Lmdv Capital, la società di investimento di Leonardo Maria Del Vecchio, ha messo sul tavolo un’offerta vincolante per entrare con una quota di maggioranza in En – Editoriale Nazionale, la società che edita Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e Qn. Il consiglio di amministrazione di Monrif, attuale azionista di controllo del gruppo editoriale, ha approvato l’avvio della formalizzazione dell’operazione. I dettagli economici non sono stati comunicati e non è stata indicata la percentuale esatta che verrà acquisita. Secondo Il Sole 24 Ore, però, la partecipazione dovrebbe essere intorno all’80 per cento, un livello che consentirebbe a Del Vecchio di assumere il controllo di Editoriale Nazionale.
Del Vecchio: «L’operazione rientra in un progetto industriale di lungo periodo»
Resta quindi aperta la partita sulla futura composizione dell’azionariato e su quali soci decideranno di cedere le proprie quote. L’acquisizione si inserisce in una fase di crescente attivismo nei media: di recente Del Vecchio ha infatti avviato Lmdv Media, una società dedicata agli investimenti editoriali, separata dalle altre attività finanziarie della famiglia. Del Vecchio ha spiegato che «l’operazione rientra in un progetto industriale di lungo periodo che riconosce all’editoria un ruolo centrale per il Paese», aggiungendo di credere «nel valore dell’informazione di qualità e nell’autonomia delle redazioni». Ha inoltre chiarito che l’obiettivo è «investire con capitale paziente, mettendo tecnologia e competenze al servizio del lavoro giornalistico», con l’intenzione di avviare un confronto con redazioni e comitati una volta completati i passaggi formali. Dal gruppo Monrif, il presidente Andrea Riffeser Monti ha definito l’accordo «un rafforzamento del futuro di un’informazione libera e responsabile».
Dopo l’incontro con Donald Trump (definito «buono» dal tycoon), Volodymyr Zelensky è salito sul palco del World Economic Forum, lanciando da Davos duri attacchi all’Unione europea. Il presidente ucraino ha infatti rimproverato all’Ue di aver «concesso una vittoria a Vladimir Putin» a causa del mancato utilizzo degli asset di Mosca congelati per finanziare il sostegno a Kyiv. Poi ha annunciato che il primo incontro trilaterale tra Stati Uniti, Russia e Ucraina avrà domani 23 gennaio e dopodomani 24 gennaio negli Emirati Arabi Uniti.
Volodymyr Zelensky (Ansa).
Zelensky: «Nessuno vorrebbe vivere ripetendo sempre la stessa cosa»
Visto l’avvicinarsi dei quattro anni dall’invasione russa, Zelensky ha iniziato il suo discorso paragonando la situazione in Ucraina a quanto succede nel film Ricomincio da capo, in cui il protagonista rimane intrappolato in un loop temporale nel Giorno della marmotta. «Nessuno vorrebbe vivere così, ripetendo la stessa cosa per settimane, mesi e, naturalmente, quattro anni. È esattamente così che ci piace vivere adesso. Ed è la nostra vita. Proprio l’anno scorso, qui a Davos, ho concluso dicendo che l’Europa deve sapere come difendersi. È passato un anno e nulla è cambiato. Siamo ancora in una situazione in cui devo dire le stesse parole».
A good meeting with @POTUS — productive and substantive. We discussed the work of our teams, and practically every day there are meetings or communication. The documents are now even better prepared. We also spoke today about air defense for Ukraine. Our previous meeting with… pic.twitter.com/E1j8kpJazN
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) January 22, 2026
Zelensky: «Gli alleati europei sono divisi e persi di fronte a Trump»
Zelensky, invocando ancora una volta l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, nel suo discorso particolarmente critico verso l’Europa ha accusato gli alleati del Vecchio Continente di essere «divisi e persi» di fronte a Trump, affermando che gli è stato detto di «non parlare dei missili Taurus» e «nemmeno dei Tomahawk agli americani, per non rovinare l’atmosfera». Ad ogni modo, Zelensky ha definito «produttivo» l’incontro con Trump: «Abbiamo discusso del lavoro dei nostri team e praticamente ogni giorno ci sono incontri o comunicazioni».
