Bruxelles, proteste degli agricoltori contro l’accordo Mercosur-Ue

Momenti di tensione a Bruxelles durante la manifestazione degli agricoltori a Place du Luxembourg, di fronte al Parlamento europeo. La protesta, animata da centinaia di trattori, è degenerata quando la polizia è intervenuta prima con gli idranti e poi avanzando con il lancio di fumogeni per respingere i manifestanti. Dalla piazza sono stati scagliati contro le forze dell’ordine ortaggi, oltre a pietre, bottiglie e petardi, mentre davanti agli edifici dell’Eurocamera è stato anche scaricato del letame. Le vetrate della Stazione Europa, che si affaccia sull’area, hanno riportato danni. Gli scontri sono durati alcuni minuti, al termine dei quali la polizia si è attestata lungo la recinzione di filo spinato installata per impedire l’accesso al Parlamento europeo.

Bruxelles, proteste degli agricoltori contro l’accordo Mercosur-Ue
Proteste a Bruxelles (Ansa).

La mobilitazione è legata alla protesta contro l’accordo Mercosur, mentre il quartiere è stato preso d’assalto fin dalle prime ore del mattino, come già accaduto il giorno precedente a Strasburgo. Secondo i dati forniti dalla polizia, nell’area si contano circa 7.300 manifestanti e 1.000 trattori. Una delegazione degli agricoltori ha incontrato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Antonio Costa.

Macron: «Questo accordo non può essere firmato»

Sul tema è intervenuto anche il presidente francese Emmanuel Macron, arrivando al vertice Ue, ribadendo la contrarietà di Parigi: «il conto non torna» e «questo accordo non può essere firmato». Macron ha parlato della «coerenza di un’Europa che protegge la sua agricoltura e i suoi produttori», aggiungendo: «Siamo per il commercio, la Francia è una grande potenza agricola e agroalimentare che esporta», ma «non possiamo accettare di sacrificare la coerenza della nostra agricoltura, la nostra alimentazione e la sicurezza alimentare dei nostri compatrioti su accordi che non sono ancora finalizzati». Da qui la richiesta di «una clausola di salvaguardia, un freno d’emergenza» e «misure di reciprocità».

La Bce lascia i tassi invariati

Come da attese, la Banca Centrale Europea ha deciso di lasciare invariati i tassi. Resta al 2 per cento quello sui depositi, mentre quello sui rifinanziamenti principali rimane al 2,15 per cento. Fermo al 2,4 per cento il tasso sui prestiti marginali. Per la quarta volta consecutiva da giugno Francoforte decide di non apportare modifiche, dopo aver ridotto i tassi di due punti percentuali con otto tagli in un anno. Contemporaneamente la Bce ha rivisto al rialzo la stima della crescita economica nel 2025, che dovrebbe essere più sostenuta di quanto previsto: +1,4 per cento. Previsto un +1,2 nel 2026 e un +1,4 nel 2027, livello sul quale dovrebbe mantenersi nel 2028. Secondo i dati della Bce, poi, nel 2025 l’inflazione complessiva nei paesi dell’Eurozona è stata in media del 2,1 per cento: vicino l’obiettivo del 2 per cento.

La Bce lascia i tassi invariati
Christine Lagarde, presidente della Bce (Imagoeconomica).

Visita a sorpresa di Leone XIV in Senato

Papa Leone XIV è arrivato a sorpresa a Palazzo Madama, dove ha in programma una serie di incontri, a partire da quello con Ignazio la Russa, presidente del Senato. Il pontefice visiterà inoltre la mostra sulla Bibbia di Borso d’Este, esposta nella Sala Capitolare di Palazzo della Minerva (che dal 2003 ospita la biblioteca del Senato). Il manoscritto, realizzato tra il 1455 e il 1461 dal calligrafo Pietro Paolo Marone e dai miniatori Taddeo Crivelli e Franco dei Russi, è considerato uno dei capolavori dell’arte rinascimentale italiana. In esposizione dal 14 novembre 2025 al 16 gennaio 2026 a Palazzo della Minerva, solitamente è conservata nella Biblioteca Estense Universitaria di Modena.

