L’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che era stato dato per morto dopo i primi attacchi statunitensi e israeliani su Teheran, sarebbe ancora vivo. Lo riporta il canale di opposizione con sede a Londra Iran International: secondo quanto hanno riferito fonti informate sulla situazione, Ahmadinejad non ha subito danni a causa del raid aereo ed è stato trasferito in un luogo sicuro. L’agenzia di stampa turca scrive che nell’attacco sono però morte tre delle sue guardie del corpo, membri dei pasdaran.
Former Iranian President Mahmoud Ahmadinejad is alive following an assassination attempt, informed sources told Iran International on Tuesday.
The sources said Ahmadinejad was not harmed and had been moved to a safe place.
La notizia della morte era stata smentita dal suo ufficio
Tra sabato e domenica alcuni media iraniani avevano sostenuto che Ahmadinejad, protagonista nei suoi otto anni da presidente di incendiari discorsi incendiari contro il «nemico americano», fosse morto nei raid. Altri non avevano invece confermato il decesso. La notizia era stata poi smentita dall’ufficio di Ahmadinejad, raggiunto da Al Jazeera.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha esortato le forze responsabili dell’attacco a una scuola femminile in Iran a indagare e a condividere le proprie informazioni sull’accaduto. Lo riporta Reuters sul sito. Turk «chiede un’indagine rapida, imparziale e approfondita sulle circostanze dell’attacco alle forze che l’hanno perpetrato», ha dichiarato Ravina Shamdasani, portavoce dell’Alto commissariato. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che le forze statunitensi «non avrebbero preso di mira deliberatamente una scuola».
Cos’è successo
I fatti si sono verificati sabato 28 febbraio 2026, quando un attacco aereo ha colpito un istituto femminile nella città meridionale di Minab. I media statali iraniani hanno riferito almeno 165 persone sono morte e altre decine sono rimaste ferite. Martedì si è svolta una cerimonia funebre per commemorare le vittime.
Philip Morris Italia, affiliata italiana del gruppo Philip Morris International, ha annunciato il lancio in Italia di Bonds by Iqos, un nuovo dispositivo senza combustione pensato per adulti che altrimenti fumerebbero sigarette o utilizzerebbero altri prodotti contenenti nicotina. Si tratta di un prodotto per il riscaldamento elettronico del tabacco progettato per abbattere le barriere di accesso – in termini di gusto, rituale di utilizzo e prezzo – che amplia la scelta per i fumatori adulti. Semplice da usare e senza necessità di pulizia, il nuovo Bonds garantisce un’esperienza di cinque minuti senza limite di filtri, con fino a 25 utilizzi con una sola ricarica. È in alluminio, disponibile in tre colori (Ruby Red, Ocean Blue e Cosmic Black) e ha un prezzo suggerito di 19 euro. Si usa esclusivamente con i nuovi stick a marchio Blends, disponibili in diverse varianti. La tecnologia Roundheat, con la quale è progettato, riscalda dall’esterno gli stick che contengono tabacco finemente lavorato.
Bonds by Iqos (Pmi).
L’ad Frega: «Il nostro obiettivo? Italia senza sigarette entro il 2035»
«A livello globale stiamo lavorando per rendere le sigarette un oggetto da museo nel più breve tempo possibile. In Italia, con un quadro normativo stabile e il supporto della società, potremmo raggiungere questo obiettivo già nel 2035», ha dichiarato Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, durante l’evento di presentazione tenutosi presso la Iqos Embassy di Foro Bonaparte a Milano. «Stiamo facendo progressi significativi in questa direzione, considerando che oltre il 50 per cento dei nostri ricavi netti in Italia deriva già dai prodotti senza combustione». Sono circa 13 milioni gli adulti italiani che utilizzano prodotti a base di nicotina, e oltre 4,5 milioni di questi ha già scelto di passare ad alternative senza combustione. Ma restano ancora milioni di fumatori esclusivi di sigarette, la cui transizione verso alternative prive di combustione rappresenta la sfida più grande dell’azienda in Italia entro il 2035.
Della Monica: «Un ulteriore passo verso i fumatori più resistenti»
«Le esigenze dei nostri consumatori adulti restano la nostra stella polare, e questi numeri dimostrano chiaramente che esiste un forte interesse verso le alternative per sostituire le sigarette, ma anche che è necessario compiere un ulteriore passo per andare incontro alle preferenze dei fumatori adulti più resistenti al cambiamento», ha aggiunto Daniela Della Monica, head of Smoke-free products category di Philip Morris Italia. «Sappiamo che i fumatori adulti e gli utilizzatori di nicotina hanno preferenze diverse. Per questo abbiamo sviluppato un ampio portafoglio multicategoria di prodotti alternativi senza combustione, che presentano tecnologie, modalità d’uso e fasce di prezzo differenti. Con Bonds by Iqos aggiungiamo un tassello importante a questo mosaico, avvicinandoci ancora di più ai nostri consumatori».
«Ma perché Italo Bocchino è sempre su La7?», chiedeva l’altro giorno un parlamentare di Forza Italia a un collega. La risposta è stata immediata: «L’astuto Italo ha pensato bene di pubblicare il suo libro dedicato a Giorgia Meloni – Giorgia la figlia del popolo – con la casa editrice Solferino che fa parte del gruppo Rcs. Che a sua volta fa capo a Urbano Cairo, proprietario di La7. Sinergia assicurata». A proposito, martedì mattina, Bocchino era tanto per cambiare su La7 all’Aria che tira con David Parenzo, intento a litigare con la dem Anna Ascani. E poi ci sono naturalemente le consuete ospitate da Lilli Gruber a Otto e mezzo
L’endorsement di Sempio per il sì al referendum
In tv ormai il delitto di Garlasco è diventato – ahinoi – un vero e proprio genere. Anche nell’ultima puntata di Quarta Repubblica, Nicola Porro ha intervistato Andrea Sempio chiedendogli pure cosa voterà al referendum della giustizia. E Sempio ha risposto convinto «Sì». Chissà se sposterà voti…
Sfida romana a distanza, nella serata di martedì, tra Giorgia Meloni e Achille Occhetto. La presidente del Consiglio è attesa al Foro Italico, nella Casa delle Armi, per un incontro dedicato alle donne, in vista dei festeggiamenti per gli 80 anni della Costituzione, con i ministri Eugenia Roccella e Andrea Abodi. Occhetto celebrerà i suoi 90 anni in piazza di Pietra, nella sala della Camera di Commercio di Roma, con “officiante” Ugo Sposetti e tanti compagni del vecchio Pci. Chissà se arriverà pure Pier Luigi Bersani, che ha in agenda anche la presentazione dell’ultima fatica di Arturo Scotto Flotilla. In viaggio per Gaza alla Mondadori Bookstore in piazza Cola di Rienzo…
Achille Occhetto (foto Imagoeconomica).
