Un momento che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyenha definito come «un cambiamento sismico» sta attraversando gli equilibri globali, segnati da dazi, conflitti e nuove tensioni legate al controllo delle materie prime. Intervenendo al Forum economico mondiale di Davos, von der Leyen ha spiegato che questa situazione può diventare per l’Europa un’occasione per rafforzare la propria autonomia strategica e costruire «una nuova forma di indipendenza». Un’esigenza che, ha sottolineato, «non è nuova, né una reazione agli eventi recenti: è un imperativo strutturale da molto tempo», aggiungendo che «oggi esiste un vero consenso su questo».
Von der Leyen: «Un errore i dazi proposti da Trump»
Nel suo intervento la presidente ha criticato l’ipotesi avanzata da Donald Trump di introdurre tariffe del 200 per cento su vini e champagne francesi come ritorsione nel contesto delle tensioni sulla Groenlandia. «I dazi aggiuntivi proposti» dal presidente statunitense «sono un errore, soprattutto tra alleati di lunga data», ha affermato, ricordando che «l’Ue e gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo commerciale lo scorso luglio». Da qui il richiamo al rispetto degli impegni presi: «E in politica, come negli affari, un accordo è un accordo. E quando degli amici si stringono la mano, deve significare qualcosa».
Von der Leyen: «Spetta al popolo della Groenlandia decidere del proprio futuro»
Sul dossier Groenlandia, von der Leyen ha ribadito che «spetta al popolo sovrano decidere del proprio futuro» e ha ricordato che l’Unione considera gli Stati Uniti «non solo come nostri alleati, ma come amici». Allo stesso tempo ha avvertito che «trascinarci in una pericolosa spirale discendente finirebbe solo per aiutare gli stessi avversari che entrambi siamo impegnati a tenere fuori dal nostro orizzonte strategico», annunciando che «la nostra risposta sarà quindi ferma, unita e proporzionata». L’Ue sta lavorando a un pacchetto di misure per la sicurezza dell’Artico fondato su quattro pilastri: il sostegno alla Groenlandia e al Regno di Danimarca, perché «la sovranità e l’integrità del loro territorio non è negoziabile», l’aumento degli investimenti «per supportare l’economia e le infrastrutture locali», la cooperazione con gli Stati Uniti e gli altri partner «per garantire una maggiore sicurezza nell’Artico» e il rafforzamento del coordinamento con Regno Unito, Canada, Norvegia e Islanda.
Continua sui social la faida tra Elon Musk e Ryanair, con il fondatore di SpaceX che è tornato a evocare l’ipotesi di acquistare la compagnia aerea irlandese dopo lo scontro con il suo amministratore delegato. Su X, Musk ha lanciato un sondaggio chiedendo agli utenti se dovesse rilevare il vettore low cost e «ripristinare Ryan come legittimo sovrano».
Ryanair (Ansa).
In precedenza aveva replicato a un post di Ryanair domandando quale sarebbe il prezzo per l’acquisizione e tornando a sollecitare la rimozione di Michael O’Leary, storico ceo e volto pubblico della compagnia. La disputa è esplosa quando O’Leary ha escluso l’adozione del sistema Starlink sugli aerei Ryanair, motivando la scelta con l’aumento dei consumi legato al peso e alla resistenza aerodinamica dell’antenna installata sulla fusoliera. Musk ha accusato il manager di essere male informato, ricevendo in risposta l’etichetta di «idiota, molto ricco, ma pur sempre idiota», definendo X «una fogna. Lui è il tizio che sosteneva Donald Trump, non presterei a lui alcuna attenzione».
Ci fossero ancora dubbi sulle sue intenzioni, Donald Trump ha rilanciato sui social la sua visione sulla Groenlandia condividendo su Truth un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che lo mostra sull’isola con la bandiera statunitense e un cartello con la scritta «territorio americano dal 2026». Nell’immagine compaiono anche il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Il presidente Usa ha ribadito la propria convinzione che l’opposizione europea al suo progetto sarà limitata, sostenendo che i leader del Vecchio Continente «non opporranno troppa resistenza». In Florida, parlando con i giornalisti, Trump ha insistito sull’importanza strategica dell’isola: «La Groenlandia è fondamentale per la sicurezza nazionale e mondiale. Non si può tornare indietro. Su questo, tutti sono d’accordo».