Delitto di Garlasco, ultimo atto dell’incidente probatorio: Stasi a sorpresa in aula

Alberto Stasi si è presentato a sorpresa al tribunale di Pavia, dove si è tenuta l’ultima udienza dell’incidente probatorio nell’inchiesta su Andrea Sempio per il delitto di Garlasco. Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere come unico autore del delitto della fidanzata Chiara Poggi, è entrato accompagnato dai suoi legali, senza rispondere alle domande dei cronisti: non può rilasciare dichiarazioni in quanto in semilibertà. «Voleva esserci perché lo riguarda e il Tribunale della Sorveglianza lo ha concesso», ha spiegato uno dei suoi legali, Antonio De Rensis. All’ora di pranzo si è conclusa la discussione sulla parte della perizia che riguarda il dna trovato sulle unghie di Chiara Poggi, firmata dalla genetista Denise Albani. Ora si andrà avanti con l’esame delle analisi dattiloscopiche. La Procura di Pavia sta indagando su Sempio (che oggi non era presente) per omicidio in concorso (con Stasi o ignoti). Francesco Compagna, avvocato dei Poggi, in una pausa dell’incidente probatorio, ha detto che «la famiglia di Chiara non ne può più di questa attenzione morbosa in cui ciascuno in qualche modo strumentalizza una vicenda processuale per sostenere le proprie tesi».

Tre militari russi hanno violato il confine dell’Estonia

Tre guardie di frontiera russe hanno varcato senza autorizzazione il confine dell’Estonia, entrando per alcuni minuti nel territorio di un Paese Ue e Nato. Lo riferisce Bild, citando il ministero degli Esteri di Tallin, che ha diffuso un video di sorveglianza dell’incidente avvenuto mercoledì mattina sul fiume Narva, vicino al villaggio di Vasknarva. Secondo la ricostruzione, gli agenti sarebbero arrivati con un mezzo anfibio su cuscino d’aria, avrebbero percorso a piedi un frangiflutti oltre la linea di controllo e, dopo circa 20 minuti, sarebbero tornati indietro verso il proprio veicolo rientrando in Russia. Mosca non ha inviato alcuna notifica preventiva, violando un accordo di frontiera in vigore da anni. La fonte open source Geolnsider ha confermato tempistiche e modalità, mentre sono da chiarire i motivi della violazione. Il ministro dell’Interno estone Igor Taro sostiene che non vi sia stata «alcuna minaccia diretta alla sicurezza», ma le forze di polizia sul confine sono comunque state rafforzate immediatamente. Tallinn ha inoltre convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata russa.

L’episodio avviene in una fase in cui, secondo i servizi di intelligence europei, Mosca starebbe valutando azioni ibride sui confini baltici. A giugno, il capo dell’intelligence tedesca Bruno Kahl aveva avvertito che il Cremlino potrebbe «mettere alla prova la tenuta dell’alleanza Nato» inviando poche decine di uomini in uniforme anonima – i cosiddetti “little green men“, soldati senza mostrine né simboli – lungo la frontiera estone. L’obiettivo, spiegava Kahl, non sarebbe un’avanzata di carri armati verso occidente, ma operazioni mirate a verificare se gli Stati Uniti e gli alleati risponderebbero davvero a un incidente di confine ai sensi dell’articolo 5 del Trattato Atlantico. Secondo l’intervista citata da Reuters, il capo del servizio segreto federale riteneva che Mosca potesse orchestrare provocazioni «al di sotto della soglia del conflitto aperto», invocando la protezione di presunte minoranze russofone, come accadde in Crimea nel 2014 quando le truppe senza insegne occuparono edifici e infrastrutture mentre il Cremlino negava qualsiasi coinvolgimento.

Fuga di firme da Limes, Caracciolo respinge l’accusa di filoputinismo

Il direttore di Limes Lucio Caracciolo respinge l’idea che la rivista abbia assunto una linea filorussa e replica con fermezza alle dimissioni di quattro firme dal Consiglio scientifico, dopo giorni di accuse pubbliche. «La guerra non può essere un alibi per rinunciare a comprendere il punto di vista di tutte le parti in causa. Questo è il nostro modo di lavorare, senza illusioni perché sappiamo che in guerra la verità è sempre accompagnata da una scorta di bugie», spiega il direttore al Corriere della Sera. I quattro che hanno lasciato la rivista sono Vincenzo Camporini, ex generale e capo di Stato maggiore della Difesa, il professore della John Cabot University Federigo Argentieri, l’analista Franz Gustincich e l’economista Giorgio Arfaras.

Le accuse mosse a Limes

Camporini ha motivato l’addio a Limes così: «Non potevo restare un minuto di più accanto a tutti quei filoputiniani sfegatati», accusando Caracciolo di essere «troppo filorusso e antieuropeista» e sostenendo che «riguardo all’Europa la pensa ormai come Donald Trump». L’accusa più concreta riguarda le mappe pubblicate dopo l’annessione della Crimea, rappresentata come Russia. Per Argentieri, la copertura della guerra in Ucraina sarebbe «una nube tossica che avvelena il pubblico» e il direttore, in quanto fonte autorevole, contribuirebbe «alla disinformazione».

