«Un missile balistico lanciato dall’Iran e penetrato nello spazio aereo turco è stato neutralizzato dagli elementi di difesa aerea e antimissile della Nato dispiegati nel Mediterraneo orientale». Lo ha reso noto il ministero della Difesa di Ankara. Si tratta del secondo incidente di questo tipo sul territorio della Turchia dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Alcuni frammenti del missile sono caduti nella provincia di Gaziantep, nel sud-est del Paese, senza causare feriti. Rafforzate le misure di sicurezza nell’area.
Caitlin Kalinowski, responsabile del dipartimento di robotica di OpenAI, ha annunciato le dimissioni dopo l’accordo tra l’azienda di intelligenza artificiale di Sam Altman e il Pentagono. «Ho rassegnato le dimissioni. Tengo profondamente al team di robotica e al lavoro che abbiamo costruito insieme. Non è stata una decisione facile. L’IA ha un ruolo importante nella sicurezza nazionale. Ma la sorveglianza degli americani senza supervisione giudiziaria e l’autonomia letale senza autorizzazione umana sono confini che meritavano più riflessione di quanta ne abbiano ricevuta», ha scritto in un post su X. L’intesa tra OpenAI e il governo americano riguarda la fornitura di tecnologie da utilizzare in attività legate alla sicurezza nazionale, ed è stata siglata dopo che Anthropic aveva respinto le richieste del dipartimento della Difesa per un accesso senza limiti ai suoi modelli Claude, disponibile nei sistemi più riservati dell’esercito. Kalinowski ha concluso il suo messaggio di congedo sottolineando il punto chiave, ovvero la questione etica: «Questa scelta riguardava il principio, non le persone. Ho profondo rispetto per Sam e il team, e sono orgogliosa di ciò che abbiamo costruito insieme».
I resigned from OpenAI. I care deeply about the Robotics team and the work we built together. This wasn’t an easy call. AI has an important role in national security. But surveillance of Americans without judicial oversight and lethal autonomy without human authorization are…
Giorgia Meloni, che era scesa in campo per il Sì al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, optando poi per la strategia dell’assenza memore della caduta di Matteo Renzi nel 2016, è tornata a metterci la faccia costretta dalla crescita del fronte del No. La premier ha deciso di personalizzare il referendum con un lungo video diffuso sui social, introdotto così: «Cosa c’è davvero nella riforma della Giustizia: 13 minuti per fare chiarezza e rispondere alle banalizzazioni e alle troppe bufale messe in circolazione».
Cosa c’è davvero nella riforma della Giustizia: 13 minuti per fare chiarezza e rispondere alle banalizzazioni e alle troppe bufale messe in circolazione.
Vi chiedo di ascoltare il video fino alla fine e di aiutarmi a diffonderlo. Il 22 e 23 marzo scelgo il SÌ pic.twitter.com/z7fMJXpheq
Meloni: «Riforma sostenuta da moltissimi magistrati, che preferiscono non dichiararlo»
Nel video Meloni sostiene che la riforma costituzionale «riguarda tutti» e che punta a «rendere la magistratura più meritocratica e responsabile, correggendo storture mai risolte». Se la giustizia «non è efficiente, efficace, meritocratica», dice Meloni, «una parte fondamentale del meccanismo che definisce il nostro benessere si inceppa, e tutti i cittadini lo pagano», non solo quelli che hanno a che fare direttamente con i giudici. I quali «decidono su moltissimi aspetti della nostra vita: sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul lavoro, sulla salute, sulla libertà personale». E poi: «Il potere giudiziario anche l’unico caso in cui, a questo potere, quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Perché se un magistrato sbaglia, se è negligente, se ad esempio, come purtroppo è accaduto, si dimentica in carcere un imputato per quasi un anno oltre la scadenza del termine, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla. Quel magistrato fa carriera, e chi subisce questa sventura può essere qualsiasi cittadino onesto». Sottolineando di voler liberare le toghe dal controllo della politica, Meloni ha inoltre assicurato che la riforma della giustizia «è sostenuta con convinzione da moltissimi magistrati, anche molti più di quanti lo dichiarino pubblicamente», aggiungendo «che forse ci si dovrebbe interrogare sul perché alcuni preferiscano non dichiararlo».
