Come si è arrivati alla liberazione di Trentini e Burlò

Gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò sono stati liberati nell’ambito del rilascio di diversi prigionieri politici annunciato dal Venezuela la settimana scorsa. Trentini, cooperante della ong Humanity & Inclusion, era stato imprigionato a novembre del 2024 senza accuse formali. Anche Burlò, imprenditore di Torino al centro di alcuni processi in Italia per reati fiscali e finanziari, era stato arrestato nel 2024: durante una visita consolare in carcere, aveva detto di essere stato rinviato a giudizio per accuse di terrorismo. Ecco come si è arrivati alla doppia liberazione.

L’ambasciatore: «Mesi di lavoro da parte di tante persone»

La liberazione di Trentini e Burlò è avvenuto grazie a un fitto lavoro diplomatico lungo l’asse Roma-Caracas. L’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito ha dichiarato che «è stata un’operazione complessa, cui tanti hanno lavorato per mesi, senza sosta, dietro le quinte». Parlando col Corriere della Sera, una delle figure di punta della task force che ha riportato a casa Trentini e Burlò ha detto che «è stato un lavoro di squadra, un lavoro di Paese, in cui tutti, la Farnesina, Palazzo Chigi, i servizi d’intelligence hanno dato il massimo», citando «rapporti e interlocuzioni continue» del ministro degli esteri Antonio Tajani con gli Stati Uniti, e contatti «ad altissimo livello» della premier Giorgia Meloni.

L’accelerata dopo la rimozione del presidente Maduro

Il lavoro diplomatico e di intelligence è iniziato prima dell’operazione Absolute Resolve degli Stati Uniti in Venezuela, ma certamente ha subito un’accelerata dopo l’arresto di Nicolas Maduro. L’uomo della task force ha anche parlato che ruolo fondamentale della Chiesa: «Sempre molto discreta, però presente, ci aiutò moltissimo a ottobre a riavviare il dialogo con i venezuelani, che si era interrotto in occasione della canonizzazione dei due santi a San Pietro». E poi: «Nella nostra prioritaria shortlist c’erano sei nomi e oggi sono tutti liberi. Ma ci occuperemo anche degli altri italiani, con la doppia cittadinanza, che sono ancora reclusi: almeno una decina».

Le prime parole di Alberto Trentini dopo la liberazione

«È stato tutto così improvviso, inaspettato». Sono le prime parole di Alberto Trentini, il cooperante veneto liberato in Venezuela dopo 423 giorni di detenzione. «Non sapevamo nulla della cattura di Maduro. Sono felice, ringrazio l’Italia. Ora posso fumare una sigaretta?», ha aggiunto al suo arrivo presso l’ambasciata d’Italia a Caracas. Ha chiesto subito di sentire la mamma al telefono, poi ha chiamato la fidanzata. Ha raccontato di non essere stato maltrattato e che durante gli spostamenti non è stato incappucciato. La sua famiglia ha commentato la notizia con un breve comunicato: «Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione».

Il rientro in Italia è previsto tra lunedì sera e martedì mattina

Con Trentini è stato liberato anche l’imprenditore piemontese Mario Burlò. La premier Meloni ha reso noto che è già partito da Roma un aereo per riportarli in Italia. Il rientro è previsto tra lunedì sera e martedì mattina. L’operazione fa parte di un disegno più ampio del governo venezuelano per scarcerare molti prigionieri politici stranieri dopo la cattura di Maduro e l’insediamento del nuovo governo di Delcy Rodriguez.

Iran, Trump minaccia l’intervento militare mentre i morti superano quota 500

Le proteste in Iran entrano nel diciassettesimo giorno consecutivo, con il Paese isolato da internet per il quarto giorno e un bilancio delle vittime che continua ad aggravarsi. Secondo l’ong statunitense Human Rights Activists News Agency (Hrana), i morti confermati sono almeno 544. Tra questi, 483 sarebbero manifestanti, 47 membri delle forze di sicurezza e almeno otto minorenni. Hrana riferisce inoltre di altre 579 segnalazioni di decessi ancora in fase di verifica. Le persone arrestate risultano 10.681. Altre fonti parlano di numeri ancora più alti. La Fondazione del premio Nobel Narges Mohammadi e ambienti dell’opposizione riferiscono di oltre 2.000 manifestanti uccisi nelle ultime 48 ore, ma si tratta di cifre che non possono essere verificate in modo indipendente a causa del blackout informatico. Le poche informazioni che arrivano, lo fanno grazie alla rete satellitare Starlink.

Le manifestazioni, esplose inizialmente dal crollo della valuta e dalla crisi economica, si sono rapidamente trasformate in una contestazione diretta contro il regime iraniano. Per intensità e diffusione, il movimento viene descritto come il più significativo dai tempi di “Donna, vita e libertà”, la protesta esplosa nel 2022 dopo l’uccisione da parte della Polizia Morale di Mahsa Amini. Dagli Stati Uniti, Donald Trump osserva attentamente la situazione, affermando di stare valutando un intervento militare contro l’Iran.

