Gualtieri e i botti vietati a Roma, il futuro di Emiliano e altre pillole

L’ordinanza ha un che di assurdo: a Roma il sindaco Roberto Gualtieri ha firmato il divieto dei botti di fine anno dalle 00.01 del 31 dicembre alle ore 24 del 6 gennaio. Anche Beppe Sala a Milano ha previsto una serie di limitazioni, ma solo nelle aree più affollate della città, in particolare in piazza Duomo. Nella Capitale, invece, ci sarà (in teoria…) un’intera settimana di astinenza dai fuochi. Gli obiettivi del primo cittadino? Salvaguardare «il patrimonio storico e archeologico di Roma», combattere «gli agenti inquinanti nell’aria, come biossido di azoto e il Pm10, per i quali si assiste ancora a situazioni di criticità» nella città, vietando «fuochi artificiali, petardi, botti, razzi e simili artifici pirotecnici», e poi «tubi di lancio e candele romane». Ammessi solo petardini da ballo, fontane pirotecniche, bengala, bottigliette a strappo lancia coriandoli, fontane per torte, bacchette scintillanti, ossia quelle conosciute dai più piccoli come “stelline”, trottole, girandole e palline luminose. Sanzioni amministrative previste: da 25 a 500 euro, senza contare il sequestro del materiale esplodente. E qui viene il bello: come si fanno i controlli? Quanti vigili andranno in giro per le strade della Capitale a controllare la situazione dei “botti”, cercando di identificare gli autori dei lanci di petardi? Con quale equipaggiamento dovranno vagare per la città? Non sarà un compito troppo pericoloso per l’incolumità dei lavoratori? Anche perché nel corpo della polizia municipale di Roma Capitale non esiste un reparto artificieri

Gualtieri e i botti vietati a Roma, il futuro di Emiliano e altre pillole
Botti sequestrati a Roma a fine 2024 (foto Ansa).

Per Emiliano un posto da assessore in Puglia

Quale sarà il futuro di Michele Emiliano? A Bari tutti sono sicuri che l’ex governatore della Regione Puglia alla fine farà l’assessore nella giunta di Antonio Decaro, nonostante le promesse e i giuramenti di quest’ultimo che non avrebbe mai dato un posto a Emiliano e a Nichi Vendola. «Il ritorno in magistratura di Emiliano sta creando problemi al Consiglio superiore della magistratura», afferma un vecchio giurista, dato che sono vent’anni che non esercita funzioni, e l’ex presidente aveva lasciato la toga «con la quarta valutazione di professionalità (un controllo periodico quadriennale, gestito dal Csm, ndr), mentre punta a tornare con la settima» che gli garantirebbe un raddoppio dello stipendio. Ma come si fa a saltare le valutazioni senza incorrere nelle ire dei colleghi, che a questo punto potrebbero protestare con la segretaria del Partito democratico Elly Schlein, proprio adesso che c’è in ballo il referendum sulla giustizia? Nell’attesa, che rischia di essere lunghissima, meglio trovargli un posto nella giunta pugliese fino al raggiungimento della pensione. Emiliano ora ha 66 anni (nel 2025 è pure diventato padre per la quarta volta) e lui stesso ha detto che il traguardo dovrebbe scattare a 67 anni, anche se in qualità di magistrato il limite di età per il collocamento a riposo d’ufficio è fissato a 70 anni. Insomma, dato che la giunta regionale dura cinque anni, il timing per risolvere il “problema Emiliano” appare perfetto…

Gualtieri e i botti vietati a Roma, il futuro di Emiliano e altre pillole
Michele Emiliano (foto Imagoeconomica).

Pure Lvmh acquista giornali, non solo Lmdv

Lotta tra sigle quasi simili per conquistare il mondo dell’editoria. La francese Lvmh (Louis Vuitton Moët Hennessy), il più grande conglomerato del lusso al mondo, ha acquistato il 100 per cento delle azioni della casa editrice francese Les Editions Croque Futur, che vanta tre testate come Challenges, Sciences & Avenir e La Recherche, con l’impegno di fornire «un’informazione di alta qualità» per rendere la cultura scientifica «accessibile a un pubblico più ampio». E pensare che il quasi omonimo Lmdv, ossia Leonardo Maria Del Vecchio, dopo lo shopping (si è comprato una parte de il Giornale e ha fondato Lmdv Media proprio per investire nel settore) ha puntato in Ciociaria su una società attiva nel settore delle costruzioni, Impredo, che era stata fondata dall’imprenditore Daniele D’Orazio, di Monte San Giovanni Campano. Impredo ha firmato la realizzazione del Twiga e delle milanesi Terme De Montel. Cioè quelle che fanno riferimento a Massimo Caputi, uno dei fedelissimi, da sempre, di Francesco Gaetano Caltagirone

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Bernard Arnault, fondatore, chairman e ceo di Lvmh (foto Ansa).

Brunetta fa scuola, i mega stipendi piacciono a tutti…

«Fece il passo più lungo della gamba, Renato Brunetta, da presidente del Cnel, aumentandosi lo stipendio da 250 mila a 310 mila euro annui», dicono a una cena alcuni suoi ex colleghi di Forza Italia. Dopo una forte polemica politica e l’irritazione del governo, e in particolare di Giorgia Meloni, Brunetta revocò l’infausta decisione, annullando l’aumento. «Ora che è passata la buriana sul maxi stipendio, molti potrebbero seguire il suo esempio, anche perché l’Italia è un Paese che dimentica velocemente, come dimostra il caso del Garante della Privacy: sono rimasti inchiodati alla poltrona, a piazza Venezia, nonostante le richieste di dimissioni per Pasquale Stanzione e tutti gli altri», commentano i forzisti. Quindi che succederà adesso? I rumors indicano una schiera di altissimi dirigenti di società, enti e casse previdenziali in fila per cercare di approdare all’Inps, l’istituto che – dopo la sentenza della Corte costituzionale che a luglio del 2025 ha cancellato il tetto di 240 mila euro per gli stipendi pubblici (Brunetta ne prendeva 250 mila dopo l’adeguamento Istat del tetto) – garantirebbe ai super dirigenti compensi a quota 310 mila euro. Certo, un’eventuale manovra del genere, quando lo saprà Meloni, rischia di finire affossata nel peggiore dei modi…

Gualtieri e i botti vietati a Roma, il futuro di Emiliano e altre pillole
Renato Brunetta (foto Imagoeconomica).

E pure il Corriere si dedica all’oroscopo

«Leone, Sagittario e Ariete i favoriti del 2026», si legge a tutta pagina sul Corriere della Sera. Sono i pronostici sull’oroscopo del prossimo anno firmati da Paolo Fox, che grazie a Candida Morvillo allieta l’ultimo giorno dell’anno con i segni zodiacali. E pensare che una volta dalle parti di via Solferino parlare di astrologia era vietatissimo. Ma chi è del Leone? Giuseppe Conte, il leader M5s, è nato l’8 agosto, e dello stesso segno sono Barack Obama e Federica Pellegrini. Del Sagittario è Pier Ferdinando Casini, in compagnia di Antonella Clerici e Maria De Filippi. E dell’Ariete è Massimo D’Alema, senza dimenticare Flavio Briatore e Lilli Gruber. Sarà il loro anno…

Flop, equilibri e delusioni: un anno di Rai targata Meloni

La decisione del governo di ridurre di 10 milioni di euro il budget per la Rai nel 2026 è l’ultima mazzata di un anno che per la tv pubblica è trascorso nel grigiore più totale e all’insegna della mediocrità. Tanto che, secondo i boatos che dal Parlamento rimbalzano a Palazzo Chigi fino a Via Asiago, Giorgia Meloni ormai la considera una partita persa. Tutte le beghe sono state delegate al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari che le fa da filtro e parafulmine.

Flop, equilibri e delusioni: un anno di Rai targata Meloni
Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio (Imagoeconomica).

Certo, la definizione di TeleMeloni ripetuta come un mantra dai giornali non allineati la infastidisce parecchio, anche perché non la considera veritiera. La premier sembra però aver rinunciato alla partita. Pure Matteo Renzi, con la sua riforma e la nomina ad ad di Antonio Campo Dall’Orto, aveva provato a disegnare una nuova Rai. Meloni forse si illudeva di poterlo fare, mettendo alla guida Giampaolo Rossi, il “guru”. Ma così non è stato. Tanto che ora la presidente del Consiglio sembra aver perso le speranze: si accontenta, raccontano, di avere dalla sua parte i principali tg, a cominciare dal Tg1 di Gian Marco Chiocci, e i due programmi di Bruno Vespa. Tutto il resto è contorno.