Si allarga l’inchiesta sulla strage di Crans Montana. Le autorità svizzere hanno iscritto nel registro degli indagati altre cinque persone oltre ai due coniugi proprietari del locale in cui si è sviluppato l’incendio, Jacques Moretti e Jessica Maric, l’ex funzionario del comune Ken Jacquemoud e il capo del servizio di sicurezza pubblica del comune Christophe Balet. Tra i nuovi indagati c’è anche il sindaco di Crans Nicolas Féraud. Gli altri sono Kévin Barras, ex consigliere con deleghe sulla sicurezza attualmente deputato supplente al parlamento cantonale, Pierre Albéric Clivaz, ex capo dei vigili del fuoco di Chermignon, comune poi fuso con Crans-Montana, Rudy Tissières, già addetto alla sicurezza di Crans-Montana, e Baptiste Cotter, attuale funzionario addetto alla sicurezza. Come i primi quattro indagati, sono tutti accusati di omicidio, lesioni e incendio colposi.
Mojtaba Khamenei è la nuova Guida Suprema dell’Iran. La nomina segna la vittoria sul clero iraniano da parte dei Guardiani della rivoluzione: il secondogenito dell’ayatollah Ali Khameni, ucciso nei primi raid Usa, era il candidato non ufficiale dei pasdaran. Falco della teocrazia e alleato dei Guardiani della rivoluzione: ecco chi è Mojtaba Khamenei, destinato a ricoprire la massima carica religiosa e amministrativa della Repubblica Islamica fino alla sua morte.
Mojtaba Khamenei (Ansa).
Ha studiato teologia islamica nella città santa di Qom
Nato l’8 settembre 1969 a Mashhad, Mojtaba Khamenei ha studiato teologia islamica nella città santa di Qom sotto la guida di chierici ultraconservatori e dello stesso padre. A Qom ha anche insegnato, raggiungendo il grado di hodjatoleslam, titolo assegnato a religiosi di livello intermedio, dunque inferiore a quello di ayatollah detenuto dal padre e da Rouhollah Khomeini, la prima Guida Suprema dell’Iran.
Nella guerra contro l’Iraq aveva combattuto in un battaglione pasdaran
Meno ideologico del padre, Mojtaba Khamenei è però più vicino ai pasdaran rispetto al genitore. Il legame risale alla sua partecipazione (tra il 1987 e il 1988) a un’unità combattente – il battaglione Habib ibn Mazahir – nelle ultime fasi della guerra tra Iran e Iraq: in quel periodo strinse rapporti con soldati che oggi occupano posizioni chiave nell’apparato di sicurezza. Mojtaba Khamenei non ha mai ricoperto cariche pubbliche elettive, ma ha agito a lungo come eminenza grigia nell’ufficio del padre, con enorme potere informale, esercitato soprattutto sulle formazioni che compongono le forze di sicurezza del Paese: i già citati Pasdaran e la milizia Basij.
Un sostenitore di Mojtaba Khamenei ccon un ritratto della nuova Guida Suprema dell’Iran (Ansa).
È stato la mente della repressione delle proteste contro il regime
Mojtaba Khamenei ha sostenuto l’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad nelle controverse elezioni presidenziali del 2005 e del 2009 e, secondo i media, potrebbe aver svolto un ruolo di primo piano nell’orchestrarne la vittoria elettorale. Diverse fonti di intelligence lo hanno segnalato come il coordinatore delle brutali repressioni dell’Onda Verde nel 2009 e delle proteste “Donna, Vita, Libertà” del 2022.
Nel 2019 è stato Sanzionato dal Dipartimento del Tesoro Usa
Sanzionato dal Dipartimento del Tesoro degli Usa nel 2019 per i suoi legami con le attività della Forza Quds e la gestione di un presunto impero finanziario occulto con proprietà di lusso a Londra e Dubai (secondo un’inchiesta di Bloomberg si sarebbe notevolmente arricchito attraverso una vasta rete di società schermo all’estero), nel 2004 ha sposato Zahra Haddad-Adel, figlia dell’ex presidente del parlamento Gholam-Ali Haddad-Adel, forse morta nei primi attacchi su Teheran.
La nomina è una vittoria per i pasdaran e una sconfitta per il clero
La nomina di Mojtaba da parte dell’Assemblea degli Esperti, maturata in un clima di estrema segretezza, segna una successione dinastica che punta a garantire la stabilità della teocrazia sotto assedio e una significativa Vittoria del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica sul clero, che avrebbe preferito come massima autorità del mondo sciita un ayatollah, anziché un chierico giurista di medio rango.
