Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica

Di fronte a un Occidente sempre più a rischio di invasione da parte dei migranti, anzi, di un Occidente nel mirino di un piano per sostituire i bianchi con individui di altre etnie al fine di consentire a un non meglio identificato Deep State di dare vita a un Nuovo Ordine Mondiale (attualizzazione di teorie risalenti agli Anni 40 del secolo scorso, quelle della cosiddetta Great Replacement Theory, o Grande Sostituzione, rilanciate periodicamente dalle varie galassie cospirazioniste di mezzo mondo e di indubbio retaggio razzista e suprematista), la destra radicale ripesca oggi, dal suo bagaglio non solo teorico, l’arma della remigrazione

Dalla sociologia alla propaganda razzista

Il termine può suonare piattamente tecnico. Lo si usava, e si usa, nelle scienze sociali per indicare il ritorno volontario di un migrante nel suo Paese di origine. Ma da qualche tempo ha assunto un significato molto meno neutro, ovvero chiusura dei confini, respingimento degli indesiderati e, soprattutto, «espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione» (parola dell’Accademia della Crusca), anche degli immigrati che, pur avendo tutti i documenti in regola, non siano assimilabili alle varie culture nazionali occidentali.

La «recessione democratica» di Trump

Il tema della remigrazione – rimasto in sordina per qualche decennio, e appannaggio esclusivo dei vari circoli e movimenti di estrema destra europea e di quelli razzisti e suprematisti statunitensi – è tornato prepotentemente alla ribalta con Donald Trump, che ne ha fatto uno dei capisaldi del suo programma presidenziale. Anche per questo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch ha additato il presidente americano come principale attore di una vera e propria «recessione democratica». Una regressione che ha riportato indietro le lancette dei diritti umani di almeno 40 anni. «Evocando il rischio di una ‘cancellazione della civiltà’ in Europa e ricorrendo a stereotipi razzisti per dipingere intere popolazioni come indesiderate negli Usa», ha spiegato il direttore esecutivo dell’ONG Philippe Bolopion, «Trump ha adottato politiche e una retorica in linea con l’ideologia nazionalista bianca». Inutile dire, quindi, che le posizioni di The Donald sono musica per le orecchie delle destre radicali di tutto il mondo, ringalluzzite da questa sorta di legittimazione.

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Donald Trump (Ansa).

La miccia francese

Ma quando si è cominciato a parlare diffusamente di remigrazione? Bisogna tornare agli Anni 90, in Francia, negli ambienti dell’estrema destra, soprattutto nelle banlieue parigine, diventate negli anni teatri di caccia all’immigrato e scontri continui (sfociati nella grande rivolta del 2005). Il Front National approfittò della situazione per pescare voti proprio nel proletariato delle periferie. Resta agli annali lo slogan utilizzato alle elezioni regionali del 1992: «Quando arriveremo noi, se ne andranno loro!». Nel 2014 lo stesso partito di Marine Le Pen – oggi Rassemblement National – rilanciò il tema proponendo la creazione di Mouvement pour la remigration. Sempre Oltralpe poi nel 2002 nacque il Bloc Identitaire, poi solo Les Identitaires, diventato partito nel 2009. Una forza politica dichiaratamente contro l’immigrazione di massa e anti-Islam. Intorno al 2017 il movimento giovanile del partito, Generazione Identitaria – sciolta nel 2021 dall’allora ministro degli Interni Gérald Dermanin – col progetto Defend Europe arrivò ad acquistare e noleggiare imbarcazioni per monitorare e talvolta ostacolare l’attività di soccorso in mare delle Ong.

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Marine Le Pen (Imagoeconomica).

Martin Sellner, star nera della remigrazione

Nel 2023, la remigrazione acquisì una visibilità addirittura internazionale con Martin Sellner, attivista di estrema destra austriaco che, nel novembre di quell’anno, organizzò in un hotel non lontano da Potsdam un convegno a porte chiuse con alcuni membri dell’AfD e pure qualche esponente vicino alla Cdu, per illustrare le sue teorie sulla remigrazione, compreso un piano per deportare dalla Germania due milioni di immigrati. A dare visibilità a Sellner è stata soprattutto la sistematizzazione delle sue teorie in un libro che, in breve tempo, è stato tradotto e diffuso in vari Paesi, compresa l’Italia, col titolo Remigrazione. Una proposta. Curato da Francesco Borgonovo, il volume è stato pubblicato nel 2025 da Passaggio al Bosco, la casa editrice al centro delle polemiche che hanno infuocato la manifestazione romana di Più libri, più liberi. E in Germania da Verlag Antalios, la stessa casa editrice di Verdrehte Welt, la traduzione tedesca de Il mondo al contrario di Roberto Vannacci. E il cerchio si chiude. Inutile dire che il libro di Sellner (che per le sue posizioni è stato dichiarato persona sgradita in diversi Paesi come la Germania e la Svizzera, e si è visto negare l’ingresso per esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna) ha conosciuto un grande successo nella galassia estremista internazionale, divenendo una sorta di Bibbia della remigrazione. E fonte di ispirazione per i programmi elettorali della AfD e della Fpö austriaca. L’onda non ha risparmiato la Gran Bretagna. Dopo mesi di blitz contro hotel che ospitavano rifugiati e richiedenti asilo, lo scorso settembre al grido di «Remigration» è andata in scena a Londra una grande manifestazione contro l’immigrazione organizzata da Tommy Robinson, leader del gruppo di estrema destra English defence league.

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Martin Sellner (Ansa).

Lo sbarco nel dibattito pubblico italiano

E l’Italia? Nel nostro Paese alcuni soggetti politici (su tutti la Lega, oltre naturalmente alle varie formazioni dell’estrema destra) sono ovviamente affascinati dalla remigrazione. Al di fuori dei ristretti circoli neri, il termine è entrato nel dibattito pubblico nei primissimi giorni del 2025, dopo le presunte violenze ai danni di alcune ragazze da parte di extracomunitari durante il Capodanno in Piazza Duomo a Milano (inchiesta che si è poi arenata per l’impossibilità di identificare gli aggressori). Il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, colse la palla al balzo: «Anche in Italia dobbiamo parlare di remigrazione, ovvero rimpatriare non solo clandestini e criminali, ma anche stranieri che scelgono di non volersi integrare». Concetto ribadito in Parlamento da Rossano Sasso, leghista appena passato in Futuro Nazionale, al grido di «Remigrazione unica soluzione». 

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Rossano Sasso (Imagoeconomica).

Il Remigration Summit di Gallarate

Da quel momento è stato un crescendo: mentre a marzo CasaPound tappezzava un centinaio di città italiane di manifesti abusivi inneggianti alla remigrazione e con un blitz srotolava dal Colosseo uno striscione a caratteri cubitali, si pensò bene di ospitare in Italia un Remigration Summit, caldeggiato da Sellner per riunire da tutta Europa attivisti, politici anti-immigrazione. Inizialmente programmato a Milano per il 17 maggio, il Summit, dopo le proteste di decine e decine di associazioni, Ong, partiti e l’intervento pubblico del sindaco Beppe Sala, è stato spostato a Gallarate, nel Varesotto, e benedetto dal solito Vannacci, questa volta in videocollegamento. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, commentando la richiesta delle opposizioni di vietare l’incontro, aveva definito invece il Summit «un legittimo contributo alla discussione», considerato che «in democrazia c’è bisogno di tutti i contributi e di tutte le componenti rispetto a fenomeni così complessi».

