Acca Larentia, in centinaia per il saluto romano e il grido “presente”

Il rito neofascista si è ripetuto anche nel 2026. Centinaia di aderenti a CasaPound e altri militanti di estrema destra hanno commemorato ad Acca Larentia i morti dell’agguato del 7 gennaio 1978 con il saluto romano e il “presente” ripetuto tre volte dopo il grido “per tutti i camerati caduti“. A qualche centinaio di metri, sull’Appia Nuova all’altezza dell’Alberone, il contro-presidio antifascista di gruppi autonomi e studenti.

Quattro militanti aggrediti alla vigilia dell’anniversario

Alla vigilia della commemorazione di Acca Larentia quattro militanti di Gioventù Nazionale sono stati aggrediti a sprangate, nei pressi di un supermercato all’Alberone, da un gruppo di dieci persone. Immediata la condanna da parte di Fratelli d’Italia. «Quanto avvenuto è inammissibile, siamo di fronte a un odio politico di estrema gravità, che condanno con fermezza. Queste aggressioni non cancelleranno la memoria, né fermeranno chi, con coraggio e determinazione, continua a difendere il diritto al ricordo e alla libertà di espressione», ha scritto sui social Ignazio La Russa, presidente del Senato.

I fatti di Acca Larentia: cosa successe il 7 gennaio 1978

Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, due giovani appartenenti al Fronte della Gioventù, furono assassinati davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano in via Acca Larenzia, nel quartiere Tuscolano, esattamente 48 anni fa: a compiere gli omicidi un gruppo armato di estrema sinistra. Poche ore dopo Stefano Recchioni morì negli scontri con le forze dell’ordine, durante una manifestazione di protesta organizzata sul luogo.

La denuncia della Cgil: «Cinque fori di proiettile nella sede di Primavalle»

«Questa mattina, alla riapertura della nostra sede nel quartiere di Primavalle a Roma, sono stati rinvenuti cinque fori di proiettile. Uno per ciascuna delle vetrate e delle serrande della nostra sede». Lo scrive su Facebook la Cgil di Roma e del Lazio, parlando di «gravissimo atto intimidatorio», che ha «esclusivamente» la sede del sindacato «e nessun altro locale limitrofo». E poi: «Quanto accaduto ci preoccupa fortemente, anche in relazione a un clima di ostilità e delegittimazione costante della nostra organizzazione sindacale, ma continueremo a presidiare il territorio e a dare risposte ai problemi delle persone che si rivolgono alle nostre sedi». Nel corso del sopralluogo delle forze dell’ordine sono state trovate anche due ogive. Al momento non ci sono state rivendicazioni.

Groenlandia, la Casa Bianca: «Trump sta attivamente discutendo l’acquisto dell’isola»

«La prima opzione di Donald Trump sulla Groenlandia è sempre la diplomazia, per questo sta attivamente discutendo l’acquisto dell’isola». Lo ha detto Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca. Dopo le tensioni seguite alle minacce di annessione da parte di Trump, il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato un incontro con le autorità della Danimarca la prossima settimana. Il presidente Usa sostiene che gli Stati Uniti hanno bisogno di controllare l’isola più grande del mondo – territorio autonomo del Regno di Danimarca – per garantire la sicurezza nazionale di fronte alle crescenti minacce provenienti da Cina e Russia nell’Artico. Ma in ballo ci sono anche interessi commerciali ed estrattivi.

Pirelli tratta con Sinochem per la riduzione della quota al 10 per cento

Sono riprese le trattative tra Pirelli e Sinochem, che erano state interrotte nella prima metà del 2025 dopo le infruttuose discussioni tra la multinazionale italiana e i principali soci per cercare una soluzione ai problemi che ostacolano l’espansione negli Stati Uniti. Bloomberg riporta che, tra le diverse opzioni sul tavolo, c’è anche la riduzione dal 34 al 10 per cento della partecipazione di Sinochem in Pirelli.

Con questa riduzione Sinochem diventerebbe investitore passivo

La riduzione della partecipazione di Sinochem porterebbe a riclassificare il conglomerato asiatico come investitore passivo e questo risolverebbe l’impasse provocato dalle restrizioni Usa sui componenti tecnologici riconducibili a interessi cinesi. Il governo italiano, che considera Pirelli un asset strategico e che aveva minacciato l’uso del golden power per congelare i diritti di voto, «accoglierebbe con favore un simile esito», spiegano fonti di Bloomberg. Un’altra opzione per Sinochem sarebbe quella di vendere l’intera partecipazione in Pirelli, ipotesi finora esclusa. Le due società non hanno commentato le indiscrezioni.