Giulia Bongiorno, senatrice relatrice del ddl sulla violenza sessuale, ha presento una proposta di riformulazione del testo, che è ora all’esame della commissione Giustizia e che verrà votato martedì 27 gennaio. Nel nuovo testo è sparita la parola “consenso”: quello approvato alla Camera parlava di “consenso libero e attuale”, concetto al centro dell’accordo bipartisan tra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein. Il primo ddl avrebbe dovuto ricevere il via libera da Palazzo Madama il 25 novembre, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma era stato stoppato dal centrodestra, che aveva chiesto approfondimenti.
Il nuovo testo del ddl
Nel nuovo testo dell’articolo 609 bis relativo al reato di violenza sessuale si legge che «la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso». E che «l’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostante del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso».
Giulia Bongiorno (Imagoeconomica).
Le altre modifiche al ddl
Le pene vengono inoltre distinte: per la violenza sessuale senza altre specificazioni, la reclusione viene ridotta a 4-10 anni, rispetto ai 6-12 anni del testo votato all’unanimità in prima lettura. Resta invece, il range di 6-12 anni se «il fatto è commesso mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa». Sulle sanzioni dei casi di minore gravità, che possono essere ridotte fino a due terzi, si fa riferimento alle «modalità della condotta» e alle «circostanze del caso concreto, nonché in considerazione del danno fisico o psichico arrecato alla persone offesa».
Avs: «Proposta inaccettabile»
«La violenza sessuale è un crimine contro le donne, senza un sì non c’è rapporto sessuale, ma un reato. Bongiorno ci fa fare un enorme passo indietro. Dal consenso si passa al dissenso», ha dichiarato Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs e presidente del gruppo misto al Senato. Così Ilaria Cucchi, sempre di Avs: «La proposta della presidente Bongiorno non è accettabile. Per la destra chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un no abbastanza forte. Come se non bastasse la violenza subita. Meloni ci aveva messo la faccia, oggi la perde».
Inizia ufficialmente il conto alla rovescia per la notte degli Oscar 2026, in programma il 15 marzo con la conduzione di Conan O’Brien. Nella mattinata odierna di Los Angeles, infatti, Lewis Pullman (Thunderbolts) e Danielle Brooks (Il colore viola) hanno annunciato le nomination per la 98esima edizione degli Academy Awards, premi che celebrano ogni anno il meglio del cinema internazionale. Favorito della vigilia è indubbiamenteSinnersche con 16 nomination ha fatto registrare un primato assoluto nella storia degli Oscar, battendo il record di 14 stabilito da Titanic, Eva contro Eva e La La Land. Seguono poi Una battaglia dopo l’altra, già vincitore ai Golden Globes, che ha ricevuto 13 candidature, Marty Supreme e Hamnet (nove e otto nomination), con l’attrice rivelazione dell’anno Jessie Buckley. Assente dalla categoria per il miglior film internazionale l’Italia, dato che Familia non era già riuscito a superare lo scoglio delle shortlist. Tutte le nomination.
Il valico di Rafah resterà chiuso finché Hamas non restituirà il corpo dell’ultimo ostaggio ancora a Gaza. Lo ha riferito una fonte della sicurezza israeliana ai media del Paese, aggiungendo: «Non abbiamo ancora ricevuto istruzioni per l’apertura del valico». La presa di posizione arriva dopo le dichiarazioni, non confermate ufficialmente, del capo del comitato tecnico per Gaza, Ali Saath, secondo cui il passaggio dovrebbe riaprire la prossima settimana. Secondo quanto riportato dai notiziari israeliani, il premier ha convocato per domenica 25 gennaio una riunione di governo dedicata alla restituzione del corpo del sergente Ran Gvili, ultimo ostaggio rimasto a Gaza, e al possibile futuro del valico di Rafah.