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La proposta di legge benedetta da Vannacci

Meno di un anno dopo, la remigrazione ha fatto, o almeno ha tentato di fare, il suo ingresso ufficiale a Palazzo. A fine gennaio la proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” ha superato sul sito del ministero della Giustizia le 50 mila firme necessarie per poter essere presentata in Parlamento. Ma la conferenza stampa di presentazione organizzata a Montecitorio dal leghista Domenico Furgiuele è saltata grazie alla protesta delle opposizioni, decise a vietare l’ingresso di fascisti e neofascisti alla Camera. Sarebbero dovuti intervenire quattro rappresentanti del comitato promotore: il portavoce di CasaPound Luca Marsella, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, l’ex esponente di Forza Nuova Jacopo Massetti e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. Un indignato Vannacci ha gridato alla «morte della democrazia». Intanto ora che si è fatto il suo partito, di remigrazione ahimè sentiremo ancora parlare.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani

Azzoppato dall’uscita di Roberto Vannacci, Matteo Salvini prende tempo. Si mostra impegnato nell’azione di governo e torna a parlare coi vecchi media (prima è andato da Bruno Vespa poi addirittura da Lilli Gruber su La7, un luogo “ostile” per i suoi) mentre sui social si scatenano critiche e meme non proprio teneri.

Per molti l’unica strada percorribile è nel segno di Zaia

Con un partito ormai balcanizzato, da tempo Salvini procedeva a fatica tra l’incudine del ‘liberale’ Luca Zaia e il martello destrorso di Vannacci. Ora che il generale non c’è più, l’unica strada che il partito può prendere è quella indicata dall’ex governatore veneto, ritengono in molti. Giancarlo Giorgetti glielo ha detto durante la riunione del consiglio federale: trasforma l’uscita del generale in una opportunità, usa il posto lasciato vacante da Vannacci per fare una nomina che dia impulso al partito e segni una direzione verso le Politiche del 2027. Il ministro non ha fatto nomi, ma tutti hanno pensato a Zaia. Al termine della riunione – apprende Lettera43 – è proprio al veneto, infatti, che Giorgetti ha fatto la prima telefonata. «Luca», è il senso del ragionamento, «gli ho detto di fare una nomina e intendevo te».

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Caos Vannacci? «Chi è causa del suo mal pianga se stesso»

Da tempo l’uomo di Cazzago Brabbia commenta la gestione del caso Vannacci con una frase usata anche da Gianfranco Fini per respingere il paragone con il generale fatto da Salvini (mossa molto verdinaniana, secondo diversi nel partito): «Chi è causa del suo mal pianga se stesso», ripete il ministro a chiunque in privato gli chieda una lettura della fase politica. E infatti Salvini ha fatto tutto da solo: ha coinvolto il generale, lo ha candidato alle Europee, giovando delle 500 mila preferenze ottenute, e lo ha fatto entrare nella Lega dalla porta principale con tanto di tappeto rosso di tessera consegnata sul palco del congresso e nomina a vicesegretario un mese dopo. Solo che un generale non si accontenta di una nomina vuota ma vuole «autorità», per usare un termine utilizzato da Vannacci. Ed ecco la rottura a meno di 10 mesi dalla nomina. Salvini, come tutti, sapeva che Vannacci sarebbe uscito a breve. Da tempo “pregava” il generale di rallentare il passo verso la fondazione di Futuro nazionale, racconta un ex leghista molto vicino a Vannacci.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Roberto Vannacci e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

La falange del Nord per arginare il calo nei sondaggi

Poi c’è stata una accelerazione. Il segnale del ‘no’ vannacciano al decreto Ucraina e l’assenza alla conferenza leghista di Roccaraso con Francesca Pascale. Già agli inizi di gennaio, il capo di via Bellerio – viene rivelato – parlava coi suoi dei deputati Edoardo Ziello e Rossano Sasso come «in uscita» perché «andranno con Vannacci». E così è stato. Ora gli rimane un partito comunque diviso tra i dirigenti storici, ‘nordisti’ moderati, salviniani orfani di Vannacci e l’ala più a destra guidata dall’altra vicesegretaria, la pasionaria Silvia Sardone. Nel frattempo la Lega è scesa al 7,7 per cento nei sondaggi. E potrebbe scendere ancora. La via più logica per recuperare consensi alle Politiche sembra essere la candidatura dei governatori (Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti), una sorta di falange al Nord. Nelle scorse settimane Salvini avrebbe manifestato di essere interessato a questa opzione parlando direttamente con l’ex Doge.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Luca Zaia, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti (Imagoeconomica).

L’ipotesi di un ricambio generazionale per preparare la successione

Ma bisogna vedere se il segretario leghista sarà nel tempo disposto a percorrere una strada che prevede come ‘dazio’ da pagare l’attribuzione all’ex governatore di un incarico di partito. O se invece ascolterà i consigli di chi preme perché affidi la Lega a un altro veneto, un giovane, stavolta. Perché in via Bellerio c’è chi non vede il dettaglio del voto, le oltre 200 mila preferenze incassate da Zaia, ma pensa che il successo di Alberto Stefani alle Regionali debba spingere il partito verso un ricambio generazionale e preparare la successione con un giovane. Proprio come l’ex sindaco di Borgoricco, vicinissimo tra l’altro a Francesca Verdini.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Alberto Stefani e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

In quest’ottica, tra i possibili nuovi vice, spunta anche il nome di Luca Toccalini, attualmente coordinatore della Lega Giovani. Ma per la sua promozione occorrerebbe mettere mano alle regole, visto che di rappresentanti lombardi in segreteria c’è già Sardone.

Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
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Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
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Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani
Salvini a un bivio: giocare la carta Zaia oppure puntare sui giovani

«Meglio maiale che sionista»: il post pubblicato (e poi cancellato) dai Giovani Democratici di Bergamo

I Giovani Democratici di Bergamo hanno cancellato, con tanto di scuse, un post Instagram che conteneva un’immagine di Porco Rosso, personaggio iconico di Hayao Myazaki, e la citazione: «Meglio maiale che sionista» (anziché «fascista»). E a corredo: «Questo non è antisemitismo. E chi si ostina a sostenere il contrario ha un progetto politico ben preciso».

Fiano: «Sono queste le nuove leve del Pd?»

Il post aveva causato la reazione di Emanuele Fiano, ex deputato del Pd di fede ebraica, che il 25 novembre – come ha sottolineato – era stato contestato anche dai Giovani Democratici di Bergamo in occasione di un dibattito con Luciano Bellipaci e Gabriele Eschkenazi: «Ma io vorrei sapere, queste sono le nuove leve del Pd? Qualcuno vi dirige? Qualcuno di voi ha letto un libro sull’argomento? Li hanno letti i vostri responsabili? Sapete cosa sia il sionismo? C’è un partito che si occupa di voi?».

La cancellazione del post e le scuse

Dopo le inevitabili critiche, I Giovani Democratici di Bergamo hanno appunto rimosso il post su Instagram, spiegando di «sentire il dovere di esprimere scuse sincere e senza riserve a tutte le persone e le comunità ferite, offese o colpite» da quanto pubblicato. E poi: «Ci assumiamo quindi la piena responsabilità di non aver valutato con la necessaria cura l’impatto comunicativo del messaggio, storpiandone lo spirito. Ribadiamo la nostra natura di realtà antifascista e in quanto tale categoricamente opposta a qualsiasi forma di antisemitismo».

Schlein: «Inaccettabile, ma si sono scusati»

Sulla questione si è espressa anche la segretaria del Pd Elly Schlein, che ha definito «inaccettabile» il post Giovani Democratici di Bergamo. In ogni caso, ha aggiunto, «è stato rimosso e ci sono state scuse da parte loro».

