Cancellazione della conferenza stampa sulla remigrazione, Vannacci: «Morta la democrazia»

Roberto Vannacci ha detto la sua sulla cancellazione della conferenza stampa alla Camera del comitato ‘Remigrazione e riconquista’, durante la quale avrebbero dovuto prendete la parola alcuni esponenti di CasaPound. «Oggi a Montecitorio è morta la democrazia», ha scritto su Facebook l’ex generale, oggi vicesegretario della Lega, fresco del lancio del marchio “Futuro Nazionale”. L’evento è stato annullato per motivi di ordine pubblico, dopo la protesta delle opposizioni che hanno occupato la sala stampa. «Mi auguro un deciso intervento del capo dello Stato che è garante e custode della nostra Costituzione», ha aggiunto, esortando a una riprogrammazione dell’incontro.

Vannacci: «Massima solidarietà all’onorevole Furgiuele»

«A un parlamentare della Repubblica è stato impedito con la forza di poter democraticamente esprimere le sue opinioni in uno spazio della Camera dei deputati e in un evento regolarmente autorizzato, programmato e pianificato. Una formazione chiassosa di parlamentari di sinistra, guidati da Angelo Bonelli, ha occupato l’aula causando problemi di sicurezza e facendo annullare non solo quella ma tutte le conferenze stampa organizzate nella giornata di oggi», ha scritto Vannacci. «Quando si lascia decidere a una sola fazione del Parlamento chi può parlare e chi no, la democrazia è morta e la tirannia impera». Quanto al tema della remigrazione, il numero due del Carroccio ha affermato che «è un problema di attualità, è una necessità di sopravvivenza e parlarne non viola alcuna legge». E poi: «I primi a violare uno dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale sono stati questi sgangherati parlamentari che, evidentemente, non conoscono l’articolo 21 oppure lo applicano solo a loro uso e consumo secondo una rodata consuetudine della sinistra (puoi parlare solo se la pensi come me)». Infine Vannacci ha espresso «massima solidarietà all’onorevole Domenico Furgiuele che ha avuto il coraggio e la determinazione di far valere i diritti di cittadini che legittimamente e democraticamente vogliono rappresentare le loro istanze».

Referendum giustizia, le posizioni dei partiti: chi vota sì e chi vota no

Il 22 e 23 marzo gli elettori saranno chiamati a esprimersi sul referendum sulla riforma della Giustizia, che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la nascita di due Consigli superiori della magistratura e un’Alta corte disciplinare. Con l’avvio ufficiale della campagna referendaria, i partiti hanno già chiarito le loro posizioni tra sostenitori del Sì e schieramenti per il No.

La maggioranza compatta sul Sì alla riforma

Referendum giustizia, le posizioni dei partiti: chi vota sì e chi vota no
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

La maggioranza di governo si presenta compatta a favore della riforma, voluta e firmata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Fratelli d’Italia sostiene il Sì, Forza Italia considera la separazione delle carriere il punto di arrivo di una battaglia storica di stampo garantista, mentre la Lega parla di un’occasione per liberare la magistratura dal peso delle correnti interne. Anche Noi Moderati appoggia il
Sì, respingendo le osservazioni dei critici secondo cui la riforma potrebbe ridurre l’autonomia dei magistrati.

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Le posizioni delle opposizioni

Sul fronte delle opposizioni, la linea prevalente è il No, con alcune eccezioni. Il Partito democratico, il Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra si schierano contro la riforma: contestano l’assenza di interventi su tempi dei processi, carenze di organico e condizioni delle carceri, vedendo anche un rischio per l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’indipendenza della magistratura. Italia Viva invece lascia libertà di coscienza, mentre Azione e +Europa sostengono il Sì.

Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta

Sui social non si parla d’altro. A tenere banco è la non riuscitissima (eufemismo) apparizione televisiva di Leonardo Maria Del Vecchio, ospite a Otto e mezzo da Lilli Gruber, nella serata di giovedì 29 gennaio su La7, incastrato fra Italo Bocchino e Massimo Giannini. Nessuno ne ha capito l’utilità (dell’apparizione, non di Leonardo jr): se doveva servire alla reputazione, è stata un boomerang, considerando i balbettii, le imbarazzanti pause con ritmi non certo televisivi, e addirittura un momento in cui maldestramente LMDV ha provato a leggere quello che stava cercando di dire a fatica, sulla questione giudiziaria dell’incidente con la Ferrari. Qualcuno l’ha già ribattezzato il re del cringe (copyright Socialisti gaudenti), in molti lo hanno definito il miglior sponsor possibile per una super tassa di successione (in Italia c’è, ma è la più bassa se confrontata con quella degli altri grandi Paesi d’Europa). Giannini, che l’ha fissato perplesso per tutta la puntata, avrà pensato che forse con l’imprenditore greco a quelli di Repubblica non è andata poi così male. Perché Del Vecchio era interessato a Gedi (c’è chi dice con l’ombra di Francesco Gaetano Caltagirone alle sue spalle), ma John Elkann non l’ha fatto nemmeno sedere al tavolo delle trattative. Il 31enne rampollo però non si è fatto scoraggiare e allora si è accontentato del Giornale, cambiando completamente sponda politica (sulla totale mancanza di coerenza tra i due progetti non ha saputo rispondere alla Gruber, aggrappandosi a generici concetti di pluralismo dell’informazione), e ne ha acquistato il 30 per cento dagli Angelucci. Poi si è pappato la maggioranza della società che edita Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e QN. D’altronde ha fondato apposta Lmdv Media per investire nell’editoria (per farci cosa o con quale visione non si è capito). A proposito invece di risiko bancario, ha detto che «su MpsMediobanca non c’è mai stato nessun concerto», nonostante le accuse di aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza mosse dalla procura di Milano a Caltagirone, Milleri e Lovaglio (anche se qui la giustizia rischia di arrivare fuori tempo massimo). Tra le numerose domande poste, ovviamente nessuno ha chiesto lumi sulla causa intentata da Solos Technology, società specializzata in “occhiali AI”, contro Meta e EssilorLuxottica, con in ballo un risarcimento danni di svariati miliardi di dollari per una storia di brevetti. Molto più facile porre qualche quesito sulla successione e il rapporto con la famiglia allargata, che alla fine gli ha permesso pure di elogiare Silvio Berlusconi per come ha saputo gestire il passaggio degli asset patrimoniali. Visto il risultato della performance, qualcuno si è chiesto chi abbia sciaguratamente consigliato a Del Vecchio jr di esporsi in quella maniera in prima serata, all’interno di un salotto televisivo seguitissimo. Quel che si sa, come già scritto da Lettera43, è che Leonardo Maria ha provato a puntare forte sulla comunicazione, grazie anche all’arrivo, da gennaio, di Raffaella Mangini, che ha curato per oltre 23 anni la comunicazione di Urbano Cairo e di La7, una veterana che lavora a stretto contatto col patron di Rcs (e dunque forse è lei la vera artefice dell’ospitata apparecchiata giovedì). Segno evidente che il giovin ereditiero non vuole parlare solo ai mercati, ma anche a chi quei mercati li racconta. Magari in modo più efficace, dalla prossima volta. Alla fine, tra quel che resta c’è anche un soprannome che rischia di restargli appiccicato addosso. Qual è? Guardate bene il suo volto: a quelli “di una certa età” ha evocato un celebre personaggio della televisione in bianco e nero della Rai, con protagonista Walter Chiari, ossia “il Sarchiapone”. Il nasone, gli occhiali, tutto coincide: mancava solo il cappello “rincalcagnato”, che però viene sostituito dalla folta capigliatura, e la somiglianza sarebbe stata quasi totale.

Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta
Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta
Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta
Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta
Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta
Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta
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Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta
Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta

Ok a Freni, ma in cambio…

Il via libera a Federico Freni alla guida della Consob pare sia stato raggiunto, al termine di una faticosa trattativa che ha visto protagonista Forza Italia, con Antonio Tajani capace di dire la sua e rinviare la decisione con la scusa di volere «un tecnico e non un politico» alla presidenza, dove ora c’è Paolo Savona. Gli spifferi di Palazzo Chigi indicano una contropartita di peso: ai forzisti sarebbe stato concesso di poter dire l’ultima parola sull’ambitissima carica di presidente di Leonardo.

Del Vecchio dalla Gruber tra cringe, piani sull’editoria e quella domanda non fatta
Il sottosegretario leghista all’Economia Federico Freni (Imagoeconomica).

Rutelli day

La famiglia Rutelli al lavoro. Due giornate per Francesco Rutelli, impegnato il 29 e 30 gennaio con la settima Soft Power Conference a Roma: presenti decine di esponenti della politica e dell’economia, tra cui il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, e poi Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, Alberto Tripi, presidente di Almaviva, monsignor Vincenzo Paglia (onnipresente) in qualità di presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, Valeria Sandei, ceo di Almawave, Alessandra Santacroce, responsabile Affari Governativi e Regolamentari Ibm Italia e vicepresidente Unindustria, e molti altri ancora. Nel pomeriggio di venerdì c’è spazio per il figlio dell’ex sindaco di Roma, ossia per Giorgio Rutelli, vicedirettore dell’agenzia Adnkronos, che nel Mondadori Bookstore della galleria intitolata ad Alberto Sordi si occuperà delle sorti del Venezuela.

La magistratura asfalta

Inaugurazione dell’anno giudiziario: si comincia con la Corte di Cassazione, nel “Palazzaccio”, nella giornata di venerdì, e a cascata, dopo poche ore, nel giorno successivo, il tradizionale sabato, nelle Corti di Appello sparse in tutta Italia. Tecnicamente si chiama «assemblea generale della Corte Suprema di Cassazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario», con la classica parata degli ermellini. A Roma tutti parlano dei giganteschi mezzi impegnati al rifacimento delle strade nella zona di piazzale Clodio, e in particolare la circonvallazione, nelle ultime notti, con camion enormi e tecnologicamente modernissimi che hanno lavorato dalla tarda serata e fino alle cinque del mattino, tenendo tutti svegli per il rumore prodotto, e rovinando il meritato riposo notturno di chi abita in quelle vie, per rifare l’asfalto proprio dove passeranno le auto delle autorità. «La magistratura asfalta», è la battuta che circola tra avvocati e “clienti” del tribunale romano: di certo, il sindaco Roberto Gualtieri sembra aver concesso i lavori “con un occhio di riguardo” nei confronti dei giudici, facendo lavorare all’impazzata il cantiere per tirare a lucido le strade che portano alla Corte d’Appello.

Annullata la conferenza stampa alla Camera sulla remigrazione

È stata annullata la conferenza stampa alla Camera dei deputati organizzata per lanciare la raccolta firme per la proposta di legge sulla remigrazione, che avrebbe dovuto vedere esponenti di CasaPound tra i relatori. Alla vigilia dell’evento, le opposizioni avevano fatto capire che avrebbero ostacolato l’iniziativa («No ai fascisti alla Camera», aveva avvertito il Pd): a un’ora dall’inizio (previsto per le 11:30) la sala stampa è stata occupata da un gruppo di deputati delle opposizioni e ci sono stati momenti di tensione con il leghista Domenico Furgiuele, che l’aveva prenotata. A stretto giro la presidenza della Camera ha deciso di annullare tutte le conferenze stampa di oggi per ordine pubblico. Lorenzo Fontana, presidente della Camera, aveva definito «inopportuna» l’iniziativa, appellandosi «alla responsabilità e al rispetto delle istituzioni» e auspicando un ripensamento da parte di Furgiuele, il quale però aveva chiarito di non aver intenzione di «piegarsi alla sinistra».

Riforma giustizia, Nordio: «Blasfemo ritenere che mini l’indipendenza delle toghe»

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario alla Corte di Cassazione, ha respinto le accuse rivolte alla riforma della giustizia. «Sento il dovere istituzionale di ribadire che ritengo blasfemo sostenere che questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura, un principio non negoziabile che oltre mezzo secolo fa, in un momento molto doloroso della Repubblica, mi indusse a far parte di quel nobile ordine al quale mi sento ancora di appartenere», ha dichiarato.

Riforma giustizia, Nordio: «Blasfemo ritenere che mini l’indipendenza delle toghe»
Pasquale D’Ascola (Imagoeconomica).

In ambito penale, Nordio ha spiegato: «Non ci siamo accaniti in una proliferazione dissennata di indiscriminati interventi persecutori, piuttosto abbiamo inteso colmare alcuni vuoti di tutela determinati da intollerabili forme di aggressività, di sopruso e di frode soprattutto verso i soggetti più deboli e da nuove forme di criminalità connesse all’uso improprio delle innovative tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale». Parole del ministro che arrivano dopo quelle del primo presidente della Corte di Cassazione Pasquale D’Ascola, che ha richiamato il tema dell’autonomia: «La preoccupazione della magistratura è volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale», ha affermato, aggiungendo che «la sua autonomia e la sua indipendenza non sono un privilegio, ma sono presupposti perché il giudice sia sempre imparziale».

