Caos M5s, Di Maio isolato anche dai fedelissimi

Il partito naviga a vista. Anche gli uomini più vicini al capo politico sono preoccupati per la tenuta del governo. Il riavvicinamento alla linea barricadera di Di Battista basterà per restare a galla?

Un uomo solo al comando. Ma in questo caso non è Fausto Coppi e c’è veramente poco di epico. Si tratta infatti di Luigi Di Maio.

Il capo politico M5s è in una condizione di crescente isolamento: addirittura i fedelissimi cominciano a manifestare un certo scetticismo sulle fughe in avanti del ministro degli Esteri. Soprattutto quando filtra l’ipotetica rottura con il Partito democratico.

I MESSAGGI DI BONAFEDE

«Non mi piace questo continuo riferimento a far saltare il governo. Noi siamo al governo per lavorare per i cittadini. Ciascuno si prende le responsabilità politiche delle proposte che porta avanti», ha scandito il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, lanciando un messaggio al Pd (contro le ipotesi di rotture definitive sulla prescrizione), affinché Di Maio intendesse.

Luigi Di Maio con il Guardasigilli Alfonso Bonafede (Getty).

In alcune situazioni, come sullo scudo penale per l’ex Ilva, il capo politico ha pubblicamente evocato la crisi. Altre volte è stata una voce del sen fuggita, e raccolta come indiscrezione, salvo poi essere smentita. Comunque un modo per inviare segnali di fumo ai suoi e agli alleati. E alimentare sospetti.

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I MALESSERI DI SPADAFORA

La presa di posizione di Bonafede non è passata inosservata. Il Guardasigilli è un fedelissimo del leader che ha voluto confermarlo in via Arenula durante la formazione del Conte II, sfidando le resistenze del Pd. Se uno come lui dissente dalla linea della “minaccia al governo” è una spia che si accende. Le sue affermazioni fanno da sponda alle parole del presidente della Camera, Roberto Fico, che qualche giorno fa ha invitato a far lavorare il parlamento fino al 2023. Dando una prospettiva di legislatura, l’opzione che preferisce. Un malessere simile è vissuto dal ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, grande sponsor del Conte II e considerato consigliere molto ascoltato da Di Maio.

Luigi Di Maio con Vincenzo Spadafora.

«Ho ascoltato con attenzione e sono rimasto molto affascinato dal racconto dell’astronauta Maurizio Cheli e ci ho trovato molte analogie con la politica di oggi», ha detto Spadafora il 28 novembre, come riportato dalla Dire. «Per esempio è vero che non puoi scegliere sempre con chi lavorare, che devi saper sopportare delle situazioni difficili e, come sullo Shuttle, è vero che basta premere il pulsante sbagliato per far esplodere tutto. Mi sembra un po’ la situazione in cui ci troviamo anche oggi col governo».

ALLA CAMERA IL M5S ANCORA SENZA GUIDA

Per molti ministri sembra il remake del film visto con il Conte I, quello con Matteo Salvini che minacciava un giorno sì e l’altro pure la fine dell’esecutivo. In un clima del genere anche il sottosegretario alla presidenza, Riccardo Fraccaro, appare in difficoltà. Da sempre è considerato un punto fermo del Movimento a trazione dimaiana, alfiere del taglio del numero dei parlamentari: il capo politico ha fatto di tutto pur di averlo a Palazzo Chigi, compresa la minaccia di far saltare la trattativa (già allora) per la nascita del governo. Così il sottosegretario resta prudente, fedele alla linea, annotando però il malcontento generale. A cominciare dall’insofferenza dei parlamentari: l’elezione del capogruppo alla Camera è diventata una telenovela che va avanti da ottobre, quando Francesco D’Uva ha lasciato l’incarico. L’unica certezza è che il prossimo presidente dei deputati avrà posizioni divergenti dalla leadership. Nell’ultima votazione si sono sfidati Davide Crippa e Riccardo Ricciardi, entrambi non proprio etichettabili come fedelissimi di Di Maio. Intanto c’è il concreto rischio di affrontare passaggi delicati a Montecitorio, dal dibattito sul Mes alla Legge di Bilancio, senza una guida riconosciuta.

Beppe Grillo con Luigi Di Maio in un fermo immagine tratto dal Blog delle Stelle.

DI MAIO E LA RITROVATA (E FORZATA) INTESA CON DI BATTISTA

La situazione non è tornata serena nemmeno dopo l’incontro tra Di Maio e il garante Beppe Grillo. Il faccia a faccia non ha prodotto i risultati auspicati. Appena sono finiti il video e le foto di rito, tutto è tornato in un magma indistinto. Così il ministro degli Esteri, avvertito l’isolamento politico, è stato tentato dal ritorno al passato, alla linea barricadera delle origini. In questa ottica viene letta la ritrovata intesa con Alessandro Di Battista, per cui l’alleanza con il Pd resta il male assoluto. Ed ecco che è stata sposata la strategia di attacco sulle concessioni ad Autostrade, sull’Europa matrigna, che mette sul tavolo il Mes, sulla sfida a Matteo Renzi per il caso Open e la questione delle fondazioni

I RIPOSIZIONAMENTI ALL’INTERNO DEL MOVIMENTO

Continui sommovimenti che preoccupano. «Da noi non esistono correnti», giurano nel M5s. Ed è una realtà: le correnti vere hanno comunque una struttura, dei punti di riferimento. In questo caso è tutto insondabile. Un esempio è il caso del senatore Gianluigi Paragone: sembrava diventato arcinemico di Di Maio, per la sua ostilità all’intesa con i dem. La rinnovata comunanza di vedute con Di Battista modifica però il posizionamento rispetto alla leadership pentastellata. Certo, esiste un’ala riconducibile a Fico, capitanata dal deputato Luigi Gallo, ma non si può definire una rete organizzata. Talvolta, specie sulla riorganizzazione del M5s, le posizioni incrociano quelle dei frondisti, gli ex ministri ed ex sottosegretari che masticano amaro per aver perso il posto al governo. Ma che a differenza di Fico non sono proprio entusiasti del governo con Pd, LeU e Italia Viva. Così diventa difficile avere una mappa chiara degli interlocutori anche per i dem. 

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (Ansa).

SUGGESTIONE PATUANELLI

Di Maio, nel suo essere uomo solo al comando, è inevitabilmente sotto pressione. Tanto che circolano ipotesi di una sostituzione con il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, l’uomo delle emergenze. Da capogruppo al Senato ha risposto colpo su colpo alla Lega, quando l’alleanza era agli sgoccioli, tenendo unito il gruppo. Adesso ha sul tavolo questioni scottanti, come l’ex Ilva e Alitalia, senza subire ricadute di immagine. È pur vero che Patuanelli ha bollato come «gossip» l’ipotesi della sua ascesa alla leadership. Ma non è un mistero che molti, soprattutto i parlamentari, vorrebbero affidargli una nuova emergenza. Il destino del Movimento 5 stelle.

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Cari ex compagni, è il momento di riabilitare Craxi

Il leader socialista era figlio del riformismo italiano e interprete della sua idea più aggressiva con una visione che tuttora è legittimo non condividere. Ma sarebbe un gesto esemplare chiedere rispetto per la sua figura. E se Davigo non è d’accordo, pazienza.

Fra qualche settimana, comunque all’inizio del nuovo anno, vedremo nelle sale il film di Gianni Amelio dedicato a Bettino Craxi.

Chi l’ha visto ne parla molto bene ed elogia l’interpretazione di Pierfrancesco Favino, già straordinario interprete di tanti film, fra cui Il Traditore di Marco Bellocchio che racconta la storia di Masino Buscetta.

Fra qualche mese è anche l‘anniversario, 20 anni, della morte di Craxi quindi è normale e positivo che alcuni organi di stampa, in primo luogo il Corriere della Sera se ne occupino, diffusamente. Il Corriere lo ha fatto ieri con un articolo di Pigi Battista e un dibattito fra storici, Giovanni Scirocco, Silvio PonsRoberto Chiarini. Chi ha letto questi testi ha trovato sicuramente riflessioni di grande interesse.

IL DIBATTITO PIENO DI LUOGHI COMUNI SU CRAXI

C’è un doppio tema che accende la discussione sulla figura di Craxi ed è da un lato la sua demonizzazione criminale e dall’altro, non slegato da esso, il riproporsi delle ragioni della contrapposizione fra Craxi e il Pci e ancora oggi fra il socialismo che si richiama al suo leader e i post comunisti.

La riforma radicale di politica e istituzioni è l’unica salvezza contro la destra che dilaga sia nelle forme del sovranismo leghista sia nelle idee della destra tradizionale di Giorgia Meloni

È una discussione difficile, ancora piena di acrimonie, di luoghi comuni, di incapacità di guardare lontano, sia all’indietro, sia, soprattutto, davanti. Ovviamente non è possibile un giudizio definitivo che metta pace fra i contraddittori. Per tanti Craxi resta un innovatore vittima del giustizialismo, per altri il simbolo della corruzione della politica. Né è facile rasserenare gli animi fra la componente comunista e quella socialista che negli anni di Craxi e Berlinguer si divisero in modo irrevocabile.

PER LA SINISTRA LA SOCIALDEMOCRAZIA ERA L’UNICA PROSPETTIVA

La beffa della storia è che oggi molte di quelle ragioni di divisione sono irrilevanti. La socialdemocrazia, ancorché cadente, era l’unica prospettiva  per la sinistra di fronte a un comunismo fallimentare  e persino di fronte all’italo-comunismo. È chiaro a tutti che dopo il 2008 si è fatta strada l’idea socialista che non c’è salvezza fuori da una logica che porti la sinistra a fare a cazzotti con il capitalismo (idea di Lombardi) senza aspirare alla fuoriuscita.