Acca Larentia, aggrediti a sprangate quattro militanti di Gioventù Nazionale

Quattro attivisti di Gioventù Nazionale sono stati aggrediti a Roma, nei pressi di un supermercato di via Tuscolana. Secondo quanto emerso dal racconto delle persone coinvolte, l’episodio si sarebbe verificato durante l’affissione di manifesti relativi alla commemorazione promossa al parco della Rimembranza nel 48esimo anniversario della strage di Acca Larentia. Gli aggressori erano dieci, incappucciati, armati di spranghe e aste, stando a quanto raccontato. Potrebbero essere stati ripreso dalle telecamere di videosorveglianza: le immagini sono al vaglio della Digos, che ha trasmesso una prima informativa in Procura. Uno dei quattro militanti di Gioventù Nazionale è stato portato in ospedale in codice giallo con tumefazioni.

Fratelli d’Italia: «C’è chi vuole far tornare la violenza di quegli anni»

«Atto vile, premeditato e organizzato in occasione dell’anniversario dell’uccisione a Acca Larentia di tre giovani militanti di destra. Evidentemente c’è chi ha la volontà di far ritornare la violenza di quegli anni, intenzione che va unanimemente condannata senza alcuna ambiguità», ha dichiarato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia. Così Fabio Roscani, deputato di FdI e presidente di Gioventù Nazionale: «Ancora una volta l’odio politico prevale sul dialogo e sul confronto costruttivo, tutto ciò non è ammissibile, auspico pertanto una condanna unanime di tutte le forze politiche. Fiducioso che le forze dell’ordine individuino presto i colpevoli, esprimo ai ragazzi feriti la mia sentita vicinanza e l’augurio di una pronta guarigione».

Meloni: «L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale»

«Una pagina dolorosa della storia della nostra Nazione, che ci richiama al dovere della memoria e della responsabilità. Quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano». Così la premier Giorgia Meloni nel 48esimo anniversario dei fatti di Acca Larentia. La presidente del Consiglio ha poi scritto che «l’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale», affermando che «quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde». E poi: «Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare. Ricordare significa scegliere ogni giorno il rispetto, il dialogo e la convivenza civile, perché le idee forti non temono il confronto».

Trump: «Senza di noi Cina e Russia non temono la Nato»

Donald Trump è tornato a parlare di Nato e dei rapporti internazionali con un lungo messaggio pubblicato sul suo social Truth. Rivendicando il proprio ruolo, ha scritto: «Ricordate, per tutti quei grandi fan della Nato, erano al 2 per cento del PIL e la maggior parte non pagava le bollette, finché non sono arrivato io». Il presidente Usa ha quindi aggiunto: «Senza il mio coinvolgimento, la Russia avrebbe tutta l’Ucraina in questo momento». Nel proseguire del messaggio, il tycoon ha spiegato: «Ricordate, inoltre, che io da solo ho fine a otto guerra e la Norvegia, membro della Nato, stupidamente ha scelto di non darmi il Premio Nobel per la Pace. Ma questo non importa! Ciò che conta è che ho salvato milioni di vite. Russia Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti. L’unica nazione che temono e rispettano è il Presidente degli Stati Uniti».

Zelensky: «Gli Usa catturino Kadyrov come hanno fatto con Maduro»

Sul fronte della guerra in Ucraina, il presidente Volodymyr Zelensky ha invece indicato una possibile strategia per aumentare la pressione sulla Russia, facendo riferimento a quanto avvenuto in Venezuela. Secondo il leader di Kyiv, dopo la cattura di Nicolás Maduro, Washington potrebbe prendere di mira anche il leader ceceno Ramzan Kadyrov, alleato di Vladimir Putin. Gli Stati Uniti, ha dichiarato Zelensky, «hanno gli strumenti. Sanno come usarli. E quando vogliono davvero, li trovano. La cosa principale è che l’Ucraina sia una priorità per loro. Trovate gli strumenti, fate pressione sulla Russia». Citando l’operazione contro Maduro, il presidente ucraino ha aggiunto che gli Usa «hanno condotto un’operazione. Tutti hanno visto il risultato, il mondo intero. L’hanno fatto in fretta. Che conducano un’altra operazione con Kadyrov, con quell’assassino. Forse allora Putin se ne accorgerà e ci penserà due volte». Zelensky ha rilasciato queste dichiarazioni mentre si trova in visita a Cipro, Paese che ha assunto la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea.