Flop, equilibri e delusioni: un anno di Rai targata Meloni
Gian Marco Chiocci (foto Ansa).

Giampaolo Rossi tra dubbi e flop

Per Meloni Rossi rappresenta una grande delusione, tanto che qualche mese fa ha tentato di sostituirlo proprio con Chiocci, il “suo” direttore del Tg1, che però ha rifiutato perché quello dell’amministratore delegato «non è il mio ruolo». Meloni si è anche guardata intorno tra i manager pubblici di area, ma non ne ha trovato nessuno disponibile a trasferirsi in Rai, anche per via del tetto ai compensi di 240 mila euro, che resiste solo nella tv pubblica. Arrivato con grandi aspettative, Rossi non ha lasciato traccia e sembra incarnare perfettamente la descrizione del governo che Marcello Veneziani ha vergato sulle pagine della Verità, che tanto trambusto ha generato nel dibattito politico. L’unico segno del passaggio di Rossi è stato lo smembramento di Rai3, la cui identità di rete progressista e sociale non esiste (quasi) più. L’ex Telekabul ora è un gran guazzabuglio, tenuta in piedi da programmi già esistenti: Report, Presa Diretta, Chi l’ha visto, Splendida Cornice. E Rossi, insieme al direttore dell’approfondimento Paolo Corsini, non è finora riuscito a dare una scossa all’informazione, il terreno più caldo della tv pubblica. Le uniche novità della sua gestione sono i flop dell’ex Iena Antonino Monteleone, partito in prima serata e finito su RaiPlay, e Far West di Salvo Sottile, che si barcamena con ascolti mediocri. L’unico vero successo, per Rossi e Corsini, è stato il ritorno di Massimo Giletti, che il lunedì sera, dopo un inizio in salita, si è conquistato il suo pubblico. Ora un nuovo programma d’informazione è all’orizzonte: sarà un talk, nella prima serata del mercoledì, per la cui conduzione sono in pole position Claudio Brachino e Hoara Borselli. Ma non si esclude nemmeno un ticket con entrambi: la decisione verrà presa a inizio gennaio. Vedremo.

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Giampaolo Rossi, ad Rai (Imagoeconomica).

Le mosse di Marano e Sergio

Per un Rossi che piange, c’è un Antonio Marano che ride. Il consigliere più anziano del Cda, a causa dell’impasse sulla nomina di Simona Agnes alla presidenza, da due anni è presidente facente funzione e questo gli permette di fare il bello e cattivo tempo. Per esempio, a lui si deve la nomina di Williams Di Liberatore nella casella della direzione prime time, in quota Lega. Insomma, Matteo Salvini o il suo uomo-tv Alessandro Morelli alzano il telefono e Marano esegue senza colpo ferire. E siccome l’ex direttore di Rai2 e di Rai Pubblicità l’azienda la conosce come le sue tasche, si muove come un topo nel formaggio. Di recente, però, ha dovuto ingoiare due bei bocconi amari. Innanzitutto è stato beccato con le mani nella marmellata per l’assunzione a Rai Pubblicità del compagno della figlia, Alessandro Valadè: lui nega di aver avuto un ruolo nella vicenda, ma i fatti rivelati da Repubblica paiono smentirlo. Insomma, pure Marano “tiene famiglia”. Poi c’è il caos alla Rai di Milano, da sempre il suo orticello personale, perché quel gran volpone del direttore generale Roberto Sergio, che ha la delega sugli asset immobiliari, ha deciso di accelerare la vendita del palazzo di corso Sempione ben prima del trasloco al MiCo, in Fiera, previsto nel 2030. Così i dipendenti milanesi saranno costretti a un trasferimento intermedio di almeno un paio d’anni in un’altra sede in zona Mecenate. Davanti a Sempione si è già tenuta una manifestazione di protesta, i sindacati sono sul piede di guerra e Marano, che sulla vicenda non ha toccato palla, è su tutte le furie. A Roma, invece, tra mille mugugni e malumori, è terminato il trasloco nella sede di Via Alessandro Severo, ma i lavori per la bonifica dell’amianto in Viale Mazzini non sono ancora nemmeno cominciati. Ed è difficile prevedere quando i dipendenti potranno tornarci (una decina d’anni?). 

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Antonio Marano (foto Imagoeconomica).

Show e fiction: alti e bassi tra De Martino e Sandokan

Nonostante il bilancio sostanzialmente positivo del 2025 – «le reti generaliste del Servizio pubblico», recita una nota dell’azienda, «confermano la propria leadership nell’intera giornata sfiorando il 30 per cento di share con Rai1 che cresce di 0,6 punti percentuali rispetto al 2024, con uno share medio del 18,6 per cento» – i problemi non sono mancati. Anche corazzate come Ballando con le stelle sono state tallonate e superate da Mediaset. Per non parlare del caso De Martino-Scotti. Se c’era un programma che andava alla grande, oltretutto nella fascia più ricca per introiti pubblicitari, era Affari Tuoi che macinava ascolti su ascolti. Poi il programma in estate è andato in letargo. Gli altri però non dormivano: Canale5 nei mesi estivi è tornato alla carica sull’access con La ruota della fortuna, condotta da Gerry Scotti. Risultato: a settembre De Martino è tornato ma Scotti è rimasto in testa e la Rai ha perso il primato nella fascia del preserale. Tanto che molti ormai danno in partenza il direttore del Day Time Angelo Mellone, sempre più distratto dai suoi spettacoli teatrali e dalle manifestazioni di libri. E pure a lui non dispiacerebbe spostarsi, poiché da anni ambisce a prendere il posto di Paolo Del Brocco alla direzione di Rai Cinema. Il quale, forse unico caso in Europa, guida quella struttura da una quindicina d’anni, facendo il bello e cattivo tempo sui finanziamenti pubblici alle pellicole nostrane e alle case di produzione. Sarà difficile spostarlo, ma il suo mandato scade in aprile e Mellone ci spera.

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Angelo Mellone, direttore Intrattenimento Day Time Rai (foto Imagoeconomica).

Sembra salda, invece, la posizione della direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati, che, senza eccellere, ha portato a casa il successo de Il conte di Montecristo e di Sandokan che, se ha fatto storcere il naso a pubblico colto e critica per i paragoni col Sandokan di Sollima, i suoi numeri li ha fatti. Sembra per ora azzeccato, invece, lo spostamento di Paolo Petrecca da Rainews a Raisport. «Almeno lì non fa danni», si sussurra in Via Asiago, dopo le diverse figuracce collezionate da Petrecca alla guida del canale all-news, quello sì diventato nelle sue mani TeleMeloni. Per quanto riguarda i tg, da registrare il crollo del Tg2 di Antonio Preziosi, mentre tengono Tg3 di Pierluca Terzulli e Tg1 di Chiocci, che però in più occasioni è stato superato dal Tg5.

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Paolo Petrecca (Imagoeconomica).

Media Freedom Act questo sconosciuto

Infine, c’è la grande incognita del Media Freedom Act, il regolamento dell’Unione europea che impone alcuni parametri alle tv pubbliche degli Stati membri, tra i quali una certa indipendenza dal potere politico e dal governo di turno, la tutela della libertà di stampa e del lavoro giornalistico, la verifica delle notizie, eccetera eccetera. L’Mfa (entrato in vigore il 5 agosto scorso) impone dunque all’Italia una riforma del sistema televisivo pubblico che però ancora non si vede. La maggioranza di centrodestra ha depositato un testo base che non fa altro che togliere potere all’esecutivo per consegnarlo al Parlamento, con il vertice Rai eletto a maggioranza semplice da Camera e Senato. Troppo poco. Ma da lì non ci si è più mossi poiché, dopo una lunga serie di audizioni, la legge di bilancio si è presa tutto lo spazio. Se ne riparlerà a gennaio, anche se le posizioni di maggioranza e opposizione sembrano inconciliabili. E pure tra gli stessi partiti di minoranza non c’è una proposta comune sulla Rai. La procedura d’infrazione per il mancato recepimento del Mfa da Bruxelles non è ancora partita, ma senza una riforma tra qualche mese l’Italia potrebbe essere sanzionata.  