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È chiaro davanti a noi che la riforma radicale di politica e istituzioni è l’unica salvezza contro la destra che dilaga sia nelle forme del sovranismo leghista sia nelle idee della destra tradizionale di Giorgia Meloni che sembra destinata a grandi successi elettorali. Infine, come dato saliente e clamoroso, appare sempre più chiaro che nella lettura ex post delle vicende che portarono l’Italia al fascismo una  responsabilità cade sulla testa dei comunisti che si scissero dal Psi. Quella scissione è storicamente spiegabile ma oggi nessuno che si dica comunista la farebbe.

CRAXI NON È UNA PAGINA DI STORIA CRIMINALE

Craxi in questo contesto che cosa è stato? Non è stato il malandrino politico che ha preso il potere. Prima e dopo di lui altre figure meritano questa definizione, soprattutto in questi anni recenti. Craxi è stato un grande leader della sinistra che ha intuito come pochi la crisi della politica e delle istituzioni, che ha capito il grado di sofferenza del sistema economico, che ha colto come il movimento sindacale dovesse rinnovarsi anche a prezzo di durissime lacerazioni. È stato un leader socialdemocratico occidentale, più encomiabile per aver accettato dal cancelliere Helmut Schmidt la proposta di mettere i missili di quando venne elogiato per aver consentito a Sigonella di impedire l’arresto di terroristi palestinesi. Comunque ognuno la pensi come vuole.

Craxi è stato un grande leader della sinistra che ha intuito la crisi della politica e delle istituzioni, che ha capito il grado di sofferenza del sistema economico, che ha colto come il movimento sindacale dovesse rinnovarsi anche a prezzo di durissime lacerazioni

Il tema di oggi non è la classifica dei meriti e dei demeriti. Il tema di oggi è che dobbiamo farla finita con questa discussione primordiale e primitiva. Craxi non è un pezzo di storia criminale. Questo giudizio non riguarda solo lui, riguarda l’intera Prima Repubblica. La vittoria del “mostri” che da anni invadono le stanze del potere nasce dall’aver accettato questa lettura della storia italiana.

IL GIUSTIZIALISMO NON HA GRANDI PADRI

I magistrati sono diventati storici, maestri di morale, leader di massa. Prevalentemente sono gli stessi che hanno tradito Giovanni Falcone quando aspirava a diventare, legittimamente, capo della Procura antimafia. Il giustizialismo non ha grandi padri. Non lo era Falcone, basta leggere tutti i suoi scritti, non lo era neppure Paolo Borsellino, uomo d’ordine ma non uomo da guerra civile strisciante.

LE DUE IDEE SBAGLIATE DEGLI EX COMUNISTI

Gli ex comunisti hanno pensato due idee sbagliate. Ne hanno, ne abbiamo avute tante, ma le prime due sono queste: l’idea che la fine del comunismo fosse anche merito nostro e fosse una gioia e che la fine di Craxi liberasse il campo dal nemico interno. Il comunismo è caduto malgrado i comunisti italiani, che erano cosa diversa ma che non avevano mai intaccato quel sistema.

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Craxi era figlio del riformismo italiano e interprete della sua idea più aggressiva, con una visione che è legittimo tuttora non condividere. È per questo che io penso che che un gesto esemplare che riguardi la “riabilitazione” sia Craxi sia necessario. Immagino che alcuni dirigenti ex Pci scrivano un breve documento e dicano che Craxi era un nostro compagno da cui abbiamo dissentito ma che chiediamo a tutti di rispettare e ammirare per le sue idee. Se Davigo non è d’accordo, chissenefrega.

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Dal 730 all’Iva sugli assorbenti: gli emendamenti al dl fisco

Le modifiche al calendario fiscale. L'abrogazione delle multe ai negozianti senza Pos. I 180 milioni per polizia e vigili del fuoco. Gli interventi approvati dalla commissione Finanze.

Abrogazione delle multe per i negozianti che non hanno il Pos, calo dell’Iva sugli assorbenti, slittamento a settembre della scadenza per il 730. Sono alcuni degli interventi previsti dagli emendamenti al decreto fiscale, approvati dalla commissione Finanze della Camera in una seduta che ha superato le 14 ore. Il testo, in prima lettura a Montecitorio, è atteso in Aula per la discussione generale la sera del 2 dicembre ma non si esclude che l’avvio dell’esame da parte dell’Assemblea possa slittare di 24 ore. Ecco gli emendamenti più importanti, nel dettaglio.

ABROGATE LE MULTE PER I NEGOZIANTI SENZA POS

Vengono abrogate le sanzioni per i negozianti che non hanno il Pos per i pagamenti con carta di credito e debito. Ad annunciarlo è stato il sottosegretario al Mef, Alessio Villarosa: «Pensavate passasse la norma senza la riduzione delle commissioni… invece no. Come promesso, non c’è il protocollo per ridurre i costi delle transazioni alle imprese? E allora non ci saranno neanche le sanzioni a chi non ha il Pos. Ogni promessa è debito».

SLITTANO LE SANZIONI SUI SEGGIOLINI PER BAMBINI

Vengono rinviate al 6 marzo le multe per chi non si adegua alle nuove norme sui seggiolini auto per i bambini. Salgono inoltre da uno a 5 milioni gli stanziamenti previsti nel 2020 per le agevolazioni sotto forma di credito di imposta.

L’IVA SUGLI ASSORBENTI SCENDE AL 5%

L’Iva passa dal 22% al 5% per gli assorbenti compostabili o lavabili. Villarosa ha spiegato che «c’è un impegno del governo per intervenire totalmente» sulla questione, in modo da allargare lo spettro delle tipologie di prodotti igienici femminili per i quali sarà abbassata l’Iva.

LA SCADENZA PER IL 730 SLITTA AL 30 SETTEMBRE

Si riscrive il calendario fiscale, con la scadenza del 730 che passa dal 23 luglio al 30 settembre. Cresce anche la platea dei contribuenti che possono usare il 730: oltre ai dipendenti e ai pensionati, possono presentarlo anche i titolari di redditi assimilati a quello di lavoro dipendente e i titolari di redditi di lavoro autonomo occasionale.

IN ARRIVO 180 MILIONI PER POLIZIA E VIGILI DEL FUOCO

In arrivo 180 milioni di euro per gli straordinari delle forze di polizia e dei Vigili del fuoco. Il testo riguarda compensi non ancora liquidati e riferiti a prima del 2019. Per le forze di polizia vengono stanziati 175 milioni mentre cinque milioni vengono stanziati per i Vigili del fuoco.

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La fascinazione del M5s per i regimi e l’uomo forte

Ora la Mecca grillina è Pechino. Ma prima di Xi Jinping i pentastellati si erano infatuati di Maduro, di Putin, considerato fino al 2014 un nemico, e pure di Trump. Prima della parentesi obamiana di Grillo.

I due incontri che Beppe Grillo ha avuto con l’ambasciatore cinese in Italia, la favola dello Xinjiang pacificato pubblicata sul Blog del comico mentre il New York Times denunciava la ferocia della repressione di Pechino sugli uiguri, il silenzio del ministro degli Esteri Luigi Di Maio sulle proteste di Hong Kong riportano alla luce il delicato tema dell’infatuazione dei grillini per leader discussi e discutibili e per regimi non esattamente liberali.

L’ultima è per Xi Jinping, o meglio presidente «Ping» come lo chiamò Di Maio.

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CINQUE STELLE PER MADURO

Prendiamo per esempio il sottosegretario agli Affari Esteri, Manlio Di Stefano. Per il deputato pentastellato, i «peggiori bar di Caracas» della pubblicità emanano profumi inebrianti. Tanto che nel marzo 2017, con Vito Petrocelli, vicepresidente del Comitato italiani all’estero e Ornella Bertorotta, nella passata legislatura capogruppo alla commissione Affari esteri del Senato, volarono in Venezuela. Scopo della missione: raccogliere voti tra gli italiani all’estero. Risultato: una imbarazzante quanto convinta sfilata al fianco delle più alte sfere dell’esecutivo di Nicolás Maduro.

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L’ennesima gaffe pentastellata frutto di chi ha sempre faticato a distinguere tra Cile e Venezuela, Pinochet e Chávez? Non questa volta. A gennaio 2019, i l M5s si astenne dal voto europeo che riconobbe Juan Guaidò legittimo presidente del Paese. Fabio Massimo Castaldo dichiarò: «Non siamo né pro né contro Maduro, difendiamo i diritti umani». E il solito Di Stefano sentenziò: «L’Italia non riconosce Guaidò». Non stupisce del resto visto che già nel 2016 Davide Casaleggio aveva indicato come modello per la democrazia diretta proprio il Venezuela.

Una foto postata sul suo profilo Instagram di Luigi Di Maio dell’incontro con i Gilet gialli.

LE AFFINITÀ ELETTIVE CON I GILET GIALLI

Il mantra del M5s in politica estera è sempre stato quello della non ingerenza. Motivo per cui Di Stefano strigliò il presidente francese Emmanuel Macron colpevole di aver definito illegittimo il governo Maduro. «Il principio di non ingerenza», disse il 5 stelle nel gennaio 2019, «è sacro. Qualsiasi sia la nostra visione delle cose, di Maduro, del chavismo e dei rapporti politici in America latina, qualsiasi cambiamento in Venezuela deve avvenire in un contesto politico, democratico e non violento».

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Evidentemente non fu ingerenza l’incontro, qualche settimana dopo, tra Luigi Di Maio e i Gilet gialli che mettevano a ferro e fuoco Parigi. «Mi dispiace che Macron l’abbia vissuta come una lesa maestà», disse il capo politico grillino, all’epoca vicepremier, «ma è giusto che una forza politica che non condivide le idee politiche di En marche abbia la possibilità di dialogare con un’altra forza politica che correrà alle Europee. Quindi andiamo avanti». Insomma, la «millenaria democrazia» francese, come la definì Di Maio, doveva farsene una ragione. Anche se poi l’affinità tra grillini e gilet si ruppe. Parigi tra l’altro aveva già mal digerito la battaglia contro il cosiddetto «neocolonialismo francese» in Africa e il Franco Cfa portato avanti da Alessandro Di Battista.

