Mes, il presidente dell’Eurogruppo: «Non vedo ragioni per cambiare il testo»

Il portoghese Mario Centeno gela l'Italia. La firma del nuovo Trattato avverrà «all'inizio del prossimo anno».

«Non vediamo ragione per cambiare testo» del Mes: lo ha detto il presidente dell‘Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno. «Il dibattito è in corso, oggi faremo un altro passo importante e poi aggiusteremo le necessità di dibattito che sono presenti» nei nostri Paesi, ha aggiunto.

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Centeno ha anche annunciato che la firma del nuovo Trattato avverrà «ad inizio del prossimo anno». Secondo quanto si apprende, infatti, dopo l’accordo in Eurogruppo e all’Eurosummit serve tempo ulteriore, circa un paio di mesi, per tradurre i testi nelle diverse lingue.

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Sulla prescrizione Renzi minaccia l’asse con Forza Italia

Il leader di Italia viva torna all'attacco: «Bonafede può cambiare la sua legge, non le nostre idee». E ipotizza il voto al ddl Costa in caso di mancato accordo.

«Volere una giustizia senza fine significa proclamare la fine della giustizia. E non abbiamo cambiato idea». Lo dice Matteo Renzi, intervistato dal Messaggero, in merito alla prescrizione: «Ora ci sono due alternative: la prima è che la nuova maggioranza trovi una soluzione. E sarebbe meglio. Se non accadrà noi non ci inchineremo al populismo giudiziario imperante. E dunque, se non ci sarà accordo, voteremo il ddl di Enrico Costa, persona saggia e già viceministro alla Giustizia del mio governo. Bonafede può cambiare la sua legge, se vuole, ma non può pretendere di cambiare le nostre idee».

«IL PD NON TEME LE URNE, MA FOLLEMENTE CI SPERA»

Sui timori che voglia staccare la spina per votare a marzo, l’ex premier chiarisce: «Non è un timore del Pd, ma una loro (folle) speranza. Una parte del Pd sogna le urne, invocandola con lo stesso giubilo con cui hanno anticipato le elezioni in Umbria, condannandosi a una clamorosa sconfitta. Fosse per me si voterebbe nel 2023. Ma non l’ha ordinato il dottore di stare tutti insieme. Chi vuole rompere deve solo dirlo». Parlando dei rapporti tra Conte e Di Maio, rileva: «Che i due non si salutino non mi interessa: devono governare il Paese, non andare a cena fuori. La vera domanda non è se sono ancora amici, ma se sono in grado di rappresentare l’Italia. Quanto a Di Battista: capisco che voglia tornare in parlamento per sue ovvie esigenze personali e quindi cerchi ogni pretesto per rompere. Ma questo governo è nato in quanto europeista e dunque Di Battista semplicemente non rileva. Se vogliono andare contro l’Europa, hanno sbagliato alleato: potevano tenersi Salvini».

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Bechis apparecchia il tavolo sovranista. Ed è subito Pera

Il direttore del Tempo ha organizzato un convegno sull'Europa con (e per) Salvini. Tra gli ospiti anche l'ex presidente del Senato. Vedi mai che alle prossime elezioni spunti un seggio a Palazzo Madama?

Dopo Bruno Vespa, che ha scritto il suo solito libro di fine autunno sull’impossibilità che ritorni il fascismo con il neanche troppo velato effetto di assolvere politicamente Matteo Salvini – che infatti ha sostituito Silvio Berlusconi, tradizionalmente sempre presente, nella pomposa presentazione del medesimo volume – ora tocca a Franco Bechis darsi da fare per dare una mano al capo della Lega

UNA CONFERENZA SALVINIANA

Il direttore del Tempo ha infatti organizzato nel pomeriggio del 4 dicembre un evento a Roma dal titolo eloquente «Il ratto di Europa. Obiettivi dei padri, delusione dei figli», di cui Salvini sarà ospite d’onore. Ma l’operazione è salviniana non solo per il contenuto, decisamente critico verso l’Unione europea, ma anche per l’ingaggio di qualche personalità di spicco che, nel vuoto pneumatico di uomini spendibili che ruotano intorno all’ex ministro degli Interni, potrebbero far molto comodo a Salvini. 

GERVASONI, IL PROF SOVRANISTA

Il primo è il professor Marco Gervasoni, noto alle cronache per essere stato allontanato dall’insegnamento alla Luiss – e infatti viene presentato come docente all’Università del Molise – per un tweet in cui sosteneva la necessità di affondare la nave della ong Sea Watch. Dato più in sintonia con Giorgia Meloni che con Salvini, il docente sovranista – che non a caso non scrive più sul Messaggero, di cui è stato a lungo editorialista – si sarebbe molto avvicinato a quest’ultimo per il quale svolgerebbe un ruolo di maître à penser.

RIAPPARE CARLO MALINCONICO

Il secondo è anche lui un epurato: il giurista Carlo Malinconico. Già sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Monti con delega all’editoria, tema di cui era esperto per aver fatto il presidente della Fieg, dovette dare le dimissioni (gennaio 2012) per un polverone mediatico sollevato dalla notizia che era stato omaggiato di alcuni soggiorni all’hotel Il Pellicano di Porto Ercole pagati dall’imprenditore Francesco De Vito Piscicelli in cambio di presunti favori. Da quel momento Malinconico è uscito dalla scena pubblica e fa l’avvocato avendo aperto uno studio proprio. Ma ora viene dato di nuovo in pista proprio grazie a Salvini. 

PERA SI AVVICINA A SALVINI?

Ma è il terzo nome quello che fa più scalpore: Marcello Pera. L’ex presidente del Senato, da tempo politicamente in sonno, ha interrotto ogni rapporto con Silvio Berlusconi e si è avvicinato ad alcuni ambienti ecclesiastici nonostante un tempo fosse un professore seguace di Karl Popper. Ora si dice che sia monsignor Rino Fisichella sia il direttore del Tempo abbiano fatto in modo che Pera e Salvini si parlino. Vedi mai che alle prossime elezioni rispunti un seggio senatoriale per l’ex presidente di palazzo Madama?

