Revoca concessione Autostrade, Zingaretti: «Si decida sulla base del merito»

Il segretario del Pd torna sul tema caro al M5s. Toti attacca il governo: «Il Mit è assente da tanto tempo: nessuno controlla».

Il governo è ancora diviso sulla revoca della concessione ad autostrade. Se il Movimento 5 stelle è compatto sul “sì” ed Italia viva sul “no”, il Pd non ha ancora preso una posizione netta. Il segretario Nicola Zingaretti, dall’Abbazia di San Pastore nel Reatino, dove si svolge una due giorni dem con ministri e parlamentari in vista della verifica di governo, ha dichiarato: «il governo, Conte e i ministri approfondiscano questo argomento e poi si decida sulla base del merito. In uno Stato di diritto si fa così».

TOTI ATTACCA IL GOVERNO: «AUTOSTRADE? IL MIT È ASSENTE DA TANTO TEMPO»

Intanto, sempre sullo stesso argomento, il presidente della regione Liguria Giovanni Toti ha detto la sua: «Vedo che continua un dibattito sul ritiro della concessione a Aspi sì, ritiro della concessione, ad Aspi ritiro no. Mi permetto di sottolineare che a Bergamo è caduto un altro calcinaccio da una galleria e non mi pare fosse in concessione, era gestita da Anas. Se si tolgono le concessioni, vorrei capire: chi gestisce le autostrade? Mi sembra – ha aggiunto Toti – che il governo annaspi senza dare delle risposte. Se ci sono le condizioni, si ritirino le concessioni, ma ieri è crollato qualcosa anche in una galleria di Anas e alcune persone sono morte lungo la strada statale per Lecco perché è crollato un ponte di Anas. Il presidente della Liguria ha anche attaccato il governo, in particolare il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti: «Finora le concessionarie autostradali si sono auto-controllate per un lunghissimo periodo di tempo ma nessuno al Mit ha controllato. Già a ottobre – ha continuato Toti – avevo chiesto alla Direzione generale delle concessioni del Mit di avere notizie sulla situazione della gallerie in Liguria e francamente nessuno mi ha risposto. In Liguria dei controlli se ne sta facendo carico la Procura, che però non è un organismo ispettivo del Governo. Il Ministero è assente da tanto tempo».

BUFFAGNI ATTACCA AUTOSTRADE: «NON SI PUÒ FARE CASSA SULLA SICUREZZA DEI CITTADINI»

Anche il governo è intervenuto sull’ipotesi di revoca della concessione ad autostrade. «Queste persone – ha detto il vice ministro allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni – hanno gestito talmente male l’azienda che un ponte è caduto. Le responsabilità verranno accettate dalla magistratura ai fini penali, ma ai fini manageriali e gestionali credo che il problema sia conclamato. Un governo serio come il nostro, indipendentemente dal partner con cui stiamo al governo, deve garantire che i cittadini possano viaggiare sicuri perché paghiamo una marea di soldi di autostrade che, secondo noi sono sovradimensionati. A me interessa che questa azienda che ha una concessione pubblica, o chiunque la avrà, garantisca la sicurezza. Non si può fare cassa sulla sicurezza dei cittadini».

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Nomine Rai, l’ad Salini formalizza le proposte in vista del cda

Stefano Coletta alla guida di Ra1 e Intrattenimento prime time, Ludovico Di Meo alla direzione di Rai2, Cinema e serialità, mentre a Silvia Calandrelli tocca Rai3 e Cultura. Ecco tutti i nomi.

L’amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini ha formalizzato le proposte di nomina dell’azienda, in vista del cda in programma per il 14 gennaio 2020. Stefano Coletta alla direzione di Rai1 e dell’Intrattenimento di prime time, Ludovico Di Meo alla guida di Rai2 e della direzione Cinema e serialità, Silvia Calandrelli a Rai3 e alla direzione Cultura, Franco Di Mare all’Intrattenimento del day time, Angelo Teodoli al Coordinamento generi, Duilio Giammaria ai Documentari, Eleonora Andreatta alla direzione Fiction, Luca Milano alla direzione Ragazzi.

LEGGI ANCHE: I veti incrociati tra M5s e Pd bloccano le nomine Rai

NEW FORMAT, APPROFONDIMENTO E DISTRIBUZIONE

Per i New Format si farà il job posting, mentre sarà assegnata in seguito la direzione Approfondimento. Alla guida della Distribuzione, altra figura chiave prevista dal piano industriale, sarà indicato Marcello Ciannamea.

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Basilicata|Basilicataonline.com, Nicola Orsi, il manager che supporta Orsini nella corsa al dopo Boccia

Vicino a Cl e all'ex ministro Maurizio Lupi, è lui che ha convinto il numero uno di Federlegno Arredo a scendere in campo per la presidenza di Confindustria. Nonostante il tiepido supporto del suo territorio: l'Emilia-Romagna.

Si chiama Nicola Orsi ed è il direttore dei rapporti istituzionali, a livello nazionale come a livello comunitario, di FederlegnoArredo, l’associazione di categoria di cui è presidente Emanuele Orsini, uno dei candidati alla presidenza nazionale di Confindustria.

Vicino a Comunione e Liberazione Orsi è da sempre uomo dell’ex ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi (ex Forza Italia, ora deputato nel gruppo Misto, cui toccò di dimettersi da ministro per lo scandalo relativo a Ercole Incalza che coinvolse suo figlio), che l’ha voluto membro del Consiglio Generale di Fondazione Fiera Milano.

E anche segretario generale della fondazione di Lecco “Costruiamo il Futuro” che Lupi presiede e che ha come soci fondatori oltre 100 esponenti del mondo imprenditoriale, artigianale, culturale, liberi professionisti e amministratori della provincia di Lecco e di Monza e Brianza. 

L’INVENTORE DELLA CANDIDATURA DI ORSINI PER IL DOPO BOCCIA

Orsi è l’inventore della candidatura di Orsini alla successione di Vincenzo Boccia. È lui che ha convinto il suo presidente a mettersi in gioco, nonostante (ma dall’entourage dell’interessato si afferma il contrario) il tiepido supporto del suo territorio – l’Emilia-Romagna non ha ancora deciso su quale dei diversi candidati andare – spiegandogli che in tutti i casi avrebbe comunque guadagnato un posizionamento d’immagine molto più di quello che la presidenza di Federlegno (dal 2017) e il Salone del Mobile finora gli hanno dato. 

L’APPOGGIO DEL MONDO CIELLINO

Orsini, 46 anni, titolare di una piccola impresa, la Sistem Costruzioni di Solignano Nuovo in provincia di Modena, che progetta e realizza case e edifici in legno su misura, è molto supportato dal mondo ciellino. È grazie a esso, per esempio che a suo tempo ha avuto, unitamente al personale impegno di Fabrizio Palenzona, la nomina a vicepresidente – oggi è presidente – di Unicredit Leasing. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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BASILICATA | www.basilicataonline.com,Versamenti e restituzioni: i conti dei partiti

Con lo Spazzacorrotti le donazioni sono pubbliche. Anche quelle dei parlamentari. Ma tra polemiche, scissioni e cambi casacca non tutti sono puntuali con i pagamenti. E spesso si tratta di big: da Renzi a Bossi. Il Movimento 5 stelle ha chiuso l’anno con la polemica sulle restituzioni. Tra chi si è messo in regola all’ultimo istante e chi invece sarà sottoposto al giudizio dei probiviri, il tema tiene banco. «L’85% dei parlamentari è in regola con le restituzioni ai cittadini», hanno fatto sapere i capigruppo cinque stelle di Camera e Senato Davide Crippa e Gianluca Perilli, annunciando l’avvio dei procedimenti per chi non è in regola. Ma la questione non riguarda solo i pentastellati: anche gli altri partiti fanno spesso i conti con le somme che i parlamentari dovrebbero versare alle rispettive tesorerie. E talvolta in primo piano ci sono nomi di peso, come insegna la vicenda dell’ex presidente del Senato, Pietro Grasso, che si è scontrato con il Pd, suo ex partito: a fine 2017 l’allora tesoriere Francesco Bonifazi gli aveva fatto notificare un decreto ingiuntivo per recuperare oltre 80 mila euro. Ma ci sono esempi più recenti, da Matteo Renzi a Umberto Bossi.  LEGGI ANCHE: Le sfide del 2020 su cui il governo si gioca la sopravvivenza Lettera43.it ha infatti esaminato i documenti sui sostenitori delle forze politiche: con il cosiddetto Spazzacorrotti ogni partito deve pubblicare i nomi, parlamentari compresi, di chi fa una donazione maggiore di 500 euro. E qualsiasi partito chiede almeno quella cifra.

