Per la legge di Bilancio 2024 è tempo di affrontare il test del Parlamento. La scadenza per depositare gli emendamenti è fissata per martedì 21 novembre, prima prova per la maggioranza e l’accordo di non presentare modifiche. Non significa che la manovra non cambierà, a partire proprio dal capitolo più caldo delle pensioni per alcune categorie di dipendenti pubblici, fra cui i medici, su cui il governo sta ancora lavorando. Anche gli affitti brevi sono in cima alla lista, mentre sale il pressing bipartisan sul rafforzamento del bonus psicologo.
Tajani: «Credo sulle pensioni si possa aggiustare qualcosa»
Il vincolo delle modifiche possibili solo a saldi invariati resta, ma lo spazio per evitare grossi tagli agli assegni previdenziali nel pubblico per colpa del ricalcolo si troverà, anche se dovesse essere solo temporaneo, cioè limitato al prossimo anno. Così il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani sul tema: «La manovra in Parlamento si può migliorare sicuramente, credo che sulla questione delle pensioni si possa aggiustare qualcosa per impedire che medici e infermieri lascino il lavoro per andare in pensione anticipatamente».
Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani (Imagoeconomica.
La soluzione verso cui si starebbe convergendo è limitare il pesante ricalcolo solo a chi andrà in pensione anticipata grazie al metodo contributivo, salvando chi va via avendo raggiunto l’età massima. L’ipotesi è però legata al nodo delle coperture: per garantire gli stessi risparmi della stretta in manovra (dagli 11,5 milioni netti nel 2024 ai 2,27 miliardi del 2043), la caccia alle risorse è ad ampio raggio e tra le ipotesi ci sarebbe anche un nuovo taglio all’indicizzazione delle pensioni più ricche (oltre 10 volte il minimo).
L’aumento della cedolare secca solo per i secondi immobili affittati
Sugli affitti brevi l’accordo in maggioranza, da trasferire nelle modifiche alla Manovra, prevede che la cedolare secca sulla prima casa messa a frutto rimanga al 21 per cento, e salga al 26 per cento solo dal secondo appartamento affittato. Sempre dagli azzurri c’è anche un altro emendamento per rafforzare con 40 milioni di euro il bonuspsicologo, un tema su cui insiste anche il Pd.
Non è ancora nato formalmente (la data prevista è quella tra il 25 e il 26 novembre) e già la nuova creatura politica promossa dall’inedito duo Gianni Alemanno e Marco Rizzo, costituita per concorrere alle elezioni europee 2024, fa piuttosto scalpore. Creato per occupare uno spazio ben preciso, quello del dissenso – a destra – nei confronti della svolta filo-europea e filo-americana di Giorgia Meloni e – a sinistra – nei confronti della svolta «fucsia e radical chic» (copyright dello stesso Rizzo) del Partito democratico di Elly Schlein, il nuovo movimento, denominato Indipendenza italiana, non rappresenta però, in questo senso, del tutto una novità: la formula del “terzaforzismo” ha avuto, negli anni, svariate concretizzazioni, basti pensare al “movimentismo” trasversale che ha partorito i vari No Tav, No Gronda, No trivelle, No vax, per non parlare, più in generale, del fenomeno No global, che mischiano attivismo di sinistra e rivendicazioni in qualche modo “sovraniste” sul “diritto dei popoli”.
Gianni Alemanno (Imagoeconomica).
Croce celtica, falce e martello
Per restare in Italia, possiamo dire che il terzaforzismo ha colto anche qualche successo, come nel caso del Movimento 5 stelle delle origini, presentatisi sul palcoscenico politico come soggetto «oltre la destra e la sinistra». Niente a che vedere, tuttavia, con Indipendenza italiana, in cui cercano di fondersi due culture antitetiche: quella della destra (sociale) nuda e pura, incarnata dal rautiano di ferro Gianni Alemanno, ma anche da altri esponenti della tradizione più ortodossa, come Fabio Granata e Francesco Toscano, e quella del comunismo irriducibile di Rizzo, presidente onorario del Partito comunista italiano. Non per caso, qualcuno ha parlato di «incontro tra croce celtica e falce e martello». Un incontro che dovrebbe trovare una sintesi nella contrapposizione al nemico comune: il modello neo-liberista «che sta distruggendo le società europee» (Alemanno) e riducendo l’Italia «a colonia americana» (Rizzo).
Marco Rizzo (Imagoeconomica).
Il rossobrunismo ai tempi della Repubblica di Weimar
Per qualificare lo strano coacervo di Indipendenza italiana, si è fatto ricorso al termine di rossobrunismo, richiamando, forse in modo un po’ esagerato, la tradizione del cosiddetto nazionalcomunismo, che affonda le radici nei primi del 900 e che, nel tempo, ha assunto caratteristiche articolate e variegate. Col termine nazionalcomunismo si definisce una corrente politica e ideologica che nasce in Germania all’epoca della Repubblica di Weimar, nei primi Anni 20, mentre il Paese stava attraversando un periodo di grandi difficoltà per le durissime condizioni economiche, politiche, militari e territoriali imposte dal Trattato di Versailles.
Lenin bollò l’iniziativa come «madornale assurdità»
A promuovere questa corrente furono due politici socialdemocratici Heinrich Laufenberg e Friedrich Wolffheim, che lanciarono l’ipotesi di un’alleanza con la Russia bolscevica per riaprire il conflitto contro il capitalismo internazionale, reo, secondo loro, di puntare alla cancellazione del popolo tedesco con la complicità della socialdemocrazia, che si era fatta garante nei confronti del nemico. Bollata dallo stesso Lenin come «madornale assurdità», l’iniziativa dei due politici tedeschi – presto isolati anche all’interno del movimento operaio tedesco – crollò presto miseramente.
La grande crisi del ’29 rilanciò la critica al capitalismo
Il nazionalcomunismo riprese vigore con la crisi economica a cavallo del 1929 e 1930. Figura fondamentale in questa fase fu quella di Ernst Niekisch, già socialdemocratico, tra i fondatori della Repubblica sovietica bavarese (1919), ma in stretti rapporti con i principali esponenti della cosiddetta Rivoluzione conservatrice e persino con i vertici del neonato Nsdap (il nucleo originale del partito nazionalsocialista) Strasser e Goebbels. Fu in questo “miscuglio” di frequentazioni e ambienti che sviluppò la sua critica del capitalismo come sistema votato unicamente all’utile a scapito delle classi lavoratrici, e propose di organizzare una resistenza contro i nemici della volontà statale dei tedeschi, e cioè «la democrazia parlamentare e il liberalismo, il modo di vivere francese e l’americanismo», pienamente “accettati” da Weimar.
Con l’ascesa del nazismo il progetto svanì
Bisognava lottare per «l’indipendenza e la libertà della Germania, la più alta valorizzazione dello Stato, il recupero di tutti i tedeschi che si trovavano sotto il dominio straniero». Niekisch riteneva che il proletariato fosse il soggetto più legittimato a condurre questa resistenza, e la Russia di Stalin l’alleato naturale. Inutile dire che con l’ascesa del nazismo anche il progetto nazionalcomunista del politico e scrittore tedesco svanì.