Morto Aldrich Ames, ex agente della Cia che spiò per Mosca

È morto a 84 anni Aldrich Ames, ex agente della counterintelligence della Cia, che stava scontando l’ergastolo per aver spiato per l’Unione Sovietica. Il decesso è avvenuto nel Federal Correctional Institution di Cumberland, in Maryland. Quando fu arrestato nel 1994, Ames aveva alle spalle 31 anni di carriera dell’intelligence americana con incarichi in tutto il mondo, Italia compresa. L’allora direttore della Cia, James Woolsey, lo descrisse come «un maligno traditore del suo Paese».

Fu arrestato nel 1994

Ames aveva iniziato a lavorare per Mosca alla metà degli Anni 80, dopo che la seconda moglie Rosario – addetta culturale dell’ambasciata colombiana che lavorava in segreto per la Cia – fu arrestata e condannata a cinque anni di prigione: per prima cosa, in cambio di 50 mila dollari, consegnò ai russi i nomi di alcuni agenti del Kgb che erano spie degli americani. Successivamente consegnò a Mosca, in cambio di 2 milioni di dollari, l’intera lista degli asset americani. Non avendo destato alcun sospetto, Ames continuò a fare carriera: tra il 1986 e il 1989 lavorò a Roma e supervisionò le operazioni in Cecoslovacchia negli anni del crollo dell’Urss. Fu infine arrestato nel 1994, quando fu individuato come la talpa che aveva ceduto i segreti della Cia ai russi.

Alfonso Signorini sentito in procura: che cosa ha detto

Alfonso Signorini è stato ascoltato per circa tre ore dalla procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta che lo vede indagato per violenza sessuale ed estorsione, avviata dopo la denuncia presentata dal modello ed ex concorrente del Grande fratello Vip Antonio Medugno. Il presentatore televisivo, accompagnato dagli avvocati Daniela Missaglia e Domenico Aiello, si è presentato spontaneamente al quarto piano del Palazzo di giustizia e ha reso dichiarazioni davanti ai pm Letizia Mannella e Alessandro Gobbis. Nel corso dell’audizione ha respinto le accuse, affermando: «Non ho commesso nessuna violenza», e ha illustrato una ricostruzione dei fatti difforme rispetto a quella dell’accusatore. Durante l’interrogatorio, articolato anche con richieste di chiarimento da parte dei magistrati, Signorini ha inoltre fatto riferimento alle chat intercorse con Medugno, che sarà ascoltato dagli inquirenti nei prossimi giorni.

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Il campione in carica del Giro d’Italia Simon Yates annuncia il ritiro

Fulmine a ciel sereno nel mondo del ciclismo. Simon Yates, 33enne atleta del Team Visma-Lease a Bike, ha deciso di ritirarsi. Il campione in carica del Giro d’Italia ha spiegato: «Ci ho pensato a lungo, non è stata una scelta presa alla leggera. Il ciclismo fa parte della mia vita da sempre». Nella scorsa stagione il ciclista ha vinto anche una tappa del Tour de France. In carriera il britannico vanta anche la vittoria della Vuelta Espana nel 2018.

Il messaggio di Yates: «Grazie per non aver dubitato»

Sulla pagina del Team Visma è stato pubblicato il messaggio integrale di Yates. Ha scritto: «Cari tutti, ho deciso di ritirarmi dal ciclismo professionistico. Per molti questa notizia potrebbe essere una sorpresa, ma non è una decisione che ho preso alla leggera. Ci ho pensato a lungo e ora mi sembra il momento giusto per lasciare questo sport. Il ciclismo fa parte della mia vita da sempre. Dalle gare nel velodromo di Manchester alle competizioni e alle vittorie sui palcoscenici più importanti, fino a rappresentare il mio Paese ai Giochi Olimpici, ha plasmato ogni capitolo della mia vita. Sono profondamente orgoglioso di ciò che sono riuscito a ottenere e altrettanto grato per le lezioni che ne ho tratto. Anche se le vittorie rimarranno sempre impresse, i giorni più difficili e le battute d’arresto sono stati altrettanto importanti. Mi hanno insegnato resilienza e pazienza, e hanno reso i successi ancora più significativi. A tutti coloro che mi hanno sostenuto lungo il percorso, dallo staff ai miei compagni di squadra, la vostra incrollabile fiducia e lealtà mi hanno permesso di realizzare i miei sogni. Ogni volta che ho dubitato di me stesso, voi non l’avete mai fatto. Grazie».