IL PD CHIEDE 1.500 EURO AL MESE

Le situazioni più critiche sono legate a strappi politici. Da quanto si legge sul sito del Pd, alla sezione “trasparenza“, Renzi ha fatto un solo versamento nel 2019: è di 6.500 euro e risale al 25 febbraio. Il Pd chiede ai suoi parlamentari di destinare alle casse del partito 1.500 euro al mese: l’ex presidente del Consiglio, almeno fino a novembre (e da quanto risulta sul file pubblico), ha quindi saldato poco più di quattro quote, nonostante fosse un esponente dem fino ad agosto. Nel documento, poi, il nome di Maria Elena Boschi ricorre una sola volta per un contributo, dell’11 settembre scorso, pari a 6 mila euro, un quadrimestre esatto. L’ex ministra ha però sempre ribadito di essere «in regola con i pagamenti».
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Matteo Renzi, leader di Italia viva.

ITALIA VIVA…GIÀ AD AGOSTO

Nell’agosto del 2019, quando Italia viva non era stata lanciata ufficialmente, Renzi ha versato 10 mila euro sul conto della nascente creatura politica. Anche Boschi, con due diverse donazioni (una da mille euro e un’altra da 500) ha dato un contributo di partenza a Iv per un totale di 1.500. Una quota che ha coperto un intero trimestre: il minimo di versamento richiesto dal partito renziano è infatti di 500 euro. Singolare è invece il caso accaduto con l’attuale viceministra dell’Istruzione, Anna Ascani: continua a destinare con precisione la sua quota al Pd, ma ad agosto ha optato per una doppia contribuzione. Una ai dem e un’altra, sempre da 1.500, proprio a Iv. Ascani è tra le renziane che hanno preferito non lasciare il Pd: così dall’estate scorsa non risultano altri versamenti a Italia viva.
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Matteo Salvini.

I CONTI DELLE DUE LEGHE

I parlamentari della Lega danno un sostegno importante: 3 mila euro. Cifra decisamente alta che, secondo quanto si è lasciato sfuggire il senatore Ugo Grassi (ex M5s), servirebbe «per contribuire alla progressiva restituzione dei 49 milioni di euro». Per risalire alle donazioni occorre consultare due diversi documenti: quello della Lega Nord e l’altro della Lega per Salvini Premier. Il vecchio Carroccio conta pochi aficionados tra i deputati e senatori: nei vari mesi ricorrono nomi di peso come l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, il senatore di lungo corso, Roberto Calderoli, e l’ex sottosegretario all’Economia, Massimo Garavaglia. Sono loro, insieme a un altro sparuto gruppo di sostenitori, a rimpinguare le casse della vecchia Lega. Un’ampia maggioranza di leghisti, invece, contribuisce al rafforzamento economico del nuovo partito, quello tutto a trazione salviniana. In entrambi i casi, stando a quanto pubblicato ufficialmente sui siti, il leader storico, Umberto Bossi, non figura tra i contributori. C’è solo il suo omonimo, il senatore Simone Bossi.

LE DIFFICOLTÀ DI FORZA ITALIA

Da tempo Forza Italia è alle prese con ristrettezze economiche, tanto che il tesoriere, Alfredo Messina, ha dovuto far sentire la propria voce lo scorso anno. «Pagare è un obbligo morale, chi non paga deve capire che è un inadempiente, non si deve sentire un furbo», ha tuonato, spiegando di dover stare dietro a tutti per ottenere la quota mensile che nel caso degli azzurri ammonta a 900 euro al mese. Il documento sui contributi, che si ferma a novembre, riporta che l’ex ministro Renato Brunetta ha fatto un solo bonifico, ad aprile, di 3.600 euro, a copertura del primo quadrimestre. Plausibile che arrivi un altro maxi pagamento a saldo del resto, visto che predilige soluzioni “uniche”. Anche l’ex leader dell’Ugl ed ex presidente della Regione Lazio Renata Polverini è ferma al primo ottobre con un contributo che però ha coperto il mese di settembre, in cui non figurano versamenti. Il deputato Osvaldo Napoli ha invece dato il suo ultimo contributo il 30 luglio (per coprire agosto), mentre la collega a Montecitorio Daniela Ruffino è ferma al 27 giugno. Un altro deputato, Sestino Giacomoni, ha versato in totale per il 2019 solo due quote, entrambe a ottobre. Un quadro complicato per gli azzurri, che però fa in parte tirare un sospiro di sollievo: secondo Messina solo una parte residuale è indietro con i versamenti. Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cari ex Pci, su Craxi continuate a sbagliare

Il leader socialista è stato capro espiatorio di un sistema politico. A 20 anni dalla sua morte, bisognerebbe avere il coraggio di riconoscerne la statura.

Ho visto ieri sera Hammamet di Gianni Amelio. Lo davano in due sale dello stesso cinema, tutte e due piene. È un gran film, girato con mano leggera da un regista attento e padrone del suo tempo con attori formidabili, non solo Pierfrancesco Favino, eccezionale, non solo Renato Carpentieri e Omero Antoniutti o il soffertissimo Vincenzo Balzamo di Giuseppe Cederna, ma anche la formidabile Livia Rossi nel ruolo difficile di Stefania Craxi.

FUORI DALLA DAMNATIO MEMORIAE

“Un gran bel film” è una osservazione da spettatore, neppure particolarmente cinefilo che non può sfuggire, tuttavia, alla valutazione politica del lavoro di Amelio. Un primo risultato il regista e i produttori Agostino e Maria Grazia Saccà l’hanno raggiunto togliendo il dibattito su Craxi dal politichese o peggio ancora dalla damnatio memoriae. Quando tanti spettatori vanno al cinema per vedere un film come questo, non vuol dire solo ricatturare l’attenzione di vecchi socialisti e di antichi comunisti, ma tornare a parlare a un pubblico che non ha creduto che la storia italiana sia cominciata con Beppe Grillo e Matteo Salvini.

NON RISOLVE IL “CASO CRAXI”

Il film tuttavia non risolve, né poteva, il “caso Craxi”. È probabile che chi sia entrato nella sala cinematografica con un pregiudizio favorevole al leader Psi lo abbia visto confermato. È credibile che altri abbiano mal digerito l’autodifesa strenua che Craxi fa di sé e alcuni commenti ascoltati in sala a fine proiezione fanno pensare che molti anti-craxiani siano rimasti tali. Tuttavia non credo che Amelio, che non conosco, né Agostino e Maria Grazia Saccà, che non conosco, volessero con il film dare una svolta alla lettura della vicenda umana e politica di Bettino Craxi. Volevano semplicemente raccontare una storia dura, complessa, una tragedia italiana, con le parole e con il punto di vista della “vittima”.

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IL PUNTO DI VISTA DELLA VITTIMA

Perché di questo si tratta: Hammamet racconta il punto di vista della vittima. Uso questo termine deliberatamente perché i vent’anni che ci separano dalla sua morte restituiscono appieno al leader socialista il ruolo di capro espiatorio di un sistema politico e l’obiettivo di una magistratura che si rivelò, anche in quella occasione, totalmente priva di umanità. Craxi è un uomo malato, che si è rifugiato nella sua casa tunisina e che combatte perché la sua storia non diventi storia criminale. Chiama gli altri partiti politici alla comune responsabilità del finanziamento illegale. È incazzatissimo con i comunisti o ex che, secondo lui, si sono avvantaggiati delle azioni di una procura che li aveva risparmiati. Si ribella ai compagni di partito, c’è un netto riferimento a Giuliano Amato, che non lo difendono. Sia Craxi sia Moro, anni prima, hanno la netta consapevolezza che la loro fine potrebbe travolgere non solo partiti, non solo il sistema politico, ma modificare le basi stesse della democrazia. Così è stato. Ma non se ne discute. Il “caso Moro” viene chiuso nella rassegnazione di una fine inevitabile e nel dibattito successivo (il solito) su quanto Stato ci sia dietro gli assassini. Nel “caso Craxi” c’è l’ottusità di chi non vuole uscire dal circuito mediatico-giudiziario.

LA FINE DEI SOCIALISTI

Lasciamo perdere Moro, ora. Il “caso Craxi” porta alla luce poche cose molto chiare. I socialisti dopo la morte del loro capo si sono dispersi, molti sono diventati combattivi militanti di destra. Nel loro orizzonte la storia del Psi inizia e finisce col leader più discusso, al punto che sono rare i dibattiti sull’intera e grandiosa storia socialista italiana. Per tantissimi socialisti il “caso Craxi” è la conferma dell’odio reciproco con i comunisti. Dall’altra parte abbiamo la cultura, e oggi la classe di governo, giustizialista che con i “casi Craxi” ha trovato la legittimazione per creare movimenti politici, per arrivare al governo del Paese, dando il peggio di sé, come si vede quotidianamente. Nel mio mondo, quello ex comunista, alcuni hanno fatto sforzi per restituire a Craxi la dignità del grande capo politico (dispiace molto che i socialisti e la famiglia Craxi tuttora non dicano una parola sui tentativi di Massimo D’Alema, allora premier, e di molti suoi “seguaci” di portare Craxi in Italia senza l’offesa della carcerazione e delle manette). Tuttavia questi ex comunisti “revisionisti” hanno parlato solo a se stessi nel timore che l’anima antisocialista e anticraxiana, molto forte negli ex Pci, potesse ribellarsi.