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini

Roberto Vannacci è «un’anomalia» dentro la Lega, dice Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, convinto come altri – Luca Zaia, Gian Marco Centinaio – che il generale in pensione, europarlamentare nonché vicesegretario leghista debba essere accompagnato alla porta. Lo pensano in diversi, lo pensano in tanti, lo pensano persino in troppi; lo pensa, tra gli altri, Roberto Marcato, già potente assessore di Luca Zaia e oggi consigliere regionale in Veneto, che ricorda che c’è chi è stato cacciato dalla Lega per molto meno. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Attilio Fontana e Luca Zaia (Imagoeconomica).

Salvini ora non sa che pesci pigliare

La via dell’espulsione potrebbe anche essere pronta per il creatore di Futuro Nazionale, il partito non partito con il simbolo non simbolo della fiamma non fiamma; il problema è che non è chiaro che cosa voglia fare davvero Matteo Salvini, che ha contribuito a creare il mostro politico di Vannacci, dandogli un palcoscenico europeo per esibirsi, e ora non sa che pesci pigliare. Lui, come ricompensa, ha iniziato a spaccare la Lega. E adesso che ha appena depositato il logo di FN con la scritta “Vannacci” e un’ala tricolore in bella evidenza diventa complicato tenere a bada chi vorrebbe vedere Gip Vannacci «föra di ball». Vannacci assicura che è solo un simbolo, ma in questi mesi di “simboli” ce ne sono stati parecchi, tra la nascita dell’associazione Il mondo al contrario, il cui portavoce è Massimiliano Simoni, fin qui assistente parlamentare di Vannacci e da qualche mese consigliere regionale in Toscana, peraltro unico leghista presente, i team Vannacci – che pure, aveva ribadito Salvini a ottobre, «non possono diventare un soggetto politico alternativo alla Lega» – e dunque con il nuovo, centro studi Rinascimento Nazionale, che ha sede nel Castello Sforzini di Castellar Ponzano. 

Le possibili fuoriuscite e il convegno sulla remigrazione

La sensazione è dunque che Vannacci voglia provare a farsi cacciare, magari in compagnia di qualche parlamentare leghista. Come il deputato pisano Edoardo Ziello, che alla Camera ha votato no agli aiuti all’Ucraina pochi giorni fa e passa le giornate a rilanciare sortite e iniziative vannacciane. O il deputato Rossano Sasso, che è al lavoro per una proposta di legge sulla “remigrazione”, parola magica degli estremisti di destra alla Vannacci, che per l’appunto venerdì, alle 11.30, si sono dati appuntamento a Montecitorio per il convegno dal titolo “Remigrazione e riconquista. Presentazione della raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare”, ospiti del leghista Domenico Furgiuele. Presenti anche CasaPound e Forza Nuova. Il convegno è stato organizzato nonostante le proteste delle opposizioni e l’intervento del presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana. «Ritengo inopportuna la conferenza stampa di domani. Spero che il deputato ci ripensi. Ho fatto quanto era nelle mie possibilità in questi giorni», ha detto giovedì. Il deputato però non ci ha ripensato, anzi. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Domenico Furgiuele (Imagoeconomica).

Una grana in più per Giorgia Meloni

La nuova invenzione di Vannacci insomma solleva ancora una volta critiche e perplessità nel Carroccio ma anche nel governo. Giorgia Meloni infatti si trova a gestire non soltanto Salvini ma pure la Lega alle prese con il problema Vannacci. Di fatto, la Lega è due volte un problema, ancorché di natura diversa. Il caos di Salvini alla fine è funzionale alla propaganda della Lega ma non è mai diventato esiziale per il governo. Vannacci è invece un generale con scarsa predisposizione per eseguire gli ordini, un impolitico incapace di stare in un partito. Ha usato la Lega come un taxi e a sua volta la Lega voleva usare lui come un TomTom per orientarsi nell’elettorato insoddisfatto da questo destra-centro così tradizionale. Il risultato è che Vannacci si è fatto la sua associazione, il suo centro studi, il suo partito, la sua caserma. Salvini dovrà decidere se vuole aiutarlo, sì, ma a casa sua. 

L’«anomalia» Vannacci inguaia Salvini
Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Conferenza stampa alla Camera sulla remigrazione, Furgiuele: «Non mi piego alla sinistra»

Domenico Furgiuele, ovvero il deputato leghista che ha organizzato per il 30 gennaio la conferenza stampa a Montecitorio che servirà come lancio della raccolta firme per la proposta di legge sulla remigrazione e che vede esponenti di CasaPound tra i relatori, ha replicato al presidente della Camera Lorenzo Fontana. Quest’ultimo aveva definito «inopportuna» l’iniziativa, appellandosi «alla responsabilità e al rispetto delle istituzioni» e auspicando un ripensamento da parte di Furgiuele, dato che «la responsabilità di contenuti e ospiti delle conferenze stampa è unicamente in capo ai parlamentari proponenti».

Conferenza stampa alla Camera sulla remigrazione, Furgiuele: «Non mi piego alla sinistra»
La locandina della conferenza (via Facebook).

Furgiuele: «Il centrosinistra ha paura delle iniziative dei cittadini»

«Fontana fa il suo mestiere, non mi ha mai fatto sconti, è mio amico e, in passato, mi ha anche dato dei giorni di sospensione. Ribadisco che questa è una mia iniziativa: quella di ascoltare dei cittadini», ha detto Furgiuele raggiunto al telefono dall’Ansa, confermando che la conferenza stampa si farà: «Non mi piegherò a un centrosinistra che si riempie la bocca di democrazia salvo poi spaventarsi di fronte alle iniziative dei cittadini».

Conferenza stampa alla Camera sulla remigrazione, Furgiuele: «Non mi piego alla sinistra»
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

No di Lega e Forza Italia ai fondi del Ponte sullo Stretto per i danni del ciclone Harry

Muro di Lega e Forza Italia sul possibile utilizzo dei fondi stanziati per il Ponte sullo Stretto per riparare i danni del ciclone Harry nel Sud Italia, compresa la frana che si è verificata a Niscemi. «Sono fondi bloccati. Si possono fare ponti e ricostruire le strade senza bloccare le opere e le ferrovie. In caso di eventi disastrosi con il ponte si può intervenire più facilmente e arrivare più facilmente a prestare soccorso», ha dichiarato Matteo Salvini, leader della Lega e il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, respingendo dunque l’ipotesi sul tavolo, spinta dalle opposizioni: «Abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, Calabria e Sardegna, ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero».