Caracciolo: «Compito dell’informazione non è di militare»

Caracciolo respinge le accuse sulle mappe: «Dobbiamo fare un buon servizio al lettore. Chiunque va a Sebastopoli si accorge che si trova in Russia e non in Ucraina. Le nostre cartine indicano la realtà com’è, non come dovrebbe essere». Rivendica il pluralismo («compito dell’informazione non è di militare ma di offrire al lettore tutti gli strumenti utili a capire ciò che accade») e ammette un errore: alla vigilia del 24 febbraio 2022 aveva escluso un’invasione russa. «È vero ho sbagliato, mi succede. E resto convinto che la Russia abbia fatto una follia».

Il caso accende anche la politica

Il caso è diventato anche terreno di scontro tra Pd e M5s sulle posizioni opposte rispetto alla guerra in Ucraina. La deputata del M5s Chiara Appendino ha scritto su X che «Lucio Caracciolo è sotto attacco perché la sua rivista fa quello che il giornalismo dovrebbe sempre fare: dare spazio a tutte le voci e guardare le cose come stanno, non come la propaganda vorrebbe che fossero». Per Appendino «il mainstream taccia di “tradimento” o bolla come “filorusso” chiunque osi uscire dal coro». Collega poi questo clima alla «vergognosa censura» di eventi culturali a Torino e rifiuta «la narrazione della guerra necessaria» e «un’economia di guerra che divora il nostro futuro». Sul fronte opposto, la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno (Pd), che ha replicato al post dell’ex sindaca di Torino così: «Semplicemente, molti autorevoli analisti hanno giustamente preso le distanze da una narrazione tossica e smaccatamente filo putiniana». Picierno definisce «tutto, tranne che giornalismo» la pubblicazione di propagandisti di «un regime criminale».

Convocati in Parlamento i vertici del gruppo Gedi e i cdr

Il Parlamento ha chiesto un approfondimento sulla situazione del Gruppo Gedi, alla luce della possibile cessione da parte di Exor al gruppo greco Antenna, controllato da Theodore Kyriacou. In Aula alla Camera, il presidente della commissione Editoria Federico Mollicone (FdI) ha annunciato l’iniziativa rispondendo alle sollecitazioni delle opposizioni: «Il Parlamento, con il sottoscritto come presidente della commissione editoria, ha convocato sia il gruppo Gedi sia il comitato di redazione». Nei giorni scorsi, sul tema, si era già svolto un incontro a Palazzo Chigi tra il sottosegretario all’Informazione e all’Editoria, Alberto Barachini, il management di Gedi e i cdr delle testate.

LEGGI ANCHE: Gedi, l’ombra di Caltagirone dietro Del Vecchio jr?

Convocati in Parlamento i vertici del gruppo Gedi e i cdr
Federico Mollicone (Imagoeconomica).

Mollicone: «Se non piace il possibile acquirente decide il mercato»

Nel suo intervento, Mollicone ha rivendicato il ruolo delle istituzioni nel garantire tutele e pluralismo, replicando alle critiche sollevate in Parlamento. «Governo e Parlamento sono intervenuti immediatamente per la tutela occupazionale e la libertà di espressione. Se, invece, il problema è che non piace il possibile acquirente, su questo interviene il mercato. Mercato che, con gli scorsi governi di centrosinistra, ha visto tutti silenti quando lo stesso proprietario ha venduto Stellantis. Invito i colleghi a difendere i livelli occupazionali sempre».

Torino, sgomberato il centro sociale Askatasuna

A pochi mesi dallo sgombero del Leoncavallo, il centro sociale Askatasuna di Torino ha subito la stessa sorte all’alba del 18 dicembre, al termine di un’operazione condotta dalla Digos con il supporto dei reparti mobili. L’intervento ha riguardato lo stabile di corso Regina Margherita 47, occupato dal 1996 e noto come uno degli ultimi simboli dell’area dell’Autonomia. Durante le attività di polizia, scattate nell’ambito di un’inchiesta sugli assalti avvenuti contro la sede della Stampa, le Ogr e l’azienda Leonardo nel corso di manifestazioni pro-Palestina, all’interno dell’edificio sono stati individuati sei attivisti, trovati al terzo piano nelle prime ore del mattino.

Torino, sgomberato il centro sociale Askatasuna
Perquisizioni della polizia al centro sociale Askatasuna (Ansa).