Gli Stati Uniti hanno sequestrato la petroliera russa Marinera

Dopo un inseguimento durato più di due settimane attraverso l’Atlantico, gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera battente bandiera russa, legata al Venezuela. La nave, originariamente nota come Bella-1 e ribattezzata Marinera, è stata messa in sicurezza ed è sotto la custodia degli Usa. «Questo sequestro supporta le parole del Presidente degli Stati Uniti contro le navi sanzionate che minacciano la sicurezza e la stabilità dell’emisfero occidentale. L’operazione è stata eseguita da componenti del Dipartimento di Sicurezza Nazionale con il supporto del Dipartimento della Guerra, dimostrando un approccio che coinvolge l’intero governo per proteggere la patria», si legge sull’account X dello U.S. European Command. Il sequestro è avvenuto nel Nord Atlantico.

Il primo tentativo di abbordaggio, poi l’inseguimento dell’Atlantico

La Guardia costiera statunitense aveva un mandato di cattura per sequestrare la nave, accusata di aver violato le sanzioni Usa e di aver trasportato greggio iraniano: un primo tentativo di abbordaggio si era verificato a dicembre nei Caraibi, quando la petroliera – senza carico e battente bandiera della Guyana – si stava dirigendo verso il Venezuela. Ma l’equipaggio aveva respinto i primi tentativi di sequestro. Da allora le autorità Usa avevano seguito l’imbarcazione – ha nel frattempo cambiato bandiera – attraverso l’Atlantico settentrionale, mentre la Russia pare avesse schierato un sottomarino per scortarla in mare: il sequestro potrebbe alimentare le tensioni lungo l’asse Washington-Mosca, che aveva definito «sproporzionata» l’attenzione degli Stati Uniti nei confronti della petroliera.

Warner Bros rifiuta la proposta di Paramount

Warner Bros ha deciso di respingere la proposta di acquisizione avanzata da Paramount, valutata 108 miliardi di dollari, ribadendo la propria preferenza per l’offerta presentata da Netflix. Il consiglio di amministrazione del gruppo ha giudicato «inadeguata» l’iniziativa, nonostante il sostegno diretto annunciato dal miliardario Larry Ellison, cofondatore di Oracle, pronto a garantire personalmente parte dell’operazione. Secondo il board, la proposta di Netflix, pari a 83 miliardi di dollari e concentrata sugli studi di produzione e sulle attività di streaming, risulta più vantaggiosa rispetto a quella di Paramount, che riguarda l’intero perimetro di Warner Bros Discovery, inclusi asset come i canali televisivi, tra cui Cnn.

Warner Bros rifiuta la proposta di Paramount
Il logo di Paramount a Los Angeles (Ansa).

In una lettera indirizzata agli azionisti, il gruppo ha inoltre evidenziato i rischi finanziari legati all’offerta concorrente, definita «di fatto il più grande leveraged buyout della storia». L’operazione comporterebbe infatti l’assunzione di circa 54 miliardi di dollari di debiti verso istituti di credito come Bank of America, Citigroup e Apollo. «La struttura di questa transazione aggressiva porrebbe materialmente a maggiore rischio Wbd» rispetto alla proposta di Netflix, ha spiegato il cda, sottolineando anche che «un’enorme quantità di finanziamenti tramite debito aumenta il rischio di mancata chiusura» dell’accordo. Alla luce di queste valutazioni, il consiglio ha votato all’unanimità per bocciare l’ultima offerta di Paramount, pur accompagnata da una garanzia personale di Ellison fino a 40,4 miliardi di dollari.