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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E ora serve un bel “vaffa” di Zingaretti a Di Maio

Farsi imbottigliare dalle stupidaggini del M5s, che continua a guardare verso destra, è un errore fatale. Meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri.

La cronaca politica propone due domande: ma che cosa vogliono Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista? Ovvero vogliono qualcosa? L’unica cosa chiara è che i due baciati in fronte da Beppe Grillo hanno il terrore di finire male.

Per loro finire male significa uscire dall’orbita reale, per l’uno, potenziale per l’altro, del governo. E oggi l’orbita del governo ruota attorno a Salvini-Meloni.

L’altra paura è che hanno la matematica certezza che se non fanno ammuina il loro movimento arriva alle elezioni “sminchiato”, quindi con pochi voti e probabilmente senza quelli che potrebbero eleggere l’uno e l’altro o l’uno o l’altro.

DI MAIO E DI BATTISTA CONTINUANO A GUARDARE A DESTRA

Era sembrato, nelle scorse settimane, che Beppe Grillo riuscisse a portare i pentastellati fuori dall’attrazione pericolosa della destra. Grillo aveva addirittura immaginato di progettare cose in comune con il Pd. Di Maio e Di Battista, e forse Casaleggio, hanno detto di “sì”, ma si sono mossi lungo la strada opposta. Nessuno di noi sa se Matteo Salvini e soprattutto la sua temibile competitrice Giorgia Meloni vorranno aggregare questi due giovani cadaveri della politica nel governo che faranno dopo le elezioni, tuttavia Di Maio e Di Battista, fedeli figli di cotanti padri di destra, cercano da quelle parti la soluzione che li porti ad una più che dignitosa sopravvivenza economica.

Quando cadrà il governo Conte sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto

Il dramma dei cinque stelle, nati sulla base di una cultura che definimmo populista, di decrescita felice, di guerra alla democrazia rappresentativa, è che oggi sono il nulla assoluto. Da quelle parti ci sono solo “no”, sulle cose che capiscono, e ancora “no” su quelle che non capiscono. E tutto ciò accade mentre gran parte del loro elettorato è scappato e altro andrà via quando cadrà il governo Conte e sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto, una sistemazione, una cosa per campare. Sta arrivando il momento in cui la voracità della destra riuscirà a cancellare l’episodio grillino.

LA SINISTRA DEVE MOLLARE IL M5S PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

Chi di noi analizzò il fenomeno dei cinque stelle non in base alla composizione sociale ma in relazione alla cultura che esprimevano e alla direzione di marcia che avevano preso, non sono sorpresi né dalla svolta a destra né dalla loro prossima fine. Questo non vorrà dire che il sistema politico si sistemerà. La pattuglia grillina nel prossimo parlamento, a meno che non vengano fatti fuori Di Maio e i suoi e che Di Battista vaghi a fare niente per il mondo, sarà il più massiccio episodio di ascarismo parlamentare. «Accattataville».

Manifestazione delle Sardine in Piazza Duomo a Milano.

Salvini dovrà far digerire ai suoi il ritorno dei traditori, per giunta statalisti. La Meloni non li ha mai sopportati. Resta la sinistra che tarda a comprendere che farsi imbottigliare dalle stupidaggini di Di Maio e Salvini su un fondo salva Stati che quei due conoscevano e che, lo vogliano o no, ci sarà, è un errore, meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri. Perché l’unica campagna elettorale che si può fare richiede di rubare alle sardine il tema della civiltà politica e alla destra “sovranista e antitaliana” la questione dell’onore della patria che la destra attuale vorrebbe nuovamente serva di una potenza straniera.

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Da Conte arriva un’apertura al rinvio del Mes

Il premier parla a margine del vertice Nato e spiega: «Non firmo cambiali in bianco, ma basta propaganda». Di Maio: «Nessuna crisi di governo».

Non esclude un rinvio, o un accorgimento per far coincidere l’entrata in vigore del Mes con altre riforme, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che parla a diversi quotidiani a Londra, a margine del summit Nato. Al Corriere della Sera il premier spiega che «ci stiamo muovendo in una logica di pacchetto», che significa che «il progetto comprende unione bancaria e monetaria: è giusto che l’Italia si esprima solo quando avrà una valutazione complessiva su dove si sta andando, io ancora non ho firmato nulla, tanto meno una cambiale in bianco. Già domani si entrerà nel vivo sul dossier dell’unione bancaria, io non ho nessuna intenzione di firmare in bianco».

«NIENTE RICATTI NÉ FIGURACCE»

Nessuna figuraccia per l’Italia, aggiunge Conte: «Nemmeno per sogno, ci sono 19 Paesi che stanno scrivendo una riforma, c’è una sintesi nazionale da fare e poi una europea» e «non è un ricatto», «state sicuri che non ci faremo fregare». Non esclude un rinvio sul Mes, ma osserva: «Abbiamo evitato già tante insidie, io non ho abbracciato in parlamento fideisticamente il Mes», ma bisogna evitare «la fanfara propagandistica che fa salire lo spread». Conte parla anche a Fatto Quotidiano e Stampa, e a proposito del post di Di Maio che rivendica per il M5s il ruolo di ago della bilancia, sottolinea che «la volontà del Movimento 5 stelle sarà assolutamente determinante», ma «come presidente del Consiglio aggiungo che anche le altre forze politiche di maggioranza possono dire che senza i loro voti non si fa nulla».

DI MAIO: «MAI PARLATO DI CRISI DI GOVERNO»

Lo stesso Di Maio che di lì a poco ha chiarito: «Non ho mai parlato di crisi di governo, semplicemente chiediamo un rinvio per migliorare questo meccanismo. La cosa incredibile è che noi assistiamo a una Lega che attacca su questo fondo quando tutto questo è patito dal governo Berlusconi-Lega, alla faccia dei sovranisti»

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Nuovi concorsi per la scuola per 50 mila nuove assunzioni

In arrivo un bando ordinario e uno straordinario e poi una mobilità volontaria per chi è nelle graduatorie di merito. E una seleizione per i prof di religione.