Sul decreto Ucraina c’è un caso Vannacci: è scontro con Giorgetti

Il decreto Ucraina approvato in Cdm il 29 dicembre e con cui il governo ha prorogato l’invio di aiuti militari a Kyiv per il 2026 rischia di spaccare la Lega. Tutto è partito dalle parole di Roberto Vannacci. L’ex generale e oggi eurodeputato ha affermato sui social: «Ancora armi e ancora soldi. Ma soprattutto, ancora la stessa strategia. Una strategia che in anni di guerra ha prodotto morte, distruzione, instabilità, caro energia e declino economico europeo, senza fermare l’avanzata russa. A forza di acrobazie lessicali si continua a sostenere una guerra che non si vince, invece di puntare con decisione sulla negoziazione. Nel frattempo risorse fondamentali vengono sottratte a sanità, sicurezza, lavoro, pensioni, infrastrutture, scuola e ricerca. No a nuove armi. No a truppe italiane in Ucraina. No a fondi pubblici bruciati mentre i problemi reali restano irrisolti. Ora la parola passa al Parlamento. Mi auguro che non approvi».

Giorgetti risponde a Vannacci

A rispondergli è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Premesso che il segretario si chiama Salvini, io farò quello che dirà il mio segretario, non quello che dice il vicesegretario». Come riportato da Repubblica, il leader della Lega e ministro dei Trasporti, però, non è stato presente in Cdm perché a New York per motivi familiari. Giorgetti sulla vicenda ha risposto: «Ma non credo che sia motivata da polemica politica, non ho colto questo aspetto. Ieri c’è stato un Cdm che è stato molto veloce senza nessun tipo di attrito né dibattito».

Il Pd: «Divisioni sulla pelle degli ucraini»

Ma la divisione interna nel Carroccio non è passata inosservata. Il senatore del Pd Filippo Sensi su X ha scritto: «Non bastavano le vergognose divisioni sulla pelle degli ucraini tra Fratelli e Lega, ora anche all’interno della Lega. E non di un passante, ma del vicesegretario che sconfessa Salvini e il povero Borghi che stanno sulla linea 5Stelle. Al Cremlino stappano vodka».

L’Italia ha ricevuto dalla Commissione europea il pagamento dell’ottava rata del PNRR

«A seguito della valutazione positiva del primo dicembre sul raggiungimento di 32 obiettivi, di cui 16 target e 16 milestone», l’Italia ha ricevuto dalla Commissione europea il pagamento dell’ottava rata del PNRR, pari a 12,8 miliardi di euro. È quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi. Il governo ha inoltre trasmesso all’esecutivo comunitario anche la richiesta di pagamento della nona e penultima rata del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, anch’essa pari a 12,8 miliardi.

«Con la richiesta di pagamento della nona rata, l’Italia si conferma capofila in Europa nell’attuazione del PNRR, sia per numero di obiettivi raggiunti sia per importo ricevuto, che con l’ottava rata sale a 153,2 miliardi di euro, pari al 79 per cento della dotazione totale, a fronte della media europea del 60 per cento», ha scritto Giorgia Meloni sui social, aggiungendo che «nel 2026 il Governo, insieme alle istituzioni competenti, continuerà a lavorare con determinazione per completare gli obiettivi della decima e ultima rata».

Fitto: «Risultato che conferma il solido ritmo di attuazione del PNRR»

Parlando di «risultato che conferma il solido ritmo di attuazione del Piano e la qualità delle riforme e degli investimenti realizzati», il vicepresidente della Commissione Ue Raffaele Fitto ha scritto sui social che questa nuova tranche è destinata a sostenere «interventi strategici in settori chiave come pubblica amministrazione, appalti pubblici, economia circolare, gestione dell’acqua, digitalizzazione, energie rinnovabili, contrasto alla povertà energetica, turismo, istruzione, ricerca, innovazione».

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem

“La sinistra che vota sì” si ritroverà a Firenze il prossimo 12 gennaio, alla Palazzina Reale Firenze di Santa Maria Novella. Il sì ovviamente è alla riforma della giustizia che separa le carriere dei magistrati e introduce due Csm. A organizzare l’incontro è LibertàEguale, storica associazione di cultura riformista presieduta da Enrico Morando e Stefano Ceccanti. Al convegno sarà presente un pezzo del riformismo italiano favorevole alla modifica costituzionale: Anna Bucciarelli, Anna Paola Concia, Benedetto Della Vedova, Carlo Fusaro, Claudia Mancina, Giovanni Pellegrino, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi. Presenti anche Enrico Costa, deputato di Forza Italia, e Francesco Petrelli, presidente delle Camere Penali.

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem
La locandina del convegno di LibertàEguale a Firenze.

La lettera di dissenso di Parrini e Verini

Non tutti però sono convinti, tra i riformisti, che il sì sia giusto. Come i senatori del Pd, Dario Parrini e Walter Verini, che nelle scorse settimane hanno inviato una lettera di dissenso ai vertici di LibertàEuguale: «Dissenso serio, per il merito delle posizioni e anche per l’attivismo, con il quale si promuovono iniziative per il sì, quasi surclassando per impegno e determinazione quelle del ministro Nordio e della destra. Se vincessero i sì, non sarebbe una vittoria del ‘sì di sinistra’, ma di questa destra». Ma non è questo il punto principale del dissenso, hanno messo in chiaro Parrini e Verini: «Nel merito noi pensiamo alcune cose che necessariamente ricordiamo per titoli. Una moderna cultura della giurisdizione può trarre giovamento dalla circolazione di funzioni e ruoli dei magistrati. Un magistrato che ha svolto funzioni requirenti svolgerà meglio quelle giudicanti e viceversa. Con maggiore equilibrio e consapevolezza di interpretazione. Sono posizioni, queste, sostenute anche da componenti autorevoli e consapevoli dell’Avvocatura». Un corpo separato di pm – con un suo autoreferenziale Csm – «sarà vocato solo all’accusa», continuano i due dem, «alla esclusiva ricerca di prove a carico (oggi compito di un procuratore è quello di cercare tutti gli elementi – a carico e a discarico – in grado di portare ad una richiesta di rinvio a giudizio – se c’è previsione più che ragionevole di condanna – o alla archiviazione. Chi, oggi, denuncia lo ‘strapotere dei pubblici ministeri’, con questa riforma lo genererà davvero. A indebolirsi, così, rischiano di essere diritti e garanzie di indagati e imputati. Altro che ‘garantismo’».

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem
Walter Verini (Imagoeconomica).

LibertèEguale difende la separazione delle carriere

Non si è fatta attendere la replica dei vertici dell’associazione, che hanno accusato i due colleghi riformisti di usare «argomenti pregiudiziali contro qualsiasi separazione delle carriere, ma su quelli vale la nostra elaborazione di 25 anni che ha sempre ritenuto infondate le costruzioni ideologiche della comune cultura della giurisdizione che sono incompatibili col modello accusatorio. A noi non riesce che essere coerenti con noi stessi». Ci sono poi argomenti puntuali contro la separazione, tra cui i maggiori poteri ai pubblici ministeri. Un argomento «che stupisce alquanto avendo visto nelle Aule vari parlamentari delle opposizioni con cartelli contro lo strapotere che verrebbe ad avere il governo, critica di segno opposto. Visti i dati relativi alle indagini preliminari, con più del 95 per cento di richieste dei pm accolte dai gip, ci sembra che francamente accumulare più poteri, anche volendo, risulti sostanzialmente impossibile. I dati rilevanti sono nella fase preliminare, dove il processo mediatico sostituisce quello reale e il cittadino spesso non può poi sentirsi vendicato, ove accusato ingiustamente, dalle fasi ulteriori, che spesso non fanno notizia. Né l’appello né la Cassazione possono riparare a quanto avviene prima in termini di lesa dignità di tanti cittadini».

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem
Dario Parrini (Imagoeconomica).

Anche lo schleiniano Bettini per il sì

La giustizia insomma divide il centrosinistra e nello specifico spacca anche i riformisti, che di recente si erano già spaccati sull’ingresso nella maggioranza di Elly Schlein, con il contestato sbarco di Stefano Bonaccini fra i sostenitori della segretaria del Pd. Ora c’è il nuovo fronte sulla giustizia, destinato ad agitare più il centrosinistra – dove non mancano i favorevoli alla modifica costituzionale, anche tra gli amici di Schlein – che il centrodestra. D’altronde persino Goffredo Bettini, certamente un sostenitore di Schlein, al Congresso delle Camere Penali a Catania qualche settimana si è detto favorevole alla separazione: «Se la separazione delle carriere è un segnale verso la terzietà del giudizio per me ben venga. Se c’è l’imputato e due giudici è meglio che i giudici non si sommino ma, al contrario, si distinguano. Non due contro uno. Ma uno e uno. E se c’è un modo per evitare che qualche tipo di sentenza sia al riparo di reciproche convenienze, di scambio di favori, di un clima politicamente intossicato ben venga il superamento delle correnti di potere nella magistratura, affidandosi a altre vie per la costituzione del Csm. Ed evitando che i Pm rispondessero al potere politico che in quel momento comandava». La giustizia, come la politica estera, si conferma una bella grana per dem e affini.