Olimpiadi, cosa si sono detti Meloni e Vance nel vertice a Milano

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance è stato accolto in prefettura a Milano dalla premier Giorgia Meloni, con cui ha avuto un incontro bilaterale a poche ore dalla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali. «Italia e Stati Uniti intrattengono rapporti molto significativi da sempre, stiamo lavorando su molte questioni bilaterali ovviamente di rafforzamento della nostra cooperazione ma anche sugli altri dossier internazionali che sono aperti», ha detto la premier. «Ci siamo incontrati col vicepresidente l’ultima volta a Roma in occasione dell’inaugurazione del papato di papa Leone e oggi ci incontriamo di nuovo per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi. Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, che tengono insieme l’Occidente, che è alla base ovviamente della nostra cooperazione, della nostra amicizia e del futuro che vogliamo costruire insieme», ha aggiunto.

Futuro nazionale, la lite sul marchio «già registrato nel 2011»

Roberto Vannacci ha lanciato il suo partito da pochi giorni ed è già polemica sul marchio. Marina Caprioni, vedova di Riccardo Mercante, ex consigliere regionale M5s morto nel 2020, ha infatti reclamato la paternità del brand “Futuro nazionale“, sostenendo che l’aveva già depositato e registrato suo marito nel 2011 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese. Dopo la sua morte, ha spiegato in un’intervista al Fatto Quotidiano, il marchio è entrato nella successione ereditaria andando a finire nelle mani sue e dei figli. Che non intendono cederlo a Vannacci. «La nostra famiglia arriva da sinistra, poi ci siamo avvicinati al mondo dei Cinque Stelle. Essere associati a una persona che ha tutt’altri ideali ci ha dato anche fastidio. Per me quel marchio non è una questione di soldi. È una cosa che riguarda mio marito, la sua storia, quello che era e quello in cui credeva», ha detto Marina. Anche la figlia Allegra, di 19 anni, ha fatto sapere che «la notizia ci ha stupiti, considerate le idee liberali e progressiste di mio padre, che ci tengo vengano ricordate».

Vannacci tira dritto e fa sapere che continuerà a usarlo

Ma Vannacci non ha intenzione di cedere. «Finché non c’è nulla di diverso continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare», ha detto all’Ansa. Il portavoce del movimento Il Mondo al Contrario Massimiliano Simoni ha aggiunto: «Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che il simbolo non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».

Ziello e Sasso lasciano la Lega e passano con Vannacci

Come si era ipotizzato nei giorni scorsi, i deputati Edoardo Ziello e Rossano Sasso hanno deciso di lasciare la Lega per aderire a Futuro nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci. L’hanno comunicato alla presidenza della Camera e al gruppo del Carroccio a Montecitorio oltre che sui loro profili social. «Interpreto la politica come azione e servizio da garantire in una cornice di coerenza e verità. Binomio che non vedo più presente nella Lega Salvini Premier», ha scritto Ziello. «Esco dalla Lega e scelgo di seguire il generale Roberto Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista», ha fatto eco Sasso.

Potrebbero non essere i soli a lasciare la Lega per Futuro nazionale

Un sentore delle divergenze con il partito di Salvini lo si sentiva già dalle scorse settimane, quando entrambi avevano deciso di non votare la risoluzione di maggioranza sull’invio di armi all’Ucraina (sposando di fatto la posizione di Vannacci). Il timore è che alle loro uscite se ne aggiungano altre, soprattutto tra gli eletti del Centro-Sud e tra i peones che, vedendo sfumare l’ipotesi di una candidatura alle prossime Politiche e con il partito che sta perdendo consensi (gli ultimi sondaggi danno la Lega al 7,7 per cento), vedono Futuro Nazionale come ancora di salvezza. Tra gli aderenti al neo partito c’è anche il deputato Emanuele Pozzolo, ex Fdi.

Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno

Arianna Meloni nell’agosto del 2024 annunciò a un giornale come Il Foglio la fine del suo legame con il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Una notizia ghiottissima. E nella serata di venerdì 6 febbraio che appuntamento romano c’è nell’agenda di Arianna, la “sister” di Giorgia? La presentazione del libro del direttore del Foglio, Claudio Cerasa, nel Teatro de’ Servi, alle spalle di via del Tritone, mentre tutti hanno la testa e l’attenzione dedicata a Milano per l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali. Titolo della fatica letteraria di Cerasa è L’antidoto, pubblicato da Silvio Berlusconi Editore, con la grancassa mediatica di Mondadori. Per Cerasa, oltre ad Arianna, ci saranno Gianni Letta, per competenza aziendale, e il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. A qualcuno sembra un’anticipazione di un prossimo patto politico: Forza Italia, Fratelli d’Italia e Partito democratico. Perché della Lega di Matteo Salvini non si vede nessuno. Tra l’altro il moderatore della serata è David Parenzo, proprio nell’orario in cui deve condurre La zanzara su Radio24 con Giuseppe Cruciani. Uno sgarbo al direttore Fabio Tamburini, del quale si è detto che il successore a Il Sole 24 Ore risponderebbe proprio al nome di Cerasa? Oppure solo un investimento sul futuro da parte del furbissimo David? Ah, saperlo…

Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno
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Il vino non mette d’accordo Lollo e Salvini

Da una parte c’è Francesco Lollobrigida che in qualità di ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare promuove il consumo del vino, dall’altra ecco Matteo Salvini che come ministro dei Trasporti “stanga” gli automobilisti che bevono anche solo un bicchiere di rosso con controlli talebani. Fatto sta che il 15 febbraio parte sulle televisioni e sulle radio nazionali la campagna istituzionale per promuovere e raccontare il valore e la cultura del bere alcolico. “Il Vino è il nostro tempo – Coltiviamo ciò che ci unisce” è il claim della campagna, articolata in due spot: il primo è un racconto istituzionale che celebra il valore della vigna, della storia, della cultura enologica italiana, il secondo un video emozionale, capace di raccontare il vino non solo come prodotto, ma come patrimonio e valore intergenerazionale. Non ditelo a Salvini, pronto a multare gli automobilisti appena usciti da una cena di festeggiamenti…

Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno
Matteo Salvini brinda con Francesco Lollobrigida (foto Ansa).

Olimpiadi a Milano? E Pizzaballa (proprio lui) è a Roma…

In Vaticano dicono che si avvicina la nomina del cardinale Pierbattista Pizzaballa ad arcivescovo di Milano, al posto di Mario Delpini che a luglio 2026 compie 75 anni e diventa pensionabile. Fatto sta che l’alto prelato, nel giorno delle Olimpiadi nel capoluogo lombardo in festa, si trova a Roma per partecipare a un incontro nella chiesa di San Francesco a Ripa. L’appuntamento si inserisce nel cammino delle celebrazioni del VIII centenario (1226–2026), promosse dal Comitato nazionale, con l’obiettivo di divulgare la conoscenza della vita e dell’opera di San Francesco e valorizzare luoghi e cammini francescani attraverso iniziative culturali e formative. L’iniziativa romana, tra l’altro, è realizzata con il sostegno di Enel e PwC. Pizzaballa da tempo è “in tour”, e sta raccogliendo in giro per l’Italia una generosa solidarietà per le sue iniziative, avendo la carica di Patriarca di Gerusalemme. Sabato 7 febbraio la tappa è Assisi. Ma ogni giorno c’è un impegno, nell’agenda del porporato: giovedì 12 febbraio, per esempio, sarà a Cosenza, e nel teatro Rendano sono già prenotate all’evento 800 persone, con protagonista il Rotary Club Rende presieduto da Sergio Mazzuca. Chiarissima l’impostazione dell’evento: «La Calabria si misura con le tensioni del Medio Oriente attraverso un confronto diretto con uno dei protagonisti del nostro tempo, un’occasione unica per ascoltare la viva voce del Patriarca, la complessità dell’attuale situazione a Gaza e riflettere sulla responsabilità condivisa tra popoli, istituzione e società civile». Intanto Milano si avvicina…

Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno
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Ravasi dai farmaceutici Angelini

Il cardinale Gianfranco Ravasi, in qualità di presidente emerito del Pontificio consiglio della cultura e fondatore del “Cortile dei Gentili”, si è spostato nella periferia romana. Non in una borgata, ma nel quartier generale di Angelini Pharma, in via Amelia, per un “Dialogo sulla salute mentale”, alla corte di Sergio Marullo di Condojanni. Le parole indimenticabili del cardinale? Occorre «riuscire a stabilire un linguaggio comune che permetta di comprendere le situazioni che qualche volta sono di difficoltà e sofferenza profonda e questo esercizio viene fatto non soltanto attraverso l’aspetto strettamente tecnico, medico e scientifico, ma anche un profondo aspetto umano, perché queste sindromi sono quelle che esigono molto più calore nel cuore e non solo nella mente». Amen. E una pillola per dormire.