La sezione di ActionAid del Regno Unito vuole cambiare profondamente il modo in cui raccoglie fondi per i Paesi più poveri, mettendo in discussione uno dei pilastri storici dell’aiuto umanitario: le adozioni a distanza. Il programma, che consente ai donatori di scegliere un bambino da sostenere economicamente, secondo la nuova leadership dell’organizzazione riflette oggi dinamiche paternalistiche e che «riflettono un’epoca diversa». A spiegare la svolta sono le nuove co-amministratrici delegate, Taahra Ghazi e Hannah Bond, che hanno avviato il loro mandato annunciando un processo di «decolonizzazione» dell’ong. «La maggior parte dei nostri sostenitori sono persone relativamente benestanti e molte sono bianche», ha detto Ghazi. «Chiedere loro di scegliere la foto di un bambino nero e il Paeseda cui proviene, crea una relazione molto transazionale e piuttosto paternalistica», ha spiegato citata dal Guardian.
Il nuovo modello di ActionAid
ActionAid ha introdotto le adozioni a distanza nel 1972, partendo da India e Kenya. Oggi il programma delle adozioni a distanza è attivo in 30 Paesi e garantisce circa il 34 per cento dei fondi globali dell’organizzazione. Ma per i nuovi vertici l’attuale modello contribuisce a spostare l’attenzione sulla compassione individuale più che sulle cause strutturali della povertà. La trasformazione, prevista fino al 2028, riguarda il modo in cui ActionAid raccoglie e distribuisce le risorse, coinvolgendo direttamente i team e le comunità in Africa, Asia e America Latina. «Stiamo ripensando i nostri sistemi, come spendiamo il denaro e come prendiamo decisioni: stiamo decolonizzando l’organizzazione», ha spiegato Ghazi. Bond ha sottolineato che l’obiettivo è «evolvere il modello affinché sia plasmato dalle voci delle comunità e risponda alle realtà che affrontano oggi». La nuova strategia dunque punta su finanziamenti di lungo periodo ai gruppi locali, in particolare alle organizzazioni per i diritti delle donne.
I danni provocati dal ciclone Harry in Sardegna ammontano a cifre ingenti, con conseguenze rilevanti sulle infrastrutture e sul patrimonio culturale e ambientale. Lo ha sottolineato la governatrice Alessandra Todde durante un sopralluogo alla spiaggia del Poetto di Cagliari, duramente colpita dall’evento atmosferico, insieme al capo del Dipartimento della Protezione civile nazionale Fabio Ciciliano. «Qui stiamo parlando di danni di centinaia di milioni per danni infrastrutturali e anche legati ai beni culturali e ambientali», ha dichiarato Todde, spiegando che «prima di discutere di fondi regionali dobbiamo discutere con il governo e avere le giuste risorse», ha aggiunto, precisando che «non è una situazione in cui bisogna reagire di pancia, è una situazione in cui bisogna reagire seriamente».
Alessandra Todde (a sinistra) al Poetto di Cagliari (Ansa).
«La macchina della protezione civile ha dato una risposta solida e noi dobbiamo dare ugualmente una risposta solida, immediata certamente, ma non rispondendo semplicemente perché c’è l’urgenza di farlo», ha detto la governatrice. Todde ha evidenziato la necessità di mettere i sindaci «nelle condizioni di agire immediatamente. A loro è stato chiesto di lavorare e di stimare i danni e noi faremo la nostra parte per infrastrutture e tutto il resto, ma lo faremo. Correttamente con i fondi che devono essere stanziati e non semplicemente con una risposta demagogica per dire che stiamo facendo qualcosa. Questo i sardi non se lo meritano», ha concluso.
A Davos si è svolta la cerimonia che ha sancito la nascita del Board of Peace, il Consiglio per la Pace per la Striscia di Gaza (e non solo) che Donald Trump ha promosso assegnandosi fin dall’inizio la presidenza a vita. «È una giornata emozionante», ha detto Trump aprendo la cerimonia, che si è conclusa con le firme dei vari leader e rappresentanti che ne fanno parte. Nel suo discorso, il presidente americano ha affermato che «tutti vogliono entrare nel Board of Peace», rivendicando ancora di aver fermato otto guerre e di essere pronto a porre fine a un nono conflitto, chiaro riferimento all’Ucraina. Per quanto riguarda Gaza, il presidente Usa ha assicurato che «la ricostruzione sarà qualcosa di grandioso».
Donald Trump (Ansa).