Un concorso ordinario e uno straordinario per l’assunzione di quasi 50 mila docenti, un nuovo concorso per gli insegnanti di religione cattolica dopo 15 anni dall’ultimo, riapertura delle graduatorie di terza fascia, esclusione della rilevazione delle impronte per certificare la presenza dei presidi e del personale ausiliario. Queste e altre novità sono contenute nell’approvazione del decreto legge in materia di reclutamento del personale scolastico e degli enti di ricerca avvenuta alla Camera. Il testo passa all’esame del Senato.

I CONCORSI

Nello specifico, viene ampliata la platea di coloro che potranno partecipare al concorso straordinario per l’assunzione di 24.000 insegnanti: possono candidarsi adesso sia i docenti che abbiano maturato servizio nei percorsi di Istruzione e formazione professionale (IeFP), sia coloro che abbiano effettuato una delle tre annualità richieste dall’anno scolastico 2008/2009, sia chi sta svolgendo nell’anno in corso la terza annualità di servizio. Inoltre, viene inserito il coding tra le metodologie didattiche da acquisire nell’ambito dei crediti formativi o durante il periodo di formazione e prova legato al concorso. Vengono poi riaperte le graduatorie di terza fascia con proroga fino all’anno scolastico 2022/2023. Oltre al concorso straordinario, verrà poi bandito un concorso ordinario.

LE GRADUATORIE

Arriva una mobilità volontaria per quei docenti presenti nelle Graduatorie di Merito degli ultimi concorsi, che potranno così spostarsi (in coda a chi è già in quella regione) in regioni dove c’è possibilità di essere assunti in tempi più brevi. Le graduatorie di istituto si trasformano in graduatorie provinciali; i soggetti inseriti in queste graduatorie dovranno comunque indicare un massimo di 20 scuole.

I DIRIGENTI SCOLASTICI

Viene abolita la norma che prevedeva l’obbligo di rilevare la presenza dei dirigenti e del personale Ata con impronte biometriche. Saranno inoltre assunti 146 ispettori; la procedura di internalizzazione dei servizi di pulizia è stata articolata meglio: per i cosiddetti ex Lsu, si stabilisce una proroga tecnica di due mesi per consentirne la stabilizzazione.

I PROF DI RELIGIONE

Dopo quindici anni dal precedente, arriva un concorso per insegnanti di religione cattolica; la quota riservata al personale in servizio da più di tre anni è del 50%.

NUOVI PROF PER QUOTA 100

Si prevede di recuperare oltre 9.000 cattedre dai pensionamenti avvenuti con quota 100, dando più insegnanti stabili al sistema. Sono cattedre che andranno a chi ne aveva diritto: docenti che si trovano nelle graduatorie a esaurimento, vincitori e idonei di concorso.

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La manovra slitta: in Aula al Senato lunedì 9 dicembre

Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia sul testo.

Slitta l’approdo della manovra nell’Aula del Senato, inizialmente previsto per il pomeriggio del 3 dicembre. La legge di bilancio, secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei capigruppo, arriverà a Palazzo Madama per l’inizio della discussione lunedì 9 a mezzogiorno. Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia.

Il ritardo potrebbe dipendere non solo dalle tensioni nella maggioranza sulla riforma del Mes, ma anche dalla necessità di trasferire in manovra il provvedimento urgente che riguarda Alitalia, necessario per sbloccare il prestito-ponte all’ex compagnia di bandiera.

La norma, infatti, non confluirà nel decreto fiscale, per evitare un ulteriore allungamento dei tempi della sua conversione in legge.

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La manovra slitta: in Aula al Senato lunedì 9 dicembre

Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia sul testo.

Slitta l’approdo della manovra nell’Aula del Senato, inizialmente previsto per il pomeriggio del 3 dicembre. La legge di bilancio, secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei capigruppo, arriverà a Palazzo Madama per l’inizio della discussione lunedì 9 a mezzogiorno. Il giorno successivo ci si aspetta che il governo ponga la questione di fiducia.

Il ritardo potrebbe dipendere non solo dalle tensioni nella maggioranza sulla riforma del Mes, ma anche dalla necessità di trasferire in manovra il provvedimento urgente che riguarda Alitalia, necessario per sbloccare il prestito-ponte all’ex compagnia di bandiera.

La norma, infatti, non confluirà nel decreto fiscale, per evitare un ulteriore allungamento dei tempi della sua conversione in legge.

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Anche Romano Prodi dà il suo sostegno alle Sardine

L'ex presidente del Consiglio spende parole di elogio per il neonato movimento: «Chiedono toni civili, la gente è stufa delle tensioni».

Dopo l’ennesimo successo di piazza per le Sardine arriva anche un “endorsement” di peso, quello dell’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. «La gente è perplessa sulle tensioni che si hanno: d’altra parte non avevo mai visto in vita mia una grande manifestazione che inneggia alla civiltà dei toni», ha detto Prodi parlando dei pienoni fatti registrare dalle Sardine. «Questo quindi vuol dire che la durezza del dibattito, indipendentemente dai contenuto del dibattito, comincia a stancare», ha aggiunto l’ex premier a margine di un convegno a Firenze su Carlo Azeglio Ciampi.

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La battaglia politica e sindacale contro i tagli di Unicredit

Il Pd sugli 8 mila esuberi: «Inaccettabile, faremo di tutto per ridurli». La Cisl parla di «schiaffo» e annuncia una lotta «durissima» contro la «linea irresponsabile» dell'ad Mustier. Le reazioni.

In Borsa il piano lacrime e sangue di Unicredit è stato accolto bene. Politicamente molto meno. Il Partito democratico se l’è presa direttamente con l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier che aveva promesso di agire in modo socialmente responsabile: «Ma quale responsabilità sociale? Il piano che Unicredit ha annunciato è una mannaia orientata alla maggiore creazione di valore per gli azionisti, senza alcun riguardo al capitale umano dei lavoratori», ha scritto in una nota Pietro Bussolati della segreteria nazionale Pd.