Trump minaccia l’Iran: «Stiamo studiando opzioni molto forti»

Il presidente degli Stati Uniti ha detto che Teheran avrebbe contattato Washington per proporre negoziati e che l’amministrazione «potrebbe incontrarli», mentre valuta opzioni «molto forti» contro il regime. Interpellato dai giornalisti a bordo dell’Air Force One sulla sua “linea rossa” – l’uccisione dei manifestanti – Trump ha risposto: «Pare che abbiano iniziato, sembra così». E ha aggiunto: «Stiamo monitorando la situazione molto seriamente. I militari la stanno esaminando e stiamo studiando alcune opzioni molto forti». Trump ha ribadito anche su Truth Social che gli Stati Uniti sarebbero pronti a intervenire per «aiutare» e persino «salvare» i manifestanti. Dichiarazioni che hanno provocato una reazione immediata da Teheran. II presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha messo in guardia Washington dal fare «un calcolo sbagliato», affermando che, in caso di attacco, interessi statunitensi e israeliani nella regione diventerebbero «target legittimi». Intanto, le autorità iraniane continuano la repressione, rivendicando arresti di figure chiave del movimento e minacciando accuse gravissime per le persone arrestate, fino a quella di essere «nemici di Dio», un reato che è punibile con la pena di morte.

Golden Globes 2026, tutti i vincitori per film e serie tv

È andata in scena, nella notte italiana, la cerimonia degli 83esimi Golden Globes, premi per il cinema e la televisione assegnati dalla Hollywood Press Association, con la conduzione di Nikki Glaser. Come da pronostico e senza grandi sorprese, l’evento ha certificato il successo di Una battaglia dopo l’altra e Hamnet, che hanno trionfato rispettivamente come miglior commedia e miglior film drammatico e hanno lanciato la corsa agli Oscar di marzo. A Paul Thomas Anderson la statuetta per la regia. Fra gli attori, dopo l’antipasto dei Critics Choice Awards, Timothée Chalamet ha nuovamente battuto Leonardo DiCaprio nella categoria dei drama, mentre fra le donne si è imposta Jessie Buckley con Hamnet. Fra le serie, successi per The Pitt, The Studio e Adolescence, che rispettando i pronostici ha fatto man bassa di riconoscimenti. Owen Cooper a 16 anni ha fatto invece la storia come miglior attore non protagonista più giovane di sempre.

Golden Globes 2026, tutti i vincitori di ogni categoria

Golden Globes 2026, tutti i vincitori per film e serie tv
Timothee Chalamet ai Golden Globes 2026 (Ansa).

Miglior film drammatico

  • Frankenstein
  • Hamnet
  • Un semplice incidente
  • L’agente segreto
  • Sentimental Value
  • Sinners – I peccatori

Miglior film musical o commedia

  • Blue Moon
  • Bugonia
  • Marty Supreme
  • No Other Choice – Non c’è altra scelta
  • Nouvelle Vague
  • Una battaglia dopo l’altra

Miglior regista

  • Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra
  • Ryan Coogler, Sinners – I peccatori
  • Guillermo del Toro, Frankenstein
  • Jafar Panahi, Un semplice incidente
  • Joachim Trier, Sentimental Value
  • Chloé Zhao, Hamnet

Miglior attore in un film drammatico

  • Joel Edgerton, Train Dreams
  • Oscar Isaac, Frankenstein
  • Dwayne Johnson, The Smashing Machine
  • Michael B. Jordan, Sinners – I peccatori
  • Wagner Moura, L’agente segreto
  • Jeremy Allen White, Springsteen: Liberami dal nulla

Miglior attrice in un film drammatico

  • Jessie Buckley, Hamnet
  • Jennifer Lawrence, Die My Love
  • Renate Reinsve, Sentimental Value
  • Julia Roberts, After the Hunt – Dopo la caccia
  • Tessa Thompson, Hedda
  • Eva Victor, Sorry, Baby

Miglior attore in un film musical o commedia

  • Timothée Chalamet, Marty Supreme
  • George Clooney, Jay Kelly
  • Leonardo DiCaprio, Una battaglia dopo l’altra
  • Ethan Hawke, Blue Moon
  • Lee Byung-hun, No Other Choice – Non c’è altra scelta
  • Jesse Plemons, Bugonia

Miglior attrice in un film musical o commedia

  • Rose Byrne, If I Had Legs I’d Kick You
  • Cynthia Erivo, Wicked – Parte 2
  • Kate Hudson, Song Sung Blue
  • Chase Infiniti, Una battaglia dopo l’altra
  • Amanda Seyfried, The Testament of Ann Lee
  • Emma Stone, Bugonia