Attesa per l’inaugurazione del Corinthia Rome
Guerra in corso? Buttiamoci sul lusso. Mercoledì sera a Roma sarà grande festa per l’apertura dell’hotel a 5 stelle Corinthia Rome, il primo della catena in Italia, in un palazzo piacentiniano con vista sulla Camera dei Deputati. Tutto è pronto: anche i cantieri che occupavano la strada sono magicamente scomparsi. Attesa per Carlo Cracco che gestirà la proposta enogastronomica.
Quando nel 2003 gli Stati Uniti di George W. Bush invasero l’Iraq per eliminare Saddam Hussein, accusato di nascondere armi di distruzione di massa, l’allora cancelliere tedesco Gerhard Schröder tenne fuori la Germania dalla guerra: Berlino non credette alle prove contraffatte e sventolate alle Nazioni Unite dal generale Colin Powell e lasciò che Washington, insieme con quella che allora era stata denominata la coalizione dei volenterosi, Italia inclusa, si imbarcasse in un conflitto terminato con il ritiro ufficiale del 2011. Da allora abbiamo collezionato un’altra manciata di guerre, dalla Libia alla Siria, passando per l’Ucraina e il Medio Oriente, e il nuovo cancelliere Friedrich Merz ha riposizionato il Paese nel rapporto di vassallaggio nei confronti degli Usa, modificando anche la linea più autonoma che per tre lustri era stata tenuta da Angela Merkel, saltata completamente nel 2022 dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina.
Una vecchia foto di Gerhard Schroder e George Bush. Alle loro spalle il presidente francese Jacques Chirac (foto Ansa).
Germania costretta a inseguire le mosse di Trump
Merz, nonostante l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, ha mantenuto quindi ferma la barra dell’atlantismo, sempre subordinato nella sostanza alle strategie internazionali dettate da Washington, con solo qualche spazio di facciata riservato a elementi di diversificazione: al di là cioè della volontà espressa di un ruolo autonomo e crescente anche al di fuori dell’Unione Europea, la Germania ha perso in definitiva peso su ogni teatro internazionale, costretta a inseguire le mosse di Trump e incapace, sia per sé che come presunto Paese guida dell’Ue, di imporre le sue priorità. In qualche piccolo sussulto d’orgoglio, come durante la Conferenza di Monaco di metà febbraio, ha detto che «l’ordine mondiale del Dopoguerra non esiste più» e che «la battaglia culturale Maga non è la nostra». Poi però in concreto le cose vanno diversamente.
Gli esempi sono tanti. In quest’ultimo anno si può partire dai falliti ultimatum a Vladimir Putin sulla scacchiera ucraina, con il Cremlino che non ha mai tenuto in considerazione le proposte né di Berlino né di Bruxelles, mentre le trattative per la pacificazione sono state dettate sull’asse Mosca-Washington.
Vladimir Putin (Ansa).
C’è stata poi l’immobilità sulla crisi mediorientale, con i tedeschi nel ruolo di spettatori di fronte alle decisioni unilaterali di Usa e Israele. Dopo l’inizio della nuova guerra in Iran e gli attacchi che hanno eliminato l’ayatollah Ali Khamenei, Merz non si è espresso certo sulla legittimità dei bombardamenti e anzi li ha sostanzialmente avallati, condannando le reazioni di Teheran.
Se Berlino è sempre stata piegata a Washington e Tel Aviv, in questi giorni è ancora più evidente quanto i legami siano stretti e quali siano appunto i rapporti di forza. Merz, che nel 2025 è stato l’unico leader europeo a far visita a Benjamin Netanyahu da quando la Corte penale dell’Aja ha dichiarato il premier israeliano criminale di guerra e ne ha richiesto l’arresto, è sempre asservito ai voleri di Trump, con il quale di fatto non si vuole contrapporre, se non con qualche spunto dialettico. Merz tra l’altro è volato a Washington, dove il 3 marzo ha in programma un incontro proprio con Trump. Il faccia a faccia era programmato da tempo, ma – anche qui – vede il tedesco come primo leader europeo negli Usa dopo l’attacco americano e israeliano all’Iran.
Friedrich Merz con il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Ansa).
La linea diplomatica del cancelliere, adottata nelle sue visite a Washington così come in quella a Pechino a fine febbraio 2026, quando ha incontrato Xi Jinping, è improntata insomma al pragmatismo e volta a mantenere salde alleanze storiche e strategiche.
Friedrich Merz con Xi Jinping a Pechino (foto Ansa).
I viaggi tra India, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita
Da questo punto di vista si spiega la ricerca di partnership economiche e industriali più strette sia con Pechino sia con Nuova Delhi o i Paesi del Golfo. Merz all’inizio di quest’anno è volato in India, in Qatar, negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe Mohammad bin Salman, non proprio un campione di democrazia, accusato nel 2019 dalla commissione speciale delle Nazioni Unite guidata da Agnès Callamard di essere il mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista ucciso nel 2018 a Istanbul.
Friedrich Merz e l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al Thani (foto Ansa).
La stessa Callamard accusò l’allora cancelliera Merkel di complicità con l’Arabia Saudita per non aver fatto abbastanza a livello internazionale per risolvere il caso. Fin qui in sostanza nulla di nuovo, nel senso che Merz non ha fatto altro che proseguire la strada aperta dai suoi predecessori, anche dal primo cancelliere della Germania riunificata, Helmut Kohl, il primo a puntare per esempio sulla Cina.
Angela Merkel e, sullo sfondo, una foro di Helmut Kohl (foto Ansa).
La grande differenza rispetto a prima? La rottura con la Russia
C’è però una differenza nella politica estera di Merz e quella di Kohl, Schröder e di Merkel, e cioè la rottura con la Russia, diventata per la Germania un nemico presente e futuro. L’invasione dell’Ucraina ha tranciato i rapporti tra Mosca e Berlino, facendo però emergere anche i doppi standard tedeschi ed europei, con il richiamo a corrente alternata al diritto internazionale. Il rischio, con le conseguenze del conflitto appena scoppiato in Medio Oriente che sono ancora tutte da valutare, è che la passività del cancelliere non rimanga solo una questione politica con leggeri riflessi economici sul Paese, ma si trasformi in un disastro che può trascinare la Germania ancor più in basso della recessione che sta affrontando.
Carmelo Cinturrino, l’assistente capo del commissariato Mecenate indagato per omicidio volontario per aver ucciso il pusher Abderrahim Mansouri il 26 gennaio a Rogoredo, è risultato negativo ai test tossicologici. Lo riporta Adnkronos, citando fonti qualificate. Dalle testimonianze raccolte dagli inquirenti sarebbe emerso che Cinturrino era solito chiedere una sorta di “pizzo” (circa 200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno) a spacciatori e tossicodipendenti della zona. L’agente resta detenuto nel carcere milanese di San Vittore.
