al barile, con un rialzo del 9 per cento in una singola seduta. Goldman Sachs stima che se i volumi attraverso Hormuz restano ai livelli attuali per altre cinque settimane, il greggio raggiungerà i 100 dollari. UBS non esclude picchi sopra i 120. Barclays si attesta sui 100. Ma il vero detonatore non è il petrolio. È il gas.
Una nave carica di Gnl del Qatar (Ansa).
Lo shock che l’Europa non si può permettere
Il 2 marzo il Qatar ha chiuso l’impianto di Ras Laffan — il più grande terminale di esportazione di GNL al mondo — dopo un attacco con droni iraniani. Goldman Sachs stima che la chiusura riduca l’offerta globale di GNL del 19 per cento nel breve termine. Il Qatar fornisce tra il 12 e il 14 per cento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto. I futures europei del gas, il Dutch TTF, sono esplosi: +54 per cento in una seduta, +76 per cento nell’arco della settimana, superando i 60 euro per megawattora — il livello più alto degli ultimi tre anni. Le riserve di stoccaggio dell’Unione Europea sono sotto il 30 per cento della capacità, al termine della stagione invernale. Se lo Stretto resta chiuso per un mese, Goldman Sachs prevede un raddoppio dei prezzi del gas europeo. Non sono proiezioni accademiche. Sono scenari che i mercati stanno già scontando.
L’effetto della guerra non si ferma alla bolletta
Quando il prezzo dell’energia sale e resta alto, l’effetto non si ferma alla bolletta. Si propaga lungo l’intera catena industriale. Cemento, acciaio, alluminio, chimica di base: settori che divorano energia. Il cemento richiede forni a oltre 1.400 gradi. La chimica di base usa il gas come materia prima, non solo come fonte energetica. Il bitume — le strade che calpestiamo — è un derivato diretto della raffinazione petrolifera. Il rame, termometro dell’economia globale, ha raggiunto quasi 13 mila dollari a tonnellata. Con energia cara, trasporti costosi e tassi d’interesse ancora elevati, i progetti infrastrutturali si rinviano. Non per scelta politica. Per aritmetica. Strade, ferrovie, porti, edilizia: tutto dipende da materiali il cui costo sta salendo rapidamente.
La strategia di logoramento dell’Iran
Per capire perché questo scenario non si risolverà in fretta, bisogna capire cosa vuole l’Iran. Non vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti — sarebbe impossibile. L’obiettivo è rendere il conflitto economicamente insostenibile per gli alleati regionali di Washington. Per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne spendono tra 20 e 28 per abbatterli. In un solo fine settimana, i costi di intercettazione hanno superato i due miliardi di dollari. Gli Houthi dallo Yemen hanno ripreso le minacce nel Mar Rosso, aprendo un secondo fronte sulle rotte globali. Non è conquista. È coercizione economica. E funziona.
Il lancio di un missile iraniano (Ansa).
Perché l’economia europea è la più vulnerabile
Gli Stati Uniti possono permettersi questa guerra: hanno energia domestica, valuta di riserva, leve che nessun altro possiede. Israele persegue obiettivi securitari propri. L’Iran deve solo reggere abbastanza a lungo. Nel mezzo resta l’Europa. Che non ha deciso questa guerra, non ne controlla l’escalation, non ne definirà la fine. Ma ne paga le conseguenze. Il nostro modello economico dipende da energia importata, rotte commerciali aperte e stabilità nei punti di transito. Tutte e tre sono sotto attacco simultaneo. Le guerre senza un vero obiettivo politico finale non producono ordine. Producono incertezza. E nei mercati globali l’incertezza non è mai neutrale. È un costo. Questa volta il conto sta arrivando a noi.