Beppe Grillo torna sulle brigate di cittadinanza, dopo le polemiche del fine settimana scorso e le parole pronunciate sabato sul palco di Roma, durante la manifestazione del Movimento 5 stelle. Con il consueto sarcasmo, il comico e cofondatore del partito, ha invitato tutti alla calma: «Per favore, fermatevi. Era una boutade. Ma è possibile che prendete tutto sul serio?». Il riferimento è alla frase che ha scatenato le critiche: «Volete il leader, ma siate i leader di voi stessi. Fate le brigate di cittadinanza, mettete il passamontagna e di nascosto andate a fare i lavoretti, mettete a posto marciapiedi, aiuole, tombini. Fate il lavoro e scappate. Reagite!». Parole che i suoi avversari politici, tanto dall’area di centrodestra quanto dal Terzo polo, hanno utilizzato per attaccarlo.
Beppe Grillo si rivolge alla folla durante la manifestazione del 17 giugno 2023 (Imagoeconomica).
Grillo ironizza: «Visto un idraulico pensionato che aggiustava i tombini»
Grillo, che attualmente ha il ruolo di Garante all’interno del Movimento 5 stelle, ha risposto alle critiche scherzando: «Voglio dire: fermatevi, perché mi sono arrivate delle notizie drammatiche veramente. È stato avvistato un pensionato di 74 anni, un idraulico che stava aggiustando sei tombini di notte con un passamontagna. Fermatevi! Un albanese di 64 anni con cazzuola ha messo a posto otto marciapiedi durante la notte con il passamontagna. Non si può andare avanti così. Fermatevi. Ci vuole anche una legge: il governo deve reagire. Deve fare una legge. Abolire l’abuso d’ufficio e mettere l’abuso di lavori socialmente utili. Finitela, siate coerenti con voi stessi, con il governo e con la politica. Smettetela perché sennò scoppia veramente un casino ottimale».
Conte lo ha difeso: «Le sue parole strumentalizzate»
Nelle scorse ore, anche il leader del Movimento 5 stelle, l’ex premier Giuseppe Conte, ha commentato la vicenda difendendo Grillo: «I media mainstream hanno provato a ignorare la piazza di Roma, strumentalizzando una frase del discorso tenuto da Beppe Grillo sul palco di chiusura. Una frase estrapolata dal suo contesto e criminalizzata perché, accarezzando il gusto del paradosso, incitava i presenti a indossare il passamontagna per compiere non già azioni violente, bensì pacifiche e utili per la propria comunità».
Giuseppe Conte e Beppe Grillo durante la manifestazione (Imagoeconomica).
È passato un po’ di tempo da quando Fabrizio Palermo, ora numero uno di Acea, era amministratore delegato di Cdp, ma i suoi fedelissimi non lo hanno dimenticato. Così Pierfrancesco Ragni e Tommaso Sabato, rispettivamente ex direttore finanziario ed ex direttore Cdp Infrastrutture e Pubblica Amministrazione, hanno subito risposto sì alla sua chiamata. Raggiungeranno Palermo, da un anno amministratore delegato della municipalizzata romana, come suoi vice.
Luna monzese
Altro che Luna caprese: alla fine chi rischia di correre per il collegio del Senato “liberato” da Silvio Berlusconi si chiama Luna Roberta Berlusconi, ovvero la figlia prediletta di Paolo, il fratello del Cavaliere. Perché? I cosiddetti figli di secondo letto di Silvio, ovvero Luigi, Barbara ed Eleonora non hanno ancora compiuto 40 anni, ovvero l’età per candidarsi a un seggio di Palazzo Madama. E quelli che potrebbero partecipare? Marina non ci pensa, Pier Silvio non ne ha voglia. E allora che si fa? Visto che tutti parlano di Paolo, l’ipotesi di far scendere in campo Luna sta facendo presa, e rapidamente, come il cemento. Poi c’è il suo ex marito, Edoardo Sylos Labini, che sta sempre in televisione a discettare di cultura. E così sarà “Luna monzese”…
Luna Berlusconi (Imagoeconomica).
Porro contro SkyTg24: «Murdoch si è rotto…»
Non mancano mai gli “scarsi professionisti” dell’informazione contro cui puntare il dito: nella sua “zuppa” di sabato sui social Nicola Porro ha preso di mira una giornalista di Sky, Chiara Piotto, corrispondente da Parigi, che aveva detto che Elon Musk va a investire in Francia e non in Italia, dove secondo la cronista va a parlare di decrescita perché la Penisola non risulta attrattiva. Porro afferma l’esatto contrario, forte del fatto che lui a Roma ha intervistato Musk sentendo quali sono le sue idee, non per “sentito dire” come tanti altri ma proprio dalla voce del miliardario sudafricano. «Murdoch si è rotto i coglioni di sovvenzionare questi cialtroni», ha affermato Porro, «questa Chiara Piotto evidentemente ha una bella esperienza di come Murdoch abbia investito in Italia miliardi e li abbia persi grazie a lei e ai suoi colleghi in questa avventura che si chiama SkyTg24 che brucia miliardi da anni».
Nicola Porro ai funerali di Berlusconi (Imagoeconomica).
Gelli jr cerca l’Albania
In una delle infinite dirette sui social dove protagonista è Vittorio Sgarbi, ed esattamente quella dove il sottosegretario al ministero della Cultura girava per gli stand di Mercanteinfiera alle Fiere di Parma in mezzo a tonnellate di mobili e oggetti vari, nella giornata riservata agli operatori, appare all’improvviso un messaggio di Raffaello Gelli. Che annuncia: «Ti chiamerò perché avrei pensato di andare a abitare in Albania». Ma sì, il figlio di Licio Gelli punta su Tirana…
Dov’è l’Hilton? A destra
Festa romana per i 60 anni di vita dell’hotel Roma Cavalieri, il caro, vecchio, Hilton di Monte Mario. Il complesso alberghiero che, all’epoca, scatenò i primi ecologisti italiani, contrari alla cementificazione della collina verde (ma la Rai ci mette del suo con la terribile antenna sparaprogrammi). Chi ha condotto la serata a bordo piscina con cena e musiche in tema Beatles? Non era Flavio Insinna. E nemmeno Fabio Fazio. Ebbene sì, il protagonista e mattatore si chiama Pino Insegno. Uno che è di casa da Giorgia Meloni. Infatti la mejo battuta durante l’evento è stata questa: «Scusi, dov’è l’Hilton? A destra».
È passato un po’ di tempo da quando Fabrizio Palermo, ora numero uno di Acea, era amministratore delegato di Cdp, ma i suoi fedelissimi non lo hanno dimenticato. Così Pierfrancesco Ragni e Tommaso Sabato, rispettivamente ex direttore finanziario ed ex direttore Cdp Infrastrutture e Pubblica Amministrazione, hanno subito risposto sì alla sua chiamata. Raggiungeranno Palermo, da un anno amministratore delegato della municipalizzata romana, come suoi vice.
Luna monzese
Altro che Luna caprese: alla fine chi rischia di correre per il collegio del Senato “liberato” da Silvio Berlusconi si chiama Luna Roberta Berlusconi, ovvero la figlia prediletta di Paolo, il fratello del Cavaliere. Perché? I cosiddetti figli di secondo letto di Silvio, ovvero Luigi, Barbara ed Eleonora non hanno ancora compiuto 40 anni, ovvero l’età per candidarsi a un seggio di Palazzo Madama. E quelli che potrebbero partecipare? Marina non ci pensa, Pier Silvio non ne ha voglia. E allora che si fa? Visto che tutti parlano di Paolo, l’ipotesi di far scendere in campo Luna sta facendo presa, e rapidamente, come il cemento. Poi c’è il suo ex marito, Edoardo Sylos Labini, che sta sempre in televisione a discettare di cultura. E così sarà “Luna monzese”…
Luna Berlusconi (Imagoeconomica).
Porro contro SkyTg24: «Murdoch si è rotto…»
Non mancano mai gli “scarsi professionisti” dell’informazione contro cui puntare il dito: nella sua “zuppa” di sabato sui social Nicola Porro ha preso di mira una giornalista di Sky, Chiara Piotto, corrispondente da Parigi, che aveva detto che Elon Musk va a investire in Francia e non in Italia, dove secondo la cronista va a parlare di decrescita perché la Penisola non risulta attrattiva. Porro afferma l’esatto contrario, forte del fatto che lui a Roma ha intervistato Musk sentendo quali sono le sue idee, non per “sentito dire” come tanti altri ma proprio dalla voce del miliardario sudafricano. «Murdoch si è rotto i coglioni di sovvenzionare questi cialtroni», ha affermato Porro, «questa Chiara Piotto evidentemente ha una bella esperienza di come Murdoch abbia investito in Italia miliardi e li abbia persi grazie a lei e ai suoi colleghi in questa avventura che si chiama SkyTg24 che brucia miliardi da anni».
Nicola Porro ai funerali di Berlusconi (Imagoeconomica).
Gelli jr cerca l’Albania
In una delle infinite dirette sui social dove protagonista è Vittorio Sgarbi, ed esattamente quella dove il sottosegretario al ministero della Cultura girava per gli stand di Mercanteinfiera alle Fiere di Parma in mezzo a tonnellate di mobili e oggetti vari, nella giornata riservata agli operatori, appare all’improvviso un messaggio di Raffaello Gelli. Che annuncia: «Ti chiamerò perché avrei pensato di andare a abitare in Albania». Ma sì, il figlio di Licio Gelli punta su Tirana…
Dov’è l’Hilton? A destra
Festa romana per i 60 anni di vita dell’hotel Roma Cavalieri, il caro, vecchio, Hilton di Monte Mario. Il complesso alberghiero che, all’epoca, scatenò i primi ecologisti italiani, contrari alla cementificazione della collina verde (ma la Rai ci mette del suo con la terribile antenna sparaprogrammi). Chi ha condotto la serata a bordo piscina con cena e musiche in tema Beatles? Non era Flavio Insinna. E nemmeno Fabio Fazio. Ebbene sì, il protagonista e mattatore si chiama Pino Insegno. Uno che è di casa da Giorgia Meloni. Infatti la mejo battuta durante l’evento è stata questa: «Scusi, dov’è l’Hilton? A destra».
Nella maionese di Forza Italia che rischia di impazzire dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi c’è un ingrediente che potrebbe avere difficoltà a trovare il suo posto. Eh sì, perché Marta Fascina, al secolo Marta Antonia, ora rischia grosso: senza più la “blindatura” (sentimentale e politica) del fondatore la “moglie per finta” pare destinata a esser fatta fuori dai nemici interni dell’ala che fa capo alla numero uno dei senatori azzurri, Licia Ronzulli, mentre il vicepresidente del partito (e futuro possibile reggente), Antonio Tajani, è tutt’altro che propenso a esibire il petto per farle da scudo.
Da ‘angelo di Arcore’ alle ambizioni (deluse) da king maker azzurra
Eppure Fascina è uno di quei personaggi femminili che meriterebbero un film biografico del regista cileno Pablo Larraín o comunque un ritratto riflettuto sulla relazione tra le donne e il potere, relazione mediata dagli uomini forti che hanno avuto accanto. Nella variegata fenomenologia del gentil sesso che si è accompagnato al debordante Cavaliere e raramente ha evitato il destino di una condizione comprimaria, se non decorativa (si eccettuano certamente i casi di mamma Rosa e della primogenita Marina), Marta si era ritagliata un ruolo del tutto particolare. Ruolo che ha subito una profonda metamorfosi dalla controllatissima discrezione dei primi tempi alle ambizioni da king maker coltivate nell’ultima fase. Dal semplice chignon biondo alla Eva Kant alle posture da novella Eva Peron, insomma, il passo è stato breve. Troppo breve, secondo molti in Forza Italia. Lineamenti affilati e compostezza di gesso, per il gran rito funebre in Duomo l’ultima “lady B” è riuscita a sfoderare le lacrime delle grandi occasioni e ha mantenuto con disciplina lo sguardo catatonico sul feretro per quasi tutta la funzione religiosa. I figli più grandi, Marina e Pier Silvio, l’hanno presa più volte per mano, soprattutto Marina. Tuttavia, questo presunto rapporto privilegiato pare non possa salvarla dal declino politico. Sul fronte dell’eredità economica, il testamento dovrebbe riservarle una dote intorno ai 90-100 milioni di euro, oltre a qualcuna delle ville del Cavaliere. Ma quella che più pesa è l’eredità politica e Fascina non pare in grado o comunque non ha avuto il tempo di costruirsi lo standing per dettare i giochi come stava provando a fare fino all’addio del sovrano di Arcore.
Marta Fascina al funerale di Silvio Berlusconi con i figli del Cav, Marina, Piersilvio, Barbara ed Eleonora (Imagoeconomica).