Ora è ufficiale: è Mojtaba Hosseini Khamenei, secondogenito di Ali Khamenei, la nuova Guida Suprema dell’Iran. La nomina di Mojtaba da parte dell’Assemblea degli Esperti, maturata in un clima di estrema segretezza, segna una successione dinastica che punta a garantire la stabilità della teocrazia sotto assedio. E a far sì che nulla cambi nel Paese, visto il suo forte legame con i Pasdaran.
La nomina di Mojtaba Khamenei è una vittoria per i pasdaran
Di fatto, la nomina di Mojtaba Khamenei segna la vittoria del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica sul clero iraniano, che avrebbe preferito come massima autorità del mondo sciita un ayatollah, anziché un chierico giurista di medio rango. I pasdaran, in una nota diffusa immediatamente dopo la proclamazione, hanno assicurato «totale obbedienza e sacrificio» per adempiere ai suoi comandamenti. Ma in generale tutte le principali istituzioni politiche e militari del Paese hanno espresso pieno sostegno alla nomina. Il presidente Masoud Pezeshkian ha definito la scelta «l’incarnazione della volontà» della comunità musulmana di «rafforzare l’unità nazionale». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, si è congratulato pubblicamente con Khamenei tramite un messaggio su X. Pieno appoggi anche dalla il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, dalle forze armate, dalla milizia Basij, dal Consiglio supremo di sicurezza nazionale e dalla polizia.
Mojtaba Khamenei (Ansa).
I proxy di Teheran hanno accolto con favore la scelta dell’Assemblea degli Esperi
La nomina di Khamenei è stata accolta con favore dai ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti da Teheran: «In questa fase critica e delicata della storia della nazione rappresenta un’altra vittoria per la Rivoluzione Islamica e un duro colpo per i suoi nemici della Repubblica Islamica», hanno scritto sul loro canale Telegram. Apprezzamento anche da parte di Hamas, che ha ricordato come Khameni avesse partecipato al funerale di Yahya Sinwar, leader del gruppo islamista palestinese. In Iraq a salutare positivamente la nomina è stata la milizia sciita Kataib Hezbollah.
Trump: «Se non otterrà la nostra approvazione non durerà a lungo»
Donald Trump, che lo aveva già bollato come «peso piuma», ha commentato: «Se non otterrà la nostra approvazione non durerà a lungo. Lo uccideremo». Israele ha già assicurato che «continuerà a perseguire» la leadership iraniana: la mattina del 9 marzo si è aperta con nuovi massici attacchi dell’Idf contro le «infrastrutture del regime» di Teheran.
Forza Italia continua a sostenere che per le elezioni comunali di Milano del 2027 il centrodestra dovrebbe puntare su un candidato civico, ma gli alleati non sono d’accordo. Gli azzurri hanno riunito alla fondazione Rovati oltre 30 relatori, tutti esponenti della società civile, tra i quali «c’è il candidato sindaco di Forza Italia» come ha detto l’europarlamentare Letizia Moratti, che ha organizzato il convegno insieme alla senatrice Stefania Craxi ed è stata l’ultima esponente del centrodestra a guidare la città.
Noi Moderati punta su Maurizio Lupi
Sul tavolo resta sempre il nome politico del presidente di Noi Moderati Maurizio Lupi, caldeggiato in primis dal suo partito, che nelle settimane precedenti aveva invitato Forza Italia a non inseguire candidati fuori dalla politica: «Fa ridere questa continua ricerca di candidati civici, che poi puntualmente dicono di no, come se fossimo a X Factor». Gli azzurri non sembrano però appoggiare le sue ambizioni, con il coordinatore di Fi in Lombardia Alessandro Sorte che ha definito la sua eventuale candidatura come “non competitiva”, sostenendo che il centrodestra debba allargare la coalizione, per esempio ad Azione e agli elettori dell’ex Terzo polo.
Maurizio Lupi (Ansa).
La Lega: «Forza Italia vuole candidarsi da sola?»
A frenare Forza Italia è anche la Lega. «Mi viene da pensare che con questo annuncio vogliano candidarsi da soli, soprattutto dopo il salvataggio a Beppe Sala sul tema stadio, ma auspico sia solo un maldestro tentativo di gettare la palla avanti», ha detto il segretario provinciale su Milano Samuele Piscina, ribadendo che il candidato non sarà di un singolo partito ma della coalizione.