Arianna Meloni e gli intrecci politico-editoriali da Cerasa: le pillole del giorno
Il cardinale Gianfranco Ravasi (foto Imagoeconomica).

Reggia di Caserta, il caso della nomina del coordinatore di Fdi nel cda

Le nomine del cda della Reggia di Caserta finiscono in Parlamento. In particolare, il centrosinistra punta il dito contro il ministro della Cultura Alessandro Giuli per la presenza, nell’organo del sito Unesco, di un esponente politico, ovvero il coordinatore cittadino di Fdi Paolo Santonastaso (è stata nominata anche Nicla Virgilio, candidatasi alle elezioni regionali con la Lega). Il Pd ha presentato un’interrogazione parlamentare per conoscere nel dettaglio i curricula dei neo nominati «che risultano espressione diretta di forze politiche, come nel caso del coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia». I dem intendono così verificare il pieno rispetto delle normative vigenti, che prevedono che nei cda vengano nominate «persone di chiara e comprovata fama nella gestione e nella tutela del patrimonio culturale». La vicenda, sostengono, «assume contorni ancora più allarmanti se si considera che la Reggia è un bene patrimonio dell’umanità Unesco, e i protocolli di gestione Unesco sono estremamente rigidi e impongono una assoluta neutralità gestionale». Per loro, quello messo in campo dal ministro è un «atto politicamente e istituzionalmente irresponsabile». A sottoscrivere l’interrogazione anche M5s e Avs: «Non è accettabile che istituzioni culturali di rilevanza nazionale, come la Reggia di Caserta, vengano strumentalizzate a fini politici».

Reggia di Caserta, il caso della nomina del coordinatore di Fdi nel cda
Paolo Santonastaso ed Edmondo Cirielli (Facebook).

Perplessità anche nel centrodestra

La nomina di Santonastaso ha creato dissidi anche all’interno del centrodestra, con la commissaria provinciale di Forza Italia Amelia Forte che ha dichiarato: «Anche se una nomina è legittima, a volte bisogna fare un passo indietro per questioni di opportunità. Il fatto è che in questo periodo delicato, con all’orizzonte appuntamenti elettorali importanti, bisogna proteggere il centrodestra da attacchi strumentali di un centrosinistra che vuole a tutti i costi trovare spazio in Terra di Lavoro dopo gli innumerevoli errori commessi. Il mio intervento non è dunque contro Santonastaso, che credo però debba scegliere tra il cda della Reggia o la segreteria di Fdi, né tanto meno contro Fratelli d’Italia, nostro alleato, ma per preservare l’unità della coalizione rispetto a quelle che reputo delle vere e proprie aggressioni da parte degli avversari politici».

La replica di Fdi

A difesa del provvedimento si è schierato il sottosegretario Antonio Iannone, commissario regionale di FdI, che ha spiegato: «La scelta del ministro Giuli non poteva essere migliore. Ricordiamo peraltro che si tratta di un incarico a titolo gratuito».

Approvato il decreto sicurezza: le principali misure

Via libera in Consiglio dei ministri al decreto Sicurezza, frutto di un serrato confronto preventivo con il Quirinale. «Non misure spot», assicura Giorgia Meloni, ma «un ulteriore tassello» della strategia del governo, convinta che serva un «approccio più duro» su questo tema. Dalle piazze vietate ai violenti, al fermo preventivo, fino al divieto dei coltelli ai minori: le principali misure del decreto appena approvato.

Approvato il decreto sicurezza: le principali misure
Giorgia Meloni (Ansa).

Piazze senza violenti: il fermo preventivo e il nuovo daspo

Nel decreto sicurezza è stato inserito il fermo preventivo. «Durante lo svolgimento di una manifestazione, le forze di polizia potranno accompagnare e trattenere nei propri uffici, per non più di 12 ore, le persone ritenute – per fondati motivi – pericolose». Ciò, si legge, «potrebbe avvenire anche per chi ha precedenti e segnalazioni specifiche negli ultimi 5 anni. Il pm, sempre informato, potrà comunque decidere per il rilascio immediato». Sempre a proposito di riunioni o assembramenti in luogo pubblico, viene introdotto un nuovo daspo: il divieto di partecipazione sarà disposto dal giudice nei confronti di chi è condannato per una serie di delitti, che vanno dall’attentato per finalità terroristiche o di eversione, a devastazione e saccheggio, passando per le lesioni contro agenti delle forze dell’ordine, sanitari o arbitri.

Il nuovo registro per i reati con «causa di giustificazione»

Per quanto riguarda il cosiddetto “scudo penale” per agenti e comuni cittadini in determinati casi, il decreto sicurezza vara la creazione di un apposito registro. Nei reati in cui appare evidente una causa di giustificazione (legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), chi ha commesso il fatto non verrà indagato in automatico, ma inserito in un separato modello in cui vengono comunque assicurate le garanzie difensive. Sarà il pm a decidere se inserire un nome nel registro degli indagati o meno. In questo caso di parlerà non di indagato, ma di persona interessata ai fatti.

Approvato il decreto sicurezza: le principali misure
Coltelli e mazze da baseball sequestrate dalle forze dell’ordine (Ansa).

La stretta sui coltelli, con focus sui minorenni

Il decreto prevede poi una stretta sui coltelli, con l’obiettivo di contrastare in particolare la violenza giovanile. Sarà proibito vendere coltelli e oggetti da taglio ai minori, anche su web e piattaforme elettroniche, con sanzioni da 500 a 3mila euro, aumentate fino a 12 mila in caso di reiterazione, e revoca della licenza. Per tutti c’è il divieto assoluto di porto di strumenti con lama flessibile, acuminata e tagliente di lunghezza oltre i 5 centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di frequente utilizzo. Chi lo viola, è punito con la reclusione da 1 a 3 anni. Se i fatti sono commessi da un minorenne, è prevista una sanzione amministrativa da 200 a mille euro a carico dei genitori. In generale, il porto ingiustificato fuori dalla propria abitazione di strumenti da punta o taglio con lama superiore a otto centimetri è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Fino a 25 anni alle gang in caso di rapina aggravata

Introdotto poi il reato di rapina aggravata commessa da un gruppo organizzato, con pene da 10 a 25 anni. Rientrano nella fattispecie le rapine commesse in istituti di credito, uffici postali, sportelli automatici, veicoli adibiti al trasporto di valori o locali attrezzati per il deposito e la custodia di valori, da un gruppo armato organizzato.

Sicurezza urbana: l’individuazione di zone rosse

Previste nel decreto poi la stabilizzazione delle zone rosse, con la possibilità di allontanare soggetti pericolosi dalle aree più a rischio delle città. Il prefetto, si legge, «può individuare specifiche zone urbane, caratterizzate da gravi o ripetuti episodi di criminalità o di illegalità, nelle quali è disposto l’allontanamento dei soggetti denunciati negli ultimi cinque anni per delitti non colposi contro la persona o il patrimonio».