Jean Thiriart e il movimento transnazionale Jeune Europe
Il progetto nazionalcomunista conobbe una rifioritura negli Anni 60 del secolo scorso grazie al belga Jean Thiriart (ex Waffen Ss) e al suo movimento transnazionale Jeune Europe, con sezioni in Belgio, Francia, Germania, Portogallo e collegamenti in Sud America e Australia. A Thiriart, socialista anti-marxista, si devono molte “intuizioni” e persino molte parole d’ordine fatte proprie da molti movimenti politici della destra radicale (a cominciare dalla Nouvelle Droite francese) e ancora oggi in voga, da «Europa Nazione», il cui simbolo era la croce celtica, a «Europa impero di 400 milioni di uomini», dal concetto di Eurasia come «Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino» alla identificazione degli Usa come nemico principale dell’Europa, dalla definizione di Mondialismo come «nuovo ordine mondiale» da combattere senza riserve alla promozione costante dell’uscita dell’Europa dalla Nato.
In Italia, una delle piazze più importanti dell’internazionale nera dell’epoca, Jeune Europe si costituì come Giovane Europa, da cui nacque, nel 1969, Lotta di popolo, attiva fino al 1973, i cui aderenti (tra cui figuravano non poche figure legate a Gladio e ai Servizi segreti) venivano definiti nazi-maoisti.
Freda e Terracciano, tra comunismo aristocratico ed Eurasia nazionalcomunista
Sempre in Italia, e sempre nel 1969, Franco Freda, che nel 1962 aveva fondato a Padova il suo Gruppo di Ar, considerato un antesignano del rossobrunismo, diede alle stampe il suo celeberrimo La disintegrazione del sistema, in cui teorizzava uno Stato basato su un comunismo aristocratico, una sorta di via di mezzo tra la Repubblica di Platone, il Reich hitleriano e la Cina maoista.
Negli Anni 80, il nazionalcomunismo conobbe poi un rilancio teorico grazie soprattutto a Carlo Terracciano, che proponeva una approfondita analisi dell’esperienza tedesca rivoluzionario-conservatrice nazionalbolscevica, ma anche l’esperienza dell’ala sociale del fascismo e del nazionalsocialismo (il cosiddetto “fascismo rivoluzionario”) e suggeriva un’attualizzazione di tali esperienze, oltre il nazionalismo e il comunismo otto-novecentesco.
Con la disintegrazione sovietica, Terracciano tornò a interrogarsi sulla possibile attualità del nazionalcomunismo e la sua risposta fu che «un’Eurasia nazionalcomunista, quale haushoferiana Paidea di mobilitazione di masse, diseredate dal Mondialismo, è l’unica risposta valida che i popoli del Nord del mondo antico possono ancora dare, dopo l’affossamento dell’utopia egalitaria e libertaria del marxismo».
Gli Anni 90 e i teorici russi tra nazionalbolscevismo e Putin
A partire dai primi Anni 90 il nazionalbolscevismo (che gli storici distinguono dal nazionalcomunismo per una maggiore componente metafisica) conobbe una nuova stagione di attenzione in Russia, quando Eduard Limonov e Aleksandr Dugin fondarono il Partito nazional bolscevico che proponeva una sintesi tra patriottismo sovietico e post-fascismo. Concetto fondante del movimento era il cosiddetto “eurasismo”, una sorta di «terza via tra capitalismo e comunismo, capace di unire in un solo blocco Europa e Russia», che individuava, tanto per cambiare, «negli Usa liberali e liberisti» il nemico per eccellenza.
Aleksandr Dugin (Getty).
Più di recente, Dugin ha chiarito che l’Europa occidentale non appartiene in senso stretto allo spazio eurasiatico (che “filologicamente” nasce dalla simbiosi tra Russia, mondo turco-musulmano e persino cinese), ma può trovare nella Russia un prezioso alleato per combattere le tendenze egemoniche atlantiste. Alla Russia di Vladimir Putin spetta quindi il compito di condurre, anche oltre le sue frontiere, la sfida globale all’invadenza (e all’invasione) americana.
La rivoluzione antimondialista: Maurizio Murelli
Inutile dire che, come dimostrano Terracciano, e soprattutto Dugin, il tema della globalizzazione (mondialismo) offre nuovo slancio al cosiddetto rossobrunismo. Maurizio Murelli, già storico militante della destra radicale italiana, e che da tempo ha abbandonato posizioni passatiste per proporre ricette antagoniste del tutto sincretiche e originali, è partito proprio dalla necessità di creare una nuova sintesi politica, cioè una sorta di alleanza rivoluzionaria antimondialista tra soggetti antagonisti, che rifiutino cioè l’attuale modello di sviluppo, al di là dei vari steccati ideologici, e vogliano dare vita a una «alternativa globale di libertà e giustizia per i popoli oppressi dal materialismo, dal consumismo, dall’alta finanza, dall’oligarchia economica».
È però necessario, prima di tutto, smontare i luoghi comuni che, secondo Murelli, destra e sinistra, in questo parimenti reazionarie, propongono nella “difesa” anacronistica e granitica della loro storia e della loro identità, impedendo loro di riconoscersi, pur nell’antagonismo, una dignità reciproca. Il fascismo, in senso lato, non fu solo ed esclusivamente l’Impero del male, come non lo è stato il comunismo. Solo superando questa ottusa difesa reciproca dell’ortodossia – è la sua tesi – destra e sinistra potranno tentare una vera sintesi rivoluzionaria.
Dopo la svolta nel caso di Giulia Cecchettin, trovata morta nei pressi del lago di Barcis dopo essere stata uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta, arrestato in Germania dopo una settimana di fuga, la segretaria dem Elly Schlein ha rivolto un appello alla premier Giorgia Meloni: «Almeno sul contrasto a questa mattanza di donne e di ragazze, lasciamo da parte lo scontro politico e proviamo a far fare un passo avanti al Paese. Non basta la repressione se non si fa prevenzione. Approviamo subito in Parlamento una legge che introduca l’educazione al rispetto e all’affettività in tutte le scuole d’Italia».
Schlein: «Bisogna partire dall’educazione»
La leader del Partito democratico ha poi allargato l’appello a tutte le forze del Parlamento, affinché la politica non si riduca a dichiarazioni e riti ripetuti su questi temi: «Dobbiamo fermare questa spirale di violenza, ci riguarda tutte e tutti. E riguarda anzitutto gli uomini, perché non può essere un grido e un impegno solo delle donne in lotta per la propria libertà. Il problema della violenza di genere è un problema maschile. Serve consapevolezza per sradicare la cultura patriarcale di cui è imbevuta la nostra società. Giulia Cecchettin avrebbe dovuto laurearsi due giorni fa, le è stato impedito, le è stato violentemente strappato via il futuro. È profondamente ingiusto, e finché le donne saranno meno libere non esisterà vera libertà in questo Paese». Di qui la proposta di partire dalle scuole: «Non basterà mai aumentare solo leggi e punizioni che intervengono dopo le violenze già compiute: serve l’educazione, serve la consapevolezza. Se non si agisce già a partire dalle scuole e nella cultura per sradicare l’idea violenta e criminale del controllo e del possesso sul corpo e sulla vita delle donne, sarà sempre troppo tardi».