L’UOMO TORNA AL CENTRO

Il film aiuta invece questo processo. Aiuta a rimettere al centro l’uomo Craxi e il suo discorso politico. E aiuta a fare gesti esemplari. Avevo proposto che un gruppo di ex dirigenti dell’ex Pci si recasse ad Hammamet nel ventennale anche scontando l’eventuale immorale presenza di Salvini. Alcuni dirigenti socialisti hanno chiesto a Zingaretti di capeggiare una delegazione del Pd. Perché tanto silenzio? Perché accettare quest’ultimo ricatto dei perdenti della storia, cioè il mondo giustizialista e grillino, e rifiutare di fare i conti con un uomo, un partito, le sue idee, i suoi errori, l’orrore di una morte annunciatissima. Perché, mi chiedo, noi che siamo stati comunisti dobbiamo, vent’anni dopo, farci rinchiudere nel recinto di una cultura antipolitica guidata da procure e da giornalisti? Deve emergere un punto di vista della politica che, sulla base di una seria ricostruzione – attendo di leggere il libro di Fabio Martini –, possa avviare una riconciliazione fra tutte le sinistre dove non ci siano più figli di un dio minore, uomini di malaffare, puri senza macchia.

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LO SPESSORE UMANO DELLA POLITICA

Il “caso Craxi” non si chiuderà mai e non si deve chiudere mai. Il film ci parla anche dello spessore umano che dovrebbe avere la politica. Noi stiamo vivendo anni atroci in cui l’avversario non è solo nemico ma un “oggetto” che deve essere annichilito. Chi ha visto il film capisce quanto dolore si crea, quando dolore si sparge (quel gruppo di gitanti ad Hammamet che insultano Craxi), quando ci allontaniamo da una società veramente civile.

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Perché la Segre ha dato forfait all’invito di Salvini

Il leghista la voleva a un convegno sull'antisemitismo a Roma. La senatrice a vita ha rifiutato per gli impegni milanesi in occasione della Giornata della memoria. Non risparmiando una frecciatina: «Tema altrettanto importante è il razzismo».

Tra Liliana Segre e Matteo Salvini proprio non scocca la scintilla politica. Dopo le polemiche di fine 2019 con tutto il centrodestra sull’istituzione della discussa Commissione anti-odio, ora la senatrice a vita è stata invitata dal leader della Lega al convegno “Le nuove forme dell’antisemitismo” in programma il 16 gennaio a Palazzo Giustiniani a Roma. Ma lei ha rifiutato perché «impegnatissima» tutto il mese a Milano con le iniziative per il Giorno della memoria (lunedì 27 gennaio).

FRECCIATA SUL RAZZISMO

Nella sua garbata risposta a Salvini, la Segre ha detto di apprezzare «l’iniziativa sull’antisemitismo, un problema che si riaffaccia virulento nelle cronache del nostro tempo in tanti Paesi d’Europa e del mondo intero». Però ha anche avvertito che è un tema che non va separato da quello del razzismo. Una frecciata all’ex ministro dell’Interno? Proprio per il suo impegno a non far dimenticare l’Olocausto, lei che fu deportata nei campi di concentramento, la Segre è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e in seguito le è stata assegnata la scorta per le minacce ricevute via social.

ASTENSIONE DELLA LEGA SULLA COMMISSIONE

A novembre si parlò di una visita privata tra la senatrice a vita e Salvini – con tanto di figlia al seguito – anche se poi il segretario della Lega smentì. Adesso la senatrice auspica alla collaborazione nella Commissione parlamentare contro l’odio che lei ha fortemente voluto e che presiederà, istituita nonostante l’astensione del Carroccio nella votazione al Senato: «Confido che il vostro convegno potrà dare un contributo in questo senso e che anche nella Commissione contro lo hate speech deliberata dal Senato».

Matteo Salvini. (Ansa)

Salvini ha preso atto replicando: «La capisco, la ringrazio per la risposta. Sarà una bellissima giornata in cui lanceremo dentro e fuori il parlamento una grande campagna in difesa di Israele perché nel 2020 gli antisemiti, quelli che odiano Israele, non possono essere compresi nel contesto civile, quindi i nemici di Israele sono miei nemici».

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Conte e il vertice con Sarraj per recuperare la faccia

Dopo la gaffe diplomatica di aver ricevuto prima Haftar, il premier prova a rimediare: «Non abbiamo agende segrete, l'unica opzione è politica». Il leader riconosciuto dall'Onu: «Sì al cessate il fuoco, ma la parte che attacca si ritiri».

Dopo il flop diplomatico dell’Italia che aveva ricevuto a Roma il generale della Cirenaica Khalifa Haftar prima del premier libico Fayez al Sarraj, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha cercaro di rimediare incontrando per quasi tre ore a Palazzo Chigi proprio il leader del governo riconosciuto dalle Nazioni unite.

«NON ABBIAMO AGENDE NASCOSTE»

Conte ha provato così a rimediare alla gaffe: «L’Italia ha sempre linearmente, coerentemente lavorato per una soluzione politica, per contrastare l’opzione militare, ritenendo l’opzione politica l’unica prospettiva che possa garantire al popolo libico benessere e prosperità. Non abbiamo altri obiettivi, non abbiamo agende nascoste».

«COSTERNAZIONE» PER L’ATTACCO DEL 4 GENNAIO A TRIPOLI

Basterà? Conte ha anche aggiunto: «Ho rappresentato con forza questa posizione anche al generale Haftar, al quale ho espresso tutta la mia costernazione per l’attacco del 4 gennaio 2020 a Tripoli all’accademia militare. Posso garantire che l’Italia continuerà a lavorare in modo convinto e determinato a sostegno del popolo libico, per offrire tutte le garanzie per un futuro di pace, stabilità e benessere».

«LIBIA POLVERIERA, STOP AD ARMI E INTERFERENZE»

Il capo del governo italiano si è detto quindi «estremamente preoccupato per l’escalation in Libia», visto che «gli ultimi sviluppi stanno rendendo un Paese una polveriera con forti ripercussioni, temiamo, sull’intera regione». Per Conte dunque bisogna «assolutamente fermare il conflitto interno e le interferenze esterne».

«L’UNIONE EUROPEA È LA MASSIMA GARANZIA»

Inoltre l’Italia si è detta pronta ad adoperarsi «sempre più per un coinvolgimento ancor maggiore dell’Unione europea perché siamo convinti che questo intervento offra la massima garanzia di non rimettere le sorti future del popolo libico alla volontà di singoli attori. L’Ue è la massima garanzia che si possa offrire oggi all’autonomia e all’indipendenza del popolo libico».

SARRAJ: «HAFTAR NON SEMBRA DISPONIBILE AL RITIRO»

Sarraj dal canto suo ha risposto così: «Accogliamo con piacere l’iniziativa di Russia e Turchia per un cessate il fuoco e sempre disponibili ad accogliere qualsiasi tipo di iniziativa possa andare in questa direzione. La condizione è il ritiro della parte che attacca, che non sembra disponibile a ciò» perché ha un altro modus operandi. Poi parole di riconciliazione con il nostro Paese: «Ho avuto modo di apprezzare il ruolo dell’Italia in questo dossier».

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Meloni si rassegni, la destra giornalistica non la ama

Feltri, Giordano e adesso anche Sallusti hanno adottato Salvini. Neppure con il Cav furono così servili. Mentre la leader di Fratelli d'Italia li spaventa.

Vittorio Feltri e gli altri big della destra giornalistica hanno adottato Matteo Salvini. Lo trattano come il pupo di casa, lo difendono con accanimento, ne vantano qualità inesistenti, raccontano di minacce simili al famoso attentato che Maurizio Belpietro disse di aver subito. Neppure con Silvio Berlusconi furono così servili. Anzi, dire “servili” non è giusto, né beneducato, diciamo che neppure con Berlusconi furono così coinvolti. Il Cavaliere era il capo, il padrone, quello che li faceva felici con stipendi da favola e che raccontava storie bellissime come quella sulla nipote di Mubarak.