Sul palco i leader dei Paesi che hanno detto sì a Trump
Nonostante le affermazioni di Trump, a fronte di un enorme numero di Paesi invitati a partecipare, in realtà sono pochi quelli che hanno detto sì alla proposta della Casa Bianca (e non tutti di primo piano, anzi): Argentina, Armenia, Ungheria, Kazakistan, Bielorussia, Uzbekistan, Arabia Saudita, Marocco, Bahrein, Turchia, Vietnam, Kosovo, Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian, Paraguay, Giordania, Indonesia, Pakistan, Mongolia e Qatar. E c’è pure Israele, nonostante le polemiche scaturite da “sì” di Benjamin Netanyahu, che non si è presentato in Svizzera – a differenza degli altri rappresentanti – perché ricercato per crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale dell’Aia.
President Trump Participates in the Board of Peace Charter Announcement https://t.co/CJz0CmePJq
Trump: «Il Board of Peace lavorerà anche con l’Onu»
Come si legge nello statuto, il Board of Peace è «un’organizzazione internazionale che mira a promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti». Stabilendo in modo formale il Board of Peace come organizzazione internazionale, Trump ha spiegato che il Consiglio inizialmente opererà a Gaza, per poi estendere il suo raggio di azione. Nella Striscia supervisionerà l’operato del comitato nazionale per l’amministrazione del territorio, occupandosi della ricostruzione e attraendo finanziamenti. Il Consiglio, ha assicurato Trump, «lavorerà con molti, inclusa l’Onu».
Volodymyr Zelensky è in viaggio per Davos, dove incontrerà Donald Trump: il vertice tra i due leader si terrà alle 13. In Svizzera era attesa la firma di un “piano di prosperità” da 800 da 800 miliardi di dollari tra Ucraina, Stati Uniti ed Europa, ma con in ballo le questioni della Groenlandiae del Board of Peace per Gaza è stata messa in standby. Alle 14:30 è poi previsto un intervento del presidente ucraino al World Economic Forum, ha spiegato il portavoce Sergiy Nykyforov.
Witkoff intanto è pronto a incontrare Putin a Mosca
Mentre si avvicina il faccia a faccia tra Zelensky e Trump a Davos, l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, accompagnato da Jared Kushner (genero di Trump), è arrivato a Mosca per incontrare Vladimir Putin. «Il regime di Kyiv continua con la sua politica, ma è giunto il momento che prenda le decisioni appropriate e si assuma le proprie responsabilità», ha affermato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov in vista dei due colloqui.
Rutte: «Non credo in un accordo prima della primavera»
Durante una colazione di lavoro sull’Ucraina ai margini del Forum di Davos, Mark Rutte ha affermato di dubitare che i colloqui di pace possano concludersi prima della primavera. «La Russia è il nostro maggiore avversario. L’Ucraina deve avere il sostegno militare di cui ha bisogno, come intercettori per respingere gli attacchi dalla Russia. Dobbiamo continuare a far fluire gli aiuti militari e non perdere di vista questa questione», ha dichiarato il segretario generale della Nato.
Tutto facile per Jannik Sinner, che avanza al terzo turno degli Australian Open 2026. L’altoatesino e numero due del ranking Atp ha infatti eliminato agevolmente il padrone di casa James Duckworth in poco meno di due ore con il punteggio di 6-1, 6-4, 6-2. Primo set in totale controllo per l’azzurro che, dopo aver allungato già con un break nel quarto gioco, ha strappato nuovamente la battuta subito dopo chiudendo al primo set point a disposizione. Più in equilibrio il secondo parziale, in cui Sinner ha dovuto anche annullare palla break nel secondo gioco prima di piazzare la zampata decisiva con il break del 4-3. L’australiano affonda poi completamente in apertura di terzo con ben due servizi ceduti all’azzurro che, salito 4-0, chiude senza problemi per 6-2. Ora affronterà l’americano Eliot Spizzirri, 85esimo del ranking, che al debutto ha eliminato il brasiliano Joao Fonseca.
