La posizione di Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia indagato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo a Milano, si sta aggravando sempre di più. Secondo le versioni rese negli interrogatori da quattro colleghi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, il 42enne avrebbe gestito da solo e in maniera a dir poco opaca i concitati momenti dopo il colpo sparato. Ecco cosa sta emergendo.
Avrebbe mentito sulla chiamata ai soccorsi
Innanzitutto, Cinturrino avrebbe mentito agli altri agenti dicendo di aver chiamato i soccorsi dopo aver sparato a Mansouri, quando in realtà non l’aveva fatto. La chiamata, col pusher agonizzante a terra, sarebbe infatti partita più di 20 minuti dopo.
La possibile messinscena della pistola
C’è poi l’ipotesi della messinscena della pistola. Cinturrino aveva raccontato di aver agito per legittima difesa, dopo che Mansouri gli aveva puntato contro un’arma (rivelatasi poi finta). Ma il collega che era più vicino a lui (unico teste oculare dell’omicidio), prima che venissero effettivamente chiamati i soccorsi si sarebbe recato al commissariato Mecenate, per tornare sul posto con una borsa. Gli altri colleghi hanno detto di non sapere cosa ci fosse dentro. Insomma, l’ipotesi è che pistola a salve sia stata messa successivamente sulla scena e che Mansouri non l’abbia mai impugnata.
La gestione borderline di alcune operazioni precedenti
Cinturrino avrebbe gestito in prima persona la situazione e i colleghi, più giovani e dunque meno esperti, avrebbero sostanzialmente solo assistito. Sempre dai verbali, stando a quanto filtra, è venuta alla luce una gestione borderline da parte di Cinturrino di alcune operazioni precedenti. In alcune occasioni, infatti, avrebbe anche malmenato tossici e piccoli spacciatori presenti nella zona.
Sta facendo discutere il file con i candidati che hanno superato le prove scritte del concorso per notai del 2024. Sul sito del Consiglio nazionale del notariato è stato infatti pubblicato, e poi rimosso dopo pochi minuti, un documento Excel dove, accanto ai partecipanti, erano segnati commenti e giudizi inappropriati come «carina», «graziato», «salvato», «fenomeno». Diverse persone l’hanno però visionato e salvato prima che venisse tolto dalla rete, e così gli screenshot hanno cominciato a girare su blog e social generando commenti, accuse alla commissione che l’ha compilato (composta da sei professori universitari, nove magistrati e nove notai) e annunci di ricorsi.
Candidati associati ai santi
Oltre a commenti sessisti e valutazioni inopportune, a fianco dei codici di alcuni candidati sono associati nomi di santi – figure come san Mattia Apostolo, san Pancrazio, san Filippo Neri e santa Matilde di Hackeborn. C’è anche un misterioso candidato denominato “Papa“. Il timore che agita i candidati esclusi è che dietro a queste associazioni candidato-santo si celino i nomi dei «padrini» o dei referenti politici e/o professionali dei partecipanti, una sorta di mappa della raccomandazione 2.0. Tra gli altri riferimenti presenti accanto ai nomi, un enigmatico «sciopero e cena a Enoteca Corsi». Insomma, tutto lascia pensare che le tre prove scritte, che dovrebbero essere valutate senza conoscere l’identità del candidato grazie al sistema delle buste separate, e che dovrebbero avere come garante il ministero della Giustizia, siano state oggetto di un monitoraggio personalizzato.
Luigi Di Maio ha annunciato una prestigiosa aggiunta alla sua già ricca collezione di poltrone: l’ex M5s è stato infatti nominato professore onorario al Dipartimento di studi sulla difesa del King’s College di Londra, nella facoltà di Scienze sociali. «Assumerò questo nuovo incarico con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, sulle relazioni Europa-Golfo e sulle dinamiche geopolitiche», ha scritto Di Maio su LinkedIn: «Una nuova sfida. Sempre la stessa passione».
Luigi Di Maio (Imagoeconomica).
Tutti gli incarichi di Di Maio
Celebrando l’approvazione del Reddito di Cittadinanza, da ministro del Lavoro (e dello Sviluppo economico) Di Maio nel 2018 aveva annunciato l’abolizione della povertà. Da allora ha messo in fila un successo dopo l’altro, o quasi. Ministro degli Esteri con Giuseppe Conte e poi con Mario Draghi premier, da capo politico del Movimento 5 stelle si è ritrovato in una posizione subordinata a favore dell’avvocato pugliese. Oggi presidente pentastellato. Dopo il fallimento di Impegno Civico alle Politiche del 2022, Di Maio ha detto addio a Montecitorio (dove aveva un seggio dal 2013), trovando però un nuovo incarico di respiro internazionale, ovvero quello di rappresentante speciale dell’Ue per la regione del Golfo, per il quale è stato riconfermato fino al 28 febbraio 2027.
Il gup di Roma ha prosciolto 29 persone – quasi tutti membri di CasaPound – che erano indagate per i saluti romani del 7 gennaio 2024 davanti all’ex sede dell’Msi di via Acca Larenzia, a Roma, in occasione della commemorazione dei tre giovani militanti di destra uccisi nel 1978. Il giudice ha disposto il non luogo a procedere sostenendo che «non c’è una ragionevole previsione di condanna». I pm, coordinati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, contestavano la violazione delle leggi Mancino e Scelba, principali strumenti normativi italiani per punire l’apologia di fascismo e l’odio razziale. «È stata rispettata la giurisprudenza delle Sezioni Unite della Cassazione e quindi la mancanza di pericolo concreto per una manifestazione che si svolge con le stesse modalità da quasi 45 anni», ha commentato l’avvocato Domenico Di Tullio, uno dei difensori dei 29 indagati.
Dopo le indiscrezioni su un suo addio anticipato dalla presidenza della Bce, Christine Lagarde è intervenuta per smentire le ipotesi. «Dobbiamo consolidare e assicurarci che tutto ciò sia davvero solido e affidabile. Quindi il mio scenario di base è che ci vorrà fino alla fine del mio mandato», ha affermato in un’intervista al Wsj. Riguardo alle voci che possa prendere la guida del World Economic Forum, ha detto che questa è «una delle tante opzioni» che sta prendendo in considerazione ma una volta scaduto il suo mandato alla Banca centrale.