Migliore attore non protagonista

  • Benicio del Toro, Una battaglia dopo l’altra
  • Jacob Elordi, Frankenstein
  • Paul Mescal, Hamnet
  • Sean Penn, Una battaglia dopo l’altra
  • Adam Sandler, Jay Kelly
  • Stellan Skarsgard, Sentimental Value

Migliore attrice non protagonista

  • Emily Blunt, The Smashing Machine
  • Elle Fanning, Sentimental Value
  • Ariana Grande, Wicked – Parte 2
  • Inga Ibsdotter Lilleaas, Sentimental Value
  • Amy Madigan, Weapons
  • Teyana Taylor, Una battaglia dopo l’altra

Miglior film straniero

  • Un semplice incidente
  • No Other Choice – Non c’è altra scelta
  • L’agente segreto
  • Sentimental Value
  • Sirat
  • La voce di Hind Rajab

Miglior sceneggiatura

  • Una battaglia dopo l’altra
  • Marty Supreme
  • I peccatori
  • Un semplice incidente
  • Sentimental Value
  • Hamnet

Miglior film d’animazione

  • Arco
  • Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba
  • Elio
  • KPop Demon Hunters
  • La piccola Amélie
  • Zootropolis 2

Miglior colonna sonora

  • Alexandre Desplat, Frankenstein
  • Ludwig Göransson, Sinners – I peccatori
  • Jonny Greenwood, Una battaglia dopo l’altra
  • Kangding Ray, Sirat
  • Max Richter, Hamnet
  • Hans Zimmer, F1

Miglior canzone originale

  • Dream As One, Avatar: Fire and Ash
  • Golden, KPop Demon Hunters
  • I Lied To You, Sinners – I peccatori
  • No Place Like Home, Wicked – Parte 2
  • The Girl in the Bubble, Wicked – Parte 2
  • Train Dreams, Train Dreams

Golden Globes 2026, tutti i premi per le serie tv

Golden Globes 2026, tutti i vincitori per film e serie tv
Owen Cooper con il Golden Globe 2026 per Adolescence (Ansa).

Miglior serie drammatica

  • The Diplomat
  • The Pitt
  • Pluribus
  • Scissione (Severance)
  • Slow Horses
  • The White Lotus

Miglior attore in una serie drammatica

  • Sterling K Brown, Paradise
  • Diego Luna, Andor
  • Gary Oldman, Slow Horses
  • Mark Ruffalo, Task
  • Adam Scott, Scissione (Severance)
  • Noah Wyle, The Pitt

Miglior attrice in una serie drammatica

  • Kathy Bates, Matlock
  • Britt Lower, Scissione (Severance)
  • Helen Mirren, Mobland
  • Bella Ramsey, The Last of Us
  • Keri Russell, The Diplomat
  • Rhea Seehorn, Pluribus

Miglior serie commedia o musical

  • Abbott Elementary
  • The Bear
  • Hacks
  • Nobody Wants This
  • Only Murders in the Building
  • The Studio

Miglior attore in una serie commedia

  • Adam Brody, Nobody Wants This
  • Steve Martin, Only Murders in the Building
  • Glen Powell, Chad Powers
  • Seth Rogen, The Studio
  • Martin Short, Only Murders in the Building
  • Jeremy Allen White, The Bear

Miglior attrice in una serie commedia o musical

  • Kristen Bell, Nobody Wants This
  • Ayo Edebiri, The Bear
  • Selena Gomez, Only Murders in the Building
  • Natasha Lyonne, Poker Face
  • Jenna Ortega, Mercoledì
  • Jean Smart, Hacks

Miglior miniserie o film televisivo

  • Adolescence
  • All Her Fault
  • The Beast in Me
  • Black Mirror
  • Dying for Sex
  • The Girlfriend

Miglior attore in una miniserie o un film televisivo

  • Jacob Elordi, La strada stretta verso il profondo Nord
  • Paul Giamatti, Black Mirror
  • Stephen Graham, Adolescence
  • Charlie Hunnam, Monster: The Ed Gein Story
  • Jude Law, Black Rabbit
  • Matthew Rhys, The Beast in Me

Miglior attrice in una miniserie o un film televisivo

  • Claire Danes, The Beast in Me
  • Rashida Jones, Black Mirror
  • Amanda Seyfried, Long Bright River
  • Sarah Snook, All Her Fault
  • Michelle Williams, Dying for Sex
  • Robin Wright, The Girlfriend

Miglior attore non protagonista in una serie, una miniserie o un film televisivo

  • Owen Cooper, Adolescence
  • Billy Crudup, The Morning Show
  • Walton Goggins, The White Lotus
  • Jason Isaacs, The White Lotus
  • Tramell Tillman, Scissione (Severance)
  • Ashley Walters, Adolescence

Miglior attrice non protagonista in una serie, una miniserie o un film televisivo

  • Carrie Coon, The White Lotus
  • Erin Doherty, Adolescence
  • Hannah Einbinder, Hacks
  • Catherine O’Hara, The Studio
  • Parker Posey, The White Lotus
  • Aimee Lou Wood, The White Lotus