Le passate tensioni con Tajani e il rapporto con Ronzulli
La quasi moglie e quasi leader ha intrattenuto rapporti altalenanti con Tajani. All’inizio aveva una relazione eccellente con la “ribelle” Ronzulli – che l’ha voluta fortemente alla corte di Silvio per far fuori Francesca Pascale – ma poi ha lavorato per estrometterla e ora, giocoforza, sarà costretta a subirne il ritorno, nel tentativo dei vertici del partito di includere e dare spazio a tutte le sensibilità e le correnti pur di non implodere. Appare dunque arduo immaginare una diarchia al femminile tra lei e Marina in supporto allo stesso ministro degli Esteri che avrà l’onere formale, e l’investitura sostanziale da Giorgia Meloni, di traghettare Fi oltre le colonne d’Ercole del voto europeo. Tra Fascina e Tajani, infatti, ci sono stati momenti di forte tensione nel recente passato. Il libro di Luigi Bisignani e Paolo Madron, I potenti al tempo di Giorgia (Chiarelettere), racconta ad esempio la sfuriata che l’attuale vicepremier riservò alla première dame a Villa Grande, la residenza romana del Cavaliere, all’indomani del duro scontro tra Fi e Fdi per l’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato, su cui si riflettevano le tensioni legate alla formazione del governo. «Non devi allargarti, devi stare al tuo posto», avrebbe urlato Tajani prima di uscire nel parco della magione a sbollire la rabbia. «Ovviamente il Cavaliere non poteva certo permettere che la sua Marta venisse aggredita in quel modo. Ha preteso le scuse di Tajani, cosa che è avvenuta solo più di un’ora dopo il fattaccio», racconta Bisignani a Madron. Vedremo ora che ruolo vorranno giocare effettivamente i figli dell’ex premier (non sembra ci sarà un impegno diretto in politica, almeno a breve). Fatto sta che quella di Fascina sembra una figura destinata a scivolare in secondo piano. «A proposito, sai come la chiamavano nel partito prima che diventasse la First dame? “Matta” Fascina», rivela ancora Bisignani a Madron. Un soprannome che stride con il suo aplomb glaciale, benché poi talvolta la frizione sia scappata pure a lei, come quando insultò Renato Brunetta sul piano politico e anche per la sua statura all’indomani delle dimissioni da Fi dell’ex ministro che non aveva accettato la scelta del partito di sgambettare il governo Draghi.
Silvio Berlusconi tra Marta Fascina e Marina nel febbraio 2022 (Imagoeconomica).
Da aspirante meteorina all’ufficio stampa del Milan e al Parlamento: l’ascesa di Fascina
Calabrese, di Melito di Porto Salvo, classe 1990, deputata alla seconda legislatura, Marta cresce a Portici, la stessa cittadina della esiziale (per la carriera politica di Berlusconi) Noemi Letizia. Studia poi a Napoli e si laurea in Filosofia alla Sapienza di Roma. Vuole fare politica e ci prova già nel 2013 con il Popolo della libertà, ma non entra nel consiglio comunale della stessa Portici. Ha ambizioni da giornalista, collabora anche con il Giornale, ma la svolta arriva con l’ingresso nell’ufficio stampa del Milan e la conoscenza con Adriano Galliani. Bisignani entra nel dettaglio: «Marta non aveva ancora 20 anni, e come tante ragazze sognava di fare strada nel mondo dello spettacolo. Per questo inviava di continuo il suo curriculum e i suoi book fotografici a Emilio Fede. Voleva candidarsi come “meteorina”, un’invenzione dell’allora direttore del Tg4 e che Berlusconi pare gradisse molto. Il giornalista la incontra durante una festa a Portici e resta colpito, oltre che dall’avvenenza, dalla maniacale conoscenza di tutte le formazioni del Milan. E la porta ad Arcore dal Cavaliere, che quel giorno le fa un provino sportivo. La interroga a bruciapelo chiedendole la formazione del Milan campione d’Italia 1967-68 ai tempi della presidenza di Franco Carraro. Provino brillantemente superato. Berlusconi la piazza all’ufficio stampa del Milan, che all’epoca è governato da Adriano Galliani in coabitazione con Barbara Berlusconi, cui questa Marta, che arriva lì imposta dal padre, proprio non piace, forse perché ne intravede le matrigne potenzialità. Per reazione, Marta trova la sponda di Galliani, che al contrario si mostra molto più protettivo».
Il quasi matrimonio con B e il tentativo di sistemare i suoi fedelissimi
Poi il Milan nel 2017 cambia proprietà e Fascina deve essere ricollocata. Intanto è riuscita a stringere un rapporto di fiducia, appunto, con Ronzulli che la spinge verso Berlusconi in funzione anti-Pascale. Nel 2018 passa il treno delle elezioni politiche, la giovane viene paracadutata in Campania e si ritrova in Parlamento. All’inizio della pandemia giunge l’ufficializzazione della relazione con il Cavaliere. Fascina inizia a essere sempre più presente accanto a Berlusconi, anche nei vertici politici e nei passaggi decisionali cruciali. La svolta ulteriore arriva a ridosso della battaglia dell’anno scorso per il Quirinale: Berlusconi viene ricoverato d’urgenza, e in gran segreto, al San Raffaele. Silvio resta per quasi due giorni privo di coscienza e al suo risveglio trova Marta che gli sta tenendo la mano. Allora le promette di sposarla. I figli, saputa la notizia, vanno su tutte le furie e Ronzulli si inventa la pantomima del quasi-matrimonio: è il marzo del 2022.
Adriano Galliani e Gianni Letta al matrimonio simbolico di Marta Fascina e Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).
Pier Silvio comunque non si presenta alla cerimonia di Villa Gernetto e manca pure Giorgia Meloni, mentre Matteo Salvini c’è. Fascina deve ingoiare il rospo, ma si fa risarcire in altro modo: alle elezioni del 2022 si ricandida, stavolta in Sicilia, e giustifica la nuova catapulta così: «La Sicilia è una regione meravigliosa, che conosco sin dai tempi, quando ero piccola, mio padre mi ci portava in vacanza». Stavolta, però, riesce a piazzare anche i suoi, a partire dall’ex compagno di scuola Tullio Ferrante, avvocato campano di San Giorgio a Cremano che viene eletto e subito spedito come sottosegretario al ministero delle Infrastrutture, nelle grinfie di Salvini ed Edoardo Rixi. Poi ci sono Alessandro Sorte e Stefano Benigni, i due astri nascenti lombardi che segnano il passaggio di potere da Ronzulli (che a sua volta aveva spodestato Mariastella Gelmini) a Fascina. La transizione era in corso e le manovre di Marta in pieno svolgimento. Il trapasso del Tutankhamon di Arcore potrebbe però stravolgere tutto un’altra volta. La vendetta è in preparazione e la quasi first lady difficilmente riuscirà a mantenere la presa sul partito, a cominciare dalle indiscrezioni che avrebbero voluto addirittura il padre Orazio candidato per Fi alle Europee. A livello parlamentare Fascina non ha presentato alcuna proposta di legge e nemmeno interrogazioni, interpellanze, mozioni o risoluzioni; d’altronde era in tutt’altre faccende affaccendata. In compenso ha co-firmato la proposta di bandiera per una Commissione parlamentare di inchiesta sull’uso politico della giustizia, un tormentone del trentennio berlusconiano. Un po’ pochino, certo, ma adesso senza più Silvio e un probabile futuro da “deputata semplice” ci sarà da iniziare a pedalare.
Nella maionese di Forza Italia che rischia di impazzire dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi c’è un ingrediente che potrebbe avere difficoltà a trovare il suo posto. Eh sì, perché Marta Fascina, al secolo Marta Antonia, ora rischia grosso: senza più la “blindatura” (sentimentale e politica) del fondatore la “moglie per finta” pare destinata a esser fatta fuori dai nemici interni dell’ala che fa capo alla numero uno dei senatori azzurri, Licia Ronzulli, mentre il vicepresidente del partito (e futuro possibile reggente), Antonio Tajani, è tutt’altro che propenso a esibire il petto per farle da scudo.
Da ‘angelo di Arcore’ alle ambizioni (deluse) da king maker azzurra
Eppure Fascina è uno di quei personaggi femminili che meriterebbero un film biografico del regista cileno Pablo Larraín o comunque un ritratto riflettuto sulla relazione tra le donne e il potere, relazione mediata dagli uomini forti che hanno avuto accanto. Nella variegata fenomenologia del gentil sesso che si è accompagnato al debordante Cavaliere e raramente ha evitato il destino di una condizione comprimaria, se non decorativa (si eccettuano certamente i casi di mamma Rosa e della primogenita Marina), Marta si era ritagliata un ruolo del tutto particolare. Ruolo che ha subito una profonda metamorfosi dalla controllatissima discrezione dei primi tempi alle ambizioni da king maker coltivate nell’ultima fase. Dal semplice chignon biondo alla Eva Kant alle posture da novella Eva Peron, insomma, il passo è stato breve. Troppo breve, secondo molti in Forza Italia. Lineamenti affilati e compostezza di gesso, per il gran rito funebre in Duomo l’ultima “lady B” è riuscita a sfoderare le lacrime delle grandi occasioni e ha mantenuto con disciplina lo sguardo catatonico sul feretro per quasi tutta la funzione religiosa. I figli più grandi, Marina e Pier Silvio, l’hanno presa più volte per mano, soprattutto Marina. Tuttavia, questo presunto rapporto privilegiato pare non possa salvarla dal declino politico. Sul fronte dell’eredità economica, il testamento dovrebbe riservarle una dote intorno ai 90-100 milioni di euro, oltre a qualcuna delle ville del Cavaliere. Ma quella che più pesa è l’eredità politica e Fascina non pare in grado o comunque non ha avuto il tempo di costruirsi lo standing per dettare i giochi come stava provando a fare fino all’addio del sovrano di Arcore.
Marta Fascina al funerale di Silvio Berlusconi con i figli del Cav, Marina, Piersilvio, Barbara ed Eleonora (Imagoeconomica).
Le passate tensioni con Tajani e il rapporto con Ronzulli
La quasi moglie e quasi leader ha intrattenuto rapporti altalenanti con Tajani. All’inizio aveva una relazione eccellente con la “ribelle” Ronzulli – che l’ha voluta fortemente alla corte di Silvio per far fuori Francesca Pascale – ma poi ha lavorato per estrometterla e ora, giocoforza, sarà costretta a subirne il ritorno, nel tentativo dei vertici del partito di includere e dare spazio a tutte le sensibilità e le correnti pur di non implodere. Appare dunque arduo immaginare una diarchia al femminile tra lei e Marina in supporto allo stesso ministro degli Esteri che avrà l’onere formale, e l’investitura sostanziale da Giorgia Meloni, di traghettare Fi oltre le colonne d’Ercole del voto europeo. Tra Fascina e Tajani, infatti, ci sono stati momenti di forte tensione nel recente passato. Il libro di Luigi Bisignani e Paolo Madron, I potenti al tempo di Giorgia (Chiarelettere), racconta ad esempio la sfuriata che l’attuale vicepremier riservò alla première dame a Villa Grande, la residenza romana del Cavaliere, all’indomani del duro scontro tra Fi e Fdi per l’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato, su cui si riflettevano le tensioni legate alla formazione del governo. «Non devi allargarti, devi stare al tuo posto», avrebbe urlato Tajani prima di uscire nel parco della magione a sbollire la rabbia. «Ovviamente il Cavaliere non poteva certo permettere che la sua Marta venisse aggredita in quel modo. Ha preteso le scuse di Tajani, cosa che è avvenuta solo più di un’ora dopo il fattaccio», racconta Bisignani a Madron. Vedremo ora che ruolo vorranno giocare effettivamente i figli dell’ex premier (non sembra ci sarà un impegno diretto in politica, almeno a breve). Fatto sta che quella di Fascina sembra una figura destinata a scivolare in secondo piano. «A proposito, sai come la chiamavano nel partito prima che diventasse la First dame? “Matta” Fascina», rivela ancora Bisignani a Madron. Un soprannome che stride con il suo aplomb glaciale, benché poi talvolta la frizione sia scappata pure a lei, come quando insultò Renato Brunetta sul piano politico e anche per la sua statura all’indomani delle dimissioni da Fi dell’ex ministro che non aveva accettato la scelta del partito di sgambettare il governo Draghi.
Silvio Berlusconi tra Marta Fascina e Marina nel febbraio 2022 (Imagoeconomica).
Da aspirante meteorina all’ufficio stampa del Milan e al Parlamento: l’ascesa di Fascina
Calabrese, di Melito di Porto Salvo, classe 1990, deputata alla seconda legislatura, Marta cresce a Portici, la stessa cittadina della esiziale (per la carriera politica di Berlusconi) Noemi Letizia. Studia poi a Napoli e si laurea in Filosofia alla Sapienza di Roma. Vuole fare politica e ci prova già nel 2013 con il Popolo della libertà, ma non entra nel consiglio comunale della stessa Portici. Ha ambizioni da giornalista, collabora anche con il Giornale, ma la svolta arriva con l’ingresso nell’ufficio stampa del Milan e la conoscenza con Adriano Galliani. Bisignani entra nel dettaglio: «Marta non aveva ancora 20 anni, e come tante ragazze sognava di fare strada nel mondo dello spettacolo. Per questo inviava di continuo il suo curriculum e i suoi book fotografici a Emilio Fede. Voleva candidarsi come “meteorina”, un’invenzione dell’allora direttore del Tg4 e che Berlusconi pare gradisse molto. Il giornalista la incontra durante una festa a Portici e resta colpito, oltre che dall’avvenenza, dalla maniacale conoscenza di tutte le formazioni del Milan. E la porta ad Arcore dal Cavaliere, che quel giorno le fa un provino sportivo. La interroga a bruciapelo chiedendole la formazione del Milan campione d’Italia 1967-68 ai tempi della presidenza di Franco Carraro. Provino brillantemente superato. Berlusconi la piazza all’ufficio stampa del Milan, che all’epoca è governato da Adriano Galliani in coabitazione con Barbara Berlusconi, cui questa Marta, che arriva lì imposta dal padre, proprio non piace, forse perché ne intravede le matrigne potenzialità. Per reazione, Marta trova la sponda di Galliani, che al contrario si mostra molto più protettivo».