La replica di Valditara: «Ci stiamo già lavorando»
Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha così risposto all’appello di Schlein: «Apprezzo che l’onorevole condivida con noi l’idea di educare al rispetto nelle scuole contro la violenza e la cultura maschilista. Già ci stiamo lavorando. Dopo aver consultato associazioni studentesche, associazioni dei genitori, sindacati, ordine degli psicologi la proposta è pronta e verrà nei prossimi giorni presentata ufficialmente».
Giorgia Meloni ha commentato l’invito rifiutato da parte di Elly Schlein di partecipare alla festa di Fratelli d’Italia ad Atreju. Incalzata dai giornalisti a Zagabria, la premier è stata chiara: «Cosa penso della scelta di Schlein di non accettare l’invito ad Atreju? La nostra è una festa aperta per antonomasia, è stata la prima festa a immaginare confronti anche con leader molto diversi tra loro. C’era un tempo molto lontano da oggi, anche in un altro clima, in cui Fausto Bertinotti non aveva timore a dialogare, pur dall’orgoglio della diversità delle proprie posizioni, con qualcuno che era molto distante da lui. Prendi atto che le cose sono cambiate».
Meloni: «Io mi sono sempre presentata quando invitata»
La presidente del Consiglio poi ha continuato: «Non so come interpretare la decisione di Schlein. Io mi sono sempre presentata quando sono stata invitata. E sono stata quella che ha aperto agli inviti ai leader della sinistra quando ero presidente di Azione giovani. I leader che hanno partecipato alla festa nel corso di questi oltre 25 anni sono stati tutti, ricordo diversi capi di governo della sinistra, dall’attuale commissario europeo a Enrico Letta. Sarebbe una delle pochissime volte in cui qualcuno dice di no, ma non mi sento di giudicarla. La manifestazione si svolge lo stesso: supereremo».
Schlein aveva risposto: «Parleremo in Parlamento»
La risposta al presunto invito arrivata dalla segreteria del Pd è stata: «Con FdI ci confrontiamo e discutiamo in parlamento, a partire dalla Manovra di bilancio». Nelle stesse ore, il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, ha smentito l’invito spiegando di averlo «letto dai giornali» e che comunque «sembra tutto un po’ prematuro».
Giorgia Meloni ha risposto sul tema delle concessioni balneari, a 24 ore dalla lettera sulla procedura d’infrazione ricevuta dall’Italia e inviata dalla Commissione europea. La premier ha risposto ai giornalisti nel corso di un punto stampa a Zagabria, dov’è in programma la cena organizzata dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel per proseguire il dibattito sull’Agenda strategica Ue da adottare per la prossima legislatura. Sulle concessioni ha mostrato serenità e affermato che bisognerà «iniziare una nuova contrattazione» con l’Unione Europea. Una tesi che la stessa Commissione Ue aveva ribadito già nelle scorse ore attraverso un portavoce.
Giorgia Meloni (Getty Images).
Meloni: «Situazione ereditata, si trascina da anni»
La presidente del Consiglio ha spiegato: «Noi ereditiamo una situazione che si trascina da qualche anno. Il tavolo tecnico ha fatto una cosa che curiosamente non è stata fatta fino ad oggi e cioè la mappatura delle spiagge stabilendo che tecnicamente non c’è scarsità della risorsa. Oggi bisogna iniziare una nuova contrattazione con la Commissione Ue, noi dobbiamo dare la certezza del diritto, stiamo facendo dei passi in avanti». Proprio quello della mappatura resta uno dei nodi centrali. L’Italia ha redatto il documento mappando soltanto il litorale. Per l’Europa, però, va effettuata a livello nazionale, con un focus poi sulle coste, così da poterne determinare il valore economico reale.
Coldiretti, che per mano del suo presidente Ettore Prandini voleva prendere a ceffoni i mansueti Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova che protestavano contro la legge che vieta produzione e uso delle carni coltivate, è la comfort zone dei Fratelli d’Italia e della sua leader Giorgia Meloni. Un rapporto talmente organico che spesso se ne confondono i confini, tale è la contaminazione di idee, uomini e battaglie identitarie nel nome del sovranismo alimentare. Il sindacato dei contadini è un esercito con oltre 1,6 milioni di iscritti, e dai tempi della Dc è sempre stato un formidabile serbatoio di consenso per chi governava o aspirava a farlo. È chiaro dunque che qualunque inquilino di Palazzo Chigi debba tenerne in massimo conto le istanze, coccolarlo e magari aizzarlo nel momento in cui ha bisogno di maggior sostegno.
Carne coltivata, rissa sfiorata davanti Palazzo Chigi tra i deputati di #PiùEuropa Riccardo #Magi e Benedetto #DellaVedova e il presidente di Coldiretti Ettore Prandini. I due parlamentari erano lì per manifestare contro il provvedimento che introduce il divieto di carne… pic.twitter.com/ksQKlXFYTv
Lollobrigida non sarebbe ministro senza Coldiretti
Per contro, chi nell’esecutivo si occupa delle sorti dell’agricoltura deve essere il portato di una nomina condivisa con l’organizzazione. Per intenderci, Francesco Lollobrigida non sarebbe diventato ministro solo in forza del fatto di essere cognato della premier se il suo rapporto con Coldiretti non fosse stato di amorosi sensi. Tant’è che giovedì, dopo aver tiepidamente criticato il minaccioso agitar di mani di contro i due ex Radicali, si è poi subito allineato alla teoria giustificazionista della provocazione evocata dal riottoso Prandini. Niente e nulla può incrinare la consustanzialità tra Coldiretti e governo che deve essere totale, senza alcun distinguo.
Francesco Lollobrigida con Ettore Prandini (Imagoeconomica).