IL PD SI SCHIERA «AL FIANCO DEI LAVORATORI»

Secondo i dem «non è accettabile che il nostro Paese sia destinato a sostenere la parte più consistente degli esuberi: gli 8 mila tagli del personale Unicredit si concentreranno soprattutto in Italia, Germania e Austria. Numeri da capogiro che Mustier ha snocciolato giustificando l’obiettivo da perseguire: 16 miliardi di valore per i soci. Siamo al fianco dei sindacati e dei lavoratori e faremo tutto il possibile affinché gli esuberi previsti per l’Italia siano ridotti il più possibile».

LA MINISTRA CATALFO: «CAPIAMO COSA STA ACCADENDO»

Nunzia Catalfo, ministra del Lavoro, a differenza dei mercati è stata sorpresa dalla notizia: «Vediamo di capire cosa sta avvenendo e di intervenire nel caso in cui ci dovessero essere esuberi, ma speriamo che non ce ne siano». Il problema è che il piano li prevede, nero su bianco, per il triennio 2020-2023. La ministra ha detto che preferirebbe «evitare di intervenire in emergenza, ma prevenire le crisi. Questo attraverso un osservatorio sul mercato del lavoro che inizi a studiare i settori in Italia sui quali si investe e quelli che sono in sofferenza e quindi anticipare le crisi».

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Il palazzo di Unicredit a Milano. (Ansa)

I SINDACATI: «MUSTIER PENSA SOLO AI COSTI E NON AI RICAVI»

Anche i sindacati sono pronti a mobilitarsi. Il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani ha parlato di «schiaffo ai lavoratori che con i loro sacrifici hanno consentito alla banca di superare i momenti difficili che si sono succeduti negli ultimi anni». Si delinea dunque «un colpo durissimo al lavoro a esclusivo vantaggio del capitale». Per Colombani è la dimostrazione che «l’unica logica che muove il gruppo è quella del taglio dei costi. Lo avevamo già capito quando sono state cedute Pekao, Pioneer e Fineco: per Mustier fare ricavi è secondario. Unicredit non pensi che i sindacati accettino una nuova ondata di esuberi: faremo una battaglia durissima».

Non si possono scaricare ancora una volta sui lavoratori i costi di una ristrutturazione aziendale


Annamaria Furlan della Cisl

Anche la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, ha attaccato la «linea irresponsabile» della banca: «Non si possono scaricare ancora una volta sui lavoratori i costi di una ristrutturazione aziendale come prevede il nuovo piano industriale di Unicredit, una fredda operazione contabile che il sindacato non può accettare».

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Sulla prescrizione il governo ha respinto l’offensiva del centrodestra

No dell'Aula della Camera alla richiesta d'urgenza per l'esame della proposta di legge del forzista Costa. Maggioranza compatta, Italia viva non partecipa alla votazione.

No dell’Aula della Camera alla richiesta d’urgenza per l’esame della proposta di legge Costa in materia di prescrizione presentata da Forza Italia e che vuole annullare la riforma Bonafede. I deputati di Italia viva non hanno partecipato alla votazione. La richiesta è stata bocciata con 245 no, 219 sì e due astenuti. Il governo ha votato compatto, col Movimento 5 stelle che ha applaudito all’operato del Partito democratico. «Il fatto che il Pd abbia votato contro l’urgenza della pdl Costa per rinviare l’entrata in vigore della riforma della prescrizione è un segnale che accogliamo con piacere. Adesso concentriamoci con unità di intenti sulla riforma che dimezza i tempi del processo penale».  I renziani, dopo aver minacciato di votare a favore, hanno scelto di non partecipare al voto: «Riconosciamo l’urgenza e la riconoscono avvocati in sciopero e magistrati fuori dal parlamento», hanno annunciato i deputati Iv in una nota. «Per non creare divisioni pretestuose nella maggioranza ed evitare strumentalizzazioni su un voto procedurale, ci limitiamo a non votare. Chiediamo al governo subito una soluzione, perché ogni discussione su prescrizione e riforma processo penale è ferma».

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Sulla prescrizione il governo ha respinto l’offensiva del centrodestra

No dell'Aula della Camera alla richiesta d'urgenza per l'esame della proposta di legge del forzista Costa. Maggioranza compatta, Italia viva non partecipa alla votazione.

No dell’Aula della Camera alla richiesta d’urgenza per l’esame della proposta di legge Costa in materia di prescrizione presentata da Forza Italia e che vuole annullare la riforma Bonafede. I deputati di Italia viva non hanno partecipato alla votazione. La richiesta è stata bocciata con 245 no, 219 sì e due astenuti. Il governo ha votato compatto, col Movimento 5 stelle che ha applaudito all’operato del Partito democratico. «Il fatto che il Pd abbia votato contro l’urgenza della pdl Costa per rinviare l’entrata in vigore della riforma della prescrizione è un segnale che accogliamo con piacere. Adesso concentriamoci con unità di intenti sulla riforma che dimezza i tempi del processo penale».  I renziani, dopo aver minacciato di votare a favore, hanno scelto di non partecipare al voto: «Riconosciamo l’urgenza e la riconoscono avvocati in sciopero e magistrati fuori dal parlamento», hanno annunciato i deputati Iv in una nota. «Per non creare divisioni pretestuose nella maggioranza ed evitare strumentalizzazioni su un voto procedurale, ci limitiamo a non votare. Chiediamo al governo subito una soluzione, perché ogni discussione su prescrizione e riforma processo penale è ferma».

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Bocciato l’emendamento contro il reddito di cittadinanza ai terroristi

Forza Italia voleva togliere l'assegno a chi lo percepisce mentre sta scontando ancora la pena: «Specialmente per reati come l'omicidio, la pedofilia, la violenza sessuale». La maggioranza ha respinto la proposta di modifica.