Fratelli d’Italia: «Bisogna avere coraggio»
Nemmeno Fratelli d’Italia sembra appoggiare la mossa degli azzurri. Il capogruppo meloniano a Palazzo Marino Riccardo Truppo ha evidenziato che «il candidato sindaco può certamente essere un civico ma non l’ha prescritto il medico, non è condizione necessaria e sufficiente». E ancora: «Giorgia Meloni si è candidata a governare l’Italia tra mille teorici del civismo e fautori dei tecnocratici. Governiamo l’Italia con il coraggio delle nostre idee e a Milano può succedere la stessa cosa. Basta avere coraggio».
La partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia non ha solo innescato loscontro tra il presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Ha infatti travalicato i confini italiani ed è diventata un caso di respiro internazionale: 26 eurodeputati hanno infatti firmato una lettera indirizzata a Buttafuoco e al cda della Biennale, chiedendo la revoca della «inaccettabile» partecipazione della Federazione Russa.
Pina Picierno (Ansa).
Cosa hanno scritto gli eurodeputati nella lettera
Tra i firmatari della lettera, di vari schieramenti politici, c’è anche l’italiana Pina Picierno del Pd, vicepresidente del Parlamento europeo. La riammissione della Russia, si legge nella documento, «rischia di danneggiare la reputazione e la statura morale della Biennale stessa», che «rappresenta da sempre un luogo simbolico di libertà artistica e cooperazione internazionale». Permettere la presenza ufficiale della Federazione Russa, spiegano gli europarlamentari, porterebbe «inevitabilmente con sé un significato simbolico e di legittimazione». Tutto questo dopo quattro anni di «bombardamenti, distruzione di infrastrutture e attacchi sistematici al patrimonio culturale ucraino».
Leonardo Maria Del Vecchio, intervistato dal Financial Times, ha affermato di essere vicino all’accordo per l’acquisto delle quote dei fratelli Luca e Paola nella holding di famiglia Delfin, che controlla EssilorLuxottica e ha un pacchetto di partecipazioni finanziarie in UniCredit, Generali e Mps. L’operazione metterebbe fine a una lunga disputa ereditaria, rafforzando la sua influenza nel capitalismo italiano, che è già notevole viste le numerose partecipazioni accumulate negli ultimi tre anni.
Il capitale di Delfin è detenuto in quote uguali da otto persone
Dalla scomparsa del fondatore Leonardo Del Vecchio nel 2022, il capitale di Delfin è detenuto in quote uguali del 12,5 per cento da otto eredi: i sei figli dell’imprenditore (ai tre citati vanno aggiunti Claudio, Marisa e Clemente), la moglie Nicoletta Zampillo e il primo figlio di lei, Rocco Basilico.
Del Vecchio jr: «Voglio portare avanti la volontà di mio padre»
«Sono stato molto chiaro sul fatto che voglio rilevare le loro quote per diventare primo azionista di Delfin e portare avanti la volontà di mio padre. Siamo vicini a un accordo sul prezzo», ha detto Leonardo Maria Del Vecchio. Secondo il Ft, l’imprenditore sta negoziando per portare la sua quota al 37,5 per cento tramite un leveraged buyout sostenuto da un gruppo di banche. L’indebitamento verrebbe poi finanziato con i dividendi attesi dalla società: Del Vecchio jr ha indicato in oltre 7 miliardi di euro le riserve potenzialmente distribuibili, prevedendo inoltre una politica di dividendi superiore a un miliardo l’anno.
Secondo quanto riportato dal Washington Post, la Russia sta fornendo all’Iran informazioni di intelligence per aiutarlo a colpire le forze statunitensi in Medio Oriente, tra cui la posizione di navi da guerra e aerei americani. Il quotidiano ha citato tre funzionari a conoscenza della questione. Se venisse confermato, sarebbe un’indicazione che un importante avversario degli Stati Uniti sta partecipando, anche indirettamente, alla guerra. L’entità dell’assistenza russa all’Iran non è però del tutto chiara. La capacità dell’esercito iraniano di localizzare le forze statunitensi è infatti già diminuita dopo sei giorni di guerra. Gli analisti hanno affermato che la condivisione di informazioni di intelligence sia legata al sostegno che gli Usa stanno dando all’Ucraina. «I russi sono più che consapevoli dell’assistenza che stiamo fornendo agli ucraini, penso che siano molto contenti di cercare di ottenere una qualche rivincita», ha affermato uno dei funzionari americani citati dal Wp.
Nei documenti dell’Fbi sul caso Epstein pubblicati il 5 marzo dal Dipartimento di Giustizia Usa ci sono anche descrizioni di alcuni interrogatori condotti dall’agenzia federale nel 2019, in cui una donna accusava il finanziere e Donald Trump di averla aggredita sessualmente quando aveva tra i 13 e i 15 anni.