DALLA RUSSIA CON AMORE

Un altro eroe per i grillini è senz’altro Vladimir Putin. «Meno male che c’è Putin», scriveva su Facebook lo scorso 25 gennaio Di Battista, evidenziando come, senza l’egoarca russo, «ci sarebbe stato un intervento armato Usa» in Venezuela. Non una boutade di un attivista senza più ruoli in parlamento visto che il programma esteri del 2017 puntava al recupero delle relazioni con Mosca. «Un disastro economico che non ci possiamo permettere», si legge, un Paese «decisivo nelle relazioni internazionali». Un fascino, quello per la Russia, che viene da lontano e ben radicato nel M5s. Nell’aprile 2015 Beppe Grillo concedette una intervista torrenziale a Rt, emittente finanziata dal Cremlino. E, accompagnato da Di Battista e Di Stefano, incontrò Sergej Razov, ambasciatore russo a Roma. Poi ci fu l’invito di una delegazione pentastellata al congresso di Russia Unita, il partito di Putin.

QUANDO PUTIN ERA IL NEMICO

Ma non finisce qui. Addentrandoci nell’aneddotica, come dimenticare la denuncia di Marta Grande: «Della crisi in Ucraina si è smesso di parlare, non fa più notizia, siamo stati informati a senso unico», disse a Montecitorio nel 2014, rivelando le «tremende operazioni di bassa macelleria cui la follia del governo ucraino sta sottoponendo i cittadini russi, perseguitati, massacrati e torturati». Di più. Per Grande gli ucraini stavano letteralmente divorando i russi. Faceva riferimento a una foto raccapricciante diventata virale che però si rivelò una fake news: il soldato che addentava un braccio arrostito proveniva dal backstage del film russo Noi veniamo dal futuro. E dire che fino al 2014 la Russia era considerata il nemico, vuoi per l’amicizia tra Putin e Silvio Berlusconi, vuoi per la repressione nei confronti dei media. Esemplare il post del 2007 con cui il Blog eleggeva Anna Politkovskaja Woman of the Year in polemica con il Time che aveva scelto Putin come Person of the Year. Poi le cose cambiarono.

IL VAFFA DI TRUMP AI MEDIA

I grillini del resto sono trasversali. Il loro amore per l’uomo forte li porta contemporaneamente a spasimare per Putin e per Donald Trump. «È stato un grande. Ha fatto un V-Day. Era su tutti i giornali in modo incredibile: era contro le donne, i gay, l’aborto ma ha vinto», esultò Grillo il giorno dell’elezione del tycoon.

Beppe Grillo.

«Questo vuol dire», spiegava il co-fondatore del Movimento, «che i grandi giornali non sono più letti da nessuno. Mentre quelli della Rete, che vengono definiti imbecilli, scemi, barbari, demagoghi, sono quelli che si sono creati un giro di informazione sotto i radar dei media. Perché i blog capivano ciò che stava accadendo». In una intervista al Journal du Dimanche del 2017 Grillo definiva Trump un «moderato». E pensando a lui e a Putin diceva di sentirsi ottimista: «La politica internazionale ha bisogno di uomini di Stato forti come loro. Lo considero un beneficio per l’umanità». E dire che Grillo nel 2008 e nel 2012 aveva salutato come un successo la vittoria di Barack Obama. Anti-putinani ieri, putiniani oggi. Obamiani ieri, filo-trumpiani oggi. Magari tra un po’ Pechino, oggi Mecca, sarà bollato come regime liberticida. Basta aspettare.

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Dl Fisco, la maggioranza trova l’accordo sul carcere ai grandi evasori

Il Governo trova l'intesa. Confindustria preoccupata «Preoccupazione per il continuo ampliamento della sfera penale ai fatti economici».

La tanto attesa fumata bianca sul dl Fisco è finalmente arrivata. La maggioranza, infatti, ha trovato l’accordo sull’inasprimento del carcere ai grandi evasori, uno dei punti imprescindibili per il M5s. Due emendamenti dei relatori riducono l’aumento delle pene per i comportamenti non fraudolenti, come la dichiarazione infedele e l’omessa dichiarazione, e rivedono sia la disciplina della confisca per sproporzione, prevista per i reati più gravi, sia la responsabilità amministrativa delle imprese. Entrambi gli emendamenti sono attesi alla Camera e dovrebbero essere votati già nella serata di domenica 1 dicembre 2019.

GLI EMENDAMENTI SPAVENTANO CONFINDUSTRIA

L’accordo all’interno della maggioranza è stato preso nello stesso giorno in cui Confindustria aveva diramato un comunicato «contro la criminalizzazione delle imprese». L’organizzazione rappresentativa delle imprese aveva da poco ribadito la sua «profonda preoccupazione per il continuo ampliamento della sfera penale ai fatti economici». Il punto toccato da Confindustria e quello inerente all’ambito applicativo del decreto 231 ai reati tributari. Si tratta di «un approccio iper repressivo. Questo non è certamente questo proliferare di interventi penali, volti a criminalizzare il mondo dell’impresa, il modo corretto per combattere l’evasione e far crescere l’economia del Paese», si legge nel comunicato.

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Sardine a migliaia da Nord a Sud: Firenze capitale anti Lega

Il capoluogo toscano stracolmo per la manifestazione contro Salvini. E a Napoli la piazza gli dedica la pernacchia di De Filippo.

È Firenze la capitale delle sardine. Di certo a metà del pomeriggio del 30 novembre ci sono piazza della Repubblica stracolma e le vie limitrofe affollate. Il centro storico del capoluogo toscano è affollato di manifestanti in concomitanza della cena organizzata nel capoluogo toscano con Matteo Salvini. Sui numeri dei partecipanti della manifestazione in piazza gli organizzatori al microfoni hanno affermato: «Siamo in 40mila». In base al numero fornito al momento dalla questura la stima si aggira sui 10mila partecipanti, comunque arrivati anche da altre città toscane. In piazza della Repubblica è stato srotolato il grande striscione ‘La Toscana non si Lega’, mentre una bandiera rossa con falce e martello che per qualche istante ha sventolato è stata fatta rimuovere dagli organizzatori: «Via le bandiere», hanno detto al microfono, «noi siamo insieme senza partiti, senza persone che ci comandano; siamo il popolo della Costituzione e vogliamo che venga rispettata». Per la piazza stracolma sono transitati fra gli altri anche il sindaco Dario Nardella insieme al vicesindaco Cristina Giachi, e la segretaria generale della Cgil Firenze Paola Galgani.

«IL BRANCO DI SARDINE CONTRO IL PIRATA DEL POPULISMO»

«I dati parlano di 40mila persone oggi, ed è un piacere sapere che ci avete battuti di brutto!» ha detto Mattia Santori, il fondatore del Movimento che è intervenuto in piazza a Fairenze. «Non è un caso che tutto sia partito da Bologna – ha affermato – e non è un caso che la manifestazione più numerosa sia in Toscana». «Se lo vogliamo la politica tornerà a essere una cosa seria», ha aggiunto Santori, che ha salutato così i manifestanti: «Siate orgogliosi di aver preso parte ad un’azione rivoluzionaria, aver fatto politica senza bisogno di insultare nessuno. Da domani anche voi potrete raccontare di quella volta che un branco di Sardine ha sconfitto il pirata del populismo».

LA PERNACCHIA DI NAPOLI

Altre manifestazioni si sono tenute a Monfalcone in Friuli Venezia Giulia, a -Pesaro, all’Isola d’Elba, a Cosenza e a Napoli. Nel capoluogo campano in migliaia hanno affollato Piazza Dante. Tantissimi hanno portato il simbolo delle sardine sui cartoncini ma anche cartelli con scritte. All’inizio del presidio gli organizzatori hanno trasmesso la “pernacchia” di Eduardo de Filippo, urlando tutti in coro “Napoli non si lega” mentre è partita una grande pernacchia collettiva.

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La galassia delle influencer di estrema destra

Donne, estremiste di destra, qualcuna pronta ad armarsi o armata. Quasi tutte molto attive sui social. Ha fatto il giro..

Donne, estremiste di destra, qualcuna pronta ad armarsi o armata. Quasi tutte molto attive sui social. Ha fatto il giro del mondo l’immagine della “Miss HitlerFrancesca Rizzi, 26enne del Milanese, rappresentante dell’Italia al raduno di neonazisti di Lisbona dello scorso agosto. La biondissima militante di Autonomia nazionalista, nel sottobosco lombardo dell’estrema destra, con aquila e svastica tatuati sulla schiena ed esibiti in Rete, era stata proclamata «l’ariana più bella del mondo» a un concorso del Facebook russo, Vk. Contenitore e valvola di sfogo della galassia internazionale nazifascista. Francesca non aveva peli sulla lingua sui «giudei maledetti», «subumani che devono sparire dalla faccia della terra».

LA SERGENTE HITLER

Come la “sergente maggiore HitlerAntonella Pavin, madre e impiegata incensurata della rete sgominata dalla Digos e dall’antiterrorismo intenzionata a ricostituire il Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori. Pavin, 48enne del Padovano, afferma convinta che «non esistevano le camere a gas» e che «ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento c’erano le piscine». Sui social postava di dar fuoco ai nomadi. E sempre su Vk se la prendeva con i «froci» del gay pride, «la cosa più schifosa è che ad appoggiare questi rifiuti c’erano anche famiglie. E poi la gente mi critica perché sono nazista» vergava. «Lo sarò fino alla morte perché quando morirò sarò contenta di aver ripulito il mondo. Sempre Heil Hitler e rogo per gli infami».

Estreme destre donne influencer
Annika Stahn, alias Franziska, cover girl dei neonazi tedeschi.