Il sindaco Lo Russo: «Cessato il patto di collaborazione»

Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo ha spiegato che «l’autorità di pubblica sicurezza sta svolgendo questa mattina attività presso l’immobile di corso Regina Margherita 47» e che la Prefettura ha comunicato alla Città «l’accertamento della violazione delle prescrizioni relative all’interdizione all’accesso ai locali di corso Regina Margherita 47». La presenza di persone in aree dichiarate inagibili ha fatto venir meno le condizioni del patto di collaborazione siglato con un comitato di garanti per un progetto sui beni comuni. «Tale situazione configura un mancato rispetto delle condizioni del patto di collaborazione che pertanto è cessato, come comunicato ai proponenti», ha aggiunto il primo cittadino. L’accordo, rinnovato dalla Giunta il 18 marzo, prevedeva attività limitate al piano terra, mentre gli altri livelli erano interdetti per ragioni di sicurezza.

Bignami: «Con Meloni lo Stato torna a fare lo Stato»

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha scritto su X: «Sgomberato il centro sociale Askatasuna di Torino. Dallo Stato un segnale chiaro: non ci deve essere spazio per la violenza nel nostro Paese». Netta presa di posizione da parte del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, secondo cui «l’intervento di questa mattina da parte delle forze dell’ordine nello stabile abusivamente occupato da Askatasuna, non per un mero controllo ma per liberare la struttura da una violenta e inaccettabile occupazione, è la conferma che con il governo Meloni e Fratelli d’Italia la sicurezza è una priorità». Bignami ha poi aggiunto: «É finita la stagione dell’accondiscendenza e degli ammiccamenti ai violenti, con noi lo Stato è tornato a fare lo Stato. La legalità è di nuovo un valore da rispettare».

È morto Peter Arnett, premio Pulitzer per i reportage dal Vietnam

Peter Arnett, icona del giornalismo americano nonché uno dei più noti reporter di guerra della storia, è morto all’età di 91 anni. Lo riporta Associated Press, agenzia di stampa cui è stato a lungo legato, spiegando che il decesso è dovuto per un tumore alla prostata. Figura centrale nel raccontare tutti i maggiori conflitti della seconda metà del XX secolo, vinse il premio Pulitzer nel 1966 per il suo lavoro al fronte in Vietnam, dove rimase fino alla caduta di Saigon nelle mani dei ribelli nel 1975. Con stile diretto, è poi divenuto volto noto della Cnn per cui ha seguito la Guerra del Golfo e diverse guerre in Asia e in America Latina.

Peter Arnett, dallo scoop in Laos alla guerra del Vietnam

Originario di Riverton, in Nuova Zelanda, dove era nato il 13 novembre 1934, Peter Arnett lasciò la scuola a soli 17 anni per lavorare presso un quotidiano locale. Il primo scoop a circa 25 anni, quando nel 1960 raccontò un colpo di Stato in Laos. Quando i carri armati bloccarono l’ufficio del telegrafo a Vientiane, nuotò nel fiume Mekong fino alla Thailandia per trovare una linea aperta con cui dare la notizia all’Associated Press. «Avevo la storia battuta a macchina, il passaporto e 20 banconote da 10 dollari stretti tra i denti», avrebbe raccontato più tardi. «Mi credevano pazzo, ma per me aveva senso: dovevo far uscire la notizia il più in fretta possibile». Fu tuttavia durante la guerra del Vietnam che dimostrò ancor di più il suo valore.

Nel 1968, a Ben Tre, riportò la celebre frase di un maggiore americano poi divenuta simbolo del conflitto e delle sue contraddizioni: «Si è reso necessario distruggere la città per salvarla». Mentre a Washington si parlava di trionfi, dal fronte lui raccontava una realtà ben diversa, fatta di sconfitte e rovesciamenti, anticipando il fallimento della strategia statunitense. Nel 1975, mentre Saigon cadeva in mano ai ribelli nordvietnamiti, rimase per raccontare il panico nelle strade. Nei giorni che portarono a quella fine, ricevette l’ordine dalla sede di New York dell’AP di distruggere i documenti dell’ufficio, poiché la copertura della guerra stava per finire. Preferì spedirli al suo appartamento di New York, convinto che un giorno avrebbero avuto un valore storico: ora sono custoditi negli archivi dell’agenzia.

Il passaggio alla Cnn e l’intervista a Osama bin Laden

Peter Arnett rimase in Associated Press fino al 1981, quando si unì alla neonata Cnn, allora giovane emittente all news, per cui seguì conflitti in Medio Oriente, America Latina e Africa. Fino alla Guerra del Golfo, che lo rese una figura globale. Bloccato a Baghdad nel 1991, divenne voce e occhi non solo degli Usa, ma del mondo occidentale sotto i bombardamenti con aggiornamenti quotidiani in diretta dall’hotel Al Rashid. Celebrato e premiato, fu anche criticato da molti politici americani che diverse volte lo accusarono di essere il megafono di Saddam Hussein, che riuscì a intervistare.