Pam Bondi (Ansa).
National Public Radio aveva accusato la procuratrice federale Bondi di insabbiamento
Seguendo l’ordine di numerazione dei documenti diffusi in precedenza dal Dipartimento di Giustizia, l’organizzazione indipendente National Public Radio aveva evidenziato l’assenza di 53 pagine, accusando la procuratrice federale Pam Bondi di insabbiamento. Successivamente, il Dipartimento di Giustizia ha spiegato di non aver diffuso in precedenza i documenti perché erano stati erroneamente contrassegnati come “duplicati”. Il 5 marzo, poi, è arrivata la pubblicazione di 16 delle 53 pagine: non è dato sapere perché ne manchino ancora 37.
Jeffrey Epstein e Donald Trump (Ansa).
L’abuso, il morso, le telefonate minacciose: la testimonianza
L’accusatrice di Epstein e Trump raccontò di essere stata portata «a New York o nel New Jersey» dal finanziere, morto suicida nello stesso anno degli interrogatori, il quale l’aveva presentata a Trump. Il futuro presidente Usa avrebbe tentato di costringerla a praticargli del sesso orale. A quel punto la ragazza lo avrebbe morso, riuscendo a evitare l’abuso. O, almeno, un abuso ancora peggiore. La donna raccontò inoltre di essere stata raggiunta negli anni successivi da telefonate minacciose che le intimavano di tacere. Trump, da parte sua, ha sempre negato qualsiasi accusa relativa al caso Epstein.
Il ministero degli esteri ucraino ha sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Ungheria «data l’impossibilità di garantire la loro sicurezza a causa delle azioni arbitrarie delle autorità ungheresi». La comunicazione arriva dopo l’arresto a Budapest di sette dipendenti di una banca ucraina accusati di riciclaggio di denaro. Il ministro degli Esteri di Kyiv, Andrii Sybiha, ha infatti accusato il governo ungherese di aver «preso in ostaggio» i banchieri dell’istituto Oschadbank e di aver sequestrato i due veicoli blindati su cui si trovavano per un trasporto internazionale di valori tra Austria e Ucraina. I sette cittadini ucraini sarebbero stati fermati giovedì 5 marzo 2026. Sybiha ha accusato il governo ungherese di «terrorismo di Stato e racket» e chiesto l’immediato rilascio dei dipendenti. La Banca centrale ucraina ha chiesto all’Ungheria di fornire spiegazioni ufficiali e informazioni su dove si trovino i veicoli, i cui sistemi di localizzazione indicherebbero una posizione nel centro di Budapest.
Come ha evidenziato il 4 marzo Pete Hegseth, segretario alla Guerra, la potenza di fuoco scatenata (assieme a Israele) nei primi quattro giorni del conflitto contro l’Iran è stata «sette volte superiore a quella dispiegata nella guerra di giugno». Non stupisce dunque che il costo dell’offensiva attuale sia stia rivelando particolarmente alto per Washington. Quanto? Ebbene, secondo un’analisi del Center for Strategic and International Studies le prime 100 ore della campagna militare contro l’Iran sono costate agli Stati Uniti ben 3,7 miliardi di dollari, ovvero più di 890 milioni al giorno.
Solo una minima parte della spesa è inclusa nel bilancio del Pentagono
Come sottolinea il Center for Strategic and International Studies, solo una minima parte della spesa (meno di 200 milioni) è già stata inclusa nel bilancio delPentagono. I restanti 3,5 miliardi e oltre «richiederanno probabilmente ulteriori finanziamenti da parte del Dipartimento della Guerra attraverso uno stanziamento supplementare o un altro disegno di legge».
Donald Trump (Imagoeconomica).
In futuro i costi dipenderanno soprattutto dalle munizioni adottate
Gli analisti del think tank spiegano che, oltre ai costi operativi e di supporto, le spese principali per gli Usa derivano dalle munizioni: oltre 3 miliardi. Da non sottovalutare poi la perdita di equipaggiamenti, come i tre caccia F-15 abbattuti dal fuoco amico in Kuwait. In futuro, spiega il Center for Strategic and International Studies, i costi dipenderanno dal tipo di munizioni adottate, così come «dall’intensità delle operazioni e dall’efficacia della rappresaglia iraniana». I problemi principali potrebbero essere legati all’utilizzo di intercettori per arginare i droni Shaed iraniani: gli Usa hanno avviato contatti con l’Ucraina per l’acquisto di sistemi low cost: ogni missile PAC-3 utilizzato nel sistema Patriot costa più di 13,5 milioni di dollari, mentre i velivoli a pilotaggio remoto di Teheran hanno un valore di appena 30 mila dollari. L’offensiva, secondo la deadline indicata inizialmente da Donald Trump, dovrebbe durare 4-5 settimane.