«SOLO FRASI IN LIBERTÀ»

Ora quei post sono cancellati. Gli account di Francesca, Antonella e degli altri 19 neonazisti indagati bloccati. Le loro case perquisite, uno di loro arrestato per detenzione di un fucile a pompa e munizioni da guerra. Nell’armamentario di Pavin c’era un volantino di minacce contro il deputato del Pd Emanuele Fiano, ebrei figlio di un deportati ad Auschwitz, tra i bersagli con Liliana Segre e Laura Boldrini degli anatemi deliranti delle fan di Hitler. Dicono adesso, «soltanto frasi scritte in libertà, che non fanno male a nessuno». In realtà, traspare dalle intercettazioni, ben consce ai tempi di poter essere attenzionate e prudenti nel fare apparire quelle foto e quelle frasi su Facebook. Le due donne di punta della rete si consignavano su come non essere oscurate.

Franziska è il volto da copertina della rivista tedesca dell’estrema destra è Arcadi

LE GRANATE E LE ROSE

Come altre donne delle cosiddette nuove destre, Francesca e Antonella avevano un ruolo mediatico o di coordinamento. Una minoranza che, anche nel sottobosco europeo e dei suprematisti bianchi americani, cresce per visibilità alle sfilate, accanto agli uomini, e nel reclutamento e nela propaganda in Rete. In Germania il fenomeno è diventato evidente con le coppie di neonazi apparse insieme alle recenti parate nell’Est, e tra i cortei di ragazzi identitari dell’estrema destra austriaca. Il volto da copertina della rivista tedesca dell’estrema destra è Arcadi, rivolta ai giovani, è la 22enne Annika Stahn, studentessa di Germanistica e patriota. Franziska sui social network e sul suo blog Radikal feminin che ha come logo una granata e una rosa.

LE INFLUENCER NERE

I suoi account – seguitissimi dalle community – su Facebook e Twitter sono stati bloccati. Il blog delle granate e delle rose non è aggiornato dal 2018, ma i post e i video del credo restano disponibili. Franziska mantiene un aspetto esteriore più puro della miss Hitler italiana: niente tatuaggi e trucco leggerissimo. Il modello proposto è di «femmine anti-femministe». Radicali perché attratte da famiglie antiche, con molti figli, e da ambienti bucolici da Arcadia, ripuliti dagli immigrati e da altre contaminazioni. Le “influencer nere” sono religiose, parlano degli autori e del genere fantasy nel pantheon delle estreme destre. E di come entrare nell’esercito. Di guerra agli immigrati e a quelle che chiamano teorie del gender.

Estreme destre donne influencer
Brittany Pettibone, fan di Salvini, e il fidanzato Martin Sellner, leader degli identitari austriaci.

LA FAN ALT RIGHT DI SALVINI

Tra Twitter e Instagram conserva più 150 mila follower l’americana trapiantata a Vienna Brittany Pettibone, 27enne eroina dell’alt right e gran fan del rosario di Matteo Salvini what a man»). Pettibone resiste su Twitter, perché modera abbastanza i toni nonostante sia l’esempio della trasversalità delle estreme destre: reti locali, o nazionali, che si frequentano e si intrecciano in un sottobosco internazionale in espansione grazie al sommerso del deep web. Pettibone, l’influencer californiana «pro bianchi» e pro Steve Bannon, che si è costruita un nome negli Usa, è la compagna del leader del Movimento identitario austriaco (Ibö) Martin Sellner, 30enne viennese, frequentatore di ambienti neo-nazisti dall’adolescenza.

Far uscire allo scoperto, nei video e ai comizi, le militanti femminili è parte del marketing del Movimento identitario

Tra Twitter e Instagram conserva più 150 mila follower l’americana trapiantata a Vienna Brittany Pettibone, 27enne eroina dell’alt right e gran fan del rosario di Matteo Salvini what a man»). Pettibone resiste su Twitter, perché modera abbastanza i toni nonostante sia l’esempio della trasversalità delle estreme destre: reti locali, o nazionali, che si frequentano e si intrecciano in un sottobosco internazionale in espansione grazie al sommerso del deep web. Pettibone, l’influencer californiana «pro bianchi» e pro Steve Bannon, che si è costruita un nome negli Usa, è la compagna del leader del Movimento identitario austriaco (Ibö) Martin Sellner, 30enne viennese, frequentatore di ambienti neo-nazisti dall’adolescenza.

LE MILITANTI IN PRIMA LINEA

Anche Sellner, studente di filosofia, attraverso Brittany ha intessuto relazioni con l’alt right dei suprematisti americani. Nonostante da quest’anno, come dal 2018 nel Regno Unito, gli sia stato vietato l’ingresso negli Usa, a causa di trascorsi ammessi e reiterati: le svastiche, da 17enne, disegnate sulle sinagoghe, poi i pellegrinaggi ai memoriali della Wehrmacht con i neonazi e gli scontri con gli attivisti di sinistra. Non ultima, nel 2019, la perquisizione dell’appartamento e il sequestro di pc e telefoni, per le indagini su una sospetta organizzazione terroristica. Eppure Sellner continua a essere la star dei giovani identitari nell’area tedesca: far uscire allo scoperto, nei video e ai comizi, le militanti femminili è parte del marketing del suo movimento.

“REBELLANIE” E CASAPOUND

La pagina Facebook in tedesco “Donne e ragazze identitarie” – bloccata – contava più di 6 mila iscritte alle discussioni. Ma su Vk amico, sui gruppi Whatsapp e sulle piattaforme video continuano ad attrarre audience identitarie come la tedesca Melanie Schmitz, alias Rebellanie, 25enne fotografata con davanti a una bandiera di CasaPound, o come l’austriaca Alina Wychera ,che sotto lo pseudonimo Alina von Rauheneck ha diffuso il video “Proteggere l’Europa” per il presidente della Repubblica. Come il Movimento identitario, in Italia anche CasaPound manda avanti delle militanti: le donne sono circa il 21% degli esponenti, tra loroMaria Bambina Crognale è stata una leader del progetto di sindacato. Carlotta Chiaraluce, 35enne coordinatrice romana di CasaPound è una delle donne più in vista del movimento, come l’alter ego milanese Angela De Rosa.

LE AUSILIARIE PRO EVA BRAUN

Da anni Forza Nuova, a cui erano vicino o legati Pavin e altri indagati sul tentato Partito nazionalsocialista italiano, ha una sezione femminile. Tra le iscritte, appena il 12% tra i neofascisti di Roberto Fiore, spicca la candidata alla Camera Desideria Raggi (per il “reddito di maternità”). Altre reti italiane di donne di estrema destra sono, al Nord, il Servizio ausiliario femminile (dall’omonima sezione nella Repubblica di Salò), dei neonazi dei Dodici raggi (un simbolo delle Ss), dove le naziskin stampano e diffondono volantini con Eva Braun. E le sempre più aggreganti Identitarie, il ramo femminile dei giovani identitari guidato da Eleonora Pamphili. Gruppi ben collegati tra loro perché molto solidali – ma solo tra donne bianche e molto intolleranti.

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Gli aggiornamenti del dibattito sul Mes del 30 novembre

Di Maio torna a invocare miglioramenti del trattato già criticato dal Pd. Lunedì 2 dicembre Conte riferisce in Senato.

L’appuntamento in Senato è fissato per lunedì 2 dicembre alle ore 15.30, quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si presenterà a Palazzo Madama per un’informativa sulle modifiche al Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità. Ma la polemica è già iniziata da tempo, con le accuse di Salvini al premier e le minacce di querela di quest’ultimo. Sabato 30 novembre, a due giorni dall’incontro in parlamento, è stato Luigi Di Maio a parlare a lungo di un tema che lascia non poche perplessità all’interno della maggioranza stessa: «L’Italia non può pensare di firmare al buio», ha detto il leader pentastellato, «è bene che ci sia una riflessione».

«SERVONO MIGLIORAMENTI»

Il Ministro degli Esteri ha risposto alle domande dei giornalisti al Villaggio contadino di Natale allestito a Matera dalla Coldiretti. Il Mes «come tanti altri trattati, ha bisogno di tanti miglioramenti», ha detto, aggiungendo che il fondo salva Stati «è solo una parte: c’è l’Unione bancaria, c’è l’assicurazione sui depositi. Quando avremo letto tutto, potremo verificare se il pacchetto convenga all’Italia oppure no. Secondo me, è sano per l’Italia non accelerare in maniera incauta ma difendere i propri interessi, aspettando la fine dei negoziati anche su tutti gli altri aspetti di questo pacchetto».

DI MAIO PREOCCUPATO DALL’UNIONE BANCARIA

A preoccupare Di Maio, più del Mes, è l’Unione bancaria. «L’assicurazione sui depositi va messa a posto: quindi ci sono dei negoziati in corso ed è bene che questi negoziati proseguano con il protagonismo dell’Italia che sicuramente negli ultimi mesi ha avuto difficoltà perché c’è stato un cambio di governo». Di Maio ha aggiunto che «anche il ministro Gualtieri lo ha detto: in questo momento il negoziato ha tutte le possibilità di poter migliorare questo trattato».

FRANCESCHINI: «ORA I FATTI»

Il dialogo all’interno dell’esecutivo prosegue. «Sul Mes in queste ore ci giochiamo la credibilità del Paese, l’andamento dello spread e dei mercati», ha detto a Milano il ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini, all’assemblea dell’area del Pd di Base Riformista. «Non si può giocare con il fuoco. Prendo per buone le parole di Di Maio di questa mattina e da qui a lunedì vedremo se alle intenzioni seguiranno i fatti e i comportamenti, perché ci sono anche i comportamenti in politica».

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Pippo Callipo ha deciso di candidarsi alle Regionali in Calabria

L'imprenditore si candida alle Regionali del 26 gennaio 2020, sostenuto dal centrosinistra. «Ho scelto di accettare la sfida».