Manovra, sì della Camera alla fiducia

La Camera ha confermato la fiducia al governo sulla manovra con 219 voti favorevoli e 125 contrari. Dopo il voto, i lavori in Aula sono stati sospesi e riprenderanno per proseguire con le votazioni sullo stato di previsione e l’esame di oltre 200 ordini del giorno. La conclusione della discussione e il voto finale sulla legge di bilancio sono programmati per il 30 dicembre all’ora di pranzo. Intanto sul tema dell’età pensionabile, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, arrivando a Montecitorio, ha commentato l’iniziativa della Lega: «Noi siamo intervenuti per ridurre l’aumento perché automaticamente aumentava di tre mesi dal 2027: l’abbiamo ridotto e abbiamo dovuto coprirlo con più di un miliardo. La Lega chiede di ridurlo ulteriormente? Vedremo durante il 2026».

Fine vita, la decisione della Consulta sulla legge toscana

La Corte costituzionale ha stabilito che la legge della Toscana sul fine vita non è illegittima nel suo impianto generale, ma presenta singole disposizioni che oltrepassano le competenze riservate allo Stato. Secondo i giudici, la normativa regionale rientra complessivamente nell’ambito della potestà legislativa concorrente in materia di tutela della salute e mira a «dettare norme a carattere meramente organizzativo e procedurale, al fine di disciplinare in modo uniforme l’assistenza da parte del servizio sanitario regionale alle persone che chiedano di essere aiutate a morire». Tuttavia, la Consulta ha rilevato che alcune parti del testo invadono ambiti attribuiti in via esclusiva alla legislazione statale.

Che cosa è stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta

In particolare è stato dichiarato incostituzionale l’articolo 2, che definisce direttamente i requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. Per la Corte, su questi profili la legislazione regionale non può intervenire, poiché si tratta di «delicati bilanciamenti, che attengono essenzialmente alla materia dell’ordinamento civile e penale», rispetto ai quali le Regioni non possono agire «in via suppletiva della legislazione statale, per così dire “impossessandosi” dei principi ordinamentali individuati da questa Corte». Sono stati inoltre bocciati gli articoli 5 e 6 nelle parti in cui fissano termini rigidi per la verifica dei requisiti e per le modalità di attuazione, giudicati «lesivi dell’esigenza di uniformità sul territorio nazionale. Incostituzionale anche l’articolo 7, comma 1, che obbliga le aziende sanitarie locali a garantire supporto tecnico, farmacologico e assistenza per l’autosomministrazione del farmaco.

Fine vita, la decisione della Consulta sulla legge toscana
Eugenio Giani (Imagoeconomica).

Soddisfazione è stata espressa dal presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che ha dichiarato: «Esprimo soddisfazione per la pronuncia della Corte Costituzionale che, nella caratteristiche di generalità rispetto al potere legislativo espresso dalla Regione Toscana, ci riconosce la legittimità e i contenuti sulla materia» del fine vita, tema «su cui si è registrata l’assoluta assenza dello Stato quando con sentenza 242/2019 la stessa Corte aveva invitato, a provvedere, il legislatore statale». Giani ha aggiunto che ora «c’è un diritto delle Regioni a legiferare» sul suicidio medicalmente assistito, sottolineando che la «Toscana è stata la prima» e che «il Governo chiedeva d’abrogare la nostra legge».

Silvia Salis sull’arresto di Hannoun: «Mai avuto contatti»

La sindaca di Genova Silvia Salis ha affrontato il tema dell’arresto di Mohammad Hannoun, accusato di finanziamento ad Hamas, intervenendo dopo le critiche provenienti dalla destra: «Avevo scelto il silenzio sulle indagini perché le inchieste non si commentano e si lascia lavorare la magistratura senza strumentalizzazioni politiche». Una posizione, ha aggiunto, cambiata di fronte a quella che definisce una ricostruzione distorta: «Ma in queste ore sta circolando un racconto falso, costruito con fotomontaggi e insinuazioni, che ha superato la soglia della tollerabilità». La sindaca ha quindi rivendicato la propria scelta di scendere in piazza, chiarendo: «Non prenderò mai alcuna distanza – la sua precisazione – da uno straordinario movimento di solidarietà per la popolazione palestinese nato a Genova e del quale sono profondamente orgogliosa».

Salis: «Se le accuse fossero vere danno enorme per la popolazione palestinese»

Entrando nel dettaglio delle accuse, Salis ha ricostruito quanto avvenuto durante una manifestazione di settembre: «Non sono mai andata in piazza con altri sindaci ad ascoltare Hannoun il 17 settembre. In quella giornata abbiamo partecipato per pochi minuti a una delle tante iniziative di Music for Peace, senza alcun contatto con Hannoun, né allora né in altre occasioni. Se lui ha parlato, lo ha fatto dopo che io e gli altri sindaci avevamo già lasciato la piazza. Querelerò chi diffonde notizie inventate e chiedo agli altri sindaci di seguirmi». Replicando alle contestazioni politiche, ha aggiunto: «Secondo la destra non avrei dovuto partecipare a manifestazioni di solidarietà a un popolo massacrato perché c’era anche lui, all’epoca sconosciuto ai più e per di più libero cittadino», per poi concludere: «Se le accuse verranno confermate, sarà un danno enorme: per la popolazione palestinese; per chi, pensando di aiutare persone che morivano e soffrivano sotto le bombe, è stato ingannato a beneficio dei terroristi».

Il Cdm approva il decreto aiuti per l’Ucraina

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto che proroga il sostegno italiano all’Ucraina. Il testo è arrivato all’esame del Cdm con alcune modifiche, un’intesa confermata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. La versione approvata contiene un richiamo esplicito sia agli aiuti militari sia agli interventi a favore della popolazione civile, includendo misure che affiancano l’invio di armamenti con iniziative su logistica, sanità e ricostruzione delle reti elettriche, attribuendo così alla formulazione del decreto un valore non solo terminologico ma anche operativo. Nei giorni precedenti la Lega ha esercitato una forte pressione su Palazzo Chigi, insistendo sulla necessità di vigilare sull’utilizzo dei fondi destinati a Kyiv e richiamando il tema della corruzione in Ucraina. Giorgia Meloni ha richiamato l’esigenza di coesione tra alleati, affermando: «Mai come in questo momento, è necessario mantenere l’unità di vedute tra partner europei, Ucraina e Stati Uniti per porre fine a quasi quattro anni di conflitto. Solo attraverso questa solida unità di vedute la Russia può essere posta di fronte alle proprie responsabilità e spinta a dimostrare una reale disponibilità a sedere al tavolo dei negoziati».

Pd: «Quanto emerge dal Consiglio dei ministri smentisce Salvini»

Dall’opposizione sono arrivate diverse critiche. La capogruppo di Italia Viva al Senato, Raffaella Paita, intervenendo a Tagadà, ha dichiarato: «A dispetto dei tentativi della Lega e del suo senatore Borghi di far credere il contrario, quello di cui si parla in questi giorni è a tutti gli effetti un decreto di aiuti militari, e non ‘anche militari’». Anche la deputata del Pd Lia Quartapelle, sentita dall’Ansa, ha osservato: «Per inviare aiuti militari c’è bisogno di un decreto da sottoporre al voto del Parlamento. Per aiutare la popolazione civile di Gaza non ci sono stati passaggi parlamentari, ma per l’Ucraina servono perché si tratta di un sostegno militare. Se c’è un decreto significa che il governo sta chiedendo al Parlamento di continuare con il sostegno militare. La Lega può giocare con le parole ma il fatto è questo. Quanto emerge dal Consiglio dei ministri smentisce Salvini», aggiungendo infine «La Lega non è sola perché Conte torna al suo vecchio amore con il suo ordine del giorno alla legge di bilancio. Un odg totalmente sulla linea salviniana e che è quindi irricevibile».