Capotreno ucciso, il pm: «Aggravante dei motivi abietti»

In attesa dell’udienza di convalida del fermo, che si terrà a Brescia, la Procura di Bologna ha formalizzato l’accusa di omicidio nei confronti di Marin Jelenic, cittadino croato di 36 anni arrestato a Desenzano del Garda. Il procedimento è seguito dal pm Michele Martorelli e, allo stato, vengono contestate due aggravanti: l’aver agito per motivi ritenuti abietti e l’aver commesso il delitto all’interno o nelle immediate vicinanze di una stazione ferroviaria. Jelenic è accusato di aver ucciso il 5 gennaio scorso a Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio, 34 anni. Subito dopo l’omicidio, secondo quanto ricostruito dagli investigatori delle Squadre mobili di Milano e Bologna e dalla Polfer, l’uomo avrebbe trascorso la notte in una sala d’attesa dell’ospedale Niguarda di Milano.

Gli spostamenti di Jelenic dopo l’omicidio

Le indagini hanno ricostruito nel dettaglio gli spostamenti successivi al delitto. Jelenic era arrivato a Milano alle 22.40, dopo essere stato fatto scendere da un treno a Fiorenzuola perché privo di biglietto e aver proseguito il viaggio su un altro convoglio. Le telecamere di sorveglianza lo hanno ripreso in piazza Duca d’Aosta, all’uscita della Stazione Centrale. Poco dopo la mezzanotte, alle 00.15, è salito su un tram della linea 4, raggiungendo in seguito il Niguarda, dove avrebbe passato la notte prima di allontanarsi nuovamente.

Il precedente dell’aggressione nel centro di Udine

Intanto emergono precedenti episodi che vedono coinvolto il 36enne. Il 18 ottobre 2025, nel centro di Udine, aveva danneggiato un supermercato dopo essere stato sorpreso a nascondere alcune birre nello zaino. A raccontarlo al Messaggero Veneto e a Il Piccolo è il titolare dell’esercizio, Alfredo Vasto, che lo ha riconosciuto dalle immagini delle foto segnaletiche. «Un mio collega aveva sorpreso quell’uomo mentre stava imboscando delle birre e glielo aveva fatto notare, invitandolo a pagarle», ha spiegato, aggiungendo che Jelenic si era rifiutato e aveva iniziato a comportarsi in modo violento. «A quel punto, era andato fuori di testa, incominciando a mangiare cioccolatini e gettandone a terra le carte, oltre a prendersela con gli espositori».

Il video in cui Trump deride le atlete transgender davanti ai repubblicani della Camera

Donald Trump torna ad attaccare le persone transgender. Martedì 6 gennaio, davanti ai deputati repubblicani della Camera riuniti al Kennedy Center di Washington, il presidente degli Stati Uniti ha deriso le atlete transgender mimando una sollevatrice di pesi, tra smorfie e gesti plateali, per sostenere la sua opposizione alla loro partecipazione nella categoria femminile. Il video, diffuso dall’account X Rapid Response 47 dell’amministrazione, è circolato rapidamente online, attirando diverse critiche. A un certo punto del video, Trump racconta di essersi contenuto per non irritare la first lady Melania: «Mia moglie odia quando faccio queste cose. È una persona molto elegante. Mi dice: “Non è presidenziale”. Ma io le rispondo: “Sono comunque diventato presidente”».

Già nel maggio 2025, durante un discorso all’Università dell’Alabama, Trump aveva inscenato una performance simile, parlando di un fantomatico atleta che avrebbe fatto la transizione per ottenere migliori spazio nelle competizioni femminili. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno intrapreso diverse misure che hanno ridotto i diritti delle persone transgender, tra cui la riduzione delle tutele federali a loro dedicate, l’esclusione dal servizio militare e il tentativo di vietare sui passaporti l’indicazione del sesso coerente con la propria identità di genere.

Venezuela, l’appello della famiglia Trentini: «Chiediamo silenzio»

La famiglia di Alberto Trentini ha deciso di intervenire pubblicamente chiedendo silenzio sulla vicenda. Un intervento definito e condiviso dalla madre Armanda insieme all’avvocata Alessandra Ballerini: «La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza. Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione di Alberto. Ringraziamo tutti per la comprensione e la solidarietà», affermano.