Nel 1997 filmò anche un’intervista a Osama bin Laden, che già quattro anni prima dell’11 settembre minacciò apertamente una jihad contro gli Stati Uniti. Nel 2003, la carriera subì un colpo definitivo: accettò di parlare alla tv irachena durante l’invasione americana, lodando la resistenza di Baghdad, venendo licenziato. Dal punto di vista personale, Peter Arnett sposò Nina Nguyen, da cui ha avuto due figli. Ritiratosi nel 2007, ha insegnato giornalismo in Cina e pubblicato due libri di memorie.

Campari, ceduti amaro Averna e mirto Zedda Piras

Campari Group ha raggiunto un accordo per la cessione di amaro Averna e del mirto Zedda Piras a Illva Saronno Holding, gruppo che controlla marchi storici come Disaronno e le etichette siciliane Florio e Duca di Salaparuta. Il valore complessivo dell’operazione ammonta a 100 milioni di euro, mentre il perfezionamento è atteso entro la prima metà del 2026. L’operazione si inserisce nel percorso di revisione del portafoglio avviato dal gruppo di Davide Campari-Milano, con l’obiettivo di focalizzarsi su un numero più limitato di marchi considerati strategici e, allo stesso tempo, proseguire nella riduzione dell’indebitamento.

Campari, ceduti amaro Averna e mirto Zedda Piras
Campari (Imagoeconomica).

Dal punto di vista operativo, la transazione prevede la costituzione di una nuova società nella quale confluiranno le attività legate ad Averna e Zedda Piras. Il perimetro comprende, tra l’altro, i diritti di proprietà intellettuale, le scorte di prodotto finito, una parte del personale, gli impianti produttivi di Caltanissetta per Averna e di Alghero per Zedda Piras, oltre all’avviamento, a specifici contratti e ad altre attività connesse. Nell’operazione, Campari Group è stata assistita da Mediobanca come advisor finanziario.

Simon Hunt (ceo Campari): «Operazione fondamentale nella nostra strategia di razionalizzazione del portafoglio»

Commentando l’intesa, l’amministratore delegato di Campari Group, Simon Hunt, ha dichiarato: «La cessione di Averna e Zedda Piras segna un ulteriore passo fondamentale nella nostra strategia di razionalizzazione del portafoglio, con l’obiettivo di concentrarci su un minor numero di iniziative, ma di maggiore impatto strategico, mentre continuiamo a favorire la riduzione della leva finanziaria, come evidenziato nel Capital Markets Day. Siamo entusiasti di firmare questo accordo con Illva Saronno Holding, realtà di riferimento nel settore delle bevande alcoliche e partner ideale per sostenere lo sviluppo futuro di questi brand, grazie alla consolidata esperienza e profondo legame con brand e prodotti siciliani».

Il primo discorso di Trump alla nazione dopo un anno di mandato

Donald Trump ha utilizzato il suo primo discorso televisivo di questo mandato per rilanciare la propria agenda economica e contrastare i sondaggi in calo, parlando da un set natalizio allestito alla Diplomatic Reception Room. «Undici mesi fa, ho ereditato un disastro e lo sto risolvendo», ha detto aprendo l’intervento. «Un anno fa, il nostro Paese era morto. Eravamo assolutamente morti. Ora siamo il Paese di maggior richiamo al mondo».

Trump rivendica progressi economici, ma i dati su lavoro e costo della vita lo smentiscono

Gran parte del discorso è stata dedicata all’economia. Trump ha elogiato la politica dei dazi: «Sono la mia parola preferita», sostenendo che abbiano già prodotto effetti «che nessuno poteva credere». Rispondendo alle preoccupazioni sul costo della vita, con l’inflazione che resta al 3 per cento, ha detto: «Non è ancora finita. Ma stiamo facendo progressi incredibili». Ha affermato che il tacchino del Ringraziamento è diminuito del 33 per cento e le uova dell’82 per cento da marzo, ma in realtà il tacchino è aumentato del 40 per cento e le uova sono scese del 43 per cento. In aumento sono anche il caffè e la carne. Guardando ai dati sul lavoro, la disoccupazione è al 4,6 per cento: il tasso più alto dal 2021, quando Biden entrò in carica e le economie si stavano riprendendo dal Covid. Sul rincaro delle assicurazioni sanitarie, che scatterà dal 1 gennaio a causa dello stallo al Congresso tra democratici e repubblicani sull’Obamacare, ha detto: «Gli unici a perderci saranno le compagnie di assicurazione che si sono arricchite e il partito democratico». Il presidente ha poi annunciato TrumpRX, una piattaforma del governo federale che dovrebbe consentire la vendita diretta di farmaci dalle aziende ai cittadini, con l’obiettivo dichiarato di abbassare i prezzi.

Il primo discorso di Trump alla nazione dopo un anno di mandato
Donald Trump (Ansa).