Campania, Massimiliano Manfredi nuovo presidente del Consiglio regionale

Massimiliano Manfredi è il nuovo presidente del Consiglio regionale della Campania. L’elezione è avvenuta nella mattinata del 29 dicembre, al primo scrutinio, con 41 preferenze su 51 votanti, grazie a una convergenza che ha coinvolto sia la maggioranza sia le opposizioni. Durante la votazione sono state registrate anche sei schede bianche, un voto nullo attribuito a Vincenzo De Luca perché non presente in aula, oltre a una preferenza per Lucia Fortini e una per Luca Fella Trapanese.

Chi è Massimiliano Manfredi

Cinquantadue anni, nato a San Paolo Belsito, sposato e padre di due figlie, Manfredi vanta un lungo percorso politico e istituzionale. Dopo l’esperienza come segretario provinciale della sinistra giovanile a Napoli, ha lavorato al Comune di Napoli occupandosi di politiche del lavoro e concertazione. È stato poi capo della segreteria del ministro della Funzione Pubblica Luigi Nicolais, dirigente nazionale del Partito democratico e presidente provinciale del Pd napoletano. Eletto alla Camera nel 2013, ha fatto parte delle commissioni Ambiente, Antimafia e Politiche dell’Unione europea. Nel 2020 è entrato in Consiglio regionale con quasi 20mila voti, venendo rieletto alle ultime regionali con 30.500 preferenze. È componente dell’Assemblea nazionale del Pd ed è fratello del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi.

Sangiuliano: «Una sconfitta per De Luca»

Sul risultato si è espresso il capogruppo di Fratelli d’Italia Gennaro Sangiuliano: «L’elezione di Massimiliano Manfredi, per il quale abbiamo votato per dare un segnale di collaborazione istituzionale, rappresenta la prima sconfitta di De Luca e del deluchismo. Fino a pochi minuti prima dell’inizio del consiglio la maggioranza era profondamente spaccata. Il monarca spodestato ha provato a manipolare ma è stato respinto. Diciamo che c’è stato un soccorso blu, siamo di destra e crediamo nel valore delle istituzioni. Il fatto che siano usciti voti a Trapanese, Fortini e uno nullo a De Luca è significativo circa compattezza della maggioranza». Da Forza Italia, il segretario regionale Fulvio Martusciello e il capogruppo Massimo Pelliccia hanno dichiarato: «Forza Italia responsabile ma la legislatura parte con franchi tiratori in maggioranza. Abbiamo scelto la via della responsabilità istituzionale votando convintamente Massimiliano Manfredi presidente del Consiglio regionale ma bisogna prendere atto che la maggioranza ha problemi seri». A queste parole si è aggiunto il senatore Franco Silvestro: «Abbiamo dato una grande prova di responsabilità e ci aspettiamo da Manfredi equidistanza e rispetto di tutti».

Manfredi: «Impegno contro femminicidi e morti bianche»

Nel suo primo intervento da presidente, Manfredi ha sottolineato il ruolo dell’assemblea regionale affermando: «Ci sono contrasti nell’aula della Regione ma abbiamo sempre un’unione su temi importanti. A partire da Anna Tagliaferri, che dal suo compagno è stata uccisa, e da Giacomo Bortone cittadino di Cercola che 18 giorni fa è l’ultima morte bianca in Campania schiacciato dal carrello elevatore. Sul femminicidio e sulla morte sul lavoro questa aula si è saputa unire approvando all’unanimità o a grandissima maggioranza norme che ci consentono di avere in Regione leggi di grande avanzamento su questi temi. Questi sono punti in cui nostro ruolo di legislatori ci fa sentire utili nei confronti dei cittadini che ci hanno votato».

Campania, Massimiliano Manfredi nuovo presidente del Consiglio regionale
Massimiliano Manfredi (Ansa).

Manfredi ha poi aggiunto: «Questo voto così ampio va al di là del risultato elettorale e impone alla mia figura un ruolo e una responsabilità molto ampia e credo che vada condivisa con il ruolo di questa aula in questi 5 anni», concludendo: «oggi inizia un nuovo percorso dopo 10 anni di De Luca. Fico è il primo dei nostri consiglieri, a lui in bocca al lupo perché questa aula possa essere sempre il luogo dell’incontro, dello scontro ma politico ma soprattutto rendere orgogliosi i cittadini che hanno voluto che fossimo qui».

Lo strappo di Veneziani e gli scricchiolii a destra di Meloni: le pillole del giorno

Le dichiarazioni anti-meloniane di Marcello Veneziani hanno fatto danni, a destra. Quella voglia di “staccarsi dal gruppo”, come al Giro d’Italia, covava da tempo: su La Verità il 5 novembre Veneziani parlava di «Melonarchia, ovvero la presenza della Meloni al governo», che non è certo un complimento. Fino alla più recente accusa di «non aver cambiato niente nella nostra vita di italiani», che forse è quello che spera ogni reazionario. Veneziani è stato consigliere d’amministrazione della Rai (e in quel caso come si è adoperato lui per cambiare le cose?, bisbiglia velenoso qualcuno), e pure di Cinecittà Holding: in quest’ultima realtà statale venne nominato da Giuliano Urbani, liberalissimo ex ministro della Cultura, di Forza Italia, e mandato via da un altro inquilino di via del Collegio Romano, il filosofo cattolico Rocco Buttiglione. Ed era il 2005. Se Elly Schlein «non l’hanno vista arrivare» al Nazareno, per usare una formula lessicale in voga tra i maggiorenti di una volta (?) del Partito democratico, Veneziani ha voluto far vedere che usciva dal recinto della destra. Anche se, e va detto al ministro Alessandro Giuli, Veneziani aveva lanciato un avvertimento dal quotidiano romano Il Tempo in un’intervista del 31 ottobre, nelle paginate spese in tante giornate dall’ex direttore Tommaso Cerno per ricordare Pier Paolo Pasolini: intervistato da Pietro De Leo, disse non troppo cripticamente che lo scrittore e regista forniva alcuni strumenti per capire la politica di oggi, evidenziando che «ci fa capire i presupposti da cui deriva l’odierno declino della politica, delle idee e delle appartenenze», con «il vuoto e la miseria dei nostri anni, e la perdita di umanità». Un messaggio nella bottiglia che voleva annunciare un malessere, ma che evidentemente non era arrivato a destinazione, tanto da avere bisogno di una robusta e ampia contumelia, scritta in prima persona, prendendo di petto il governo. Come andrà a finire? Qui tocca sentire Matteo Renzi: il leader di Italia viva è arrivato a dire che Giorgia Meloni «è messa molto peggio del previsto, gli scricchiolii si sentono a destra». Ma potrebbe essere anche il rumore di qualche tarlo, solerte divoratore del legno, presente a Palazzo Chigi. Comunque, anche la bile nera fa rumore…

Lo strappo di Veneziani e gli scricchiolii a destra di Meloni: le pillole del giorno
Lo strappo di Veneziani e gli scricchiolii a destra di Meloni: le pillole del giorno
Lo strappo di Veneziani e gli scricchiolii a destra di Meloni: le pillole del giorno
Lo strappo di Veneziani e gli scricchiolii a destra di Meloni: le pillole del giorno

Cosa non dirà Mattarella nel suo discorso di fine anno?

Mentre la manovra fa litigare maggioranza e opposizione, con il solito triste spettacolo della finanziaria di fine anno che permette però ai funzionari parlamentari e a chi lavora nei palazzi del potere di fare il pieno di straordinari grazie alle sedute notturne, i politici nei ritagli di tempo, tra una votazione e l’altra, si chiedono «cosa dirà il presidente della Repubblica nel messaggio del 31 dicembre?». Un domandone al quale nessuno riesce a dare una risposta: certo, i timori sono tanti, con Lega, Movimento 5 stelle e Alleanza verdi e sinistra che sperano di non sentire arrivare dal Quirinale «parole bellicose» in tema di riarmo e difesa europea. Quelli di Fratelli d’Italia invocano il silenzio sulla giustizia e sul referendum, «anche perché Sergio Mattarella è presidente del Consiglio superiore della magistratura». Ognuno cerca di pronosticare «cosa non ci sarà nel discorso», ma è certo che l’appuntamento a reti unificate sarà seguitissimo, più degli anni precedenti.