Il quasi matrimonio con B e il tentativo di sistemare i suoi fedelissimi
Poi il Milan nel 2017 cambia proprietà e Fascina deve essere ricollocata. Intanto è riuscita a stringere un rapporto di fiducia, appunto, con Ronzulli che la spinge verso Berlusconi in funzione anti-Pascale. Nel 2018 passa il treno delle elezioni politiche, la giovane viene paracadutata in Campania e si ritrova in Parlamento. All’inizio della pandemia giunge l’ufficializzazione della relazione con il Cavaliere. Fascina inizia a essere sempre più presente accanto a Berlusconi, anche nei vertici politici e nei passaggi decisionali cruciali. La svolta ulteriore arriva a ridosso della battaglia dell’anno scorso per il Quirinale: Berlusconi viene ricoverato d’urgenza, e in gran segreto, al San Raffaele. Silvio resta per quasi due giorni privo di coscienza e al suo risveglio trova Marta che gli sta tenendo la mano. Allora le promette di sposarla. I figli, saputa la notizia, vanno su tutte le furie e Ronzulli si inventa la pantomima del quasi-matrimonio: è il marzo del 2022.
Adriano Galliani e Gianni Letta al matrimonio simbolico di Marta Fascina e Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).
Pier Silvio comunque non si presenta alla cerimonia di Villa Gernetto e manca pure Giorgia Meloni, mentre Matteo Salvini c’è. Fascina deve ingoiare il rospo, ma si fa risarcire in altro modo: alle elezioni del 2022 si ricandida, stavolta in Sicilia, e giustifica la nuova catapulta così: «La Sicilia è una regione meravigliosa, che conosco sin dai tempi, quando ero piccola, mio padre mi ci portava in vacanza». Stavolta, però, riesce a piazzare anche i suoi, a partire dall’ex compagno di scuola Tullio Ferrante, avvocato campano di San Giorgio a Cremano che viene eletto e subito spedito come sottosegretario al ministero delle Infrastrutture, nelle grinfie di Salvini ed Edoardo Rixi. Poi ci sono Alessandro Sorte e Stefano Benigni, i due astri nascenti lombardi che segnano il passaggio di potere da Ronzulli (che a sua volta aveva spodestato Mariastella Gelmini) a Fascina. La transizione era in corso e le manovre di Marta in pieno svolgimento. Il trapasso del Tutankhamon di Arcore potrebbe però stravolgere tutto un’altra volta. La vendetta è in preparazione e la quasi first lady difficilmente riuscirà a mantenere la presa sul partito, a cominciare dalle indiscrezioni che avrebbero voluto addirittura il padre Orazio candidato per Fi alle Europee. A livello parlamentare Fascina non ha presentato alcuna proposta di legge e nemmeno interrogazioni, interpellanze, mozioni o risoluzioni; d’altronde era in tutt’altre faccende affaccendata. In compenso ha co-firmato la proposta di bandiera per una Commissione parlamentare di inchiesta sull’uso politico della giustizia, un tormentone del trentennio berlusconiano. Un po’ pochino, certo, ma adesso senza più Silvio e un probabile futuro da “deputata semplice” ci sarà da iniziare a pedalare.
Lollo ha capito che deve parlare meno e che è meglio diventare ‘ecumenico’ evitando polemiche inutili. Mercoledì farà una cosa che stupirà tutti, esibendo questa sua «nuova politica inclusiva e non divisiva», ha affermato un esponente di Fratelli d’Italia a una cena. A questo punto scatta la curiosità: che si inventerà il ministro cognato, ovvero Francesco Lollobrigida, titolare del dicastero dell’Agricoltura ora pomposamente ribattezzato come della Sovranità alimentare? Distribuirà personalmente pasti alla comunità di Sant’Egidio o alla mensa della Caritas? Andrà a una cena vegetariana con Elly Schlein? Farà un selfie gastronomico con Chiara Ferragni?
Teresa Bellanova, ministra dell’Agricoltura dal 5 settembre 2019 al 14 gennaio 2021 (Imagoeconomica).
Da Patuanelli a Bellanova, da Pecoraro Scanio ad Alemanno: gli ex al tavolo
No, molto di più: mercoledì a colazione, nella sede del ministero, ha invitato a mangiare gli ex titolari del dicastero che negli ultimi anni hanno “lavorato” a via XX Settembre. Di destra, di sinistra e di centro. Una tavolata con il grillino Stefano Patuanelli, la renziana Teresa Bellanova, i leghisti Gian Marco Centinaio e Luca Zaia, i piddini Maurizio Martina e Paolo De Castro, e poi Nunzia De Girolamo, Mario Catania, Francesco Saverio Romano, Alfonso Pecoraro Scanio. Non può mancare ovviamente il destrissimo Gianni Alemanno. E Calogero Mannino ci sarà? Ricordate a Lollo che nel 1963, per sei mesi, un politico come Bernardo Mattarella guidò il ministero, nel primo governo di Giovanni Leone…
Gianni Alemanno, ministro dell’Agricoltura dall’11 giugno 2001 al 17 maggio 2006 (Imagoeconomica).
Lollo ha capito che deve parlare meno e che è meglio diventare ‘ecumenico’ evitando polemiche inutili. Mercoledì farà una cosa che stupirà tutti, esibendo questa sua «nuova politica inclusiva e non divisiva», ha affermato un esponente di Fratelli d’Italia a una cena. A questo punto scatta la curiosità: che si inventerà il ministro cognato, ovvero Francesco Lollobrigida, titolare del dicastero dell’Agricoltura ora pomposamente ribattezzato come della Sovranità alimentare? Distribuirà personalmente pasti alla comunità di Sant’Egidio o alla mensa della Caritas? Andrà a una cena vegetariana con Elly Schlein? Farà un selfie gastronomico con Chiara Ferragni?
Teresa Bellanova, ministra dell’Agricoltura dal 5 settembre 2019 al 14 gennaio 2021 (Imagoeconomica).
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No, molto di più: mercoledì a colazione, nella sede del ministero, ha invitato a mangiare gli ex titolari del dicastero che negli ultimi anni hanno “lavorato” a via XX Settembre. Di destra, di sinistra e di centro. Una tavolata con il grillino Stefano Patuanelli, la renziana Teresa Bellanova, i leghisti Gian Marco Centinaio e Luca Zaia, i piddini Maurizio Martina e Paolo De Castro, e poi Nunzia De Girolamo, Mario Catania, Francesco Saverio Romano, Alfonso Pecoraro Scanio. Non può mancare ovviamente il destrissimo Gianni Alemanno. E Calogero Mannino ci sarà? Ricordate a Lollo che nel 1963, per sei mesi, un politico come Bernardo Mattarella guidò il ministero, nel primo governo di Giovanni Leone…
Gianni Alemanno, ministro dell’Agricoltura dall’11 giugno 2001 al 17 maggio 2006 (Imagoeconomica).
Un’auto di servizio a disposizione ogni 900 abitanti circa. Ad Avezzano, comune di oltre 40 mila abitanti in provincia de L’Aquila, di sicuro non mancano vetture pronte per l’uso dell’amministrazione: ce ne sono 47 in totale, tutte di proprietà, di cui una addirittura a «uso esclusivo con autista», l’auto blu nel suo significato pieno con autista dedicato alla guida per uno dei rappresentanti della Giunta. Quasi il triplo delle 18 auto che sono in dote alla presidenza del Consiglio. Insomma, Avezzano ha maggiori necessità rispetto a Palazzo Chigi. E così alcuni enti, come quello abruzzese a braccetto con la Provincia di Reggio Calabria, che gestisce un parco auto di 60 vetture nonostante la riduzione dei poteri, diventano l’emblema dell’immortalità di questa italica passione, che tutti dicono di voler limitare. Ma che negli anni ha resistito a ogni riforma e alle crociate di ogni ambizioso ministro, per ultimo Renato Brunetta.
Renato Brunetta (Imagoeconomica).
Da San Vito al Tagliamento a Vigevano: quando l’auto blu è una passione
Secondo il censimento 2023 sulle auto in dotazione della Pubblica amministrazione, relativo al 2022, ci sono oltre 30 mila auto nella Pa, esattamente, 30.665. Confermando che negli anni scorsi non c’è stata una reale diminuzione: semplicemente molti enti non avevano risposto al dipartimento della Funzione pubblica. Nel 2021 se ne contavano 29.894, ma avevano dato le informazioni 8.142 amministrazioni, mentre nell’ultimo report è giunto un feedback da 8.328 enti, circa l’83 per cento del totale. La passione per l’auto blu, dunque, non è mai cessata: la media infatti resta intorno a 3,7 auto di servizio a disposizione di ogni amministrazione, categoria che va dalla Asl alle agenzie pubbliche, oltre ovviamente ai ministeri e governo, Regioni e Comuni. Ed è proprio tra le amministrazioni locali che si trovano i casi più singolari. Avezzano è irraggiungibile in termini assoluti, ma in questa classifica si distingue anche il Comune di San Vito al Tagliamento, 15 mila abitanti in provincia di Pordenone: il censimento registra 33 vetture di proprietà. Non ci sono problemi di spostamento nel perimetro dell’ente, insomma. Simile la situazione nel Comune di Rho, 50 mila abitanti nell’hinterland milanese, che conta 21 auto di servizio, facendo il paio con il Comune di Vigevano, oltre 60 mila residenti in provincia di Pavia. L’abitudine non conosce barriere geografiche: Battipaglia, località del Salernitano di circa 50 mila abitanti e nota per la produzione di mozzarella di bufala, ha segnalato la dotazione di ben 20 auto di servizio, stesso numero di Montalto Uffugo, 20 mila abitanti nel Cosentino. Singolare il caso di Ventasso, in provincia di Reggio-Emilia, nato dalla fusione dei comuni di Busana, Collagna, Ligonchio e Ramiseto. L’eredità è oggi di 18 veicoli per l’amministrazione di un ente che mette insieme meno di 4 mila abitanti. Tornando a Sud, Torre del Greco, popolo Comune vesuviano, raggiunge quota 16.
Province (per ora) senza poteri ma con un nutrito parco macchine
E che dire delle Province che si apprestano alla resurrezione per volere della maggioranza? Quella di Reggio Calabria, come accennato, è leader assoluta: può contare 60 auto di servizio. Per avere un’idea, sono molte di più rispetto alle 36 della città metropolitana di Roma e il doppio in confronto alle 29 della città metropolitana di Milano. Anche altri enti provinciali hanno conservato una buona dotazione. Grosseto e Pavia sono due casi significativi con 28 auto, così come meritano menzione le 24 di Lecco e Sondrio e le 20 di Arezzo. Insomma, in attesa che vengano ripristinati i poteri, le Province non rinunciano a niente. Se nelle realtà medio-piccole le auto blu abbondano, figuriamoci nelle metropoli. Spicca il Comune di Torino, guidato dal sindaco Stefano Lo Russo, che conta ben 191 veicoli (di cui 13 ncc e il resto di proprietà), che vince per distacco rispetto a ogni altra amministrazione. Sotto la Mole piace l’auto: il numero è in netto aumento rispetto alle 154 del 2021. Roma Capitale, amministrata da Roberto Gualtieri, è seconda con 109 auto, di cui 85 ncc, per una popolazione che è almeno tre volte superiore a quella del capoluogo piemontese. Il Comune di Milano ha invece “refertato” solo 41 auto, seppure con un incremento di 10 unità rispetto al censimento 2021, mentre restano a quota 91 le vetture disponibili per il Comune di Firenze, un dato nettamente superiore alle 62 di Bologna. Tre le città più importanti, la virtuosa Napoli si ferma a 12 vetture nei garage pubblici.
Tra le grandi città italiane, Torino detiene il record di auto blu con 191 veicoli (Imagoeconomica).
Coni e Sport e Salute non pervenuti
Al netto del miglioramento nelle risposte nella Pa, resiste un 17 per cento di enti che non riferiscono il dato delle auto di servizio. Come il Coni di Giovanni Malagò, e la società “parallela” e “avversaria”, Sport e Salute. Magari non hanno a disposizione alcun veicolo, chissà. Solo che non è possibile saperlo. Top secret pure le informazioni su alcuni Comuni capoluogo, come Caserta, Enna e Varese e sulle città metropolitane di Napoli e Messina. Certo, non tutto è negativo. Un esempio? La cura Draghi a Palazzo Chigi stava sortendo degli effetti: nel 2022 alla presidenza del Consiglio le auto a «uso non esclusivo con autista», sono scese in un anno da 31 a 18, quasi tutti a noleggio con conducente (ncc). Anche il “Draghi boys”, Daniele Franco, al Ministero dell’Economia aveva operato un mini taglio, passando a 5 auto a disposizione rispetto alle precedenti 6. Al ministero del Turismo, per sua natura, la possibilità di spostarsi è agevole con 43 auto di servizio, anche se tra le amministrazioni dello Stato svetta il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con un totale di 58 veicoli, segnando un paradosso: tra governo e ministeri c’è una maggiore attenzione a non abusare delle auto blu, che pure per la Capitale sfrecciano in continuazione. Ma sui territori è, forse, peggio perché alcune ferme nei garage. Perché sono troppe.
Forza Italia sorvegliata speciale. Soprattutto dalle parti dei partiti alleati, Fratelli d’Italia e Lega. Oltre che da Italia viva, visto che la morte di Silvio Berlusconi fa riemergere un vecchio pallino di Matteo Renzi e cioè lanciare un’Opa su Fi. Bisogna però prima capire se la creatura del Cavaliere riuscirà a sopravvivere al suo fondatore, e soprattutto per quanto (fino alle Europee?). Nel frattempo si preannuncia un gran da fare per gli addetti allo scouting tra Fratelli d’Italia e tra i leghisti a cui toccherà dirigere l’eventuale traffico azzurro in entrata nei rispettivi partiti. Come già scritto, infatti, per ora il timone di Fi è in mano all’ala composta da Antonio Tajani, Marta Fascina e Marina Berlusconi ed è un assetto che Giorgia Meloni spera che possa reggere sia per non destabilizzare la maggioranza di governo sia nell’ottica delle Europee 2024 e del progetto che ha in serbo la premier: creare un asse tra Conservatori e Popolari. Ma se così non fosse? In quel caso entrerebbero in azione i pontieri. A loro il compito di dare semaforo verde ai berluscones in libera uscita, con un occhio di riguardo alla pattuglia di senatori, visto che a Palazzo Madama i numeri sono sempre più ballerini. Primo passo in vista, chissà, di un futuribile partito unico, una sorta di riedizione del Popolo della libertà.