Il commento di Jannik Sinner: «Contento della prestazione»
«Ogni match è molto difficile, sono molto contento di essere al prossimo turno», ha spiegato Sinner alla fine della partita. «Oggi ho servito e risposto bene, sono felice della mia prestazione. So che Duckworth ha avuto tanti problemi fisici, è bello rivederlo qui ad alti livelli e gli auguro il meglio per il prosieguo della stagione». Parlando delle sue condizioni fisiche, l’altoatesino ha detto di sentirsi «davvero bene» sia per quanto riguarda il corpo sia la mente. «Non c’è modo di iniziare meglio la stagione, soprattutto in un torneo così speciale per me», ha proseguito. «Prepariamo le partite nel modo migliore possibile: sempre proviamo a spingere e mettere qualcosa in più. Devo migliorare sulla palla corta di rovescio. Chi ha la migliore palla corta? Certamente Alcaraz». Poi un accenno al suo prossimo avversario: «Spizzirri? Il suo è un tennis aggressivo e serve bene, sarà la prima volta con lui».
Il Regno Unito non parteciperà alla cerimonia di firma del Board of Peace in programma il 22 gennaio con Donald Trump, una scelta motivata dalle riserve sulla possibile inclusione del presidente russo Vladimir Putin in un’iniziativa legata alla pace: lo ha spiegato il ministro degli Esteri Yvette Cooper, citata da Sky News. «C’è un’enorme mole di lavoro da fare, oggi non saremo tra i firmatari», ha affermato la responsabile del Foreign Office, chiarendo poi le ragioni della posizione di Londra. «Si tratta di un trattato legale che solleva questioni molto più ampie, non abbiamo ancora visto alcun segnale da parte sua che ci sarà un impegno per la pace in Ucraina», ha aggiunto, riferendosi a Putin. Le perplessità britanniche riguardano anche la natura dell’organismo promosso dal presidente statunitense, inizialmente pensato per vigilare sulla ricostruzione di Gaza, ma dotato di uno statuto che non ne circoscrive l’azione alla sola Striscia e che potrebbe dar luogo a una sovrapposizione o a una competizione con il ruolo delle Nazioni Unite.
Andrea Cricca, operaio 25enne, è morto un un’azienda agricola di Brusasco (Torino) dopo essere caduto, per cause ancora da accertare, all’interno di un macchinario per lo sminuzzamento del fieno, un carro autocaricante. A trovarlo quando non c’era più nulla da fare sono stati i colleghi. La madre del giovane, giunta sul posto, è stata colta da malore e soccorsa dai sanitari del 118 di Azienda Zero.
Il dramma dei morti sul lavoro
Secondo gli ultimi dati Inail, da gennaio a ottobre 2025 sono stati denunciati 497.341 infortuni sul lavoro, in netta crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando c’erano stati 5.902 casi in meno. Quelli con esito mortale sono arrivati a 896, +7 per cento rispetto al 2024: quasi tre decessi sul lavoro al giorno.
Steve Witkoff è intervenuto a Davos parlando dei passi avanti compiuti sul dossier ucraino: «Abbiamo fatto tanti progressi», ha dichiarato, spiegando che il confronto tra le parti si è ormai concentrato su un solo nodo finale. «Quindi, se entrambe le parti vogliono risolvere questo problema, lo risolveremo», ha aggiunto. Nel suo intervento al World Economic Forum, Witkoff ha anche sottolineato il potenziale impatto economico di una zona esente da dazi in Ucraina, definendola un possibile «punto di svolta» per il rilancio del Paese colpito dal conflitto. Al termine dell’incontro, ha annunciato al pubblico: «Questa notte partirò per Mosca». Secondo quanto riferito dallo stesso, Donald Trump starebbe valutando l’ipotesi di una «tariff-free zone» per sostenere lo sviluppo industriale di Kyiv.
L’autopsia del medico legale della contea di El Paso, in Texas, ha stabilito che Geraldo Lunas Campos, un detenuto cubano di 55 anni, è morto per omicidio mentre si trovava nel centro di detenzione per migranti Camp East Montana. La struttura ospita persone fermate dall’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, in attesa di espulsione dagli Stati Uniti. Le autorità federali avevano inizialmente imputato la morte dell’uomo, avvenuta il 3 gennaio, a un malore e poi a un suicidio. È la terza persona che muore a Camp East Montana dalla sua apertura, avvenuta ad agosto.