Lo strappo di Veneziani e gli scricchiolii a destra di Meloni: le pillole del giorno
Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

I castelli di carta di Marattin

«Poi uno dice la deforestazione dell’Amazzonia». Luigi Marattin ha pubblicato sui social una foto con i carrelli pieni di carte, alla Camera dei deputati: erano gli stampati «per la lettura parlamentare della legge di bilancio». Roba da cancelleria di tribunale, con i faldoni spostati in occasione della celebrazione dei processi. Masse di documenti che mai verranno letti da tanti eletti, ma solo da chi ha interesse a un particolare emendamento: tutti gli altri si attengono alle direttive del partito e votano secondo l’indicazione del capogruppo, lasciando intonse le carte. Marattin, che ora fa parte del Partito liberaldemocratico dopo lunghe stagioni renziane, verga un commento di fuoco sulla scena immortalata: «Tutto, assieme al lavoro di centinaia di funzionari e impiegati, assolutamente per l’anima dell’organo riproduttivo maschile». Cosa avrà voluto dire?

Manovra, rush finale alla Camera

A seguito del via libera al Senato, la legge di bilancio è approdata alla Camera dei deputati. Dopo la discussione generale di oggi, domenica 28 dicembre, il governo porrà la questione di fiducia. Lunedì 29 dicembre nel primo pomeriggio ripartiranno i lavori dell’aula di Montecitorio con le dichiarazioni di voto sulla questione di fiducia: la chiama è prevista per la serata, a partire dalle 19. Al termine verrà avviato l’esame degli ordini del giorno con una preannunciata seduta notturna. Martedì 30 dicembre i lavori riprenderanno dalle 9:30, con le dichiarazioni di voto previste per le 11 e votazione finale entro le 13.

Corte dei Conti, Schlein: «Il governo si ritiene al di sopra della legge»

La segretaria del Pd Elly Schlein ha affermato che «la riforma della Corte dei Conti è un’altra prova del disegno di un governo che si ritiene al di sopra della legge» e che «il silenzio assenso e il tetto massimo di sanzione per un funzionario che viola la legge, insieme all’abolizione dell’abuso d’ufficio, crea una sacca d’impunità pericolosa».

Schlein: «Questo governo vuole le mani libere»

«Questo governo vuole le mani libere per fare tutto ciò che ritiene coi soldi degli italiani, rifiuta ogni forma di controllo, rifiuta ogni risposta che non sia ‘sì signora’», si legge in una nota. Schlein prosegue poi: «Per loro chi prende un voto in più alle elezioni non deve essere sottoposto al controllo di legalità. La separazione dei poteri è un principio fondamentale della democrazia, che vuole che ad ogni potere, specialmente di governo, corrisponda un limite adeguato a garanzia di tutti. È questo principio ad essere messo sotto attacco dalle riforme del governo Meloni».

Il governo ha raggiunto l’accordo sul decreto armi per l’Ucraina

Il 29 dicembre è atteso in Consiglio dei ministri il decreto per la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari all’Ucraina anche nel 2026. Una questione, quella del sostegno a Kyiv, che ha portato a forti tensioni all’interno della maggioranza. Ma, dopo settimane di trattative (e contatti continui tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini), la quadra finalmente sembra essere arrivata: il testo che approderà lunedì in Cdm – all’indomani del vertice in Florida tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky – prevede la fornitura di aiuti militari in munizioni, artiglieria e ogni altro possibile dispositivo armato utile alla resistenza ucraina, come nei testi precedenti. Ma (ecco la differenza rispetto al passato) parlerà anche di «autorizzazione prioritaria a equipaggiamenti sanitari e logistici» e di rafforzamento e ricostruzione della rete elettrica, ad esempio con l’invio di gruppi elettrogeni e generatori. Si tratta di misure, volte a “controbilanciare” l’invio di armi, che erano già tecnicamente possibile con i precedenti decreti. Ma la riformulazione viene incontro alla Lega, che chiedeva di inviare all’Ucraina aiuti principalmente civili.

Corte dei Conti, approvato dal Senato il ddl: che cosa cambia

Con il voto finale dell’Aula di Palazzo Madama, il disegno di legge sulla Corte dei Conti è stato approvato in modo definitivo, senza modifiche rispetto al testo già licenziato dalla Camera. I voti favorevoli sono stati 93, contrari 51 e cinque le astensioni. Il provvedimento, presentato a Montecitorio con prima firma di Tommaso Foti, diventerà legge dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Tra le principali novità figura l’introduzione di un limite alla responsabilità erariale e una delega al governo per emanare uno o più decreti legislativi destinati alla riorganizzazione e al riordino delle funzioni della Corte dei Conti.

Sanzioni economiche per chi provoca ritardi nei procedimenti legati al Pnrr e Pnc

Sul piano della responsabilità, la legge stabilisce un tetto ai danni risarcibili: la Corte, «salvi i casi di danno cagionato con dolo o di illecito arricchimento, esercita il potere di riduzione ponendo a carico del responsabile, in quanto conseguenza immediata e diretta della sua condotta, il danno o il valore perduto per un importo non superiore al 30 per cento del pregiudizio accertato», con un limite massimo che non può superare il doppio della retribuzione lorda. In Aula la maggioranza ha richiamato «il principio secondo cui la buona fede degli amministratori politici si presume fino a prova contraria». Le nuove regole si applicano anche ai procedimenti ancora in corso alla data di entrata in vigore della legge e non definiti con sentenza definitiva. Sono inoltre previste sanzioni economiche per chi provoca ritardi superiori al 10 per cento nei tempi di conclusione dei procedimenti legati a Pnrr e Pnc.

LEGGI ANCHE: Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo

Mantovano: «Nessuna vendetta per il Ponte sullo Stretto»

Sulle critiche delle opposizioni è intervenuto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, affermando: «Non c’è unanimità di dissensi tra i giudici contabili, più di uno di loro ha manifestato favore nei confronti della riforma, soprattutto nella parte di approfondimento che ha avuto alla Camera, vi è stata una costante interlocuzione con rappresentanti della corte dei conti che ha permesso di modificare più di una delle norme dell’impostazione originaria. Non c’è nessuna vendetta perché l’iter di questa riforma parte all’incirca due anni fa. In Senato è approdata nel marzo di quest’anno, vi è stata una serie di audizioni, legarla al provvedimento della magistratura contabile sul Ponte dello stretto che è intervenuto poco più di un mese fa mi sembra, per usare un eufemismo, una forzatura».

Ucraina, Salvini: «Trump per la pace, no ai guastatori occidentali»

Nonostante il massiccio attacco russo in Ucraina nella notte, Matteo Salvini ha manifestato ottimismo sulla situazione del conflitto in vista dell’incontro previsto a Mar-a-Lago tra Zelensky e Trump. Intervenendo a Radio Libertà il leader leghista ha detto: «Mi aspetto un altro passo avanti. Ringrazio come tutti dovrebbero ringraziare il presidente Trump per lo sforzo che sta facendo. E poi è chiaro che la partita finale sarà a tre: Trump-Zelensky e Putin. Spero non ci siano guastatori occidentali a cui conviene la continuazione della guerra con la produzione e la vendita delle armi magari per riconvertire settori industriali messi in ginocchio da Bruxelles. Ci sono migliaia di morti ogni giorno», ha affermaato il ministro dei Trasporti, «un massacro insensato per una guerra che ormai è chiaro a entrambi i fronti che nessuno vincerà sul campo», ha aggiunto, precisando che «la soluzione territoriale dovranno trovarla Zelensky e Putin con l’accompagnamento dell’amministrazione americana, non Macron, Kallas, Stamer o Salvini». Il vicepremier ha inoltre osservato: «Mi sembra che le parole di Zelensky nelle ultime settimane rappresentino la voglia di mettere fine a questo massacro».

Salvini sull’arresto di Hannoun: «Accusava me, ma è lui un finanziatore dei genocidi»

Nel corso della stessa trasmissione radiofonica, Salvini ha commentato anche l’arresto di nove persone accusate di aver finanziato Hamas, tra cui Mohammad Hannoun, presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia: «Spero che vengano presi tutti. Che vengano espulsi quelli che sono in Italia illegalmente e spero che il processo di pace prosegua nonostante i pro-pal», ha dichiarato. Appresa la notizia in diretta, ha aggiunto: «Quindi il presidente dei giovani palestinesi, che è stato intervistato centinaia di volte e che mi dava dell’assassino e del genocida, come a tutto il governo, era lui un finanziatore dei genocidi». Salvini ha poi ribadito il ruolo degli Stati Uniti nel quadro internazionale: «Se oggi a Gaza e a Tel aviv non volano missili e scorre meno sangue non è grazie alla Flottilla, all’Albanese, a Greta Thumberg, alla Schlein ma è grazie a Donald Trump e alla buona volontà dimostrata da palestinesi e israeliani nonostante i fenomeni che in Italia e in Europa hanno fatto casino dalla parte sbagliata», ricordando infine che «l’Italia è fra i Paesi non musulmani quello che ha maggiormente aiutato la popolazione palestinese».