Mentre si discute sull’efficacia del reddito di cittadinanza c’è una delicata questione proprio legata alla misura bandiera del Movimento 5 stelle introdotta dal governo gialloverde che rischia di diventare un caso politico. Quella dell’assegno percepito dai condannati per terrorismo. Che dovrebbe restare così com’è.

PROPOSTA DELL’AZZURRA GIAMMANCO

Gabriella Giammanco, vice presidente del gruppo Forza Italia al Senato, ha infatti spiegato che l’emendamento che ha presentato alla legge di Bilancio per togliere il reddito a certi tipi di condannati è stato respinto dalla maggioranza in Commissione: «Ora dovranno giustificarlo agli italiani».

I CASI DI CRONACA TRA CONTRABBANDIERI E PORSCHE

La Giammanco ha detto che «il reddito di cittadinanza è una misura che fa acqua da tutte le parti, come i casi di cronaca (tra contrabbandieri di sigarette e spacciatori con la Porsche pagati dallo Stato, ndr) hanno dimostrato. Tra tutte le falle credo che la più ingiusta e assurda sia quella che consente ai terroristi di percepirlo mentre stanno ancora scontando la loro pena».

LA POLEMICA PER LA VICENDA DELL’EX BR

A settembre 2019 fece discutere la vicenda di Federica Saraceni, ex brigatista, agli arresti domiciliari e col reddito di cittadinanza. Ma per l’Inps era tutto in regola: i requisiti reddituali, patrimoniali e occupazionali c’erano.

Ci sarebbe stato un risparmio per le casse dello Stato che sarebbe andato al fondo per le politiche attive del lavoro


Gabriella Giammanco di Forza Italia

Ora la parlamentare azzurra voleva privare dell’assegno «chi si è macchiato di reati particolarmente odiosi, come l’omicidio, la pedofilia, la violenza sessuale». Ma «la bocciatura dell’emendamento è surreale, considerato anche il fatto che avrebbe comportato un risparmio per le casse dello Stato che sarebbe andato al fondo per le politiche attive del lavoro. Una scelta simbolica, ma anche etica, un aiuto concreto ai tanti lavoratori disoccupati che non cercano elemosine ma un lavoro vero».

DI MAIO: «CHI CRITICA LA MISURA NON CONOSCE LA VITA REALE»

Il capo politico del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio però da sempre difende il provvedimento, come quando ha postato il messaggio che gli ha inviato una donna di 39 anni: «Ogni giorno talk-show, tg e pseudo-opinionisti fanno a gara per attaccare il reddito di cittadinanza e lo fanno perché non conoscono la vita reale, perché non sanno cosa vuol dire non avere i soldi per curarsi o curare il proprio figlio, perché non gli sono mai mancati i soldi per mangiare».

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La proposta di nozze del deputato Di Muro era una messinscena

Il leghista che ha chiesto alla fidanzata di sposarlo durante una seduta della Camera aveva già organizzato il matrimonio da tempo. Con tanto di festa e chiesa prenotata.

Forse la Camera dei Deputati non è il luogo più adatto per una proposta di matrimonio. Sicuramente non lo è se la dichiarazione è una messinscena fatta per puro spettacolo, a favore di telecamere durante una seduta del parlamento dedicata ai fondi per i terremotati. È stato accertato da Corriere e La Stampa che la proposta del leghista Flavio Di Muro con tanto di anello non era altro che una montatura: il matrimonio era già stato concordato da mesi e la futura sposa aveva già dato il suo sì.

«Si scopre oggi con certezza, infatti, che il matrimonio tra il deputato ventimigliese e la sua compagna, era in realtà previsto e fissato da tempo», scrive il quotidiano torinese, «e dunque Elisa il suo “sì” lo aveva evidentemente già ribadito nei mesi scorsi. Risulta infatti prenotato, addirittura dallo scorso settembre, il ristorante: “U Cian”, di Isolabona. I fidanzati hanno anche effettuato il lungo percorso prematrimoniale con don Salvatore: concluso insieme ad altre cinque coppie, giusto domenica sera. E la data della cerimonia? Decisa pure quella. Il matrimonio sarà in Cattedrale il prossimo 5 settembre».

LA REPLICA: «GESTO SPONTANEO»

Ci si chiede allora il perché del gesto, una prima assoluta a Montecitorio. «Io ed Elisa stiamo insieme da sei anni ed è ovvio che di matrimonio avessimo già parlato in passato», si è giustificato il deputato, «ma non le avevo mai fatto la dichiarazione ufficiale di matrimonio o dato l’anello. Ho scelto di farlo in quel contesto, in modo spontaneo e genuino». Con tutto già fissato per il grande giorno, c’è per lo meno da aspettarsi che conoscesse già la risposta alla sua dichiarazione.

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Nel M5s Di Battista in soccorso di Di Maio contro il Mes

Dopo il gelo con Conte, il capo politico grillino rialza la testa: «Si firma tutto il pacchetto del Salva-Stati. Saremo noi a decidere se e come passa». E Dibba approva sui social. Ma il Pd: «Non è un governo monocolore». Salvini: «Trattato non emendabile, da bloccare».

Nel day after sul Mes Luigi Di Maio ha provato a rialzare la testa. Dopo l’informativa alle Camere, il gelo col premier Giuseppe Conte e il clima da separati in casa nel governo, con lo spauracchio della crisi che riaffiora costantemente, il capo politico del Movimento 5 stelle è intervenuto su Facebook: «Conte ha detto che tutti i ministri sapevano di questo fondo. Sapevamo che il Mes era arrivato a un punto della sua riforma, ma sapevamo che era all’interno di un pacchetto, che prevede anche la riforma dell’unione bancaria e l’assicurazione sui depositi. Per il M5s queste tre cose vanno insieme e non si può firmare solo una cosa alla volta».

DI BATTISTA: «COSÌ NON CONVIENE ALL’ITALIA»

Col ministro degli Esteri si è schierato anche un altro “big” grillino, Alessandro Di Battista, lui che è stato “accusato” di voler spostare il M5s verso destra proprio assieme a Di Maio. E in un commento social Dibba ha appoggiato la linea del capo: «Concordo. Così non conviene all’Italia. Punto».