Le altre misure del pacchetto sicurezza appena varato

Vengono poi introdotte pene più severe per i borseggiatori, con il furto per destrezza che torna procedibile d’ufficio. Previste inoltre misure accessorie per il contrasto allo spaccio di stupefacenti. In questi casi «è ordinata la confisca, altresì, degli autoveicoli o altri beni mobili registrati e non registrati che risultino essere stati utilizzati per la commissione». Misure più severe sono previste poi per l’ingresso in Italia di persone condannate per la fabbricazione di esplosivi.

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza

Come sanno anche i sampietrini, il campo largo è alla ricerca di un leader per le prossime elezioni politiche. E come non tutti i sampietrini sanno, Giuseppe Conte è uno che potrebbe anche farcela. Il suo partito, intendiamoci, incidentalmente il M5s, è sempre aspirazionale, nel senso che aspira a ricoprire un ruolo centrale laddove il populismo non funziona più come una volta. Quindi, renzianamente, è immerso in un passato mitologico, in una retrotopia perenne. Conte invece, ed è un mistero misterioso, sembra essere sempre competitivo; competitivo dentro il campo largo, ma pure fuori. È più forte Conte del M5s. Sembra aver persino trovato il registro giusto: nella politica estera quello del pacifismo irenico, nella politica interna, invece, c’è un ritorno di fiamma sulla sicurezza

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte tra Nicola Fratoianni ed Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il battage quotidiano del M5s

Sicché gli interventi del M5s sull’argomento sono quasi quotidiani, quasi un’ossessione paraleghista: Giorgia Meloni, ha detto Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, deputata, dopo l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, «ha tradito gli italiani, siamo al settimo decreto sicurezza e abbiamo superato il terzo anno di governo: a essere aumentati sono i reati. È la loro Caporetto». Dovrebbero ascoltare, ha detto Appendino, «le nostre proposte: ripristiniamo la procedibilità d’ufficio per scippi e borseggi, aumentiamo gli stipendi e gli organici delle forze dell’ordine, eliminiamo la norma Nordio che permette agli indagati di dileguarsi, finanziamo i patti con i Comuni, la sicurezza integrata». A tratti spiritoso, persino, lo stesso Conte: «Cercasi vere misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città: con le loro norme i ladri continuano a scappare perché li avvertono dell’arresto e non si fa nulla di concreto e rilevante per investire e aumentare gli agenti, i presidi e i controlli nelle strade». Questa «è la sicurezza che ci chiedono le persone dopo anni di governo in cui sono aumentati furti, scippi e rapine». E poteva mancare Riccardo Ricciardi, sarcastico capogruppo dei cinquestelle alla Camera? «Nel nostro Paese ci sono evidenti problemi di sicurezza che vivono tutti i giorni i pendolari, che arrivano nelle stazioni e si trovano in situazioni veramente critiche, che si vivono nelle metropolitane, nelle periferie, sui luoghi di lavoro. Non crediamo assolutamente che si possa andare verso un ‘modello Ice’ e una svolta repressiva sul diritto sacrosanto a manifestare».

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Chiara Appendino (Ansa).

L’obiettivo è colpire il portafoglio elettorale di Meloni

Insomma, è diventato l’argomento del giorno, per il M5s, quello della sicurezza. Memore forse dei bei decreti ai tempi del Conte 1 e di Matteo Salvini ministro dell’Interno. Anche in quel caso, come in altre circostanze, tuttavia, non mancarono i ripensamenti tardivi: «I decreti sicurezza contenevano delle buone novità e molte soluzioni, si pensi alla gestione più efficace delle procedure di regolarizzazione presso le prefetture, mentre qualche altro profilo obiettivamente non ha funzionato, che già mi aveva lasciato perplesso», ammise nel 2021 Conte. Ma questo è il passato. E ora? E ora c’è da colpire Meloni nel portafoglio elettorale; d’altronde la linea securitaria è prevalente nel governo, far notare agli elettori che tutto questo fascismo promesso non c’è potrebbe essere sì un modo per sollevare le contraddizioni in seno al governo, ma potrebbe anche fornire una copertura allo stesso esecutivo: non è allora tutto stato di polizia quel che tintinna; tutto sommato persino l’Italia è una democrazia!

Conte e quell’ossessione paraleghista per la sicurezza
Giuseppe Conte e sullo schermo Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Conte sa che al campo largo non c’è alternativa

Il problema principale però Conte ce l’ha con gli alleati di sinistra. Tutto questo parlare di sicurezza a chi la sicurezza non la vede, non la vuole e pensa sia una parolaccia fascista crea scompensi. Ma il centrosinistra non ha altre alternative a sé stesso, a questa impostazione, a questo campo largo; si regge sulle proprie idiosincrasie, nessun partito può fare a meno dell’altro. Questo in fondo lo sa persino Conte, che punta a ottenere il massimo seppur con un terzo dei voti rispetto al passato, ma senza strappare per davvero. Perché nessuno, nell’Italia del 2026, ha la forza di poter stare da solo. 

Vannacci ha detto che non si dimette da eurodeputato

Roberto Vannacci non si dimetterà da europarlamentare. L’ha annunciato sui suoi canali social: «I voti sono miei, e chissà perché questa zelante richiesta nei miei confronti non è stata fatta nei confronti dei parlamentari Minardo, Bellomo, Pierro e Bergamini che, solo negli ultimi 12 mesi, hanno lasciato la Lega approdando in altri partiti». E ancora: «L’ho detto da subito, è una questione di valori, principi, ideali e, soprattutto, di coerenza». Dopo lo strappo con la Lega e la fondazione del suo partito Futuro nazionale, l’ex generale è stato costretto a lasciare il Gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo.

Giuli ha nominato come consigliere l’ex capo ufficio stampa Tatafiore

Alessandro Giuli ha nominato come «consigliere per la comunicazione e la promozione culturale» l’ex capo ufficio stampa Pietro Tatafiore, che aveva rassegnato le dimissioni il 22 novembre a causa delle polemiche scaturite da una serie di comunicati sfacciatamente a favore di Edmondo Cirielli, candidato governatore (poi sconfitto) della destra in Campania. Non solo: il capro espiatorio Tatafiore è stato allontanato dal Collegio Romano, ma ha fatto rapidamente ritorno al ministero della Cultura, visto che la nomina a consigliere di Giuli era stata già sancita da un decreto ministeriale datato 25 novembre. Appena tre giorni dopo le dimissioni.

Giuli ha nominato come consigliere l’ex capo ufficio stampa Tatafiore
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

Tatafiore ha assunto il nuovo incarico da dicembre

Come spiega Repubblica, Tatafiore ha assunto il nuovo incarico il primo dicembre e può contare su un compenso di 50 mila euro all’anno. Il collaboratore di Giuli, esperto di comunicazione istituzionale e già direttore dell’agenzia Utopia, era approdato al Mic come consigliere a titolo gratuito a ottobre 2024, un mese dopo la nomina del sostituto di Gennaro Sangiuliano. A febbraio 2025 era diventato poi capo ufficio stampa. Come ha rivelato Dagospia, Tatafiore lo scorso settembre si è unito in rito civile con la fidanzata (ora moglie) Barbara Castorina. Chi ha officiato il matrimonio? Nientemeno che Giuli.