Assieme a Cinturrino ci sono altri quattro poliziotti indagati
Assieme a Cinturrino, che ha sparato a Mansouri (disarmato) mettendo poi in piedi una messinscena per sviare le indagini, sono indagati per omissione di soccorso e favoreggiamento altri quattro poliziotti: su disposizione del questore di Milano, Bruno Megale, sono stati assegnati ad altri incarichi non operativi al di fuori del commissariato di Mecenate dove prestavano servizio.
Roberto Vannacci ha smentito Fabrizio Corona, che nell’ultima puntata di Falsissimo (ancora dedicata al caso Signorini) ha annunciato la creazione di un suo partito, aggiungendo di essere stato contattato dall’ex generale e di aver rifiutato la sua proposta di un coinvolgimento in Futuro Nazionale. Della possibilità di un contatto politico tra i due aveva già parlato Mario Adinolfi, lui sì molto vicino a Vannacci.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
La smentita di Vannacci
Contattato da Adnkronos, Vannacci ha negato che ci sia mai stata una telefonata recente con l’ex re dei paparazzi: «Mai avvenuta una cosa del genere. Non so se si è sbagliato, magari si è confuso con qualcun altro, io sicuramente in questi giorni non ho chiamato nessuno». Smentita anche la volontà di coinvolgerlo in politica: «L’unico momento in cui ci siamo sentiti con Corona è stato quando è stato fatto un podcast con il suo gruppo che è stato pubblicato, ma parliamo di più di un anno fa». E all’epoca, ha sottolineato Vannacci, «non esisteva alcun partito, né esisteva un’idea di partito». Nel corso della puntata di Falsissimo, Corona ha sostenuto che – secondo fantomatici sondaggi – un suo partito prenderebbe più voti di Futuro Nazionale. Questo il commento dell’europarlamentare: «Io gli auguro grande fortuna. Se fosse così, sarei contento per lui…».
Secondo l’ultimo sondaggio Swg TG LA7 relativo all’orientamento di voto degli italiani, che viste le tempistiche non tiene ancora conto delle ripercussioni interne della guerra in Iran né del caso Crosetto, sono in crescita Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Futuro Nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci. Perde invece terreno il Partito democratico. Stabile il centrodestra.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Stabili Fratelli d’Italia e Lega, in calo Azione
Fratelli d’Italia è stabile al 29,8 per cento. Forza Italia è data all’8,4 per cento (+0,1). Stallo anche per la Lega, che resta al 6,6 per cento. Il M5s e Avs guadagnano lo 0,2 per cento, arrivando rispettivamente all’11,7 per cento e al 6,9 per cento. Passo indietro del Pd, che scende al 21,6 per cento (-0,3). Tra i partiti minori continua lievemente a crescere Futuro Nazionale (3,6 per cento, +0,2). Sala anche +Europa (1,5 per cento, +0,1). In calo Azione (3,3 per cento, -0,2). Cala anche Noi Moderati (1 per cento, -0,1). Stabile al 2,2 per cento Italia Viva.
La Banca di Russia ha intentato una causa presso la Corte di giustizia dell’Unione europea, contestando il regolamento Ue sul congelamento permanente dei beni sovrani russi, sancito a dicembre del 2025. Secondo la Banca di Russia, la decisione di Bruxelles viola «i diritti fondamentali e inalienabili di accesso alla giustizia, l’inviolabilità della proprietà, il principio di immunità sovrana degli Stati e delle loro banche centrali», contraddicendo inoltre «i principi fondamentali del diritto».
L’utilizzo dei beni di un Paese terzo è senza precedenti
Il ricorso, presentato da Mosca ai sensi dell’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, riguarda una decisione che è stata presa dall’Ue con 25 Paesi favorevoli e due contrari. La misura, che ha eliminato l’obbligo di votare la proroga del blocco ogni sei mesi – evitando così il possibile ostruzionismo di Ungheria e Slovacchia -, riguarda circa 210 miliardi di euro di asset sovrani russi. L’utilizzo dei beni di un Paese terzo è senza precedenti e giuridicamente complessa: trasformare rendimenti derivanti da asset altrui in risorse pubbliche tocca principi fondamentali del diritto di proprietà e potrebbe essere considerato una confisca indiretta. La Commissione europea ha proposto di erogare a Kyiv un “prestito di riparazione” utilizzando risorse russe, che l’Ucraina avrebbe potuto rimborsare dopo la fine della guerra, una volta che la Mosca avesse compensato i danni causati. Tuttavia, i paesi dell’Ue non sono riusciti a raggiungere un accordo sull’utilizzo degli asset russi.
La Banca di Russia aveva già fatto causa a Euroclear
La maggior parte dei fondi (circa 190 miliardi di euro) è depositata presso il depositario belga Euroclear: la Banca Centrale Russa, nel frattempo, ha intentato una causa contro Euroclear presso la Corte Arbitrale di Mosca, contestando l’utilizzo degli asset senza il suo consenso e chiedendo il risarcimento dei danni.
È morto, nel reparto carcerario dell’ospedale San Paolo di Milano, il boss mafioso Nitto Santapaola. L’uomo, condannato all’ergastolo e detenuto nel carcere di Opera in regime di 41 bis, aveva 87 anni. Noto esponente della criminalità organizzata catanese e siciliana, era considerato uno dei principali capi di Cosa Nostra a partire dagli Anni 70. A lungo leader del clan Santapaola-Ercolano, influente nel territorio etneo, è stato coinvolto in numerosi processi per reati di associazione mafiosa, omicidio e traffico di droga.
Il ruolo nelle stragi di Capaci e Via D’Amelio
Ebbe un ruolo nella fase esecutiva della strage di Capaci, il 23 maggio 1992, in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. È stato inoltre condannato per il suo coinvolgimento nell’omicidio del giornalista Giuseppe Fava nel 1984 e nella strage di Via D’Amelio nel 1992. Venne arrestato nel 1993 dopo una lunga latitanza mentre si trovava nelle campagne del Calatino in compagnia di sua moglie, Carmela Minniti. Costei venne uccisa tre anni dopo a colpi di pistola dal pentito Giuseppe Ferone, un ex affiliato al clan Ferlito-Pillera che, spiegò dopo, agì per vendetta. Voleva fare provare al capomafia lo stesso dolore che lui aveva provato con la morte di suo padre e suo figlio, assassinati senza che Santapaola avesse fermato i sicari.
L’operazione Epic Fury lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha assunto, come prevedibile, i contorni di un conflitto regionale. Gli attacchi a Teheran hanno generato un effetto domino sui Paesi del Golfo alleati di Washington dove sono state prese di mira le sedi diplomatiche americane. Nella notte uno sciame di droni iraniani si è abbattuto sull’Arabia Saudita colpendo l’ambasciata statunitense a Riad. Colpiti anche obiettivi lungo una fascia di 1.200 miglia nella regione: si registrano danni dal golfo di Oman, dove un drone è esploso contro una petroliera, e a Cipro, dove è stata presa di mira la base militare britannica di Akrotiri. Si tratta del primo attacco ad alleati statunitensi in Europa. Forti esplosioni sono state udite anche a Dubai e Samha negli Emirati Arabi Uniti, e a Doha, in Qatar.