No di Lega e Forza Italia ai fondi del Ponte sullo Stretto per i danni del ciclone Harry
Case distrutte sul lungomare di Mascali – Catania – dopo il passaggio del ciclone Harry (Ansa).

Tajani: «Ci sono tante proposte all’esame del governo»

«Forza Italia vuole che il Ponte sullo Stretto diventi una delle grandi opere destinate a favorire la crescita di Calabria, Sicilia e di tutta l’Italia. I fondi previsti per la realizzazione non dovranno essere tagliati ed utilizzati per risarcire i danni del maltempo», ha detto Antonio Tajani, segretario azzurro e ministro dell’Interno: «Ci sono tante proposte in proposito che verranno esaminate dal governo. Quella di utilizzare i fondi del ponte ci trova contrari». Successivamente, Tajani ha spiegato che lL’Italia chiederà l’aiuto del Fondo europeo di solidarietà per danni del ciclone Harry.

Il Pd contro la conferenza sulla remigrazione: «No ai fascisti alla Camera»

La conferenza stampa in programma il 30 gennaio a Montecitorio sul tema della “remigrazione” accende la polemica. La capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, ha chiesto di fermare l’iniziativa promossa dal deputato della Lega Domenico Furgiuele: «Saranno presenti gruppi estremisti che si richiamano al fascismo e al nazismo, come i Nazi-skin», sottolineando come sui social degli organizzatori compaiano anche messaggi violenti, tra cui «la remigrazione la otterremo con le buone o con le cattive». Secondo l’esponente dem si tratta di «parole inaccettabili per chi pretende spazio nelle sedi democratiche» e per questo rivolge un appello al capogruppo leghista Riccardo Molinari affinché «convinca il deputato del suo gruppo a fare un passo indietro e impedisca questa grave offesa alle istituzioni». Braga aggiunge inoltre: «Sarebbe un grave precedente che il gruppo della Lega non dovrebbe sottovalutare: il Parlamento non può diventare una tribuna per ideologie fondate sull’odio e sulla violenza».

Il ddl stupri approderà al Senato l’8 aprile

Il disegno di legge sulla violenza sessuale, al centro delle proteste delle associazioni femministe e dell’opposizione, approderà nell’Aula del Senato l’8 aprile. Lo ha riferito alla stampa Francesco Boccia, presidente dei senatori del Partito democratico, al termine della riunione dei capigruppo di Palazzo Madama. Dopo l’ultima riformulazione della presidente Giulia Bongiorno, il 27 gennaio la Commissione Giustizia del Senato ha dato via libera al nuovo testo base dell’articolo 609 bis del codice penale sulla violenza sessuale con 12 voti a favore e 10 contrari. Nel testo non è rientrato il riferimento al «consenso libero e attuale». Mentre invece è stato inserito quello al «dissenso». Rispetto a quello che era passato a Montecitorio, sono però aumentate le sanzioni: 6-12 anni di reclusione (anziché 4-10) per gli atti sessuali contro la volontà di una persona e 7-13 anni (invece di 6-12) se il fatto è commesso con violenza, minaccia o abuso di autorità.

Riforma delle Forze armate, Crosetto accelera: cosa prevede

Il ministro della Difesa Guido Crosetto accelera sulla riforma delle Forze armate e fissa una scadenza politica precisa: il disegno di legge arriverà sul tavolo del Consiglio dei ministri entro marzo 2026, per avviare subito l’iter parlamentare. Crosetto lo ha chiarito in una lettera inviata alle commissioni competenti, spiegando che il contesto internazionale impone decisioni rapide e una revisione profonda dello strumento militare. Il cuore della riforma riguarda l’assetto operativo e organizzativo della Difesa.

Gli obiettivi della riforma delle Forze armate

Riforma delle Forze armate, Crosetto accelera: cosa prevede
Militari italiani (Imagoeconomica).

Il ministro punta innanzitutto alla creazione di una riserva di volontari, con una consistenza stimata intorno alle 10 mila unità, e all’istituzione di una struttura dedicata esclusivamente alla cybersicurezza e al contrasto delle guerre ibride, oggi frammentate tra più ambiti. A questo si affianca l’aumento degli organici di Esercito, Marina e Aeronautica, con l’obiettivo di arrivare a circa 160 mila militari entro il 2033. Crosetto motiva l’urgenza della riforma con la necessità di rendere la Difesa più moderna, flessibile ed efficiente, in linea con i percorsi già intrapresi da Paesi alleati e partner. Per questo ha affidato a un Comitato strategico il compito di elaborare il disegno di legge, avviando i lavori già a metà gennaio. Parallelamente al cantiere normativo, la Difesa sta rafforzando i propri meccanismi interni di gestione. La recente ricertificazione ISO 9001 di un ufficio centrale dello Stato maggiore segnala, nelle intenzioni del ministero, un percorso più ampio di modernizzazione amministrativa. Due binari distinti ma convergenti: nuove regole e nuove capacità operative, accompagnate da processi più solidi e standard riconosciuti a livello internazionale.

Lega, Fontana su Vannacci: «È un’anomalia nel partito»

Il governatore lombardo Attilio Fontana torna a parlare di Roberto Vannacci, l’ex generale che ha da poco depositato, non senza polemica, il marchio di Futuro Nazionale. A margine della presentazione del Salone del Mobile, il governatore lombardo ha dichiarato: «Vannacci? Il mio primo pensiero è che è una anomalia. É un anomalo all’interno del nostro movimento». Fontana ha spiegato che il confronto interno può essere un valore, ma entro certi limiti: «nel senso che io sono dell’opinione che, come ha detto anche Durigon, all’interno di un partito se ci sono delle impostazioni diverse, possono essere motivo di arricchimento». Diverso, secondo Fontana, è il caso di iniziative autonome: «Ma creare circoli, fare le manifestazioni al di fuori del partito, presentare e depositare un nuovo logo, fare un nuovo sito è un’anomalia». Da qui la conclusione: «Poi queste sono valutazioni che farà il segretario».

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Quando Fontana disse: «Non riusciranno a vannacizzare la Lega»

Nei giorni scorsi, interrogato sulla possibilità che Vannacci possa lasciare la Lega, Fontana aveva scelto una linea attendista: «non lo so, in questo momento sono concentrato sulle Olimpiadi», aveva risposto a margine di un evento a Milano. Non è però la prima presa di posizione netta nei confronti dell’ex generale e attuale vicesegretario del partito. All’inizio di settembre, intervenendo a Busto Arsizio davanti ai Giovani Padani riuniti in congresso, il presidente della Lombardia aveva attaccato apertamente Vannacci, dicendo: «col cazzo che vannaccizzano la Lega».