Scott Bessent: «Sulla Groenlandia Europa faccia un bel respiro»
Sulla questione è intervenuto anche il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, che ha invitato gli alleati europei a evitare reazioni immediate. «Fate un respiro profondo e lasciate che le cose facciano il loro corso», ha detto, chiedendo di non adottare contromisure come nuovi dazi in risposta alla volontà di Trump di annettere la Groenlandia. A margine delle riunioni di Davos, Bessent ha paragonato le reazioni attuali a una fase di «isteria mediatica» simile a quella seguita al liberation day, quando furono annunciati i primi dazi, definendo «una falsa narrativa» l’ipotesi che l’Europa possa colpire i titoli di Stato americani, perché «sfida ogni logica». Di fronte ai timori su possibili ripercussioni per la Nato, il segretario ha inoltre assicurato che «certo che l’Europa è un alleato» degli Stati Uniti nell’Alleanza atlantica.
È salito a 41 il numero delle vittime accertate dell’incidente ferroviario avvenuto ad Adamuz, in Andalusia, dove due treni ad alta velocità si sono scontrati e tre vagoni sono deragliati finendo in un terrapieno. Le persone ricoverate sono 41, tra cui quattro bambini, e 12 pazienti si trovano in terapia intensiva. Il bilancio resta provvisorio e potrebbe aggravarsi anche a causa dell’alto numero di dispersi, che sono almeno 43, secondo le denunce di scomparsa presentate dai familiari. Per questo le operazioni di identificazione e di recupero stanno continuando senza sosta. Intanto il governo spagnolo ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, mentre martedì re Felipe VI e la regina Letizia visiteranno il luogo dell’incidente insieme alla vicepremier María Jesús Montero.
Le ipotesi sulle cause dell’incidente
Nel frattempo le autorità spagnole hanno avviato un’indagine giudiziaria e una tecnica sulle possibili cause del deragliamento del treno Iryo. Gli investigatori stanno verificando eventuali guasti al mezzo e allo scambio dei binari di Adamuz. Il tratto di linea interessato, ha riferito il ministro dei Trasporti Oscar Puente, era stato rinnovato a maggio. Nonostante ciò, secondo quanto emerso finora, l’ipotesi principale riguarda la possibile rottura di un binario, forse di un giunto tra rotaie. Al momento gli inquirenti tendono quindi a escludere sia l’errore umano sia un atto di sabotaggio.
Una foto diffusa dalla Guardia Civil spagnola mostra gli ufficiali che raccolgono prove sul luogo (Ansa).
È guerra all’interno della famiglia Beckham. Con sei lunghe stories sul suo profilo Instagram Brooklyn, il primogenito di David e Victoria, ha attaccato duramente i genitori, rompendo per la prima volta il silenzio dopo mesi di voci e speculazioni sulla fine dei rapporti. «Sono rimasto zitto per anni e ho fatto ogni tentativo per mantenere privata ogni questione», ha esordito il 26enne. «I miei genitori e il loro team, purtroppo, hanno continuato a rivolgersi alla stampa, lasciandomi senza altra scelta che parlare per me stesso e dire la verità solo su alcune delle bugie che sono state pubblicate. Non voglio riconciliarmi con la mia famiglia. Sto solo difendendo me stesso per la prima volta nella mia vita».
Le stories di Brooklyn Beckham contro i genitori (da Instagram).