Gli Stati Uniti allentano le sanzioni sulla Russia, concedendo all’India una deroga di 30 giorni per acquistare milioni di barili di petrolio russo già caricato sulle petroliere entro il 5 marzo 2026. L’ha riferito il segretario al Tesoro Scott Bessent in un post su X. «Questa misura, deliberatamente a breve termine, non fornirà significativi benefici finanziari al governo russo, poiché autorizza solo transazioni che riguardano petrolio già bloccato in mare, ma allevierà la pressione causata dal tentativo dell’Iran di prendere in ostaggio l’energia globale». L’India, ha aggiunto Bessent, «è un partner essenziale degli Stati Uniti e prevediamo che intensificherà gli acquisti di petrolio statunitense». Poco prima dell’annuncio, Trump aveva anticipato che gli Usa avrebbero preso provvedimenti per «ridurre la pressione sul petrolio» dopo l’impennata dei prezzi dovuta alla guerra contro l’Iran, pari al 15 per cento dall’inizio della settimana.
«In merito alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, si precisa che la partecipazione della Federazione Russa alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano». È quanto si legge in un comunicato stampa del Ministero della Cultura, in cui viene anche evidenziato («come ribadito più volte dal ministro Alessandro Giuli») che l’Italia «sta dedicando grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico ucraino, colpito dai bombardamenti russi che si protraggono ormai da oltre quattro anni, a partire dall’impegno per la ricostruzione di uno degli edifici simbolo dalla storia culturale dell’Ucraina, la grande Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, gravemente danneggiata dal conflitto». Insomma, c’è uno scontro in atto a destra tra Giuli e Buttafuoco: ecco le tappe che hanno portato alla nota del MiC.
L’intervista di Buttafuoco: «Confronto continuo con Giuli»
Intervistato da Repubblica, Buttafuoco aveva spiegato di aver dato incarico ai suoi collaboratori «di accompagnare le giornate della mostra con inviti a personalità provenienti da tutte le zone di guerra», per raccontare «l’altro punto di vista». Da qui il ritorno della Russia, proprietaria di un padiglione ai Giardini dal 1914 e assente dal 2022 (nel 2024 aveva concesso lo spazio alla Bolivia): «Noi ragioniamo sui fatti. Basta con appelli, firme, schemi da Anni 70. Ci muoviamo con l’arte, e l’arte si misura con i fatti. La Biennale è uno spazio di convivenza per tutto il pianeta, sia con le vecchie sia con le nuove geografie». Una scelta, aveva fatto intendere Buttafuoco, avallata da Giuli («Con il ministro abbiamo un confronto continuo») e in generale dal governo, che «rispetta l’autonomia della Biennale», Peccato sia poi arrivato il comunicato del MiC.
Il ritorno della Russia era però noto già dal 3 marzo
La nota è stata diffusa solo dopo l’intervista di Buttafuoco, pubblicata ieri. Ma – come ricostruisce Repubblica – la presenza della Russia alla Biennale era già stata comunicata martedì 3 marzo da Mosca e ufficializzata il giorno successivo. Non solo: nella giornata del 5 marzo, Giuli ha persino incontrato Buttafuoco a Venezia, dove era arrivato per inaugurare a Palazzo Ducale la mostra ‘Etruschi e Veneti’. Insomma, il ministro ha aspettato ben 48 ore per prendere le distanze dalla presenza in Laguna della Russia. E lo ha fatto solo dopo aver visto di persona il presidente della Biennale. Secondo Repubblica, è possibile che Giuli «si sia consultato con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e con elementi del governo che quella autonomia non condividono». Parlando di questa prossima Biennale senza boicottaggi e veti (saranno presenti anche Iran, Israele, Ucraina e Bielorussia), Buttafuoco in pratica l’aveva presentata come una sorta di “tregua” in mezzo ai vari conflitti. Peccato abbia fatto scattare lo scontro con Giuli.