Santanchè, che conosce il berlusconismo, in prima linea
Una cosa è certa: una iniziale scrematura dei curriculum non può non passare da esponenti milanesi di spicco di Fdi come Daniela Santanchè e – anche se in maniera più defilata per il ruolo istituzionale che riveste – Ignazio La Russa. Ma sarebbe soprattutto l’attuale ministra del Turismo a tenere le fila del dossier. Giocano a suo favore sia il ruolo di coordinatore regionale di Fdi in Lombardia e sia l’approfondita conoscenza del mondo berlusconiano di cui ha fatto parte. Ma in generale nel gruppo di testa dei “selezionatori” c’è l’intera compagine lombarda, come spiegano a Tag43 fonti parlamentari del partito, «e non solo, perché è da Milano che ha preso il via il berlusconismo, ma anche perché dopo l’affermazione di Fdi in Lombardia non si può prescindere dagli esponenti del territorio».
Daniela Santanché. (Getty)
In Regione allertati i meloniani Garavaglia e Romani
Tradotto significa, quindi, personalità come il capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione, Christian Garavaglia, o lo stesso presidente del Consiglio regionale, Federico Romani. Che guarda caso, tra l’altro, è figlio dell’ex ministro azzurro Paolo Romani, a proposito di ponti con Forza Italia. Naturalmente, un ruolo di primo piano spetta a Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito. Come è avvenuto per la composizione delle liste dalle elezioni politiche in poi, dentro Fdi non si prescinde neppure dal “cognato d’Italia”, Francesco Lollobrigida, che appunto fa parte della cerchia ristretta di Meloni e che ha in mano i principali dossier politici.
Giovanni Donzelli e Giorgia Meloni. (Getty Images)
A Malan torna utile la vecchia militanza in Forza Italia
Così come da Guido Crosetto, che è tra i fondatori del partito. Il ministro della Difesa, inoltre, è piemontese. Al bisogno, quindi, in vista del rinnovo della giunta regionale, chi meglio di lui potrà avere voce in capitolo in una eventuale selezione di azzurri sul territorio? Magari insieme a un altro big piemontese del partito come l’attuale capogruppo Fdi in Senato, Lucio Malan, per il quale torna utile pure la vecchia militanza tra le file di Fi. Al netto del fatto che, comunque, ogni decisione finale spetterà, ça va sans dire, alla premier.
Lucio Malan.
Come detto, tutto dipenderà dalla tenuta o meno di Forza Italia e, dunque, dalla capacità di Tajani di traghettare il partito almeno fino alle Europee. In caso contrario, in vista dell’appuntamento elettorale per rinnovare il parlamento Ue, una voce in capitolo su eventuali innesti forzisti tra le fila meloniane l’avrà infine l’eurodeputato milanese Carlo Fidanza.
Porte aperte in Via Bellerio? Ancora presto
Anche dentro la Lega, però, le antenne sono tese. Si sa che una parte degli azzurri, soprattutto l’area ronzulliana, ha sempre avuto un canale di dialogo privilegiato con Matteo Salvini. Troppo presto, tuttavia, per immaginare migrazioni e, quindi, porte aperte in via Bellerio. Da queste parti, infatti, si è sempre puntato a privilegiare le ricandidature «per chi ha operato bene», come spiegano fonti parlamentari del Carroccio a Tag43, «e questo vale sempre, non solo in vista delle Europee tra un anno». Un conto poi sono «i portatori di voti e quindi gli eventuali innesti di qualità», ragionano, «un altro è imbarcare tanto per imbarcare». Comunque sia se l’implosione di Forza Italia dovesse consumarsi a stretto giro, le camicie verdi non resterebbero a guardare e soprattutto non lascerebbero campo libero a Fdi o ai renziani, desiderosi di ridare verve al centro. Un’eventuale campagna acquisti comunque seguirebbe rigidi passaggi piramidali «perché nella Lega le gerarchie funzionano e si rispettano».
Europarlamento, si muovono i leghisti Zanni e Campomenosi
Per semplificare, insomma, l’imprimatur spetta al segretario, ma sarebbe l’ultimo miglio. C’è un passaggio intermedio imprescindibile: quello innanzitutto dei capigruppo di Camera e Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. E poi quello dei coordinatori regionali che «sono il vero filtro sul territorio», così come, guardando all’europarlamento, le figure dell’eurodeputato leghista e presidente del gruppo Identità e democrazia, Marco Zanni, e del capo delegazione del Carroccio a Bruxelles, Marco Campomenosi.
Il rischio è subire lo scacco matto da Renzi
Il quadro chiaramente è in divenire. Una cosa è certa, però: né Fdi e né la Lega vogliono rimanere col cerino in mano e quindi subire uno scacco matto da Matteo Renzi. Le mosse dell’ex premier vengono guardate a vista, anche perché sono ben noti i suoi colpi da stratega parlamentare. Intervistato da laRepubblica, per esempio, dice di non puntare agli elettori di Fi, salvo aggiungere che sarebbe «irrispettoso parlarne ora», ma poi quasi si defila sottolineando lo spazio più grande che adesso Meloni ha al centro «e mi stupirei se non provasse a occuparlo». Una sorta di avviso ai naviganti. A riprova che all’occorrenza il leader di Rignano sfodererà tutte le sue doti da king maker.
Licia Ronzulli, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. (Getty)
Ruggeri direttore responsabile del Riformista non è un caso…
Del resto, i buoni intenditori le prime avvisaglie le hanno colte nella scelta dell’ex parlamentare di Forza Italia Andrea Ruggeri come direttore responsabile del Riformista (di cui Renzi, appunto, è direttore editoriale). E che dire del titolo “Come te non c’è nessuno” con cui ha aperto il quotidiano il giorno dopo la morte del Cav? Insomma, per ora ammicca, ma «può entrare in azione da un momento all’altro», è il pensiero comune tra i più sospettosi del centrodestra. «E se lo fa in Senato, toccando le corde giuste con gli azzurri in materia di giustizia, per esempio, gli può davvero riuscire di rafforzare la sua pattuglia e arrivare a condizionare la maggioranza».
Qui c’è da chiamare Chi la visto? Se la celebre trasmissione tivù si occupasse di leggi e decreti avrebbe il suo bel da fare dalle parti di via Molise, sede del ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit). Cosa si è smarrito? Sono almeno tre i dossier in capo al dicastero guidato da Adolfo Urso di cui si sono perse le tracce.
Il primo è il ddl Concorrenza. Il testo è stato portato in Consiglio dei ministri una prima volta il 6 aprile, ma solo il 20 ha ricevuto il via libera. Da lì in poi si è aperto un buco nero. Il provvedimento, infatti, non è mai stato trasmesso dal governo al parlamento. Al momento, sapere notizie più dettagliate è impossibile. Fonti parlamentari si limitano a confermare la mancata trasmissione. E anche capire il nodo che blocca l’avanzamento dell’iter è impresa non facile. Nel testo ci sono punti spinosi – come le concessioni dei commercianti ambulanti, che saranno assegnate tramite gara, a partire sin da subito dai posteggi non ancora assegnati, salvaguardando l’affidamento degli attuali concessionari che potranno godere di un rinnovo in via eccezionale per 12 anni e la liberalizzazione dei saldi, prima inseriti poi stralciati dal testo -, ma non ci sono temi che hanno spaccato il parlamento in tempi recenti.
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. (Getty)
Però balneari e tassisti sono fuori dal dossier
La questione balneari era stata risolta dal governo Draghi, mentre Giorgia Meloni ha deciso di non affrontare il dossier taxi. «Si introduce una prassi virtuosa, sin qui priva di riscontri nella recente storia legislativa italiana: finora la legge, infatti, non era mai stata approvata per due anni consecutivi. In 15 anni, dal 2009, è stata realizzata solo due volte nel 2017 e appunto nel 2022. Questa è la terza», aveva comunicato il Mimit il giorno dell’approvazione. Fatto sta che da quel momento il provvedimento è rimasto nei cassetti dell’esecutivo. Quando si aprirà? Chissà.
Qualcuno, tra i tecnici, parla di problemi di copertura
Il secondo provvedimento approvato tra squilli di tromba del governo e in particolare del Mimit è il cosiddetto ddl Made in Italy. Tra le misure simbolo l’istituzione del Fondo sovrano da un miliardo per il Made in Italy, per l’attrazione di capitali e la realizzazione di investimenti governativi diretti e indiretti e l’arrivo del liceo del Made in Italy. Il giorno successivo all’approvazione in Cdm, il primo giugno, il capo di gabinetto del ministero, Federico Eichberg, aveva indirizzato un lettera a dir poco entusiasta ai dipendenti. «L’occasione dell’attuazione delle norme del ddl Made in Italy (a completamento dell’iter parlamentare) saranno la tua, la mia occasione di scrivere un verso nella narrazione del racconto chiamato “made in Italy”», aveva scritto Eichberg. Ma la narrazione, evidentemente, può aspettare e anche in questo caso il ddl non è stato trasmesso. Qualcuno, tra i tecnici, parla di problemi di copertura delle misure. Ma conferme ufficiali non vengono date.
Decreto legge Tlc: 10 articoli rimasti in bozza
Infine, il 22 maggio comincia a circolare un bozza di decreto legge Tlc: 10 articoli con norme destinate a principalmente a tre settori (banda ultralarga, sviluppo tecnologico e lavoro) per complessivi 1,5 miliardi di risorse. Anche in questo caso, il dossier è in mano principalmente a Urso. Dopo la bozza – i cui contenuti sono stati riportati dalla stampa – non se ne è saputo più nulla. Zero. Pronto, Chi l’ha visto? Abbiamo bisogno di voi.
Mentre dopo la morte di Silvio Berlusconi una Forza Italia orfana del suo fondatore prova a immaginare un futuro politico, già si prepara la prima, vera sfida per quel che resta del partito del Cavaliere. Parliamo delle elezioni suppletive che devono colmare il seggio lasciato vuoto al Senato proprio dal defunto Berlusconi, eletto il 25 settembre 2022 nell’uninominale di Monza (Lombardia – 06), grazie al 50,26 per cento dei voti col sostegno dell’intera coalizione di centrodestra. E adesso cosa succederà?
Monza, scontato che il candidato del centrodestra sarà un forzista
Il seggio, venuto a mancare il suo vincitore, è vacante. Nei prossimi mesi vanno programmate nuove elezioni in cui è pressoché scontato che il candidato del centrodestra sarà un forzista. Il voto di Monza è un primo crocevia per la creatura politica di Berlusconi. Che può far capire molto sul futuro del partito a lungo predominante nel panorama politico italiano. Gli scenari che si aprono sono tre: il primo verrebbe messo in campo per evitare di trasformare in un redde rationem sul futuro di Forza Italia la scelta del candidato all’uninominale. Il secondo, invece, subordinerebbe la decisione in un collegio sulla carta “blindato” alla lotta tra due correnti in cui il partito è diviso, quella legata a Licia Ronzulli e quella di Antonio Tajani. L’ultimo scenario è quello di un’iniziativa personale della famiglia Berlusconi, che darebbe così un primo segnalare di continuità dell’azione politica del Cav. Ma vediamo nel dettaglio.
Silvio Berlusconi e Licia Ronzulli al Senato (Getty Images).
1. L’ipotesi non di rottura: il nome del rientrante Mandelli
Se l’elezione suppletiva per sostituire al Senato il quattro volte presidente del Consiglio venisse trattata come un’elezione “normale”, molti indicatori puntano nella direzione di una scelta fatta col bilancino, di un nome cioè capace di non rappresentare una rottura. Su Open è emersa l’indiscrezione che il “Mister X” possa essere il rientrante Andrea Mandelli. Consigliere comunale dal 2002 a Monza, candidato sindaco sconfitto al ballottaggio nel capoluogo brianzolo nel 2012, senatore dal 2013 al 2018 e deputato dal 2018 al 2022, Mandelli presiede inoltre dal 2009 la Federazione dell’Ordine dei farmacisti italiani (Fofi). Il suo nome può garantire standing e relativa terzietà. Politicamente vicino a Tajani, al tempo stesso non è mai stato particolarmente critico con la rivale interna Ronzulli. Anche se a quest’ultima molti imputano il fatto che Mandelli sia stato, alle Politiche 2022, mandato allo sbaraglio a giocarsi la rielezione alla Camera nel collegio di Milano – Loreto, dove all’uninominale è stato sopravanzato da Bruno Tabacci.
2. Scontro tra le correnti e accentramento sulla Fascina
Se Forza Italia saprà gestire questa fase e convergere su un nome politico condiviso, un minimo spiraglio di futuro oltre Berlusconi può aprirsi. Ma tra Lega e Fratelli d’Italia pronti alla scalata da un lato e le ambizioni politiche di molti colonnelli dall’altro, il rischio di implosione è sempre dietro l’angolo. Un secondo scenario apre la strada alla concezione della partita per Monza come resa dei conti tra le correnti, che potrebbe anche finire con l’accentramento sempre maggiore delle scelte su colei che oggi appare l’arbitro del partito, l’ultima compagna del Cavaliere Marta Fascina. La quale, alla vigilia del funerale, ha imposto a Forza Italia la linea dei suoi fedelissimi.
Marta Fascina e Silvio Berlusconi nel settembre 2022 (da Fb).