DI MAIO: «SIAMO L’AGO DELLA BILANCIA»

Di Maio tra le altre cose ha spiegato che «il M5s dice che c’è una riforma in corso, prendiamoci del tempo per fare delle modifiche che non rendano questo fondo un pericolo. Siamo al governo. Questo significa che abbiamo la possibilità, ma anche la responsabilità, di agire per migliorare le cose». E infine: «Il M5s continua a essere ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma del Mes».

MA IL PD LO FRENA: «NON È UN GOVERNO MONOCOLORE»

Non ha proprio la stessa idea degli equilibri di maggioranza il capogruppo del Partito democratico al Senato, Andrea Marcucci. Che intervistato da La Stampa sui pericoli di rottura ha detto: «Inutile ignorare i rischi, io però scommetto sul buon senso». E con Di Maio cosa sta accadendo? «Avute le necessarie spiegazioni dal premier sull’iter del provvedimento, si ravveda. Se non lo facesse, sarebbe chiamato a trarne le conseguenze sulla vita del governo», ha risposto Marcucci, ricordando che «il M5s non è alla guida di un monocolore, questo è un governo di coalizione, dove le posizioni di tutta la maggioranza devono essere tenute in considerazione».

SALVINI: «DA BRUXELLES DICONO CHE IL TRATTATO È CHIUSO»

Dal centrodestra Matteo Salvini ha tenuto la sua linea parlando da Bruxelles: «La nostra posizione è quella dei cinque stelle, il trattato così come è non è accettabile, va visito, ridiscusso, ridisegnato, emendato, che è l’esatto contrario di quello che arrivava da Bruxelles dicendo il pacchetto è chiuso. Mi sembra che il premier abbia diversi problemi, non lo invidio».

Siamo contro le modifiche, dal nostro punto di vista il trattato sul Mes non è emendabile, è da bloccare e punto


Matteo Salvini

Poi ha chiuso ulterioremente ogni margine di trattativa: «Noi non abbiamo cambiato posizione rispetto a sette anni fa, eravamo contro allora e siamo contro le modifiche oggi, dal nostro punto di vista il trattato sul Mes non è emendabile, è da bloccare e punto. Quando parlavo di emendabilità riportavo le parole del vice capogruppo dei cinque stelle Silvestri che esprimeva tutti i suoi dubbi alla Camera. Per noi è una esperienza chiusa, che non è utile né modificare né ripetere».

«NESSUNO MI HA MOSTRATO IL TESTO CON LE MODIFICHE»

Prima, su Rai Radio1 a Radio anch’io, aveva detto: «Stiamo parlando di un trattato che coinvolge 124 miliardi di euro degli italiani con delle regole di distribuzione e di prestito a decenni che in questo momento andrebbero ad avvantaggiare il sistema economico e bancario tedesco. Nessuno mi ha mai fatto vedere il testo delle modifiche di questo trattato. Io non ho mai letto il testo ed è grazie a noi che ne stiamo parlando altrimenti Conte e Gualtieri non sarebbero mai venuti in Aula. Il parlamento deve poter intervenire su quel testo».

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Francesco Caio consulente del governo con ArcelorMittal

L'ex numero uno di Poste scelto dai giallorossi per negoziare con i franco-indiani sul futuro dell'ex Ilva di Taranto. Il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli: «Manager di valore che può trattare nell'interesse dello Stato». Da Saipem a Lehman Brothers, passando per il suo super stipendio contestato: la carriera.

Un dirigente di esperienza per negoziare con ArcelorMittal sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. La scelta del governo è ricaduta su Francesco Caio, presidente del consiglio di amministrazione di Saipem ed ex amministratore delegato di Poste italiane. A lui l’incarico di consulente dei giallorossi per trattare con i franco-indiani.

«MANAGER ITALIANO DI COMPROVATO VALORE»

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha confermato a Radio 24: «È un manager italiano di comprovato valore. Ritengo abbia la capacità di trattare nel pieno interesse dello Stato» e questo «potrebbe essere utile al Paese». In vista dell’incontro di mercoledì 4 dicembre al Mise Patuanelli ha poi spiegato che «ai sindacati illustreremo, insieme all’azienda, l’attuale situazione: stiamo cercando di capire se c’è una soluzione di continuità produttiva, che però non può restare ancorata alle modalità produttive di prima».

SCELTO ANCHE DA LETTA COME MISTER DIGITALE

Non è la prima volta che Caio lavora per il governo italiano. Nel 2013 fu scelto da Enrico Letta come responsabile dell’agenda digitale. Un’altra collaborazione è datata 2009. Caio è stato a Omnitel, Olivetti, Indesit prima di trasferirsi all’estero con gli incarichi di Ceo di Cable & Wireless e di vice chairman di Nomura e Lehman Brothers. Nel 2014 il suo nome spuntò anche nella partita per Finmeccanica. Ma rimase un’ipotesi.

LA GUIDA DI POSTE E QUELLA CONTESTAZIONE SULLO STIPENDIO

In quell’anno andò a guidare invece Poste e nel 2015 fu vittima di una dura contestazione dei suoi dipendenti, tra urla, proteste e insulti. Nel mirino c’era la politica industriale del manager. Quando alla domanda «quanto prende lei?» Caio rispose «guadagno 1 milione e 200 mila euro», si scatenò ulteriormente il parapiglia per quel salario da 100 mila euro al mese contro lo stipendio medio da 1.200 euro di un dipendente di Poste. Con i tarantini, dovesse capitare un confronto, forse è meglio parlare di altro.

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L'ex numero uno di Poste scelto dai giallorossi per negoziare con i franco-indiani sul futuro dell'ex Ilva di Taranto. Il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli: «Manager di valore che può trattare nell'interesse dello Stato». Da Saipem a Lehman Brothers, passando per il suo super stipendio contestato: la carriera.

Un dirigente di esperienza per negoziare con ArcelorMittal sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. La scelta del governo è ricaduta su Francesco Caio, presidente del consiglio di amministrazione di Saipem ed ex amministratore delegato di Poste italiane. A lui l’incarico di consulente dei giallorossi per trattare con i franco-indiani.