Niscemi, Musumeci: «Sospenderemo le rate del mutuo»

Misure di sostegno e interventi urgenti sarebbero in fase di definizione per fronteggiare l’emergenza a Niscemi. A fare il punto è stato il ministro per la Protezione civile e le politiche del mare, Nello Musumeci, intervenuto su Rtl 102.5, spiegando che «come per tutte le calamità naturalmente c’è una sospensione, non un esonero, una sospensione del pagamento delle rate di mutuo, di ogni altra obbligazione». Il ministro ha aggiunto che il governo sta lavorando con la ministra Calderone per definire gli strumenti di tutela per le imprese ferme: «Stiamo individuando quali e quanti ammortizzatori servono per quelle aziende che dovrebbero pagare i contributi per i dipendenti e che in questo contesto non potrebbero farlo perché inattive e non operative». Secondo Musumeci, alcuni provvedimenti sono imminenti: «alcune misure credo che siano già alla firma del Dipartimento di Protezione Civile, quindi parliamo di ore», mentre altre richiederanno un iter normativo e saranno affrontate «oggi pomeriggio al Consiglio dei ministri».

Musumeci: «Proporrò in Cdm un’indagine amministrativa su quanto successo»

È stato inoltre annunciato l’avvio di un approfondimento tecnico sul futuro del territorio. Ai microfoni di RaiNews24, Musumeci ha spiegato di attendersi che un gruppo di specialisti, tra cui geologi, possa fornire indicazioni precise «nello spazio di 15 giorni con molta dovizia di particolari che cosa accadrà a Niscemi tra un mese, un anno e 10 anni». Un passaggio ritenuto necessario perché «abbiamo il dovere di comprendere se il fenomeno potrà coinvolgere altre aree del centro abitato» e perché «chi vive in quella cittadina ha il diritto di sapere come progettare la propria vita». Sempre a RaiNews24, il ministro ha annunciato: «Proporrò una indagine amministrativa rispetto a quanto avvenuto a Niscemi. Presenterò il programma in Consiglio dei ministri», chiarendo le finalità dell’accertamento: «Perché se si è sottovalutato qualcosa serve intervenire».

Perché i riformisti del Pd sono costretti a fidarsi di Schlein

Alla fine la tanto agognata direzione dem si farà, magari già la prossima settimana. Lo ha assicurato Elly Schlein. I riformisti, che a più riprese avevano chiesto alla segretaria un confronto aperto, per ora possono dirsi soddisfatti. O, meglio, si vogliono fidare. L’insofferenza della minoranza del resto stava montando in modo direttamente proporzionale all’insofferenza – mixata però a una ostentata indifferenza – che la segreteria Elly Schlein aveva mostrato nei loro confronti. Politica estera, ddl antisemitismo, organizzazione, convocazione delle riunioni: non c’è argomento su cui quasi quotidianamente non emergano linee di frattura interne al Partito democratico.

Perché i riformisti del Pd sono costretti a fidarsi di Schlein
Elly Schlein e Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

L’appello di Sandra Zampa

«È ora che la segretaria Schlein e il presidente Bonaccini convochino una direzione che da troppo tempo, anche in violazione delle regole, non viene convocata», aveva tuonato la senatrice dem Sandra Zampa in un’intervista al Foglio. «Invece di far tracimare malignità sui giornali, si faccia un bello streaming (ah, i bei tempi bersaniani delle dirette a pesci in faccia unificati del Movimento che fu… ndr), consentendo alle persone di ascoltare e farsi una propria idea». Questa gestione del partito, aveva aggiunto la storica dirigente vicina a Romano Prodi, pure lui critico nei confronti di Schlein, «cancellando i luoghi di confronto, non fa altro che inasprire la contrapposizione fino a giungere a degenerazioni gravi, come avvenuto in questi giorni, con gente che insulta me e gli altri dirigenti riformisti, invitandoci a lasciare il partito. Persino un sindaco Pd ha fatto un post sui social con tutte le nostre facce chiedendo di mandarci via. Ma può essere ammissibile?». Il riferimento molto probabilmente era a Francesco Tagliaferri, primo cittadino di Vicchio, nel Mugello, che lo scorso dicembre aveva invitato Schlein a cacciare i «sionisti» dal partito.

Perché i riformisti del Pd sono costretti a fidarsi di Schlein
Sandra Zampa (Imagoeconomica).

La campagna di ascolto sul territorio

La segretaria così ha aperto a un confronto, come chiesto anche da esponenti della maggioranza, da Goffredo Bettini ad Andrea Orlando, fino a Marco Sarracino. Non solo. Già dal prossimo fine settimana la segretaria darà il via a una campagna di ascolto sui territori. Si parte da Milano, alla Fondazione Feltrinelli, con Demo di Gianni Cuperlo. «Bene finalmente la direzione del Pd la prossima settimana», ha commentato Filippo Sensi su X. «Sarà un luogo di confronto franco, produttivo, utile. In un momento durissimo, internazionale e europeo. Sentiamo questa responsabilità, facciamolo in modo aperto, alto. Insieme». Vedremo.

Perché la scissione non è percorribile

Nonostante il malessere manifestato da Pina Picierno, Giorgio Gori, Filippo Sensi, Matteo Biffoni e altri, ai riformisti pare mancare la volontà dello strappo definitivo. Forse il Pd ha già dato abbondantemente con le scissioni. Oppure, come ha sottolineato Picierno, «il Pd è casa nostra e noi gli vogliamo bene».

Perché i riformisti del Pd sono costretti a fidarsi di Schlein
Giorgio Gori, Pina Picierno e Graziano Delrio (Imagoeconomica).

In più mancano le alternative. Matteo Renzi, che pure rimane politicamente il più attrezzato, ha da tempo perso credibilità. Carlo Calenda parla con Forza Italia. I centristi non sono determinanti, almeno per ora. Fare un partito nuovo non avrebbe molto senso, anche se l’idea di una Margherita 2.0 ogni tanto continua a titillare i riformisti del Pd. Il rischio però è che alle prossime elezioni politiche, nel 2027, Schlein riesca a completare il progetto iniziato con la vittoria alle primarie del 2023: costruire un Pd a immagine e somiglianza di tutti quelli che non facevano parte del Pd (Marta Bonafoni, Igor Taruffi, Marco Furfaro, eccetera). La segreteria nazionale è d’altronde rappresentativa: Schlein ha voluto mettere ai vertici dirigenti che niente c’entravano con la storia politica del maggior partito di centrosinistra. È stata una precisa scelta per svincolare se stessa e il Pd dalla identità politica della forza che si è trovata a dirigere. 