Le indiscrezioni del Financial times sull’addio anticipato
Era stato il Financial Times a scrivere che Lagarde avrebbe avuto intenzione di lasciare il suo incarico da presidente della Bce prima della scadenza del mandato nel 2027. Secondo il quotidiano britannico, la decisione era legata alla volontà di dare al presidente francese Macron e al cancelliere tedesco Merz la possibilità di scegliere il suo successore prima delle prossime elezioni presidenziali in Francia in programma ad aprile del 2027. Dopo la pubblicazione dell’articolo, la stessa Bce aveva rilasciato una nota precisando che «la presidente Lagarde è totalmente concentrata sul suo mandato e non ha preso alcuna decisione riguardo alla conclusione del mandato».
L’Ucraina boicotterà la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Milano-Cortina, che si terrà il 6 marzo a Verona, in segno di protesta contro la decisione del Comitato Paralimpico Internazionale di consentire agli atleti russi e bielorussi di gareggiare sotto la propria bandiera nazionale e non più come neutrali. Il Comitato Paralimpico di Kyiv ha inoltre chiesto che la bandiera ucraina non venga utilizzata alla cerimonia di apertura. Matviy Bidny, ministro dello Sport ucraino, aveva definito «scandalosa» la decisione dell’International Paralympic Committee.
Il duro comunicato Comitato Paralimpico Ucraino
«È necessario rendersi conto che la Russia, che oggi occupa i territori ucraini, uccide in modo massiccio civili – donne, bambini, anziani, persone con disabilità – issando immediatamente la sua bandiera, intrisa del sangue della popolazione civile ucraina, sui territori che ha conquistato», si legge in una nota del Comitato Paralimpico Ucraino: «La leadership del Comitato Paralimpico Internazionale permetterà di issare sul territorio di Milano-Cortina proprio questa bandiera del Paese assassino, concedendo il numero massimo di posti per la partecipazione ai rappresentanti della Russia».
Assegnati sei posti alla Russia e quattro alla Bielorussia
Gli atleti di Russia e Bielorussia erano stati sospesi dalle competizioni dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. A Parigi 2024 c’era stata la parziale riammissione, senza simboli: alle Olimpiadi di Milano-Cortina hanno preso parte come atleti individuali e neutrali 13 sportivi russi e sette bielorussi. Alle Paralimpiadi sono attesi sei atleti russi e quattro bielorussi.
«Visto l’enorme interesse dimostrato», Donald Trump ordinerà al segretario della Guerra Pete Hegseth ee ad altri dipartimenti e agenzie competenti Usa di «avviare il processo di identificazione e pubblicazione dei file governativi relativi alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo) e a qualsiasi altra informazione collegata a queste questioni altamente complesse». Lo ha annunciato lo stesso Trump su Truth: poco prima, parlando con i giornalisti, il presidente Usa aveva accusato Barack Obama di aver rivelato informazioni riservate sulla possibile esistenza degli alieni, parlando di «grave errore» da parte dell’ex presidente democratico.
Cosa aveva detto Obama
Trump non ha specificato quali informazioni riservate Obama avesse rivelato. Questo perché, in effetti, l’ex presidente democratico non ha svelato alcun segreto, esprimendo casomai una convinzione personale. Durante un’intervista con il conduttore di podcast Brian Tyler Cohen, quando quest’ultimo ha chiesto a Obama se gli alieni siano reali, lui aveva risposto: «Esistono, ma non li ho visti e non sono tenuti nell’Area 51. Non ci sono strutture sotterranee, a meno che non ci sia una grande cospirazione tenuta nascosta al presidente degli Stati Uniti». Visto il clamore suscitato dalle sue dichiarazioni, Obama ha poi pubblicato su Instagram un post in cui ha spiegato di essersi «adeguato allo spirito del programma» e aggiungendo: «L’universo è così vasto che statisticamente ci sono buone probabilità di una vita là fuori. Ma le distanze tra i sistemi solari sono talmente grandi che le possibilità che gli alieni ci abbiano fatto visita sono basse. Non ho visto alcuna prova durante la mia presidenza che gli extraterrestri abbiano preso contatto con noi».
È morto a 53 anni l’attore Eric Dane, celebre per il ruolo di Mark Sloan nella serie Grey’s Anatomy. Ad aprile 2025 aveva rivelato di avere la Sla, malattia neurodegenerativa progressiva che causa la morte dei motoneuroni e la paralisi dei muscoli volontari. Il decesso è stato confermato dalla portavoce Melissa Bank: «Ha trascorso gli ultimi giorni circondato dagli amici più cari, dalla sua amorevole moglie e dalle sue due splendide figlie, Billie e Georgia, che sono state il centro del suo mondo». Dopo la diagnosi, Dane era diventato testimonial per promuovere raccolte fondi per la ricerca.
Da Grey’s Anatomy a Euphoria
Nato a San Francisco nel 1972, aveva preso parte alla fortunata serie Med dalla terza alla nona stagione, indossando nuovamente i panni del dottor Sloan per un’apparizione nel 2021 nel corso della 17esima stagione. Aveva partecipato anche a una serie di film di successo tra cui X-Men – Conflitto finale, Io e Marley e Burlesque. In uno degli ultimi ruoli aveva interpretato il padre di Nate Jacobs – l’attore Jacob Elordi – nella serie Euphoria. A novembre 2025, in un episodio di Brilliant Minds, era diventato un vigile del fuoco colpito dalla Sla.
L’inchiesta nei confronti del poliziotto Carmelo Cinturrino, che a Rogoredo ha ucciso lo spacciatore Abderrahim Mansouri, il quale gli avrebbe puntato contro una pistola a salve, sta facendo emergere un quadro molto diverso dalla legittima difesa, rafforzando invece l’ipotesi di omicidio volontario. Insomma, la posizione dell’assistente capo della squadra investigativa del commissariato di Mecenate si sta aggravando. Ecco cosa sappiamo.
La versione dell’agente che ha sparato
Cinturrino e i quattro colleghi che erano con lui a Rogoredo hanno raccontato che Mansouri li aveva minacciati con una pistola (poi rivelatasi falsa). E che il pusher non si era fermato dopo un primo avvertimento, avvicinandosi a loro, sempre con l’arma puntata. A quel punto l’agente avrebbe sparato per difendersi, uccidendo lo spacciatore con un colpo da circa 20 metri di distanza, diretto alla testa.
Cosa non torna nel suo racconto
Mansouri è stato raggiunto da un proiettile alla tempia, da una distanza considerevole, quando sarebbe stato molto più facile (e logico) puntare alla figura. Durante l’interrogatorio, Cinturrino ha inoltre detto che Mansouri era di fronte a lui: ma dall’autopsia è emerso che il pusher aveva il volto girato lievemente verso sinistra. Da qui appunto il foro d’entrata alla tempia destra. Gli avvocati dei familiari di Mansouri, sostengono che stesse fuggendo quando è stato ucciso e che non avesse con sé alcuna pistola finta.