«MANAGER ITALIANO DI COMPROVATO VALORE»

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha confermato a Radio 24: «È un manager italiano di comprovato valore. Ritengo abbia la capacità di trattare nel pieno interesse dello Stato» e questo «potrebbe essere utile al Paese». In vista dell’incontro di mercoledì 4 dicembre al Mise Patuanelli ha poi spiegato che «ai sindacati illustreremo, insieme all’azienda, l’attuale situazione: stiamo cercando di capire se c’è una soluzione di continuità produttiva, che però non può restare ancorata alle modalità produttive di prima».

SCELTO ANCHE DA LETTA COME MISTER DIGITALE

Non è la prima volta che Caio lavora per il governo italiano. Nel 2013 fu scelto da Enrico Letta come responsabile dell’agenda digitale. Un’altra collaborazione è datata 2009. Caio è stato a Omnitel, Olivetti, Indesit prima di trasferirsi all’estero con gli incarichi di Ceo di Cable & Wireless e di vice chairman di Nomura e Lehman Brothers. Nel 2014 il suo nome spuntò anche nella partita per Finmeccanica. Ma rimase un’ipotesi.

LA GUIDA DI POSTE E QUELLA CONTESTAZIONE SULLO STIPENDIO

In quell’anno andò a guidare invece Poste e nel 2015 fu vittima di una dura contestazione dei suoi dipendenti, tra urla, proteste e insulti. Nel mirino c’era la politica industriale del manager. Quando alla domanda «quanto prende lei?» Caio rispose «guadagno 1 milione e 200 mila euro», si scatenò ulteriormente il parapiglia per quel salario da 100 mila euro al mese contro lo stipendio medio da 1.200 euro di un dipendente di Poste. Con i tarantini, dovesse capitare un confronto, forse è meglio parlare di altro.

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Perché le bugie di Salvini e Meloni porteranno l’Italia alla rovina

La guerra al Mes ripete un copione già visto che ci isolerà in Europa e causerà divisioni interne. Davanti a questa minaccia, la sinistra dovrebbe avere l'umiltà di unirsi per costruire un muro di resistenza civile.

Matteo Salvini dichiara di saper nulla del Salva Stati di cui ieri si è discusso in parlamento.

Le notizie su quell’accordo inter-Stati, come è stato ben detto durante la trasmissione Tagadà, erano invece sui maggiori giornali quando Salvini era ministro degli Interni con Giuseppe Conte.

Forse in quei giorni aveva già bevuto troppi moijto per sfogliare il Corriere della Sera, che va letto da sobri.

IL POTENZIALE ELETTORATO CREDE ALLE SCIOCCHEZZE DELLA DESTRA

Il guaio è che una gran parte dell’elettorato potenziale crede alle  sciocchezze di Salvini e di Giorgia Meloni dimenticando come i due abbiano nel proprio passato, o comunque in quello dei loro partiti, uno degli episodi più vergognosi e menzogneri della Storia d’Italia. Furono loro che stabilirono (cioè costrinsero il parlamento a votare) che la ragazza di Silvio Berlusconi era la nipote di Mubarak. Anche la battagliera Meloni, fustigatrice di presunte bugie di altri e dimentica delle proprie.

UN COPIONE GIÀ VISTO

Quello che viene fuori in questi giorni dalla destra è una sorta di ripetizione del copione che l’ha portata sulla cresta dell’onda. Si intimoriscono i risparmiatori, si favoleggia contro l’Europa (poi, come fa Salvini, si tratta sottobanco per entrare nel Partito popolare europeo) e quando si sarà fatta strada negli italiani di esser alla rovina si ritornerà sui migranti. La paura della miseria, l’odio verso la casta europea precedono sempre la xenofobia.

LEGGI ANCHE: La svolta moderata di Salvini è una barzelletta

È il copione della destra degli Anni 20 e 30. Ma non faccio paragoni con Mussolini e Hitler. Salvini e Meloni sono su un livello molto più modesto e saranno d’ora in poi impegnati in una battaglia fratricida per la leadership

PER IL PAESE SI AVVICINA UN’ALBA TERRIBILE

Perché è importante sottolineare che Salvini e Meloni sono due politici che dicono cose non vere, che agitano temi in cui non credono, e che addirittura attaccano posizioni da loro difese precedentemente? Per una ragione assai semplice. Perché, con buona pace di Alessandro Campi, politologo raffinatissimo e critico intelligente della sinistra, con questi due imbroglioni l’alba che si avvicina sarà terribile e porterà al governo, ancora una volta, la peggiore classe dirigente del Paese. Forse è bene che noi italiani si beva l’amaro calice fino in fondo. Forse è necessario immaginare scelte politiche, come quella delle Sardine, che sappiano smontare la catena di odio che viene fuori dagli interventi di Meloni e Salvini. Questa Italia che potrebbe uscire dalle prossime elezioni non sarà più un Paese europeo. Forse non sarà più un Paese. Non sarà un Paese europeo perché chi mai potrà fidarsi di questa classe dirigente di incendiari senza progetto? Non sarà un Paese perché la tentazione del potere assoluto tornerà a farsi viva e troverà una riposta adeguata che dividerà gli italiani.

È NECESSARIO COSTRUIRE UN MURO DI RESISTENZA CIVILE

Non capirò mai perché di fronte a questi due incompetenti che rischiano di prendersi l’Italia non si trovi l’umiltà di unirsi a sinistra. Dai giovani, dai movimenti delle donne questa richiesta viene. È un delitto non capirlo: chi vorrà sottrarsi a questo compito di creare un muro di resistenza civile contro la coppia dei facinorosi porterà grandi responsabilità. Loro non ci porteranno al fascismo. Non non ne sono capaci e noi li fermeremo prima. Ma percorreranno fino in fondo la strada dell’isolamento dell’Italia dall’Europa e della divisione degli italiani. Insisto: i pensosi intellettuali di destra sono soddisfatti? Avete un problema.