Gli Usa ordinano un’evacuazione di massa per il personale non addetto alle emergenze
Dopo l’attacco all’ambasciata di Riad, Donald Trump ha assicurato che gli Usa «risponderanno con estrema risolutezza all’attacco». Il presidente lo ha equiparato a una invasione del territorio nazionale. È immediatamente scattata l’allerta in tutte le basi Usa in Medio Oriente. I sistemi di difesa sono entrati in azione ad Al-Udeid in Qatar e a Camp Arifjan in Kuwait. Il dipartimento di Stato americano ha chiesto a tutto il personale non addetto alle emergenze di lasciare immediatamente Giordania, Bahrein e Iraq. Una evacuazione di massa che conferma il timore di Washington che le proprie sedi civili e militari possano essere bersagli di ondate di droni e di azioni di terra delle milizie proxy finanziate da Teheran.
Continuano gli attacchi IDF in Libano e in Iran
Intanto Usa e Israele hanno aumentato la pressione sul territorio iraniano. L’IDF ha condotto raid massicci anche in Libano dopo che Hezbollah aveva colpito il nord di Israele in rappresaglia per l’attacco israeliano di sabato in cui è stata uccisa la guida suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. In parallelo, il CENTCOM – United States Central Command – ha annunciato di aver neutralizzato le strutture di comando e controllo dell’esercito del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC). Il bilancio secondo le stime della Mezzaluna Rossa iraniana è di almeno 555 vittime.
Teheran non è disposta a negoziare con Trump
Gli alleati europei in un primo momento avevano preso le distanze dalla decisione di Trump di entrare in guerra, affermando che Teheran non rappresentava una minaccia imminente. Successivamente, però, hanno dichiarato che avrebbero partecipato per aiutare a reprimere la capacità dell’Iran di reagire. In un post su X lunedì, Ali Larijani, capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale di Teheran, ha affermato che l’Iran non negozierà con Trump. A differenza degli Stati Uniti, ha aggiunto, la Repubblica islamica «si è preparata a una lunga guerra», ha scritto.
La guardia rivoluzionaria ha chiuso lo stretto di Hormuz
La Guardia rivoluzionaria ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico mondiale di gas e petrolio. Nelle ultime ore è arrivata anche l’ultima rivendicazione di Teheran che ha annunciato di aver lanciato una nuova ondata di attacchi contro una base militare statunitense in Bahrein, sostenendo di aver distrutto l’edificio di comando principale e le caserme con 20 droni e tre missili.
L’attacco missilistico di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran ha scatenato una risposta di Teheran piuttosto imprevista quanto a obiettivi centrati: sono state colpite le città di Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, Riad in Arabia Saudita, Doha in Qatar, e sono stati coinvolti anche Bahrein e Kuwait.
La penisola araba.
Insomma, in poche ore tutti i Paesi del Golfo rischiano di vedere evaporare il lungo lavoro di trasformazione di quei luoghi da terre che vivevano sostanzialmente di estrazione del petrolio a moderne nazioni in grado di attirare capitali, aziende, start up, sviluppo immobiliare, turisti, vip e influencer.
Lo sport come leva molto efficiente di soft power
Per imporsi sullo scenario mondiale, questi Stati hanno usato lo sport come leva molto efficiente di soft power: dal Mondiale di calcio in Qatar (2022) a quelli previsti in Arabia Saudita nel 2034, passando per la Formula 1, la MotoGp, il tennis, il golf, o l’ingaggio di Cristiano Ronaldo e di altre star del pallone per la Saudi league araba.
Cristiano Ronaldo in campo ad Abu Dhabi (foto Ansa).
Ma la profonda instabilità creata dai droni iraniani che stanno colpendo i grattacieli simbolo di queste città del Golfo, con celebrity che sommergono i social mostrando i cieli illuminati dai missili, incendi, comunicando paura, voglia di rientrare nelle loro case in Europa o negli Stati Uniti, avvolge ora questa zona del mondo di una patina di insicurezza che mette a rischio, tra le altre cose, anche i più importanti circuiti professionistici.
La Formula 1 da anni fa molto affidamento sui soldi del Golfo
Giusto per citare alcuni casi: dal 10 al 12 aprile è previsto il Gran premio di Formula 1 in Bahrein; dal 17 al 19 aprile la gara a Gedda (Arabia Saudita). Due appuntamenti molto ravvicinati, per i quali manca solo un mese e mezzo. Ed è difficile ipotizzare che l’area ritorni tranquilla in così poco tempo. Peraltro la Formula 1, che da anni fa molto affidamento sui soldi del Golfo, ha anche in programma due ulteriori Grand prix da quelle parti nel 2026: dal 27 al 29 novembre a Lusail (Qatar) e dal 4 al 6 dicembre nel circuito di Abu Dhabi.
Formula 1 in Bahrein (foto Ansa).
Incombe, quindi, un bel problema su Formula One group (società controllata da Liberty Media) e sugli oltre 4 miliardi di dollari di incassi che le sfide tra McLaren, Red Bull, Mercedes e Ferrari assicurano annualmente. Anche il circus della MotoGp (che vale meno di 800 milioni di ricavi all’anno, controllato anch’esso da Liberty media) dovrebbe passare in Qatar dal 10 al 12 aprile. Ma ci sono tutte le incognite del caso.
Il tennis Atp ha appena concluso il suo mini tour nel Golfo
Il circuito del tennis Atp ha concluso il suo mini tour nel Golfo: si è giocato a Doha dal 16 al 21 febbraio (dove Jannik Sinner è stato eliminato presto), mentre il torneo di Dubai, dal 23 al 28 febbraio, è riuscito a non disputare la finale nel giorno degli attacchi missilistici grazie al ritiro dell’olandese Tallon Griekspoor, che ha consegnato quindi la vittoria al russo Daniil Medvedev.
Jannik Sinner in campo a Doha (foto Ansa).
Però pare che dopo gli attacchi iraniani siano rimasti bloccati a Dubai gli stessi Medvedev e Griekspoor, oltre ad altri tennisti come Andrej Rublev, Marcelo Arévalo e Mate Pavic e a giudici e membri dello staff ATP, visto che lo spazio aereo sugli Emirati Arabi Uniti è stato chiuso, con oltre 5 mila voli cancellati.
Daniil Medvedev a Dubai (foto Ansa).
È naturale pensare che il senso di sicurezza e di inviolabilità che caratterizzava quelle zone del mondo stia venendo meno. E anche per le finali Atp delle NextGen, fissate in dicembre a Gedda, si sta già cercando una nuova destinazione.