Quattro agenti sono indagati per favoreggiamento
Oltre a Cinturrino indagato per omicidio volontario, ci sono quattro agenti sotto inchiesta per favoreggiamento e omissione di soccorso. Secondo le imputazioni, che derivavano dalle loro prime audizioni e da elementi raccolti nelle indagini (tra cui le analisi di telecamere e telefoni), avrebbero aiutato Cinturrino a «eludere le investigazioni». In particolare, avrebbero omesso la presenza di testimoni sul luogo del delitto e avrebbero mentito sui loro movimenti. Inoltre non avrebbero allertato subito i soccorsi.
Si sta rafforzando l’ipotesi di una messinscena
Insomma, il sospetto è che Mansouri non stesse davvero girando con una replica di una Beretta 92 con il tappo rosso, poi puntata contro gli agenti. Ma che qualcun altro l’abbia messa accanto al pusher ormai agonizzante, chiamando i soccorsi più di 20 minuti dopo lo sparo. Giusto il tempo di preparare la messinscena. Rilevanti saranno gli esiti delle analisi genetiche sull’arma finta: Cinturrino si è sottoposto al tampone salivare.
Sarebbero emerse precedenti tensioni tra i due
Mansouri faceva parte della famiglia che da oltre due decenni gestisce lo smercio di droga nella zona al confine tra Milano e San Donato Milanese. E aveva diversi precedenti penali, anche per resistenza a pubblico ufficiale. Cinturrino ha raccontato di aver raggiunto a Rogoredo (si trovava al Corvetto) «i colleghi che stavano facendo un arresto» e, una volta giunto sul posto, di aver riconosciuto Mansouri. Dagli ultimi verbali, scrive l’Ansa, è emersa una gestione opaca di alcune operazioni precedenti da parte di Cinturrino e anche alcune tensioni tra il poliziotto e lo spacciatore rimasto ucciso.
L’ex principe Andrea, arrestato all’alba di giovedì 19 febbraio, è stato rilasciato dopo 12 ore ed è tornato nella sua tenuta di Sandringham. È tipico delle persone arrestate per reati finanziari essere rilasciate dopo poco tempo, quindi non sorprende che lo sia stato anche lui, che rimane sotto inchiesta. Essere rilasciato sotto inchiesta significa che non è su cauzione, quindi non è soggetto a determinate condizioni. Tuttavia, può essere nuovamente arrestato o gli può essere chiesto di sottoporsi a ulteriori colloqui. Ora occorre attendere per vedere se il Crown prosecution service e la polizia ritengano che ci siano prove sufficienti per incriminarlo per un reato. In questo caso, si tratterebbe di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica.
La Polizia continua a raccogliere prove al Royal Lodge
La Bbc ha riferito che nella mattinata di venerdì 20 febbraio diversi veicoli senza contrassegni sono arrivati al Royal Lodge, l’ex residenza nel Berkshire dove Andrea viveva fino a poco tempo fa, mentre la polizia continua a lavorare nella residenza reale. Almeno due mezzi erano guidati da agenti di polizia in uniforme. Agli investigatori l’arduo compito di archiviare e registrare le prove, assegnare loro numeri di serie e creare un inventario degli oggetti sequestrati che probabilmente continuerà per ore e forse giorni.
Non può non scendere in campo per il referendum, Giorgia Meloni. È la sua riforma, è il suo governo, è la sua consultazione. Il No cresce anche perché la presidente del Consiglio – la cui popolarità è intatta nonostante gli assist di Carlo Nordio all’opposizione – non ha fin qui fatto campagna elettorale per il Sì. Anche se giovedì sera ha concesso un’intervista a SkyTg24 che pareva il trailer di un marzo impegnativo dal punto di vista pubblico. Da Sergio Mattarella sono arrivate «parole giuste e doverose», ha detto Meloni, perché «è molto importante che questa campagna referendaria rimanga sul merito». Il 22 e il 23 marzo «si vota sulla giustizia, non sul governo», ha ricordato, precisando che le elezioni politiche saranno fra un anno, sarà quello il momento per eventualmente mandarla a casa. «Vedo un tentativo di trascinare la campagna referendaria in una sorta di lotta nel fango, mi pare che sia più un tentativo di quelli che hanno difficoltà ad attaccare una riforma che in passato, in vario modo, hanno sostenuto e proposto».
In un'intervista esclusiva al direttore di Sky tg24 Fabio Vitale (@vitale_f), la premier affronta a 360° i temi dell'attualità italiana e internazionale, dalla riforma della Giustizia alla polemica con Macron sulla morte dell'attivista di estrema destra Quentin Deranque pic.twitter.com/bQySiPZ4Cq
Lo spettro di Matteo Renzi del 2016 aleggia un po’ per tutti, si sa, quando c’è da cambiare la Costituzione o anche quando c’è da rischiare l’osso del collo per un provvedimento giudicato epocale, fondamentale, esiziale. Renzi, c’è da dire, 10 anni fa si giocò la faccia e la poltrona; fu lui il primo a personalizzare il referendum costituzionale che gli costò le dimissioni.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Meloni, memore di quel che hanno fatto i suoi predecessori, si è tenuta bene alla larga da promettere che andrebbe a casa in caso di sconfitta. C’è chi glielo ha già preventivamente chiesto, come lo stesso Renzi. Non Elly Schlein, che giovedì sera a Dritto e rovescio su Rete4 ha spiegato perché secondo lei Meloni non si dovrebbe dimettere: «Ha i numeri per arrivare alle prossime elezioni e noi li batteremo alle prossime elezioni. Noi stiamo costruendo una coalizione non contro Meloni, ma su quello che vogliamo fare insieme». Sarà.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
I riformisti per il Sì sperano in Giorgia
Fra i sostenitori del Sì, anche fra quelli di centrosinistra, c’è chi spera che ora la presidente del Consiglio – sulla quale pende tuttavia il severo giudizio del Capo dello Stato, dopo la sortita nordiana – si faccia sentire, spenda la propria popolarità per fermare la crescita del No, che sta dando molte speranze ai vari Gratteri, teorici e pratici della propaganda televisiva, convinti che i confronti pubblici vadano evitati ma non le intemerate catodiche. C’è poco da fare: i riformisti per il Sì hanno bisogno della leader di Fratelli d’Italia per bloccare l’avanzata.