La visita di Mattarella al Villaggio olimpico in 10 foto

La visita di Mattarella al Villaggio olimpico in 10 foto
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La visita di Mattarella al Villaggio olimpico in 10 foto
La visita di Mattarella al Villaggio olimpico in 10 foto

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto visita al Villaggio olimpico di Milano, dove ha firmato il murale della tregua e ha pranzato con gli atleti. «La prima competizione è con se stessi e con i propri limiti per superarsi, per migliorarsi, e poi c’è a fianco quella con gli altri partecipanti. Ci auguriamo che siano tante le medaglie, ma quello che è importante è il modo in cui parteciperete, con impegno, dando tutto voi stessi, con lealtà, con rispetto per gli altri. È una competizione che dà nel mondo uno spettacolo di straordinario valore, di convivenza, di amicizia, di umanità, di serietà», ha detto il capo dello Stato, che in serata parteciperà alla cena di gala con la presidente del Cio Kirsty Coventry e i vertici degli altri Paesi.

Il messaggio di Mattarella: «Vi auguro di ottenere i risultati migliori»

Gli atleti Arianna Fontana e Carlo Mornati gli hanno consegnato il giubbotto dell’Italia e Mattarella l’ha subito indossato. Accompagnato dalla figlia Laura, ha pranzato seduto tra la stessa Fontana, campionessa dello short track e portabandiera dell’Italia, e il pattinatore Pietro Sighel. Il menù prevedeva lasagna zucca e formaggio, pesce spada alla griglia con verdure al vapore, torta di mele e frutta di stagione. «È un gran piacere incontrarvi, ci siamo, state per cominciare. Naturalmente, alla vigilia dell’apertura, non posso non ricordare che per tutte e tutti voi che siete qui, questo è già un grande successo. Essere stati selezionati, essere in squadra, prendere parte alle Olimpiadi è già un traguardo di estrema importanza, un successo autentico, importante», ha detto ancora il presidente. Questo l’augurio che ha rivolto agli azzurri: «Siate consapevoli di quanto state per fare, vi auguro di ottenere i risultati migliori. Il primo risultato è appunto partecipare con tutti gli altri, con il valore dello sport che manda al mondo un messaggio di pace e di serenità. Grazie per il impegno che mettete, grazie in anticipo perché certamente renderete onore al tricolore, alla nostra bandiera e ai nostri colori. Grazie e in bocca al lupo».


Il nome giusto per Leonardo arriva da Trenitalia? Le pillole del giorno

«Godzilla a Leonardo? E a Fincantieri chi ci mettono, Jeeg Robot?», scherzano alcuni parlamentari sentendo i nomi che girano per occupare le poltrone più importanti delle società pubbliche. Niente paura, dopo il viaggio in Giappone di Giorgia Meloni non ci sono sorprese da fumetto, come nei suoi amati manga, per il risiko delle partecipate”, dove ballano parecchie presidenze: il nome di cui si parla per Leonardo, il colosso della difesa, è Cuzzilla, non Godzilla. Stefano Cuzzilla è uno storico leader di Federmanager, e guida anche il Fasi, il fondo di assistenza dei dirigenti industriali italiani. Quest’ultimo gli ha permesso di conoscere tutti i big del mondo della sanità, convenzionati con il Fasi per le cure cliniche. E ora potrebbe prendere il posto del presidente Stefano Pontecorvo (anche se per quell’incarico si era fatto pure il nome di una donna). Attualmente Cuzzilla è presidente di Trenitalia ed è consigliere di amministrazione di Cassa depositi e prestiti. Stimatissimo dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, Cuzzilla, classe 1965, è inoltre presidente di Cida, la Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità: iniziò come vicepresidente della società regionale del Lazio dedicata alle strade, Astral, ben visto dall’allora Margherita. C’è da dire che quell’incarico gli procurò il soprannome che si porta dietro da allora, e che viene pronunciato al suo apparire: «È arrivato lo stradino». Per i suoi amici è un «numero uno», e «troppo forte». Ambizioso, Cuzzilla è diventato padre da poco tempo, ama il sushi e la cucina giapponese. E qui si torna ai manga. Comunque, il collegamento tra i treni e la Difesa c’è, dato che in tempo di guerra la logistica ferroviaria è al primo posto nelle strategie degli alti comandi militari: il passo da Trenitalia a Leonardo, quindi, tutto sommato si può fare…

Il nome giusto per Leonardo arriva da Trenitalia? Le pillole del giorno
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Pozzolo assieme a Vannacci? Ci è andato sparato…

Emanuele Pozzolo, ex deputato di Fratelli d’Italia, è passato al nuovo movimento politico di Roberto Vannacci. La migliore battuta è stata fatta dai suoi ex amici meloniani, non dai leghisti: «Ci è andato sparato».

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Edi Rama da papa Leone. E Giorgia?

Nell’agenda di papa Leone, nella giornata di giovedì 5 febbraio, ecco la prima udienza: riceve il primo ministro della Repubblica di Albania Edi Rama. Stranamente, nel passaggio nella Capitale non è previsto alcun incontro ufficiale con Giorgia Meloni, sua grande (ex?) amica. E qualcuno si chiede: «Come mai?».

Il nome giusto per Leonardo arriva da Trenitalia? Le pillole del giorno
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L’ammazzasentenze è morto

Corrado Carnevale, storico presidente della prima sezione penale della Corte suprema di Cassazione, noto come “l’ammazzasentenze”, se n’è andato all’età di 95 anni. Una carriera vissuta tra infinite polemiche, attacchi continui per il suo operato, «che poi era semplicemente la verifica attenta degli errori compiuti nei gradi inferiori del processo, spesso fatto con i piedi da incompetenti: quelli che lui rilevava non erano certo cavilli», sibila un suo anziano collega. Sul quotidiano Il Messaggero ecco il necrologio scritto dai familiari: «Ne danno il triste annuncio i figli, i nipoti e i parenti tutti ricordandone l’altissimo esempio di rigore e rettitudine nonché l’impegno morale per l’affermazione della legge e della Giustizia». Funerali romani il 6 febbraio nella basilica del Sacro Cuore di Cristo Re, in viale Mazzini. Tanti amici coetanei sono morti, nel corso degli anni, ma una lunga serie di discepoli c’è, nella magistratura e nel mondo dell’avvocatura: pronti a mettersi in fila a onorare Corrado Carnevale da Licata. Tra le tante registrazioni disponibili nell’archivio della benemerita Radio Radicale, da ascoltare c’è sicuramente quella del 7 aprile 2004 dedicata alla «domanda di riammissione in servizio del giudice Corrado Carnevale a seguito del decreto legge che ha stabilito il diritto al reintegro dei pubblici dipendenti sospesi dal servizio a causa di un procedimento penale a loro carico che si è concluso con l’assoluzione», richiesta nata dopo che le Sezioni Unite della Cassazione annullarono senza rinvio la sentenza di condanna a sei anni di reclusione inflitta a Carnevale dalla corte d’appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, con la formula “perché il fatto non sussiste”.

Il nome giusto per Leonardo arriva da Trenitalia? Le pillole del giorno
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Come cambia il pacchetto sicurezza dopo i rilievi di Mattarella

Dopo che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato il governo a limare il pacchetto sicurezza – 80 pagine complessive divise in due provvedimenti, un decreto e un disegno di legge -, il testo che arriverà in Cdm giovedì 5 febbraio 2026 sarà leggermente modificato rispetto alle bozze circolate nei giorni precedenti. Il capo dello Stato ha infatti incontrato al Quirinale il sottosegretario Alfredo Mantovano chiedendo chiarimenti e correttivi soprattutto su due punti, il cosiddetto scudo penale per le forze dell’ordine e il fermo preventivo di sospetti prima dei cortei che potrebbero costituire un pericolo per lo svolgimento pacifico delle manifestazioni. Il Colle non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, ma da ambienti parlamentari si è appreso che Mattarella avrebbe sottolineato che sullo scudo è importante non creare una giurisprudenza separata per categorie (cioè non prevederlo solo per le forze dell’ordine) per non violare il principio di uguaglianza sancito dalla Carta, e che sul fermo non basta un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo. Sarebbe inoltre ritenuta eccessiva la durata di 12 ore ipotizzata per gli accertamenti.