L’idea è che figure come Tajani non abbiano ancora in mente una successione, abituate come sono state a vivere, a lungo, un passo dietro Silvio. La Fascina, invece, ha ben altri obiettivi politici e personali dopo tre anni vissuti fianco a fianco dell’ex premier. In quest’ottica, Monza può essere l’anticamera di un tutti contro tutti su cui rischia di partire la scalata degli “alleati” ai membri di punta di Forza Italia. E qui si apre la porta al terzo scenario. Quello che vede la famiglia Berlusconi chiamata a mettere una fiche, direttamente o indirettamente, sulla scelta del successore del Cav per un seggio che ha valenza non solo politica ma anche simbolica.
3. Che ruolo giocherà la famiglia? L’idea Messina
La famiglia Berlusconi, garante finanziaria di Forza Italia, ha tutto l’interesse a non vedere perso il seggio che fu di Silvio. «Il soggetto politico è in mano a Marina Berlusconi e agli altri figli grazie alle fideiussioni da 100 milioni di euro» garantite negli anni, spiega la Repubblica, e questo consente alla famiglia di mantenere in capo il controllo del simbolo. Per questa ragione, la prima sfida politica potrebbe vedere un coinvolgimento diretto in prima persona degli imprenditori e manager della dinastia del Cav. Troppo importante la posta in palio e troppo chiare le minacce di implosione del partito. Marina Berlusconi, forte dell’asse personale con Giorgia Meloni, ha un prestigio personale come figura di sistema in virtù del suo vissuto imprenditoriale e del suo ostentato distacco verso ambizioni politiche personali mostrato in passato. L’ipotesi di scendere in campo da “garante” della continuità berlusconiana è stata proposta da Open, che ha parlato di una possibile candidatura della ditta Fininvest a supplenza del seggio di Berlusconi. Tanto che si parla del fatto che «possa essere Alfredo Messina il candidato nell’uninominale di Monza. Legatissimo alla famiglia Berlusconi, dagli Anni 90 orbita con ruoli dirigenziali nella galassia Fininvest e Mediolanum». Su cui però grava l’incognita età: ha quasi 88 anni, più del defunto Silvio.
Alfredo Messina.
Ma nei sondaggi la preferita è sempre Marina…
In quest’ultimo scenario, non è da escludere che la “golden share” dei Berlusconi possa sostanziarsi in una discesa diretta nell’agone politico di uno dei figli. Prima indiziata potenziale, la stessa Marina. Non ci sono voci consolidate, ma c’è sicuramente una grande domanda di continuità dell’elettorato berlusconiano. Il sondaggio emerso su laRepubblica il 14 giugno, giorno dei funerali di Berlusconi, mostra che Marina è col 54 per cento la preferita tra gli elettori del Cav come futura leader di Forza Italia. L’ipotesi continuità come garanzia in un partito senza regole di successione chiare. E che forse a una vera successione potrebbe non arrivare mai.
Marina Berlusconi (Getty).
Affluenza bassa e strategia per le Europee: le incognite
Una suggestione? Molto si capirà dal ruolo che i Berlusconi giocheranno nel decidere il candidato a Monza. Si andrà sicuramente dopo la pausa estiva, oltre metà settembre. Ma le elezioni suppletive consentiranno di mettere in campo strategie e visioni in vista di appuntamenti più corposi, come le Europee 2024. A cui non è affatto scontato che Forza Italia arrivi integra. L’obiettivo della famiglia Berlusconi e di Forza Italia sarà evitare che il seggio cambi padrone, passando al campo progressista.
Bandiere di Forza Italia (Getty).
Sarebbe un colpo duro da sopportare. E che i forzisti vogliono escludere. Sicuramente da un lato è necessario organizzare continuità e coordinamento con le altre forze di governo. Ma dall’altro sarà doveroso trovare un fattore mobilitante per gli elettori. Le suppletive hanno spesso tassi d’affluenza bassissimi e sulla capacità di portare i brianzoli al voto per il loro senatore si giocherà anche molto del futuro di Forza Italia. Su questo campo, va detto, nulla avrebbe lo stesso effetto di rivedere il cognome Berlusconi sulla scheda.
Al netto della “svista” in cui sono incorsi Michela Murgia, Paolo Berizzi e Roberto Saviano a proposito del presunto saluto romano (e del presunto inneggiamento alla X Mas) nel corso della parata militare del 2 giugno, l’episodio ripropone un’annosa questione: ma è davvero efficace, e utile, disperdere energie, anche e soprattutto intellettuali, per gridare «al lupo al lupo!» fascista inseguendo manifestazioni che del fascismo spesso non fanno che rivelare aspetti perlopiù folcloristici, estetici, qualche volta persino grotteschi (o patetici, se si preferisce, come nel caso delle annuali manifestazioni in occasione della morte del duce, o in quella della marcia su Roma)? Non c’è dubbio che occorre tenere alta la guardia, ma sapendo discernere il ridicolo dall’inquietante e dal pericoloso (come può essere stato l’assalto alla Cgil di Roma, o quello al liceo fiorentino dello scorso febbraio, in questo caso a prescindere da ogni aspetto ideologico: qui c’è di mezzo la violenza).
Il tweet di Berizzi sulla parata del 2 giugno.
Ora si grida all’occupazione meloniana della Rai, ma da anni siamo assuefatti a una narrazione revisionista
Finché si sollevano polveroni e si criticano gli aspetti più formali che sostanziali (Giorgia Meloni che veste di nero, il presidente del Senato Ignazio La Russa che tiene in casa busti di Mussolini, e così via) non si rende un buon servizio all’antifascismo. E non è esasperando la polemica contro l’occupazione (come se fosse la prima volta che avviene) della Rai che si può intervenire sui meccanismi che permettono questo tipo di occupazioni, e men che meno sulla qualità dell’informazione. Certo, si dirà, ma una destra che si impossessa della tivù nazionale (oltre a possedere Mediaset) può davvero incidere sulla “narrazione” del Paese e inculcare idee e principi favorevoli a una progressiva fascistizzazione della società. Giusto. Ma, a maggior ragione, non è con gli slogan e la retorica (che appaiono spesso più una cortina fumogena frutto di boutade identitarie e calcoli elettorali) che si può contrastare con efficacia questo rischio. Da anni, per non dire da decenni, il mainstream informativo, certamente non solo televisivo, è appiattito su una narrazione revisionista, questa sì pericolosa. Perché minacciando la nostra memoria storica, rischia di cancellare ogni differenza tra ciò che è bene e ciò che è male (per la democrazia, ovviamente). Ed è su questo che bisognerebbe intervenire.
La disattenzione e il deficit politico abbassano le difese immunitarie della democrazia
E invece, sul revisionismo, tranne poche voci isolate (si potrebbe citare, per tutti, il rettore Tomaso Montanari, che con i suoi interventi ha cercato, per esempio, di richiamare l’attenzione sull’ambiguità, per usare un eufemismo, della legge del ricordo delle Foibe, venendo a più riprese bacchettato da Aldo Grasso sulla prima pagina del Corriere della Sera, senza, peraltro, che nessuna forza politica, o altra personalità, progressista fosse intervenuta in suo sostegno), la sinistra, in senso lato, non sembra sufficientemente attenta. Ciò è ancor più grave, considerando che, dopo tutto, proprio al nostro Paese spetta il triste primato di aver inventato il fascismo (non per caso Gobetti lo definiva come l’«autobiografia della nazione»), e cancellare la memoria di questa responsabilità non fa che favorire il rafforzamento di quella sorta di fascismo endemico, quasi antropologico, mai sopito. È qui che si misura la capacità di una sinistra che voglia davvero contrastare questo rischio con lungimiranza e concretezza e non con slogan e facili allarmismi. Ancora nel lontano 2017, Piero Ignazi, su Repubblica, commentando alcuni episodi di violenza neofascista di quei giorni (compreso un tentativo di occupazione della stessa redazione romana del giornale) sottolineava come quei rigurgiti fossero sostenuti non solo da un classico mix di nostalgismo e, appunto, neofascismo, ma anche dalla capacità di una parte non secondaria di questo stesso neofascismo (vedi i casi Forza Nuova o CasaPound) di penetrare i varchi della rete civile con esperienze comunitarie e visioni politiche alternative. Tutto questo, era sempre Ignazi a rimarcarlo, grazie anche a una sorta di distrazione/disattenzione dell’opinione pubblica e di deficit della politica, un deficit condito da qualche indulgenza di troppo e da una retorica antifascista che, per Ignazi, hanno abbassato le difese immunitarie e lasciato campo libero ai cultori del totalitarismo.
L’assalto neofascista alla Cgil di Roma, il 9 ottobre 2021.
L’anti-capitalismo di destra e le armi spuntate della sinistra
Se oltre allo scarso contrasto alle minacce portate dal revisionismo storico, aggiungiamo l’altro grande ambito, quello economico, ci rendiamo conto di quanto la sinistra fatichi a contrastare l’avanzata della destra, peraltro su un tema che dovrebbe appartenerle intimamente, quello dell’anticapitalismo. Perché non c’è dubbio che tra i punti di forza della destra radicale vi sia anche la rielaborazione e la proposta di ricette socio-economiche che, volendo sintetizzare, si potrebbero definire come “anticapitalismo di destra”; cifra (peraltro mutuata dalla maggior parte dei movimenti fascisti sorti un po’ in tutta Europa tra le due guerre) che accomuna pressoché tutte le espressioni del radicalismo di destra europee, guarda caso nei Paesi, Ungheria e Polonia su tutti, lontani mille miglia dalla tradizione liberista e capitalista per esempio angloamericana e tedesca. E che si pone come componente tra le più pregnanti del modello populista. Ovvio che una sinistra, come quella italiana, ma non solo, da decenni schierata su posizioni persino turbo-capitaliste e globaliste si ritrovi con poche armi spuntate nel contrapporsi a un fascismo 2.0 che invece solletica le pulsioni appunto più populiste, identitarie, sovraniste (con tutto il corollario xenofobo, omofobo, islamofobo e chi più ne ha più ne metta).
Selfie tra Giorgia Meloni e Viktor Orban.
Come evitare la «defascistizzazione retroattiva del fascismo»
Una sinistra davvero efficace, insomma, dovrebbe contrastare l’avanzata di questa ondata reazionaria occupando, con le idee e le proposte, gli spazi che ancora esistono, anche ripensando, vedi appunto il caso dell’anti-capitalismo, le proprie posizioni. Ma senza entrare nell’ambito dei programmi politici, e rimanendo in quello culturale, faccio un solo, ultimo esempio: lo scorso anno, Aldo Cazzullo, editorialista del Corriere della Sera e divulgatore tra i più letti e conosciuti, ha pubblicato Mussolini il capobanda. Perché dovremmo vergognarci del fascismo, un libro coraggioso, che demolisce tutti i luoghi comuni sul fascismo e sul suo duce, mostrandoci Mussolini per quel che è stato, ovvero un dittatore crudele e criminale, che si è macchiato di terribili crimini contro l’umanità. Oltreché coraggioso, il libro di Cazzullo è anche importante, perché, forse per la prima volta dopo Giorgio Bocca, non uno storico (gli storici restano purtroppo confinati nella ristretta cerchia accademica), ma un popolare divulgatore si è finalmente contrapposto a una lunga e affermata tradizione che, dall’immediato Dopoguerra a oggi, ha prodotto, grazie all’impegno di giornalisti altrettanto popolari come Indro Montanelli, Mario Cervi, Antonio Spinosa, Arrigo Petacco, Giordano Bruno Guerri, e fino al caso limite di Gianpaolo Pansa, una pubblicistica a dir poco edulcorata e autoassolutoria sul fascismo, concorrendo a quella «defascistizzazione retroattiva del fascismo» (copyright dello storico Emilio Gentile) che inevitabilmente ha portato, per riprendere il termine, a un abbassamento delle difese immunitarie.
Il potenziale dualismo nel consiglio di amministrazione della Rai con la presidente Marinella Soldi si profila all’orizzonte. Ma dalle parti di Viale Mazzini non è un mistero che Simona Agnes, membro dell’organo di amministrazione in quota Forza Italia, ambisca a prendere il posto della numero uno nominata da Mario Draghi in quota Partito democratico (e molto ben inserita nella filiera Paolo Gentiloni–Matteo Renzi). Tra l’altro, qualora Soldi dovesse rassegnare anzitempo le dimissioni, l’interim potrebbe ricadere sul consigliere più anziano, che appunto è Agnes.
I “draghiani senza Draghi” continuano a comandarsela nella tivù pubblica
La giornalista e manager, classe 1967, esperta di marketing e relazioni esterne, con competenze poliedriche che spaziano dal turismo fino alla cultura e alla sanità, è protetta e promossa dal sempiterno Gianni Letta, in nome degli interessi di Forza Italia in Rai naturalmente, ma anche – con sguardo più ampio – a vantaggio di quel blocco “Ursula” che va da Fi fino ai dem non schleiniani: i cosiddetti “draghiani senza Draghi” che continuano a comandarsela nella tivù pubblica, a dispetto della nuova stagione meloniana. In quest’ottica, Soldi e Agnes apparterrebbero persino allo stesso milieu, ma poi, si sa, le rivalità si costruiscono pure sulle dinamiche personali e sulla tattica di breve respiro, come gli ultimi voti in cda hanno dimostrato.
Simona Agnes.
La rappresentanza di genere? Questa volta ha chiuso un occhio
E così, mentre Soldi si mette (un po’) di traverso, Agnes esulta per il nuovo corso: «Le nomine che abbiamo approvato delineano una Rai equilibrata, dinamica e pluralista». Certo, poi magari c’è qualche problemino circa la rappresentanza di genere, visto che su 21 direzioni soltanto sei sono guidate da donne. E fa specie che la consigliera in quota azzurra non abbia alzato un sopracciglio quando invece in una vecchia intervista sul Premio internazionale di giornalismo intitolato a Biagio Agnes, il suo illustre papà, ebbe a dire: «Purtroppo ogni anno le donne sono in minoranza e dobbiamo ricordarci che ci sono tante brave donne giornaliste». Eh sì, «dobbiamo ricordarci»: peccato le amnesie nei momenti cruciali.