Carlo Nordio e, sullo schermo, Nicola Gratteri (Imagoeconomica).
Dopo Salvini, ora la premier deve frenare Nordio
Al referendum manca poco più di un mese; il No ha dimostrato di saper mobilitare l’elettorato in una campagna elettorale in cui ormai il merito della riforma s’è perduto. Un po’ per responsabilità di tutti, ma anche per via di quei magistrati che hanno trasformato la contesa in una lotta per la democrazia, che verrebbe stravolta – dicono – dalla torsione costituzionale imposta da Meloni. Certo, Nordio con quelle parole improvvide sul metodo «para-mafioso» delle correnti del Csm ha regalato aiuto all’opposizione che può tornare a gridare un po’ dappertutto che questa riforma nasce per punire magistrati e avversari.
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Fin qui la leader di Fratelli d’Italia si è dovuta preoccupare delle intemerate di un altro ministro, Matteo Salvini, la cui nemesi ciarliera, G.i.p Vannacci, lo sta mettendo nei guai. Ora però c’è da disattivare Nordio, anche lui loquace, fin troppo, ma poco efficace nella mobilitazione dell’elettorato. A meno che non sia quello degli avversari, beninteso, galvanizzato dalla possibilità di battere il duo Meloni-Nordio, Melordio, alle urne.
Sopravvivere alle Crociate è stato relativamente semplice. Sopravvivere a sé stessi è un’altra faccenda. Il Sovrano Ordine di Malta – fondato a Gerusalemme nel XI secolo, espulso da Rodi, cacciato da Malta, rifugiatosi a Roma – ha attraversato assedi, dispersioni e rivoluzioni geopolitiche senza mai perdere il filo della propria identità. Oggi quell’identità è messa a rischio non da un esercito nemico, ma da una gestione interna che i suoi stessi membri definiscono, con un eufemismo già fin troppo benevolo, «personalistica».
Fra’ John T. Dunlap, Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).
Una gestione sempre più distante dallo spirito evangelico
Al centro della crisi ci sono due figure: il Gran Maestro Fra’ John T. Dunlap (nei corridoi dell’Ordine lo chiamano Fra’ Jet, per la sua passione per i viaggi intercontinentali) e soprattutto il Gran Cancelliere, il conte Riccardo Paternò di Montecupo. È Paternò il vero motore di questa stagione travagliata: le sue nomine, la sua fondazione, il suo stile di governo. Un governo che ambienti diplomatici e volontari hanno raccontato, attraverso segnalazioni formali indirizzate alla Santa Sede, come sempre più distante dallo spirito evangelico che dovrebbe animare un Ordine cavalleresco cattolico.
Il Gran Cancelliere Riccardo Paternò di Montecupo (foto Imagoeconomica).
Rimborsi spese di ogni tipo, con cui ci si paga anche la colf
Partiamo dai soldi, che è sempre il modo più rivelatore per capire qualsiasi istituzione. Esiste, nell’Ordine, uno strumento chiamato Solvea: un rimborso spese forfettario in contanti, destinato ai membri del Sovrano Consiglio. Non è una novità di questo governo, ma è con l’attuale che si è trasformata in qualcosa di difficile da giustificare. Il Gran Cancelliere Paternò e il Gran Maestro Dunlap percepiscono diverse migliaia di euro all’anno. Il problema è che, oltre a ciò, i consiglieri godono già di rimborsi di ogni tipo, compreso – secondo chi ha denunciato la situazione – il pagamento della colf. Dunque la Solvea, invece di essere ridotta o eliminata, è rimasta in piedi: inadeguata, ingiusta e sempre meno difendibile.
Le dimissioni “spintanee” di De Franciscis
L’unico membro del Sovrano Consiglio ad averla rifiutata è stato il Gran Ospedaliere Fra’ Alessandro De Franciscis. Un gesto di coerenza che gli è costato caro: all’inizio del 2025, De Franciscis si è dimesso o, più probabilmente, si è trattato di dimissioni “spintanee”, come vuole il copione di certi addii istituzionali. Le ragioni sarebbero due: il no alla Solvea e l’opposizione alla creazione di una nuova fondazione voluta fortemente da Paternò, denominata Omdp.
Fra’ Alessandro De Franciscis (foto Imagoeconomica).
Perché registrare una fondazione a Londra?
Quest’ultima meriterebbe un capitolo a sé. Non per le sue attività – che restano oscure, il che è già un problema – ma per la sua architettura. Per rendere il tutto ancora meno trasparente, la fondazione ha costituito un’ulteriore entità con lo stesso nome nel Regno Unito, registrata presso la Charity Commission britannica. Un dettaglio che suggerisce almeno una domanda: perché registrare una fondazione a Londra, se l’Ordine di Malta non ha un ambasciatore accreditato nel Regno Unito, e il Regno Unito non ha un ambasciatore presso l’Ordine a Roma? La risposta più ottimistica sarebbe: per motivi di efficienza filantropica internazionale. La risposta che circola negli ambienti interni è considerevolmente meno ottimistica.
Il sistema delle nomine tra amici e fratelli: nepotismo in purezza
Il Gran Cancelliere ha un metodo non complicato da descrivere. Si chiama nepotismo, ed è praticato con una disinvoltura che tradisce una certa sicurezza di sé. Il fratello Maurizio Paternò è stato nominato Consigliere presso l’ambasciata dell’Ordine all’Unesco, con relativo passaporto diplomatico. Un ruolo sulla cui funzione molti si interrogano, ma che comporta incarichi di rappresentanza per gli amici fraterni. Tra questi figura anche il Principe Lorenzo Borghese, nominato sia ministro Consigliere in Giordania (il numero due dell’ambasciata) sia presidente di Acismom, l’associazione sanitaria dell’Ordine.
Lorenzo Borghese (foto Imagoeconomica).
Quando le incompatibilità diventano dettagli trascurabili
Il problema è che il Codice dell’Ordine, all’articolo 118, è esplicito: diplomatico e presidente di associazione sono cariche incompatibili. Per gli amici di Paternò, evidentemente, le incompatibilità sono dettagli. E i conti di Acismom, sotto la guida di Borghese, sono in condizioni tali che se si trattasse di un’impresa privata avrebbero già suggerito il ricorso al tribunale fallimentare. Per non rischiare una non rielezione imbarazzante, l’assemblea prevista per il 28 ottobre è stata rinviata a data da destinarsi.