Ci sarà anche il re del tonno in scatola, Pippo Callipo, nella corsa alla carica di governatore della Calabria. L’imprenditore ha deciso di scendere in campo in vista della Regionali del 26 gennaio prossimo, con una coalizione di centrosinistra. «Esponenti della società civile, delle organizzazioni sindacali e datoriali mi chiedono un impegno diretto, forte e convinto per avviare un cambiamento reale, tangibile che sia in grado di mettere la nostra Regione al centro dell’agenda politica del Paese», ha scritto in una nota. «Ho scelto di accettare la sfida. Lancio un forte appello a partiti e movimenti civici: uniamoci e portiamo avanti questa battaglia di legalità, trasparenza e rinnovamento, facciamolo con coraggio senza badare a rendite di posizione e tatticismi. Io ci sono. Io Resto in Calabria».

«UNA STAGIONE DI RINNOVAMENTO»

Nella nota, Callipo spiega che «gli appelli che si stanno susseguendo nelle ultime ore, seppur provenienti da ambienti diversi, esprimono l’esigenza comune di aprire in Calabria una stagione politica di profondo rinnovamento». La scelta di Callipo è ponderata: «In queste settimane ho molto riflettuto sull’opportunità di un mio impegno politico diretto e sono giunto alla conclusione che non posso non fare questa battaglia, non posso non ascoltare la voce di una nuova generazione che vuole essere protagonista di una rivoluzione pacifica ma decisa e non più procrastinabile. Sempre più giovani calabresi chiedono di non lasciare, per mancanza di opportunità di lavoro e di prospettive di futuro, la terra dove sono nati e cresciuti. Ho deciso quindi di ascoltare il mio cuore, il mio profondo desiderio di aiutare la mia terra perché da sempre coltivo il sogno di vederla cambiare, evolversi e dare opportunità a tutti. Sento inoltre un dovere morale verso i tanti giovani che incontro quotidianamente e che mi chiedono di diventare garante delle loro aspettative».

UNA SFIDA COMPLESSA

Callipo ha poi parlato delle difficoltà che riguardano la sfida: «Sono consapevole che i problemi e le priorità da affrontare non mancano e sono molto complessi. Penso ad esempio alla sanità e alla necessità di uscire dal commissariamento, allo sviluppo socio-economico agognato da decenni, alle infrastrutture per attrarre investimenti e dunque creare occupazione».

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All’Italia servirebbe un’alleanza tra Draghi e Sardine

Giovani e giovanissimi da una parte e over 50 competenti, proprio come l'ex presidente della Bce, dall'altra. Solo dal loro dialogo il Paese potrebbe ripartire. Dopo il fallimento della generazione mediana, lasciata sola a gestire il sogno edonista (e irrealizzabile).

Mario Draghi. Ieri salvatore dell’euro e dell’Europa. Domani magari presidente della Repubblica o premier e, perché no, mentore del movimento delle Sardine.

Fantascenario che certo è una battuta, ma anche un auspicio e la rappresentazione ideale di una società italiana completamente rifondata. Che vuole lasciarsi alle spalle 20 anni e più di cattiva politica, di protagonismi maleducati e incompetenze esibite.  

Draghi e Sardine. Per dire della necessità urgente di un reset del Sistema. Che tuttavia della mobilitazione di piazza anti-leghista accoglie soprattutto la richiesta di “buona politica”, depurata da un leaderismo sguaiato e demagogico. E coglie, credo, il dato più interessante e utile in prospettiva nell’inedita convergenza di generazioni che sono anagraficamente distanti, quasi remote fra loro.

L’ETÀ DI MEZZO VITTIMA DEL DISINCANTO

Le Sardine infatti nella loro attuale composizione sono perlopiù giovani e giovanissimi con presenza significativa di 50/60enni e oltre. Piuttosto che di 40enni, intesi come generazione di mezzo, fascia d’età che si allunga di cinque-10 anni sia in basso che in alto, comprendendo 30enni maturi e 50enni “suonati”. Ovvero quell’Italia di mezzo, che essendo cresciuta e formatasi in una società sempre più spoliticizzata, è culturalmente, anche per effetto di lunga esposizione alla tivù commerciale, ovvero a una “programmazione populista”, attratta dalle sirene leghiste e sovraniste. Ma riferendomi ai 35-50enni devo aggiungere che questi non hanno vissuto la stagione delle grandi lotte politiche di piazza, ma quella del disincanto. Quindi sono fisiologicamente refrattari alla partecipazione politica e alla militanza partitica. Ma sono anche poco digitali: usano perlopiù solo i social, perché non richiedono competenze specifiche e abilitanti. Ciò spiega anche perché questa classe d’età sia la più sensibile alla propaganda, alla comunicazione emozionale.

IN PIAZZA C’È LA CONVERGENZA DI GENERAZIONE Z E I BABY BOOMER

Le piazze che si stanno riempiendo di Sardine vedono la convergenza di generazione Z e della parte più giovane dei millenial, con la fascia di baby boomer più colta e benestante. In questo senso si può convenire con chi parla di piazze sardiniste caratterizzate e fisicamente occupate dal ceto medio urbano. E nel segnalare come questa convergenza sia in linea col fenomeno, definito da The EconomistSocialismo dei millenial”, che è nato e si sta sviluppando in Inghilterra e Usa. E che vede un numero crescente di giovani e giovanissimi sostenere e votare Bernie Sanders e Jeremy Corbyn (che conta appunto molto sui nuovi elettori per le prossime elezioni del 12 dicembre). E che ha la sua icona nella più giovane congresswomen  della storia parlamentare statunitense: Alexandria Ocasio-Cortez.

MANCA OGNI RIFERIMENTO AI LEADER DEGLI ULTIMI 20 ANNI

I due estremi generazionali che vengono colmati e pareggiati da una richiesta di “buona politica” trovano una spiegazione convincente in un comune rimpianto: per i primi esprime desiderio di provare quel che è stato loro raccontato e che ormai è storia, mentre per i secondi è voglia di ritrovare gli ideali e le pratiche della giovinezza. Non casualmente manca del tutto qualsiasi riferimento alla sinistra di governo, ai leader democratici di quest’ultimo ventennio. Non rivoluzionari veri né riformisti convinti, ma aggiustatori mediocri di un sistema che ha penalizzato soprattutto i giovani. Sono infatti Enrico Berlinguer e la “meglio gioventù” i più citati ed evocati dalle Sardine. Ovviamente con tutte le retoriche e le amnesie che ogni riscoperta si porta appresso. 

UNA GENERAZIONE SCHIACCIATA

Disintermediazione è la parola chiave di questi anni e prevedibilmente, con più forza distruttiva, dei prossimi. Ma curiosamente o paradossalmente questo processo si manifesta anche sulle età della vita e sulle dinamiche generazionali e intergenerazionali. Non sono solo i corpi sociali e i quadri produttivi intermedi, le mezze stagioni e le mezze porzioni a essere disintermediati. Ma anche le classi d’età di mezzo, quelle situabili fra i 35 e i 50 anni che scontano oggi, come non era mai accaduto prima, il fatto di non essere più anelli di congiunzione fra giovinezza e maturità, ma invece delle interruzioni, se non delle fratture, generazionali. Oggi, infatti, le classi d’età di mezzo sono compresse, schiacciate, non potendo competere con i nativi digitali, sul piano delle abilità e competenze tecnologiche, ma nemmeno con i 60/70enni sul piano dell’esperienza.

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Anche perché sono entrati nel mercato del lavoro tardi, così come tardi si sono sposati e non hanno fatto figli. Non sono svelti e intuivi come i 20enni, ma nemmeno riflessivi e con la cultura del lavoro dei più anziani. Sono quelli che pur essendo ancora giovani anagraficamente, hanno meno futuro degli altri. Sono furbi, però con bassa propensione etica, perché hanno coltivato grandi attese e sogni di gloria, essendosi formati nei decenni 80 e metà 90, quelli dell’edonismo reaganiano, della glorificazione del successo e dei soldi. Ma proprio per questo anche il molto che materialmente hanno sembra a loro poco. Quasi niente. Per questo sono eversivi, ma non rivoluzionari. Prova è che i Gilet gialli francesi sono 50enni, così come il grosso dell’elettorato leghista e sovranista in Italia.

L’ITALIA RINCORRE ANCORA IL TRENO DELL’INNOVAZIONE

In tale contesto e considerato che la classe politica e di governo attuale, più che mai sgangherata, è nelle mani di leader (Matteo Salvini, Matteo Renzi, Luigi Di Maio, Giorgia Meloni e mettiamoci anche Giuseppe Conte e Carlo Calenda) che anagraficamente stanno, appunto, nell’età di mezzo, si comprende perché abbiamo perso, come Paese, lo spirito imprenditoriale, la creatività e la voglia di lavorare che hanno fatto grande l’Italia nei due decenni postbellici. Nel contempo non siamo riusciti ad agganciarci al treno dell’innovazione, non solo tecnologica, che ormai è in piena corsa in numerosi altri Paesi e che di questo passo rischiamo di perdere definitivamente. 

sardine chi sono piazze italiane
Le Sardine a Bologna.

I GIOVANI HANNO BISOGNO DI GUIDE RICONOSCIUTE

Non ci resta che confidare nella discesa in piazza di giovani e giovanissimi, in grado, vista la velocità con la quale si sono materializzati dal nulla, di dare vita a qualcosa di radicalmente nuovo. Una politica più gentile e capace di tradurre, in forme più avanzate di partecipazione e rappresentanza, le enormi possibilità offerte dall’economia digitale. Visto che sin qui, come scrive il sociologo svedese Adam Ardvisson (Changemakers: The Industrious Future of the Digital Economy ), «l’uso migliore che abbiamo saputo trovare per l’intelligenza artificiale e l’analisi dei big data è la pubblicità mirata su Facebook per uno shampoo o un app per ordinare la pizza senza dover alzare il telefono». Mentre invece serve urgentemente regolare la sharing economy e avere idee concrete su cosa farsene del blockchain.