La Polizia e i vigili del fuoco stanno intervenendo al Palagiustizia di Milano per un allarme bomba. Secondo le prime informazioni, in questura è arrivata una telefonata, pare con voce straniera, in cui si parlava della presenza di un ordigno in tribunale. I vertici degli uffici giudiziari milanesi hanno subito attivato il piano di emergenza. Tutte le persone presenti all’interno, centinaia, sono state evacuate e le attività, udienze comprese, sono state interrotte. Alcune vie limitrofe sono state chiuse con dei nastri e i cittadini sono invitati ad allontanarsi in attesa delle verifiche delle forze dell’ordine.
Dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, il quale ha affermato che la Repubblica Islamica è pronta in caso di operazione di terra di forze americane e israeliane, Donald Trump ha escluso tale eventualità. In un’intervista telefonica a Nbc News, il presidente Usa ha infatti detto che sarebbe «una perdita di tempo», aggiungendo: «Hanno perso tutto. Hanno perso la loro Marina. Hanno perso tutto quello che potevano perdere».
Donald Trump (Ansa).
Trump ha anche liquidato il «peso piuma» Mojtaba Khamenei
Trump ha anche detto che gli Stati Uniti intendono smantellare l’intera struttura dell’attuale leadership iraniana e di aver in mente alcuni nomi per la guida del Paese, liquidando Mojtaba Khamenei come «un peso piuma». Il presidente americano ha anche affermato che l’esercito Usa sta prendendo misure per assicurarsi che le persone sulla sua lista riescano a sopravvivere alla guerra. «Non vogliamo qualcuno che ricostruisca in un periodo di 10 anni. Vogliamo un buon leader», ha aggiunto. Poco prima, Trump aveva dichiarato: «Gli Stati Uniti stanno continuando a demolire totalmente il nemico, siamo in anticipo rispetto al programma, a livelli mai visti. Stiamo distruggendo la capacità di lanciare missili e droni, ne abbiamo colpiti circa il 60 per cento. La loro Marina è andata, 24 navi in tre giorni sono state distrutte. Non hanno aviazione, non hanno difesa aerea. Le loro comunicazioni sono compromesse».
Donald Trump scarica Kristi Noem, la controversa segretaria per la Sicurezza nazionale, e al suo posto sceglie Markwayne Mullin, senatore dell’Oklahoma. A dare l’annuncio è stato lui stesso via Truth. Noem ricoprirà l’incarico di inviata speciale per The Shield of the Americas, una nuova iniziativa di sicurezza nell’emisfero occidentale. Secondo fonti della Casa Bianca, aveva perso la fiducia di molti conservatori e dello stesso presidente a causa del suo incessante protagonismo.
Era stata soprannominata Ice Barbie dopo le violenze degli agenti
Il colpo di grazia è stata la sua performance durante le audizioni al Congresso della prima settimana di marzo 2026. I democratici l’hanno duramente criticata per le violenze degli agenti dell’Ice e delle guardie di frontiera nelle retate anti-immigrati, cosa che sui media le è valsa il soprannome di Ice Barbie (per la sua riconosciuta attenzione al look). Nel mirino anche una campagna pubblicitaria da 200 milioni che la vede protagonista mentre chiede a chi vive irregolarmente negli Usa di autodeportarsi. Durante l’audizione, Noem ha spiegato che la campagna era stata approvata da Trump, ma così non era. Tra i passi falsi anche la decisione di sospendere i controlli di sicurezza accelerati negli aeroporti in risposta al blocco in parlamento del budget per il suo ministero in mancanza di riforme dell’Ice. Già dall’inizio del suo mandato, comunque, era stata criticata per alcuni episodi presenti nella sua biografia tra cui l’aver ucciso il proprio cane perché restio a ubbidire.
L’Iran come Call of Duty. Mentre in Medio Oriente va in scena un’escalation del conflitto dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele e la contestuale risposta di Teheran, l’account social della Casa Bianca si diverte a montare le immagini dei raid in Iran alternate a quelle del celebre videogame. Il video è stato pubblicato su X ed è stato realizzato mischiando le scene di Call of Duty Modern Warfare III, un titolo del franchise di sparatutto in prima persona, con le azioni reali dei militari statunitensi contro obiettivi iraniani. Il post è accompagnato dalla scritta «per gentile concessione di Red, White & Blue», con riferimento al pacchetto che si può acquistare nel gioco per equipaggiare il proprio personaggio di armi che lanciano proiettili con diverse scie di colore. La mossa è stata ritenuta di cattivo gusto da numerosi utenti, che non si capacitano di come la Casa Bianca possa paragonare a un videogioco una guerra che ogni giorno causa morti e feriti. «Quello che manca nel video sono le scolare iraniane uccise nell’esplosione e i soldati americani uccisi», ha fatto notare Cornell William Brooks, docente di Harvard.