Brooklyn Beckham contro i genitori: «Sempre ostili verso mia moglie»
In lunghissimo messaggio di sei pagine, pubblicato su Instagram, Brooklyn Beckham ha accusato la madre e il padre di aver «cercato incessantemente di rovinare» la sua relazione con l’attrice Nicola Peltz, sposata nell’aprile 2022. Nel lungo sfogo sui social, ha raccontato una serie di episodi molto discutibili di come l’ex Spice Girls avrebbe provato più volte a mettere in difficoltà la nuora nel corso degli anni, annullando anche di proposito la realizzazione di un abito da sera per Nicola all’ultimo momento e «rubandole» il primo ballo di nozze. «Mia madre l’ha dirottato, nonostante fosse stato programmato con settimane di anticipo sulle note di una romantica canzone d’amore», ha affermato Brooklyn. «Davanti ai 500 invitati, Marc Anthony (cantante e attore americano, ndr.) mi ha chiamato sul palco, dove era previsto il ballo con mia moglie, invece mia madre stava ballando con me».
Brooklyn Beckham con Nicola Peltz al Met Gala 2023 (Ansa).
Brooklyn Beckham ha poi aggiunto che la stessa Victoria avrebbe «ballato in modo inappropriato davanti a tutti» gli invitati, facendolo sentire fortemente a disagio: «Non mi sono mai sentito così umiliato in tutta la mia vita». Non finisce qui, in quanto David e Victoria avrebbero in più occasioni sottolineato come Peltz non fosse «di sangue» e non facesse «parte della famiglia», mancandole in continuazione di rispetto. E ancora: «Settimane prima del grande giorno, i miei genitori mi hanno ripetutamente fatto pressione e hanno cercato di farmi cedere i diritti sul mio nome, cosa che avrebbe avuto ripercussioni su di me, mia moglie e i nostri futuri figli».
Il 50esimo compleanno di David Beckham: «Io e mia moglie respinti per una settimana»
Nelle stories su Instagram, Brooklyn Beckham ha spiegato anche come andarono le cose tra lui e la sua famiglia in occasione del 50esimo compleanno del padre David. Il 2 maggio 2025 a Londra si tenne una festa memorabile per l’ex calciatore inglese, con un passato anche in Italia al Milan, ma all’evento non era presente il primogenito. All’epoca si parlò di una scelta del figlio di non partecipare volutamente, ma oggi si scopre che le cose andarono diversamente. Brooklyn ha raccontato che lui e la moglie Nicola vennero «respinti per una settimana» mentre aspettavano nella camera d’albergo «cercando di organizzare del tempo di qualità» con David. «Mio padre ha rifiutato tutti i nostri tentativi di incontrarlo lontano dal clamore, a meno che non si trattasse della sua grande festa di compleanno con 100 invitati e telecamere a ogni angolo». David avrebbe «alla fine ha accettato» a condizione che Peltz non fosse presente.
Le stories di Brooklyn Beckham contro i genitori (da Instagram).
L’ultimo attacco: «Il marchio Beckham viene prima di tutto»
Nel terminare il suo attacco in cui ha sparato a zero sulla propria famiglia, Brooklyn Beckham ha poi descritto un vero e proprio «sistema Beckham» fatto di apparenza e affari. «Il marchio Beckham viene prima di tutto», ha scritto il 26enne. «“L’amore” per la famiglia è deciso da quanto si pubblica sui social media. Sono stato controllato dai miei genitori per gran parte della mia vita. Per anni abbiamo fatto di tutto per essere presenti e sostenere ogni sfilata, ogni festa e ogni attività stampa per mostrare “la nostra famiglia perfetta”». Poi la liberazione grazie alla moglie: «Sono cresciuto con un’ansia opprimente. Per la prima volta nella mia vita, da quando mi sono allontanato dalla mia famiglia, quell’ansia è scomparsa. Ogni mattina mi sveglio grato per la vita che ho scelto e ho trovato pace e sollievo».