Come cambiano scudo penale e fermo preventivo

Cosa cambia, dunque, rispetto ai testi originari? Il cosiddetto scudo verrebbe esteso a tutti i cittadini come forma estesa di legittima difesa, quindi non solo agli agenti. Si tratta della non più automatica iscrizione nel registro degli indagati di chi commette un reato con una evidente causa di giustificabilità, che verrà iscritto in un registro separato usufruendo di una corsia preferenziale e dell’archiviazione entro 30 giorni qualora il pm non valuti diversamente i fatti. Sarà un magistrato a decidere se sussistono le condizioni per l’applicazione della causa di giustificabilità. Quanto al fermo, la nuova norma dovrebbe prevedere che, in occasione di manifestazioni pubbliche, le forze dell’ordine possano accompagnare in questura o in caserma e trattenere per non più di 12 ore solo persone con precedenti specifici e/o trovate in possesso di armi o oggetti atti a offendere. Non basta dunque un semplice sospetto. Il fermo, nel rispetto dell’articolo 13 della Costituzione, dovrà comunque essere comunicato tempestivamente al magistrato di turno che dovrà verificare se sussistano le condizioni di legge per il trattenimento, altrimenti potrà ordinare l’immediato rilascio della persona.

Remigrazione, cosa prevede la proposta di legge di iniziativa popolare

La proposta di legge di iniziativa popolare Remigrazione e Riconquista, che avrebbe dovuto essere illustrata alla Camera prima che la conferenza stampa venisse annullata a causa delle proteste delle opposizioni, ha superato, sulla piattaforma del ministero della Giustizia, le 50 mila firme necessarie per poter essere presentata in Parlamento. Il testo, composto da 24 articoli suddivisi in sei capi, interviene in modo ampio su immigrazione, cittadinanza, politiche demografiche e sicurezza. Ecco cosa prevede.

Dalle espulsioni ai rimpatri fino all’abolizione della protezione speciale

La proposta contiene misure più incisive di contrasto all’immigrazione irregolare, al traffico di esseri umani e allo sfruttamento lavorativo, attraverso l’inasprimento delle sanzioni penali e patrimoniali, il potenziamento delle espulsioni e dei rimpatri e specifiche disposizioni per stranieri condannati per reati gravi, inclusa la revoca della cittadinanza acquisita per naturalizzazione nei casi previsti. Il fulcro della pdl è l’istituzione di un programma nazionale di remigrazione, termine con cui si intende il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di origine mediante incentivi economici, percorsi formativi pre-partenza e supporto al reinserimento. Punta inoltre a istituire un fondo per la remigrazione – finanziato anche tramite la riconversione di risorse già destinate all’accoglienza e mediante proventi da confische -, introdurre disposizioni per la regolamentazione delle attività delle Ong operanti nel Mediterraneo, rivedere le norme sul ricongiungimento familiare e abolire la protezione speciale.

Traditore a chi? Le accuse incrociate tra Salvini e Vannacci

Più passano i giorni, più si alza il livello dello scontro tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci, fresco di addio alla Lega. «Io non sono un traditore, semmai è lui che ha tradito valori e ideali. È Salvini, o meglio il suo partito, nel quale ero, che continua a promuovere determinate idee e concetti e poi allo stato dei fatti quando si tratta di votarli va in un’altra direzione», ha detto l’ex vicesegretario del Carroccio nella serata del 4 febbraio prima di arrivare a Modena, per un evento programmato da tempo sulla ‘remigrazione‘ – citata anche nel manifesto del suo movimento politico Futuro Nazionale.

LEGGI ANCHE: Il “traditore” Vannacci e le preoccupazioni nella Lega: si rischia il travaso di voti

Salvini: «Ho la tessera della Lega dal 1991, ne ho visti di ingrati»

Salvini, nel corso di una conferenza stampa sul referendum della giustizia alla Camera, aveva detto: «Per me il capitolo è chiuso. Ho la tessera della Lega dal 1991 e quindi ne ho visti tanti, anche alcuni che non hanno mantenuto la parola e gli impegni, che hanno dimostrato di essere – cito il titolo di un libro di una grande italiana, Maria Rita Parsiingrati». E poi: «Quelli di Vannacci sono 500 mila voti della Lega, non porta via niente. Dispiace umanamente, ma non preoccupa. Gli abbiamo spalancato le porte di casa quando tutti lo attaccavano. Il ringraziamento è stato ‘mi tengo il posto, arrivederci’».

Traditore a chi? Le accuse incrociate tra Salvini e Vannacci
Roberto Vannacci (Ansa).

Vannacci: «La Lega era un contenitore che tradiva la mia identità»

Sempre da Modena, nel corso dell’evento che di fatto si è trasformato nel debutto del nuovo movimento, Vannacci ha dichiarato: «Non è possibile nei giorni pari dire di essere identitari e sovranisti e nei giorni dispari dire invece di essere liberali e progressisti, come si proponeva il documento di Luca Zaia. Non è possibile fondare una campagna pubblica dicendo basta armi all’Ucraina e poi il giorno dopo invece firmare il decreto di consegna delle armi all’Ucraina». E poi: «Non è possibile fare una campagna pubblicitaria ed elettorale dicendo che si vuole demolire la legge Fornero e poi invece rimanere all’interno di una coalizione che la legge Fornero l’ha confermata e, se si vuole, anche inasprita. Non rimango in un contenitore che tradisce la mia identità». Vannacci ha successivamente spiegato di aver lasciato la Lega anche perché, nonostante la carica di vicesegretario, non gli è stata data «la possibilità di essere incisivo». Dato l’addio al Carroccio e pertanto escluso dai Patrioti, l’ex generale ha escluso di mollare il suo seggio all’Eurocamera: Alternative für Deutschland ha aperto al suo ingresso nel gruppo Europa delle Nazioni Sovrane.

Traditore a chi? Le accuse incrociate tra Salvini e Vannacci
Matteo Salvini (Ansa).

L’ex generale: «Futuro Nazionale al 4 per cento, non male come rampa di lancio»

Riguardo a Futuro Nazionale, Vannacci ha commentato: «Un sondaggio ha presentato qualcosa che ancora non esiste al 4,2 per cento, mica male come rampa di lancio. Significa che c’è qualcuno che apprezza i valori del mio partito che ho specificato nel mio manifesto». Vannacci ha inoltre detto che di non aver sentito Giorgia Meloni e che la sua nuova realtà politica «è interlocutore naturale della destra», per quanto quella al governo sia spesso «incoerente». Fratelli d’Italia, ha sottolineato, ha fatto campagna elettorale proponendo il blocco navale e poi ha votato il decreto flussi.

Vannacci: «Io come Fini? No, come Meloni quando lasciò il Pdl»

Intervenuto poi a Realpolitik su Rete 4, Vannacci ha commentato l’accostamento al “traditore” Gianfranco Fini, suggerito dai leghisti. «Più che come Fini, io mi sento come Meloni quando ha lasciato il Popolo della Libertà per le divergenze di vedute. Sono due interpretazioni diverse. Salvini ha parlato di lealtà, onore, disciplina e dovere. Ma lealtà non vuol dire obbedienza cieca, onore non vuol dire immobilismo. Io non abbandono il posto di combattimento, sono l’unico che lo presiede».