Miglior performance di Stand-Up Comedy

  • Bill Maher, Is Anyone Else Seeing This?
  • Brett Goldstein, The Second Best Night of Your Life
  • Kevin Hart, Acting My Age
  • Kumail Nanjiani, Night Thoughts
  • Ricky Gervais, Mortality
  • Sarah Silverman, Postmortem

Miglior film per incassi

  • Avatar – Fuoco e cenere
  • F1KPop Demon Hunters
  • Mission: Impossible – The Final Reckoning
  • Sinners – I peccatori
  • Weapons
  • Wicked – Parte 2
  • Zootropolis 2

Miglior podcast

  • Armchair Expert with Dax Shepard
  • Call Her Daddy
  • Good Hang with Amy Poehler
  • The Mel Robbins Podcast
  • Smartless
  • Up First

Venezuela, liberati Alberto Trentini e Mario Burlò

Gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò sono stati liberati nell’ambito del rilascio di diversi prigionieri politici annunciato dal Venezuela la settimana scorsa. Lo ha annunciato lunedì mattina il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Sono liberi e sono nella sede dell’Ambasciata d’Italia a Caracas», scrive su X. «L’ho appena comunicato al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha sempre seguito la vicenda in prima persona», continua Tajani. «Ho parlato con i nostri due connazionali, che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia. La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente» ad interim Delcy Rodriguez «che il governo italiano apprezza molto», conclude il ministro degli Esteri. Alberto Trentini, cooperante della ong Humanity & Inclusion, era stato imprigionato a novembre del 2024 senza accuse formali. Burlò invece è un imprenditore di Torino, al centro di alcuni processi in Italia per reati fiscali e finanziari. È stato arrestato anche lui nel 2024 ma non è chiaro per quali motivi: nel novembre del 2025, durante una visita consolare in carcere, ha detto di essere stato rinviato a giudizio per accuse di terrorismo.

La famiglia Trentini: «È la notizia che aspettavamo da 423 giorni»

«Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione». Lo afferma la famiglia Trentini, con l’avvocata Alessandra Ballerini. «Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci. Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!», aggiungono i Trentini.

Meloni: «Un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa»

«Accolgo con gioia e soddisfazione la liberazione dei connazionali Alberto Trentini e Mario Burlò», scrive la premier Giorgia Meloni in una nota di Palazzo Chigi. «Ho parlato con loro, e un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa», aggiunge. «Desidero esprimere, a nome del governo italiano, un sentito ringraziamento alle autorità di Caracas, a partire dal presidente Rodriguez, per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni e a tutte le istituzioni e alle persone che, in Italia, hanno operato con impegno e discrezione per il raggiungimento di questo importante risultato», conclude la Meloni.

Crans-Montana, ok al trasferimento in Italia di Leonardo Bove

Sta per tornare in Italia di Leonardo Bove, il 16enne rimasto gravemente ferito nell’incendio di Crans-Montana. Dopo giorni di attesa, l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso ha annunciato che «abbiamo avuto l’ok dai medici svizzeri al trasferimento del ragazzo milanese ferito e le condizioni meteo ci offrono una finestra utile per il viaggio». Il giovane era ricoverato all’ospedale di Zurigo e non era stato finora possibile procedere al trasferimento né per le sue condizioni cliniche né per il maltempo che aveva impedito l’uso dell’elicottero. Con il miglioramento della situazione, il ponte aereo tra Italia e Svizzera è stato riattivato e «in questo momento l’elicottero di Areu della base di Bergamo, con l’equipe sanitaria a bordo, è partito per Zurigo», ha aggiunto Bertolaso, precisando che si attende «l’arrivo all’Ospedale Niguarda entro la serata».

I timori della Nato sulle attività di Russia e Cina nell’Artico

La Nato sta rafforzando in modo significativo la cooperazione militare nell’Artico. Alla conferenza sulla sicurezza di Salen, in Svezia, il comandante supremo alleato Alexus Grynkewich ha dichiarato che «gli alleati stanno collaborando strettamente sulle questioni artiche» e che è stato deciso di «approfondire la nostra comprensione delle attività nell’Artico e incrementare le nostre attività ed esercitazioni nell’estremo nord», sottolineando che «la cooperazione militare in questa regione non è mai stata così forte». Il generale ha avvertito che «nell’estremo nord, navi russe e cinesi stanno conducendo sempre più pattugliamenti congiunti» e che la minaccia diventerà «sempre maggiore».

Grynkewich: «Navi cinesi non hanno scopi pacifici»

Grynkewich ha spiegato che l’Alleanza intende potenziare «le nostre capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione» e rafforzare infrastrutture, logistica e presenza militare nell’area, definita di «importanza strategica» e ormai «una prima linea nel quadro delle operazioni del Comando Alleato Nato». Ha inoltre denunciato che «rompighiaccio e navi da ricerca cinesi si trovano nelle acque artiche e la loro ricerca non ha scopi pacifici: serve per ottenere un vantaggio militare», mentre «la Russia continua a testare capacità avanzate nel Mare di Barents». Il generale ha anche ricordato che il Joint Force Command Norfolk ora coordina tutte le attività Nato nell’Artico.