Pochi giorni prima il video dell’operazione Epic Fury a ritmo di Macarena
Ma non è l’unico filmato del genere comparso sui social della Casa Bianca da quando gli Usa hanno deciso di attaccare Teheran. Già nei giorni scorsi lo stesso account aveva condiviso un video che mostrava alcuni momenti dell’operazione Epic Fury contro l’Iran con una musica in sottofondo che richiamava le prime note della Macarena, celebre hit del 1993. Le immagini mostravano caccia militari decollare e sganciare bombe su Teheran, con immagini a rallentatore. Anche in quel caso non era mancata l’ira degli utenti: «Non posso credere che la Macarena è diventata la colonna sonora della Terza guerra mondiale».
«Dobbiamo rivalutare i nostri assetti nella regione e rispondere alle richieste dei Paesi amici in difficoltà. Intendiamo dispiegare un dispositivo multidominio in Medioriente, con sistemi di difesa aerea antidrone e antimissilistica». Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando alla Camera: nelle sue comunicazioni ha peraltro riconosciuto che le operazioni militari di Stati Uniti e Israele, che hanno provocato la reazione (forse sottovalutata) dell’Iran, non rientrano nel quadro del diritto internazionale. Crosetto ha poi aggiunto che l’Italia fornirà «assieme a spagnoli, francesi e olandesi un aiuto a Cipro», dove si trova la base militare britannica di Akrotiri, colpita il 2 marzo da un drone iraniano (o forse di Hezbollah). Il punto sugli aiuti europei all’isola.
Guido Crosetto (Imagoeconomica).
La Francia schiererà la portaerei Charles de Gaulle
L’Eliseo ha riferito che, «in uno spirito di solidarietà europea», il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto colloqui telefonici con Giorgia Meloni e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis: nel corso delle chiamate è stato concordato «di coordinare l’invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale». La telefonata è stata confermata da Palazzo Chigi: i due leader, si legge in una nota, «hanno discusso le implicazioni del conflitto in Iran sia sul quadro regionale mediorientale che a livello globale». La portaerei Charles de Gaulle sarà dispiegata nel Mar Mediterraneo (si trovava nel Baltico) e Macron ha anche ordinato il dispiegamento della fregata Languedoc. L’isola verrà anche aiutata con la fornitura di mezzi antiaerei.
Emmanuel Macron (Imagoeconomica).
Gli aiuti di Italia, Spagna, Paesi Bassi e Grecia
L’Italia fornirà sistemi di difesa aerea, antidrone e antimissile a Cipro: Crosetto ha parlato di «assetti navali», senza però andare nei dettagli. La Spagna invierà la fregata Cristoforo Colombo, utilizzata per la difesa aerea. La nave supporterà il sistema intercettore missilistico Patriot, che la Spagna schiera in Turchia. Il governo dei Paesi Bassi fornirà ha dichiarato che sta valutando come supportare Cipro. La Grecia ha già dispiegato le due fregate Kimon e Psara, che ora si trovano in acque cipriote.
Caccia britannici nella base di Akrotiri (Ansa).
Il Regno Unito manderà anche elicotteri antidrone
Per quanto riguarda il Regno Unito, di fatto oggetto dell’attacco, Londra invierà a Cipro il cacciatorpediniere Hms Dragon e elicotteri Wildcat dotati di capacità anti-drone. La decisione è stata presa da Keir Starmer dopo un colloquio col presidente cipriota Nikos Christodoulides. Il premier britannico ha anche annunciato che il Regno Unito invia altri quattro caccia Typhoon in Qatar.
The UK is fully committed to the security of Cyprus and British military personnel based there.
We’re continuing our defensive operations and I've just spoken with the President of Cyprus to let him know that we are sending helicopters with counter drone capabilities and HMS… pic.twitter.com/0tsZb4dG2i
Rinviate o da remoto le riunioni informali del Consiglio Ue
A causa delle tensioni in Medio Oriente e delle ripercussioni sui voli verso Cipro, la presidenza cipriota di turno dell’Ue ha comunicato che tutte le riunioni informali del Consiglio Ue previste sull’isola nel mese di marzo verranno rinviate o si svolgeranno virtualmente.