Il padre Biagio ex direttore generale a Viale Mazzini
Nata a Roma, ma di origini paterne irpine, Simona ha studiato legge alla Luiss, però ha la Rai nel dna. Biagio fu direttore generale a Viale Mazzini negli Anni 80, oltre che fondatore e direttore del Tg3. Erano i fasti (effimeri) del pentapartito e lui scalò le gerarchie della tivù di Stato mentre il suo amico e conterraneo Ciriaco De Mita prendeva il potere nella Democrazia cristiana. Peraltro il fratello Mario, lo zio di Simona, è stato presidente nazionale dell’Azione cattolica e direttore dell’Osservatore romano, questo per raccontare il background della figlia d’arte, cui tocca adesso l’amorevole e gelosa custodia della memoria del padre attraverso la guida della fondazione e l’organizzazione del premio a lui dedicati. Ma anche grazie alla reviviscenza nei palinsesti di un programma storico della Rai, inventato da papà Biagio e dedicato ai temi della sanità, come Check-up, che peraltro oggi vanta una singolare convenzione con la sola Regione Campania (con tanto di polemiche a Napoli per i 600 mila euro sborsati a Rai Com da Scabec, la in house che si occupa di cultura, per valorizzare la dieta mediterranea).
Biagio Agnes.
Piaggio, Telecom e una carriera nella comunicazione
Quasi fosse una predestinata, Simona si è sempre mossa nel settore della comunicazione, delle pr e delle relazioni istituzionali ad alti livelli. Piaggio e Telecom le esperienze aziendali preminenti riportate in curriculum prima di mamma Rai. Ma Agnes ha costantemente sposato con sorvegliato savoir-faire le iniziative benefiche alla frivolezza del jet set nostrano, le campagne medico-scientifiche ai velluti della miglior hotellerie, le riflessioni impegnate contro la mafia alle terrazze patinate del generone romano. Perché, in fondo, da Telethon ai Vanzina è un attimo.
Sensibile agli interessi di chi fa concorrenza alla Rai…
Componente, tra l’altro, dei cda dell’Istituto Treccani e della Treccani Scuola, Agnes è donna di comunicazione ma non ama molto i social. Non ha un profilo Facebook, mentre il suo account Twitter è una zattera abbandonata alle correnti, visto che l’ultimo aggiornamento risale al 2018. Va appena meglio su Instagram, con una pagina privata che conta meno di 700 follower. Del padre dice che egli «difese la tivù pubblica». Una missione che appare oggi difficile da perseguire per chi dentro Viale Mazzini è in qualche modo sensibile agli interessi del primo editore televisivo in concorrenza con la Rai. Ma tant’è. «Tutta l’azienda aspetta da noi risposte importanti», dice adesso Simona. Vedremo, però se il buongiorno si vede dal mattino…
«Cos’ha fatto di buono Berlusconi?». Se lo chiedevano, mi pare, Adriano Celentano e Roberto Benigni in un varietà Rai di qualche decennio fa, realizzato presumibilmente durante un governo Prodi. Al termine di un bilancio tra il serio e il faceto, i due showmen salvavano un solo provvedimento del collega che dal 1994 si divideva fra la professione di barzellettiere e quella di premier: la patente a punti, introdotta nel 2003 dal gabinetto Berlusconi II. La patente a punti è rimasta l’unica, solitaria benemerenza riconosciuta al Cavaliere fino a ieri, giorno della sua morte, quando il sito Escort Advisor lo ha omaggiato ricordando un altro risultato indiscutibilmente lodevole dell’era Berlu: lo sdoganamento del termine ‘escort’ come sinonimo di prostituta. «Una parola meno offensiva e più dignitosa per le operatrici del sesso,» spiega un comunicato del sito dedicato alle recensioni delle sex-worker, sottolineando che, attraverso la rilevanza mediatica dei processi legati al bunga-bunga, Berlusconi «ha contribuito a normalizzare, anche se a modo suo, un settore ancora oggi controverso».
L’omaggio del sito Escort advisor a Berlusconi.
Nessuno come Berlusconi è stato ridicolizzato dalla satira e nessuno l’ha ridicolizzata quanto lui
La patente a punti e la promozione lessicale della prostituzione: anch’io potrei fermarmi qui, come elogio funebre. Sono fuori tempo massimo sia per il servo encomio che per il codardo oltraggio e non appartengo alla generazione allevata da Sua Emittenza con Bim Bum Bam e Paperissima. Per onestà intellettuale, però, devo riconoscere che per noi autori di satira politica nessun personaggio dell’ultimo scorcio di ‘900 ci ha ispirato e reso reattivi e produttivi più di Silvio Berlusconi. I risultati non erano sempre di qualità eccelsa, spesso era satira involgarita da un body-shaming allora entusiasticamente praticato anche da penne e matite eccellenti. Ma c’era anche parecchia roba forte e buona, che dava ai suoi autori un brivido di grandezza: ecco la vignetta definitiva, ecco la risata che lo seppellirà. Ma col passar del tempo ci sentivamo come scultori che si ritrovano a dover scalpellare una montagna anziché il solito blocco di pietra: anche se si è geni dallo scalpello mirabolante e si sgobba giorno e notte per anni e anni e anni, la montagna rimane lì, uguale. Dài delle martellate clamorose, ti sembra di staccare grossi pezzi di roccia, senti il presagio di una frana, e magari qualche cascata di ciottoli arriva davvero, dài e dài credi di avere modificato il profilo del monte, e invece no: il monte è più o meno uguale a se stesso e sempre al suo posto. Quelli cambiati siamo noi: stanchi, invecchiati, con gli scalpelli fuori uso, che guardiamo impotenti le comitive di gitanti che fotografano la montagna e la trovano carina e pittoresca, senza apprezzare né notare le scalfitture che ci sono costate anni di fatiche: le decine di soprannomi, le centinaia di caricature, le campagne al vetriolo sui suoi processi, il caparbio tiro a segno sulle sue sfrenatezze, gli sfottò ai suoi reggicoda, anche loro tutti al loro posto, avanzati in carriera o beneficati, ma sempre grati e adoranti.
Ormai da un quindicennio la satira politica italiana si è ridotta a comfort-food per mature anime belle: vignette comprensibili solo dai 40 anni in su, meme da condividere nella propria bolla, parodie così acute e raffinate da consacrare il parodiato anziché irriderlo. L’obiettivo non è più infastidire il potere, men che mai seppellirlo, ma finire nella top ten di Propaganda Live
Insomma, è vero nessuno come il Cav è stato ridicolizzato dalla satira, ma è altrettanto vero che nessuno l’ha ridicolizzata quanto lui, dimostrandone l’inutilità politica e dissipando l’illusione, di cui la sinistra si pasceva dai tempi di Dario Fo e del Male, che il ghigno e lo sberleffo possano davvero far paura al potere e aprire gli occhi al popolo. Quando qualcuno grida che il re è nudo e il re, anziché correre a nascondersi, sculetta e si mette in posa, il popolo ride ma alla fine passa dalla sua parte. E chi deve andare a nascondersi è quello che lo ha smascherato. Fatto sta che ormai da un quindicennio la satira politica italiana si è ridotta a comfort-food per mature anime belle: vignette comprensibili solo dai 40 anni in su, meme da condividere nella propria bolla, parodie così acute e raffinate da consacrare il parodiato anziché irriderlo. L’obiettivo non è più infastidire il potere, men che mai seppellirlo, ma finire nella top ten di Propaganda Live, a mezzanotte passata, l’ora dei vampiri.
Via Silvia, spianata dall’uomo di Arcore, è ora trafficatissima
Lo sguardo più lucido e preveggente sulla fine del Caimano non è venuto dalla satira, ma dalla canzone. Precisamente da Caparezza, che nel 2011, nella strepitosa Legalize the Premier, descriveva con largo anticipo gli ultimi giorni del patriarca del centrodestra: «E se capita che un giorno starai male, male/vedrai leccaculo al tuo capezzale/darai una buona parola per farli entrare/nel tuo paradiso fiscale». Il rapper di Molfetta chiariva che il pezzo non era dedicato solo a Berlusconi, ma anche a tutti i suoi successori, cui il Cavaliere ha mostrato che una volta arrivati al potere si possono modificare le leggi a proprio uso e consumo, «perché una volta che hai asfaltato una strada ci possono passare tutti». Una strada che, all’uso dell’antica Roma, potremmo chiamare via Silvia. Aperta e spianata dall’uomo di Arcore, e ora trafficatissima.
Forza Italia piange la morte di Silvio Berlusconi, con sincera commozione, e non potrebbe essere altrimenti. Ma oltre al dolore umano per la scomparsa del fondatore, dovrà arrivare il momento di fare i conti per capire come potrà andare avanti il partito, prima di tutto dal punto di vista economico. I soldi sono il principale punto debole degli azzurri, soprattutto ora che il Cav non c’è. Fino a quando è stato in vita, infatti, era lui a mettere le risorse a disposizione, senza andare per il sottile. L’ex presidente del Consiglio non si è mai tirato indietro, chiedendo una mano al fratello Paolo e ai cinque figli. A Silvio nessuno diceva di no.
I 700 mila euro donati coprono la maggior parte degli introiti
Tanto per rendere l’idea, nel 2023 il supporto finanziario della famiglia Berlusconi è stato fondamentale, altrimenti il piatto piangerebbe, eccome: le tabelle delle donazioni volontarie raccontano di 700 mila euro affluiti nelle casse degli azzurri grazie agli assegni staccati nella cerchia familiare e aziendale. Il fratello Paolo ha provveduto a sottoscrivere un’elargizione liberale, una delle forme di finanziamento consentite dalla legge, di 100 mila euro il 24 febbraio. Un esempio seguito dal figlio dell’ex premier, Luigi Berlusconi, con la medesima cifra e nello stesso giorno. Così tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, tutti gli altri figli, Barbara, Eleonora, Marina e Pier Silvio, hanno donato 100 mila euro alle casse di Forza Italia, come ha fatto successivamente la Fininvest, la società più nota della famiglia. Il totale è stato, appunto, di 700 mila euro che ha praticamente coperto tre quarti degli introiti degli azzurri legati alle donazioni.
Luigi e Paolo Berlusconi, figlio e fratello di Silvio. (Getty)
Finanziamento pubblico: arriva poco dal 2 per mille
Il dato complessivo supera di poco il milione di euro, senza i Berlusconi si parlerebbe di 250 mila euro. Roba da partitino. Ma la somma derivante dalla famiglia dell’ex presidente del Consiglio, è più alta anche rispetto ai 581 mila euro arrivati grazie al 2 per mille, destinato dai contribuenti e su cui i forzisti hanno sempre dimostrato dei limiti: tra i partiti della maggioranza è quello che ottiene meno dall’ultima forma di finanziamento pubblico. Non occorre l’indovino per comprendere il peso specifico economico del supporto dato da Berlusconi alla sua creatura. In un certo senso si trattava di un atto d’amore, un gesto dovuto per un progetto che ha coltivato dal 1994, con l’eccezione della parentesi del Popolo delle libertà. Per questo ora si addensano le nubi sul futuro, sulle reali intenzioni degli eredi.
Bandiere di Forza Italia. (Getty)
Forza Italia, debito di 92 milioni di euro nei confronti dei figli di B
Di fatto per i figli del fondatore il partito rischia di trasformarsi in un buco nero in cui gettare risorse, senza considerare che – bilanci alla mano – Forza Italia, come soggetto giuridico, ha contratto un debito di 92 milioni di euro nei confronti dei figli di Berlusconi. Si tratta di una questione delicata, quanto intricata, che nelle prossime settimana andrà affrontata. Ma anche se gli eredi dell’ex presidente del Consiglio non vorranno pretendere gli arretrati, dovranno decidere se hanno voglia di mettere mano alla tasca per finanziare un partito, che allo stato attuale sarà gestito da altri. E che ha prospettive di consenso non proprio esaltanti. Nell’inner circle berlusconiano giurano che la vicenda non era stata discussa, nonostante la grave malattia dell’anziano leader.
Pier Silvio Berlusconi. (Getty Images)
Quanti morosi tra i parlamentari: pure Bergamini e Cannizzaro
In mezzo c’è un’altra questione, non affatto secondaria: il recupero delle cifre dei “morosi”, un’operazione che era stata avviata da qualche settimana con discreti risultati. Ogni eletto, tra Camera e Senato, è chiamato a restituire 900 euro al mese. Una pratica che però non è seguita da tutti i parlamentari. Anzi, quasi la metà non rispetta i tempi. Nell’elenco dei donatori, da inizio 2023, non si ritrovano peraltro dei nomi parlamentari in vista di Forza Italia, come i due vicepresidenti del gruppo alla Camera, Deborah Bergamini e Francesco Cannizzaro, che tuttavia in passato hanno fatto dei versamenti più sostanziosi dei 900 euro mensili. Solo che di recente c’era stato un appello per recuperare le somme, a cui non risultano risposte.
Silvio Berlusconi e Deborah Bergamini.
Chi è disposto a foraggiare un progetto ormai morente?