Feltri & Co si bevvero tutto quel liquido caramelloso perché Berlusconi combatteva la sinistra e anche ora questo gruppo di colleghi, nei giornali di carta e su Rete 4 (tranne Barbara), pur di annichilire la sinistra, è pronto a tutto. Con Salvini, però, è diverso. «È de loro», come dicono a Roma. Racconta palle inverosimili, fa cose scorrettissime che mandano in sollucchero tipini fini come Mario Giordano, dà l’idea che se va al potere a quelli di sinistra gli spacca quella parte del corpo lì dietro.

Obiezione: ma come può accadere che un gruppo di agguerritissimi colleghi che ne ha fatte più di Carlo in Francia si innamori di questo ragazzaccio che ha un’evidente voglia di non fare una mazza per tutta la vita? E ancora: ma come, avete a disposizione Giorgia Meloni, di destra autentica, e inseguite questo burlone che non si sa mai che cosa può dire e con chi può mettersi?

IL CAV PRETENDEVA OBBEDIENZA, SALVINI NO

Il mondo di cui parliamo osannò i giudici di Mani Pulite. Divenne garantista solo quando andò al potere Berlusconi. L’orizzonte è tuttavia rimasto quella roba che chiamiamo l’antipolitica. Nel senso che si sentono tutti come Eugenio Scalfari, hanno l’ambizione di dettare le regole a politici che devono solo obbedire. Uno solo di loro, Vittorio Feltri, può ambire ad essere lo Scalfaretto di destra perché dovunque va trascina con sé lettori. Gli altri seguono l’onda. A Berlusconi dovevi obbedire, anche a Umberto Bossi dovevi obbedire, con Salvini fai quello che ti pare. Ecco il successo del puer birroso.

GIORGIA CRESCE, MA PER LEI NESSUNA FANFARA

Giorgia Meloni, fatevelo dire da uno che sarebbe terrorizzato a vederla premier, a loro fa paura. La giovane donna è combattiva, ragiona con la sua testa, ha alle spalle uno come Guido Crosetto (tanta roba, in ogni senso), è «de destra» per davvero. Questo gruppo di giornalisti, oggi di destra, è stato democristiano, socialista, persino comunista, e in fondo non sopporta quelli di destra veri. Meloni si vede chiaramente che ha una storia, che ha un passato il cui elogio reprime, e soprattutto che comunica emotivamente con il suo elettorato. A mano a mano che il Salvini si affloscerà (lui si ammoscia sempre), la Meloni andrà avanti. I giornali di destra già ne parlano, ma senza entusiasmo, senza suonare la fanfara. Arrivasse davvero una che non si fa mettere i piedi in testa, non dico da Feltri ma da Giordano, da Pietro Senaldi, da Giovanna Maglie e compagnia bella?

GRANDI FIRME STATE ATTENTE, RISCHIATE UN’ALTRA FIGURACCIA

Poi Meloni è donna e con le donne si discute meno bene che con un chiacchierone da bar. Ovviamente il giorno in cui Meloni si avvicinerà a Salvini o lo supererà saranno tutti “meloniani”, con il timore però che una di destra vera può non trovare alleati che la portino alla premiership. Da qui il salvinismo coriaceo che oggi si è fatto più tosto dopo il ritorno in campo di Alessandro Sallusti, che per qualche mese era stato costretto a fare il berlusconiano moderato invece ora può urlare a più non posso. Dateci sotto ragazzi! È il vostro momento. Difendete il vostro bambolotto di pezza. Ma sappiate che dura poco e farete la solita figuraccia. Ricordate il proverbio napoletano: «A chi troppo s’acàla, ‘o culo se vede». «Culo» sapete cos’è, vi devo spiegare «s’acàla»? Non c’è bisogno.

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Zingaretti vuole sciogliere il Pd dopo le elezioni regionali

Il segretario in un colloquio con Repubblica: «Vinciamo in Emilia e poi cambia tutto. Apro a Sardine, società civile, ecologisti». Non un «nuovo partito», ma un «partito nuovo».

Sciogliere il Pd. Non per fondare «un nuovo partito», ma per creare «un partito nuovo». Aperto alle Sardine, agli ecologisti e alla società civile. In un lungo colloquio con il quotidiano la Repubblica, il segretario Nicola Zingaretti ha rotto gli indugi esplicitando la sua strategia, da mettere in atto subito dopo le elezioni regionali del 26 gennaio in Emilia-Romagna e Calabria.

«Vinciamo in Emilia», dove «stiamo facendo la campagna elettorale per Stefano Bonaccini in splendida solitudine», ovvero senza l’appoggio di Italia viva e Movimento 5 stelle. E poi «cambio tutto», promette Zingaretti. Secondo il quale «in questi mesi la domanda di politica è cresciuta, non diminuita. E noi dobbiamo aprirci e cambiare per raccoglierla». Con una sottile distinzione: «Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo. Un partito che fa contare le persone ed è organizzato in ogni angolo del Paese».

Certo, bisogna sciogliere il nodo della legge elettorale. Il percorso è appena iniziato, ma il Germanicum va in direzione di un proporzionale puro con sbarramento al 5%. E per Zingaretti «ci indica una sfida». Occorre «costruire il soggetto politico dell’alternativa, convocando un congresso con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura. Dobbiamo rivolgerci però alle persone, non alla politica organizzata». Tradotto: «Dobbiamo aprirci alla società e ai movimenti che stanno riempiendo le piazze in queste settimane. Non voglio lanciare un’Opa sulle Sardine, rispetto la loro autonomia. Ma voglio offrire un approdo a chi non ce l’ha».

NO ALLA «CULTURA DELLE BANDIERINE» NEL GOVERNO

Parlando del governo, il segretario dem puntualizza: «È inutile che ci giriamo intorno, non possiamo fare melina fino al 26 gennaio, non possiamo fare ogni giorno l’elenco delle cose sulle quali non c’è accordo nella maggioranza. Purtroppo questo è il risultato della cultura delle bandierine, in cui ci si illude di esistere solo se si difende una cosa. Lo dico ogni giorno a Giuseppe Conte e a Luigi Di Maio: un’alleanza è come un’orchestra, il giudizio si dà sull’esecuzione dell’opera, non sulla fuga di un solista che casomai dà pure fastidio alle orecchie». La linea unitaria «sta pagando, come dimostrano i sondaggi. E casomai apre contraddizioni in chi non vuole scegliere. L’Italia sta gradualmente tornando a uno schema bipolare».

RESISTERE ALLE DESTRE

Per Zingaretti, quindi, «non è il tempo di distruggere, ma di costruire subito una visione e poi un’azione comune, su pochi capitoli chiari: come creare lavoro, cosa significa green new deal, come si rilancia la conoscenza, come si ricostruiscono politiche industriali credibili nell’era digitale». E «questo salto di qualità lo può fare solo il nostro partito», che «ha retto l’urto di due scissioni e oggi i sondaggi ci danno al 20%. Siamo l’unico partito nazionale dell’alleanza, l’unico che si presenta ovunque alle elezioni, l’unico sul quale si può cementare il pilastro della resistenza alle destre».

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Taglio dei Parlamentari, raggiunto il numero di firme per referendum in Senato

Sono 71 le sottoscrizioni depositate in Cassazione. Fonti M5s: «A quanto pare, è arrivato "l'aiutino" della Lega».

Al Senato è stato raggiunto e superato il numero minimo di firme per presentare il quesito del referendum contro il taglio dei parlamentari. Sono in totale 71 le sottoscrizioni (ne servivano 64) che Andrea Cangini (FI), Tommaso Nannincini (Pd) e Nazario Pagano (FI), i tre promotori della consultazione, hanno depositato in Cassazione nel pomeriggio. Secondo fonti parlamentari, in mattinata, sarebbe arrivato un sostanzioso appoggio anche da parte di senatori leghisti.

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HANNO FIRMATO 12 “NEW ENTRY”

Dopo la rinuncia di sette senatori a sottoscrivere la richiesta di referendum per il taglio del parlamentari, sono 12 le “new entry” che hanno deciso di aderire, consentendo così la possibilità di depositare il quesito in Cassazione. Hanno aggiunto le loro firme: cinque senatori di Forza Italia (Francesco Battistoni, Dario Damiani, Maria Alessandra Gallone, Marco Siclari e Roberta Toffanin), sei della Lega (Claudio Barbaro, Massimo Candura, William De Vecchis Roberto Marti, Enrico Montani e Pasquale Pepe) e uno di Liberi e uguali (Francesco La Forgia).