I risultati dell’autopsia
L’autopsia pubblicata mercoledì indica che Lunas Campos è morto per asfissia dovuta a compressione del collo e del torace mentre era trattenuto fisicamente dalle guardie. Il referto segnala anche lesioni alla testa e al collo, con vasi sanguigni scoppiati sul collo e sulle palpebre. L’uomo è diventato incosciente durante l’intervento delle forze dell’ordine. I soccorritori hanno tentato di rianimarlo, ma lo hanno dichiarato morto sul posto.
La famiglia prepara una causa civile mentre il governo difende gli agenti
La famiglia sta preparando una causa civile, sostenendo di avere raccolto la testimonianza di due detenuti che avrebbero visto le guardie soffocare l’uomo. Nel mentre il governo difende l’operato dell’ICE. Un funzionario del Dipartimento per la sicurezza interna ha dichiarato che l’uomo «ha violentemente opposto resistenza al personale di sicurezza che cercava di salvarlo» e che i soccorritori «hanno tentato di rianimarlo». L’ufficio non ha risposto alle domande del New York Times sui risultati dell’autopsia.
Nottata agrodolce per gli azzurri agli Australian Open. Bene Lorenzo Musetti, che si è aggiudicato il derby con Lorenzo Sonego, raggiungendo il terzo turno del primo slam stagionale – massimo risultato a Melbourne – per il secondo anno di fila. Si è qualificato anche Luciano Darderi, che ha eliminato in quattro set l’argentino Sebastian Baez. Si è infranto invece su Novak Djokovic il sogno di Francesco Maestrelli, alla prima partecipazione in un major, nonostante un’ottima prestazione contro il 10 volte vincitore del torneo. Alle 9 tocca a Jannik Sinner, opposto all’australiano James Duckworth. Tutte le partite sono visibili in diretta sui canali Eurosport, disponibili su Dazn, HBO Max, Discovery+ e Prime Video Channels.
Australian Open 2026, le vittorie di Musetti e Darderi
A pochi mesi dalla sconfitta sul cemento indoor di Parigi, Musetti si è preso la rivincita contro l’amico e rivale Sonego conquistando il pass per il terzo turno degli Australian Open 2026. Il carrarino si è imposto sul torinese dopo quasi tre ore di gioco con il punteggio di 6-3, 6-3, 6-4 giocando un match convincente soprattutto in risposta, tanto da ottenere ben 23 palle break e convertendone sei. Non altrettanto bene invece Sonego, che ha terminato la partite con 61 errori non forzati e sei doppi falli. Per Musetti, che prosegue il suo trend positivo nei derby dove ha un bilancio di 15-6 a livello Atp e 5-1 negli Slam (l’unica sconfitta con Sinner agli US Open 2025), attende ora uno fra Thomas Machac e Stefanos Tsitsipas: l’obiettivo è superare per la prima volta in carriera il terzo turno in Australia.
Lorenzo Sonego agli Australian Open 2026 (Ansa).
Vittoria in quattro set invece per Darderi, che ha eliminato il numero 36 del mondo argentino Baez con il punteggio di 6-3, 1-6, 6-4, 6-3 in quasi due ore e mezza. Dopo un inizio complicato, in cui si è quasi trovato sotto 3-0, l’azzurro ha cambiato passo e recuperato il break di svantaggio prima di piazzare l’allungo decisivo e far suo il parziale in 43 minuti. Dopo un secondo set dominato da Baez, il terzo si è protratto in equilibrio fino alle sue battute finali quando Darderi, pur avendo perso la propria battuta al momento di chiudere, ha sfruttato nel gioco successivo un doppio fallo del suo avversario. Sotto di un break anche nel quarto, Darderi ha recuperato subito prima di salire anche 4-2 e non concedere più nulla all’argentino. Al terzo turno sfiderà il russo Karen Khachanov.
Troppo Djokovic per Maestrelli: la cronaca del match
Si è chiuso al secondo turno invece il primo Slam della carriera di Francesco Maestrelli. A vincere è stato infatti il 10 volte campione degli Australian Open Novak Djokovic, che si è imposto in poco più di due ore con il punteggio di 6-3, 6-2, 6-2. Per il serbo è la 101esima vittoria a Melbourne e sarà la 18esima volta al terzo turno, dove troverà l’olandese Botic Van de Zandschulp. Buon approccio alla partita per Maestrelli, che pur avendo perso la battuta in apertura è rimasto attaccato al serbo fino al 6-3 finale, raggiunto dall’ex numero uno del mondo dopo 47 minuti. Simile l’andamento anche del secondo parziale, dove tuttavia l’azzurro ha anche avuto due palle per ristabilire la parità, entrambe annullate da Djokovic.