Gli intrecci al Circolo della caccia di Roma
Non meno interessante è il criterio di selezione che orienta le nomine. Secondo fonti interne, Paternò privilegia persone legate al Circolo della caccia di Roma, il salotto aristocratico nel quale si tiene, guarda caso, la cena di gala che ha aperto la Conferenza dei Tesorieri nel Mondo, mercoledì 18 febbraio. Giorno che, sul calendario liturgico, è il mercoledì delle ceneri. Austerità proclamata, cena d’apertura all’esclusivo Circolo della caccia: il contrasto simbolico non è sfuggito a nessuno dentro l’Ordine. E ha alimentato ulteriormente il disagio.
Il consiglio personale di 13 persone (che sarebbe anticostituzionale)
Per consolidare il suo potere, Paternò si è inventato un consiglio personale di 13 persone. Alcune, va detto, di ottimo livello professionale. Peccato che questo organo non esista nella Costituzione dell’Ordine né nel suo Codice. È, per usare la definizione diffusa tra i giuristi interni, sostanzialmente anticostituzionale. La sua funzione reale, secondo gli osservatori, è quella di offrire una parvenza di collegialità a decisioni già prese, trasformando il volere del Gran Cancelliere in qualcosa che possa sembrare, almeno formalmente, legittimato da un consenso più ampio.
La lista delle epurazioni è significativa
Non stupisce che in questo contesto alcuni dipendenti abbiano trovato nel Marchese del Grillo l’etichetta più adatta per descrivere il loro superiore. «Io so’ io, e voi non siete un c…». la celeberrima battuta del film è diventata, nelle anticamere dell’Ordine, una sintesi non troppo esagerata dello stile di governo. La lista delle epurazioni è significativa: il Segretario generale Stefano Ronca, il responsabile delle comunicazioni Eugenio Ajroldi, i consiglieri Fra’ De Franciscis e Fabrizio Colonna, oltre a diversi ambasciatori.
La vicenda di Ajroldi merita un approfondimento. Il responsabile delle comunicazioni aveva tentato di opporsi a una linea editoriale che privilegiava la copertura dei viaggi e delle visite ufficiali di Gran Maestro e Gran Cancelliere, con le relative onorificenze accumulate, a scapito delle attività umanitarie, che sono la missione statutaria dell’Ordine.
Le inchieste del Fatto e la lettera di smentita che non smentiva nulla
Rimosso lui, è arrivata Marianna Balfour (oggi al Wwf), poi anche lei sostituita da Martina D’Onofrio. Per supportarne l’operatività è stata ingaggiata l’influente agenzia di comunicazione Comin & Partners. Risultato concreto: quando Il Fatto Quotidiano ha pubblicato, nell’ottobre del 2025, una serie di articoli documentati sulle criticità dell’Ordine (8, 12, 14 e 20 ottobre), la risposta ufficiale è stata una lettera di smentita che, di fatto, non smentiva nulla. Scritta pare contro il parere di Comin stesso, che aveva suggerito un approccio diverso.
Il Gran Maestro Fra’ John Dunlap non è una figura marginale in questa storia, anche se tende a presentarsi come tale. Il Codice dell’Ordine, agli articoli 106-108, è chiaro: il Gran Maestro deve risiedere nella sede dell’Ordine, dedicarsi pienamente alle opere melitensi ed essere esempio di vita cristiana autentica. Secondo quanto pubblicato dal Fatto, i suoi frequenti viaggi negli Stati Uniti per seguire il suo (ex?) studio legale sollevano più di un dubbio sul rispetto di queste prescrizioni.
Fra’ Jet va ghiotto di lumache, anche al Cairo
In compenso, l’obiettivo dichiarato del tandem Dunlap-Paternò sembra essere soprattutto uno: visitare capi di Stato e di governo in giro per il mondo, raccogliere onorificenze, farsi fotografare con i potenti. La testimonianza è sul sito istituzionale dell’Ordine: basta confrontare quante notizie riguardano questi incontri rispetto a quante riguardano le attività umanitarie sul campo. E quando, in novembre, il viaggio ha toccato Il Cairo – accompagnato, come di consueto, da Gran Cancelliere e Segretario generale Giampaolo Cantini, tutti alloggiati in hotel di lusso – il Gran Maestro ha chiesto che gli venissero portate delle lumache al ristorante. Piatto che, come probabilmente sa chiunque non sia ospite fisso del Circolo della Caccia, non appartiene esattamente alla tradizione culinaria egiziana. La stessa richiesta è stata avanzata nel successivo viaggio in Austria. Un particolare minore, in sé. Ma sintomatico di un’attitudine complessiva.
Giampaolo Cantini (foto Imagoeconomica).
Le riforme volute da papa vengono sistematicamente disattese
Il papa ha un suo rappresentante nell’Ordine: il Cardinal Patrono, attualmente Gianfranco Ghirlanda, gesuita. Chi lo conosce dice che per farlo parlare non basterebbero le pinze. Eppure, secondo fonti accreditate e convergenti, il suo disappunto verso l’attuale governo sarebbe profondo. La ragione principale: le riforme volute da papa Francesco nel 2022 (e richiamate da papa Leone XIV in una lettera del 24 giugno all’Ordine) vengono sistematicamente disattese. La riforma prevedeva un rafforzamento della dimensione religiosa, una maggiore trasparenza nella gestione dei beni e il rilancio della vita comunitaria dei membri Professi. La casa destinata a ospitare questi ultimi, i cosiddetti Fra’, continua però a non essere disponibile.
Il cardinale Gianfranco Ghirlanda (foto Imagoeconomica).
Ghirlanda vede l’Ordine trasformarsi in una brutta copia di una Organizzazione non governativa, senza nemmeno la trasparenza contabile che le Ong vere sono tenute a garantire. Una struttura tutta orientata, ai livelli apicali, alla coltivazione di relazioni private e al collezionismo di onorificenze. La rete diplomatica, intanto, continua a operare senza stipendi né rimborsi: gli ambasciatori e i membri delle ambasciate sostengono i costi di tasca propria, con il risultato prevedibile di selezionare i rappresentanti dell’Ordine in base al patrimonio personale piuttosto che alla competenza diplomatica.
