Caduto nella settima tappa della corsa in Arabia Saudita, è deceduto per le ferite riportate.
Un altro morto alla Dakar. Una caduta è costata la vita al motociclista portoghese Paulo Gonçalves, 40enne veterano della corsa che si sta correndo in Arabia. Il pilota è caduto nel corso della settima tappa da Riad a Wadi al Dawasir all’altezza del chilometro 276. Gonçalves è stato trasportato in elicottero all’ospedale di Layla, ma le ferite erano troppo gravi e i medici non hanno potuto che constatarne la morte. Il portoghese nel 2015 era giunto al secondo posto della Dakar, ma soprattutto era alla sua tredicesima partecipazione alla grande corsa.
UNA LUNGA SCIA DI MORTE
Emigrata in Arabia, la Dakar resta comunque la corsa della morte. Gonçalves è il 30esimo pilota che perde la vita nella storia di questa competizione, che ha provocato anche una quarantina di altre vittime fra giornalisti, assistenti di gara, meccanici e spettatori. Il primo fu il motociclista Patrick Dodin, che morì sempre per una caduta, mentre tentava di sistemarsi il casco che gli si era allentato. L’ultimo incidente mortale alla Dakar, prima di Gonçalves, era accaduto invece nel 2015, in Argentina, quando a perdere la vita fu il motociclista 39enne polacco Michal Hernik, caduto nella terza tappa. L’anno prima, sempre in Argentina, ancora un motociclista, il 50enne belga Eric Palante era deceduto in un incidente nei pressi di Chilecito.
NEL 2005 LA MORTE DI MEONI
Nel 2005 la lista nera della corsa accolse anche il motociclista italiano Fabrizio Meoni, trionfatore delle edizioni 2001 e 2002. Il 47enne campione azzurro, in sella a una Ktm, ebbe un arresto cardiaco durante l’11esima tappa, dopo una caduta nello sterrato fra Atar e Kiffa in Mauritania. Quell’anno perse la vita anche lo spagnolo José Manuel Perez, motociclista anche lui, come i due morti nell’edizione 2013, il francese Thomas Bourgin, 25enne e lo spagnolo Jorge Martinez Boero. Un altro italiano morì nel 1986, era anche lui un motociclista, Giampaolo Marinoni, cadde a 40 chilometri dal traguardo, ma si rialzò e portò a termine la corsa, arrivando 13esimo. Poche ore dopo, un malore, e due giorni dopo la morte.
NEL 1986 LA MORTE DELL’INVENTORE DELLA CORSA
L’incidente più grave, collaterale alla corsa vera e propria, avvenne nel 1986, quando cadde un elicottero e morirono i cinque passeggeri, tra cui l’inventore della corsa, Thierry Sabine. Nel 2008 la Dakar fu invece annullata, per la prima volta nella sua storia a causa dell’omicidio in Mauritania di quattro turisti francesi. Nel 1991, in Mali, il pilota di un camion fu colpito alla testa da un proiettile vagante. Il 2010 fu funestato al via dalla morte di una spettatrice, Natalia Sonia Gallardo, investita: nello stesso anno l’incidente gravissimo al sardo Luca Manca. Nel 2011 altro sangue: stavolta a perdere la vita fu Marcelo Reales, 43 anni, un contadino investito da uno dei concorrenti, Eduardo Amor. L’anno prima un altro motociclista, il francese Pascal Terry, fu addirittura ritrovato solamente tre giorni dopo la morte.
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Aveva 27 anni. Malato dal 2017, raccontava la sua battaglia sui social. Dopo le feste aveva scelto la sedazione profonda.
La lunga battaglia di Giovanni Custodero si è conclusa la mattina di domenica 12 gennaio. Il portiere di 27 anni di Pezze di Greco, frazione di Fasano (Brindisi), malato di sarcoma osseo, aveva da poco annunciato su Facebook di voler ricorrere alla sedazione profonda, per lenire il dolore. Il calciatore aveva giocato nella squadra di calcio a 5 del Fasano, nel campionato di C2.
MALATTIA DIAGNOSTICATA NEL 2017
La malattia gli era stata diagnosticata nel 2017 e contro di essa aveva lottato tenacemente con il sorriso, pubblicando sui social le sue emozioni e le cure, e facendosi promotore di molte iniziative di beneficenza. Aveva anche subito l’amputazione di una gamba. Qualche giorno fa il post che aveva suscitato commozione: «Ho deciso di trascorrere le feste lontano dai social ma accanto alle persone per me più importanti. Però, ora che le feste sono finite, e insieme a loro anche l’ultimo granello di forza che mi restava, ho deciso che non posso continuare a far prevalere il dolore fisico e la sofferenza su ciò che il destino ha in serbo per me». Infine l’annuncio: «Da domani sarò sedato e potrò alleviare il mio malessere».
IL CORDOGLIO DEL SINDACO
«Giovanni Custodero è diventato in questi anni il simbolo di quanti lottano ogni giorno contro la malattia e la sofferenza, con una forza d’animo che è di esempio per tutti», ha detto il sindaco di Fasano Francesco Zaccaria, «a nome mio personale e di tutta la città, che in queste ore sta manifestando alla famiglia tutta la sua vicinanza, con un calore e un affetto che mi rendono orgoglioso di esserne alla guida, voglio abbracciare idealmente lui, i suoi cari e tutti quanti stanno affrontando un percorso di dolore, dandoci esempio di amore per la vita, supremo bene».
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Aveva 27 anni. Malato dal 2017, raccontava la sua battaglia sui social. Dopo le feste aveva scelto la sedazione profonda.
La lunga battaglia di Giovanni Custodero si è conclusa la mattina di domenica 12 gennaio. Il portiere di 27 anni di Pezze di Greco, frazione di Fasano (Brindisi), malato di sarcoma osseo, aveva da poco annunciato su Facebook di voler ricorrere alla sedazione profonda, per lenire il dolore. Il calciatore aveva giocato nella squadra di calcio a 5 del Fasano, nel campionato di C2.
MALATTIA DIAGNOSTICATA NEL 2017
La malattia gli era stata diagnosticata nel 2017 e contro di essa aveva lottato tenacemente con il sorriso, pubblicando sui social le sue emozioni e le cure, e facendosi promotore di molte iniziative di beneficenza. Aveva anche subito l’amputazione di una gamba. Qualche giorno fa il post che aveva suscitato commozione: «Ho deciso di trascorrere le feste lontano dai social ma accanto alle persone per me più importanti. Però, ora che le feste sono finite, e insieme a loro anche l’ultimo granello di forza che mi restava, ho deciso che non posso continuare a far prevalere il dolore fisico e la sofferenza su ciò che il destino ha in serbo per me». Infine l’annuncio: «Da domani sarò sedato e potrò alleviare il mio malessere».
IL CORDOGLIO DEL SINDACO
«Giovanni Custodero è diventato in questi anni il simbolo di quanti lottano ogni giorno contro la malattia e la sofferenza, con una forza d’animo che è di esempio per tutti», ha detto il sindaco di Fasano Francesco Zaccaria, «a nome mio personale e di tutta la città, che in queste ore sta manifestando alla famiglia tutta la sua vicinanza, con un calore e un affetto che mi rendono orgoglioso di esserne alla guida, voglio abbracciare idealmente lui, i suoi cari e tutti quanti stanno affrontando un percorso di dolore, dandoci esempio di amore per la vita, supremo bene».