Donald Trump porta le mire sulla Groenlandia e la minaccia dei dazi dentro il forum di Davos, che da oggi al 23 gennaio riunirà leader politici ed economici sotto il titolo ufficiale “Lo spirito del dialogo”. L’Unione europea vuole provare la strada della de-escalation. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen sta lavorando a un faccia a faccia in territorio neutrale con il presidente americano. L’incontro non è ancora ufficiale: Repubblica scrive che la Casa Bianca non ha risposto all’invito, ma i contatti con Washington, anche tramite il commissario al Commercio Maros Sefcovic, sono stati intensi. Bruxelles vuole tentare il dialogo prima di qualsiasi contromisura. Giovedì il Consiglio europeo straordinario dovrà infatti decidere se e come reagire alle tariffe minacciate del 10 per cento ai Paesi che ostacoleranno le mosse americane in Groenlandia. L’ipotesi principale è di lasciare scattare automaticamente i controdazi per 93 miliardi sospesi l’anno scorso.
Trump ventila dazi del 200 per cento sui vini francesi
Il presidente degli Stati Uniti, parlando con i giornalisti in Florida, ha attaccato Emmanuel Macron dopo la sua decisione di non aderire al cosiddetto «Board of Peace» per la ricostruzione di Gaza, e per l’ennesima volta ha annunciato ritorsioni commerciali. «Beh, nessuno lo vuole perché lascerà l’incarico molto presto, quindi va bene così», ha detto Trump. Poi ha aggiunto: «Applicherò dazi del 200 per cento sui suoi vini e champagne e lui si unirà», «ma non è obbligato a farlo». Poco prima, su Truth, aveva pubblicato lo screenshot di un messaggio privato ricevuto da Macron, la cui autenticità è stata confermata dall’Eliseo. «Amico mio, siamo totalmente d’accordo sulla Siria. Possiamo fare grandi cose sull’Iran. Non capisco cosa stai facendo sulla Groenlandia», scrive il presidente francese, proponendo un G7 a Parigi dopo Davos e una cena insieme giovedì. In questo clima di minacce, Trump è convinto che i leader europei non «opporranno troppa resistenza» alle mire americane sulla Groenlandia.
Danimarca e Groenlandia hanno avanzato all’interno della Nato la proposta di istituire una missione di monitoraggio sull’isola artica. L’annuncio è arrivato dal ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen al termine di un incontro con il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte. «L’abbiamo proposta noi, il segretario generale ne ha preso atto e credo che ora potremo, auspicabilmente, ottenere un quadro che ne definisca l’attuazione», ha dichiarato Poulsen alla televisione danese, intervenendo insieme alla ministra degli Esteri della Groenlandia Vivian Motzfeldt.
Trump: «L’Europa pensi a Russia e Ucraina, non alla Groenlandia»
Sul dossier Groenlandia è tornato a esprimersi anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che a una domanda su un possibile ricorso alla forza ha risposto con un «no comment» durante una breve intervista telefonica con Nbc News. Nel colloquio, Trump ha ribadito che porterà avanti «al 100 per cneto» i suoi piani di imporre dazi doganali ai Paesi europei se non otterrà il territorio artico e ha invitato l’Europa a occuparsi di altre priorità, affermando che «dovrebbe concentrarsi sulla guerra con la Russia e l’Ucraina, perché, francamente, si vede dove li ha portati…» e «non sulla Groenlandia».
Valentino Ludovico Clemente Garavani, noto semplicemente come Valentino, si è spento all’età di 93 anni nella sua residenza romana. La notizia della morte dello stilista, creatore dell’omonima maison, è stata diffusa dalla Fondazione Valentino Garavani e da Giancarlo Giammetti, suo storico collaboratore e compagno di lunga data. Nato a Voghera nel 1932, Valentino ha iniziato la sua carriera nel mondo della moda a Parigi, perfezionandosi negli atelier di Jean Dèsses e Guy Laroche, prima di rientrare in Italia e aprire a Roma, in Via Condotti, il suo laboratorio di sartoria. La sua consacrazione arrivò nel 1962, con la storica presentazione delle sue creazioni a Palazzo Pitti, evento che lo proiettò sulla scena internazionale.
Il forum di Davos,che ha aperto i battenti lunedì 19 gennaio e li chiuderà il 23, ha come tema ufficiale A Spirit of Dialogue. Il problema è che il dialogo quest’anno entra in sala con un’arma puntata sul tavolo: la coercizione economica. Donald Trump ha minacciato di applicare dazi del 10 per cento ai Paesi che intendono difendere laGroenlandiadalle mire americane (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia). Il presidente Usa, ancora una volta, tratta una questione di sovranità territoriale alla stregua di un’operazione di mercato.