Crollano fede e fiducia, i due pilastri su cui si reggono le donazioni
Il motto dell’Ordine “Difesa della fede e servizio ai poveri” non è una formula araldica decorativa. È il cuore di otto secoli di storia. Fede e fiducia sono anche i due pilastri su cui si reggono le donazioni: le grandi famiglie cattoliche internazionali che finanziano le opere melitensi lo fanno perché credono in quel carisma. Quando la fede non viene rispettata, perché le riforme papali si trasformano in carta straccia, e la fiducia si erode perché i donatori cominciano a ricevere segnalazioni su come vengono gestiti i fondi, il problema smette di essere gestionale. E diventa esistenziale.
L’ambulatorio medico del Sovrano militare Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).
Va detto che l’Ordine di Malta continua a svolgere un lavoro prezioso sul terreno: ospedali da campo in zone di guerra, assistenza umanitaria in contesti di povertà estrema, volontari che operano con risorse proprie in decine di Paesi. Il problema non è l’Ordine in quanto tale. Il problema è la concentrazione di potere in un ristrettissimo gruppo apicale, la distanza crescente tra le parole e i fatti, tra il carisma proclamato e lo stile di governo praticato.
L’Ordine può sopravvivere a questo inesorabile logoramento?
Un’istituzione millenaria può sopravvivere agli eserciti. Può sopravvivere alle dispersioni territoriali, alle rivoluzioni, ai trattati di pace che ignorano la sua esistenza. Non è detto, però, che possa sopravvivere al lento logoramento che nasce quando chi è chiamato a incarnarne i valori ne diventa, invece, la smentita vivente. Per un Ordine cavalleresco fondato sulla fede e sul servizio, perdere l’anima è la sconfitta che nessun assedio ha mai inflitto.
Paolo Petrecca alla fine si è dimesso da direttore di Rai Sport o, per meglio dire, è stato costretto a rinunciare alla direzione della testata sportiva della tv pubblica. Il passo indietro sembrava inevitabile dopo la disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina, diventata un caso politico e una figuraccia internazionale. Ma Petrecca si è sentito tradito. E lo ha fatto intendere su Instagram, accostando la sua figura a quella di Gesù Cristo.
La storia pubblicata su Instagram
Petrecca ha infatti pubblicato su Instagram una storia con il dipinto “San Matteo e l’Angelo” di Guido Reni, accompagnato dalla scritta “Mt 26, 20-29”: il riferimento è a un passo del Vangelo secondo Matteo (capitolo 26, versetti 20-29). E per la precisione a quello iniziale dell’Ultima Cena, quando Gesù annuncia agli apostoli: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Com’è noto fu Giuda Iscariota a “vendere” Gesù alle autorità del Tempio di Gerusalemme per 30 denari, identificandolo con un bacio nell’orto degli ulivi. Resta da capire chi sia il Giuda di Petrecca, ammesso che esista.
La storia pubblicata da Paolo Petrecca su Instagram.
I versetti citati da Petrecca
Ecco di seguito i versetti del Vangelo secondo Matteo citati da Petrecca.
Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: «Tu l’hai detto». Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».
«Credo non ci sia mai stato niente di più potente e prestigioso». Donald Trump ha aperto così la prima riunione del Board of Peacea Washington, dopo aver fatto alcuni accenni all’economia americana. «Quello che stiamo facendo è molto semplice, pace. Si chiama Consiglio della Pace, e si basa su una parola facile da dire ma difficile da produrre. Noi la realizzeremo. Stiamo facendo un ottimo lavoro e alcuni dei leader che sono con noi mi hanno aiutato molto già in questo primo anno», ha aggiunto. Al Board aderiscono una ventina di Paesi e poi ci sono i Paesi osservatori, tra cui l’Italia che è rappresentata dal ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani. «Non c’è nulla di più importante della pace e non c’è nulla di meno costoso della pace. Sapete, quando si va in guerra, costa cento volte di più di quanto costi fare la pace», ha continuato Trump.
Su cosa si focalizza la riunione
La prima riunione formale del Board è l’occasione per un aggiornamento sull’attuazione del Piano di pace in 20 punti dell’amministrazione americana e sui progetti d’investimento e di ricostruzione della Striscia. Vi partecipano il Capo del comitato tecnocratico palestinese, Ali Sha’at, l’Alto rappresentante per Gaza, Nickolay Mladenov, e la larga maggioranza dei membri del Board e degli osservatori, inclusi rappresentanti della presidenza cipriota dell’Ue e della Commissione Europea. La riunione si concentrerà sull’attrazione di investimenti per la ricostruzione di Gaza e sull’attuazione della seconda fase dell’accordo di pace.
Dopo l’addio alla Lega e la fondazione di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci è in procinto di entrare nel gruppo dell’Europa delle Nazioni Sovrane (Esn). Secondo quanto filtra da Strasburgo, l’annuncio ufficiale arriverà il 24 febbraio, nel corso di una conferenza stampa a cui dovrebbero partecipare anche il tedesco René Aust (presidente del gruppo) e il polacco Stanislaw Tyszka.
Aust lo aveva definito «un ottimo politico»
Proprio Aust il 4 febbraio aveva definito Vannacci «un ottimo politico», rispondendo a una domanda riguardo il possibile ingresso dell’ex generale nella sua famiglia politica dopo l’esclusione dai Patrioti, di cui peraltro aveva già perso la vicepresidenza per volontà dei francesi del Rassemblement National a causa delle tesi esposte ne Il mondo al contrario.
Con Vannacci salgono a 28 gli eurodeputati sovranisti
Il gruppo dell’Europa delle nazioni sovrane, di estrema destra nazionalista, si è formato al Parlamento Ue il 10 luglio 2024, a seguito delle elezioni europee di giugno dello stesso anno. Conta 27 eurodeputati, la maggior parte dei quali (15) appartengono al partito tedesco Alternative für Deutschland. Ne fanno inoltre parte (tra gli altri) i francesi di Reconquête, i polacchi di Nowa Nadzieja, gli slovacchi di Repubblica e i bulgari di Rinascita. Con Vannacci i deputati di Esn diventeranno dunque 28.
Nella Lega post Vannacci ormai è guerra totale. Nei corridoi dei palazzi romani a incrociare le armi non sarebbero più solo le varie fazioni: salviniani del Sud contro nordisti, lombardi fedeli al segretario contro dirigenti vicini al ‘partito dei governatori’, pasionarie anti-Islam contro ex vannacciani, veneti zaiani contro veneti del nuovo corso. Dai gruppi parlamentari la balcanizzazione pare essersi trasferita anche sui collaboratori. Ed è così che l’ufficio stampa della Lega, dal Mit al gruppo alla Camera e al Senato, è da tempo uno dei luoghi più infuocati della Roma leghista. L’arrivo dell’ex direttore del Tempo di Antonio Angelucci, Davide Vecchi, avrebbe aumentato le tensioni.