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E qui, certo, sono zeter e millenial che devono immaginare il mondo e la società che verranno. Naturalmente migliori di quelli attuali. Ma potranno realizzarli solo accantonando idee di rottamazione e di scontro generazionale, del quale, peraltro, Quota 100 è un bell’incentivo, il cui solo aspetto positivo è rendere evidente quanto la politica e i politici che l’hanno voluto sono obsoleti. Nonostante siano anagraficamente giovani. E di contro quanto giovani e giovanissimi abbiano bisogno non di vecchi narcisi (giornalisti soprattutto) che fanno ironie su gretini e Sardine, bensì di vecchi sapienti e competenti. Capaci di indicare futuri possibili e auspicabili. In forza di leadership riconosciute e ispirate. Come Mario Draghi, appunto.

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Il razzismo sulla calciatrice della Juventus Aluko scuote Torino

L'attaccante nigeriana naturalizzata britannica saluta l'Italia dopo un anno e mezzo: «Città indietro di decenni, io trattata come una ladra o tipo Escobar». La sindaca Appendino: «Parole che pesano, ma la colpa è solo di alcune persone».

Italia e calcio, anno 2019: un altro caso di razzismo. Questa volta non riguarda il mondo maschile del pallone, ma ha coinvolto una giocatrice della Juventus femminile: Eniola Aluko, 32enne nigeriana naturalizzata britannica. Era arrivata in bianconero soltanto a giugno 2018. Ma ha già detto addio per tornare in Inghilterra. E tra i motivi ci sono anche le discriminazioni che ha subito qui da noi.

«NEI NEGOZI SI ASPETTAVANO CHE RUBASSI»

«A volte Torino sembra un paio di decenni indietro nei confronti dei differenti tipi di persona. Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi», ha detto Aluko in una intervista al Guardian che ha fatto molto discutere. «Ci sono non poche volte in cui arrivi all’aeroporto e i cani antidroga ti fiutano come se fossi Pablo Escobar».

«IL RAZZISMO È PARTE DELLA CULTURA DEL TIFO»

L’attaccante ha precisato «di non avere avuto esperienza di razzismo dai tifosi della Juventus né tantomeno nel campionato di calcio femminile, ma il tema in Italia e nel calcio italiano c’è ed è la risposta a questo che veramente mi preoccupa, dai presidenti ai tifosi del calcio maschile che lo vedono come parte della cultura del tifo». “Eni” ha invitato la società, per continuare ad attrarre i talenti dell’Europa dall’Italia, a «farli sentire a casa». Questa infatti «è una parte importante di un progetto a lungo termine».

juventus-aluko-lascia-italia-razzismo-torino
Eniola Aluko quando giocava in Inghilterra. (Getty)

APPENDINO: «TORINO HA UNA STORIA DI PORTE APERTE»

La sindaca di Torino Chiara Appendino è intervenuta sul caso dicendo che le sue parole «pesano come un macigno». Su Facebook ha ricordato che quella della città piemontese è «storia di porte aperte». Ma «purtroppo nel nostro Paese episodi di discriminazione sono tornati a diffondersi, a essere tornata indietro però non è la città, solo alcune persone che non rappresentano che loro stesse. Torino non si rassegna».

Si è tornati a legittimare pensieri e comportamenti che dovevano rimanere sepolti per sempre


Chiara Appendino

Poi la sindaca ha aggiunto: «Negli ultimi tempi qualcosa in Italia è cambiato. In alcuni frangenti si è tornati a legittimare pensieri e comportamenti che dovevano rimanere sepolti per sempre, nelle pagine più vergognose dei libri di storia. Studiati sempre troppo poco». E ancora: «Non mi rassegno io, non si rassegnano migliaia di cittadini che quei pensieri li combattono ogni giorno, non si rassegna Torino. Perché Torino non è così».

La sindaca di Torino Chiara Appendino.

«SERVONO RISPOSTE CULTURALI E POLITICHE»

Com’è allora Torino? «Consapevole delle difficoltà, ma profondamente determinata nel rifiutare che queste possano essere ridotte al colore della pelle, alla religione, o a qualsiasi altra caratteristica della persona», ha concluso Appendino. «Rimango convinta che la discriminazione si combatta con risposte culturali e politiche, a tutti i livelli, che non possono tardare ad arrivare. La città proseguirà nel suo costante impegno in questa direzione, con tutti gli strumenti a sua disposizione».

ASCANI DEL PD: «UN COLPO AL CUORE»

La viceministra dell’Istruzione Anna Ascani del Partito democratico ha detto sempre su Facebook: «Il clima di intolleranza nel nostro Paese sta diventando insostenibile. La lettera con la quale la calciatrice della Juventus Eniola Aluko annuncia di lasciare l’Italia per questa motivazione è davvero un colpo al cuore. Mi ha colpito la frase “mi sono stancata di entrare nei negozi e sentirmi come se il proprietario si aspettasse che potessi rubare qualcosa”. Perché, davvero, fa capire come ci si sente, nella vita di tutti i giorni. E stupisce che tutto questo avvenga oggi, nel 2019».

La scuola ha molto da insegnarci: è il luogo dell’inclusione e dell’accoglienza. I bambini non fanno differenze


Anna Ascani, viceministra dell’Istruzione

Quindi Ascani ha osservato: «Davvero incredibile come stiamo tornando indietro. È inaccettabile. Non possiamo permetterlo. Per questo la sua denuncia va presa sul serio: in Italia esiste un problema “razzismo” nel calcio, e non solo. E deve farci riflettere tutti. E soprattutto deve farci reagire. La scuola da questo punto di vista ha molto da insegnarci: è il luogo dell’inclusione e dell’accoglienza. I bambini non fanno differenze. Dobbiamo chiederci dove il sistema fallisce e intervenire immediatamente. Dobbiamo garantire il rispetto dei diritti di ogni persona. È il razzismo che se ne deve andare via dal nostro Paese!».

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Il razzismo sulla calciatrice della Juventus Aluko scuote Torino

L'attaccante nigeriana naturalizzata britannica saluta l'Italia dopo un anno e mezzo: «Città indietro di decenni, io trattata come una ladra o tipo Escobar». La sindaca Appendino: «Parole che pesano, ma la colpa è solo di alcune persone».

Italia e calcio, anno 2019: un altro caso di razzismo. Questa volta non riguarda il mondo maschile del pallone, ma ha coinvolto una giocatrice della Juventus femminile: Eniola Aluko, 32enne nigeriana naturalizzata britannica. Era arrivata in bianconero soltanto a giugno 2018. Ma ha già detto addio per tornare in Inghilterra. E tra i motivi ci sono anche le discriminazioni che ha subito qui da noi.

«NEI NEGOZI SI ASPETTAVANO CHE RUBASSI»

«A volte Torino sembra un paio di decenni indietro nei confronti dei differenti tipi di persona. Sono stanca di entrare nei negozi e avere la sensazione che il titolare si aspetti che io rubi», ha detto Aluko in una intervista al Guardian che ha fatto molto discutere. «Ci sono non poche volte in cui arrivi all’aeroporto e i cani antidroga ti fiutano come se fossi Pablo Escobar».

«IL RAZZISMO È PARTE DELLA CULTURA DEL TIFO»

L’attaccante ha precisato «di non avere avuto esperienza di razzismo dai tifosi della Juventus né tantomeno nel campionato di calcio femminile, ma il tema in Italia e nel calcio italiano c’è ed è la risposta a questo che veramente mi preoccupa, dai presidenti ai tifosi del calcio maschile che lo vedono come parte della cultura del tifo». “Eni” ha invitato la società, per continuare ad attrarre i talenti dell’Europa dall’Italia, a «farli sentire a casa». Questa infatti «è una parte importante di un progetto a lungo termine».

juventus-aluko-lascia-italia-razzismo-torino
Eniola Aluko quando giocava in Inghilterra. (Getty)

APPENDINO: «TORINO HA UNA STORIA DI PORTE APERTE»

La sindaca di Torino Chiara Appendino è intervenuta sul caso dicendo che le sue parole «pesano come un macigno». Su Facebook ha ricordato che quella della città piemontese è «storia di porte aperte». Ma «purtroppo nel nostro Paese episodi di discriminazione sono tornati a diffondersi, a essere tornata indietro però non è la città, solo alcune persone che non rappresentano che loro stesse. Torino non si rassegna».

Si è tornati a legittimare pensieri e comportamenti che dovevano rimanere sepolti per sempre


Chiara Appendino

Poi la sindaca ha aggiunto: «Negli ultimi tempi qualcosa in Italia è cambiato. In alcuni frangenti si è tornati a legittimare pensieri e comportamenti che dovevano rimanere sepolti per sempre, nelle pagine più vergognose dei libri di storia. Studiati sempre troppo poco». E ancora: «Non mi rassegno io, non si rassegnano migliaia di cittadini che quei pensieri li combattono ogni giorno, non si rassegna Torino. Perché Torino non è così».

La sindaca di Torino Chiara Appendino.

«SERVONO RISPOSTE CULTURALI E POLITICHE»

Com’è allora Torino? «Consapevole delle difficoltà, ma profondamente determinata nel rifiutare che queste possano essere ridotte al colore della pelle, alla religione, o a qualsiasi altra caratteristica della persona», ha concluso Appendino. «Rimango convinta che la discriminazione si combatta con risposte culturali e politiche, a tutti i livelli, che non possono tardare ad arrivare. La città proseguirà nel suo costante impegno in questa direzione, con tutti gli strumenti a sua disposizione».