Un rapporto che Fratelli d’Italia ha sottratto all’egemonia della Lega
Sono molti i segnali che indicano la granitica solidità del rapporto. Per esempio il fatto che all’indomani delle Politiche del 2022, con i voti ancora caldi nelle urne, Meloni si sia precipitata al Villaggio Coldiretti di Milano ringraziare/omaggiare l’organizzazione firmando la loro petizione contro il cibo sintetico. Una visita che si è ripetuta uguale un anno dopo, allo stesso evento stavolta però ospitato nella cornice romana del Circo Massimo. E con lo stesso mantra: difendere l’eccellenza dell’italico mangiare dal rischio omologazione e la minaccia delle multinazionali e che a suon di ogm lo vogliono snaturare. Ma soprattutto difendere un rapporto che Fratelli d’Italia non può consentirsi di perdere, dopo averlo sapientemente sottratto all’egemonia della Lega e del suo segretario, ossia il partito che dai tempi della rivolta dei Forconi ne costituiva il naturale megafono, e che solo dopo una ferocia trattativa durante la composizione del governo si è rassegnato a lasciare l’Agricoltura nelle mani degli alleati rivali. Grossa perdita. Perché non c’è organizzazione sindacale, dalla trimurti confederale a Confindustria, il cui peso e relativo potere di rappresentanza sia così forte. C’è persino chi arriva a dire che senza Coldiretti dalla propria parte non si governa il Paese. Se poi a questa si aggiungono tassisti e balneari, chi siede Palazzo Chigi sta in una botte (vino italiano, ovviamente) di ferro.
Giorgia Meloni alla fiera di Coldiretti (Imagoeconomica).
Dicono dalle parti di largo del Nazareno, Roma, sede del Pd, che i confronti col governo si fanno in parlamento. Ed è per questo che Elly Schlein non andrà a dialogare, ma che dico, a duellare, alla convention nazionale di Fratelli d’Italia, Atreju. Meglio non fare la fine di Enrico Letta, che prima si prese gli applausi dai meloniani alla loro festa, e poi lanciò l’allarme fascismo e il rischio deriva autoritaria alle elezioni politiche (con noti risultati).
Pd in difficoltà tra sondaggi in calo, iperattivismo di Conte e una linea politica poco cristallina
Sarà che i conti dei sondaggi non tornano e che il Pd è sempre sotto il 20 per cento, nonostante piazza del Popolo e i 50 mila scesi a manifestare contro «le destre», come garba dire ai vertici dei democratici; sarà che le elezioni europee incombono e Beppe Conte imperversa sontuoso come nel 2022, per le Politiche, quando sembrava che dovesse diventare il capo di una forza politica extraparlamentare, e invece sopravvisse a tutto, persino a se stesso; sarà che serve urgentemente una linea politica chiara e il ‘no’ è sempre una risposta sufficientemente cristallina. Sarà insomma quel che sarà, ma tra i progressisti va fortissimo il Frontismo Democratico. Con i fascisti non ci si parla, nientemeno, perché il dialogo rivela debolezza.
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il ritorno del centralismo democratico e l’allergia per le primarie: il caso sardo
Per la verità, il Pd non sembra interessato a parlare nemmeno con i suoi e tra i suoi, sui territori, in giro per l’Italia. Eppure ne avrebbe di cose di cui occuparsi un partito che è all’opposizione e quindi ha la possibilità di ristrutturarsi senza la preoccupazione di governare. L’anno prossimo non ci sono, d’altronde, solo le elezioni europee ma pure quelle locali, dalle Amministrative alle Regionali, e con il passare del tempo si scopre che il Pd non ama solo il frontismo, ma pure il vecchio centralismo democratico: i candidati si scelgono nelle segrete stanze, come ai vecchi tempi. Il professor Arturo Parisi da giorni si sgola su X, ex Twitter, per spiegare quanto sarebbero necessarie le primarie in Sardegna, dove l’ex presidente di Regione e fondatore di Tiscali Renato Soru se n’è appena andato, dopo la scelta di candidare la candidata unica-unitaria di Pd e M5s, Alessandra Todde, contiana col turbo nonché vicepresidente del M5s. «Non si è capito che le primarie rappresentano il principale strumento disponibile per costruire la coalizione», ha detto Parisi all’AdnKronos.
Arturo Parisi (Imagoeconomica).
Il gran caos fiorentino per il dopo Nardella
E dire che Schlein stessa è stata scelta con le primarie, ed è grazie alle primarie che è diventata segretaria, dopo che gli iscritti durante la fase congressuale avevano premiato il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Senza le primarie insomma Schlein non avrebbe potuto lanciare un OccupyPd di successo. Anche a Firenze, città fondamentale per gli equilibri politici del sinistra-centro dei prossimi anni, il Pd sta decidendo di non fare le primarie per scegliere l’aspirante successore di Dario Nardella alla guida del Comune di Firenze nel 2024. La città è così strategica che anche a Roma e Milano si parla di quel che sta succedendo nel capoluogo toscano. In parlamento, sui divanetti del Transatlantico, si ragiona del gran casino fiorentino. Il Pd locale non vorrebbe fare le primarie, appunto, e avrebbe individuato – per interposto Nardella – la candidata giusta, Sara Funaro, attuale assessore in Comune. Funaro, qualora fosse candidata, non romperebbe mai le scatole a Nardella, che si giocherà l’elezione alle Europee in un collegio molto competitivo, quello dell’Italia Centrale, dove c’è anche il popoloso Lazio (e dove abbondano agguerriti aspiranti europarlamentari che conoscono bene le dinamiche del potere romano, tra cui Nicola Zingaretti). Il problema di Nardella, già coordinatore nazionale della mozione Bonaccini, si chiama però Cecilia Del Re. Ex assessora, cacciata da Nardella per alcune sue dichiarazioni favorevoli al passaggio della linea della tramvia dal Duomo di Firenze (un tabù della politica locale), Del Re, che è figlia di un avvocato del lavoro molto potente e che non dimentica gli spregi fatti alla figlia, ha organizzato, mercoledì scorso, una serata al Tuscany Hall da oltre 1000 persone, arrivate nonostante il boicottaggio dei vertici del Pd. Un boicottaggio denunciato dalla stessa possibile candidata sindaca: «C’è chi ha avuto paura stasera a venire qua, chi è stato impaurito a venire da telefonate e non è venuto, e ci dispiace», ha detto Del Re nel suo intervento. «Anche il rifiuto delle primarie nasce dalla paura di un confronto, di un movimento che non si governa, che può togliere la palla di mano a chi vuole mantenerla, e per questo si fa finta che non esista, tanto da spingerci a creare oggi questa iniziativa. Nessuno di noi è stato mai chiamato in questi mesi per un confronto, mentre chi chiedeva primarie è stato sempre disponibile al dialogo». Insomma a Elly Schlein, fra Sardegna e Toscana, fischieranno non poco le orecchie.
Prove di maturità per Fratelli d’Italia. Dopo un anno di governo, i big del partito si rendono conto che le scale di priorità sono cambiate. E mano a mano che si avvicina l’appuntamento identitario di Atreju, il festival per eccellenza di Fdi convocato dal 14 al 17 dicembre a Castel Sant’Angelo a Roma, ci si accorge che rispetto al passato la festa storicamente simbolo della “generazione” omonima che ha seguito Giorgia Meloni dalla lotta al governo potrà apparire sottotono rispetto al passato. Meloni, alla prima Atreju da premier, ha ottenuto la presenza di due leader internazionali come Rishi Sunak ed Edi Rama, primi ministri di Regno Unito e Albania, e ci sta provando con la mossa istituzionale dell’invito (per ora rifiutato) alla rivale Elly Schlein per consolidare una tradizione che ha visto il dialogo tra destra e sinistra centrale nella kermesse. Da Massimo D’Alema a Giuseppe Conte, passando per Fausto Bertinotti, gli inviti ai leader del campo avversario del centrodestra sono un classico. Ma la realtà dei fatti parla della prospettiva di un Atreju ridimensionata.