Trump promette «deportazioni di massa» e «re-migrazioni»

Sul tema dell’immigrazione, Trump ha attaccato di nuovo Joe Biden, sostenendo che la precedente amministrazione abbia «causato guerra e caos» permettendo un aumento dell’immigrazione illegale. Trump ha detto di aver riportato «sicurezza al confine» e ha promesso di nuovo delle «deportazioni di massa». Ha assicurato che il costo degli alloggi e la disponibilità di lavoro miglioreranno grazie alle «re-migrazioni». Per quanto riguarda la politica estera, Trump ha rivendicato di aver «sistemato otto guerre in dieci mesi» e di aver portato la pace «per la prima volta in 3.000 anni» in Medio Oriente.

Pensioni, il dietrofront del governo: «Correggeremo»

Il governo fa marcia indietro sulle pensioni dopo una giornata segnata da tensioni. È stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo in Aula, a annunciare lo stop alla stretta prevista dalla manovra e l’impegno a correggere le norme contestate. Verranno eliminati i tagli retroattivi sul riscatto della laurea, mentre resta da chiarire se l’intervento riguarderà anche le cosiddette finestre pensionistiche. La Lega ha chiesto di cancellare entrambe le misure con un emendamento che prevede, come clausola di salvaguardia dal 2033, un possibile aumento dell’Irap. Fin dalle prime ore erano emerse prese di distanza nella coalizione, con il leghista Claudio Borghi che ha parlato di un «tecnico troppo zelante» e Armando Siri che ha puntato il dito contro un 0171burocrate del Mef0187. Lo stesso Siri ha ribadito: «Finché c’è la Lega al governo non esiste né oggi né mai nessun provvedimento che alzi i parametri dell’età pensionabile».

Le opposizioni: «La maggioranza ha tradito gli elettori»

Dubbi sono arrivati anche da Forza Italia: «E’ una stretta che parte dal 2030 – dice il portavoce azzurro Raffaele Nevi – ci ragioneremo con il governo con calma, ci confronteremo». Sul fronte opposto, attacco delle opposizioni: «La loro stangata sulle pensioni è un furto sia ai giovani che agli anziani. Vergognatevi», ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, mentre il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli ha osservato: «La Lega ha il ministro dell’Economia e accusa i burocrati del Mef? È surreale». Per Nicola Fratoianni di Avs «Hanno tradito gli elettori, dovrebbero chiedere scusa», e Matteo Renzi ha commentato che la premier «vi ha dato una bottarella dicendo che il testo cambiato». L’arrivo della manovra in Aula alla Camera per la discussione generale con la fiducia è fissato per domenica 28 alle 16.30, con l’approvazione definitiva attesa martedì 30.

Asset russi congelati, media: «Pressioni di Mosca in Belgio»

Una serie di pressioni e minacce avrebbe preso di mira esponenti politici e figure di vertice del settore finanziario in Belgio, con l’obiettivo di condizionare le scelte del Paese sull’eventuale utilizzo degli asset russi congelati a sostegno dell’Ucraina. È quanto riferisce il Guardian, che cita fonti riconducibili ad agenzie di intelligence europee, e parla di una vera e propria «campagna di intimidazione» attribuita a Mosca. Tra i bersagli figurerebbero anche dirigenti di Euroclear, l’istituto finanziario che custodisce una parte consistente di quei fondi. Secondo funzionari della sicurezza interpellati dal quotidiano britannico, dietro l’operazione ci sarebbe l’intelligence militare russa Gru.

Tra le persone contattate ci sarebbe anche il ceo di Euroclear

La Russia ha più volte sostenuto che l’impiego di quei beni configurerebbe un furto e la banca centrale russa ha annunciato l’intenzione di chiedere a Euroclear un risarcimento pari a 230 miliardi di dollari. L’azione descritta dal Guardian, si sarebbe concentrata su singole personalità considerate strategiche: tra queste Valérie Urbain, amministratore delegato di Euroclear, e altri dirigenti di alto livello. La società ha scelto di non entrare nel merito, limitandosi a dichiarare che «Qualsiasi potenziale minaccia viene trattata con la massima priorità e indagata a fondo, spesso con il supporto delle autorità, ove opportuno».

Open Arms, la Cassazione conferma l’assoluzione di Salvini

La Cassazione ha messo la parola fine al procedimento a carico di Matteo Salvini per la vicenda Open Arms. I giudici della quinta sezione hanno respinto il ricorso per avanzato dalla procura di Palermo contro l’assoluzione di primo grado, rendendo così definitiva la sentenza che esclude le accuse di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. La decisione è arrivata al termine di un’udienza in cui sia la procura generale della Suprema Corte sia la difesa dell’ex ministro dell’Interno avevano chiesto la conferma dell’assoluzione.