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M5S: «È ARRIVATO L’ “AIUTINO” DELLA LEGA»

Come riporta l’Ansa, fonti del Movimento 5 stelle hanno commentato subito l’appoggio dei senatori leghisti alla raccolta firme per il referendum: «Non hanno resistito alla voglia di tenersi strette le poltrone e a quanto pare è arrivato “l’aiutino” della Lega. Non vediamo l’ora di dare il via alla campagna referendaria per spiegare ai cittadini che ci sono parlamentari che vorrebbero bloccare questo taglio, fermando così il risparmio di circa 300mila euro al giorno per gli italiani che produrrebbe l’eliminazione di 345 poltrone».

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MARA CARFAGNA (FI) ATTACCA: «È UN REFERENDUM SALVA-POLTRONE»

«Quello sul taglio dei parlamentari è un referendum salva-poltrone», ha scritto in una nota Mara Carfagna, vicepresidente della Camera e deputata di Forza Italia. «Siamo e saremo sempre all’opposizione di questo governo dannoso, vogliamo andare al voto anche domani, ma vogliamo farlo in totale trasparenza eleggendo da subito un Parlamento più snello. Non abbiamo alcun interesse a sostenere un finto referendum, vogliamo dire la verità agli italiani. Per questo ai colleghi senatori che mi hanno chiesto un parere ho detto: non prestatevi a un giochino di Palazzo che screditerà la politica, squalificherà Forza Italia, resusciterà il populismo», ha proseguito la vicepresidente della Camera nel documento. La Carfagna ha ricordato anche che «la riduzione dei parlamentari è stata approvata con il sì di Forza Italia appena tre mesi fa, dopo quattro letture» e che il partito è «sempre favorevole al taglio delle poltrone» e che il presidente Silvio Berlusconi «è stato tra i primi a volere una riforma costituzionale di questo tipo». Mara Carfagna ha poi concluso: «Chi vuole il referendum per rimandare il taglio dei parlamentari lo dica apertamente, ci metta la faccia e non utilizzi giochi di palazzo».

SUL REFERENDUMStamattina ho ritirato la firma sul referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. L'ho ritirata,…

Posted by Mario Michele Giarrusso on Friday, January 10, 2020

CHI HA RITIRATO LA FIRMA PER IL REFERENDUM SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

C’è anche chi ci ha fatto dietrofront, ritirando la propria firma, come i senatori Mario Michele Giarrusso (M5s), Francesco Verducci (Pd) e Vincenzo D’Arienzo (Pd). «Stamattina ho ritirato la firma sul referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. L’ho ritirata, perché la mia posizione è stata strumentalizzata da alcuni e travisata da altri», ha scritto il senatore pentastellato. Al contrario, i dem hanno cambiato idea in conseguenza «di un fatto politico nuovo» e cioè la presentazione di quella proposta di legge elettorale proporzionale, che fin dall’inizio era stata chiesta dal Pd in relazione al taglio dei parlamentari.

LA RACCOLTA FIRME DEI RADICALI

Intanto il Partito radicale ha raccolto 669 firme per promuovere un referendum sulla riforma che taglia il numero dei parlamentari. Peccato che ne sarebbero servite 500 mila. Le sottoscrizioni sono state comunque depositate in Cassazione. «Abbiamo voluto verbalizzare la violenta censura attuata dai media e dal servizio pubblico – ha spiegato Maurizio Turco, il segretario del Partito radicale – ai quali si era rivolto per la prima volta nel discorso di fine anno il Presidente della Repubblica». Turco si è anche detto contrario alla riforma «che prevede la cessione di rappresentanza da parte dei cittadini».

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Biennale, ultima occasione per nominare il sostituto di Baratta

In caso di fumata nera, scatterà la prorogatio del presidente in carica. Non mancano le candidature e le auto-candidature. Da Melandri, Bray e Rutelli fino a Boeri, Christillin e Cicutto.

Ultima riunione venerdì 10 dicembre del Cda della Biennale in carica. Dalla prossima settimana scatta la prorogatio del presidente Paolo Baratta e dei consiglieri, soluzione di ripiego per una politica che non riesce a trovare l’intesa su nulla, dalle nomine Rai (bloccate da mesi) ai vertici delle Autorità della Privacy e Tlc.

Riunione veneziana last minute dunque necessaria per nominare il curatore della Biennale Arte 2021, nomina rimandata da novembre scorso in attesa delle scelte del governo sui vertici di Ca’ Giustinian ma non più rinviabile visti i tempi necessari per selezionare in giro per il mondo gli artisti che esporranno all’Arsenale e ai Giardini.

I PAPABILI: DA MELANDRI A BRAY, FINO A BOERI E CHRISTILLIN

Nel frattempo, pur nelle nebbie partitiche, fioccano le candidature e le auto-candidature alla presidenza. Ex ministri come Giovanna Melandri, Massimo Bray e Francesco Rutelli. Personaggi noti come l’architetto Stefano Boeri e la torinese Evelina Christillin. Esperti come il presidente dell’Istituto Luce Roberto Cicutto. Tutti stanno cercando di convincere il ministro della Cultura Dario Franceschini a rompere il ghiaccio e a procedere con le nomine.

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Agenzia delle Entrate, Gualtieri e Renzi reinsediano Ruffini

Il ministro dell'Economia, in cambio del suo appoggio alla nomina, ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1 per trovare il sostituto di Gentiloni. Elezioni che però si terranno dopo le Regionali. E tutto può ancora succedere.

Luigi Di Maio ha formalmente messo il veto sul ritorno di Ernesto Maria Ruffini alla guida dell’Agenzia delle Entrate. E per questo rischia di perdere ancora una volta a faccia.

Il leader 5 stelle ha fatto sapere per le vie brevi al ministro dell’Economia che è nettamente contrario al rientro di Ruffini nell’Agenzia. E Roberto Gualtieri, sulle prime, non sapeva come uscirne. Poi, tutto è cambiato grazie a uno scambio.

LA COMPENSAZIONE CHIESTA DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA

Quale compensazione per spedire Ruffini all’Agenzia delle Entrate, Gualtieri ottiene il sostegno di Italia viva alla sua candidatura nel collegio Roma 1. E le elezioni si terranno il primo marzo prossimo. Serviranno per trovare un sostituto di Paolo Gentiloni spedito a Bruxelles.

Ruffini, infatti, non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Matteo Renzi. E forte di questo sostegno ha finora fatto la voce grossa al ministero. Vuole assolutamente tornare sulla poltrona dalla quale è stato cacciato con l’epurazione avviata dal Conte 1. Ora, però, vorrebbe costringere il Conte 2 a rimangiarsi gli atti dell’estate del 2018, vista la circostanza che “Giuseppi” si regge in piedi anche con i voti di Renzi. Sottobanco, però, ha lavorato a favore della candidatura di Gualtieri in sostituzione di Gentiloni. Un’azione, a vantaggio della sua nomina, resa più agevole dalla scelta di Palazzo Chigi di scaricare (solo formalmente) la patata bollente sul Mef.

A complicare le cose, poi, ci s’era messo il veto di Di Maio. A risolvere la questione (in chiave anti Giggino) è arrivato Renzi. Che pur di vedere Ruffini sulla poltrona delle Entrate, e pur di rinsaldare i rapporti con il Pd, ha promesso il suo sostegno a Gualtieri. Nella sostanza si tratta di incassare subito la nomina di Ruffini e di promettere, in futuro, il voto di Italia viva a Gualtieri.

LO SPARTIACQUE DELLE REGIONALI

Calendario alla mano, il voto di Roma 1 arriva dopo il 26 gennaio. E tutto può ancora succedere. Nell’incertezza, le nomine delle agenzie fiscali restano al palo. A cominciare da quella di Alessandra Dal Verme per il Demanio, che spinge non fosse altro per potersi avvicinare a casa, luogo nel quale è solita tornare a metà giornata per un pranzo frugale e un pisolino. Al ministero dell’Economia, come a Palazzo Chigi, sperano di affrontare il tema dopo le elezioni regionali. Come se queste fossero lo spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Tant’è che al Mef, su indicazioni del Pd, sono alla disperata ricerca di iniziative e misure a sostegno dell’Emilia-Romagna, visto che considerano la Calabria ormai persa. Lo stesso Gualtieri si spenderà per la campagna elettorale di Stefano Bonaccini, anche se non si capisce a quale titolo, visto che il governatore uscente ha tolto il simbolo del Pd dai suoi manifesti.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Liberi, Uguali ma un po’ incazzati

Germanicum. Jobs Act. Articolo 18. Dossier Alitalia e Autostrade. Tutti i mal di pancia della sinistra, socia di minoranza del governo giallorosso.

All’improvviso, l’emergenza più impellente da risolvere in casa giallorossa nei primi giorni del 2020 è diventata trovare una nuova legge elettorale per pensionare il Rosatellum, la norma vigente che ha avuto la sua epifania alle Politiche del 2018 mentre ora viene disconosciuta da tutti, a iniziare dal Pd.