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Il caso dell’assessore leghista in Umbria condannato per razzismo

Luca Coletto, veneto, nella nuova Giunta Tesei. A Verona finì coinvolto in un episodio di diffusione di idee discriminatorie sui nomadi. Il Pd: «Inaccettabile, persona lontana dalla nostra terra a livello geografico e di valori».

Era stata usata come grimaldello leghista contro il governo giallorosso. E ora l’Umbria, passata al centrodestra con le elezioni regionali 2019, deve già fare i conti con un caso politico che puzza di razzismo.

RACCOLTA FIRME CONTRO UN CAMPO NOMADI

Alla prima riunione della nuova legislatura è approdata all’Assemblea la questione sollevata dal Partito democratico sul nuovo assessore regionale Luca Coletto, leghista veneto al quale sono state affidate tra le altre le deleghe a Salute e Politiche di parità di genere, che venne condannato a due mesi (con tutti i benefici di legge) come allora consigliere provinciale a Verona (insieme con altri cinque esponenti del Carroccio) per l’accusa di diffusione di idee razziste per aver raccolto nell’estate 2001 firme per sgomberare un campo nomadi abusivo in città.

IL PD: «HA LA DELEGA ALLE DISCRIMINAZIONI…»

Secondo il capogruppo del Pd in Assemblea legislativa Tommaso Bori «avere in Giunta una persona che ha subito una condanna è grave, ma una condannata per razzismo è inaccettabile». Poi ha aggiunto: «L’Umbria respinge le idee portate avanti dal nuovo assessore. Chiediamo alla presidente se sapeva o era all’oscuro. La delega alle discriminazioni data a Coletto è un cortocircuito. Mi stupisce il silenzio della presidente circa la condanna dell’assessore Coletto. Avete scelto una persona esterna, lontana dall’Umbria a livello geografico e di valori».

COLETTO: «UN REATO DI OPINIONE»

Coletto ha replicato così: «Sfido a trovare su internet una mia frase razzista. È vero che c’è stata questa condanna, ma è anche vero che si trattava di un reato di opinione. Sono stato riabilitato a esercitare le mie funzioni, tanto che da quell’episodio sono stato assessore regionale alla Sanità del Veneto e anche sottosegretario e nessuno ha mai avuto da ridire».

Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni


Luca Coletto

Coletto ha quindi spiegato di avere avuto una «interlocuzione» sulla vicenda con la presidente della Regione Donatella Tesei: «Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni e non è mai successo nulla».

LA LEGA: «NON PRENDIAMO LEZIONI DAI DEM»

Il senatore della Lega Luca Briziarelli ha risposto così: «Che il Pd pretenda di dare lezioni agli altri su come governare l’Umbria con tutto quello che ha combinato in questi anni, dall’ambiente ai trasporti passando per l’economia è grave, ma che lo faccia in materia di sanità è addirittura offensivo nei confronti dei cittadini e degli operatori onesti che nonostante tutto tengono in piedi la nostra sanità».

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Il caso dell’assessore leghista in Umbria condannato per razzismo

Luca Coletto, veneto, nella nuova Giunta Tesei. A Verona finì coinvolto in un episodio di diffusione di idee discriminatorie sui nomadi. Il Pd: «Inaccettabile, persona lontana dalla nostra terra a livello geografico e di valori».

Era stata usata come grimaldello leghista contro il governo giallorosso. E ora l’Umbria, passata al centrodestra con le elezioni regionali 2019, deve già fare i conti con un caso politico che puzza di razzismo.

RACCOLTA FIRME CONTRO UN CAMPO NOMADI

Alla prima riunione della nuova legislatura è approdata all’Assemblea la questione sollevata dal Partito democratico sul nuovo assessore regionale Luca Coletto, leghista veneto al quale sono state affidate tra le altre le deleghe a Salute e Politiche di parità di genere, che venne condannato a due mesi (con tutti i benefici di legge) come allora consigliere provinciale a Verona (insieme con altri cinque esponenti del Carroccio) per l’accusa di diffusione di idee razziste per aver raccolto nell’estate 2001 firme per sgomberare un campo nomadi abusivo in città.

IL PD: «HA LA DELEGA ALLE DISCRIMINAZIONI…»

Secondo il capogruppo del Pd in Assemblea legislativa Tommaso Bori «avere in Giunta una persona che ha subito una condanna è grave, ma una condannata per razzismo è inaccettabile». Poi ha aggiunto: «L’Umbria respinge le idee portate avanti dal nuovo assessore. Chiediamo alla presidente se sapeva o era all’oscuro. La delega alle discriminazioni data a Coletto è un cortocircuito. Mi stupisce il silenzio della presidente circa la condanna dell’assessore Coletto. Avete scelto una persona esterna, lontana dall’Umbria a livello geografico e di valori».

COLETTO: «UN REATO DI OPINIONE»

Coletto ha replicato così: «Sfido a trovare su internet una mia frase razzista. È vero che c’è stata questa condanna, ma è anche vero che si trattava di un reato di opinione. Sono stato riabilitato a esercitare le mie funzioni, tanto che da quell’episodio sono stato assessore regionale alla Sanità del Veneto e anche sottosegretario e nessuno ha mai avuto da ridire».

Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni


Luca Coletto

Coletto ha quindi spiegato di avere avuto una «interlocuzione» sulla vicenda con la presidente della Regione Donatella Tesei: «Non c’è nulla di che preoccuparsi, da quell’episodio sono passati tanti anni e non è mai successo nulla».

LA LEGA: «NON PRENDIAMO LEZIONI DAI DEM»

Il senatore della Lega Luca Briziarelli ha risposto così: «Che il Pd pretenda di dare lezioni agli altri su come governare l’Umbria con tutto quello che ha combinato in questi anni, dall’ambiente ai trasporti passando per l’economia è grave, ma che lo faccia in materia di sanità è addirittura offensivo nei confronti dei cittadini e degli operatori onesti che nonostante tutto tengono in piedi la nostra sanità».

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