Come si è arrivati alla liberazione di Trentini e Burlò
Gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò sono stati liberati nell’ambito del rilascio di diversi prigionieri politici annunciato dal Venezuela la settimana scorsa. Trentini, cooperante della ong Humanity & Inclusion, era stato imprigionato a novembre del 2024 senza accuse formali. Anche Burlò, imprenditore di Torino al centro di alcuni processi in Italia per reati fiscali e finanziari, era stato arrestato nel 2024: durante una visita consolare in carcere, aveva detto di essere stato rinviato a giudizio per accuse di terrorismo. Ecco come si è arrivati alla doppia liberazione.
L’ambasciatore: «Mesi di lavoro da parte di tante persone»
La liberazione di Trentini e Burlò è avvenuto grazie a un fitto lavoro diplomatico lungo l’asse Roma-Caracas. L’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito ha dichiarato che «è stata un’operazione complessa, cui tanti hanno lavorato per mesi, senza sosta, dietro le quinte». Parlando col Corriere della Sera, una delle figure di punta della task force che ha riportato a casa Trentini e Burlò ha detto che «è stato un lavoro di squadra, un lavoro di Paese, in cui tutti, la Farnesina, Palazzo Chigi, i servizi d’intelligence hanno dato il massimo», citando «rapporti e interlocuzioni continue» del ministro degli esteri Antonio Tajani con gli Stati Uniti, e contatti «ad altissimo livello» della premier Giorgia Meloni.
L’accelerata dopo la rimozione del presidente Maduro
Il lavoro diplomatico e di intelligence è iniziato prima dell’operazione Absolute Resolve degli Stati Uniti in Venezuela, ma certamente ha subito un’accelerata dopo l’arresto di Nicolas Maduro. L’uomo della task force ha anche parlato che ruolo fondamentale della Chiesa: «Sempre molto discreta, però presente, ci aiutò moltissimo a ottobre a riavviare il dialogo con i venezuelani, che si era interrotto in occasione della canonizzazione dei due santi a San Pietro». E poi: «Nella nostra prioritaria shortlist c’erano sei nomi e oggi sono tutti liberi. Ma ci occuperemo anche degli altri italiani, con la doppia cittadinanza, che sono ancora reclusi: almeno una decina».