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Doppietta italiana nella gara in cui cadono Shiffrin e Vhlova. Secondo posto per Wendy Holdener.
Splendida doppietta italiana nella combinata femminile di Coppa del Mondo di sci alpino a Zauchensee, in Austria. A esultare dal gradino più alto del podio è Federica Brignone, al suo dodicesimo successo in carriera. Terzo posto per Marta Bassino, che conferma l’ottimo avvio di stagione. Fra le due azzurre, secondo posto per la favoritissima svizzera Wendy Holdener, che paga un errore nella parte alta dello slalom.
BRIGNONE SECONDA IN COPPA
Federica Brignone ha chiuso la prova in 2’03”45. A 29 anni è la sua seconda vittoria stagionale, la 12esima in carriera oltre a 10 secondi e10 terzi posti, in un palmares che vede anche un argento mondiale e un bronzo olimpico. Per la valdostana, grande specialista del gigante ma anche eccellente polivalente, è il terzo successo in questa disciplina e la vittoria la riporta al secondo posto nella classifica generale di Coppa del mondo con 565 punti, alle spalle della statunitense Mikaela Shiffrin, in testa con 826, rimasta a secco in combinata per via dell’uscita nella discesa, stessa sorte di un’altra delle grandi favorite della prova, Petra Vhlova.
ANCORA PODIO PER BASSINO
Terzo posto per Marta Bassino in 2’04”27. Per la piemontese di 23 anni, vincitrice del gigante di Killington, è il nono podio in carriera. Molto buona anche la prova anche di Elena Curtoni, quinta in 2’05”95 La prossima tappa di Coppa del mondo è prevista per la sera di martedì 14 gennaio, nella vicina Flachau, con lo slalom speciale notturno.
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I club si sono accordato sull'ex manager nominato con 12 voti a favore anche grazie al quorum più basso.
Paolo Dal Pino è il nuovo presidente della Lega Serie A. È stato eletto dall’assemblea dei venti club con 12 voti, uno in più della maggioranza semplice richiesta dopo due assemblee elettive andate a vuoto. Dal Pino aveva già sfiorato la nomina nella seconda assemblea elettiva, lo scorso 16 dicembre, raccogliendo nei tre scrutini 13 e 12 voti, fra cui quelli di Roma, Lazio, Milan e Genoa.
ELETTO GRAZIE ALL’ABBASSAMENTO DEL QUORUM
Con l’abbassamento del quorum questa volta 12 sono bastati per essere eletto. Una scheda è stata lasciata bianca e altri 7 voti sono andati a Gaetano Miccichè, che si era dimesso dalla presidenza della Lega il 19 novembre dopo l’inchiesta della Procura federale sulla sua elezione, e che è stato candidato poco prima del voto dal presidente del Torino Urbano Cairo.
UN PASSATO NELL’INDUSITRA DELLA COMUNICAZIONE
Milanese, classe 1962, Dal Pino ha iniziato la sua carriera di manager nel 1986 in Fininvest, ricoprendo poi ruoli di vertice fra editoria e telecomunicazioni, in Mondadori, Kataweb del gruppo Espresso, Telecom, Seat Pg, Pirelli e Wind.
I DUBBI DI MAROTTA SUL VOTO
La nomina di Dal Pino non ha però trovato l’intesa di tutti i club, come hanno dimostrato le parole dell’ad dell’Inter, Giuseppe Marotta, dopo l’elezione: «L’elezione», ha spiegato, «è avvenuta a mio giudizio in modo abbastanza improvvisato. Noi grandi contestavamo il metodo con cui si è arrivati all’elezione, non certo la persona, perché Dal Pino rappresenta un manager importante ma ci pareva giusto poterci confrontare con lui per ascoltare il suo programma. Non abbiamo condiviso questa scelta e abbiamo espresso il nostro voto».
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Il campione svedese è sbarcato a Linate in tarda mattinata. Ad attenderlo altre dal CFO del Milan Boban, anche un centinaio di tifosi. Domani la presentazione ufficiale.
Zlatan Ibrahimovic è arrivato a Milano con un volo privato dalla Svezia. Ad attenderlo all’aeroporto di LinateZvonimir Boban, CFO del Milan. Ibrahimovic si trasferirà subito dopo alla clinica La Madonnina dove svolgerà le visite mediche. Il 3 prevista la presentazione ufficiale a Casa Milan. L’ex Juve e Inter è sceso dall’aereo privato e ha subito rilasciato un’intervista al canale tematico del Milan. Total black per l’attaccante, che indossa una felpa nera col cappuccio e jeans neri. Sorrisi ed emozione per lo svedese che firmerà un contratto di sei mesi. «Sono felice? Molto». È stata la stringata risposta dell’ex Psg scendendo dalla macchina che lo ha portato alla Clinica La Madonnina. L’auto, presa d’assalto dai tifosi, ha fatto una manovra per evitare la folla e Ibrahimovic è entrato da un ingresso secondario.
ACCOLTO DA UN GRUPPO DI TIFOSI
Grande entusiasmo per il suo arrivo a Linate, dove circa un centinaio di tifosi lo hanno atteso per rubare il primo scatto del ritorno dello svedese in casacca rossonera. Al passaggio della macchina con Ibrahimovic a bordo cori e applausi dedicati all’attaccante che ha promesso un cambio di passo nella stagione del Milan. “Assalto” che si è ripetuto anche a La Madonnina per le visite mediche di rito.
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Le condizioni del sette volte campione del mondo di Formula 1 sono ancora avvolte nel riserbo assoluto. Ma la speranza cresce.
Il 29 dicembre 2013 Michael Schumacher finiva contro un sasso a Meribel, sulle Alpi francesi, mentre sciava fuori pista col figlio Mick, e la sua vita cambiava per sempre. cambiò per sempre. Il sette volte campione del mondo di Formula 1 rimase in condizioni critiche e coma indotto per mesi e mesi e impiegò 254 giorni prima di lasciare l’ospedale per fare ritorno nella sua dimora a Gland, nel cantone di Vaud, sul lago di Ginevra. Da allora la famiglia si è chiusa nel riserbo totale, circondandolo di affetto e centellinando le informazioni date ai media.
NIENTE È RIMASTO INTENTATO
Da quel poco che si è saputo in questi anni, sono circa 10 gli esperti di riabilitazione, tra fisioterapisti, infermieri e accompagnatori, che aiutano la famiglia Schumacher nell’assistere Michael. «Niente è rimasto intentato per velocizzare la guarigione di Schumacher», ha scritto la Bild, riportando, tra le altre cose, come gli venga fatto ascoltare il rombo del motore della sua Ferrari. Dopo anni di silenzio e blackout, nel 2019 ci sono state però grandi novità: Schumi avrebbe visitato l’ospedale George Pompidou di Parigi in diverse occasioni e la scorsa estate sarebbe stato sottoposto a un trattamento sperimentale con cellule staminali. Secondo la testimonianza di un’infermiera riportata da Le Parisien, l’ex pilota sarebbe «cosciente».