I campioni del golf si trasferiscono per motivi fiscali. Ma ora chissà…
Un altro circuito che vede gli Stati di quelle zone come terre strategiche per i propri business è quello del golf. Non solo per le gare che si disputano nei circoli, ma soprattutto perché i Paesi del Golfo nel loro complesso, da anni, stanno diventando per i golfisti quello che il Principato di Monaco è per i tennisti: ossia un hub per il golf, dove i vari campioni trasferiscono la loro residenza per motivi fiscali, di strutture, di logistica, di qualità della vita, di tutela della privacy e, cosa ora messa in forte discussione, di sicurezza.
L’olandese Darius Van Driel negli Emirati Arabi Uniti (foto Ansa).
Cosa succederà al Mondiale con Iran, Qatar e Arabia Saudita?
Insomma, tra i diversi effetti destabilizzanti che la tensione con l’Iran sta creando nell’area, ecco che ci sono quelli sullo sport, leva fondamentale di diplomazia e marketing che tutti gli Emirati hanno usato in questi anni. E che adesso potrebbe venire meno. Si pensi, per esempio, a cosa potrebbe accadere al Mondiale di calcio di Usa-Messico-Canada 2026, dove le nazionali di Iran, Qatar e Arabia Saudita risultano qualificate. O all’Eurolega di basket in cui gioca anche il club di Dubai. O ai tornei di volley organizzati nei Paesi del Golfo, così come per le gare di ciclismo, offshore oppure polo.
Gianni Infantino con Donald Trump nello Studio Ovale (foto Ansa).
È tutto un mondo di eventi sportivi gonfiati ad arte dai petrodollari, senza grosse reali passioni da parte del pubblico locale, e che all’improvviso potrebbe scomparire sotto i colpi di qualche drone targato Teheran.
Alfonso Signorini, che si era già autosospeso da Mediasetdopo il caso-Corona, ha deciso di lasciare Chi, settimanale di cui è stato prima direttore responsabile (dal 2006 al 2023) e poi direttore editoriale. Il giornalista, nel suo ultimo editoriale anticipato dall’Ansa, parla di una scelta condivisa col Gruppo Mondadori e che non è stata «minimamente influenzata» dalle accuse dell’ex re dei paparazzi.
Fabrizio Corona (Ansa).
«Nel 2023 ho cominciato a sentire che il lavoro, tutto quello per cui fino ad allora avevo vissuto, non era più prioritario», scrive Signorini nell’editoriale. «La pandemia aveva modificato le mie abitudini, la mia quotidianità era un pensiero sottile, che si era impadronito della mia anima, che rendeva i miei sorrisi, i miei entusiasmi sempre più faticosi e le mie giornate sempre meno colorate». E poi: «Sentivo di avere la forza per cominciare una nuova vita. Il confronto con Marina Berlusconi, che prima di essere il mio editore è un’amica fraterna, ha portato a trovare una soluzione meno ‘traumatica’: avrei lasciato la direzione di Chi nelle mani del mio storico braccio destro, Massimo Borgnis, per assumere la direzione editoriale».
Nell’editoriale Signorini ringrazia la già citata Marina Berlusconi: «So che non mi mancheranno le nostre telefonate o i nostri weekend, perché continueremo a farli, ma mi mancheranno la sua lungimiranza, il suo profondo buon senso, anche il suo pragmatismo nel lavoro, che la rendono tanto simile a suo padre. Un uomo unico». Quanto a Fabrizio Corona, Signorini scrive che «lo squallore si commenta da solo» e che, accanto a «un mondo meraviglioso da raccontare», esiste anche «uno squallido sottoscala fatto da chi vive ai margini, che si nutre di menzogne e di cattiverie, un sottoscala fatto anche da chi assiste a crimini e calunnie mostruose con un ghigno, una ironia, o peggio ancora con un silenzio che delinque quanto il crimine stesso».
Enrico Letta torna a Roma, presentandosi come decano “IE School of Politics, Economics & Global Affairs, Madrid”. Archiviata in fretta l’esperienza parigina di Sciences Po, rieccolo stavolta con panni spagnoleggianti per discutere all’Istituto Affari Internazionali presieduto da Michele Valensise, nel pomeriggio di lunedì 2 marzo, di “Savings and Investments Union: a che punto siamo?” con Pier Carlo Padoan, che viene indicato solamente come “vicepresidente Iai” omettendo la ben più vistosa e impegnativa carica di presidente UniCredit, e Simone Bemporad, “Group Chief Communications & Public Affairs Officer, Assicurazioni Generali”.
Enrico Letta (foto Imagoeconomica).
Quella volpe di Lupi col giubbetto Deloitte
Il moderatissimo Maurizio Lupi una ne pensa e cento ne fa: con l’ultima apparizione nei telegiornali della Rai ha messo in crisi il controllo anti-sponsor (che a Roma viene chiamato “anti-marchette”) sui personaggi che vanno in tivù con loghi sparsi secondo le esigenze, anche se nessuno sa di chi. Facendosi intervistare on the road, da vera volpe Lupi ha esibito un bel giubbetto che però aveva ben visibile la scritta Deloitte. Tutti si sono concentrati sull’abbigliamento, e qualcuno si è messo pure a scherzare dicendo «non abbiamo controllato se al polso aveva un Rolex»…
Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).
L’umiltà del poeta Rondoni
Ha un incarico sontuoso, il poeta Davide Rondoni: presidente del comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco di Assisi. Prossimamente, sul tema, una grande mostra su Giotto e il poverello di Assisi, in quel di Perugia. E Rondoni si presenta come la guida di un «comitato da me indegnamente presieduto». È più umile del santo patrono d’Italia.
«Motivi personali». È la formula con cui il ministro della Difesa Guido Crosetto ha inquadrato il viaggio negli Emirati Arabi Uniti che lo ha visto partire da Roma venerdì, restare bloccato a Dubainel pieno dell’escalation regionale e rientrare poi in Italia su un velivolo militare, lasciando la famiglia negli Emirati. Ma c’è un problema di fondo che precede ogni dettaglio tecnico: un ministro della Difesa non diventa un privato cittadino per auto-dichiarazione. Non in un’area geopoliticamente sensibile. Non in una settimana in cui la tensione regionale era documentata e mentre altri Paesi aggiornavano i propri avvisi di viaggio raccomandando spostamenti solo per motivi di estrema urgenza o necessità. A Palazzo Chigi, nelle ore di giovedì, si era comunque lavorato a scenari di sicurezza interna e protezione di obiettivi sensibili, come accade in ogni escalation regionale. Ma se davvero esistevano elementi così stringenti da far scattare pianificazioni rafforzate già tra giovedì e venerdì, com’è possibile che il ministro della Difesa fosse in volo ‘per motivi personali’ proprio in quelle ore?
Guido Crosetto (Imagoeconomica).