Stessa situazione caratterizza il vice capogruppo al Senato, Adriano Paroli, e altri colleghi azzurri a Palazzo Madama, come Claudio Fazzone (l’ultimo versamento è di 20 mila e risale all’agosto del 2022, in piena campagna elettorale), Dario Damiani, Mario Occhiuto e Daniela Ternullo. In realtà non figura nell’elenco nemmeno il capogruppo a Montecitorio, Paolo Barelli, che però ha spiegato che si tratta di un errore della registrazione delle donazioni, a cui comunque non è stato posto rimedio. Sempre a Montecitorio non sono registrate sui documenti da parte dei deputati Tommaso Calderone e nemmeno di Annarita Patriarca. Per tutti l’arretrato è minimo, sebbene moltiplicata la quota mensile per in cinque mesi si arrivi a 4.500 euro, e può essere saldato con un’unica operazione, anche se l’azione di recupero per i morosi è più vasta e coinvolge molti ex parlamentari. Ma, al netto dell’assiduità dei versamenti, c’è un punto focale: chi è davvero intenzionato a foraggiare un partito con prospettive tutt’altro che rosee? Qui torna alla mente la frase di un parlamentare pronunciata negli ultimi giorni di vita del leader. «Forza Italia è Silvio Berlusconi, Silvio Berlusconi è Forza Italia». Che significa che senza di lui non esiste nemmeno più il partito.
Silvio Berlusconi non c’è più. E la notizia della morte, per altro anticipata dal continuo aggravamento delle sue condizioni di salute, è qualcosa cui si stenta a credere. Perché il Cavaliere aveva costruito una buona parte della sua narrazione sulla compiaciuta mitologia del suo essere immortale, perché comunque la si giudichi la sua figura ha condizionato gli ultimi cinquant’anni della vita pubblica. Prima come imprenditore rampante, poi come politico. Infine dal 1994, anno della sua discesa in campo, come politico-imprenditore.
Berlusconi è stato ispiratore, vittima, innovatore, narciso
Molto su di lui è già stato scritto, molto detto, e ancora se ne scriverà negli anni a venire. Perché la biografia di Silvio ha le prerogative dell’interminabilità. Perché l’uomo ha inciso non solo sull’economia e poi sulla politica, ma pure sull’immaginario collettivo di un Paese che a lui deve una mutazione antropologica. Dal quartiere modello di Milanodue al partito azienda, nulla della vita pubblica di questo Paese è rimasto immune dalla sua impronta. Giocata con grandissima abilità su più registri: ispiratore, vittima, custode come nessuno mai del suo personale tornaconto, innovatore, narciso fino a rasentare la parodia di se stesso.
Forza Italia morirà con lui al termine di una diaspora già iniziata
Che succederà ora? Berlusconi lascia un impero mediatico il cui futuro è denso di interrogativi. I figli, specie Marina e Pier Silvio, lo vorranno portare avanti. Ma avranno la forza di faro senza alle spalle un padre che ne ha sempre accompagnato le mosse, anche quando sembrava che la politica e poi la malattia allontanasse il suo interesse? E lascia anche un partito, Forza Italia, sui cui destini è più facile scommettere. Una sua personale creatura, una geniale invenzione che nel 1993 si affacciò sulla scena politica sorretta da un marketing senza precedenti, che non può avere eredi, e che quindi morirà con lui al termine di una diaspora per altro già da tempo iniziata. E sulla quale Giorgia Meloni potrà ultimare la sua Opa non ostile concordata con la figlia Marina nei suoi primi giorni di governo.
La mossa con Fini e lo sdoganamento della destra missina
Per chi ne ha seguito dall’inizio l’irresistibile ascesa, viene in mente anche con una certa nostalgia il Berlusconi del Mundialito, del sole in tasca con cui pretendeva si presentassero i suoi venditori, della capacità di sparigliare la scena politica sponsorizzando Gianfranco Fini come sindaco di Roma e di fatto dando il via allo sdoganamento della destra missina che proprio con l’ingresso di Meloni a Palazzo Chigi ha avuto il suo compimento.
Silvio Berlusconi dopo la vittoria nel 2001. (Getty)
Silvio un uomo di folgoranti inizi, ma di mesti finali
Il prima e il dopo nella vita di Berlusconi hanno segnato la biografia del personaggio. I successi imprenditoriali sono innegabili, così come la sua azione dirompente in politica. Se c’è un’osservazione da fare, a caldo, prima che di lui nei prossimi anni si scrivano fiumi di inchiostro, è che è stato un maestro nell’entrare in scena, ma non uno che alla fine è stato capace di uscirvi, quando avrebbe potuto ritirarsi forte della nomea di padre nobile che nessuno avrebbe messo in discussione. Silvio un uomo di folgoranti inizi, ma di mesti finali, impaurito forse dall’idea della morte che ha cercato di arginare non come l’accettazione di un destino che la vecchiaia serenamente impone, ma sciorinando il mito di una eterna giovinezza che il suo inesausto e a volte stonato slancio vitale non ha mai fatto venire meno.
«E ora che succede?». È questa la domanda che risuona già nei capannelli di Forza Italia e non solo. Sarà l’interrogativo principale anche a Palazzo Chigi. Sì, perché la morte del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi avrà ripercussioni non solo dentro i confini azzurri, ma anche sulla stabilità dello stesso governo. Lo sa benissimo Giorgia Meloni che con la virata verso FdI impressa nell’ultimo periodo dal coordinatore di Fi Antonio Tajani e dalla compagna di Silvio, Marta Fascina, naturalmente con la benedizione della primogenita del Cav Marina, aveva visto in qualche modo puntellata la sua maggioranza. Adesso senza il leader, lo scenario torna a essere fluido e la stessa Forza Italia corre il serio rischio di spaccarsi. O di scomparire.
Marta Fascina e Silvio Berlusconi nel settembre 2022 (da Fb).
I nodi economici e quelli politici di Forza Italia
Il prezzo che giocoforza paga un partito personale che non ha mai avuto altro leader al di fuori di Silvio. Del resto, è lunga la teoria di delfini che il Cav prima ha osannato e poi messo da parte. Una fine che forse ha rischiato di fare lo stesso Tajani che, nella nuova geografia azzurra, si sarebbe trovato al fianco tre commissari (uno per il Nord, uno per il centro e uno per Sud). Una riorganizzazione che avrebbe dovuto cominciare a vedere la luce sabato ad Arcore, se non fosse sopraggiunto il ricovero improvviso del leader. A tal proposito, le parole di un ex azzurro e ora esponente di Azione come Osvaldo Napoli colgono nel segno: «È certo che lascia un’importante eredità politica, ma non lascia eredi da lui riconosciuti. Con la sua scomparsa si chiude davvero una stagione politica e l’Italia entra in una terra incognita tutta da esplorare». Una terra tutta da esplorare, appunto. Non subito, naturalmente. Adesso è il momento del cordoglio e dell’unità. Ma prima o poi i nodi verranno al pettine. A cominciare da quelli economici, visto che a foraggiare Forza Italia è sempre stato in larghissima parte Berlusconi. Dal 2014 il Cav ha iniettato quasi 100 milioni di euro nelle casse del partito, mentre i figli hanno versato 500 mila euro nel 2022. Una ‘donazione’ necessaria, visto che solo nel 2023 37 parlamentari su 62 hanno pagato la quota. Normale quindi che molti eletti comincino a chiedersi se la famiglia continuerà su questa linea oppure no. Ma sono i nodi politici quelli che scottano di più e che, come detto, rischiano di rendere Meloni meno salda in sella. Tant’è che la premier, nel suo videomessaggio di saluto al Cavaliere, ha provato subito a serrare le fila, toccando le corde dell’emotività: «Con lui l’Italia ha imparato che non doveva mai farsi porre dei limiti, ha imparato che non doveva mai darsi per vinta», ha detto. «Con lui noi abbiamo combattuto, vinto, perso, molte battaglie. E anche per lui porteremo a casa gli obiettivi che, insieme, ci eravamo dati».
Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Getty Images).
L’ala Tajani-Fascina teme il ritorno dei ronzulliani
Per adesso il timone è in mano all’ala Tajani-Fascina-Marina Berlusconi che ha depotenziato l’area vicina a Licia Ronzulli. Non è da escludere però che a breve inizi uno smottamento di azzurri verso la Lega, verso la stessa FdI, ma pure verso Azione e Italia viva. L’attuale capogruppo al Senato ha sempre intrattenuto buoni rapporti con Matteo Salvini. «Se è vero che la vendetta è un piatto che va servito freddo», azzarda una fonte di Fi con Tag43, «non è fantapolitica immaginare che presto Licia, dopo aver subito lo smacco di essere stata allontanata dal cerchio ristretto di Berlusconi, di esser stata defenestrata da coordinatore di Fi in Lombardia e di aver rischiato sabato scorso di perdere anche il ruolo di presidente dei senatori, sposti i suoi sempre più verso la Lega». E con i suoi si intende parlamentari come Alessandro Cattaneo, anche lui vittima dello spoils system targato Fascina, o di Paolo Emilio Russo, da poco sostituito con Danila Subranni a capo della comunicazione azzurra. Senza contare tutti quei forzisti che nel riassetto immaginato ad Arcore avrebbero dovuto rinunciare a ruoli nel partito, dal sottosegretario Giuseppe Mangialavori, coordinatore di Fi in Calabria, al presidente della commissione Affari sociali della Camera, Ugo Cappellacci, coordinatore in Sardegna. Si dirà che questo però non cambia nulla sul fronte della coalizione di maggioranza ed è vero. Ma è altrettanto vero che il peso specifico e di contrattazione di Salvini potrebbe aumentare su battaglie che, invece, non scaldano troppo i Fratelli d’Italia. Vale per l’autonomia, ma vale anche per Quota 100.
Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo (da Fb).
I governisti azzurri potrebbero bussare alle porte di FdI
Ben diverso il quadro, invece, se alcuni azzurri decidessero di fare le valigie e traslocare in Azione o Italia viva. Pure il partito di Calenda, in realtà, potrebbe avere un certo appeal dalle parti degli azzurri, potendo far leva sul peso di ex pezzi da novanta di Forza Italia come Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna. Scenario che una fonte parlamentare di centrodestra tende però a escludere: «Se Renzi e Calenda parlassero dall’alto di un 10 per cento, questo discorso avrebbe un senso, ma con percentuali tra il 2 e il 3 per cento quale azzurro dovrebbe decidere di fare un salto nel buio?». Un effetto calamita, insomma, Renzi potrebbe suscitarlo solo in una prospettiva di breve periodo e cioè in un’ottica di sostegno all’attuale maggioranza, «ma siamo sicuri», continua la fonte, «che Meloni ci starebbe e non farebbe lei stessa saltare il tavolo per imporsi poi sì con il 30 per cento? Più probabile casomai che se Forza Italia nei prossimi mesi dovesse implodere, l’ala azzurra più governista bussi direttamente alla porta di FdI». Poco male per la tenuta complessiva della maggioranza, anche se suonerebbe come un fallimento dell’effettiva presa sul partito di Tajani…
«La necessità, non più rinviabile, di predisporre una legge nazionale per il contenimento del consumo del suolo è prevista tra le riforme del Pnrr, ma è anche contemplata nel Piano per la transizione ecologica». Con queste parole, pronunciate alla Camera, Gilberto Pichetto Fratin iscrive il suo nome tra i ministri dell’Ambiente che sono intervenuti sul consumo del suolo, un tema che «va affrontato subito» (Gian Luca Galletti, 2015, governo Renzi) ed era giudicato «urgente» già nel 2013 (Andrea Orlando, governo Letta). Nel Paese delle catastrofi naturali (in Emilia-Romagna quello più recente, ma ancora prima Ischia, le Marche, solo per citare gli ultimi territori colpiti) non esiste una legge organica sul consumo di suolo. Al di là del merito della questione, che di per sé è assai complicata perché investe molti piani istituzionali – dal governo centrale alle Regioni e i Comuni – e tocca ancora più interessi, ci si chiede: come è possibile che la politica non riesca intervenire su un tema che da almeno un decennio essa stessa ritiene una priorità?
Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. (Getty)
La «svolta» sul tema doveva esserci già nel 2014…
Questa carrellata dei ricordi, che non vuole essere per nulla esaustiva, potrebbe iniziare da Andrea Orlando, ministro Pd dell’Ambiente tra il 2013 e il 2014. Proprio a inizio 2014 Orlando portò in Consiglio dei ministri una legge sul tema che definì «una svolta per l’uso del suolo nel nostro Paese». Pochi mesi dopo – con la caduta del governo Letta e il passaggio di Orlando alla Giustizia – il dossier finì nelle mani di Maurizio Martina e Gian Luca Galletti, rispettivamente ministri dell’Agricoltura e dell’Ambiente dell’esecutivo Renzi. I due provarono a dare una spinta al disegno di legge che intanto avanzava più che lentamente alla Camera. A novembre 2014, infatti, inviarono una lettera all’allora ministra per i Rapporti con il parlamento, Maria Elena Boschi, chiedendo di accelerare l’esame parlamentare.
Andrea Orlando.
La tragedie recenti e il problema del dissesto idrogeologico
«Il disegno di legge in questione», si leggeva nella lettera congiunta, «rappresenta un passaggio importante e molto atteso al fine di introdurre norme per contenere il consumo del suolo, valorizzare il suolo non edificato, promuovere l’attività agricola che sullo stesso si svolge o potrebbe svolgersi, nonché per perseguire gli obiettivi del prioritario riuso del suolo edificato e della rigenerazione urbana rispetto all’ulteriore consumo del suolo inedificato, al fine complessivo di impedire che lo stesso venga eccessivamente “eroso” e “consumato” dall’urbanizzazione. Tali esigenze risultano particolarmente pressanti anche alla luce dei fenomeni di dissesto idrogeologico che sono alla base di numerose tragedie anche recenti». I ministri Martina e Galletti chiedevano, infine, «di voler sollecitare alla presidenza della Camera una rapida conclusione dell’esame del disegno di legge al fine di una sua calendarizzazione in assemblea auspicabilmente prima della fine dell’anno».