Giorgia Meloni e Rishi Sunak (Getty).
Da Azione Giovani a Fratelli d’Italia, la scalata verso il potere
«Il domani appartiene a noi», cantavano i giovani nati tra gli Anni 70 e 80 che al seguito di Meloni hanno scalato il partito, da Azione Giovani a Fratelli d’Italia. Dopo lunghi anni di lavoro, lotta identitaria e consolidamento di un “cerchio magico” interno, ora quel «domani» è arrivato. Bocche cucite da Fdi sugli ospiti papabili, al di là dell’indiscrezione Schlein. Ma la sensazione è di un festival scivolato, giocoforza, in secondo piano nella lista di priorità dei suoi storici promotori.
La kermesse di Atreju del 2021 (Imagoeconomica).
Arianna, Donzelli, Lollo: le storiche anime lavorano ad altro
Tra i registi di Atreju, oltre a Meloni, c’è chi è nel governo, come Francesco Lollobrigida. Chi, come il duplex Giovanni Donzelli–Andrea Delmastro, ha in passato incarnato posizioni divisive davanti all’opinione pubblica. Arianna Meloni, sorella di «Giorgia» (nel partito la premier è rigorosamente chiamata per nome), storica anima di Atreju, sta lavorando alla gestione dei congressi, a cui si sta impegnando in nome dell’opposizione interna anche il “Gabbiano” Fabio Rampelli.
Arianna Meloni (Imagoeconomica).
Colosimo è sempre stata la regista della macchina organizzativa
Soprattutto, nell’economia dell’organizzazione di Atreju il vero cambio di passo è però quello dell’agenda di Chiara Colosimo, deputata romana vicinissima a Meloni e da sempre attiva nel tirare le fila della macchina organizzativa di Atreju. Colosimo oggi studia da big del partito di domani, guida la Commissione Antimafia del parlamento, un impiego che, spiegano fonti vicine al vertice Fdi romano, «è paragonabile a quello di un ministro per la mole di lavoro, atti e impegni che comporta, e soprattutto per la discrezione che impone» a chi la presiede.
Chiara Colosimo (Imagoeconomica).
Di convention nell’area romana Colosimo ne fa, ma di lavoro: ad Anzio e Nettuno, per esempio, si è tenuta di recente una seduta comune tra le Commissioni Antimafia di governo e Regione Lazio. Nelle quali molti romani di Fdi si sono trovati per motivi di lavoro, dai consiglieri regionali Emanuela Mari e Flavio Cera al presidente del Consiglio Regionale Antonio Aurigemma, passando per il senatore Giorgio Salvitti di Colleferro. Tutti presieduti dalla stessa Colosimo. Una riunione che è da esempio per capire quanto, in seguito alla crescita dimensionale del partito e degli impegni, la priorità debba essere giocoforza sull’attività istituzionale.
Gadget da vecchie edizioni di Atreju (Imagoeconomica).
Com’è difficile evolversi in festa “di governo”
Logico che Atreju passi in secondo piano, anche se il crinale è stretto: Fdi si trova di fronte alla necessità di rimarcare nel suo impegno la visione ideologica e politica tradizionale, nazional-conservatrice e di destra sociale a cui la sua base fa riferimento, coniugandola con le conseguenze dei compromessi di un anno di governo su molti temi, dalle battaglie identitarie all’Europa. Dentro Fdi il leitmotiv è che Atreju nasce come kermesse di posizionamento ideale per un partito di opposizione, ma è difficile evolverla a festa “di governo”.
Il Consiglio dei ministri ha approvato nel pomeriggio di giovedì 16 novembre il nuovo decretosicurezza. Il governo ha voluto aumentare in maniera consistente le pene per chi truffa gli anziani, borseggiatori e per chi aggredisce un qualsiasi esponente delle forze dell’ordine. All’interno del documento, stretta anche su reati minori. E adesso anche per le mamme con figli piccoli potrà scattare la detenzione, soprattutto se recidive. Resta off limits il carcere per le donne incinte e per le madri con bambini sotto l’anno di età. Introdotto, inoltre, anche il reato di rivolta in carcere.
Stretta sulle truffe aggravate ad anziani e fragili
Le nuove regole sulle truffe prevedono una forte stretta, soprattutto se le vittime sono anziani o persone con fragilità. La pena di reclusione, nel nuovo decreto, passa da due a sei anni per la truffa aggravata. Inoltre in questi casi sarà data la possibilità agli agenti delle forze dell’ordine di procedere con l’arresto in flagranza.
Pene più severe per chi aggredisce esponenti delle forze dell’ordine
Saranno inasprite le pene per i reati di violenza, minaccia o resistenza a pubblico ufficiale. E questo varrà sia contro gli agenti di pubblica sicurezza sia contro la polizia giudiziaria. Costerà caro anche imbrattare il muro di una caserma o di un commissariato, oltre che di altri soggetti pubblici, qualora la finalità sia quella di ledere il prestigio o il decoro dell’istituzione stessa.
Il reato di rivolta in carcere
Inoltre il Consiglio dei ministri ha introdotto il nuovo reato contro chi organizza o partecipa a una rivolta in carcere. I detenuti non potranno compiere atti di violenza, minacce o altre condotte considerate pericoloso. La pena prevista va dai due agli otto anni per chi organizza la rivolta e da uno a cinque per chi partecipa. Chi istigherà gli scontri, invece, potrà essere punito, anche se a farlo dovesse essere qualcuno dall’esterno. Previste le aggravanti: in caso di armi si va fino a dieci anni di pena.
Meloni: «Orgogliosa»
Giorgia Meloni su X ha commentato: «Orgogliosa dell’importante “pacchetto sicurezza” approvato oggi in Consiglio dei Ministri». La premier ha proseguito sottolineando «tra le iniziative più rilevanti, più tutele per le Forze dell’Ordine; contrasto alle occupazioni abusive con procedure “lampo” per la liberazione degli immobili e l’introduzione di un nuovo delitto che prevede la reclusione da 2 a 7 anni contro gli occupanti abusivi; stretta sulle truffe commesse ai danni degli anziani e delle persone più fragili, con un aumento della pena di reclusione da 2 a 6 anni per il reato di truffa aggravata».
Orgogliosa dell’importante “pacchetto sicurezza” approvato oggi in Consiglio dei Ministri.
Tra le iniziative più rilevanti:
Più tutele per le Forze dell’Ordine. Contrasto alle occupazioni abusive con procedure “lampo” per la liberazione degli immobili e l’introduzione di… pic.twitter.com/NTAHGKdfDq
È arrivato il via libera definitivo dell’aula della Camera al divieto di produzione e vendita in Italia di carne coltivata. Il nostro è il primo Paese in Europa ad averlo introdotto.