Natale, gli auguri social dei politici: dal maglione di Meloni alle foto di famiglia

Come di consueto, gli auguri di Natale di politici e istituzioni sono arrivati via social. Dal video del Quirinale ai post dei leader di partito, eccone una carrellata.

Gli auguri di Natale della politica

Il video del Quirinale

Sugli account del Colle è comparso un filmato con diverse immagini. La prima ritrae una bambina nei corridoi del Quirinale che saluta un corazziere, il quale le risponde con un tenero sorriso. Poi c’è la stella che illumina il piazzale d’onore, le statuine del Presepe e il maestoso albero alla Vetrata, con tanto di pallina personalizzata con le insegne della presidenza della Repubblica.

Il maglione di Meloni

La premier Giorgia Meloni ha optato per una foto davanti all’albero con uno spiritoso maglione rosso che reca la scritta «anche a te e famiglia».

Salvini e il suo primo Natale da assolto dopo cinque anni

Più loquace il suo vice Matteo Salvini, che non ha mancato di ricordare come questo sia il suo primo Natale da assolto dopo cinque anni di processo Open Arms. Proprio nei giorni scorsi, infatti, la Cassazione ha confermato definitivamente la sua assoluzione. «Tanti, tanti e tanti auguri di serenità, di salute, di successo, di pace per il mondo che ci circonda. Io sono felice perché dopo cinque anni di processi, di viaggi e testimonianze, è il primo Natale che posso festeggiare in famiglia, non più da indagato o da imputato, ma da italiano assolto, libero, perché ho difeso la sicurezza, i confini e la dignità del mio Paese», ha detto in un video.

La foto di Tajani

«Che questo Natale sia un’occasione per riscoprire la sacralità della vita, il rispetto dell’altro, la libertà che costruisce dialogo e la pace che rinnova», ha invece scritto il vicepremier Antonio Tajani postando un’immagine della Natività.

Santanchè in mezzo alla neve

Gli auguri di Daniela Santanché, ministra del Turismo, sono arrivati dalla montagna. Paesaggio innevato, fiocchi che cadono, un cagnolino e un outfit coordinato color nocciola per augurare «buon Natale a tutti, ma soprattutto ai lavoratori del settore del turismo, a tutti coloro che per rendere più grande la nostra nazione in questi giorni di festa lavoreranno». Poi la chiosa: «Gli auguri li faccio a chi mi vuole bene e a chi mi vuole male. Cerchiamo di essere tutti un po’ più buoni, forse sarà difficile ma ci dobbiamo provare».

Conte e la foto con la compagna Olivia

Foto di famiglia invece per il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, che ha condiviso un’immagine che lo ritrae accanto alla compagna Olivia Palladino e a un cane nero con l’albero di Natale sullo sfondo.

Natale con i tuoi (guai): cosa chiedono Meloni, Schlein, Conte & co. sotto l’albero

Natale si avvicina. Anche per i nostri politici. Ma quali sono i regali che i leader vorrebbero trovare sotto l’albero?

Giorgia Meloni non vuole più colleghi di partito e ministri porta guai

Quasi condotta in porto la “manovrina” economica da appena 18,5 miliardi (incassato l’ok del Senato, è atteso solo il via libera “blindato” della Camera, che dovrà approvarla senza modifiche), che cosa può chiedere la premier Giorgia Meloni a Babbo Natale, visto che un notebook da quasi 10 mila euro lo riceverà dai parlamentari di Fratelli d’Italia, che hanno fatto una colletta da 50 euro a testa? Il primo desiderio forse sarà quello di avere una classe dirigente più all’altezza della situazione, perché la sensazione è che lei agisca in una magnifica solitudine. I suoi colleghi di partito (vedi, ultima in ordine di tempo, Elisabetta Gardini, autrice di una contestata proposta per riformare i condomini e la legge sui morosi) e i suoi ministri (come Matteo Salvini) sembrano portare solo guai che si potrebbero tranquillamente evitare. Il primo scoglio sarà ancora sulle armi a Kyiv, naturalmente. Per Meloni, poi, sarà fondamentale il referendum sulla giustizia, anche se lei, a differenza di Matteo Renzi, sta cercando di politicizzarlo il meno possibile. Infine, forse chiederà pure che la provvidenza conservi in salute Elly Schlein e Giuseppe Conte che, con il loro rapporto altalenante e schizofrenico, per la premier rappresentano una sorta di assicurazione sulla vita.

Natale con i tuoi (guai): cosa chiedono Meloni, Schlein, Conte & co. sotto l’albero
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio (Imagoeconomica).

Matteo Salvini chiede il Ponte e una sistemazione tranquilla per Zaia

È Matteo Salvini la vera spina nel fianco di Meloni, come si è capito anche nell’evoluzione della manovra economica, che ha visto il Capitano contrapporsi addirittura al “suo” ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Sotto l’albero, però, Salvini si aspetta di trovare soprattutto un ruolo per Luca Zaia, tale da non mettere in discussione la sua leadership alla guida del Carroccio. Per adesso l’ex governatore si accontenterà di fare il presidente del Consiglio regionale veneto, ma si sa che la sua ambizione è quella di guidare una sorta di Csu padana, sul modello tedesco, cui Salvini si opporrebbe strenuamente poiché ne dimezzerebbe il potere sul Nord. Il regalo più grande, però, per lui sarebbe la partenza del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, vedendo così superate tutte le criticità, a partire dai rilievi della Corte dei conti. Su questo come ministro delle Infrastrutture si gioca tutto. Con uno sguardo al futuro: tornare al Viminale in caso di conferma del centrodestra alle Politiche. Non ne ha mai fatto mistero, ora più che mai.

Natale con i tuoi (guai): cosa chiedono Meloni, Schlein, Conte & co. sotto l’albero
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Antonio Tajani punta a fermare la scalata di Roberto Occhiuto dentro Forza Italia

Poteva essere un Natale tranquillo, quello del ministro degli Esteri Antonio Tajani. E invece no, è arrivato Roberto Occhiuto a rompergli le uova nel paniere: il governatore calabrese si è addirittura messo in testa di scalare Forza Italia e sfidarlo al prossimo congresso. Roba da matti. Il problema, per Tajani, è che Occhiuto è assai ben visto della “famiglia”. Piace a Marina e Pier Silvio Berlusconi perché la pensa come loro sulla necessità di rinnovare il partito, cacciare le vecchie facce e aprire alle nuove, rielaborando la versione aggiornata della rivoluzione liberale. Finora, di fronte alle lamentele di Marina e Pier Silvio, Tajani ha fatto orecchie da mercante. E così loro sembrano aver deciso di puntare su un altro cavallo. E Antonio, c’è da giurarci, non ci dorme la notte.

Natale con i tuoi (guai): cosa chiedono Meloni, Schlein, Conte & co. sotto l’albero
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Marina & Pier Silvio spingono per facce nuove e un partito più moderno

Marina non ci pensa proprio a scendere in politica, ma molti invece ci sperano. Pier Silvio invece ci si butterebbe, tanto più che avrebbe praticamente gli stessi anni del padre Silvio versione 1994 (57 anni), ma lo sconsigliano e lui temporeggia. I due figli più grandi del Cav non la pensano politicamente allo stesso modo su tutto, ma su molte cose sì. Per esempio sono convinti che il potenziale bacino elettorale di Forza Italia sia del 20 per cento, ma che con l’attuale segretario Tajani e i suoi fidati colonnelli non ci si arriverà mai. Per loro nel partito molti dovrebbero essere pensionati per fare spazio ai giovani, in primis Paolo Barelli e Maurizio Gasparri, grazie e arrivederci. Inoltre soprattutto Marina vorrebbe una Forza Italia più liberale, riformista e aperta sui diritti civili, dallo ius scholae ai diritti della comunità Lgbtq+. Insomma, sotto l’albero di Natale Marina e Pier Silvio vorrebbero trovare una Forza Italia rinnovata, frizzante, moderna e spostata un filo… più a sinistra. «Un Psi craxiano rivisitato e corretto in versione 2.0», sussurrano da Arcore. Per questo lasciano trapelare il loro appoggio a Occhiuto, partito lancia in resta alla conquista del partito. Se andrà bene sarà anche merito loro (che detengono sempre 100 milioni di fideiussioni a credito di Forza Italia), se andrà male sarà colpa di Occhiuto.