Mantovano: «Ogni parola in più può essere dannosa»

A distanza di giorni dall’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro, il quadro resta estremamente fragile in Venezuela. Alberto Trentini, cooperante italiano originario del Lido di Venezia, fermato il 15 novembre 2024, è detenuto da oltre un anno senza accuse formali nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I, nei pressi di Caracas.  Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha ribadito la linea della massima riservatezza: «Ogni parola in più può solo danneggiare la celere soluzione della vicenda», ricordando che «il governo ha lavorato fin dal primo giorno per la sua liberazione e continua a lavorare». In passato, tuttavia, la madre del cooperante, Armanda Colusso, aveva manifestato perplessità sull’azione della Farnesina, affermando che nei primi mesi dopo l’arresto «non aveva avuto alcun contatto con il governo venezuelano».

Tajani: «Stiamo facendo l’impossibile»

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invece assicurato che il dossier Trentini resta una priorità, spiegando che l’Italia è impegnata anche per «gli altri 20 detenuti politici arrestati durante le manifestazioni contro le elezioni politiche presidenziali». Intervenendo a Rtl 102.5, il vicepremier ha aggiunto: «Stiamo tentando il possibile e l’impossibile», precisando di aver parlato fino a domenica 4 gennaio con l’ambasciatore italiano a Caracas e di confidare che «con Rodríguez il dialogo sia più facile per riportare a casa una persona che non ha fatto del male».

Riforma giustizia, il Nobel Giorgio Parisi: «Voterò no al referendum»

Il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ha spiegato le motivazioni della sua adesione al comitato “Società civile per il No” al referendum sulla riforma della giustizia in un’intervista a Repubblica. Al centro della sua posizione c’è la difesa dell’autonomia della magistratura: «Prima di essere uno scienziato sono un cittadino. E come cittadino questa battaglia mi interessa moltissimo perché penso che il punto fondamentale sia essenzialmente difendere l’indipendenza della magistratura», ha dichiarato. Secondo Parisi, la riforma in discussione ha una finalità precisa: «ha lo scopo di indebolire la magistratura». Da qui la scelta di schierarsi per il no «in difesa della sua indipendenza affinché i magistrati possano continuare a indagare anche i politici, che non devono ritornare a essere una casta di intoccabili».

Parisi: «Il referendum ha lo scopo di indebolire la magistratura»

Nel merito delle modifiche previste, Parisi ha espresso forti critiche sull’assetto del Consiglio superiore della magistratura: «Diviso a pezzi è infinitamente più debole di un singolo consiglio più grande e anche più facilmente scalabile». Per il fisico, anche il ricorso al sorteggio risponde alla stessa logica: «Si cerca di evitare che nel Consiglio superiore della magistratura ci siano persone di prestigio. Al contrario persone scelte a caso sono più facilmente influenzabili. Questo sarà l’unico caso in Italia in cui i rappresentanti di un gruppo vengono sorteggiati». Parisi ha infine ridimensionato l’impatto della consultazione sull’esecutivo, affermando che «il governo sopravviverà benissimo a questo referendum, qualsiasi sia l’esito», ribadendo però che «il referendum ha uno scopo ben preciso: indebolire la magistratura».

Trump rivendica il petrolio del Venezuela sfidando la Cina

Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti inizieranno a gestire fino a 50 milioni di barili di petrolio venezuelano bloccati dalle sanzioni statunitensi, per un valore stimato fino a 1,9-2 miliardi di dollari. Il greggio verrà spedito direttamente negli Stati Uniti, venduto a prezzo di mercato e gestito dalla Casa Bianca. Trump ha aggiunto che i ricavati verranno gestiti dagli Stati Uniti e che verranno destinati anche a beneficio del Venezuela, ma non è stato indicato in che modo. L’operazione, affidata al segretario all’Energia Chris Wright, rischia di dirottare verso Washington forniture finora destinate alla Cina, che attualmente acquista il 90 per cento del petrolio venezuelano.