ASCANI DEL PD: «UN COLPO AL CUORE»

La viceministra dell’Istruzione Anna Ascani del Partito democratico ha detto sempre su Facebook: «Il clima di intolleranza nel nostro Paese sta diventando insostenibile. La lettera con la quale la calciatrice della Juventus Eniola Aluko annuncia di lasciare l’Italia per questa motivazione è davvero un colpo al cuore. Mi ha colpito la frase “mi sono stancata di entrare nei negozi e sentirmi come se il proprietario si aspettasse che potessi rubare qualcosa”. Perché, davvero, fa capire come ci si sente, nella vita di tutti i giorni. E stupisce che tutto questo avvenga oggi, nel 2019».

La scuola ha molto da insegnarci: è il luogo dell’inclusione e dell’accoglienza. I bambini non fanno differenze


Anna Ascani, viceministra dell’Istruzione

Quindi Ascani ha osservato: «Davvero incredibile come stiamo tornando indietro. È inaccettabile. Non possiamo permetterlo. Per questo la sua denuncia va presa sul serio: in Italia esiste un problema “razzismo” nel calcio, e non solo. E deve farci riflettere tutti. E soprattutto deve farci reagire. La scuola da questo punto di vista ha molto da insegnarci: è il luogo dell’inclusione e dell’accoglienza. I bambini non fanno differenze. Dobbiamo chiederci dove il sistema fallisce e intervenire immediatamente. Dobbiamo garantire il rispetto dei diritti di ogni persona. È il razzismo che se ne deve andare via dal nostro Paese!».

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La polemica sul taglio alla tampon tax solo per gli assorbenti bio

Esultano Boldrini e i promotori della misura, ma sui social in moltissimi fanno notare che l'Iva al 5% sarà applicata solo su prodotti difficili da reperire e più cari.

L’Iva sui tamponi e gli assorbenti bio passa dal 22% al 5%. Il taglio della cosiddetta “tampon tax” è stato annunciato il 28 sera su Twitter dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Un primo segnale di attenzione per milioni di ragazze e donne nel decreto fiscale su cui abbiamo lavorato con le deputate di maggioranza di Intergruppodonne», ha scritto il ministro.

Sui social è però scoppiata la polemica: sono in molti a far notare che gli assorbenti e i tamponi bio, ovvero quelli che si decompongono più velocemente (sei mesi per i bio e tre mesi per i compostabili), sono difficilmente reperibili e più cari. Per quelli di gran lunga più comuni, l’Iva resterà al 22%.

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Cresce il fronte del governo che chiede un rinvio del Mes

Il M5s trova la sponda di LeU. Il ministro Speranza: «Occorre la valutazione più approfondita, che coinvolga anche il parlamento». E Di Maio: «Questo accordo va migliorato».

Il dibattito sulla riforma del Mes, il fondo Salva-Stati, continua a incendiare la politica italiana. E stavolta il Movimento 5 stelle trova un alleato forse inatteso in Liberi e uguali che, per bocca del ministro della Salute Roberto Speranza, ha caldeggiato l’ipotesi di un rinvio. «Sul meccanismo europeo di stabilità è giusto fare la discussione più approfondita possibile coinvolgendo pienamente il parlamento», ha detto Speranza. «Su una materia così delicata bisognerebbe evitare scontri strumentali e dovremmo invece, come Paese, difendere tutti assieme i nostri interessi. Per questo ha senso l’ipotesi di un rinvio volto a favorire una valutazione di pacchetto in cui oltre al Mes si affronti anche la delicata questione dell’Unione bancaria».

DI MAIO: «QUEST’ACCORDO DEV’ESSERE MIGLIORATO»

Per Luigi Di Maio, invece, «il tema non è il Mes in sé, ma se sia un Salva-Stati o uno stritola Stati. Ieri abbiamo avuto una riunione del gruppo parlamentare del Movimento 5 stelle e siamo tutti d’accordo sul fatto che questo accordo deve essere migliorato». «Penso che la nostra posizione sia una: garantire l’Italia. Prima di tutto ci dobbiamo occupare di garantire il nostro Paese, la nostra situazione finanziaria e il nostro assetto di bilancio», ha precisato di lì a poco la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli, parlando a margine dell’inaugurazione della sede di Cdp a Napoli. «Ho parlato con il nostro ministro dell’Economia e credo che ci chiariremo sui contenuti quanto prima

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Cresce il fronte del governo che chiede un rinvio del Mes

Il M5s trova la sponda di LeU. Il ministro Speranza: «Occorre la valutazione più approfondita, che coinvolga anche il parlamento». E Di Maio: «Questo accordo va migliorato».

Il dibattito sulla riforma del Mes, il fondo Salva-Stati, continua a incendiare la politica italiana. E stavolta il Movimento 5 stelle trova un alleato forse inatteso in Liberi e uguali che, per bocca del ministro della Salute Roberto Speranza, ha caldeggiato l’ipotesi di un rinvio. «Sul meccanismo europeo di stabilità è giusto fare la discussione più approfondita possibile coinvolgendo pienamente il parlamento», ha detto Speranza. «Su una materia così delicata bisognerebbe evitare scontri strumentali e dovremmo invece, come Paese, difendere tutti assieme i nostri interessi. Per questo ha senso l’ipotesi di un rinvio volto a favorire una valutazione di pacchetto in cui oltre al Mes si affronti anche la delicata questione dell’Unione bancaria».

DI MAIO: «QUEST’ACCORDO DEV’ESSERE MIGLIORATO»

Per Luigi Di Maio, invece, «il tema non è il Mes in sé, ma se sia un Salva-Stati o uno stritola Stati. Ieri abbiamo avuto una riunione del gruppo parlamentare del Movimento 5 stelle e siamo tutti d’accordo sul fatto che questo accordo deve essere migliorato». «Penso che la nostra posizione sia una: garantire l’Italia. Prima di tutto ci dobbiamo occupare di garantire il nostro Paese, la nostra situazione finanziaria e il nostro assetto di bilancio», ha precisato di lì a poco la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli, parlando a margine dell’inaugurazione della sede di Cdp a Napoli. «Ho parlato con il nostro ministro dell’Economia e credo che ci chiariremo sui contenuti quanto prima

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Il candidato del M5s alle Regionali in Calabria ha una villetta parzialmente abusiva

La casa si trova a Carlopoli, in provincia di Catanzaro. Prima il Tar e poi il Consiglio di Stato hanno condannato Aiello a demolire un piano.

La villetta di famiglia ereditata da Francesco Aiello, professore ordinario di politica economica all’Università di Cosenza e candidato del M5s alle Regionali in Calabria, è parzialmente abusiva e con il secondo piano da abbattere.

Il quotidiano la Repubblica è stato il primo a dare la notizia. La villetta si trova a Carlopoli, in provincia di Catanzaro. Prima il Tar e poi il Consiglio di Stato hanno condannato Aiello e suo fratello disponendo la demolizione del piano “incriminato”.

La villetta, edificata negli Anni 80, è stata costruita violando la quota delle cubature previste. Ma nel corso della vicenda, durata un decennio, dopo vari esposti e sanatorie la casa degli Aiello è rimasta integra.

CORPO PRINCIPALE E PRIMO PIANO SANATI CON UN CONDONO

L’amministrazione comunale, come racconta il quotidiano diretto da Carlo Verdelli, è riuscita a farsi pagare gli oneri concessori per corpo principale e primo piano, sanati con un condono. E il resto della villetta (seminterrato e secondo piano) non è stato toccato.

SI È “SALVATO” PURE IL SEMINTERRATO

Dopo un ulteriore ricorso, gli Aiello sono riusciti a “salvare” anche il seminterrato, perché se fosse stato smantellato sarebbe crollato tutto l’edificio. Ma per quanto riguarda il secondo piano, da un anno a questa parte, nulla si è mosso.

ANCHE DI MAIO HA CHIESTO SPIEGAZIONI

Il piano abusivo è ancora lì e adesso anche il leader del M5s, Luigi Di Maio, «attende chiarimenti».

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Il candidato del M5s alle Regionali in Calabria ha una villetta parzialmente abusiva

La casa si trova a Carlopoli, in provincia di Catanzaro. Prima il Tar e poi il Consiglio di Stato hanno condannato Aiello a demolire un piano.

La villetta di famiglia ereditata da Francesco Aiello, professore ordinario di politica economica all’Università di Cosenza e candidato del M5s alle Regionali in Calabria, è parzialmente abusiva e con il secondo piano da abbattere.

Il quotidiano la Repubblica è stato il primo a dare la notizia. La villetta si trova a Carlopoli, in provincia di Catanzaro. Prima il Tar e poi il Consiglio di Stato hanno condannato Aiello e suo fratello disponendo la demolizione del piano “incriminato”.

La villetta, edificata negli Anni 80, è stata costruita violando la quota delle cubature previste. Ma nel corso della vicenda, durata un decennio, dopo vari esposti e sanatorie la casa degli Aiello è rimasta integra.

CORPO PRINCIPALE E PRIMO PIANO SANATI CON UN CONDONO

L’amministrazione comunale, come racconta il quotidiano diretto da Carlo Verdelli, è riuscita a farsi pagare gli oneri concessori per corpo principale e primo piano, sanati con un condono. E il resto della villetta (seminterrato e secondo piano) non è stato toccato.

SI È “SALVATO” PURE IL SEMINTERRATO

Dopo un ulteriore ricorso, gli Aiello sono riusciti a “salvare” anche il seminterrato, perché se fosse stato smantellato sarebbe crollato tutto l’edificio. Ma per quanto riguarda il secondo piano, da un anno a questa parte, nulla si è mosso.

ANCHE DI MAIO HA CHIESTO SPIEGAZIONI

Il piano abusivo è ancora lì e adesso anche il leader del M5s, Luigi Di Maio, «attende chiarimenti».

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Il M5s contro tutti sulla riforma della prescrizione

Il ministro (grillino) della Giustizia Bonafede parla di un asse Pd-Lega-Forza Italia per affossare il cambiamento della norma. I dem respingono le accuse. Ma c'è chi parla di «bomba atomica». E i penalisti lanciano l'allarme. Il punto.