Di segno opposto la posizione delle parti civili, che avevano sollecitato l’annullamento della sentenza sostenendo che «la prova dell’esistenza del dolo c’è nei fatti e nelle testimonianze. A 140 naufraghi che si trovavano di fronte alle coste italiane non è stato permesso di sbarcare per giorni violando le norme internazionali e costituzionali e la loro dignità». Poco dopo la decisione, Salvini ha commentato l’esito del giudizio con un messaggio pubblicato sui social, accompagnato da una foto con la scritta “Assolto”: «Difendere i confini non è reato».

Forza Italia, il monito di Occhiuto: «Non si può galleggiare all’8 per cento»

Dal palco del convegno “In libertà”, ospitato a palazzo Grazioli, Roberto Occhiuto ha lanciato un messaggio sul futuro di Forza Italia, sostenendo che «non si può navigare galleggiando all’8 per cento» e indicando la necessità di una svolta politica. Parole che arrivano a poca distanza dalle dichiarazioni di Pier Silvio Berlusconi, che parlava di «facce nuove».

LEGGI ANCHE: Pier Silvio e gli scenari su Forza Italia

Tajani: «Non ho frizioni con nessuno, tantomeno con Occhiuto»

Senza mai citare il segretario Antonio Tajani, il presidente della Regione Calabria ha respinto tuttavia le ricostruzioni su presunte manovre interne: «Nessuno aveva intenzione di svolgere un evento per costruire una corrente, cose polverose che appartengono al passato, e a un partito masochista come il Pd, se mai vorremmo dare una scossa liberale al centrodestra che ha bisogno di rafforzare la sua ala liberale».  Lo stesso Antonio Tajani, interpellato a margine, ha gettato acqua sul fuoco: «Io non ho frizioni con nessuno, Occhiuto è un vicesegretario del partito. Io ho ottimi rapporti con tutti».

Schlein: «Salvini ambisce a fare il portavoce di Mosca?»

Nel dibattito alla Camera dopo le comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo, la segretaria del Pd Elly Schlein ha attaccato la linea del governo sulla politica estera, accusando l’Italia di non esercitare un ruolo incisivo nello scenario internazionale. «Il consiglio europeo affronterà un bivio cruciale, l’Italia deve avere una voce autorevole, la sua è un sussurro. Avete tre posizioni diverse, è vero che avete una risoluzione unica ma non ci avete scritto niente dentro», ha affermato, contestando anche l’atteggiamento attendista dell’esecutivo «in attesa di capire che aria tira a Washington». Schlein ha poi criticato l’ipotesi di un accordo legato a Donald Trump, sostenendo che «il piano di Trump concede a Putin ciò che non è riuscito ancora a conquistare sul campo» e aggiungendo: «Matteo Salvini è ancora il vicepresidente o ambisce a fare il portavoce di Mosca?».

Schlein: «Manovra furto ai giovani e agli anziani»

La leader dem è intervenuta anche sul fronte economico e sociale, puntando il dito contro le scelte del governo nella manovra: «Avete riscritto la manovra e con una sola mossa fate un stangata sulle pensioni che è un furto sia ai giovani che agli anziani», ha detto, parlando di «promesse tradite» e accusando l’esecutivo di aver allungato l’età pensionabile nonostante gli impegni presi sulla riforma Fornero.

Sulla sanità: «Gli italiani che rinunciano a curarsi sono sei milioni»

Nel suo intervento ha affrontato anche il tema della sanità e del potere d’acquisto, citando le segnalazioni sui tempi di attesa: «Cara presidente secondo le segnalazioni arrivate a Cittadinanzattiva per una tac al torace le liste di attesa sono di un anno, per una colonscopia aspetti due anni». Secondo Schlein, «il governo pare aver dimenticato le persone», mentre «gli italiani che rinunciano a curarsi sono saliti a sei milioni» e, con l’aumento dei prezzi, «con lo stesso stipendio in tasca quando vai a fare la spesa non riesci a comprare le stesse cose». Accuse che si sono chiuse con un attacco al mancato intervento sugli stipendi e al «bloccare il salario minimo».

Caso Almasri, il Csm archivia la pratica di trasferimento di Lo Voi

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha archiviato la pratica di trasferimento d’ufficio del procuratore della Repubblica di Roma, Francesco Lo Voi, che era stata aperta in relazione al caso Almasri su richiesta dei consiglieri laici del centrodestra, secondo cui il magistrato era incompatibile con la procura capitolina dopo la denuncia del Dis a Perugia. L’archiviazione è stata approvata con sei astensioni (Isabella Bertolini, Claudia Eccher, Daniela Bianchini, Enrico Aimi e Felice Giuffrè e Daniele Porena).