Il Pd astenuto, M5s e Avs contrari
L’assemblea di Montecitorio ha approvato con 159 sì, 53 no e 34 astenuti il disegno di legge presentato dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida che proibisce la produzione e l’immissione sul mercato di alimenti e mangimi costituiti, isolati o prodotti a partire da colture cellulari o di tessuti derivanti da animali vertebrati nonché di divieto della denominazione di carne per prodotti trasformati contenenti proteine vegetali. Il testo è stato votato dalla maggioranza. Il Pd si è astenuto, mentre il M5s e Avs hanno votato contro il provvedimento. Un tema, quello della carne coltivata, che ha fatto sfiorare una rissa davanti a Palazzo Chigi. Durante la discussione in Aula, infatti, alcuni deputati di +Europa e Sinistra italiana hanno protestato con cartelli e cori. Durante la manifestazione, però, è arrivato il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, che si è diretto verso Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi urlando loro «delinquenti».
Davanti Palazzo Chigi è stata sfiorata la rissa a causa della carne coltivata. Mentre è in Aula la legge con cui il governo vuole vietare la produzione di questo prodotto, alcuni deputati di +Europa e Sinistra italiana hanno protestato con cartelli e cori. Proprio durante la manifestazione, però, è arrivato il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, che si è diretto verso Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi, urlando loro «delinquenti». Tra spintoni e urla, alcuni agenti di polizia hanno poi sedato gli animi separando i due gruppi.
Carne coltivata, rissa sfiorata davanti Palazzo Chigi tra i deputati di #PiùEuropa Riccardo #Magi e Benedetto #DellaVedova e il presidente di Coldiretti Ettore Prandini. I due parlamentari erano lì per manifestare contro il provvedimento che introduce il divieto di carne… pic.twitter.com/ksQKlXFYTv
Il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini (Imagoeconomica).
Della Vedova e Magi: «Prandini deve dimettersi»
I due parlamentari hanno poi chiesto le dimissioni del presidente della Coldiretti. Come rivela Repubblica, Magi ha commentato così la vicenda: «Prandini dovrebbe dimettersi. È un teppista». Rientrati in Aula, Della Vedova ha mostrato il video al ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida: «Guarda qui. Intimidazione e violenza, questo è il clima. Ma ti rendi conto?». E il ministro ha risposto: «Contrarietà e solidarietà. La violenza non è mai uno strumento di battaglia politica».
Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi (Imagoeconomica).
La scorsa estate, la Venere influencer di Open to Meraviglia è scomparsa dai social, per riapparire il 30 agosto. A distanza di quasi tre mesi, la ministra del Turismo, Daniela Santanchè, è tornata a parlarne rispondendo alle domande ricevute durante la X Commissione. Il deputato di Azione, Fabrizio Benzoni, ha chiesto alla ministra di spiegare cosa sia successo nel lasso di tempo tra il 27 giugno e il 29 agosto. Per quei due mesi d’estate, infatti, i canali social della campagna di comunicazione sono stati in totale silenzio. Santanchè ha spiegato: «Era in vacanza».
La ministra Daniela Santanchè (Imagoeconomica).
Santanchè: «Fatte riprese e shooting»
«Non ha mai fatto una pausa dal 27 giugno al 29 agosto. La Venere di Botticelli era in vacanza in giro per tutta l’Italia. Abbiamo fatto tutta una serie di riprese, di shooting», ha spiegato Daniela Santanchè. La ministra ha parlato in generale anche dell’intera campagna di comunicazione: «La strategia social si poteva anche fare meglio? Forse sì. Non ho la presunzione di pensare che quello che facciamo al ministero sia il meglio in assoluto. Ma questo è ciò che siamo riusciti a fare».
Santanchè: «Grandi soddisfazione in Cina»
Daniela Santanchè poi ha parlato anche dell’impatto di Open to Meraviglia in Cina. Grazie a un accordo con Tencent, il colosso cinese che possiede la piattaforma WeChat utilizzata da 1,3 miliardi di persone, la Venere diventerà un videogioco. La ministra ha dichiarato: «Ho avuto una grande soddisfazione quando sono andata in Cina. WeChat, il loro social più popolare, sta lavorando per fare un gioco con la nostra influencer. Credo che sarebbe un risultato importante».
Benzoni: «Era in vacanza? Situazione ilare»
La spiegazione sulle vacanze della Venere, però, ha fatto ridere alcuni deputati di opposizione. Santanchè ha replicato: «Se vi fa ridere sono contenta». Poco dopo, l’attacco di Benzoni: «La campagna promozionale del nostro paese era in vacanza a fare shooting durante la stagione turistica. C’è molto poco da dire, la situazione è già abbastanza ilare».
Secondo alcuni quotidiani la premier Giorgia Meloni avrebbe invitato la segretaria del Pd Elly Schlein ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia che si terrà dal 14 al 17 dicembre. Al momento non sono arrivati inviti formali ma, in base a quanto si apprende, al Nazareno non sarebbero comunque favorevoli all’idea di una partecipazione della segretaria dem. «Con FdI ci confrontiamo e discutiamo in parlamento, a partire dalla Manovra di bilancio», tagliano corto.
Donzelli: «Sto gestendo io gli inviti, e mi sembra prematuro».
Anche se, secondo quanto riporta La Stampa, il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, ha smentito l’invito spiegando di averlo «letto dai giornali» e che comunque «sembra tutto un po’ prematuro». Nel corso della trasmissione Agorà su Rai3, anche il ministro per i Rapporti con il parlamento, Luca Ciriani, ha glissato alla domanda sul presunto invito a Elly Schlein a partecipare alla kermesse: «È una nostra tradizione quella di invitare tutti gli avversari politici. Invitammo anche Conte ai tempi, Letta e tutti i rappresentanti delle opposizioni, ma allora le parti erano invertite, per dire che secondo noi il terreno di scontro è il parlamento ma non ci deve essere né ghettizzazione né criminalizzazione dell’avversario. Noi le abbiamo subite e non le facciamo. Sarebbe bello che il Pd di Schlein sapesse cogliere la sfida che la premier Meloni ha lanciato, cioè quella di cambiare l’Italia insieme». Proprio qualche giorno fa, Ciriani aveva lanciato un appello alle due leader a collaborare per cambiare il Paese.
La Commissione Ue ha inviato all’Italia la lettera con il parere motivato riguardo alla procedura d’infrazione per la questione delle concessioni balneari. Il mancato adeguamento del Paese alla direttive Bolkenstein preoccupa Bruxelles da mesi. Un portavoce della Commissione, durante l’incontro quotidiano con la stampa, ha affermato: «Abbiamo inviato un parare motivato. Questo dà ora al governo italiano due mesi per fornire risposte e allora decideremo sui prossimi passi». E ha spiegato che le trattative in corso non si fermeranno: «La nostra preferenza è sempre di trovare un accordo con gli Stati membri, piuttosto che andare in giudizio. È un parere motivato e non pregiudica le trattative continue che avremo con le autorità italiane».