Le accuse della vecchia guardia all’ex direttore del Tempo
Ritenuto vicino alla fidanzata di Matteo Salvini, Francesca Verdini, Vecchi sarebbe accusato dalla vecchia guardia dell’ufficio stampa di aizzare i parlamentari l’uno contro l’altro, favorire i pasdaran come Domenico Furgiuele e Claudio Borghi e cercare di danneggiare i capigruppo di Camera a Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. Le accuse sarebbero pesanti e il clima incandescente, tanto che si parla di minacce di rese dei conti ‘fisiche’ tra una fazione e l’altra dell’ufficio stampa. A Montecitorio si attendono il redde rationem per la prossima settimana, quando finalmente il capo tornerà da Milano-Cortina e trascorrerà qualche giorno a Roma prima di tornare fisso sulle piste fino alla conclusione delle Paralimpiadi.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto alla premier Giorgia Meloni di smettere di «commentare ciò che sta accadendo altrove», con riferimento alla vicenda di Quentin Deranque, l’attivista ucciso in Francia su cui la leader di Fdi si era espressa il giorno prima. «Lasciate che tutti restino a casa e le pecore saranno ben custodite», ha ironizzato Macron da Nuova Delhi, a margine di una visita ufficiale in India. «Sono sempre colpito dal fatto che i nazionalisti, che non vogliono essere disturbati nel proprio Paese, siano i primi a commentare ciò che accade altrove», ha aggiunto. La premier Meloni aveva scritto su X che «la morte di un giovane di poco più di 20 anni, attaccato da gruppi legati all’estremismo di sinistra in un clima di odio ideologico diffuso in diversi Paesi, è una ferita per tutta l’Europa». Quentin è stato picchiato a morte da almeno sei persone di cui alcune riconducibili al movimento di sinistra radicale La Jeune Garde, che ha collegamenti diretti con La France Insoumise di Jean-Luc Melenchon.
L’uccisione del giovane Quentin Deranque in Francia è un fatto che sconvolge e addolora profondamente. La morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse… pic.twitter.com/F7vzDhT9X8
Fonti di Palazzo Chigi hanno manifestato «stupore» per le parole di Macron, sottolineando che la presidente del Consiglio «ha espresso il suo profondo cordoglio e la sua costernazione per la drammatica uccisione del giovane Quentin Deranque e ha condannato il clima di odio ideologico che sta attraversando diverse nazioni europee». Dichiarazioni che, hanno aggiunto le stesse fonti «rappresentano un segno di vicinanza al popolo francese colpito da questa terribile vicenda e che non entrano in alcun modo negli affari interni della Francia».
Tajani: «L’omicidio di Quentin non ha confini e va condannato»
Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, ricordando come una simile vicenda non abbia confini e vada condannata indipendentemente da dove sia accaduta: «L’uccisione di un giovane attivista francese, per lo più in un contesto universitario, è un fatto grave che riguarda tutti, un episodio che va condannato senza esitazioni. Un omicidio che non ha confini, un monito a chi usa odio e violenza, a chi insulta e professa un linguaggio offensivo. Ci sono stati tanti Quentin in Italia. Alcuni nei periodi più bui della Repubblica. Ecco, condannare episodi come quello di Lione serve anche a questo, a far sì che non si ritorni ad un brutto passato anche in Italia. Perché la politica è soprattutto dialogo e confronto, anche con chi non la pensa come noi».
L’uccisione di un giovane attivista francese, per lo più in un contesto universitario, è un fatto grave che riguarda tutti, un episodio che va condannato senza esitazioni. Un omicidio che non ha confini, un monito a chi usa odio e violenza, a chi insulta e professa un linguaggio… pic.twitter.com/PO6kiOVoqS
Donald Trump sta pianificando di costruire nella Striscia di Gaza una base militare di oltre 1,5 chilometri quadrati e capace di ospitare fino a 5 mila soldati della futura Forza di stabilizzazione internazionale. Lo riporta il Guardian, che ha visionati documenti di appalto emessi dal Board of Peace. Il sito, secondo i progetti, sarà circondato da circondato da 26 torri di guardia blindate montate su rimorchi. Avrà poi un poligono di tiro e un magazzino per l’equipaggiamento militare. I piani prevedono inoltre la realizzazione di una rete di bunker, con elaborati sistemi di ventilazione, dove i soldati potranno ripararsi.
Donald Trump in visita a una base militare Usa (Imagoeconomica).
La base dovrebbe sorgere nella parte sud della Striscia
La base dovrebbe sorgere in una «distesa arida» nella parte meridionale della Striscia, un’area pesantemente colpita da bombardamenti dell’Idf: gran parte di questa porzione del territorio palestinese è attualmente sotto il controllo israeliano. Il Guardian scrive che un consorzio internazionale di imprese edili (con esperienza in zone di guerra) ha già visitato l’area. Nei documenti visionati dal giornale britannico c’è anche un “Protocollo sui resti umani”: nel caso venissero scoperti durante la costruzione della base, «tutti i lavori nelle immediate vicinanze devono cessare immediatamente, l’area deve essere messa in sicurezza e il responsabile degli appalti deve essere immediatamente informato per ricevere istruzioni», si legge.
Cosa farà la Forza internazionale di stabilizzazione
La Forza internazionale di stabilizzazione, secondo le Nazioni Unite, avrà il compito di proteggere il confine di Gaza e mantenere la pace all’interno della Striscia. Dovrebbe anche addestrare e supportare le forze di polizia palestinesi. Non è tuttavia chiaro quali sarebbero le regole di ingaggio in caso di nuovi bombardamenti da parte di Israele o di attacchi di Hamas. E nemmeno quale sarebbe il ruolo di questo contingente nel disarmo della milizia islamista, condizione posta da Tel Aviv per procedere con la ricostruzione di Gaza.
Da Re Carlo al premier Keir Starmer, sono molte le figure della famiglia reale e del governo britannico che hanno commentato l’arresto dell’ex principe Andrea, fratello minore del sovrano, con l’accusa di cattiva condotta in pubblico ufficio. Il sospetto è che abbia diffuso al finanziere pedofilo Jeffrey Epstein alcune informazioni riservate mentre era emissario per il Commercio per conto del governo inglese.