Al fotofinish il Partito democratico e il Movimento 5 stelle sono riusciti a presentare il testo alla Camera prima che la Corte Costituzionale si pronunci sull’ammissibilità del referendum leghista con l’obiettivo di disinnescare una potenzialmente insidiosa consultazione popolare finalizzata a ripristinare il maggioritario.

La bozza, però, non piace a tutti gli alleati: a puntare i piedi è Liberi e uguali, l’alleato finora più fedele e oscurato dalle continue rivendicazioni di Italia viva. Qualcosa, invece, si muove anche alla sinistra del Pd e la legge elettorale potrebbe non essere l’unico fronte che potrebbe aprirsi nel corso dell’anno.

I DUBBI SULLA LEGGE ELETTORALE

La deadline è appunto il 15 gennaio, termine entro cui è prevista la pronuncia della Consulta. Da qui la necessità di anteporre il tema su tutti gli altri che affollano l’agenda di una maggioranza ancora in cerca d’autore. L’anno è iniziato da sole 96 ore e già Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti si sono incontrati a Palazzo Chigi proprio per discutere della riforma, già ribattezzata Germanicum. Un vertice di appena 45 minuti senza renziani e senza Leu, utile a comunicare che tra i due principali azionisti del Conte bis c’è la comune volontà di disegnare assieme le future regole del gioco. Regole che rischiano di escludere però Liberi e uguali, che da mesi ribadisce la propria predilezione per un impianto spagnolo (inviso però a Italia viva) e, soprattutto, teme le conseguenze dello sbarramento al 5%.

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Un timore che lo ha portato ad addurre motivazioni peculiari. La senatrice di Leu Loredana De Petris qualche tempo fa aveva dichiarato: «L’ultima volta, con la soglia al 3%, siamo passati solo noi. Alzandola al 5, in quanti entrerebbero in parlamento? Cinque? Anche Forza Italia sarebbe a rischio…».

LAVORO: RIPRISTINO DELL’ART. 18 E SUPERAMENTO DEL JOBS ACT

Potrebbe essere stata proprio la decisione del Pd di sacrificare Leu sull’altare della speditezza dei lavori a spingere il ministro della Salute Roberto Speranza a riaprire l’annosa questione della regolamentazione del diritto del lavoro. «Al tavolo della verifica dovremo trovare il coraggio di correggere radicalmente gli errori commessi sul mercato del lavoro», ha dichiarato al Corsera.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il ministro della Salute Roberto Speranza.

L’accondiscendenza dimostrata finora da Leu non paga e Speranza lo dice a chiare lettere: «Renzi chiede di rivedere reddito e Quota 100 e i 5 stelle non sono contenti. Io chiedo di rivedere il Jobs act. Non siamo un governo monocolore». E sono proprio i renziani, artefici della riforma, i più risentiti, come dimostra l’avvertimento arrivato, sempre dalle colonne del Corriere della Sera, dalla ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova: «La priorità è far ripartire il lavoro e l’economia, non gingillarsi con il Jobs Act che il lavoro lo ha creato. Non servono slogan, servono soluzioni».

MES, L’OLTRANZISMO SOVRANISTA DI FASSINA

C’è poi un altro tema che potrebbe tornare a tenere banco nelle prossime settimane, quando si acuirà lo scontro in vista delle Regionali emiliano-romagnole e calabresi: la nostra eventuale adesione al Meccanismo europeo di stabilità (Mes).  A dicembre la maggioranza aveva solo rinviato all’anno nuovo la decisione se continuare a fare parte o uscire dal Fondo salva-Stati. Decisione che adesso dovrà essere presa: il 20 gennaio prossimo, infatti, dovrebbe tenersi l’Eurogruppo per procedere con la ratifica dei Paesi interessati e non sembrano esserci spazi né per un ulteriore rinvio né per eventuali correzioni. Il presidente dell’organismo, l’economista portoghese Mario Centeno, era stato chiaro: «La decisione era stata presa in giugno. Il testo non si tocca, non c’è motivo per farlo, c’è già l’accordo politico». La firma potrebbe esporre il governo alle facili bordate di Lega e Fratelli d’Italia. E se il M5s potrebbe ingoiare la pillola amara, non è del medesimo avviso Leu, almeno per voce di Stefano Fassina che, è noto, negli ultimi tempi ha lavorato sodo per dare una casa, Movimento patria e costituzione, ai sovranisti di sinistra (ammesso esistano).

Su Twitter l’ex viceministro all’Economia parla di «potenziali gravi conseguenze per i lavoratori» e sostiene che la riforma «renda il default e la ristrutturazione del debito non l’eccezione ma uno strumento ordinario», spronando il Pd a essere «meno subalterno all’Europa».

SU AUTOSTRADE E ALITALIA ASSE LEU E M5S

Ci sono poi altri due possibili punti di frizione tra i dem e Leu che rischiano di avvicinare gli esponenti di Liberi e uguali ai 5 stelle: il dibattito sulla possibile revoca delle concessioni ad Autostrade e quello sul futuro di Alitalia. Quanto al primo, benché lo stesso Giuseppe Conte sembri sposare la proposta del Pd e di Italia viva – una maximulta da fare pagare alla società del gruppo Atlantia controllata dalla famiglia Benetton -, Liberi e uguali non demorde. Sempre Fassina ha definito «immorali» le concessioni vigenti, in quanto «fatte scrivere a garanzia di enormi rendite». Quindi, via Twitter, ha definito la linea, mai così vicina a quella dei pentastellati più oltranzisti: «Avanti tutta con le revoche!».

Situazione simile su Alitalia dove, seppur in formula temporanea (ma in Italia, si sa, non c’è nulla di più permanente di ciò che nasce come provvisorio), Leu batte la strada della nazionalizzazione. Fassina, intervistato da Radio Radicale, ha chiesto di «chiudere l’amministrazione straordinaria e costituire una Newco in cui partecipi allo Stato per procedere entro 24 mesi alla scelta di un partner strategico», ritenendo il piano industriale del consorzio Ferrovie dello Stato, Atlantia e Delta «un “piano biennale di fallimento”, nonostante l’enorme numero di esuberi che prevedrebbe».

I TENTATIVI DI DIALOGO DEL PD

Insomma, le convergenze tra Leu e M5s potrebbero impensierire il Pd che, da parte sua, non ha mancato di fare arrivare segnali di disgelo che non si vedevano dai tempi della fuoriuscita di Bersani & Co dalla Ditta. Come per esempio la recente partecipazione di alcuni dem di spicco (su tutti Graziano Delrio e Andrea Orlando) a un seminario su Stato e mercato organizzato da Alfredo D’Attorre. L’intenzione sembra quella di evitare che Leu si avvicini troppo ai 5 stelle, ricordando all’alleato le origini comuni. E, soprattutto, ricordandogli che ormai Matteo Renzi è uscito dal Partito democratico.

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Taglio dei parlamentari, la battaglia sul referendum allunga la vita al governo

A tre giorni dalla scadenza del 12 gennaio, si tirano indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sono almeno otto. Ora diventa cruciale il ruolo della Lega, che potrebbe decidere di invertire la rotta.

Il destino del referendum contro il taglio dei parlamentari è appeso a una manciata di firme. A tre giorni dalla scadenza del termine per la presentazione della richiesta, prevista per il 12 gennaio, si sono infatti tirati indietro quattro senatori di Forza Italia vicini a Mara Carfagna. Ma le defezioni sarebbero di più, almeno otto. E sono pronti al ritiro anche tre senatori del Pd.

La consultazione rischia quindi di saltare: se ciò accadesse, la legge entrerebbe subito in vigore. Ma a “salvare” il referendum potrebbero pensarci altri senatori di Forza Italia, o più probabilmente della Lega. Perché in un intreccio pericolossimo per le sorti del governo, solo se ci sarà il referendum sul taglio dei parlamentari ha buone probabilità di tenersi anche il referendum promosso dal Carroccio per il maggioritario in tema di legge elettorale, su cui il 15 gennaio è chiamata a esprimersi la Corte Costituzionale.

La maggioranza vuole provare a evitarli entrambi. Da una parte pressa i senatori per il ritiro delle firme, dall’altra deposita il “Germanicum”, una proposta di legge elettorale proporzionale. Mentre prosegue il lavoro sotterraneo per “blindare” la maggioranza e metterla al riparo dagli smottamenti nel M5s, magari con l’ingresso di un gruppetto di senatori in uscita da Forza Italia.