La mappatura un nodo centrale
Nel febbraio 2023, dopo la bozza del decreto Milleproroghe, la Commissione europea aveva parlato di «sviluppi preoccupanti», analizzando le norme previste dall’Italia che prevedevano la possibile proroga delle concessioni balneari. Queste scadrebbero nel 2023 secondo il Consiglio di Stato, ma nel 2024 per il Milleproroghe. E intanto l’Italia ha anche avviato la mappatura delle coste e a ottobre è stata conclusa. Si è giunti alla conclusione che non si tratta di una risorsa «scarsa», come spiega Repubblica, poiché soltanto un terzo dell’intero territorio mappato è occupato dagli stabilimenti balneari. Per l’Europa, però, la mappatura non va effettuata soltanto sul litorale, ma a livello nazionale, con un focus poi sulle coste, così da poterne determinare il valore economico reale.
Diversi stabilimenti balneari lungo la costa ionica della Sicilia orientale, in provincia di Catania (Getty Images).
Dossier balneari al palo
Intanto nemmeno nel decreto Omnibus il governo ha inserito nuove regole per i balneari. Il 2023 volge al termine ma le eventuali gare per le concessioni demaniali marittime non sono nemmeno vicine. Soltanto la trattativa con l’Ue potrà risolvere la situazione. Intanto, però, la procedura d’infrazione prosegue.
Magari non sarà Atreju il momento di confronto per farlo, ma Elly Schlein ha accolto l’appello della regista di C’è ancora domani, Paola Cortellesi, affinché la segretaria dem e la premier Giorgia Meloni mettendo da parte le differenze per lavorare insieme nel contrasto alla violenza di genere.
Schlein a Meloni: «Mettiamo da parte l’aspra dialettica»
Ai microfoni di Fanpage.it, Schlein ha detto: «Ha ragione Cortellesi. E io ci sto. Da qualche tempo rivolgo un appello alla presidente Meloni affinché almeno sul contrasto alla violenza di genere possiamo mettere da parte l’aspra dialettica tra maggioranza e opposizione e far fare passi avanti al Paese, non solo sulla repressione ma anche sulla prevenzione». La segretaria ha così risposto all’invito di Paola Cortellesi, che in un’intervista a Vanity Fair aveva chiesto al governo di essere più incisivo nella lotta alla violenza di genere. Aggiungendo che «per la prima volta a capo del governo e a capo dell’opposizione due donne: è evidente che non basta alla causa, a meno che questa concomitanza di circostanze non porti a tendersi una mano». Al momento Giorgia Meloni non ha ancora commentato le dichiarazioni dell’attrice e regista.
Secondo quanto riportato da una nota del Quirinale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella mercoledì 15 novembre 2023 ha autorizzato la presentazione alle Camere del disegno di legge costituzionale recante “Disposizioni per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri, il rafforzamento della stabilità del Governo e l’abolizione della nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica”. Si tratta di un passaggio necessario per procedere alla discussione della proposta. Nelle ore precedenti la premier aveva detto che l’esecutivo lavorerà «in Parlamento perché possa avere il più ampio consenso possibile e possa raggiungere la maggioranza dei due terzi». E sull’ipotesi referendum, la presidente del Consiglio non si è detta per nulla preoccupata, perché gli italiani «coglieranno l’occasione storica di accompagnare il Paese nella Terza Repubblica».
Mattarella ha anche emanato il decreto legge per il Piano Mattei
A distanza di pochi minuti, nel corso della stessa sera del 15 novembre, il capo dello Stato ha anche emanato il decreto legge recante Disposizioni urgenti per il “Piano Mattei” per lo sviluppo in Stati del Continente africano e autorizzato la presentazione alle Camere del relativo disegno di legge di conversione.
Matteo Renzi su X e sulla sua E-News ha parlato del ritorno in tv di Beppe Grillo, sottolineando soprattutto il «bel gettone di presenza» ricevuto. L’ex premier e attuale leader di Italia Viva ha scritto: «Venendo a cose meno serie: Beppe Grillo. È tornato in TV perché i soldi garantiti dal Movimento 5 stelle non bastavano più».
#ENEWS 2-Venendo a cose meno serie: Beppe Grillo. È tornato in TV perché i soldi garantiti dal Movimento Cinque Stelle non bastavano più. Ha detto anche cose giuste tipo che lui ha fallito e rovinato l’Italia (una sana autocritica, finalmente) e che quando parla Conte nessuno…
Renzi ha poi proseguito parlando anche dei contenuti dell’intervista rilasciata da Grillo a Fabio Fazio. «Ha detto anche cose giuste», ha spiegato il leader di Italia Viva, «tipo che lui ha fallito e rovinato l’Italia (una sana autocritica, finalmente) e che quando parla Conte nessuno capisce. Poi però Grillo ha detto una frase che mi sconvolge: “Se il mondo entra nella tua famiglia, te la sfascia la famiglia”. Io dico: ma con quale faccia Beppe Grillo può dire in TV una cosa del genere dopo essere stato il più grande distruttore di famiglie altrui? Perché Fazio non gli ha chiesto conto di questa contraddizione? Ma non c’è nessuno nel Movimento Cinque Stelle che avverta il bisogno di prendere le distanze dalla violenza verbale e social di questi anni? Ma vi rendete conto che vita di inferno avete fatto passare agli altri? Capite quanto odio avete seminato?»
«Sospendete immediatamente le forniture di armi a Israele. Il mio governo lo ha fatto con alcuni Paesi. Per farlo serve solo una cosa che vi manca: il coraggio». Lo ha detto nell’Aula della Camera il leader di Movimento 5 stelle Giuseppe Conte in replica al question time, rivolgendosi al ministro degli Esteri Antonio Tajani. Davanti alla crisi di Gaza, ha aggiunto l’ex premier, «la risposta della politica non può essere nel segno della pavidità» che il governo ha avete adottato il 27 ottobre. «Vi siete pilatescamente astenuti all’Onu su una risoluzione per una tregua umanitaria. Un atteggiamento codardo che allontana l’Italia dal tradizionale ruolo di protagonista di dialogo nel Medio oriente», ha aggiunto il presidente del M5s. La replica di Tajani a stretto giro: «Noi chiediamo pause umanitarie più lunghe, i codardi non stanno certamente sui banchi di questo governo, onorevole Conte».
Giuseppe Conte e Antonio Tajani nel 2019 (Imagoeconomica).