Così re Carlo III in un comunicato rilasciato dopo il fermo: «Ho appreso con profonda preoccupazione la notizia riguardante Andrew Mountbatten-Windsor e il sospetto di cattiva condotta nell’esercizio della sua carica pubblica. Quello che segue è un processo completo, equo e corretto attraverso il quale questa questione verrà indagata nel modo appropriato e dalle autorità competenti. In questo, come ho già detto, hanno il nostro pieno e sincero sostegno e la nostra cooperazione.Voglio dirlo chiaramente, la giustizia deve fare il suo corso. Poiché questo processo è in corso, non sarebbe opportuno per me commentare ulteriormente la questione. Nel frattempo, la mia famiglia e io continueremo a svolgere il nostro dovere e a servire tutti voi».
Starmer: «Chiunque abbia informazioni si faccia avanti»
Il primo ministro Keir Starmer ha dichiarato che Andrea dovrebbe parlare con le autorità nel Regno Unito e negli Stati Uniti in merito allo scandalo Epstein, accusato di pedofilia e traffico, aggiungendo che «chiunque abbia delle informazioni dovrebbe testimoniare». Intervistato dalla Bbc, ha sottolineato che chi possieda elementi su «qualsiasi aspetto della violenza contro donne e ragazze» ha «il dovere di farsi avanti, chiunque egli sia». Il premier ha poi ribadito che «tutti sono uguali davanti alla legge e nessuno è al di sopra della legge, un principio di lunga data che deve applicarsi in questo caso allo stesso modo in cui si applicherebbe in qualsiasi altro caso».
William e Kate appoggiano la dichiarazione del re
Il principe e la principessa di Galles, William e Kate, sostengono la dichiarazione del re in seguito all’arresto di Andrea, secondo quanto appreso dalla Bbc.
La famiglia di Virginia Giuffre: «Non è mai stato un principe»
Sulla vicenda è intervenuta anche la famiglia di Virginia Giuffre, una delle vittime di Epstein, che in una nota ha scritto: «Finalmente, oggi i nostri cuori spezzati sono stati sollevati dalla notizia che nessuno è al di sopra della legge, nemmeno la famiglia reale. A nome di nostra sorella, esprimiamo la nostra gratitudine alla polizia del Regno Unito per le indagini e l’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor. Non è mai stato un principe. Per tutte le sopravvissute nel mondo, Virginia ha fatto questo per voi». Va ricordato che Andrea non è stato arrestato per nulla che riguardi Virginia Giuffre. Ciò che ha portato al suo arresto sono le attività svolte mentre era un inviato commerciale.
Alla fine, nel gioco delle tre carte della Rai, sono arrivate le attese dimissioni di Paolo Petrecca da Rai Sport: una decisione che da giorni sembrava inevitabile, dopo la fallimentare telecronaca durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. «Roba da far accapponare la pelle», come dicono i “vecchi” del servizio pubblico radiotelevisivo. Un caso che era diventato ben presto politico, con tanto di fragorosa protesta dei giornalisti. E la figuraccia aveva superato i confini italiani, trasformandosi in spernacchiata internazionale. Non è bastato togliergli il commento della serata di chiusura: è stata decisa proprio la defenestrazione, prevista per la fine dei Giochi (inizialmente sembrava che la questione sarebbe stata affrontata dopo Sanremo). L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi avrebbe fatto volentieri a meno di tutto questo caos, e ha dovuto rimuoverlo obtorto collo, anzi obtorto Lollo, visto che al posto di Petrecca arriva il 54enne Marco Lollobrigida come f.f. ossia facente funzione. “Lollo”, come lo chiamano tutti, «fa parte del giro di Arianna Meloni», e infatti è anche «amico delle sue amiche», con una forte predilezione per la gastronomia (come l’altro Lollo, il ministro dell’Agricoltura, nonché ex di Arianna). La sua era una classica carriera da vice, senza mai esporsi troppo (è in azienda dal 2001): ora però è arrivato in cima, al vertice di Rai Sport, per harakiri altrui.
Gianni Letta abbandona il premio Carli/Liuzzo
Il mondo si evolve, progredisce, migliora, dicono gli ottimisti: e infatti Gianni Letta non è più il presidente onorario del premio Guido Carli, quello curato da Romana Liuzzo. Il nome dell’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio non appare più nel sito del premio: un abbandono di peso, per il premio. Il “garante” non c’è, e per tanti investitori ha un significato importante, questa scelta di andarsene. Alla pagina web ora ci sono solamente la presidente (Liuzzo) e il vicepresidente (Guido Massimo Dell’Omo, figlio della presidente): sparito Letta. Come sede appare ancora la Luiss (sulla questione c’era stata aria di tempesta), nella Capitale, anche se in viale Romania 32, non certo nella villa, sempre dell’ateneo confindustriale, che era stata scelta anche come set per i servizi fotografici e televisivi. A proposito, sulle reti Mediaset sono ricominciati gli spot con la presidente protagonista assoluta, pubblicità di cui però nello stesso gruppo berlusconiano nessuno riesce a capire il contenuto e la finalità, tranne che a promuovere la stessa Liuzzo appena uscita dal “trucco e parrucco”, in stile star di Hollywood. E, soprattutto, se vengono diffusi gratuitamente, tipo “pubblicità progresso”, come accadeva una volta nel servizio pubblico radiotelevisivo: anche perché i bilanci della fondazione appartengono al mondo dei misteri, dato che sono totalmente sconosciuti e non sono mai apparsi, nonostante le normative sul tema e le minime, elementari, regole di trasparenza, nemmeno sul sito internet. In qualche salotto capitolino dicono che Liuzzo potrebbe essere candidata alle elezioni politiche 2027 nelle liste di Forza Italia. Ma senza Gianni Letta al suo fianco, nelle vesti di “garante”, come si fa…
Amato superstar con Cartabia
Pomeriggio di incontri al vertice, a Roma, per parlare di norme e magistrati, nel Centro Studi Americani: mercoledì 18 febbraio, proprio nel giorno della visita molto simbolica del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Csm, in via Caetani l’ex ministro della Giustizia Maria Cartabia ha presentato il suo libro Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico. Sul palco c’erano Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, vera star dell’incontro, Francesco Clementi, professore ordinario di Diritto pubblico comparato alla Sapienza Università di Roma, Luca Antonini, vicepresidente della Corte costituzionale, oltre all’autrice. In sala, ad assistere all’evento, Giovanni Amoroso, presidente della Corte costituzionale, assieme a giudici costituzionali e magistrati. E l’immancabile Gianni Letta. Chi conduceva? «La fedelissima di Marta Cartabia», ossia la giornalista Donatella Stasio.