LE PAROLE DELLA MOGLIE CORINNA
Poi di nuovo il silenzio, salvo qualche breve parentesi aperta dalla moglie Corinna: «Potete stare certi che è nelle migliori mani possibili», ha detto in un’intervista a She’s Magazine della Mercedes, «e che stiamo facendo di tutto per aiutarlo. Vi preghiamo di comprendere che stiamo seguendo le volontà di Michael nel mantenere riservato un argomento così delicato come la sua salute». Schumacher compirà 51 anni il 3 gennaio2020 e ad oggi solo pochissime persone e amici hanno avuto la possibilità di avvicinarlo: Tra loro Jean Todt, il presidente della Fia ed ex capo della Ferrari: «Non passa mese, anche nei periodi più fitti di impegni, che io non passi a trovarlo e gli stia vicino a mio modo, nel modo che è ancora possibile», le parole dell’amico che un anno fa fece sapere di «aver visto il Gp del Brasile con lui».
PUBBLICATA UNA NUOVA PAGINA FAN
Proprio il 29 dicembre, nel giorno del sesto anniversario dell’incidente di Meribel, è stata pubblicata una nuova pagina di social media intitolata “KeepFightingMichael”, creata dal fan club della sua cittadina natale, Kerpen, vicino a Colonia. In occasione del lancio della pagina, Corinna Schumacher si è lasciata andare a una dichiarazione in cui molti hanno voluto vedere un segnale di speranza per i miglioramenti delle condizioni di salute del campione: «Le grandi cose iniziano sempre con piccoli passi», ha detto. Il fan club utilizzerà l’hashtag #KeepFighting per aumentare l’interesse sui social media. L’omonima fondazione della famiglia Schumacher sta raccogliendo fondi per la ricerca sulle lesioni cerebrali e del midollo spinale.
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Una volta detto addio allo sport, il campione vorrebbe recitare in film importanti: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida».
«C’è vita dopo il calcio, ed è importante ricordarselo: vincere più Palloni d’oro e Champions mi rende più felice ma è solo una tappa». A Dubai, dove si trova per l’assegnazione dei Globe Soccer Awards, ecco il Cristiano Ronaldo che non ti aspetti, che mantiene intatto il desiderio di vincere («Spero che il 2020 sia un anno eccellente, come lo sono stati questi ultimi, anzi spero sia fantastico») ma filosofeggia sulla vita e rivela i suoi desideri per quando smetterà di giocare: «Non succederà a breve, ma quando accadrà avrò l’umiltà giusta di rendermi conto se la mia mente sarà più veloce del mio corpo». E tra i suoi sogni c’è Hollywood: «Recitare al top è un qualcosa a cui voglio prepararmi». Ecco quindi il CR7 in futuro attore, non tanto per vanità personale come potrebbe pensare chi non lo conosce e si ferma alle apparenze: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida e a me piacciono le sfide: voglio sorprendere prima me stesso e poi gli altri, e continuare a raggiungere traguardi».
LA LETTURA COME HOBBY PER IL TEMPO LIBERO
Nel frattempo c’è il Cristiano extra calcio di oggi, quello per il quale è importante trovare ogni giorno un paio d’ore da dedicare a se stesso: «Magari per rilassarmi o leggere un libro». Già i libri, forse uno dei rimpianti di uno che dalla vita ha avuto tutto. «Ho quattro figli e se mi chiedono qualcosa e non so rispondere mi vergogno, quindi devo autoeducarmi, perché per via del calcio non ho potuto studiare molto, ma quando mi chiedono qualcosa devo poter rispondere. Così quando avevo 26-27 anni ho cominciato ad essere più curioso nei confronti della vita, ad informarmi di più, a parlare meglio l’inglese, e a leggere un buon libro che fa crescere la tua intelligenza e la tua cultura».
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Una volta detto addio allo sport, il campione vorrebbe recitare in film importanti: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida».
«C’è vita dopo il calcio, ed è importante ricordarselo: vincere più Palloni d’oro e Champions mi rende più felice ma è solo una tappa». A Dubai, dove si trova per l’assegnazione dei Globe Soccer Awards, ecco il Cristiano Ronaldo che non ti aspetti, che mantiene intatto il desiderio di vincere («Spero che il 2020 sia un anno eccellente, come lo sono stati questi ultimi, anzi spero sia fantastico») ma filosofeggia sulla vita e rivela i suoi desideri per quando smetterà di giocare: «Non succederà a breve, ma quando accadrà avrò l’umiltà giusta di rendermi conto se la mia mente sarà più veloce del mio corpo». E tra i suoi sogni c’è Hollywood: «Recitare al top è un qualcosa a cui voglio prepararmi». Ecco quindi il CR7 in futuro attore, non tanto per vanità personale come potrebbe pensare chi non lo conosce e si ferma alle apparenze: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida e a me piacciono le sfide: voglio sorprendere prima me stesso e poi gli altri, e continuare a raggiungere traguardi».
LA LETTURA COME HOBBY PER IL TEMPO LIBERO
Nel frattempo c’è il Cristiano extra calcio di oggi, quello per il quale è importante trovare ogni giorno un paio d’ore da dedicare a se stesso: «Magari per rilassarmi o leggere un libro». Già i libri, forse uno dei rimpianti di uno che dalla vita ha avuto tutto. «Ho quattro figli e se mi chiedono qualcosa e non so rispondere mi vergogno, quindi devo autoeducarmi, perché per via del calcio non ho potuto studiare molto, ma quando mi chiedono qualcosa devo poter rispondere. Così quando avevo 26-27 anni ho cominciato ad essere più curioso nei confronti della vita, ad informarmi di più, a parlare meglio l’inglese, e a leggere un buon libro che fa crescere la tua intelligenza e la tua cultura».
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Juventus-Lazio si gioca a Riad dopo il precedente con polemiche di Gedda. Ma l'indignazione (anche se ipocrita) della scorsaprecedente edizione è svanita. Eppure l'Arabia è sempre lo stesso Paese che calpesta i diritti umani. La Lega Serie A tira dritto e pensa ai guadagni.
Lo stadio dell’Università Re Sa’ud è pronto. Domenica 22 dicembre 2019 alle 17.45 (ora italiana) Riad ospita la Supercoppa italiana, per la seconda volta consecutiva in Arabia Saudita dopo il precedente di Gedda. E se a fine 2018 la vigilia della partita tra Juventus e Milan fu accompagnata da una lunga serie di polemiche, stavolta Juventus e Lazio si apprestano a vivere la loro sfida nel silenzio generale. L’indignazione che nemmeno 12 mesi prima si era sollevata per la scelta di andare a giocare in uno dei Paesi che più calpesta i diritti umani sembra svanita nel nulla.