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Metal detector nelle scuole, cosa prevede la circolare di Valditara e Piantedosi

I metal detector potranno essere utilizzati nelle scuole, su richiesta dei dirigenti scolastici e con il coinvolgimento delle autorità di pubblica sicurezza: lo prevede una circolare congiunta firmata dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, già inviata agli istituti e alle amministrazioni territoriali. La misura nasce dopo l’omicidio di uno studente a La Spezia, Abanoub Youssef, ed è inserita in un pacchetto di interventi con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di illegalità negli ambienti scolastici.

In quali casi le scuole potranno chiedere l’uso dei metal detector

La circolare indica che i controlli non saranno automatici né generalizzati, ma valutati caso per caso. I prefetti, d’intesa con i dirigenti scolastici regionali, dovranno convocare il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica per analizzare le singole situazioni e definire le modalità di vigilanza. A questi tavoli potranno partecipare anche rappresentanti dei servizi sociali e delle strutture sanitarie, così da avere un quadro condiviso delle criticità presenti nei diversi territori. Il documento individua alcuni contesti che possono giustificare controlli mirati: comportamenti violenti, episodi di spaccio di stupefacenti e atti di bullismo segnalati e ripetuti. In questi casi è previsto un livello di intervento crescente, che può arrivare, nelle situazioni più gravi e previo accordo con le autorità competenti, all’installazione di strumenti di controllo agli accessi degli edifici scolastici, compresi i metal detector manuali. La circolare precisa che l’uso di questi dispositivi potrà avvenire solo su richiesta dei dirigenti scolastici e nel rispetto della normativa vigente e dei diritti fondamentali. A La Spezia, l’istituto professionale Chiodo-Einaudi in cui è avvenuto l’omicidio, ha già chiesto di poter utilizzare i metal detector.

Referendum giustizia, no del Tar al ricorso sulle date del voto

Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso presentato dal comitato promotore della raccolta di firme per il referendum sulla giustizia, che chiedeva l’annullamento della decisione del Consiglio dei Ministri di fissare le votazioni per il 22 e 23 marzo. Nella sentenza, i giudici hanno sottolineato che «la pretesa dei ricorrenti è destituita di fondamento, non potendosi lasciar dipendere la deroga ad un precetto normativo primario chiaro […] da un evento futuro ed incerto (l’ammissione del quesito referendario proposto dai promotori)», evidenziando come la normativa preveda una tempistica «certa e vincolante per lo svolgimento dei referendum costituzionali, anche al fine di evitare prolungati stati di incertezza sulla validità delle modifiche normative». Il Tribunale amministrativo ha inoltre respinto le eccezioni sollevate dai promotori riguardo al difetto di giurisdizione, chiarendo che «la deliberazione del Consiglio dei Ministri ed il conseguente Dpr di indizione del referendum, nella parte relativa all’individuazione della data per lo svolgimento della consultazione referendaria, hanno natura di atti di alta amministrazione e, pertanto, il relativo sindacato rientra nella giurisdizione del giudice amministrativo».

Nazione Futura di Giubilei accusa Vannacci: «Simbolo troppo simile»

Il marchio “Futuro Nazionale” depositato da Roberto Vannacci continua a far discutere. E non solo all’interno della Lega. Il nome e il simbolo scelti dall’ex generale e vicesegretario del Carroccio, infatti, richiamano – un po’ troppo – quelli del think tank di Francesco Giubilei “Nazione Futura”. Che ha espresso il proprio disappunto. «A fronte delle numerosissime segnalazioni ricevute dopo il lancio del marchio “Futuro Nazionale” da parte di Vannacci con cui ci è stata evidenziata la somiglianza sia con il nome “Nazione Futura” sia con il nostro logo (un cerchio su sfondo blu con scritta bianca e bandiera tricolore stilizzata) facciamo presente che l’Associazione Nazione Futura e l’omonima rivista nulla hanno a che fare con il nuovo soggetto lanciato e stiamo valutando la possibilità di tutelarci». È quanto si legge in un post su X della rivista Nazione Futura, diretta da Giubilei.

E poi: «In questi anni Nazione futura è diventato il più autorevole think tank conservatore italiano riconosciuto a livello internazionale e non possiamo che prendere le distanze da iniziative di cui non eravamo a conoscenza che possano generare confusione sulla nostra attività per la somiglianza di nome e logo». Infine una valutazione politica e frecciata a Vannacci: «Il collocamento di Nazione futura è sempre stato fin dalla sua nascita e sempre sarà all’interno dell’area politico-culturale del centrodestra, ritenendo qualsiasi iniziativa che nasce al di fuori dell’attuale coalizione di governo un favore alla sinistra».

La Lega candida Rinaldi a Roma? Ecco a chi pensa Forza Italia

Quanto conta ancora la Lega di Matteo Salvini? È questa la domanda che circola a Roma, tra gli alleati di Fratelli d’Italia e di Forza Italia. Il partito del Nord, che ha in mano il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e promuove il progetto del ponte sullo Stretto di Messina mentre il Comune siciliano di Niscemi frana, nella Capitale ha lanciato come candidato sindaco l’ex europarlamentare Antonio Maria Rinaldi. Cioè uno che, nonostante le apparizioni in televisione, la foga antieuropea e i “fondi” pubblicati su Milano Finanza, non è conosciuto praticamente da nessuno. Il padre, invece, lui sì che era famoso: il banchiere Rodolfo Rinaldi, già vicepresidente della Banca nazionale del lavoro (Bnl) e ultimo presidente del Banco di Santo Spirito prima della fusione con la Cassa di Risparmio di Roma, uomo vicinissimo a Giulio Andreotti. Antonio Maria Rinaldi ha poi come fratello Alessandro, finanziere, esperto in società fiduciarie e marito di Maria Laura Garofalo, quella della “famiglia delle cliniche”, con fondatore il chirurgo Raffaele Garofalo. E Ghc – Garofalo Health Care S.p.A. è «la prima e unica realtà privata sanitaria italiana a essere quotata sul segmento Euronext Star di Borsa italiana e ha sede a Roma», sottolineano dal gruppo.