L’ex ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. (Getty)
Ddl approvato alla Camera nel 2016, ma impantanato in Senato
Spinte che portarono, effettivamente, a un primo via libera parlamentare nel maggio 2016. «Il disegno di legge sul consumo del suolo è una vera urgenza nazionale: per questo ritengo l’approvazione del testo avvenuta oggi alla Camera un fatto politico di grande rilievo», aveva detto Galletti il giorno dell’ok, auspicando un’approvazione anche al Senato per «superare un problema italiano come il consumo del suolo e insieme aprire nuove opportunità di sviluppo sostenibile». Per il testo, però, Palazzo Madama si trasformò presto in una palude e il ddl finì impantanato.
Conselice allagata dopo l’alluvione in Emilia-Romagna. (Getty)
La Meloni ha stanziato 160 milioni di euro dal 2023 al 2027: pochi
Nell’ultima legge di Bilancio, il governo Meloni ha inserito un articolo dal titolo “Fondo per il contrasto del consumo di suolo”. Lo stanziamento ammonta a 160 milioni di euro dal 2023 al 2027. Le risorse sono destinate la rinaturalizzazione di suoli degradati o in via di degrado in ambito urbano e periurbano. Secondo Per Paolo Pileri, professore di pianificazione e progettazione urbanistica al Politecnico di Milano, si tratta di «nulla che contrasti il consumo di suolo, nulla che fermi la cementificazione che sta uccidendo il Paese. Stanno solo mettendo soldi (e pochi) per “rinaturalizzare” suoli (non si sa come: magari pure denaturalizzando altrove) che un attimo prima erano stati degradati, cosa che, diciamo pure, dovrebbe fare chi li ha inquinati e degradati». Un parere che è stato pubblicato su Altraeconomia.
Sergio Costa, ex ministro dell’Ambiente in quota M5s. (Getty)
Sergio Costa e il solito ritornello del «non c’è un pianeta B»
Insomma, in sette anni poco o nulla si è mosso. Tranne le dichiarazioni. Per dire, di nuovo Orlando qualche mese fa, all’indomani dell’alluvione che ha investito Ischia, è tornato a ripetere che «bisogna fare una legge sul consumo del suolo». E il titolare dell’Ambiente del Movimento 5 stelle Sergio Costa diceva solennemente a fine 2019: «È fondamentale agire ora per arrestare il consumo di suolo. Perché domani potrebbe essere troppo tardi. E non c’è un pianeta B. Mi appello, dunque, alle forze politiche di maggioranza affinché, parallelamente all’iter parlamentare del “Cantiere ambiente”, fondamentale per la messa in sicurezza del nostro Paese dal dissesto idrogeologico, si discuta e si approvi celermente la legge sul consumo di suolo». Ora si è iscritto anche l’attuale ministro. E il flusso delle dichiarazioni scorre.
Pubblichiamo un estratto del libro I potenti al tempo di Giorgia, edito da Chiarelettere, uscito il 30 maggio e scritto proprio dal direttore di Tag43.it Paolo Madron e da Luigi Bisignani. Il capitolo in questione è quello su “Giorgia e la rete dei media”.
I potenti al tempo di Giorgia.
La7 procura a Cairo dei mal di pancia, può sempre contare su Luciano Fontana, che gli fa da pontiere come meglio non si può. Il rapporto tra uno dei più longevi direttori del «Corriere della Sera» e la premier è di lunga data e solidissimo. Tra i due messaggi ed emoticon, che lei ama usare à gogo.
Se n’è avuta prova anche di recente, in uno degli inciampi più spinosi che il governo ha dovuto affrontare, il caso dell’anarchico Cospito e le polemiche sul 41 bis. Meloni non è andata a rendere conto in Parlamento, ma ha scritto al «Corriere» per far sapere la sua posizione. Come ha fatto Rachele Silvestri per la fake sul figlio.
Se è per questo, Fontana ha anche dato un’intera pagina a Lollobrigida perché potesse giustificarsi dell’infelice uscita sulla sostituzione etnica, e ha dato ampio spazio ad Arianna per dire che non conosceva la nuova ad di Terna Giuseppina Di Foggia, e ancora alla premier per illustrare la sua posizione sul 25 aprile.
Giorgia Meloni e Francesco Lollobrigida. (Getty)
A questo punto Giorgia direbbe: «Noi a Quarto potere je famo ’na pippa».
Cortesia e disponibilità si ricambiano. Quando Berlusconi ha deciso di non candidare la brianzola Michela Vittoria Brambilla alle ultime elezioni, Fontana ha chiesto aiuto a Meloni e lei l’ha piazzata in un collegio sicuro in Sicilia. Nel feudo dove il Cavaliere ha fatto eleggere anche la sua finta moglie Marta Fascina.
Ad accomunarle, per usare un eufemismo, la scarsa frequentazione dell’isola e lo stupore dei locali elettori di trovarsele in lista.
E che c’entra Fontana con la più animalista dei parlamentari, conduttrice di una fortunata trasmissione tivù a difesa dei quattro zampe?
Si dice che sia stata proprio Brambilla, con la quale vanta un’antica amicizia, a portarlo la prima volta ad Arcore a conoscere Berlusconi. E che Fontana abbia ricambiato il favore presentandola a Bernardo Caprotti, il patron di Esselunga, perché la sua azienda ittica potesse trovare spazio tra gli ambiti scaffali dei suoi supermercati. Ma magari sono solo favole metropolitane.
Michela Vittoria Brambilla e Silvio Berlusconi nel 2009. (Getty)
Per Meloni avere il «Corriere della Sera» non pregiudizialmente contro mi pare cosa non da poco. Basterà a farla sentire meno isolata, a mitigare la sindrome di accerchiamento di cui lei e il suo entourage sembrano sempre più soffrire.
Mi verrebbe da dire «lo scopriremo solo vivendo», ma già qualche scenario lo si intuisce. Meloni dovrà stare attenta alle invasioni di campo. Non ti sarà sfuggito che Cairo non ha preso benissimo l’espansione a Milano della famiglia Angelucci, importanti imprenditori della sanità.
Paolo Berlusconi, Antonio Angelucci e il Giornale.
Sì, ma considerando che la partita andava avanti da tempo in un lungo tira e molla, tutti erano convinti che alla fine il Cav non avrebbe venduto. E invece la costanza e il rapporto personale tra le due famiglie hanno favorito la conclusione dell’affare, suggellata con un pranzo milanese a casa di Marina.
Un segnale dell’indurimento di Cairo è arrivato anche dal rinnovo dei vertici della Fondazione Corriere, uno dei salottini buoni dell’intellighenzia meneghina. Poteva essere l’occasione per mettere dentro qualcuno che strizzasse l’occhio alla destra. Ha scelto De Bortoli, Mieli, Calabi e Mario Monti, che non sembrano meloniani sfegatati.
Milano è una enclave della sinistra, un editore non può non tenerne conto.
Tiriamo le somme. Tra i media su chi può contare Meloni? «Libero», «il Giornale», «Il Tempo», «La Verità», «La Gazzetta del Mezzogiorno», i quotidiani di Riffeser, Mediaset e due telegiornali Rai. E la non ostilità di via Solferino. Fossi in lei non mi lamenterei.
E i giornali di Caltagirone da che parte stanno?
L’ingegnere, col suo fiuto, da tempo ha puntato su Meloni.
Tra i direttori che più fanno opinione, Giorgia ha dalla sua Vittorio Feltri, che si è tra l’altro dimostrato un formidabile acchiappavoti, portandosi dietro un bacino di consensi importante, le due volte che si è candidato con lei. Al punto che nel 2015 Meloni e Salvini lo volevano pure portare al Quirinale.
Vittorio Feltri (Youtube)
Forse la premier deve cercare di essere più inclusiva, di non chiudersi a riccio bollando come reato di lesa maestà quando un giornale scrive un articolo critico nei suoi confronti. Non deve essere difficile, in fondo è giornalista anche lei. Ma ora sta seguendo la massima di Francesco Cossiga, suggerita da Margaret Thatcher: i giornali è meglio non leggerli.
Dai benzinai a Mario Draghi passando per gli scafisti. Fino alla Corte dei conti, l’ultima protagonista di quella che potremmo definire la saga dal titolo È colpa di altri. In questi mesi di governo, infatti, non sono mancati scaricabarili e ‘nemici’ utili per allontanare responsabilità e colpe dal perimetro della maggioranza.
L’emendamento del governo per escludere la Corte dei conti dal controllo sul Pnrr
L’ultimo atto di questa strategia è l’emendamento presentato dal governo al dl Pa che esclude la Corte dei conti dal ‘controllo concomitante’ sul Pnrr, cioè il potere di verifica durante l’attuazione di un piano e non successivamente. In conferenza stampa il ministro per gli Affari Ue, Raffaele Fitto, ha più volte ribadito che non c’è nessuno scontro in atto con i giudici contabili, ma l’esecutivo ha applicato solo le norme e «il regolamento europeo indica chiaramente che la verifica del raggiungimento dell’obiettivo viene fatta tra Commissione Ue e Stato membro, quindi non è una competenza della Corte dei conti». Nonostante i toni felpati del ministro, difficile non leggere nella dinamica in atto una contrapposizione tra poteri dello Stato. Soprattutto dopo che la stessa Corte aveva evidenziato ritardi su alcuni progetti del Pnrr, come sulle colonnine di ricarica delle auto elettriche e sull’idrogeno. Anche perché, è sembrato il sottotesto di Fitto in alcuni passaggi della conferenza stampa, i rilievi della Corte stanno rendendo più difficile la trattativa del governo in Europa sulla revisione del Piano.
Il ministro per gli Affari Ue Raffaele Fitto (da Fb).
I ritardi sul Pnrr? Colpa di decisioni di altri
E non solo. Il ministro è tornato su un altro cavallo di battaglia del governo per giustificare l’attuazione non proprio spedita del Pnrr. «Alcuni elementi di criticità» relativi al Piano «sono oggetto di decisioni precedenti sulle quali noi abbiamo avviato un adeguamento e una correzione degli interventi». Così l’esecutivo è tornato a indicare in Draghi il responsabile delle difficoltà che sta riscontrando il Piano. Non una novità. Già a marzo scorso, infatti, si era registrata tensione tra l’attuale esecutivo e quello precedente. «Molti progetti sono irrealizzabili, non ce la facciamo», aveva sentenziato Fitto. Parecchi osservatori lessero la dichiarazione come un atto d’accusa all’ex premier tanto che i retroscena parlarono di una telefonata riparatoria tra Giorgia Meloni e l’ex banchiere centrale (mai confermata). Vero è, però, che Francesco Giavazzi, consigliere economico di Draghi a Palazzo Chigi, accettò un invito in tv per dire che «chi dice oggi che il Piano è in ritardo non capisce come funziona».
Francesco Giavazzi (Getty Images).
Il dito puntato da Meloni contro i benzinai e gli scafisti, unici bersagli del governo
Normale scaricabarile, si dirà. Giusto. Eppure in questi mesi di scaribarili se ne sono visti parecchi. Come non dimenticare infatti l’accusa ai benzinai di speculare sul prezzo del carburante? Tutto nacque dalla decisione del governo Meloni di non rinnovare lo sconto sulle accise messo in campo da Draghi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina che aveva fatto lievitare, tra l’altro, il costo dei carburanti. Meloni, dopo un primo rinnovo, stoppò la misura, dirottando – legittimamente – quelle risorse ad altre voci di spesa. La conseguenza fu un aumento dei prezzi alla pompa. Una dinamica che portò, però, l’esecutivo ad accusare i distributori di speculare sul prezzo, tanto da spingere Palazzo Chigi a emanare un decreto legge per obbligarli a esporre cartelli con i prezzi medi nella zona di riferimento. Scelta mal digerita dai gestori che proclamarono uno sciopero, in parte poi revocato. Che dire poi dell’immigrazione? Grande cavallo di battaglia della destra pronta a blocchi navali (ricetta FdI) e chiusura di porti (Lega) all’opposizione. Gli ultimi dati disponibili parlano di quasi 50 mila sbarchi da gennaio. Nello stesso intervallo di tempo nel 2022 erano stati 19.550 e nel 2021 ancora meno, 14.700. Nel momento più critico dell’emergenza, segnato dalla tragedia di Cutro che costò la vita a 90 persone, Meloni scelse come bersagli gli scafisti. In un Cdm riunito proprio in Calabria per emanare norme durissime contro chi gestisce i viaggi illegali, la premier disse: «Noi siamo abituati a un’Italia che si occupa soprattutto di andare a cercare i migranti attraverso tutto il Mediterraneo, quello che vuole fare questo governo è andare a cercare gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo, perché vogliamo rompere questa tratta».
Giorgia Meloni durante la conferenza stampa a Cutro (Getty Images).
La maggioranza sotto nel voto sul Def a causa del taglio dei parlamentari
E come dimenticare il brutto incidente parlamentare di fine aprile quando la maggioranza finì sotto alla Camera sul voto sul Def? In quel caso, le forze di maggioranza individuarono la responsabilità nel taglio dei parlamentari. «Quello che abbiamo visto è una conseguenza di quella furia iconoclasta che ha portato a un taglio lineare dei parlamentari, senza preoccuparsi del fatto che i ruoli apicali della Camera dei deputati, a differenza del Senato, sono rimasti esattamente gli stessi», attaccò il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari. Simile posizione era stata espressa anche dal collega di Fratelli d’Italia Tommaso Foti, secondo cui «alcuni quorum, funzionali per rendere efficaci le votazioni, che sono stati stabiliti quando questa camera era di 630 componenti, sono rimasti immutati, nonostante la Camera sia stata ridotta a 400 componenti». Non considerando che ovviamente con il taglio dei parlamentari anche i quorum sono stati visti al ribasso (alla Camera da 316 a 201). Di chi sarà la colpa del prossimo capitolo?