LE APERTURE DI CONTE

Tra i parlamentari non sono passate inosservate le parole con cui il premier Giuseppe Conte ha risposto a una domanda del quotidiano Il Foglio sulla possibilità che una parte degli azzurri possa appoggiare maggioranza, votando con Pd e M5s come già avvenuto al parlamento europeo: «Se si dovesse verificare questa condizione la valuteremo. Sarebbe un passaggio senz’altro significativo». Antonio Tajani ha subito parlato di «ipotesi dell’irrealtà», ma di un gruppo di deputati e senatori cosiddetti “responsabili” si vocifera con insistenza.

IL GESTO DEGLI AZZURRI VICINI ALLA CARFAGNA

Del resto i quattro senatori Franco Dal Mas, Massimo Mallegni, Laura Stabile e Barbara Masini, che hanno annunciato di aver ritirato le firme sulla richiesta di referendum per «impedire a qualcuno di farsi prendere dalla tentazione di andare a votare senza ridurre prima il numero degli eletti», sono tutti di Forza Italia. Il gesto prelude allo sbarco in maggioranza degli azzurri che fanno riferimento a Mara Carfagna? Fonti vicine alla vice presidente della Camera, per il momento, negano: «Voce libera vuole che il governo cada. Ma non si può andare a votare con mille parlamentari, alimentando ancora il M5s anti casta».

I CALCOLI CHE STANNO DIETRO AI GIOCHI POLITICI

La tesi prevalente è che se venisse indetto il referendum, si aprirebbe una finestra per far saltare il governo e andare a votare per eleggere 630 deputati e 315 senatori, prima che vengano ridotti a 400 e 200. In tal caso chi vince vincerebbe di più, e chi perde perderebbe di meno. Ma nei giochi politici di queste ore viene fatto anche un altro calcolo: per un cavillo giuridico, se verrà indetto il referendum costituzionale, avrà più probabilità di essere ammesso anche il referendum promosso dalla Lega per una legge elettorale maggioritaria. A quel punto potrebbe essere indetto un election day capace di far fibrillare l’esecutivo, in coincidenza con le elezioni regionali di primavera.

LA MAGGIORANZA PROVA A SMINARE IL CAMPO SULLA LEGGE ELETTORALE

«Rischierebbe di essere un mega-referendum su Salvini», osservano fonti del Pd. E anche per non dare all’ex ministro dell’Interno altre armi di propaganda, il governo prova a tenersi fuori dalla battaglia. Conte e i capi delegazione di maggioranza hanno deciso infatti di non costituire l’esecutivo in giudizio di fronte alle Corte costituzionale. Per “sminare” la questione e dimostrare alla Consulta che sul sistema di voto sta già legiferando il parlamento, è stata accelerata anche la presentazione del Germanicum, nato da un primo accordo di maggioranza che non convice in pieno Liberi e uguali.

IL SEGNALE SALVINI: «FAREI REFERENDUM SU TUTTO»

Il testo è stato depositato da Giuseppe Brescia del M5s. Prevede un sistema con soglia di sbarramento al 5% (nell’iter parlamentare, complici i voti segreti, c’è il rischio che scenda) e diritto di tribuna per i piccoli partiti. Anche in nome di questa prima bozza di legge elettorale tre senatori del Pd, Roberto Rampi e gli orfiniani Francesco Verducci e Vincenzo D’Arienzo, potrebbero ritirare le firme sul taglio dei parlamentari. I senatori dem che hanno firmato in tutto sono sette, gli altri quattro resistono. Il 10 gennaio anche i Radicali presenteranno i risultati della loro raccolta. Ma adesso sarà determinante il ruolo della Lega: «Io farei referendum su tutto», ha detto in serata Salvini. E sembra un segnale chiaro rivolto ai suoi: invertire la rotta sul tema della riduzione del numero dei parlamentari, firmare e metterci la faccia.

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Un gruppo di senatori M5s ha chiesto di abolire il capo politico

Il documento verrà presentato all'assemblea congiunta degli eletti pentastellati. Si domanda anche di togliere il controllo della piattaforma Rousseau alla Casaleggio Associati.

Abolire la figura del capo politico, togliere alla Casaleggio Associati il controllo della piattaforma Rousseau e lasciare a Beppe Grillo soltanto il ruolo di presidente, non più quello di garante del M5s: sono le proposte che un gruppo di senatori pentastellati – capitanati da Primo Di Nicola, Emanuele Dessì e Mattia Crucioli – ha messo nero su bianco e intende presentare all’assemblea congiunta degli eletti in programma nella serata del 9 gennaio.

IL TESTO HA GIÀ RACCOLTO UNA DECINA DI FIRME

Come riferisce Il Fatto Quotidiano, che per primo ha dato la notizia, il testo è già stato sottoscritto da una decina di senatori. L’obiettivo è di raccogliere più firme possibili e far partire il dibattito interno. Nel frattempo anche i deputati Massimiliano De Toma e Rachele Silvestri hanno deciso di passare al gruppo Misto, facendo scendere a 211 il numero totale dei pentastellati che siedono a Montecitorio.

SI PUNTA SU UNA MAGGIORE «DEMOCRAZIA INTERNA»

Nel documento si chiede di ristrutturare profondamente la “governance” del M5s. Prevedendo una gestione collegiale della futura linea politica e diverse modalità di rendicontazione per la restituzione parziale degli stipendi. Su quest’ultimo punto, in particolare, si propone che in caso di scioglimento del Comitato rendicontazioni le giacenze non vengano più destinate all’Associazione Rousseau, bensì direttamente al Fondo per il Microcredito. Nessun attacco, tuttavia, alla tenuta del governo giallorosso presieduto da Giuseppe Conte, che anzi «non deve saltare». Il messaggio è dunque rivolto ai vertici del M5s e in primis a Luigi Di Maio, cui si domanda un cambiamento radicale in direzione di una «maggiore democrazia interna».

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Come funziona il Germanicum, la nuova proposta di legge elettorale

Depositato il ddl ispirato al modello tedesco. Previsti 391 seggi assegnati col proporzionale, soglia del 5% e diritto di tribuna. Cancellati i collegi uninominali del Rosatellum. Le novità.

L’eterno balletto tutto italiano delle leggi elettorali ha partortito un nuovo modello: questa volta si chiama Germanicum, un sistema di voto ispirato a quello tedesco, depositato dal presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera Giuseppe Brescia (Movimento 5 stelle).

ANCHE CHI NON SUPERA LO SBARRAMENTO PUÒ OTTENERE SEGGI

In cosa consiste? Sono previsti 391 seggi assegnati con metodo proporzionale, con soglia del 5% e un meccanismo che permette il diritto di tribuna. E cioè il partito che non supera lo sbarramento nazionale ma ottiene il quoziente in tre circoscrizioni in due Regioni ottiene seggi. La proposta cancella i collegi uninominali del Rosatellum e ne utilizza i 63 collegi proporzionali e le 28 circoscrizioni.

CAMERA: 400 DEPUTATI, OTTO ELETTI ALL’ESTERO

Dei 400 seggi della futura Camera, otto spetteranno ai deputati eletti all’estero (nelle circoscrizioni estere con metodo proporzionale), un seggio va all’eletto in Valle d’Aosta in un collegio uninominale. I restanti 391 seggi sono distribuiti proporzionalmente tra i partiti che superano il 5%.

NUOVO SENATO: 200 POSTI DA ASSEGNARE

I 63 collegi plurinominali del Rosatellum servivano per eleggere 386 deputati, quindi funzionano anche per la nuova Camera formato “mignon”. Stesso metodo per assegnare i 200 seggi del nuovo Senato: quattro vanno ai senatori eletti all’estero, uno alla Val d’Aosta e i restanti 195 sono distribuiti ai partiti che nel resto d’Italia oltrepassano la soglia.

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Il deputato Giuseppe Brescia (Movimento 5 stelle), presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera. (Ansa)

IN GERMANIA IL NUMERO DI ELETTI È VARIABILE

Pure il diritto di tribuna si ispira al modello tedesco anche se il sistema di assegnazione è diverso, dato che in Germania esistono collegi uninominali e il numero dei parlamentari è variabile e non fisso come in Italia.

TEMA LISTINI/PREFERENZE ANCORA DA AFFRONTARE

Il testo depositato da Brescia non affronta il tema delle preferenze. Sul piano della tecnica legislativa è una “novellazione” del Rosatellum, cioè interviene chirurgicamente su quel testo che prevede i listini bloccati, che non vengono modificati nel disegno di legge proposto da Brescia. L’accordo di maggioranza è che il tema listini/preferenze è demandato al successivo confronto.

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Taglio parlamentari, mancano le firme per il referendum

Quattro senatori ci ripensano e si tirano indietro. Slitta il deposito del quesito in Cassazione.