Gli alert e le segnalazioni sulla regione
Nei giorni precedenti alla partenza di Crosetto, risultavano NOTAM (acronimo che sta per Notice to Airmen, termine con cui si indicano gli avvisi utilizzati dai piloti velivoli per essere aggiornati sulla situazione in cui operano) e segnalazioni operative nella regione, tra restrizioni e attività particolari nello spazio aereo. Parallelamente, diverse ambasciate occidentali avevano invitato i propri cittadini a viaggiare nel Golfo solo se strettamente necessario. Di più: nel mercato assicurativo londinese esiste un termometro ufficiale di settore: la lista delle Listed Areas del Joint War Committee (Lloyd’s/London Market), che identifica zone a rischio aumentato per pericoli di guerra, terrorismo e affini. Quando un’area è listed, il rischio non è un dettaglio: diventa clausola, premio e obbligo di notifica agli underwriter. In parallelo, i P&I Club hanno iniziato a emettere notice of cancellation sulle estensioni war risk con preavvisi minimi (tipicamente 72 ore), segnale che per il settore la regione era già entrata in modalità ‘shock operativo’.
Esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).
Se i «motivi personali» erano così urgenti, andrebbero resi noti
In questo contesto, quali erano i «motivi personali» così urgenti da giustificare la partenza per di più di un ministro proprio in quel momento? Il termine «personale» è una categoria fumosa. Ma per chi guida la Difesa è anche scivolosa, perché può coprire tutto e il contrario di tutto. Se i motivi non erano così urgenti, la scelta di partire appare imprudente. Se invece lo erano, allora dovrebbero essere resi noti. Se perfino a livello politico-istituzionale emergono ricostruzioni secondo cui la presidente del Consiglio sarebbe rimasta sorpresa dall’assenza del ministro in Italia durante il vertice d’urgenza, la questione smette di essere cronaca di viaggio e diventa un problema di Stato. E se il ministro degli Esteri Antonio Tajani è arrivato a dire: «Io personalmente non lo sapevo» riferendosi alla presenza di Crosetto a Dubai, la gravità raddoppia, perché la catena di coordinamento tra Difesa e Farnesina, in una crisi internazionale, non può funzionare a posteriori. Raggiunto telefonicamente a Dubai da Repubblica, Crosetto dopo aver accennato a un «impegno istituzionale ad Abu Dhabi», ha dichiarato: «Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia della Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso». Virtuoso o meno, sicuramente inopportuno.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto con il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani durante l’audizione sulla situazione in Iran e Golfo Persico davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera (Ansa).
Un ministro non è mai solo un italiano in vacanza
Va poi sottolineato che Crosetto (come qualsiasi altro ministro o carica dello Stato) non è mai “un italiano in vacanza”. È il titolare della Difesa di uno dei principali Paesi NATO. Anche quando viaggia per ragioni personali, porta con sé un profilo di rischio nazionale: esposizione informativa, vulnerabilità, ricattabilità, necessità di canali protetti, prassi di coordinamento con sedi diplomatiche e servizi. Quindi nemmeno per “per motivi personali”, il viaggio può essere sottratto alle regole implicite ed esplicite della funzione ricoperta. Stando a quanto rivelato dal direttore di Domani, Emiliano Fittipaldi, Crosetto avrebbe mandato la famiglia a Dubai perché secondo l’entourage del ministro è il posto più sicuro al mondo. Visto che il ministro, ha spiegato Fittipaldi a In Onda, aveva ricevuto minacce ha preferito mandare i suoi cari a Dubai piuttosto che in un altro Paese europeo.
Le domande di Lettera43 al ministro Guido Crosetto
L’organizzazione del viaggio e la valutazione dei rischi
Quali erano i “motivi personali” in modo preciso e verificabile? Perché era necessario partire proprio in quella finestra temporale, verso gli Emirati e con un volo di linea? Esisteva un piano? Volo di ritorno, prenotazioni? Prima della partenza è stata fatta una valutazione di rischio? C’è stato un briefing sicurezza sui NOTAM e sugli alert regionali? È stata coinvolta l’intelligence o la Farnesina nella valutazione preventiva? Se le risposte sono dei no, allora c’è un problema. Se invece sono dei sì viene da pensare che il viaggio non fosse una semplice questione privata ma che magari comprendesse anche attività istituzionali. Delle quali, almeno stando alla reazione ufficiale di Meloni, il governo era all’oscuro.
L’acquisto dei biglietti e il costo del viaggio
Il denaro, in questi casi, non è curiosità morbosa: è prevenzione del conflitto d’interessi e del rischio di condizionamento. Chi e come è stato pagato il biglietto aereo del ministro? (Carta personale, carta di servizio, agenzia…). Chi ha pagato l’hotel Jumeirah Marsa al Arab dove risulta aver pernottato (dove il costo di una camera arriva a oltre 1200 euro a notte) e le spese in loco e con quali strumenti? Sono disponibili ricevute e documenti che dimostrino che non ci sono terzi pagatori né facilitazioni?
Ambasciata e Stato ospitante: era stato informato qualcuno?
L’ambasciata italiana negli Emirati ad Abu Dhabi e il consolato a Dubai erano stati informati dell’arrivo e della presenza del ministro? Sono state comunicate sede di soggiorno, contatti di emergenza ed eventuali misure di protezione? Lo Stato ospitante è stato informato in modo formale della presenza di un ministro della Repubblica italiana (e della Difesa)?
Fumo sullo skyline di Dubai (Ansa).
La conference call d’urgenza: la polemica sul device e la necessità di canali protetti
Il dibattito sul “telefono” (in molti hanno notato che nei videocollegamento con Palazzo Chigi appariva la scritta “iPhone di Guido”) è folclore. La domanda seria è un’altra: dove e come si è comunicato in una fase delicata, dall’estero, in un Paese terzo, mentre la regione viveva una crisi militare? Non è un dettaglio: quando parla la Difesa, non parla un cittadino. Parla lo Stato.
Giorgia Meloni in riunione a Palazzo Chigi con Guido Crosetto in videocollegamento (Ansa).
Da dove si è collegato il ministro? (Hotel, residenza privata, sede diplomatica). Quali canali tecnici sono stati utilizzati? Rete mobile locale, Wi-Fi, VPN istituzionale, sistemi cifrati, satcom. Esistono log e attestazioni tecniche (anche sintetiche senza dettagli operativi) che dimostrino l’uso di canali adeguati? Perché non effettuare il collegamento da una sede protetta (ad esempio il consolato), se la riunione aveva natura d’urgenza?