Il ministro degli Esteri tedesco: «Sicurezza dell’Artico di grande importanza»

Sul tema è intervenuto anche il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, che prima di un viaggio in Islanda e negli Stati Uniti ha scritto che «la sicurezza nell’Artico sta diventando sempre più importante» e che occorre discutere «di come possiamo assumerci al meglio questa responsabilità all’interno della Nato». Wadephul ha aggiunto che le valutazioni devono includere «gli interessi legittimi di tutti gli alleati della Nato, ma anche quelli degli abitanti della regione», compresa «la Groenlandia e la sua popolazione», ribadendo che «l’affidabilità è alla base della sicurezza, del commercio e degli investimenti» e confermando un incontro a New York con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.

Trump minaccia Cuba: «Accettino un accordo prima che sia tardi»

Donald Trump torna a rivolgere minacce dirette a Cuba con un messaggio diffuso su Truth, a pochi giorni dalla cattura di Nicolás Maduro. Nel post, il presidente degli Stati Uniti sostiene che per anni l’isola avrebbe beneficiato di forniture di petrolio e risorse economiche provenienti dal Venezuela, offrendo in cambio «servizi di sicurezza» ai vertici di Caracas. Trump afferma però che questo schema sarebbe giunto al termine, scrivendo che «la maggior parte di quei cubani è morta nell’attacco degli Stati Uniti della scorsa settimana» e che «il Venezuela non ha più bisogno di protezione da parte di delinquenti ed estorsori che lo hanno tenuto in ostaggio per così tanti anni». Nel messaggio aggiunge anche che «Il Venezuela ora ha gli Stati Uniti d’America, il più potente esercito del mondo a proteggerlo, e lo proteggeremo», avvertendo che «non ci sarà né petrolio né denaro destinato a Cuba» e invitando l’Avana a trattare: «Suggerisco vivamente che facciano un accordo, prima che sia troppo tardi».

Il ministro degli Esteri cubano: «Mai ricevuti compensi per servizi di sicurezza forniti ad altri Paesi»

Alla presa di posizione di Trump ha risposto il governo cubano attraverso il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez. In una dichiarazione pubblica, il capo della diplomazia dell’Avana ha affermato che Cuba «non riceve, né ha mai ricevuto, compensi monetari o materiali per i servizi di sicurezza forniti ad alcun Paese» e che, «a differenza degli Usa», non ha «un governo che si dedica ad attività mercenarie, ricatti o coercizioni militari contro altri Stati». Rodríguez ha concluso sostenendo che «la legge e la giustizia sono dalla parte di Cuba» e accusando Washington di comportarsi come «un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo».

Iran, Netanyahu: «Se il regime cade torneremo a collaborare con Teheran»

All’apertura della riunione di gabinetto, Benyamin Netanyahu ha parlato di un possibile scenario futuro di cooperazione tra Israele e Iran. Intervenendo davanti ai ministri, ha affermato che «stiamo trasmettendo forza agli eroici e coraggiosi cittadini dell’Iran e, una volta caduto il regime, faremo del bene insieme a beneficio di entrambi i popoli», come riportato dal Times of Israel. Netanyahu ha aggiunto che «tutti speriamo che la nazione persiana venga presto liberata dal giogo della tirannia» e ha concluso sostenendo che «quando quel giorno arriverà, Israele e Iran torneranno a essere partner fedeli nella costruzione di un futuro di prosperità e pace».

Arrestato un collaboratore dell’ufficio di Netanyahu

Nelle stesse ore, la polizia israeliana ha reso noto l’arresto di un alto collaboratore dell’ufficio del primo ministro, sospettato di aver interferito con un’indagine in corso. Il nome non è stato ufficializzato, ma i media locali indicano in Tzachi Braverman, capo dello staff di Netanyahu e designato come prossimo ambasciatore nel Regno Unito, la persona fermata. L’arresto sarebbe collegato all’inchiesta sulla fuga di notizie durante la guerra a Gaza: l’ex collaboratore Eli Feldstein ha infatti sostenuto che Braverman avrebbe tentato di intralciare le indagini dopo la diffusione, nel settembre 2024, di un documento classificato dell’esercito israeliano al quotidiano tedesco Bild, episodio che portò all’arresto e all’incriminazione dello stesso Feldstein.

Groenlandia, media: «Il Regno Unito valuta con alleati Ue l’invio di militari»

Il governo britannico sta avviando un confronto con diversi partner europei sull’ipotesi di una presenza militare congiunta in Groenlandia, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza nell’Artico e rispondere alle preoccupazioni espresse da Donald Trump. Secondo quanto riferisce il Telegraph, negli ultimi giorni rappresentanti di Downing Street hanno avuto colloqui con funzionari di altri Paesi, tra cui Francia e Germania. Le ipotesi allo studio, ancora preliminari, includono il possibile dispiegamento di militari, unità navali e velivoli del Regno Unito per contribuire alla difesa dell’isola.

