L’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu a Mar-a-Lago, la residenza privata del presidente americano in Florida, ha mostrato una forte sintonia politica e pubblica, ma ha lasciato irrisolti i nodi principali della seconda fase del piano per Gaza promosso dagli Stati Uniti. I due leader hanno evitato di entrare nei dettagli operativi, limitandosi a ribadire obiettivi generali e a incensarsi reciprocamente sul piano politico. Trump ha insistito sul disarmo di Hamas in tempi brevi. In caso contrario, ha avvertito, ci sarebbero conseguenze «molto dure». Ha però separato la questione del disarmo da quella del ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia, rimanendo vago su quando ciò avverrà: «Ne parleremo». Netanyahu, che spinge per rimanere nella “fase uno”, ha ribadito che prima di passare alla parte successiva del cessate il fuoco Hamas deve restituire i resti di tutti gli ostaggi ancora a Gaza, a partire da quelli dell’ultimo ostaggio israeliano non ancora riconsegnato.
Trump spinge per la “fase due” della tregua, ma Israele frena
La guerra nella Striscia di Gaza è rimasta formalmente congelata dalla tregua entrata in vigore a ottobre, ma i civili convivono con una grave crisi umanitaria e la situazione sul campo rimane instabile. Israele continua a controllare militarmente il 53 per cento del territorio e, nonostante il cessate il fuoco, si sono registrate centinaia di vittime palestinesi per il fuoco israeliano. Hamas, dal canto suo, conserva un ampio arsenale di armi leggere e ha rifiutato il disarmo completo, riaffermando che non deporrà le armi finché durerà l’occupazione. Trump spinge per l’avvio della “fase due”, che dovrebbe prevedere il ritiro completo delle forze israeliane dalla Striscia, il disarmo del gruppo palestinese, l’insediamento di un’autorità palestinese tecnocratica e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione. Il governo israeliano, invece, punta a mantenere lo status quo della “fase uno”. Secondo ricostruzioni di Axios, Israele non intende ritirarsi completamente né accettare una presenza internazionale che possa limitare la sua azione.
Le divergenze più concrete tra i due leader riguardano gli altri fronti aperti da Israele nella regione. Sulla Cisgiordania, Trump ha ammesso che lui e Netanyahu non sono «al cento per cento d’accordo»: l’amministrazione statunitense si oppone ai piani del governo israeliano per l’annessione e all’espansione delle colonie, mentre Netanyahu continua a subire forti pressioni dalla sua base e dagli alleati dell’estrema destra, che spingono in questa direzione. Ci sono differenze anche sul Libano. Israele ha proseguito gli attacchi aerei nonostante il cessate il fuoco con Hezbollah, mediato dagli Stati Uniti nel novembre 2024, sostenendo che il disarmo del gruppo non stia procedendo in modo efficace. Washington guarda con crescente irritazione a queste operazioni, considerate un rischio per la tenuta dell’accordo. In Siria, l’amministrazione Trump ha avviato una normalizzazione dei rapporti con il nuovo presidente Ahmed al Sharaa, mentre il governo Netanyahu continua attacchi e incursioni, dichiarando di voler garantire la sicurezza del confine settentrionale. Riguardo all’Iran, invece, Trump