Il piano di Trump sul petrolio del Venezuela

Il piano riguarda petrolio già caricato su petroliere o stoccato, che Caracas non è riuscita a esportare a causa del blocco imposto da Washington. Le sanzioni in vigore dal 2020 hanno escluso PDVSA, la compagnia statale del Venezuela, dal sistema finanziario globale, congelato i conti e impedito transazioni in dollari. Non è quindi chiaro come il Paese potrà accedere ai proventi. Attualmente l’unico canale regolare verso gli Stati Uniti passa da Chevron, che esporta tra 100 mila e 150 mila barili al giorno grazie a un’autorizzazione Usa. Trump chiede inoltre “accesso totale” al settore petrolifero venezuelano per aziende statunitensi e ipotizza investimenti per ricostruire le infrastrutture, coinvolgendo gruppi come Exxon Mobil, ConocoPhillips e la stessa Chevron. L’annuncio ha spinto i prezzi del greggio Usa in calo di oltre l’1,5 per cento.

Trump rivendica il petrolio del Venezuela sfidando la Cina
Una donna in bicicletta con un bambino davanti a delle petroliere a Cabimas, Venezuela (Ansa).

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La reazione della Cina

Pechino ha definito il piano di Trump una violazione del diritto internazionale. «Il Venezuela è uno Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle sue risorse naturali e sulle sue attività economiche», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning. La cooperazione energetica «tra Cina e Venezuela è condotta tra due Stati sovrani ed è protetta dal diritto internazionale e dalle leggi pertinenti», ha aggiunto. La portavoce ha inoltre condannato «l’uso sfacciato della forza» da parte degli Stati Uniti.

Yemen, destituito il leader separatista

Il leader separatista yemenita Aidaros Al-Zubaidi è stato estromesso dall’esecutivo con l’accusa di «alto tradimento». La decisione è stata comunicata dal presidente dell’organismo riconosciuto a livello internazionale che rappresenta il governo, il quale ha reso noto che Al- Zubaidi verrà segnalato al procuratore generale. Secondo quanto riferito nella nota ufficiale, sul suo conto pendono diverse imputazioni. Il capo del Consiglio di transizione meridionale, movimento che punta alla creazione di uno Stato autonomo nel sud dello Yemen, è stato inoltre dichiarato latitante dopo non essersi presentato a Riad, dove era atteso per una conferenza finalizzata a favorire un processo di riconciliazione tra le fazioni in conflitto nel Paese.

Colpita da oltre 15 raid arei condotti dall’Arabia Saudita l’area di al-Dhale

Nel frattempo, il governatorato sud-occidentale di al-Dhale, area di origine di Al-Zubaidi, è stato colpito da oltre 15 raid aerei condotti dall’Arabia Saudita. Un funzionario locale e fonti sanitarie hanno riferito che i bombardamenti hanno provocato almeno quattro vittime civili. Gli attacchi della coalizione guidata da Riad sono avvenuti mentre le forze di sicurezza conducevano un’operazione nella provincia natale del leader separatista. Un primo resoconto fornito dagli ospedali Al-Nasr e Al-Tadamon di al-Dhale parla anche di feriti tra la popolazione: «Il bilancio iniziale degli attacchi nella provincia di al-Dhale è di quattro morti e sei feriti tra i civili», hanno dichiarato fonti mediche.

Arrestato Marin Jelenic, il presunto killer del capotreno ucciso a Bologna

La polizia ha arrestato a Desenzano del Garda Marin Jelenic, 36enne croato, ricercato da lunedì sera per l’omicidio di Alessandro Ambrosio, capotreno ucciso lunedì sera a Bologna nel parcheggio riservato al personale ferroviario. Jelenic era arrivato a Desenzano in autobus da Milano, dove si era spostato dopo essere riuscito a far perdere le proprie tracce.

La fuga

La fuga era iniziata poche ore dopo il delitto, avvenuto verso le 18.30. Lunedì sera i carabinieri di Fiorenzuola d’Arda, nel piacentino, avevano fermato Jelenic su un treno regionale diretto a Milano, identificandolo in seguito alla segnalazione del capotreno di un ubriaco molesto a bordo. In quel momento, però, è stato rilasciato perché non risultava ricercato: l’omicidio era avvenuto da poco e gli investigatori di Bologna non avevano ancora attribuito un nome e un volto al possibile responsabile, sulla base delle immagini delle telecamere.

Ancora da chiarire il movente

Le prime indagini indicano che Jelenic avrebbe seguito Ambrosio all’interno della stazione di Bologna e fino al parcheggio, dove lo avrebbe colpito con una coltellata mortale al polmone. Il capotreno è morto dissanguato. Senza fissa dimora, Jelenic viveva da tempo tra treni e stazioni ed era noto alle forze dell’ordine per piccoli reati e comportamenti molesti legati all’alcol. Il movente resta dunque da chiarire.