Groenlandia, media: «Il Regno Unito valuta con alleati Ue l’invio di militari»
Donald Trump (Ansa).

Una fonte citata dal Telegraph ha spiegato che «Condividiamo il punto di vista del presidente Trump: la crescente aggressività della Russia nell’estremo nord deve essere scoraggiata e la sicurezza euro-atlantica rafforzata». La stessa fonte ha aggiunto che «le discussioni della Nato sul rafforzamento della sicurezza nella regione continuano e non vorremmo mai anticiparle, ma il Regno Unito sta collaborando con gli alleati per promuovere gli sforzi volti a rafforzare la deterrenza e la difesa nell’Artico. Il Regno Unito continuerà a collaborare, come ha sempre fatto, alle operazioni di interesse nazionale, proteggendo i cittadini nel proprio Paese».

Strage Crans-Montana, le dichiarazioni di Moretti nell’interrogatorio

A poche ore dalla strage di Crans-Montana, i titolari del Constellation, Jacques e Jessica Moretti, sono stati ascoltati dagli investigatori. Durante l’interrogatorio sono emersi diversi aspetti critici: la porta di servizio «era bloccata dall’interno», il soffitto era rivestito con schiuma isolante e infiammabile, il personale «non era formato» per affrontare emergenze e sull’uso di candele nel seminterrato hanno ammesso che «non era la prima volta». A seguito dell’incendio che è costato la vita a 40 persone, lui è finito in carcere, lei ai domiciliari.

Strage Crans-Montana, le dichiarazioni di Moretti nell’interrogatorio
Jacques Moretti (Ansa).

La ricostruzione dei momenti immediatamente precedenti al rogo è stata riferita da BfmTv. Dopo la mezzanotte del 31 dicembre il locale era affollato, tra musica, brindisi e camerieri che, sollevati dai colleghi, portavano bottiglie di champagne tra i clienti. Jessica racconta di aver notato improvvisamente «una luce arancione verso l’angolo del bar»: le candele accese sulle bottiglie avrebbero raggiunto il soffitto, innescando le fiamme. «Ho urlato: tutti fuori! Sono uscita dall’ingresso principale, salendo le scale, per dire alla guardia giurata di far uscire tutti. Ho chiamato il 118. Era l’1.28». Subito dopo contatta il marito, che si trovava in un altro pub: «Gli ho detto: c’è un incendio, venite subito! Ero nel panico, la chiamata è durata 11 secondi».

Il locale ristrutturato «dalla A alla Z» e l’utilizzo delle candele

Jacques arriva poco dopo e tenta di entrare, ma «era impossibile, troppo fumo». Si dirige allora verso l’uscita posteriore, al piano terra, trovandola «chiusa e bloccata dall’interno con un chiavistello», una situazione che sostiene non si verificasse mai. «L’abbiamo forzata e ha ceduto in pochi secondi». All’interno vede persone a terra, «tra loro la mia figliastra. Le abbiamo tirate fuori» per prestare i primi soccorsi. Chiede poi alla moglie, ferita a un braccio, di allontanarsi: «Le ho detto di non restare ad assistere a questa tragedia. Volevo proteggerla». Jessica conferma: «Ero nel panico, stordita, il mio corpo stava cedendo». Sul locale, Jacques afferma che era «ristrutturato dalla A alla Z», compreso il soffitto, e che in dieci anni «i vigili del fuoco hanno effettuato due o tre ispezioni» senza «alcuna richiesta di modifica». Ammette però l’assenza di un sistema antincendio e, alla domanda sulla preparazione dello staff, risponde: «No». Sull’uso delle candele precisa che non erano una consuetudine fissa: «Non era una cosa che facevamo sistematicamente. Non ho mai impedito di farlo, ma non li ho nemmeno mai obbligati».

Hong Kong, Musetti ko in finale contro Bublik

Si allunga ancora l’attesa di Lorenzo Musetti per tornare a vincere un torneo Atp: la finale di Hong Kong si è chiusa con la settima sconfitta consecutiva in un atto conclusivo, una serie iniziata dopo il successo ottenuto il 23 ottobre 2022 contro Matteo Berrettini a Napoli, che resta l’ultimo titolo in carriera nel circuito maggiore. Nel torneo Atp 250 asiatico l’attuale numero 5 al mondo si è arreso ad Aleksandr Bublik, condizionato anche da un problema al braccio destro che ne ha limitato il rendimento: il kazako ha chiuso la finale 7-6, 6-3 dopo aver avuto tre match point. Per Bublik si tratta del nono titolo della carriera, un successo che gli vale anche l’ingresso per la prima volta tra i primi dieci del ranking mondiale, con il sorpasso sull’infortunato Jack Draper e il nuovo best ranking da numero 10 a partire da lunedì.