ATTIVISTE FEMMINISTE IN CARCERE
Eppure l’Arabia Saudita è sempre l’Arabia Saudita, in un anno non è cambiato poi granché. È vero, le donne ora possono viaggiare e guidare un’auto, ma continuano ad aver bisogno del permesso di un tutore maschio per sposarsi, andare a scuola e ottenere un passaporto. Intanto le attiviste femministe continuano a essere chiuse in carcere, dove le pratiche che violano i diritti umani continuano a essere perpetrate. Gli arresti arbitrari sono ancora all’ordine del giorno, come quello di Anas al-Mazrou, professore della stessa università che dà il nome allo stadio in cui si giocherà Juventus-Lazio, che nel marzo 2019 è finito in cella per aver parlato in pubblico a sostegno degli attivisti per i diritti delle donne detenute.
LA SCALA E QUEL CONTRATTO STRACCIATO
Sempre a marzo, sull’onda lunga dell’indignazione per quella Supercoppa a cui le donne avrebbero avuto accesso soltanto in un settore speciale riservato a loro, occupante il 15% dello stadio, il Teatro alla Scala stracciò il contratto che portava all’ingresso nel consiglio d’amministrazione della sua Fondazione del governo saudita. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala annunciò la rinuncia a 15 milioni di euro in tre anni e la restituzione dei 3 già versati come acconto dagli arabi alla Fondazione. La Lega Serie A, per giocare la Supercoppa a Riad, di milioni ne prende esattamente la metà, 7,5 per tre edizioni, 2,5 l’anno, ma non ha mai pensato di poter rinunciare a una cifra che in realtà non sposta poi di molto il bilancio complessivo dei club partecipanti (a cui va il 90% della somma) e del calcio italiano in generale (alla Lega resta appena il 10%, 750 mila euro).
POLITICA DI ESPORTAZIONE PER LA SERIE A
Nemmeno l’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista saudita per il Washington Post, fortemente critico nei confronti del governo di Re Salman, torturato e massacrato nella sede del consolato arabo a Istanbul nell’ottobre del 2018, riuscì a cambiare lo stato delle cose. D’altra parte la Serie A aveva già intrapreso da anni la sua politica di esportazione della Supercoppa, con nove edizioni giocate all’estero prima di quella del gennaio 2019, spesso in Paesi non proprio celebri per il rispetto dei diritti umani (oltre a due negli Stati Uniti, se ne sono giocate infatti tre in Cina, due in Qatar e una Libia nel 2002, quando il Paese era ancora sotto il governo di Gheddafi, i rapporti del rais con Silvio Berlusconi erano ben oltre la semplice cordialità, e il figlio di Mu’ammar, Saadi, era appena diventato azionista della Juventus. In quelle edizioni la Lega guadagnò ancora meno dei 7,5 milioni che prende dall’Arabia Saudita: lo fece, piuttosto, per provare a rendere più globale il prodotto calcio italiano, ma verosimilmente anche in quanto strumento di diplomazia e geopolitica internazionale.
Selfie con Ciro Immobile per i tifosi arabi. (Getty)
CONTINUIAMO A VENDERE ARMI AI SAUDITI
L’Italia che non vuole i sauditi alla Scala è la stessa che continua a vendere loro armi per la guerra contro lo Yemen, le bombe fabbricate in Sardegna dalla tedesca Rwm, ma non solo. Secondo la relazione annuale sulla vendita di armi verso paesi stranieri che il governo ha presentato in parlamento a giugno, solo nel 2018 l’Italia ha spedito a Riad 108 milioni di euro in armamenti. Il calcio, insomma, non è che lo specchio di un Paese ipocrita che continua a fare affari e siglare intese con uno Stato da cui a parole prende le distanze.
Il trofeo della Supercoppa a Riad. (Getty)
GERMANIA E FRANCIA HANNO REAGITO
Eppure una via diversa è possibile. L’ha indicata la Federcalcio tedesca nel decidere che la Germania non avrebbe più giocato amichevoli contro nazionali di Paesi in cui non vige la parità di genere. L’ha fatto, in parte, anche la Spagna, dove all’indignazione per un accordo della Liga del tutto analogo a quello concluso dalla Serie A (la Supercoppa di Spagna si gioca a Gedda per tre edizioni in un nuovo formato che prevede un quadrangolare) è seguita la netta presa di posizione della tivù di Stato, la Tve, che ha deciso di non trasmettere gli incontri sui suoi canali. La Figc, invece, si è limitata a invitare al Barbera di Palermo, per la partita tra Italia e Armenia del 18 novembre, una delegazione di donne iraniane, costrette ancora a forti limitazioni all’accesso agli stadi nel loro Paese.
L’ITALIA FATICA PURE CON L’ANTI-RAZZISMO
La Serie A, però, non cambia idea. E dopo essersi mossa goffamente e con estremo ritardo sul fronte della lotta al razzismo negli stadi, sembra del tutto sorda agli appelli per il rispetto dei diritti umani in Arabia Saudita. Con buona pace di Kashoggi, della parità di genere, del rispetto dei diritti umani. Che evidentemente contano meno di una manciata di milioni e dell’esportazione di un brand che persino Cristiano Ronaldo fa fatica a risollevare a livello globale.
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Sentimento indipendentista della Catalogna contro la squadra del governo di Madrid. Da sempre, ma ancora di più ora dopo il referendum del 2017, gli arresti e le proteste di piazza che hanno fatto rinviare la partita di ottobre. Storia di una sfida mai normale.
La Spagna si ferma, col fiato sospeso, in uno strano mercoledì che non è di coppa come da abitudine, e nemmeno un turno infrasettimanale di campionato di quelli che vanno di moda negli ultimi anni. La Spagna si ferma, col fiato sospeso, per una partita che attende da 53 giorni. La partita. Il Clásico, nella sua versione più estrema e politicizzata di sempre, che doveva essere giocato il 26 ottobre ma saltò perché nella città catalana migliaia di persone protestavano contro il governo di Madrid.
GLI INCROCI DI FUOCO NEL 2014 E NEL 2017
Un match ancora più delicato di quello del dicembre del 2017, poco dopo il referendum in Catalognadichiarato illegale da Madrid, con i leader indipendentisti in carcere e il presidente Carles Puigdemont autoesiliato (o in fuga, a seconda dei punti di vista) in Belgio. Più di quello che si disputò il 26 ottobre del 2014, due settimane prima della consultazione simbolica convocata dal governo di Artur Mas dopo il no della Corte costituzionale a un referendum vero.
ALLERTA PER L’ORDINE PUBBLICO
Barcellona e Real Madrid arrivano alla sfida del Camp Nou appaiate in testa alla classifica della Liga, 35 punti ciascuna. Ma il calcio sembra passare del tutto in secondo piano. Dalla capitale temono per la tenuta dell’ordine pubblico e la sicurezza di giocatori, dirigenti e tifosi madridisti. Il movimento catalanista Tsunami Democrátic ha annunciato una mobilitazione. Si temono assalti al pullman del Real, a quello dell’arbitro, e invasioni di campo.
Contro l’Atletico, il Barça è tornato a indossare la maglia a strisce gialle e rosse che riprende i colori della senyera catalana
Il Camp Nou, secondo gli opinionisti dei quotidiani vicini al Madrid, è da anni rifugio per tutto ciò che è stato definito incostituzionale, di istanze indipendentiste e bandiere estreladas. Nella recente trasferta al Wanda Metropolitano contro l’Atletico, il Barça è tornato a indossare la maglia a strisce gialle e rosse che riprende i colori della senyera catalana.