Il valico omanita: documenti, status, procedura
Il passaggio utilizzato da Crosetto per raggiungere l‘Oman e l’aeroporto di Muscat è il punto che, più di ogni altro, può chiarire se davvero si trattasse di viaggio “privato” o se si sia invece operato con strumenti e corsie ministeriali. Se il viaggio era realmente “personale”, allora il ministro dovrebbe essere entrato negli Emirati Arabi Uniti con passaporto ordinario. Ma se ha utilizzato un passaporto di servizio o diplomatico, allora l’ingresso è avvenuto in qualità titolare di una funzione pubblica, con conseguente attivazione di procedure e status. Non si possono tenere insieme le due cose: non si può dire «ero lì come privato» e allo stesso tempo operare con strumenti e prerogative da carica istituzionale. Dunque: Con quale documento è entrato negli Emirati? Con quale documento è uscito? Con quale documento ha attraversato il valico omanita? È stato accompagnato da personale d’ambasciata o da autorità locali?
Guido Crosetto (Imagoeconomica).
Gli eventuali incontri durante il soggiorno
Il ministro Crosetto durante la sua seppur breve permanenza negli Emirati, ha incontrato rappresentanti di istituzioni finanziarie, banche, private banker, fondi o advisory? Ha incontrato soggetti collegabili, direttamente o indirettamente, al perimetro della Difesa? (Industria, intermediari, consulenti…) Ha svolto incontri anche ad Abu Dhabi e, se sì, con chi e per quale ragione?
La questione “tariffa ospite” e il costo reale dell’operazione
Parlando del volo di rientro in Italia, Crosetto ha sostenuto di aver bonificato «il triplo» della tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato. La polemica si è incollata ai numeri (1.500, 5.000 euro) e alla retorica del «pago io».
1304z Gulfstream #IAM1490 Aeronautica Italiana , partito stamani dalla base di Pratica di Mare, è in volo con prua verso gli Emirati. Probabile missione di esfiltrazione per un ministro della difesa di un paese del G7 rimasto bloccato a Dubai.#Iranpic.twitter.com/nH7v5fIFQR
Ma la domanda che conta davvero è un’altra: qual è il costo reale di mobilitare un jet istituzionale su una missione dedicata?Il 31° Stormo – che gestisce il trasporto di Stato – ha in linea i Gulfstream VC-650A (G650ER). E per circa 13 ore complessive (andata-ritorno su una tratta come Muscat–Italia e rientro del velivolo), il costo operativo reale di un long-range business jet, a valori di mercato, non è né 1.500 né 5.000, na va tra i 95 mila e i 130 mila euro, a seconda di criteri di calcolo (ore di volo, equipaggio, pianificazione, supporto, stand-by, autorizzazioni, sicurezza). Resta un passaggio da spiegare: la tariffa ospitenon è il costo della missione. E il bonifico “triplo” può essere un gesto politico, ma non risponde alla domanda sul costo reale dell’operazione.
Sto rientrando in italia continuando a gestire da ieri la situazione delicata con tutti gli strumenti tecnici necessari per farlo anche all’estero. Rientrerò come ovvio da solo, per evitare l’esposizione ad ulteriori pericoli ad altri che viaggiando con me in condizioni attuali…
La polemica serve a poco: occorrono risposte verificabili
Al ministro non si sta chiedendo nulla di straordinario. Si sta chiedendo la chiarezza che dovrebbe valere sempre, a maggior ragione per un ministro della Difesa che si muove in un contesto di crisi: le motivazioni precise del viaggio; la tracciabilità delle spese; l’eventuale coordinamento con l’ambasciata o il consolato, l’uso di canali protetti e verificabili, l’elenco degli incontri, il costo reale dell’operazione. E soprattutto una cosa: se il viaggio era “personale”, allora non può essere coperto da una nebbia di eccezioni, allusioni e risposte “a sentimento”. Perché se era così personale da non essere noto – a sentire alcune dichiarazioni – nemmeno ai vertici del coordinamento politico e diplomatico, allora il problema non è la polemica: è il metodo. Perché in gioco c’è la credibilità delle istituzioni. E la credibilità, in una fase di guerre e crisi, si regge su una cosa sola: risposte verificabili.
Simone Venturini è stato ufficialmente designato come candidato sindaco di Venezia per il centrodestra alle elezioni comunali in programma il 24 e 25 maggio 2026. La scelta è stata ratificata dal tavolo della coalizione che attualmente esprime la maggioranza nell’amministrazione cittadina. «Nasco in terraferma, sono cresciuto in terraferma e oggi vivo in centro storico, quindi conosco entrambe le anime di una città splendida con cui ho vissuto tutte le stagioni e le difficoltà, come il Covid e l’acqua alta, ma anche tantissimi momenti belli», ha detto Venturini all’Agi confermando l’investitura.
Simone Venturini (Instagram).
Sciolto il nodo nel centrodestra
Come successo anche alle Regionali del 2025, la candidatura di Venturini è arrivata più tardi rispetto a quella del centrosinistra, che aveva già annunciato Andrea Martella, segretario regionale del Partito Democratico. Questo perché mancava l’intesa tra Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati: decisivo l’intervento di Matteo Salvini, che ha smorzato il braccio di ferro tra Sebastiano Costalonga (assessore al Commercio e alle Attività Produttive) e Sergio Vallotto (segretario metropolitano e vicesindaco), spiegando ce la scelta era stata fatta. Proprio Costalonga il primo marzo ha postato su Facebook una foto con Venturini, Michele Zuin (FI), Raffaele Speranzon (FdI) e Andrea Tomaello (Lega), assicurando che «il centrodestra è compatto più che mai».
Chi è Simone Venturini
Classe 1987, Venturini è nato e cresciuto a Marghera. Impegnato da sempre nell’associazionismo cattolico, nello scoutismo e nel volontariato, si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova, con una tesi sul federalismo demaniale. Nel 2010, stato eletto (più giovane dei sempre nella storia cittadina) consigliere comunale nelle liste dell’Udc. Nel 2015, candidato come capolista nella lista civica dell’attuale sindaco Luigi Brugnaro, Venturini è risultato il consigliere comunale più votato. Scelto come assessore alla Coesione sociale e politiche sociali nel primo mandato, dopo la rielezione nel 2020 ha anche assunto le deleghe al Turismo, alle Politiche della residenza, allo Sviluppo economico e al Lavoro. Nel corso della sua carriera Venturini ha anche ricoperto ruoli di rilievo a livello regionale, come rappresentante del Comune nella Conferenza dei Sindaci dell’ULSS Serenissima e nella Cabina di Regia per l’attuazione del Piano Nazionale Antitratta.