Cosa hanno deciso i Volenterosi a Parigi sulle garanzie all’Ucraina

I leader europei e i rappresentanti degli Stati Uniti riuniti martedì a Parigi hanno iniziato a definire in modo operativo le garanzie di sicurezza per l’Ucraina nell’ambito di un eventuale cessate il fuoco con la Russia. Al vertice dei Volenterosi c’erano, tra gli altri, Volodymyr Zelensky, Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Ursula von der Leyen, Mark Rutte e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner. Da Kyiv è arrivata una valutazione positiva sul carattere vincolante degli impegni assunti, che dovranno essere recepiti dal Congresso americano e dai parlamenti europei. Il quadro che emerge distingue nettamente i ruoli: gli Stati Uniti guideranno il monitoraggio del cessate il fuoco e forniranno supporto logistico e di intelligence, mentre un eventuale contingente multinazionale sarà a guida europea. Sul dispiegamento di truppe restano però posizioni diverse: Francia e Regno Unito hanno confermato la creazione di centri militari in Ucraina per addestrare e sostituire i soldati ucraini; la Spagna non esclude contributi; la Germania valuta un dispiegamento solo in Paesi Nato confinanti; mentre l’Italia ha escluso l’invio di soldati.

Cosa hanno deciso i Volenterosi a Parigi sulle garanzie all’Ucraina
Il vertice dei Volenterosi a Parigi (Ansa).

I quattro pilastri delle garanzie di sicurezza all’Ucraina

Nella dichiarazione finale del vertice, si legge che le garanzie saranno politicamente e giuridicamente vincolanti e attivate solo dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco. Il primo pilastro è un meccanismo di monitoraggio e verifica continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti, con la partecipazione dei Volenterosi e una commissione speciale incaricata di accertare eventuali violazioni e attribuirne la responsabilità. Il secondo riguarda il sostegno di lungo periodo alle forze armate ucraine: aiuti militari, finanziamento degli armamenti, supporto al bilancio della difesa, accesso a depositi per rinforzi rapidi e assistenza tecnica per le fortificazioni. Il terzo è una forza multinazionale, composta da Paesi disponibili, per la deterrenza e la rigenerazione dell’esercito ucraino, con misure in aria, mare e terra, su richiesta di Kiev e dopo una cessazione credibile delle ostilità. La dichiarazione prevede inoltre impegni vincolanti di assistenza in caso di un futuro attacco russo, inclusi strumenti militari, intelligence, logistica, iniziative diplomatiche e nuove sanzioni, e un rafforzamento strutturale della cooperazione industriale e dell’addestramento nel settore della difesa.

Vertice a Parigi: Usa pronti a sostenere una forza guidata dall’Europa in Ucraina

I leader europei e i funzionari statunitensi, riuniti martedì a Parigi per il vertice della Coalizione dei Volenterosi, hanno iniziato a delineare le garanzie di sicurezza per l’Ucraina legate a un possibile cessate il fuoco con la Russia. Alla riunione partecipano, tra gli altri, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la premier Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier britannico Keir Starmer, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il segretario generale della Nato Mark Rutte e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner.

La bozza della dichiarazione finale del vertice

La bozza di dichiarazione finale, riportata da Reuters, prevede la creazione di una forza multinazionale da schierare dopo il cessate il fuoco, che fornirebbe «misure di rassicurazione in aria, in mare e sulla terraferma» all’Ucraina e garantirebbe la «rigenerazione delle forze armate ucraine». La forza sarà guidata dall’Europa, e «supportata da un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti con la partecipazione internazionale». Gli Stati Uniti parteciperanno alla missione «con risorse quali intelligence e logistica» e assumono «l’impegno a sostenere la forza in caso di attacco» da parte della Russia. Tali impegni potrebbero comprendere «l’uso di capacità militari, supporto di intelligence e logistico, iniziative diplomatiche e l’adozione di ulteriori sanzioni». Secondo Bloomberg, i governi europei e Washington puntano a chiudere un accordo sulle garanzie di sicurezza che includa anche «la possibilità di truppe americane sul territorio dell’Ucraina nel dopoguerra», con l’obiettivo di rendere duraturo un eventuale accordo di pace.