Lionel Messi con la maglia “indipendentista” esibita contro l’Atletico Madrid. (Ansa)
MÉS QUE UN CLUB DAL 1968
Non può che essere così, il Barcellona è més que un club, più di un club, e lo è da ben prima che Narcís de Carreras pronunciasse, nel 1968, la frase che sarebbe finita stampata sulle maglie da gioco blaugrana e sugli spalti del Camp Nou. Il Barça ha scelto chiaramente da che parte stare un secolo fa, a 20 anni esatti dalla sua fondazione avvenuta nel 1899 a opera di un gruppo di commercianti stranieri trapiantati in Catalogna, e quella parte è quella del catalanismo indipendentista e repubblicano. È così dal 1919, quando l’allora presidente del club Ricard Graells organizzò la Diada (Festa nazionale) dell’11 settembre per commemorare il 205esimo anniversario della caduta di Barcellona nelle mani delle truppe borboniche di Filippo V di Spagna.
FISCHI ALL’INNO NAZIONALE SPAGNOLO
Ci sarebbero voluti soltanto altri sei anni perché si introducesse un nuovo rito catartico catalano e catalanista, quello dei fischi alla Marcha Real, l’inno nazionale spagnolo accompagnato dalla disapprovazione del pubblico blaugrana ogni volta che viene eseguito prima di una finale di Copa del Rey. Era il 24 giugno del 1925 e il Barça aveva organizzato nel campi di Les Corts una partita contro l’Fc Jupiter. Il generale Primo de Rivera aveva preso il potere in Spagna due anni prima, instaurando una dittatura militarista e di estrema destra.
VILIPENDIO ED ESPULSIONE DEL PRESIDENTE GAMPER
Ogni partita del Barcellona, già all’epoca, era vista come riunione sediziosa, e per questo aveva bisogno di un permesso speciale per essere giocata. Il nulla osta, quel giorno, arrivò in extremis, con il pubblico ammassato fuori dallo stadio in attesa di poter entrare. Quando l’orchestra della Marina militare britannica cominciò a suonare, i fischi dei tifosi del Barça coprirono le note della Marcha Real. Un vilipendio che il Barça avrebbe pagato con l’espulsione del presidente Gamper e la sospensione delle attività per sei mesi.
SOTTO I COLPI DELLA DITTATURA DI FRANCO
Il Barcellona aveva preso una strada che non avrebbe più abbandonato e che anzi si sarebbe rinforzata nei 39 anni di governo di Francisco Franco, sotto i colpi di un regime che cancellò le autonomie e la lingua catalana, imponendo il castigliano come unico idioma legale, cambiando il nome della società da Foot-Ball Club Barcelona in Club de Futbol Barcelona e rimuovendo dal suo stemma i riferimenti all’identità catalana. Un regime cui il Barcellona pagò un pegno salato con l’uccisione del suo presidente repubblicano e di sinistra Josep Sunyol i Garriga nell’agosto del 1936, vittima di un’imboscata falangista in piena Guerra civile.
MA LA VERA SQUADRA DEL REGIME È L’ATLETICO
Dall’altra parte il Madrid avrebbe iniziato a costruirsi la fama di club fascista per via della presenza sempre più frequente del Generalisimo sugli spalti del Chamartín e del Santiago Bernabéu poi. E poco importa se la realtà forse fu un po’ diversa, un po’ più sfumata, se il vero e autentico club del regime fu l’Atletico Madrid, squadra dell’aviazione, se persino un grande intellettuale come Javier Marías ha dedicato un pezzo importante della sua attività a cercare di raccontare e far emergere il lato repubblicano del Madrid.
LA “VISITA” FALANGISTA NELLO SPOGLIATOIO BLAUGRANA
Il mito, si sa, è più forte della storia. E quello del Barcellona antifascista contro il Real di Franco si alimentò ulteriormente di episodi e aneddoti eloquenti. Come quell’11-1 con cui il Real Madrid superò il Barça nel ritorno della semifinale di Copa del Generalisimo del 1943, un risultato che ribaltò il 3-0 dell’andata e – si narra – arrivò a seguito di una visita di poca cortesia da parte di un manipolo di bravi falangisti nello spogliatoio blaugrana.
Il Real Madrid. (Ansa)
UNA CONTESA DI MERCATO SU DI STEFANO
O come il caso di mercato che segnò gli Anni 50, col passaggio di Alfredo Di Stefano al Real Madrid al termine di una lunga querelle coi blaugrana, che ritenevano di aver acquisito i diritti del giocatore prima dei rivali. Un equivoco che in realtà sarebbe nato dalla particolare situazione contrattuale di Di Stefano, che giocava in Colombia coi Millonarios (con cui si accordò il Barcellona) ma era tesserato per il River Plate (col quale negoziò il Real), ma che in Catalogna viene ancora oggi addebitato alle ingerenze e preferenze calcistiche di Franco.
A PIEDI CONTRO I RINCARI DEI BIGLIETTI DEL TRAM
Negli Anni 70, mentre la dittatura andava a spegnersi con le condizioni di salute del Caudillo, Manuel Vázquez Montalbán coniò l’espressione “esercito disarmato della Catalogna” per descrivere il Barcellona. Lo stesso Barcellona i cui tifosi, nel 1951, tornarono a casa a piedi dopo una partita vinta contro il Santander, facendo chilometri sotto la pioggia battente, per non prendere i tram i cui biglietti avevano appena subito un forte rincaro per decisione del governo nazionale.
LAPORTA E IL RITORNO DEL SENTIMENTO CATALANO
Un ruolo che il Barça aveva rivestito, volente o nolente, nel corso della sua storia, e che sarebbe diventato di fatto inscindibile dai suoi colori, a prescindere dalle intenzioni e dai programmi dei suoi presidenti. Josep Lluìs Núñez, presidente per 22 anni tra il 1978 e il 2000, tentò di allontanare il club dalle influenze politiche indipendentiste e di sinistra, per trasformarlo semplicemente in una fortissima polisportiva. Ci riuscì, almeno in parte, diventando il presidente più vincente nella storia del Barcellona, ma fu travolto dal ritorno del sentimento catalano che portò nel 2003 all’elezione del suo grande oppositore Joan Laporta.
L’ORGOGLIO DI GUARDIOLA DOPO LA COPPA DEI CAMPIONI
Nei sette anni di Laporta il Barça è tornato a essere tutt’uno con la causa catalana, impersonata in campo da una squadra che aveva ritrovato nel suo settore giovanile la sua forza principale e nell’allenatore catalano e catalanista Pep Guardiola il suo alfiere. Nel 1992, quando da giocatore fu protagonista della prima Coppa dei Campioni vinta dal Barça, Guardiola si sporse dal balcone della Generalitat, la sede del sistema amministrativo-istituzionale del governo catalano, e disse: «Ciutadans de Catalunya, ja la tenim aquí» («Cittadini di Catalogna, finalmente l’abbiamo qui»). Non era una frase qualunque, ma una citazione dell’ex presidente catalano Josep Tarradellas, fuggito in Francia durante il franchismo. Tarradellas, che nel 1979 avrebbe messo la sua firma sull’Estatut che sanciva il ritorno dell’autonomia catalana, rientrando nel 1977 a Barcellona dopo un esilio lungo 38 anni, pronunciò dallo stesso balcone: «Ciutadans de Catalunya, ja sóc aquí» («Cittadini di Catalogna, sono finalmente qui»).