Prescrizione, ci risiamo. La riforma che cancellerebbe gli effetti giuridici del trascorrere del tempo dopo la sentenza di primo grado divide i giallorossi. Come del resto aveva fatto anche con i gialloverdi. Il Movimento 5 stelle spinge, il Partito democratico frena. Tanto che il ministro (grillino) della Giustizia Alfonso Bonafede, intervistato da Agorà, ha paventato ipotesi di strane maggioranze alternative a quella di governo: «Se il Pd dovesse andare in Aula e fare asse con Forza Italia e Lega proprio sulla prescrizione sarebbe un fatto grave, prima di tutto per gli elettori del Pd».

I DEM: «FANTASTIOSI SCENARI POLITICI»

Ma secondo Franco Mirabelli, vice presidente dei senatori dem, non è così: «Non c’è e non ci sarà nessun asse Pd-Fi sulla prescrizione e il ministro lo sa benissimo. Ma Bonafede deve farsi carico dei temi che il Pd e tanta parte degli operatori di giustizia gli stanno ponendo. A oggi per noi non ci sono garanzie per processi in tempi certi e quindi giusti. Il ministro lavori e si confronti su questo, descrivere fantasiosi scenari politici non serve».

LA “GHIGLIOTTINA” APPENA ARRIVATA SUL CASO MARTINA ROSSI

Il tema è delicato e nelle stesse ore del dibattito politico è arrivata la notizia che si è estinta, proprio per prescrizione, l’accusa di morte come conseguenza di un altro delitto al processo d’appello per il decesso di Martina Rossi, la ventenne studentessa genovese che precipitò dal balcone di una camera di albergo a Palma di Maiorca il 3 agosto 2011, secondo l’accusa scappando da un tentativo di stupro.

MA PER LA BONGIORNO SAREBBE UNA «BOMBA ATOMICA»

Nonostante le reazioni “di pancia”, sulla modifica della norma sono stati lanciati diversi allarmi. Come quello della senatrice della Lega Giulia Bongiorno: «Solo coloro che non calpestano quotidianamente la polvere dei tribunali possono pensare che questo blocco della prescrizione non sia una bomba atomica. Chiunque conosce la procedura penale sa perfettamente che, siccome esiste un carico processuale, particolarmente pesante, le udienze sono fissate in ragione di quando si prescrive il reato. Ebbene, nel momento in cui questa ghigliottina non ci sarà più, inevitabilmente si paralizzerà per sempre la giustizia italiana», ha detto a Il Messaggero.

Riforma da dilettanti allo sbaraglio. E credo che questa sia stata una delle ragioni per cui si è disintegrato il governo gialloverde

L’ex ministra leghista Giulia Bongiorno

Bongiorno poi ha attaccato la riforma, definendola «vuota», e il ministro Bonafede: non si possono avere processi «senza stabilire i meccanismi necessari per abbreviarne i tempi. Roba da dilettanti allo sbaraglio. E credo che questa sia stata una delle ragioni per cui si è disintegrato il governo gialloverde».

CONTE PARLA DI «GIUSTA DURATA DEI PROCESSI»

Il premier Giuseppe Conte dal canto suo aveva detto: «Stiamo riflettendo su un pacchetto di misure che garantiscano la ragionevole durata dei processi». Poi sull’opportunità della riforma ha spiegato: «Per noi è una sconfitta che i processi terminino senza una verifica giudiziaria».

DI MAIO TIRA DRITTO: «ENTRATA IN VIGORE IL PRIMO GENNAIO 2020»

Il ministro degli Esteri e leader dei cinque stelle Luigi Di Maio intervistato da Radio Anch’io aveva invece promesso che la nuova legge sulla prescrizione sarebbe entrata in vigore dal primo gennaio 2020 e che così «non ci saranno più i furbetti che la faranno franca». Quindi ha ribadito: «Il lavoro è già stato fatto. Ora mi si dice che poteva esserci un blitz in parlamento per fermarla e se qualcuno vuole votare un provvedimento che ci fa tornare ai tempi berlusconiani spero che non sia qualcuno di maggioranza».

I PENALISTI: «LEGISLAZIONE MARCATAMENTE INCOSTITUZIONALE»

L’Unione delle camere penali la pensa diversamente. E dopo aver scioperato contro la riforma, ha fatto appello al dem Andrea Orlando, ex Guardasigilli, avvertendo che «è contrario a logiche autenticamente riformatrici che il Pd si renda corresponsabile di una legislazione marcatamente incostituzionale», perché collide con i principi della «funzione rieducativa della pena e della inviolabilità del diritto di difesa», oltre che della ragionevole durata del processo.

Da subito le indagini inizieranno a spalmarsi sui nuovi termini e prenderebbe forma il processo senza fine


L’Unione delle camere penali

I penalisti hanno definito «falsa» la vulgata che gli effetti della riforma si produrranno anni dopo: «Da subito infatti le indagini inizieranno a spalmarsi sui nuovi termini e prenderebbe così forma il processo senza fine».

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Di Maio e Di Battista non vanno a destra, sono di destra

Per Repubblica i due leader pentastellati stanno riportando il Movimento vicino ai sovranisti. La verità è che sono politici senza arte né parte in cerca di sopravvivenza.

Repubblica annuncia che Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista «riportano a destra il M5s». Ohibò! Siamo di fronte a un evento epocale e inaspettato! Vediamo come possiamo reggere l’effetto d’annuncio di questa rivelazione. Possiamo sopportare il peso e il dolore di questa notizia solo facendo solo affidamento su alcuni dati della realtà.

Il primo è che Di Maio e Di Battista “sono” di destra. Lo sono per tradizione familiare. Di Battista ha il papà più fascista che ci sia in giro, non è una colpa, semmai è divertente leggere le sue dichiarazioni che fanno apparire Alessandra Mussolini una radical chic. Il secondo è che Di Maio e Di Battista senza Matteo Salvini non sarebbero diventati l’uno vice-primo ministro, l’altro l’eterna promessa dei pentastellati con viaggi pagati per scrivere reportage fra i più buffi dell’editoria mondiale.

Terzo perché il mare di cazzate che i due riescono a dire nel corso di una stessa giornata si regge solo se è diretto verso una base talmente arrabbiata e di destra da non badare a quello che i capi dicono, facendosi bastare i loro improperi. Quarto perché i due ragazzi hanno famiglia, Di Battista ha addirittura un figlio, e pensano all’avvenire e come tanti, pure i giornalisti clintoniani, hanno in mente che, per sopravvivere, bisogna patteggiare anzitempo con il vincitore annunciato, cioè quel genio di Matteo Salvini (prosit).

L’ELETTORATO DI DESTRA DEL M5S È GIÀ PASSATO ALLA LEGA

Vanno a destra? Sono di destra. Il loro problema è la somma di più inciampi che troveranno sulla strada. Il primo è che l’elettorato di destra del M5s se ne è già andato. Se non ci fosse Beppe Grillo a salvarlo, Di Maio starebbe già per strada con una busta di plastica in attesa del ritorno dall’Iran di Di Battista.

Salvini ha una politica di accoglienza dei rottami dell’establishment che è l’opposto di quella che usa verso i poveri migranti

Il secondo è che Salvini ha una politica di accoglienza dei rottami dell’establishment che è l’opposto di quella che usa verso i poveri migranti: cioè prende tutto, non bada alla loro storia, alla fedina penale, alla caratura elettorale. Però persino per il leader della Lega è difficile imbarcare questi due personaggi che nel momento cruciale della sua vita politica, approfittando di una sua sbornia estiva, l’hanno scaricato come una escort.

Il contratto di governo tra M5s e Lega che diede vita al governo Conte 1 (foto Claudio Furlan/LaPresse).

Il terzo è che l’elettorato leghista profondo non va molto per il sottile e si becca tutto in vista della vittoria che porterà alla famosa presa del potere, ma Di Maio e Di Battista sono i rappresentanti di quello Stato spendaccione e anti-industriale che ai padroncini del Veneto e della Lombardia fanno venire il sangue alla testa.

DI MAIO E DI BATTISTA DIVENTERANNO PERSONAGGI DA ROTOCALCO

La conclusione di queste considerazioni è che la notizia non c’è, ma ha fatto bene l’erede di Ezio Mauro (quanto ci manchi!) a darla. Per una ragione. La sinistra deve cercare, visto che si è imbarcata nell’avventura del Conte 2, di trarre più sangue dalle rape di questo governo, ma deve soprattutto armarsi per il futuro, per rendere onorevole la sconfitta e prepararsi, nei mesi successivi a un governo di destra che Salvini porterà rapidamente al crollo, a ereditare il consenso di delusi e di chi con i nuovi movimenti sposterà la pubblica opinione civile italiana.

Senza Grillo Di Maio e Di Battista sono due poveri disgraziati in cerca di sopravvivenza.

Di Maio e Di Battista sono stati inventati da Grillo. Senza Grillo sono due poveri disgraziati in cerca di sopravvivenza. Già li vedo gli articoli dei rotocalchi su di loro, fra qualche anno, quando con foto e pezzi di colore racconteranno le miserie di due che erano arrivati al successo e l’hanno sprecato.

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Trovata l’intesa per le norme sugli appalti nel decreto fiscale

La stretta, con l'obbligo di presentare l'F24 da parte del committente, scatterà sulle commesse che superano i 200 mila euro, con un faro su quelle ad alto impiego di manodopera.

Trovata l’intesa nella maggioranza per rivedere le norme per il versamento delle ritenute negli appalti del decreto fiscale: la stretta, con l’obbligo di presentare l’F24 da parte del committente, scatterà sulle commesse che superano i 200 mila euro, con un faro su quelle ad alto impiego di manodopera. Esentate le imprese che non hanno pendenze col fisco e che sono attive da più di tre anni. L’ok alla modifica è atteso in giornata, quando la Commissione Finanze tornerà a riunirsi con l’obiettivo di chiudere l’intero provvedimento.

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