Slitta l’appuntamento del deposito in Cassazione del quesito referendario contro il taglio dei parlamentari perché al momento mancano tutte le 64 firme dei senatori necessarie. Andrea Cangini (Forza Italia) assicura che sarà preso un nuovo appuntamento entro il 12 gennaio, termine ultimo. «In quattro hanno ritirato le firme ma altri si stanno aggiungendo per cui per correttezza abbiamo chiesto alla Cassazione uno slittamento», ha aggiunto Cangini.

DUBBI ANCHE DA PD E M5S

I quattro sarebbero tutti senatori di Forza Italia, dell’area vicina a Mara Carfagna, guidati da Massimo Mallegni. Sempre a quanto si apprende, anche tra i senatori del Pd che hanno firmato è in corso una riflessione, dopo l’intesa col M5s sulla legge elettorale. Le firme devono essere raccolte e verbalizzate entro domenica 12 e possono essere consegnate in Cassazione anche il 13.

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Caso Gregoretti, la maggioranza chiede il rinvio del voto sul processo a Salvini

La richiesta inoltrata dal senatore M5s Crucioli e sostenuta da Pd e Italia viva. Il leghista: «Sono senza dignità».

È stato deciso il rinvio del voto della Giunta delle immunità del Senato sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per il caso Gregoretti. L’orientamento che sembrava aver preso piede tra le fila della maggioranza è stato confermato dalla richiesta inoltrata dal Movimento 5 stelle attraverso il senatore Mattia Crucioli, tenendo conto della sospensione delle attività delle commissioni di Palazzo Madama previste dalla Conferenza dei capigruppo dal 20 al 26 gennaio per via delle elezioni regionali del 26. Anche Italia viva e Partito democratico hanno concordato il rinvio con il M5s. È stato chiesto inoltre un ulteriore approfondimento dell’istruttoria.

GASPARRI AVEVA CHIESTO DI RESPINGERE LA RICHIESTA

In precedenza, Il presidente della Giunta delle immunità Maurizio Gasparri aveva chiesto di respingere la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini. La proposta era stata avanzata dal presidente nella relazione illustrata ai senatori, all’inizio della nuova riunione. «Hanno paura di perdere la faccia, sono senza onore e senza dignità», è stato il primo commento di Salvini una volta venuto a conoscenza del rinvio.

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Bonaccini, solitario y final ma non triste

Ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità. Un esempio di leader che risolvei problemi, privo di rabbie personali e concreto, concretissimo. La sinistra lo prenda a modello.

Chissà che pensieri ha al mattino, appena sveglio, Stefano Bonaccini, candidato del Pd (ma non si può dire) per la guida dell’Emilia-Romagna.

Sulle sue spalle, che sembrano molto attrezzate, c’è il destino politico di un Paese, di un governo e di un paio di personaggi della politica che sono arrivati all’ultimo miglio.

Se Bonaccini perde, viene giù tutto. Cade il governo anche se non subito, i cinque stelle vanno per prati, il Pd o si rifonda o si rifonda. Se Bonaccini, invece, vince, Giuseppe Conte può pensare di avere vita più lunga, Luigi Di Maio respira, Nicola Zingaretti apparirà come il salvatore del Pd dopo gli anni di Matteo Renzi, ma soprattutto Matteo Salvini, assediato dalla coriacea Giorgia Meloni, si chiuderà in una birreria e da lì non uscirà più senza che alcuno vada a cercarlo.

LA BATTAGLIA DI BONACCINI CONTRO LA STRANA COPPIA

La battaglia di Bonaccini è stata seria. Non ha voluto compagnia, ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità di lavoro e soprattutto ha a che fare con un signore che parla all’Emilia-Romagna come se fosse una trincea di guerra e non una regione pacifica (forse non più pacificata, ma pacifica) e con una signora che visibilmente sa appena dire il proprio nome e cognome.

Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire

Se questa strana coppia vincerà bisognerà riflettere bene su quanti disastri anche emotivi ha combinato la sinistra in questi decenni. Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire. E allora muoia. Tuttavia non accadrà.

UN MODELLO DI LEADERSHIP DA IMITARE

Il prode Bonaccini al mattino si sveglia, secondo me, “senza pnzier”, tranne quello di quali cittadini incontrare e di cosa dire. Quello sbevazza e fa casino, quell’altra fa la bella donna in tivù, lui fa l’operaio della politica che monta i pezzi che si sono rotti, fa funzionare la casa, ti fa stare tranquillo. Può perdere? In fondo, lo dico prima di sapere come andrà a finire, il modello di leadership di Bonaccini, ma penso anche a Beppe Sala e a tanti altri – non a Michele Emiliano – dovrebbe essere il modello di sinistra vincente. Cioè leader, uomini o donne, che risolvono i problemi, che sono pieni di umanità, privi di rabbie personali, riconciliati con il mondo e concreti, concretissimi.

Da sinistra, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, assieme al sindaco di Milano Giuseppe Sala.

Caro Bonaccini, io tifo per Lei (un tempo ti avrei detto tifo per te, ma oggi vale il titolo della canzone di Richy Gianco: «Compagno sì, compagno no, compagno un cazzo» e quindi ti do del Lei), mi faccia questa cortesia di non mollare in queste settimane, non legga i giornali, lasci stare Rete 4 diventata una specie di astanteria di esagitati, tranne Barbara Balombelli, e vada avanti. Quel voto in più che la farà restare alla guida della sua Regione è lì, veda di prenderlo.

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Bonaccini, solitario y final ma non triste

Ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità. Un esempio di leader che risolvei problemi, privo di rabbie personali e concreto, concretissimo. La sinistra lo prenda a modello.

Chissà che pensieri ha al mattino, appena sveglio, Stefano Bonaccini, candidato del Pd (ma non si può dire) per la guida dell’Emilia-Romagna.

Sulle sue spalle, che sembrano molto attrezzate, c’è il destino politico di un Paese, di un governo e di un paio di personaggi della politica che sono arrivati all’ultimo miglio.

Se Bonaccini perde, viene giù tutto. Cade il governo anche se non subito, i cinque stelle vanno per prati, il Pd o si rifonda o si rifonda. Se Bonaccini, invece, vince, Giuseppe Conte può pensare di avere vita più lunga, Luigi Di Maio respira, Nicola Zingaretti apparirà come il salvatore del Pd dopo gli anni di Matteo Renzi, ma soprattutto Matteo Salvini, assediato dalla coriacea Giorgia Meloni, si chiuderà in una birreria e da lì non uscirà più senza che alcuno vada a cercarlo.

LA BATTAGLIA DI BONACCINI CONTRO LA STRANA COPPIA

La battaglia di Bonaccini è stata seria. Non ha voluto compagnia, ha detto «combatto da solo», presenta risposte già date e quelle pronte per le domande di domani, sa tutto, ha una enorme capacità di lavoro e soprattutto ha a che fare con un signore che parla all’Emilia-Romagna come se fosse una trincea di guerra e non una regione pacifica (forse non più pacificata, ma pacifica) e con una signora che visibilmente sa appena dire il proprio nome e cognome.

Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire

Se questa strana coppia vincerà bisognerà riflettere bene su quanti disastri anche emotivi ha combinato la sinistra in questi decenni. Mettere insieme due incapaci contro un uomo di qualità e vederli vincere darebbe l’immagine di un Paese che vuole morire. E allora muoia. Tuttavia non accadrà.

UN MODELLO DI LEADERSHIP DA IMITARE

Il prode Bonaccini al mattino si sveglia, secondo me, “senza pnzier”, tranne quello di quali cittadini incontrare e di cosa dire. Quello sbevazza e fa casino, quell’altra fa la bella donna in tivù, lui fa l’operaio della politica che monta i pezzi che si sono rotti, fa funzionare la casa, ti fa stare tranquillo. Può perdere? In fondo, lo dico prima di sapere come andrà a finire, il modello di leadership di Bonaccini, ma penso anche a Beppe Sala e a tanti altri – non a Michele Emiliano – dovrebbe essere il modello di sinistra vincente. Cioè leader, uomini o donne, che risolvono i problemi, che sono pieni di umanità, privi di rabbie personali, riconciliati con il mondo e concreti, concretissimi.

Da sinistra, il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, assieme al sindaco di Milano Giuseppe Sala.

Caro Bonaccini, io tifo per Lei (un tempo ti avrei detto tifo per te, ma oggi vale il titolo della canzone di Richy Gianco: «Compagno sì, compagno no, compagno un cazzo» e quindi ti do del Lei), mi faccia questa cortesia di non mollare in queste settimane, non legga i giornali, lasci stare Rete 4 diventata una specie di astanteria di esagitati, tranne Barbara Balombelli, e vada avanti. Quel voto in più che la farà restare alla guida della sua Regione è lì, veda di prenderlo.

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