Novak Djokovic dopo la vittoria su Maestrelli agli Australian Open 2026 (Ansa).
Alle 9 tocca a Sinner contro l’australiano Duckworth
Ultimo azzurro in campo oggi sarà Jannik Sinner, opposto all’australiano James Duckworth. Il numero due del mondo è atteso verosimilmente dalla prima vera partita di questo torneo, dopo che all’esordio aveva approfittato del malessere di Hugo Gaston per avanzare agevolmente dopo appena due set dominati. In caso di passaggio del turno, per Sinner ci sarà l’americano Eliot Spizzirri, 85esimo del ranking, che ha battuto il cinese Wu Yibing e che al debutto aveva eliminato il giovane talento brasiliano Joao Fonseca.
Mercoledì sera Donald Trump ha smorzato i toni con l’Europa ritirando la minaccia dei dazi e annunciando di aver raggiunto «la cornice di un futuro accordo» con la Nato sul destino della Groenlandia, dopo una giornata di colloqui in cui i funzionari dell’Alleanza hanno discusso anche l’ipotesi che gli Stati Uniti possano ottenere una forma di sovranità limitata su porzioni dell’isola, destinate a basi militari. I dettagli emergono da ricostruzioni fornite da funzionari occidentali al New York Times.
Lo schema ricalca quello delle basi britanniche di Cipro
Secondo tre alti funzionari informati sui colloqui, durante le riunioni tra i vertici militari Nato è stata presa in considerazione una soluzione che consentirebbe a Washington di esercitare sovranità su «piccole sacche di territorio» in Groenlandia per fini strategici. Uno dei funzionari ha paragonato lo schema a quello delle basi britanniche di Cipro, «considerate territorio sovrano del Regno Unito». Un secondo funzionario ha confermato che il modello discusso per la Groenlandia «si ispira proprio a quel precedente». La Nato, interpellata dal quotidiano, ha precisato che «i negoziati tra Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti andranno avanti» con l’obiettivo di «garantire che Russia e Cina non ottengano mai un punto d’appoggio, economico o militare» nell’isola. Il segretario generale Mark Rutte, tuttavia, tramite la sua portavoce Allison Hart, ha chiarito che «non ha proposto alcun compromesso sulla sovranità» durante l’incontro con Trump a Davos.
Donald Trump fa marcia indietro sui dazi che dovevano entrare in vigore dal primo di febbraio contro i Paesi che si oppongono alle mire americane sulla Groenlandia. Lo ha annunciato in un post su Truth poco dopo il suo discorso al Forum di Davos, pur confermando che l’obiettivo politico sull’isola resta invariato. Trump ha cambiato idea sulle tariffe dopo «un incontro molto proficuo» con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, si legge nel post. «Abbiamo definito la struttura di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica».
Secondo il presidente, l’intesa sarà «estremamente vantaggiosa per gli Stati Uniti d’America e per tutte le nazioni della Nato». I negoziati sono affidati al vicepresidente JD Vance, al segretario di Stato Marco Rubio e all’inviato speciale Steve Witkoff, che «riferiranno direttamente» a lui. Il dietrofront sui dazi non coincide però con un arretramento sulla sostanza. Trump ha chiesto «negoziati immediati» per discutere il trasferimento della proprietà della Groenlandia dalla Danimarca agli Stati Uniti e avverte gli alleati europei: «Avete una scelta. Potete dire sì, e ne saremo molto riconoscenti, oppure potete dire no ma ce lo ricorderemo». Durante il suo discorso al Forum, ha escluso l’uso della forza.
L’Italia non parteciperà al Board of peace su Gaza voluto da Donald Trump. Lo ha confermato in serata la premier Giorgia Meloni dopo le indiscrezioni di questa mattina, e dopo aver parlato con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Intervistata da Bruno Vespa, la premier ha citato l’articolo 11 della Costituzione italiana che ci consente di partecipare a organismi internazionali solo se fondati sulla «parità tra Stati». Il board invece nasce come struttura privata, con gli Stati Uniti in posizione di primato e un accesso subordinato al pagamento di una quota stimata in un miliardo di dollari.