L’Iran a Trump: «Se attaccati colpiremo basi Usa e Israele»

Il bilancio delle vittime delle proteste in Iran ha registrato un’impennata nel giro di poche ore. Secondo l’ultimo aggiornamento fornito dalla ong statunitense Human Rights Activists News Agency, rilanciato da Sky News, i morti sono saliti da 65 ad almeno 116. Tra le persone uccise figurano anche sette minorenni. L’organizzazione riferisce che la maggior parte delle vittime sarebbe stata colpita con munizioni vere o con armi che sparano pallini, spesso da distanza ravvicinata. Sempre secondo l’Hrana, 37 dei deceduti apparterrebbero alle forze armate o ai servizi di sicurezza, tra le vittime ci sarebbe anche un pubblico ministero. Il numero degli arresti avrebbe raggiunto quota 2.638.

Il capo della polizia iraniana: «Il livello degli scontri è aumentato»

Intanto da Teheran è arrivato un messaggio diretto a Washington. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, intervenendo davanti ai deputati, ha avvertito che «qualsiasi attacco statunitense porterebbe Teheran a reagire contro Israele e le basi militari statunitensi» nella regione, che ha definito «obiettivi legittimi». Intanto, il comandante in capo della polizia nazionale iraniana, Sardar Radan, ha fatto sapere che «il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato», rivendicando quelli che ha descritto come «arresti importanti» e precisando che «i principali elementi dei disordini di ieri sera sono stati arrestati», come riportato da Sky News.

Francia, mozioni di sfiducia per Lecornu: il premier minaccia elezioni anticipate

La Francia ha votato contro la decisione dell’Unione europea, ma l’accordo col Mercosur è passato e verrà siglato il 17 gennaio in Paraguay. L’intesa raggiunta da Bruxelles ha scatenato (ancora) le forti proteste degli agricoltori, che hanno portato i loro trattori fin sotto la Tour Eiffel. Ma anche in parlamento a Parigi, sia dalla sinistra che dalla destra: La France Insoumise e il Rassemblement National hanno infatti depositato due mozioni di censura contro il primo ministro Sebastien Lecornu, che saranno esaminate tra il 13 e il 14 gennaio. A un anno dalle Presidenziali l’ipotesi di una caduta del governo appare improbabile, ma – scrive Le Monde – il premier (in concerto col presidente Emmanuel Macron) ha ufficialmente incaricato Laurent Nuñez, ministro dell’Interno, di valutare la fattibilità di elezioni legislative anticipate, per il 15 e 22 marzo, in contemporanea con le Amministrative.

Strage di Crans-Montana, l’ammissione del proprietario del Constellation

Jacques Moretti, proprietario del Constellation, avrebbe ammesso di fronte agli inquirenti che la porta di emergenza situata nel seminterrato del locale di Crans-Montana era bloccata dall’interno. Lo riferisce la televisione svizzera Rts. Moretti, che è stato arrestato, avrebbe anche affermato di aver sbloccato lui stesso la porta dall’esterno, una volta giunto sul posto, trovando diversi corpi senza vita ammucchiati. Inoltre avrebbe anche dichiarato di aver sostituito lui stesso la schiuma fonoassorbente che ha preso fuoco, innescando il rogo in cui sono morti 40 ragazzi. Moretti è al momento accusato con la moglie Jessica Maric (ai domiciliari con braccialetto elettronico), di omicidio colposo, incendio colposo e lesioni personali colpose. Ma adesso si potrebbe configurare la contestazione del reato di omicidio per dolo eventuale.

La vicesindaca di Crans-Montana chiede scusa per i mancati controlli

Bonvin Clivaz, vicesindaca di Crans-Montana, in una intervista rilasciata sempre a Rts, ha chiesto scusa alle famiglie delle vittime e dei feriti. Questo dopo le polemiche suscitate dal primo cittadino Nicolas Féraud, che non lo aveva fatto nella conferenza stampa all’indomani della tragedia. «Non ci sono scuse per non aver chiesto scusa. Sui controlli c’è stata una mancanza, non li abbiamo fatti e ammettiamo di non averli fatti e ci prendiamo la responsabilità per questa mancanza ma sarà l’inchiesta a dirlo, adesso non abbiamo ancora le vere risposte». Clivaz ha però allontanato le ipotesi di dimissioni da parte dell’attuale amministrazione di Crans-Montana.