«Porcellini accodati a Biden»: l’attacco di Putin agli europei

Gli europei per Vladimir Putin sono «porcellini» che hanno seguito ciecamente la politica portata avanti da Joe Biden. E la speranza dei leader Ue e dell’ex presidente americano, secondo il numero uno russo, sarebbe stata quella di vedere la Russia crollare per poi trarne vantaggio. È questo il nuovo attacco che Putin ha rivolto agli europei. Come riportato dalla Tass, il presidente russo parlando al ministero della Difesa ha accusato l’Occidente di aver dato il via alle operazioni in Ucraina. Così facendo avrebbero voluto far crollare Mosca. Putin ha spiegato: «Tutti credevano che in un breve periodo di tempo avrebbero distrutto e fatto crollare la Russia».

LEGGI ANCHE: Perché un vero accordo per la pace in Ucraina è ancora lontano

Putin: «Dialogo con l’Ue solo se cambiano le élite politiche»

Putin, durante il vertice, ha accusato la Nato: «I Paesi della Nato stanno attivamente rafforzando e modernizzando le loro forze offensive, creando e dispiegando nuovi tipi di armi, anche nello Spazio». Il presidente russo si è anche detto «pronto a negoziare una soluzione pacifica per l’Ucraina», confermando il dialogo in corso con Donald Trump. E l’Ue? Per Putin la ripresa del dialogo con i Paesi europei sarebbe possibile soltanto con un cambio delle attuali élite politiche in Europa e il rafforzamento della Russia.

La decisione del governo britannico sugli asset di Abramovich

Il governo del Regno Unito emetterà formalmente istruzioni per trasferire 2,5 miliardi di sterline provenienti dalla vendita del Chelsea da parte di Roman Abramovich a cause umanitarie in Ucraina. Lo ha annunciato Keir Starmer durante l’ultimo Question Time alla Camera dei Comuni prima della pausa natalizia. Abramovich, che ne era proprietario dal 2003, ha ceduto il Chelsea nel 2022, dopo forti pressioni da parte del governo britannico, che gli aveva concesso una licenza per vendere il club, a condizione che il ricavato fosse speso a sostegno delle vittime della guerra in Ucraina.

Starmer: «Abramovich deve onorare l’impegno preso»

«Abramovich deve onorare l’impegno preso al momento della vendita del Chelsea di trasferire i 2,5 miliardi di sterline a una causa umanitaria per l’Ucraina. Il tempo stringe. Questo governo è pronto a far rispettare l’impegno attraverso i tribunali, affinché ogni centesimo raggiunga coloro le cui vite sono state distrutte dalla guerra illegale di Vladimir Putin». I proventi della cessione del club calcistico sono rimasti congelati in un conto bancario britannico controllato da Fordstam, società di Abramovich, dopo l’imposizione di sanzioni per i suoi stretti legami con Putin.

Warner Bros agli azionisti: «Offerta di Paramount inadeguata»

Netflix ha espresso soddisfazione per la posizione assunta dal consiglio di amministrazione di Warner Bros, che ha invitato gli azionisti a respingere l’offerta avanzata da Paramount. A ribadirlo è stato il co-amministratore delegato Ted Sarandos, secondo cui «il consiglio di Warner ha ribadito che l’accordo con Netflix è superiore e che la nostra acquisizione è nel miglior interesse degli azionisti». Sarandos ha evidenziato come «Netflix e Warner Bros si completano a vicenda», spiegando che l’intesa punta a valorizzare le rispettive competenze. «Siamo entusiasti di unire i nostri punti di forza con la loro divisione cinematografica e HBO, che continuerà a concentrarsi su produzioni televisive di prestigio. Ci siamo inoltre impegnati a distribuire i film di Warner nelle sale con una finestra di distribuzione tradizionale», ha aggiunto.

Il board di Warner Bros: «L’offerta di Paramount comporta significativi rischi e costi per noi»

Sulla stessa linea il co-amministratore delegato Greg Peters, che ha sottolineato i benefici dell’operazione: «Acquisendo Warner saremo in grado di offrire al pubblico e ai creatori più scelta, valore e opportunità. Questa transazione è fondamentalmente a favore dei consumatori, dell’innovazione e dei creatori. Insieme offriremo una selezione ancora più ampia di grandi serie e film che il pubblico potrà guardare a casa e al cinema». Il board di Warner Bros ha motivato la raccomandazione agli azionisti a respingere la proposta di Paramount definendola meno vantaggiosa: «I termini dell’offerta di Netflix sono superiori. L’offerta di Paramount offre un valore inadeguato e comporta significativi rischi e costi per Warner».