Meloni: «È un organismo che comunque è interessante»
Per non voltare le spalle a Trump, tuttavia, la premier ha sottolineato che «laposizione dell’Italia è di apertura», sostenendo che possa «giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace per il Medio Oriente e nella costruzione della prospettiva dei due Stati». Mentre la Francia si è sfilata dal progetto sottolineando come esso rischi di svuotare il ruolo delle Nazioni Unite, Meloni ha detto di non considerare «una scelta intelligente da parte dell’Italia e dell’Europa quella di autoescludersi in un organismo che comunque è interessante». In questo senso il governo vuole comunque ritagliarsi un ruolo: «Ci serve più tempo, c’è un lavoro che va fatto, ma la mia posizione rimane di apertura».
Il raid russo di martedì contro le infrastrutture energetiche di Kyiv ha lasciato gran parte della capitale ucraina al buio e al freddo. Lo ha detto mercoledì il presidente Volodymyr Zelensky in un lungo post su X, in cui ha spiegato che quasi il 60 per cento delle abitazioni è ancora senza elettricità, mentre circa 4 mila edifici risultano privi di riscaldamento. In questo momento a Kyiv ci sono tra i meno 11 e i meno 15 gradi. Il ministero dell’Interno ha allestito centri di assistenza e punti di riscaldamento, oltre alla distribuzione di pasti caldi. Ma nel post Zelensky accuse le autorità cittadine di una risposta inadeguata. «Ho tenuto una chiamata speciale di coordinamento dell’energia. Kyiv, Kharkiv, Sumy, Chernihiv e Dnipro sono le aree in cui la situazione è attualmente più difficile. Secondo i rapporti delle autorità cittadine, le risorse coinvolte sono sufficienti, ma è necessario del tempo. Non sono d’accordo con questa valutazione: sono necessarie misure aggiuntive e risorse aggiuntive», scrive il presidente ucraino. Nel frattempo, è atteso per domani a Davos un incontro tra Zelensky e Donald Trump.
Il parlamento europeo ha fermato l’iter dell’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur, decidendo di sottoporlo al giudizio della Corte di giustizia dell’Ue. L’Eurocamera ha approvato il rinvio con una maggioranza risicatissima: 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti. La decisione congela di fatto la ratifica dell’intesa firmata il 17 gennaio ad Asunción dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen,e apre una fase di stallo che potrebbe durare fino a due anni. Con il voto, il Parlamento entra in rotta di collisione con Commissione e Consiglio Ue, entrambi favorevoli all’accordo e convinti che mancasse solo l’ultimo via libera dell’Eurocamera.
Cosa c’è dietro la decisione del parlamento europeo
Francia e Polonia restano tra i Paesi più critici, mentre il malcontento degli agricoltori ha trovato espressione anche nelle proteste di Strasburgo, con migliaia di manifestanti e trattori attorno al parlamento alla vigilia del voto. Gli eurodeputati che hanno chiesto il rinvio contestano la scelta della Commissione europea di separare la parte commerciale del trattato, lasciandone l’approvazione solo a Consiglio e parlamento europeo, escludendo i parlamenti nazionali. Dubbi riguardano anche il «meccanismo di riequilibrio», che consentirebbe ai Paesi Mercosur di reagire se future norme Ue limitassero le loro esportazioni. Il voto ha spaccato l’Eurocamera e i singoli gruppi. Popolari e Socialisti hanno difeso l’accordo, ma con numerose defezioni, soprattutto francesi, polacche e rumene. Rinnovare l’Europa, Verdi e Sinistra hanno sostenuto il rinvio, insieme ai Patrioti. Nell’Ecr le delegazioni si sono divise nettamente. La Commissione europea ha espresso «rammarico», sostenendo che le obiezioni del parlamento non siano fondate. In teoria, la Commissione potrebbe comunque far entrare l’accordo in vigore in modo provvisorio, scelta tecnicamente possibile ma politicamente esplosiva, perché aprirebbe uno scontro diretto con il parlamento.