La Lega candida Rinaldi a Roma? Ecco a chi pensa Forza Italia
La Lega candida Rinaldi a Roma? Ecco a chi pensa Forza Italia
La Lega candida Rinaldi a Roma? Ecco a chi pensa Forza Italia
La Lega candida Rinaldi a Roma? Ecco a chi pensa Forza Italia
La Lega candida Rinaldi a Roma? Ecco a chi pensa Forza Italia

L’uscita di Salvini ha fatto saltare la pazienza di Giorgia Meloni e Antonio Tajani, che sanno bene come andranno le prossime elezioni comunali, fissate per il 2027: vittoria di Roberto Gualtieri, con un altro mandato in Campidoglio. Una partenza anticipata rischia di mandare all’aria il lavoro sui super poteri assegnati a Roma Capitale, uno dei veri snodi della legislatura, che registra l’accordo parlamentare tra maggioranza e opposizione, con il Partito democratico parecchio contento della riforma fatta da Meloni a braccetto con Elly Schlein. Lasciato Rinaldi al suo destino di economista, si passa al contrattacco. E chi, ora che viene attirato da Forza Italia, può diventare il concorrente del leghista alla corsa al Campidoglio? Carlo Calenda, of course, che già si era presentato per diventare primo cittadino di Roma alle Amministrative del 2021 e aveva conquistato il 20 per cento dei voti. In pratica, un romano su cinque lo voleva già all’epoca come sindaco.

La Lega candida Rinaldi a Roma? Ecco a chi pensa Forza Italia
Matteo Renzi e Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).

«L’ideale sarebbe lanciare Calenda con un mega listone civico, così nemmeno ci contiamo tra noi, e con Gualtieri vincente non siamo noi a perdere», dicono a bocca stretta a Forza Italia. Nella famiglia Berlusconi la linea “pro Calenda” sta prendendo piede: certo per Carlo sarebbe l’ennesimo cambio di casacca, lui che era partito come europarlamentare grazie al Pd. E, come dice chi non lo ama, «per informazioni su Calenda, citofonare a Matteo Renzi».

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Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Cucinelli, l’inaudito

La chiamano «collaborazione tra due realtà del territorio umbro di assoluto prestigio», che poi sarebbero i Musei nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali Umbria e la Fondazione Brunello e Federica Cucinelli. Così Brunello Cucinelli cerca di far dimenticare le assurde dichiarazioni e le interviste rilasciate a due passi dalla bara di Valentino: fatto sta che l’iniziativa ha come titolo “Inaudito”, ossia «stagione musicale nelle meraviglie dell’arte umbra». Secondo il programma, «i luoghi della cultura statali accoglieranno, da febbraio a ottobre, le proposte musicali ideate dalla Fondazione Cucinelli, in un viaggio tra sonorità e ritmi e in un invito a riscoprire le meraviglie conservate in questi siti». Che poi “inaudito” è l’aggettivo che hanno detto in tanti dopo aver sentito Brunello a piazza della Repubblica, al funerale di Valentino, quello che telefonava a lui e gli chiedeva «scherzosamente» lo sconto

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Brunello Cucinelli (foto Imagoeconomica).

Zuppi Slow Food. O God?

Il cardinale a Slow Wine Fair: ovviamente si tratta del presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), Matteo Maria Zuppi, che a Bologna il 23 febbraio dialogherà con Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food, l’istituzione enogastronomica che nel 2026 celebra i suoi primi 40 anni dalla nascita. Immancabile la presenza del portavoce della Comunità Sant’Egidio, Mario Marazziti. In fondo, Giancarlo Gariglio, curatore Slow Wine e coordinatore Slow Wine Coalition, ha detto che «l’edizione 2026 amplia ulteriormente lo sguardo, mettendo al centro non solo la qualità organolettica e ambientale del vino, ma anche il suo impatto sulle persone e sulle comunità». Pure quelle religiose. Zuppi Slow God.

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Il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei (foto Imagoeconomica).

I sondaggi sul referendum sulla giustizia

I sondaggi sul referendum confermativo sulla riforma della giustizia, in programma domenica 22 e lunedì 23 marzo, descrivono una partita che nelle ultime settimane si è improvvisamente riaperta. L’ultima rilevazione dell’istituto Ixè, condotta tra il 20 e il 27 gennaio su un campione di mille elettori, segnala infatti un sostanziale pareggio: il 50,1 per cento voterebbe Sì e il 49,9 per cento No, con uno scarto di appena due decimi. È la prima volta che il fronte contrario alla riforma arriva così vicino a quello favorevole. Il dato segna una netta inversione rispetto alle precedenti rilevazioni. A novembre 2025 lo stesso Ixè stimava un vantaggio di sei punti per il Sì. Anche altri sondaggi di gennaio indicavano un margine più ampio: YouTrend per Sky TG24, il 23 gennaio, collocava il Sì al 55 per cento.

L’aumento della conoscenza del referendum sembra aver favorito il No

Secondo Ixè, a incidere è soprattutto la crescita del livello di conoscenza del referendum. In due mesi è aumentata la quota di elettori che dichiarano di sapere di cosa si tratta, mentre è calata sensibilmente quella di chi non ne aveva mai sentito parlare. Questo ampliamento dell’elettorato informato sembra aver favorito il No, che pesca in modo trasversale tra giovani, donne e settori dell’opposizione. Sul piano politico, il margine resta aperto. I Sì mantengono un vantaggio tra gli elettori più anziani e tra quelli dei partiti di governo, ma il bacino potenziale del No appare più ampio in una fase di forte polarizzazione. La campagna deve ancora entrare nel vivo e, con un’affluenza stimata sotto la metà degli aventi diritto e senza quorum, la capacità di mobilitare gli indecisi potrebbe risultare decisiva per colmare – o consolidare – lo scarto minimo emerso dai sondaggi.

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Il dialogo tra Calenda e Tajani divide Azione e agita Forza Italia

Il dialogo è avviato da tempo e i due partiti non sono mai stati così vicini come nell’ultima settimana. Parliamo di Forza Italia e Azione. L’appuntamento al Teatro Manzoni di Milano per celebrare il 32esimo anniversario della discesa in campo di Silvio Berlusconi organizzato da Letizia Moratti, con Antonio Tajani e Carlo Calenda in prima fila, ne è la dimostrazione.

Il dialogo tra Calenda e Tajani divide Azione e agita Forza Italia
Da sinistra, Carlo Calenda, Antonio Tajani e Letizia Moratti (Imagoeconomica).