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana

Carlo Calenda è in una nuova fase. Dopo quella montezemoliana (Periodo Blu), c’è stata la fase montiana, con Scelta Civica (Periodo Rosa), poi c’è stata la fase terzopolista (sempre picassianamente, il Periodo Africano) dunque è arrivato il Cubismo che ha rivoluzionato la prospettiva, quantomeno la sua: Azione, seppur mossa dal calendacentrismo, era partita bene ma ha perso pezzi pregiati nel corso del tempo (Mara Carfagna, Enrico Costa, Mariastella Gelmini; e ora occhio a Matteo Richetti, che non gradisce le interlocuzioni, contianamente parlando, con il governo). 

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Matteo Richetti con Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Nonostante le percentuali, Calenda è sempre al centro dei giochi

La fase di ora assomiglia sempre di più a una impazzita scheggia radicale, nel senso del Partito Radicale. Fase pannelliana, insomma. Il partito, Azione, vale il 3 per cento o su di lì, ma Calenda è sempre al centro dei giochi. Catechizza giornali e giornalisti, cerca di dettare l’agenda pubblica, va a parlare con (quasi) tutti. Parla con Forza Italia, fanno il suo nome come possibile candidato sindaco di Roma per conto del centrodestra (o destra-centro), anche se lui smentisce. Ma ormai chi ci crede più alle smentite, pensate al povero Matteo Salvini (lui è fermo da tempo al Periodo Marrone, perché la situazione non è entusiasmante) che si è dovuto bere o ha fatto finta di doversi bere la favola di Roberto Vannacci quale salvatore della patria leghista (lui è Periodo Nero, senz’altro, con tutti quegli occhieggiamenti alla X Mas).

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Da sinistra, Carlo Calenda, Antonio Tajani e Letizia Moratti (Imagoeconomica).

Sicché, Calenda fa e disfa, con delle fissazioni certamente salutari, come quando ripete che lui con i cinque stelle non ci vuole avere niente a che fare, mentre Elly Schlein vola sulle ali dell’entusiasmo e campolargheggia, perdonando a Giuseppe Conte qualsiasi riposizionamento sulla politica estera e sulla sicurezza, memore forse dei bei tempi dei decreti Salvini. 

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Elly Schlein con Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Le rovine del Terzo Polo con Renzi fumano ancora

Certe volte, in tutto questo fare e disfare, Calenda si autodisfa, persino. La vicenda del Terzo Polo, fu Terzo Polo anzi, è ancora lì che fumiga. Ogni tanto riemerge. Anche se ad autodisfarsi sono stati senz’altro in due (c’è anche Matteo Renzi, va da sé). L’altro giorno lui e il suo vecchio socio se ne sono dati di nuovo di santa ragione via social dopo un’intervista dell’ex presidente del Consiglio a Repubblica: «Calenda non va a destra, perché non lo seguono nemmeno in famiglia. Persino Richetti ha minacciato di andarsene», ha detto Renzi. Calenda «aveva un gruppo di 10 al Senato, adesso è solo al Misto. Per il momento sta in mezzo, ma arriverà l’ora in cui gli verrà detto: hic Rhodus, hic salta. O stai di qua o di là. Altrimenti fa la fine del pinguino che sbaglia strada e va verso la montagna andando incontro a una fine ingloriosa».

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Al che Calenda ha replicato, serenamente: «Caro Matteo Renzi sei un campione di chiacchiere. I fatti sono semplici. Noi siamo rimasti e rimarremo dove gli elettori del terzo polo ci hanno messo, tu stai supplicando per essere caricato a bordo da Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni dopo esserti vantato di aver mandato a casa Conte e aver promesso mai con i 5S. Noi siamo andati in Ucraina ogni anno perché sappiamo che li si combatte per l’Europa, tu non hai mai trovato il tempo di andare, mentre ti scapicolli alla corte di Jared Kushner e dei tuoi datori di lavoro sauditi». E via così.

Attenzione: Calenda è entrato nella fase pannelliana
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Alle Politiche la priorità come sempre sarà mantenere il posto

Non è chiaro fin dove possa spingersi Calenda adesso, visto che è arrivato quasi alla fine delle varie fasi possibili. La campagna elettorale per le elezioni politiche è già iniziata e alla fine anche a lui toccherà, come un Renzi qualsiasi, cercare di capire come essere rieletto in Parlamento. 

Alternative für Deutschland apre a Vannacci dopo l’esclusione dai Patrioti

Roberto Vannacci «è un ottimo politico e siamo suoi fan, vediamo cosa succederà». Lo ha detto all’Ansa René Aust, eurodeputato di Alternative für Deutschland e capogruppo di Europa delle Nazioni Sovrane (Esn), rispondendo a una domanda riguardo il possibile ingresso dell’ex generale nella sua famiglia politica, dopo l’addio alla Lega e la conseguente esclusione dai Patrioti.

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Alternative für Deutschland apre a Vannacci dopo l’esclusione dai Patrioti
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Altro che dimissioni da europarlamentare: Vannacci si avvicina a Esn

Insomma, altro che dimissioni dal Parlamento europeo: nel futuro di Vannacci, che era già stato destituito dalla vicepresidenza dei Patrioti per volontà dei francesi del Rassemblement National a causa delle tesi esposte ne Il mondo al contrario, potrebbe profilarsi l’ingresso in Esn, gruppo di estrema destra nato 10 luglio 2024 a seguito delle Europee su iniziativa dei tedeschi di AfD. Del gruppo, che conta 27 seggi a Strasburgo, fanno parte (tra gli altri) anche i francesi di Reconquête, i polacchi di Nowa Nadzieja, gli slovacchi di Repubblica e i bulgari di Rinascita. Tra i partiti politici dei Patrioti per l’Europa – nato anch’esso nel 2024 – ci sono invece la Lega, il RN, gli ungheresi di Fidesz, gli spagnoli di Vox, i portoghesi di Chega e il Partito per la Libertà olandese.

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Zaia si lancia nei videopodcast con Il Fienile

Una cosa è certa: Luca Zaia non si annoia. Appena uscito dalla bufera Vannacci, l’ex Doge, ora presidente del Consiglio regionale del Veneto e domani chissà, si è lanciato nel mondo dei videopodcast. Mercoledì è stata pubblicata su youtube la prima puntata de Il Fienile, progetto pensato da Zaia e co-prodotto con Shado, media company di H-Farm di Roncade, nel Trevigiano, dove è stato allestito anche lo studio, con tanto di balle di vero fieno. Il primo ospite non poteva che essere Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano-Cortina. Un tempismo non esattamente fortunato, visto che l’ex numero uno del Coni per un soffio non è stato eletto nel consiglio esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale. Una doppia beffa per lui, visto che l’elezione (a scrutinio segreto) si è svolta proprio a Milano alla vigilia dei Giochi Olimpici invernali.

Il futuro politico dell’ex Doge

Ma perché proprio Il Fienile? Il nome «nasce da un’idea molto concreta: fermarsi un momento e ascoltare», ha spiegato Zaia. «Creando una nuova esperienza di comunicazione, in un tempo in cui tutto corre, ho voluto creare uno spazio di parole vere, senza sovrastrutture. Il fienile, nelle case di campagna, era spesso custode delle cose più importanti delle famiglie: non solo fieno e provviste, ma anche rifugio sicuro, luogo di incontri e confidenze lontano da occhi indiscreti. Nel nostro Fienile la storia di ogni ospite diventa occasione di ispirazione». Chissà se questa nuova avventura creativa (dopo la fortunata e un pelo cringe campagna social IA con il leoncino alato delle ultime Regionali) non sia un trampolino di lancio in vista delle prossime Politiche. Per Zaia e anche per il lombardo Attilio Fontana si parla infatti di una candidatura nel 2027. E ora senza «corpi estranei» e con una leadership di Salvini traballante, Sior preferenza è più che mai fondamentale per risollevare le sorti della Lega e l’umore dei padani.

Zaia si lancia nei videopodcast con Il Fienile
Matteo Salvini e Luca Zaia (Ansa).