Iran, Khamenei alza il livello di allerta dei Guardiani della rivoluzione

Non si placano le proteste di piazza in Iran, dove è salito ad almeno 65 morti il bilancio delle vittime tra i manifestanti e le persone arrestate sono più di 2.300. La rivolta popolare, giunta al 14esimo giorno, preoccupa a tal punto il regime di Teheran da aver portato l’ayatollah Ali Khamenei a porre il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica in uno stato di allerta più elevato rispetto a quello in cui si trovava a giugno del 2025, durante la guerra con Israele. Lo hanno detto al Telegraph alcuni funzionari di Teheran, spiegando che «Khamenei è in stretto contatto più con le Guardie della Rivoluzione che con l’esercito o la polizia, perché ritiene che il rischio di defezioni tra i pasdaran sia pressoché inesistente, mentre altri lo hanno fatto in passato».

Il Procuratore generale: «Tutti i manifestanti rischiano la pena di morte»

Nell’Iran senza Internet, il regime ormai spara a vista sui manifestanti: secondo la Bbc gli ospedali di Teheran e Shiraz sono al collasso, con centinaia di pazienti feriti alla testa e agli occhi dalle forze dell’ordine. E c’è chi parla di oltre 200 morti, circa il triplo di quanto stimato dalle ong. La televisione di Stato, però, manda in onda solo immagini di palazzi e moschee distrutti da «rivoltosi e criminali». Tutti i manifestanti alle proteste che dilagano in Iran saranno accusati di essere “nemici di Dio” (“mohareb”), reato punibile con la pena di morte: lo ha dichiarato il procuratore generale del Paese, Mohammad Movahedi Azad.

Tennis, Musetti batte Rublev a Hong Kong e diventa numero 5 al mondo

Grande inizio di anno per Lorenzo Musetti, che a Hong Kong in un colpo solo raggiunge la finale del Bank of China Tennis Open e diventa numero 5 al mondo. L’azzurro si è imposto nella semifinale dell’Atp 250 sul russo Andrey Rublev in rimonta e in tre set con il punteggio di 6-7 (3), 7-5, 6-4, in 2 ore e 45 minuti di gioco: all’ultimo atto del torneo affronterà il vincente tra Marcos Giron e Aleksandr Bublik. La finale è in programma domenica 11 gennaio: nello stesso giorno Musetti giocherà anche la finale in doppio insieme a Lorenzo Sonego.

Musetti, certo di scavalcare con 4.105 punti Alex De Minaur (fermo a 4.080) dopo l’eliminazione dell’Australia in United Cup, sarà il terzo azzurro capace di entrare in top 5 nell’era del ranking computerizzato – iniziata nel 1973 – dopo Adriano Panatta e Jannik Sinner. Da lunedì, dunque, l’Italia avrà per la prima volta due giocatori tra i primi cinque del mondo.

Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga

L’attore turco Can Yaman, popolarissimo in Italia per aver interpretato il ruolo di protagonista in alcune serie tivù di successo e nuovo volto di Sandokan, è stato arrestato in Turchia nell’ambito di un’inchiesta sul traffico e il consumo di sostanze stupefacenti. Il fermo è avvenuto a Istanbul, nell’ambito di blitz che nella notte tra il 9 e il 10 gennaio hanno colpito nove night club della metropoli affacciata sul Bosforo: assieme a Yaman sono state fermate altre sei persone, tra cui la collega attrice Selen Görgüzel, alcuni pusher e un gestore di un locale. L’operazione di polizia sta andando avanti da diverse settimane e ha già portato all’arresto di oltre 20 personaggi noti in Turchia.

Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga
Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga
Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga
Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga
Can Yaman è stato arrestato in Turchia in un raid antidroga

Morte di Alex Marangon, svolta nel caso: cinque indagati

Svolta nelle indagini per la morte di Alex Marangon, 25enne barista di Marcon (Venezia), che fu trovato senza vita nel Piave il 2 luglio 2024, dopo aver preso parte a un rito sciamanico a Vidor, nel Trevigiano. Cinque persone sono state infatti iscritte nel registro degli indagati, con le accuse di morte in conseguenza di altro reato e cessione di sostanze stupefacenti. Secondo la ricostruzione ipotizzata dalla magistratura, Marangon sarebbe precipitato sul letto ghiaioso del fiume da un terrapieno alto una decina di metri, probabilmente privo di lucidità a causa dell’assunzione di varie sostanze. (aveva sicuramente consumato un decotto di ayahuasca).

Chi sono le cinque persone iscritte nel registro degli indagati

Sono stati iscritti nel registro degli indagati Diana Da Sacco, moglie del proprietario dell’abbazia di Santa Bona (ex edificio religioso oggi adibito a residenza privata e sede per eventi), Andrea Zuin e Tatiana Marchetto, ovvero gli organizzatori dell’evento, e i due curanderos colombiani Jhonni Benavides e Sebastian Castillo, che gestirono la liturgia pagana. Quest’ultimi, tornati nel loro Paese dopo il ritrovamento del cadavere di Marangon, sono tuttora irreperibili. Il 15 gennaio la procura conferirà l’incarico al medico legale di effettuare l’analisi dei capelli di tutte le 20 persone che tra il 29 e il 30 giugno 2024 parteciparono al rito sciamanico, già prelevati nelle prime fasi dell’inchiesta.