Tajani lo corteggia, ma la minoranza azzurra frena

Alleanza fatta? Non proprio. Ovvero, gli azzurri vorrebbero rafforzare il rapporto con Azione, reputano Calenda un interlocutore affidabile e sono convinti che l’ingresso dell’ex ministro renziano nel centrodestra porti un valore aggiunto, oltre a rafforzare il centro, anche in funzione anti-Lega e anti-Vannacci. Ma tra i berluscones c’è chi frena. Per esempio, la minoranza interna che ruota intorno a Roberto Occhiuto, Giorgio Mulè, Alessandro Cattaneo e Licia Ronzulli. Perché, si sussurra, con l’ingresso di Calenda nel centrodestra «sarebbero più marginalizzati e conterebbero ancora meno». Alla maggioranza degli azzurri e al gruppone che fa capo a Tajani, invece, a chi più e a chi meno, l’idea di un’alleanza stabile con Calenda piace. «Vogliamo allargare il centro e una possibile alleanza porterebbe benefici a noi e a loro», si ragiona dalle parti del leader azzurro.

Il dialogo tra Calenda e Tajani divide Azione e agita Forza Italia
Licia Ronzulli (Imagoeconomica).

Anche Azione si spacca: il no di Richetti

Ma anche in Azione sono divisi. C’è una parte centrista, che in teoria include pure Calenda, che non vuol stare né di qua né di là. «Non c’è stato alcun annuncio di fidanzamento o di matrimonio tra Azione e Forza Italia. Calenda ha ricordato in quella sede i paletti oltre i quali Azione non potrà mai andare. Alleanze con Salvini e Vannacci, o con Conte, Fratoianni e Bonelli sono per noi inaccettabili. Dove stanno loro non potrà mai esserci Azione», osserva Osvaldo Napoli. Posizione vicina a quella del segretario. Si sta al centro, dunque, e a ogni tornata elettorale locale si decide cosa fare e come schierarsi, a seconda dei programmi e dei candidati, senza timore di andare da soli. Poi alle Politiche mancano ancora due anni e si vedrà. Ci sono, però, altre due aree. Una intorno al capogruppo alla Camera Matteo Richetti, più proiettata a sinistra. «Tajani il centrodestra vuole allargarlo, io voglio sconfiggerlo perché lì c’è chi è contro l’Ucraina, l’Europa, il Mercosur e chi è contro di conseguenza alle imprese e alle famiglie italiane», ha affermato proprio Richetti, sfilandosi. Poi c’è un’area che potremmo definire più democristiana, di cui fanno parte Ettore Rosato ed Elena Bonetti, che invece non mette il veto all’apertura a destra.

Il dialogo tra Calenda e Tajani divide Azione e agita Forza Italia
Matteo Richetti e Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Le tappe dell’avvicinamento di Calenda a FI

Interessante è però vedere com’è nato questo filo rosso tra Tajani e Calenda. Tutto è partito da Milano dove, lo scorso aprile, Ignazio La Russa lanciò la candidatura di Maurizio Lupi a sindaco organizzando una cena galeotta a casa sua per parlarne con alcuni selezionati ospiti: Giovanni Donzelli e Carlo Fidanza per Fratelli d’Italia, Licia Ronzulli e Maurizio Gasparri per Forza Italia, e Alessandro Morelli per la Lega. Uno strappo che irritò e non poco Tajani contrario agli accordi da salotto. A quel punto una parte di FI si mise pancia a terra per sabotare la suggestione Lupi – «leader di un partito all’1 per cento», si sottolineava – e il suo asse col presidente del Senato. Così, dopo aver rilanciato l’idea di un candidato civico per Milano, iniziò un lavoro sottotraccia, con il coordinatore lombardo Alessandro Sorte e l’ex sindaca Letizia Moratti che cominciarono a gettare ami a Calenda. Il quale, nel corso dei mesi, è stato invitato a qualche evento, tra cui il congresso lombardo e, infine, alla kermesse di domenica, con 1.500 persone al Manzoni. La suggestione azionista tra l’altro piace molto alla famiglia Berlusconi: Marina e Pier Silvio apprezzano soprattutto che l’ex ministro dello Sviluppo si sia schierato e faccia campagna per il Sì al referendum.

Il dialogo tra Calenda e Tajani divide Azione e agita Forza Italia
Alessandro Sorte (Imagoeconomica).

La resistenza di Maurizio Lupi

Insomma, l’obiettivo è l’ingresso di Calenda nel centrodestra a Milano – città dove Azione viaggia intorno al 7 per cento – a sostegno di un candidato civico. La Lega, naturalmente, è contraria, ma se davvero Vannacci se ne andrà, Salvini potrebbe ammorbidirsi. Mentre FdI per ora sta alla finestra e lascia fare. Contrarissimo, invece, è Lupi, che vedrebbe sfumare la candidatura (tra i civici si è fatto avanti Antonio Civita, proprietario della catena Panino Giusto) rischiando pure di perdere voti al centro. Il leader di Noi Moderati lo ha ribadito giovedì mattina in una intervista al Corriere della sera. «Il centrodestra costruito 30 anni fa da Silvio Berlusconi si muove sulle sue quattro gambe: Forza Italia, la Lega, Noi Moderati e Fratelli d’Italia», ha messo in chiaro. «Quindi, affermare di voler eliminare una parte di questa coalizione (come fanno Calenda e Richetti, ndr) è esattamente coerente con il progetto di distruggerla».

Il dialogo tra Calenda e Tajani divide Azione e agita Forza Italia
Maurizio Lupi (Imagoeconomica).

Calenda tra eventi forzisti e incontri con Sala

Il tutto avviene in un involontario gioco di sponda con Elly Schlein: più la segretaria va dietro a Giuseppe Conte e sposa posizioni massimaliste, più Calenda si allontana. E poi l’abbraccio della segretaria dem a Matteo Renzi fa il resto: dove c’è Renzi, al momento, non ci può stare Calenda. Ma l’ex ministro, si sa, è ondivago: da una parte, appunto, partecipa a eventi berlusconiani, dall’altra incontra Beppe Sala, che Azione appoggia ancora anche se dall’esterno, ponendo il suo personale veto alla candidatura di Pierfrancesco Majorino. Un po’ di qua e un po’ di là, come il “sor tentenna”. Come finirà? È presto per dirlo. Ma Carlo Calenda è tornato protagonista della scena. Grazie anche al corteggiamento forzista in chiave anti-Lega e anti-sovranista. Lo scenario è interessante, resta da vedere tutto questo movimentismo centrista dove porterà.