In un video choc ripreso durante il Carnevale popolare di Reggio Emilia di sabato 28 febbraio 2026, un ragazzo vestito da boia, con un’ascia di cartone in mano, si prodiga nel tagliare la testa (di carta) di Giorgia Meloni davanti a una riproduzione della ghigliottina. È l’ultima trovata degli haters della premier, il cui partito denuncia lo «spettacolo degradante» e la «violenza simbolica», segno di «un vuoto politico e culturale che provano a riempire con l’odio». Non è stata solo Meloni a finire nel mirino. Lo stesso trattamento sarebbe stato riservato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, all’omologo ungherese Viktor Orban, al presidente americano Donald Trump e a quello russo Vladimir Putin. «Collezionali tutti», c’è scritto in un cartello verde posto sotto il patibolo accanto a una “ruota della fortuna” con scritti i nomi da decapitare.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha chiarito la sua posizione dopo lo scontro politico generatosi sulla sua presenza a Dubai nel bel mezzo del conflitto e sul ritorno in Italia a bordo di un aereo militare. «Sono venuto perché le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale accelerazione», ha spiegato in un’intervista a Repubblica. «Quando ho capito che — a differenza di altre volte — ci sarebbe potuto essere anche un attacco agli Emirati Arabi Uniti, ho deciso di portare a casa la mia famiglia. Dovevamo partire sabato mattina (e quindi saremmo arrivati tranquillamente), ma per un mio impegno istituzionale ad Abu Dhabi abbiamo preso il volo del pomeriggio. Il fatto di trovarsi bloccato non è una cosa su cui fare polemica soprattutto perché la reazione che ha colpito Dubai non era stata ipotizzata da nessuno come conseguenza immediata».
«Opposizione non preoccupata dei miei rischi personali ma solo delle polemiche»
Sul fatto di trovarsi negli Emirati senza scorta e senza che servizi e governo fossero informati, cosa che avrebbe potuto esporlo a rischi, ha risposto: «Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso. Per il resto non penso che l’opposizione sia preoccupata dei miei rischi personali, ma solo delle polemiche e infatti chiede dimissioni. Per cosa? Perché l’Iran ha attaccato Dubai? Sono preoccupati della mia salute, ma poi fanno polemiche inventate. Non meritano la fatica che ho dedicato al servizio della nazione in questi anni».
Intervistato dal Telegraph, Donald Trump si è detto «molto deluso» da Keir Starmer che – ha spiegato – «ci ha messo troppo» a concedere agli Stati Uniti l’uso della base dell’isola Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, per portare a termine attacchi mirati contro l’Iran. Ecco la storia di questo atollo, che fa parte delle Isole Chagos, e perché è così importante.
Donald Trump (Ansa).
L’importanza strategica dell’arcipelago delle Chagos
L’isola Diego Garcia fa parte delle Isole Chagos, arcipelago situato nell’Oceano Indiano a sud delle Maldive e a nord-est rispetto alle Mauritius, che costituisce un territorio d’oltremare britannico. L’atollo, che ospita una delle più importanti basi militari interforze Usa-Regno Unito, si trova fuori dalla portata dei missili balistici iraniani, ma entro il raggio operativo dei bombardieri statunitensi: ciò lo rende strategicamente cruciale per il controllo dell’Oceano Indiano occidentale e di buona parte dell’Asia centro-meridionale e dell’Africa Orientale. Non a caso la base è stata il punto di partenza e supporto per attacchi aerei durante la prima guerra del Golfo (1991), la guerra in Afghanistan e la guerra in Iraq del 2003.
L’accordo Regno Unito-Stati Uniti siglato nel 1966
Scoperte dai portoghesi nel XVI secolo e colonizzate in seguito dai francesi, le Isole Chagos appartengono al Regno Unito dal 1814. Dall’indipendenza delle Mauritius, avvenuta a metà degli Anni 60, l’arcipelago è Territorio Britannico dell’Oceano Indiano. Nel 1966 il Regno Unito cedette il controllo di parte dell’atollo Diego Garcia agli Stati Uniti, per usi militari: l’accordo, inizialmente valido fino al 2016, è stato poi prorogato al 2036. La costruzione della base militare da parte di Washington costrinse gli abitanti a trasferirsi a Mauritius o alle Seychelles e ciò causò, all’epoca, una controversia internazionale. Mauritius, tra l’altro, da sempre rivendicato le Isole Chagos come parte del suo territorio
Keir Starmer (Ansa).
L’intesa del 2025 prima accettata e poi criticata da Trump
Nel 2019 la Corte internazionale di giustizia definì l’occupazione britannica delle Chagos un atto illecito, che impedisce la completa decolonizzazione di Mauritius, invitando il Regno Unito a restituire l’arcipelago. A maggio 2025 l’accordo tra i due Paesi, anzi tre: a Mauritius la titolarità formale del territorio e il diritto di esporre la propria bandiera, a Regno Unito e Stati Uniti il controllo operativo e tattico totale su Diego Garcia per i prossimi 99 anni. Prima del suo insediamento alla Casa Bianca, Trump aveva dichiarato di sostenere l’accordo. Poi però ha cambiato idea, definendolo su Truth una «decisione di grande stupidità». Per quanto riguarda gli ultimi avvenimenti, Starmer citando il diritto internazionale aveva negato agli Usa il permesso di condurre attacchi da Diego Garcia. Poi il ripensamento: il sì del premier britannico, però, è arrivato solo per attacchi difensivi limitati contro missili iraniani immagazzinati nei depositi o pronti al lancio.
Martin Brandenburger è il nuovo ceo di Lidl Italia. L’ha annunciato la società in una nota contestualmente ad altre nomine. In dettaglio, l’attuale cpo (chief people officer) Sebastiano Sacilotto diventa coo (chief operations officer), ruolo precedentemente ricoperto da Roberto Eretta che, in un’ottica di sviluppo professionale, andrà a svolgere la stessa funzione presso Lidl Gran Bretagna. L’incarico di cpo passa dunque a Marco Monego, che ricopriva la stessa carica in Lidl Germania. Infine, Maria Lovecchio è stata nominata cmo (chief merchandising officer).
A Brandenburger il compito di imprimere una forte accelerazione allo sviluppo dell’insegna
«Assumo la guida di Lidl Italia con grande determinazione e sguardo rivolto al futuro», ha dichiarato Brandenburger. «Questa azienda ha costruito una storia straordinaria, ma il nostro obiettivo oggi è scrivere un nuovo capitolo, ancora più ambizioso. Non ci limiteremo a gestire il presente, vogliamo accelerare il nostro percorso di innovazione per definire i nuovi standard della distribuzione in Italia. La nostra sfida sarà quella di evolvere il modello di business ponendo al centro le persone, la sostenibilità e la valorizzazione del Made in Italy, che porteremo con ancora più forza sui mercati internazionali». E ancora: «Insieme a una squadra di oltre 23 mila collaboratori, siamo pronti a cogliere le nuove opportunità del mercato con coraggio e visione strategica». Nel suo nuovo ruolo, Brandenburger avrà il compito di imprimere una forte accelerazione al percorso di sviluppo dell’insegna, che ha da poco festeggiato il traguardo degli 800 punti vendita, rafforzando il posizionamento di Lidl come motore innovativo per l’economia del Paese e per l’export del Made in Italy. Il manager è in Lidl da 18 anni, ha ricoperto diverse posizioni strategiche in vari Paesi europei e per quattro anni è stato ceo di Lidl Grecia e Lidl Cipro.