Natale con i tuoi (guai): cosa chiedono Meloni, Schlein, Conte & co. sotto l’albero
Marina e Pier Silvio Berlusconi.

Elly Schlein spera di trovare sotto l’albero un Conte rabbonito e controllabile

Non ci sono dubbi su ciò che Elly Schlein possa voler trovare sotto l’albero: un Giuseppe Conte rabbonito e controllabile. Dall’incidente sulla presenza ad Atreju i due nemmeno si parlano e la segretaria dem sa bene che il problema è sempre lo stesso: la sfrenata ambizione di Conte di tornare a Palazzo Chigi. Ma Schlein, sempre “testardamente unitaria”, non molla. Secondo lei a Chigi dovrebbe andarci il leader del primo partito della coalizione, cioè del Partito democratico, dunque se stessa. La soluzione più logica. Oppure si decida con le Primarie, anche se in questo caso Elly qualcosa rischia, dato che Conte piace pure a qualche frangia dem. Ma ci sarebbe anche la concorrenza interna di Silvia Salis, che per i sondaggi risulta terza, a un’incollatura dai primi due. Il 2026, comunque, sarà decisivo per confermare la sua leadership. Vincere il referendum sulla giustizia sarebbe già un bel passo in avanti, ma non basterà. Dovrà sempre guardarsi dai tranelli e dalle trappole che le vengono gettate tra i piedi dall’Avvocato del popolo. Che lei, forse, dovrebbe cominciare a “filarsi” di meno. Sul fronte interno, invece, la nascita del correntone di Montepulciano, se da una parte la commissaria, dall’altra la rafforza. Almeno fino a quando Dario Franceschini, Andrea Orlando & co. continueranno a stare dalla sua parte.

Natale con i tuoi (guai): cosa chiedono Meloni, Schlein, Conte & co. sotto l’albero
Elly Schlein (Ansa).

Ma “Giuseppi” ha in mente solo una cosa: tornare a Palazzo Chigi

Cosa vorrebbe trovare Giuseppe Conte sotto l’albero di Natale? Ma naturalmente un bel pacchetto con dentro l’assicurazione di essere lui, alle Politiche, il candidato del campo largo a Palazzo Chigi. Del resto, volete mettere: ha l’aplomb e l’esperienza, visto che al timone del Paese c’è già stato, oltretutto in tempo di emergenza Covid. L’Avvocato del popolo punta a quello e altro in testa non ha, anche perché non ha mai digerito la sua cacciata da Chigi a opera di Mario Draghi (e Matteo Renzi). Certo, poi c’è la non secondaria questione di mettere in campo una coalizione credibile soprattutto sulla politica estera e sugli armamenti, dove Pd e Movimento 5 stelle sono agli antipodi. Una grossa mano in tal senso potrebbe arrivare da un percorso verso la pace tra Russia e Ucraina, che toglierebbe dal tavolo almeno un elemento divisivo. Ma il tema del riarmo europeo in chiave orfani della Nato e anti-Putin continuerà a dividere i due partiti. Per il resto, “Giuseppi” ha azzerato qualsiasi tipo di dissenso interno: nessuno nel movimento gli fa ombra. Molto più lui di Schlein, però, si giocherà molto sul referendum, perché la battaglia contro la separazione delle carriere è da sempre un caposaldo del M5s e dei suoi parlamentari ex magistrati, come Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho.

Natale con i tuoi (guai): cosa chiedono Meloni, Schlein, Conte & co. sotto l’albero
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Matteo Renzi tra maggioranze allargate e rebranding di Italia viva

L’ex premier Matteo Renzi ha solo una cosa da chiedere a Babbo Natale: qualche voto in più per Italia viva che, nonostante la sua debordante presenza sui media, non riesce a schiodarsi dal 2,5 per cento. Da quando il governo Meloni gli ha stoppato per legge il suo secondo lavoro di conferenziere pagato a peso d’oro nel mondo arabo, l’ex rottamatore si è ributtato anima e corpo sulla politica nostrana iniziando una strenua battaglia contro la premier. A volte sembra lui il capo dell’opposizione, aiutato anche da buona stampa, visto il numero di interviste in tivù e sui giornali. Spesso è ago della bilancia nelle elezioni locali, dove il suo apporto è stato decisivo nelle vittorie del campo largo in Toscana e al Comune di Genova. E ora i renziani sono anche pronti ad allargare la maggioranza che sostiene il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Per molti Renzi è l’unico nel centrosinistra a saper fare davvero politica e resta un fuoriclasse. Con tutti i limiti che il suo ego ipertrofico gli pone. Per prendere più voti si è affidato al marketing, ribattezzando Iv “Casa Riformista“. Schlein lo considera un valido alleato e pure Conte ormai se lo fa andar bene. Comunque vada, Renzi ha già fatto bingo.

Natale con i tuoi (guai): cosa chiedono Meloni, Schlein, Conte & co. sotto l’albero
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Carlo Calenda deve decidere cosa fare da grande

Il regalo non richiesto per Carlo Calenda è un centro di gravità permanente che gli faccia finalmente decidere da che parte stare. Dopo la fine del Terzo Polo, infatti, Carletto, forte del suo 3 per cento, è basculante: un po’ di qua e un po’ di là. Anche se lui giura che non appoggerà mai questa maggioranza di governo, in realtà su diversi provvedimenti Azione s’è schierata col governo. E flirta con Forza Italia un po’ ovunque, specie a Milano, dove per Palazzo Marino potrebbe schierarsi col centrodestra. Di sicuro buca il video e parla chiaro. Per contro è un po’ troppo volubile e irascibile. Anche lui, come Renzi, gode di buona stampa: sta sempre dappertutto. Resta solo una domanda: che vuol fare Calenda da grande?

Natale con i tuoi (guai): cosa chiedono Meloni, Schlein, Conte & co. sotto l’albero
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Bonelli & Fratoianni: alla “coppia di fatto” della sinistra sta andando tutto benone

Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni sono la “coppia di fatto” della politica italiana e i sondaggi finora danno loro ragione, perché Alleanza verdi e sinistra (Avs) viene sempre data intorno al 6 per cento. Come gemelli diversi, la pensano alla stessa maniera su molto ma non su tutto. E soprattutto tra i due sono toni e atteggiamenti a essere differenti. Il duro e puro Fratoianni, per esempio, ad Atreju non ci è voluto andare, Bonelli invece sì perché «bisogna dialogare con tutti, anche con i nemici». Pure loro, egoisticamente, si avvantaggiano delle divisioni tra Conte e Schlein. Dimenticati gli scivoloni “Soumahoro” e “Tesla”, a Babbo Natale possono chiedere solo di continuare così, con opposizione verace e sondaggi in crescita. Cosa desiderare di più?

Natale con i tuoi (guai): cosa chiedono Meloni, Schlein, Conte & co. sotto l’albero
Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Il sindaco di Cervia si è dimesso dopo le accuse di maltrattamenti alla moglie

Mattia Missiroli, sindaco di Cervia (Ravenna), ha annunciato le proprie dimissioni dopo le accuse di maltrattamenti nei confronti della moglie, da cui si sta separando. L’ormai ex primo cittadino ha comunicato la decisione con una lunga lettera che ha anticipato la seduta del 23 dicembre del Consiglio comunale.

La lettera di Missiroli

Missiroli, che ha ceduto alle molte pressioni arrivate da parte delle opposizioni e dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, nella lettera ha ribadito «la totale estraneità a qualsiasi episodio di maltrattamenti», motivando il passo indietro con l’impossibilità di affrontare «una situazione così complessa con la necessaria lucidità» e di garantire «la serenità che l’istituzione comunale merita». Nella lettera, Missiroli ha inoltre denunciato «giudizi pubblici formulati prima degli accertamenti giudiziari», ribadendo di non aver ricevuto comunicazioni formali, né di aver potuto visionare atti dell’indagine sui fatti, che si sarebbero verificati a partire dal 2009.

Mattarella ha telefonato alla madre di Alberto Trentini

Sergio Mattarella nei giorni scorsi ha telefonato alla madre di Alberto Trentini, il cooperante veneto detenuto da oltre un anno in Venezuela. Lo scrive l’Ansa, citando fonti vicine alla famiglia dell’operatore umanitario. Il presidente della Repubblica ha manifestato vicinanza ad Armanda Colusso e solidarietà a nome di tutto il Paese: a metà novembre la donna aveva puntato il dito contro il Governo Meloni.

Mattarella ha telefonato alla madre di Alberto Trentini
Armanda Colusso (Ansa).