Pep Guardiola ai tempi in cui giocava col Barcellona. (Ansa)
BARTOMEU DECISAMENTE PIÙ TIEPIDO
Il clima non è cambiato nemmeno con la fine dell’era Laporta. Anzi, il precipitare della questione catalanista, coi due referendum già citati e una dichiarazione di indipendenza unilaterale, con l’incarceramento e la condanna dei leader indipendentisti e il commissariamento della Generalitat, ha finito per trascinare il club e la sua dirigenza sempre più dentro l’agone politico. Una posizione in cui, probabilmente, il presidente Josep Bartomeu, decisamente più tiepido di Laporta sulla causa indipendentista, avrebbe preferito non trovarsi, ma dalla quale non è potuto scappare. Quando nel 2014 fu convocato il primo referendum, contro il parere della Corte costituzionale, il Barça fu uno degli ultimi club ad appoggiare pubblicamente la causa, preceduto persino dai rivali cittadini che portano gli aggettivi Real ed Espanyol nel loro nome e che tradizionalmente sono identificati con la parte fedele alla monarchia della metropoli. Eppure il Barcellona è ancora lì, a rappresentare l’esercito disarmato della Catalogna, così come Vázquez de Montalbán l’aveva dipinto quasi mezzo secolo fa. Portatore di un’identità diventata più grande di ogni altra cosa, persino dei trofei vinti e dei reali programmi di chi lo dirige. Tutt’uno con la causa catalana e nemico di Madrid. Non solo sul campo.
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Il quotidiano pubblica una lettera offensiva di un lettore. E Cucci risponde senza prendere le distanze. L'allenatore non parla coi giornalisti.
Colpirne centro per educarne uno. A due settimane di distanza dalla polemica sul titolo Black Friday su Romelu Lukaku e Chris Smalling, per cui l’Inter non aveva preso provvedimenti a differenza di Roma e Milan, la conferenza stampa dell’allenatore Antonio Conte viene annullata a causa di una lettera pubblicata dal Corriere dello Sporte alla risposta di Italo Cucci, entrambe ritenute «offensive» nei confronti dell’allenatore. «Ieri», scrive la nota, «dal Corriere dello Sport è stata pubblicata una lettera offensiva nei confronti del nostro allenatore, giustificando l’aggressione nel commento».
CONTE DEFINITO «ESAURITO»
Il 13 dicembre il quotidiano sportivo romano ha dedicato mezza pagina all’eliminazione dell’Inter dalla Champions League e pubblicato, nella pagina dedicata ai lettori, una mail di un tifoso del Bologna che contesta Conte offendendolo: «Godo nel vedere la Grande Inter surclassata dal Barcellona B che ha fatto vedere come si gioca a pallone a quell’esaurito del suo allenatore». Il tifoso ha contestato la «beatificazione» dell’allenatore nerazzurro che «nella sua carriera nonostante le vittorie, non ha mai fatto vedere un bel gioco» e «si è lamentato della campagna acquisti».
CUCCI RINCARA LA DOSE SU ICARDI
La risposta di Italo Cucci non ha certo gettata acqua sul fuoco: «Alla sua cattiveria aggiungo la mia che sono disposto a far diventare un tormentone: quando confesseranno, dirigenti (anche amici) e tifosi dell’Inter che senza Icardi hanno buttato via la Champions e forse anche il resto? Slogan: No Icardi, no party». L’Inter quindi, con un comunicato, ha annunciato l’annullamento della conferenza stampa della vigilia di Fiorentina-Udinese a pochi minuti dall’orario d’inizio con i giornalisti convenuti ad Appiano Gentile.
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Impresa delle due italiane, separate al traguardo da un solo centesimo. Sofia vince malgrado la perdita di un bastoncino. Terzo posto per l'americana Shiffrin.
Strepitosa doppietta azzurra nel SuperG di Coppa del mondo di Sankt Moritz: prima Sofia Goggia in 1.12.96 e seconda a un centesimo, pari a 27 centimetri, Federica Brignone in 1.12.97. Terzo posto per l’americana Mikaela Shiffrin in 1.13.09.
SETTIMO TRIONFO PER GOGGIA IN COPPA DEL MONDO
Per la bergamasca Goggia – 27 anni e oro olimpico in discesa – è la settima vittoria di Coppa del mondo in carriera e il 26esimo podio. Sofia è stata in grado di imporsi malgrado la perdita del bastoncino sinistro a un centinaio di metri dal traguardo.
SECONDA DOPPIETTA AZZURRA STAGIONALE
Per la valdostana Brignone è, invece, il 30esimo podio in carriera. Questa è la seconda doppietta azzurra stagionale dopo quella nel gigante di Killington vinto da Marta Bassino davanti a Brignone, il 30 novembre scorso.
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L'ex tennista azzurra ha raccontato in un video su Instagram la felicità per aver superato la sfida più grande. «Vivo di felicità, sono pronta ad affrontare nuovi progetti».
«Ho avuto il tumore, l’ho sconfitto e oggi vivo di felicità». La rivelazione Francesca Schiavone l’ha affidata ai social: 55 secondi per rendere pubblico il male, perché dopo mesi di assenza l’ex campionessa del tennis azzurro riappare e senza nascondere un briciolo di emozione, col viso provato, ma sereno, racconta la battaglia contro il male, ma soprattutto la vittoria. La sua più bella, lei che sui campi in terra o in cemento di tutto il mondo ha fatto grande l’Italia rosa della racchetta, lei capace di arrivare ai piedi del podio della classifica mondiale (quarta, solo Adriano Panatta era arrivato a tanto), lei che ha conosciuto nel trionfo al Roland Garros 2010 il punto più alto della sua carriera. Poi il ritiro, l’attività da allenatrice: adesso la parentesi buia rivelata a partita vinta.
«Vi racconto cos’è successo negli ultimi sette mesi della mia vita» – esordisce la campionessa milanese – «mi hanno diagnosticato un tumore maligno. È stata la lotta più dura, in assoluto, che abbia mai affrontato. Ho fatto la chemioterapia e la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia. Quando me l’hanno detto qualche giorno fa sono esplosa dalla felicità, anche ora vivo di felicità. Sono già pronta ad affrontare nuovi progetti che avevo ma non potevo realizzare. Ci rivedremo presto, felice di quello che sono oggi».
LEONESSA SUL CAMPO E FUORI
La Schiavone si era ritirata a settembre 2018, agli Us Open: congedandosi dal tennis giocato aveva detto col sorriso«ho realizzato i miei sogni». Sulla scena internazionale che conta e prima azzurra a vincere un torneo dello Slam battendo in finale a Parigi l’australiana Samantha Stosur (la seguirà nel 2015 Flavia Pennetta conquistando l’Open americano e proprio la pugliese inonda di cuori il post dell’ex compagna), Francesca Schiavone si è conquistata sul campo il soprannome di Leonessa.