Nella giornata anche la telefonata Meloni-Erdogan: la Turchia si aspetta che l’Italia sostenga un cessate il fuoco
Le parole di Conte giungono nel corso di una giornata che ha visto anche il colloquio telefonico tra la premier italiana Giorgia Meloni e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Ankara, ha detto il Sultano, si aspetta che l’Italia sostenga un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. «Le atrocità contro la terra palestinese si stanno intensificando e stanno aumentando ogni minuto le morti dei civili», ha detto Erdogan a Meloni, come riporta la presidenza della Repubblica turca, aggiungendo che il Paese adotterà iniziative per portare Israele, «che ha commesso crimini di guerra», davanti ai tribunali internazionali.
L’Italia non vuole concedere alcun risarcimento alle famiglie delle vittime del naufragio di Cutro. Questo è quanto è emerso nell’aula del tribunale di Crotone, durante il processo contro i presunti scafisti. A spiegarlo è stata l’avvocata Giulia Bongiorno, che rappresenta che rappresenta la Consap, la concessionaria servizi assicurativi pubblici a cui fa capo il fondo di garanzia dello Stato per il risarcimento delle vittime di incidenti in strada o in mare.
Alcuni residenti a Cutro durante una delle proteste contro il governo (Getty Images).
Bongiorno: «Lasciateci fuori dal processo»
La legale ha spiegato che il governo non ritiene di dover risarcire nessuno. E questo perché la barca naufragata non può essere considerata «un’imbarcazione adibita al trasporto e dunque assoggettabile al codice delle assicurazioni». Bongiorno ha dichiarato: «Noi chiediamo di essere lasciati fuori da questo processo». Il tribunale di Crotone, nella precedente udienza, aveva accolto la richiesta dei rappresentanti dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime e per questo è stata chiamata in causa la Consap.
Gli avvocati: «Comportamento sbalorditivo»
L’avvocato Francesco Verri, uno dei legali delle famiglie, ha spiegato: «Eravamo riusciti ad ottenere dal tribunale il diritto di far intervenire nel processo la Consap perché risarcisca i danni in caso di condanna. E invece lo Stato dice “non contate su di me, non risarcisco nulla”. E dunque, non solo lo Stato quella notte si è lavato le mani, non solo ha lasciato morire le vittime di questo naufragio, non solo non ha neppure pensato di intervenire con un’operazione di polizia, non solo ha lasciato navigare un’imbarcazione non assicurata ma oggi dice “io non intendo prendermi cura neanche delle vittime ne risarcire loro i danni”. Dunque il comportamento dello Stato, appellandosi ad un cavillo, è sbalorditivo e non intende assumersi nessuna responsabilità neanche nei confronti dei superstiti e dei familiari delle vittime».
«Nel mio partito ci sono più omosessuali che al gay pride». Parola di Simone Pillon. L’ultracattolico ex senatore della Lega – tenace sostenitore di un complotto sull’ideologia gender alimentato dalla lobby LGBT per sovvertire l’ordine morale del mondo – lo ha detto nel corso della trasmissione Zona Bianca su Rete4. Non è certo la prima volta che Pillon – lo stesso che ai tempi della discussione sul ddl Zan si disse pronto a farsi esplodere come un kamikaze se la legge fosse stata approvata – solleva il tema. Nell’ottobre 2021 quando scoppiò lo “scandalo” Morisi (lo spin doctor di Matteo Salvini al centro di una vicenda sessuale dai contorni ambigui), in una conversazione col Foglio, poi smentita, si era detto “non” stupito dell’accaduto, «viste le note abitudini del personaggio» e quindi che la giustizia divina aveva semplicemente «fatto il suo corso».
L’intervento di Simone Pillon a Zona Bianca.
Il caso Morisi e la cosiddetta corrente Mykonos
Nella stessa occasione Pillon aveva aggiunto che Morisi non gli era mai piaciuto, anche perché gli aveva «sempre fatto la guerra». Per esempio cercando, nel 2019, di convincere – per altro senza successo – il segretario Salvini a non partecipare al World Family Congress (o Family Day) di Verona, la kermesse ufficialmente organizzata per promuovere la bellezza della famiglia, ma rivelatasi di fatto una manifestazione (a cui intervennero, tra gli altri, l’attuale presidente della Camera e allora ministro della Famiglia Lorenzo Fontana e l’allora ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, oltre a Salvini) impregnata di omofobia e discriminazione delle diversità, all’insegna dello slogan scandito da vari gruppi di estrema destra partecipanti (si distinsero Forza Nuova, Fortezza Europa e CasaPound) “Dio, Patria, Famiglia”. Non contento, Pillon aveva anche definito Morisi un tipico esponente della cosiddetta “corrente Mykonos” (così ribattezzata perché sull’isola greca il dem Zan vide un collega leghista particolarmente aggressivo in Aula contro il Ddl che portava il suo nome baciare un uomo) sostenendo di conoscere tutti i nomi di chi vi faceva parte, quasi a minacciare un perfido “outing” (l’outing a differenza del coming out è lo “sputtanamento pubblico” di persone gay che non si sono dichiarate volontariamente).
Quando dichiararsi gay nella Lega è un boomerang
Pillon, per dirla tutta, aveva anche detto che l’omosessualità dei suoi colleghi non rappresenta, di per sé, un problema, ma che sarebbe meglio che i “mykonosiani” almeno si dichiarassero pubblicamente come tali. Cosa che, visto qualche precedente, non si è rivelata del tutto utile per i diretti interessati. È il caso di Stefano Guida, ex parrucchiere, gay dichiarato (nel suo curriculum anche la partecipazione a un film porno, dal titolo inequivocabile di Gay Party Underwear), che, nel 2011, poco più che 30enne, si candidò, senza successo, alle elezioni comunali di Bologna proprio tra le file leghiste. Pare che la mancata elezione fosse stata dovuta alla “contro-campagna” organizzata nei suoi confronti dal Carroccio bolognese che non gli aveva perdonato, più che i trascorsi cinematografici, un’intervista molto “aperta”, rilasciata dal candidato a un sito online di informazione.
L’ex senatore della Lega Simone Pillon (Imagoeconomica).
LOS(T) in Padania
Guida era stato candidato “in quota” LOS (Libero Orientamento Sessuale) Padania, gruppo fondato, coraggiosamente, va detto, all’interno del Carroccio a metà Anni 90, per fare da “contraltare” al celodurismo imperante nel movimento, dove l’epiteto “culattone” rivolto dai leghisti (Calderoli e Bossi docunt) ai nemici politici era molto gettonato. Il LOS era stato fondato dai veneti Carlo Manera e Marcello Schiavon (e pare accolto favorevolmente da Roberto Maroni) proprio per sensibilizzare la Lega, ma in generale il centrodestra, nei confronti dei diritti degli omosessuali. Riuscì a raccogliere una cinquantina di militanti che parteciparono anche a qualche gay pride imbracciando bandiere celtiche, ma ebbe una vita effimera, durando, come si dice, lo spazio di un mattino. Venne riesumato a inizi Anni 2000 e, dopo la vicenda bolognese, sparì. Chissà, forse inghiottito dalle nebbie padane. LOS(T) in Padania.