QUANTI ESEMPI DI ATLETI CHE HANNO LOTTATO CONTRO IL CANCRO
E con la grinta di sempre deve aver combattuto, così come i tanti campioni che per una vita hanno giocato, perso, vinto e all’improvviso hanno dovuto fare i conti con la malattia. Senza mai arrendersi, così come insegna lo sport: lo sta dimostrando Sinisa Mihajlovic che ha confessato di avere la leucemia e continua a non mollare, stando vicino al suo Bologna. In tanti, abituati alla ribalta, agli ori, ai trofei, hanno avuto il coraggio di rendere pubblico il male: la pallavolista azzurra Eleonora Lo Bianco sconfisse in tempi record un tumore al seno. A Lance Armstrong venne diagnosticato al Tour de France un tumore ai testicoli e, dopo essere stato operato, vinse la Grande Bloucle per sette volte, prima di vedersi cancellare i successi per doping. Battaglia contro il cancro anche per Ivan Basso. In tanti la gara della vita sono riusciti a vincerla, come Eric Abidal che, dopo l’operazione per un tumore al fegato, tornò in campo dopo due mesi e contribuì al successo del Barcellona in Champions. E Francesco Acerbi della Lazio, cui venne diagnosticato un tumore ai testicoli, tutt’ora è uno dei pilastri della squadra di Inzaghi e della Nazionale di Mancini.
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Secondo i giudici non è dimostrata la «massima probabilità» della manipolazione delle urine usate per il controllo antidoping. Ma il legale del marciatore altoatesino annuncia battaglia.
Il Tribunale federale della Confederazione elvetica di Losanna ha respinto la richiesta di sospensione della squalifica del marciatore Alex Schwazer. Lo ha comunicato il legale dell’altoatesino, l’avvocato Gerhard Brandstaetter. Secondo i giudici, non è dimostrata la «massima probabilità» della manipolazione delle urine usate per il controllo antidoping che portò alla squalifica, come ipotizzato da Schwazer. «Sulla base di questo verdetto Alex Schwazer porterà aventi con massima convinzione il procedimento davanti al Tribunale federale, con lo scopo di portare le prove necessarie per una sospensione della squalifica», ha detto Brandstaetter.b «Dal primo giorno ho sempre evitato di fare commenti su questa storia per ovvi motivi», ha dichiarato invece il presidente del Coni Giovanni Malagò. «Ho un ruolo istituzionale. È una vicenda che deve far molto riflettere, in tutti i sensi».
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Il tecnico ex Inter, grazie alla sentenza Fifa, ha rescisso il contratto con l'Esteghlal ed è rientrato in Italia. E per le strade della capitale la gente lo invoca: «È il nostro leader».
L’incubo di Andrea Stramaccioni in Iranè finito. Di allenatori che chiudono in anticipo la loro avventura calcistica ne esistono in ogni angolo del mondo, anche con la squadra al primo posto, come per l’Esteghlal del tecnico ex Inter.
PERSINO LA GENTE IN PIAZZA
Ma se tutto avviene a Teheran, a un italiano viene impedito di lasciare la Repubblica islamica dell’Iran e quando poi il contratto è rotto la gente scende in piazza e grida contro il ministero dello Sport, il contesto cambia. E spinge il ministero degli Esteri a contattare l’ambasciata italiana per calmare le acque nei giorni in cui l’Iran è scosso da altre rivolte.
Trattandosi di una società statale, probabilmente la situazione è diventata anche politica e questo dispiace
Andrea Stramaccioni
«Sono molto amareggiato: nessuno voleva finisse così», ha detto Stramaccioni al rientro a Roma, dopo una fuga da Teheran verso Istanbul con un volo privato. «L’affetto della gente di Teheran mi rimane sul cuore: trattandosi di una società statale, probabilmente la situazione è diventata anche politica e questo dispiace, perché il calcio deve essere soltanto una fonte di gioia. Noi, anche grazie all’aiuto dell’ambasciata, abbiamo fatto tutto il possibile».
I TIFOSI: «STRAMACCIONI È IL NOSTRO LEADER»
Parole che provano a gettare l’acqua sul fuoco, mentre a centinaia i tifosi si erano radunati sotto il ministero dello sport proprietario del club gridando «Stramaccioni è il nostro leader» e con foto del tecnico romano, e le autorità hanno invertito il campo della partita odierna col Paykan facendola giocare nello stadio Azadi di Teheran, quello dei rivali storici del Persepolis, per evitare problemi di ordine pubblico.
DALL’ENTUSIASMO ALL’INCUBO
Dopo la firma del contratto e l’entusiamo iniziale (Stramaccioni si era trasferito con tutta la famiglia) i primi segnali a fine agosto, quando Stramaccioni si è reso conto che il club aveva licenziato gli interpreti tanto da rendere quasi impossibile comunicare con i giocatori in farsi. Poi sono arrivati i primi mancati pagamenti e a settembre è arrivato una specie di “rapimento“: durante la pausa per le nazionali, Stramaccioni è stato infatti bloccato all’aeroporto, con il visto improvvisamente scaduto.
I PRIMI SUCCESSI SUL CAMPO
Da quel momento è iniziato l’intervento dell’ambasciata italiana. Nel frattempo l’ex tecnico dell’Inter ha preferito tenere un profilo basso non esasperando i toni anche perchè la situazione ha risvolti politici evidenti: il calcio è strumento di consenso nella Repubblica islamica, ma il successo che il suo lavoro ha poi ottenuto presso i tifosi della squadra ha impresso una nuova traiettoria agli eventi.
LA FIFA SCIOGLIE IL CONTRATTO
L’Esteghlal ha iniziato a vincere, diventando primo in classifica. Nel frattempo la famiglia del tecnico romano è riuscita a rientrare in Italia, mentre dalla Fifa è arrivato il contributo decisivo a sbloccare lo stallo. Il mancato pagamento degli stipendi ha spinto la Federazione a dichiarare non valido il contratto per inadempienza. A quel punto, con decorrenza 6 dicembre, Stramaccioni è risucito a liberarsi e a lasciare il Paese.
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La Wada ha bandito Mosca da Olimpiadi e Mondiali per aver manomesso i dati di laboratorio con prove false. Possibile appello al Tas.
L’Agenzia mondiale antidoping (Wada) ha bandito la Russia dalla partecipazione ai principali tornei sportivi internazionali, tra cui le Olimpiadi e i Campionati del mondo, per un periodo di quattro anni. Il comitato esecutivo della Wada ha preso la decisione dopo aver concluso che Mosca ha manomesso i dati di laboratorio con prove false ed eliminando i file collegati a test antidoping positivi che avrebbero potuto aiutare a identificare i dopati. Sarà possibile un appello al Tas. Il capo dell’agenzia antidoping russa Rusada, Yuri Ganus, ha dichiarato tuttavia che la Russia non abbia «nessuna chance» di ribaltare la decisione.
LA RUSSIA NON POTRÀ OSPITARE EVENTI INTERNAZIONALI
Il Comitato Esecutivo della Wada ha stabilito altresì che la Russia, nel periodo stabilito, non potrà ospitare o concorrere all’assegnazione d’importanti tornei internazionali. L’agenzia antidoping ha anche stabilito che i funzionari statali russi, nonché i funzionari del Comitato Olimpico Russo (ROC) e del Comitato Paralimpico Russo (RPC), sono stati banditi dal partecipare a tutti i maggiori tornei sportivi internazionali, sempre per un periodo di quattro anni.
LO SCANDALO DOPING DEL 2015
La Russia è coinvolta in scandali sul doping da quando un rapporto del 2015 commissionato dalla Wada ha trovato prove del doping di massa nell’atletica russa; da allora molti dei suoi atleti non hanno partecipato alle ultime due Olimpiadi e il Paese è stato privato completamente della sua bandiera ai Giochi invernali di Pyeongchang dell’anno scorso, come punizione per aver insabbiato il doping di Stato ai Giochi di Sochi del 2014. Mosca ha ammesso i problemi ma ha negato l’accusa di aver organizzato il doping di Stato.
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L'italiana arriva seconda nei 200 stile libero a Glasgow. Vittoria alla britannica Anderson e bronzo per Heemskerk.
Medaglia d’argento per Federica Pellegrini nei 200 stile libero agli Europei di nuoto in vasca corta di Glasgow con il tempo di (1’52″88). La vittoria è andata alla britannica Freya Anderson con il tempo di 1’52″77, che ha beffato tutti. Medaglia di bronzo per Heemskerk (1’53″35). Vince la britannica Anderson grazie ad un’eccezionale ultima vasca e chiusura in 1’52″77, beffando la Pellegrini. Panziera chiude in ottava posizione (1’55″49).
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Il marciatore chiede la sospensione degli otto anni di stop inflittagli alla vigilia delle Olimpiadi di Rio. Sullo sfondo i crescenti sospetti di manipolazione delle urine avvalorati dal Gip di Bolzano.
Lo aveva annunciato e ora è ufficiale: il marciatore Alex Schwazer, oro a Pechino 2008, si è rivolto alla giustizia ordinaria svizzera e ha chiesto la sospensione della squalifica di otto anni per doping inflittagli dal Tribunale arbitrale dello sport nell’agosto 2016, alla vigilia delle Olimpiadi di Rio. Una squalifica – la seconda dopo quella del 2012 a Londra, con la positività ammessa dallo stesso Schwazer – arrivata dopo che il 15 dicembre 2015 Alex aveva testimoniato al processo contro i medici della Federazione internazionale.
IL CONTROLLO ANTIDOPING A SORPRESA DI CAPODANNO
Lo stesso giorno, la Iaaf aveva ordinato un controllo antidoping a sorpresa, che in effetti avvenne il primo gennaio 2016 alle 7 del mattino nella casa altoatesina del marciatore, che in quel periodo si allenava con il maestro di sport del Coni Sandro Donati, da decenni in prima linea nella lotta contro il doping. Schwazer, scegliendo un allenatore come Donati, intendeva infatti dimostrare non solo di essere «pulito», ma di essere anche competitivo, come dimostrarono i tempi registrati ai Mondiali di Roma della primavera 2016 che gli permisero di staccare il pass per le Olimpiadi: Alex vinse la 50 chilometri di marcia, prima gara dopo la lunga squalifica post Londra di tre anni e nove mesi, con il tempo di 3 ore e 39 minuti, secondo miglior risultato stagionale a livello mondiale.
L’IPOTESI FONDATA DI UNA MANIPOLAZIONE DELLE PROVETTE
La seconda positività del campione venne però comunicata solo a giugno, alla vigilia della gara olimpica in Brasile, quando il Tas di Losanna decise di squalificare Alex per otto anni, di fatto interrompendo la sua carriera. Il caso si è poi spostato in tribunale a Bolzano, dove si cerca di capire se l’atleta si sia realmente dopato di sua volontà o se qualcuno l’abbia, invece, incastrato. Il Gip di Bolzano, Walter Pelino, ha ritenuto fondata l’ipotesi della manipolazione delleurine usate per il controllo antidoping che portò Schwazer alla squalifica e ha ordinato numerose perizie. Per cercare di arrivare a un punto fermo il giudice ha disposto anche dei prelievi su 50 atleti volontari, un fatto mai verificatosi prima in un processo per doping. Novità dal processo sono attese nella primavera del 2020. Ora arriva l’istanza al Tribunale federale della Confederazione elvetica di Losanna. Intanto Schwazer continua ad allenarsi e culla il sogno di poter partecipare alle Olimpiadi di Tokio 2020.
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Bufera per la prima pagina del quotidiano sportivo con la scritta "Black Friday" con a fianco le foto dei giocatori. E anche Inter e Roma prendono le distanze.
Bufera per la prima pagina del Corriere dello Sport del 5 dicembre 2019. Il quotidiano, per presentare la sfida di campionato del 6 tra Inter e Roma, ha deciso di titolare “Black Friday” con a fianco le foto dell’attaccante dei nerazzurri Romelu Lukaku il difensore giallorosso Chris Smalling. Subito dopo che la pagina ha iniziato a diffondersi sui social sono partite le polemiche.
LO SDEGNO DI TIFOSI E ADDETTI AI LAVORI
Il Daily Mail, sensibile al tema anche per il passato al Manchester United dei due giocatori, ha raccolto un po’ di reazioni da tifosi e addetti ai lavori. «Proprio quando pensavi che il calcio italiano non potesse raggiungere un nuovo minimo, il Corriere dello Sport ha lanciato con questa prima pagina», ha scritto un tifoso sui social. Dura anche la presa di posizione dei giornalisti. Matteo Bonetti, della Espn, ha attaccato il tono «sordo, ignorante e con la solita sfumatura razziale».
Tone deaf, ignorant & with the usual racial undertones.
Per rendersi conto della polemica basta scorrere tutti i commenti sotto il tweet di presentazione della prima pagina. Da generici «vergognatevi» a post molto indignati: «Tanti anni fa era il mio quotidiano preferito. Oggi avete toccato davvero il fondo!! PRIMA PAGINA VERGOGNOSA!!! Chiedete scusa… ma solo chi ha un minimo di dignità lo farebbe…». E ancora «Se aveste un briciolo di dignità, il vostro direttore darebbe le dimissioni seduta stante».
ANCHE I CLUB PRENDONO LE DISTANZE
Roma e Inter coi propri profili hanno preso le distanze. L’account in inglese della Roma ripostanto la prima pagina ha scritto che nessuno sarebbe arrivato a dire una cosa del genere tranne il titolista del Corriere dello Sport, mentre i nerazzurri hanno rilanciato un messaggio contro il razzismo: «l calcio è passione, cultura e fratellanza. Siamo e saremo sempre contro ogni forma discriminazione».
Al momento il giornale non ha ancora replicato, ma diversi giornalisti della stampa inglese stanno utilizzando i profili social per cercare un commento da parte della direzione o dell’editore per spiegare la scelta della prima pagina.
Buongiorno, lavoro per CNN a Londra. Vorrei il contatto del vostro ufficio stampa per un commento a proposito di questa prima pagina. Grazie.