Donald Trump (Ansa).
Il bazooka europeo contro le pressioni economiche
A preoccupare, oltre alla sovranità groenlandese e alle ripercussioni che avrebbe una possibile annessione sulla tenuta della Nato, è il precedente che verrebbe a crearsi. Se passa l’idea che un alleato possa usare il commercio come clava per ottenere concessioni territoriali o politiche, allora il problema non è l’Artico: è il metodo. È la normalizzazione del ricatto. In teoria l’Europa avrebbe già da tempo dovuto vaccinarsi contro questa logica. In pratica lo sta facendo adesso, perché dal 2023 esiste uno strumento fatto apposta per rompere il meccanismo del ricatto: l’Anti-Coercion Instrument (ACI), il cosiddetto bazooka. È un regolamento UE (Reg. 2023/2675) entrato in vigore il 27 dicembre 2023, pensato per proteggere l’Unione e gli Stati membri da pressioni economiche che mirano a forzare scelte sovrane, attraverso minacce o misure su commercio e investimenti. Che oggi a Bruxelles se ne parli come possibile risposta alla mossa di Trump è una forma elementare di autodifesa. Altro che escalation.
Ursula von der Leyen (Ansa).
La narrazione trumpiana sulla debolezza dell’Europa
Il bisogno di sicurezza con cui Trump giustifica le mire sull’isola artica è solo un alibi. Gli Stati Uniti in Groenlandia ci sono da decenni, con una presenza militare permanente e una base – la Pituffik Space Base – che è un nodo strategico per missile warning, missile defense e sorveglianza spaziale. E soprattutto tra Stati Uniti e Danimarca nel 1951 è stato siglato un accordo di Difesa che consente la costruzione di infrastrutture militari in Groenlandia per la difesa dell’area Nato. A cui vanno aggiunte le intese successive, come l’accordo del 2004 che integra e aggiorna il quadro. Per questo la Groenlandia, così come viene agitata oggi, è un simbolo di potere, di prestigio, di ownership.
Una bandiera danese in Groenlandia (foto Ansa).
E Davos diventa il palcoscenico perfetto: molto rumore, tanta teatralità, una parola-chiave per spostare l’attenzione. Il rumore serve anche a comprimere tutto il resto dell’agenda dentro una narrazione unica: l’America è forte, l’Europa è debole. Mentre si parla di Groenlandia, si possono così lasciare ai margini dossier più scomodi o più divisivi: il rapporto con l’Ucraina, la crisi mediorientale, la gestione del Venezuela, e – soprattutto – le contraddizioni interne americane che la narrazione trumpiana cerca di coprire. Qui entra in gioco la seconda partita, quella culturale, che in Italia trova sempre un pubblico pronto: la tesi secondo cui l’Europa tende a mitizzare la propria superiorità, mentre l’America sarebbe la prova che contano solo crescita e durezza. È un frame comodo, perché maschera da realismo una mera ideologia: la riduzione del benessere a Pil e della politica a rapporto di forza. C’è poi un punto che riguarda noi direttamente, e che rende grottesca l’amata retorica dell’Europa debole. Gli Stati Uniti hanno da decenni una rete di basi e installazioni nel Vecchio Continente, Italia compresa. Eppure nessuno sano di mente sosterrebbe che quelle basi (sette sul nostro territorio nazionale) implicano la “proprietà” del territorio. Il Congressional Research Service, ad esempio, descrive il ruolo di siti come Sigonella e l’homeporting della Sesta Flotta nell’area di Gaeta/Napoli, insieme al quadro più ampio della presenza Usa in Italia e in Europa. È un esempio utile perché traccia la linea rossa: cooperare non significa essere disponibili al ricatto. Oggi tocca alla Groenlandia, domani potrebbe toccare a noi. Ogni Paese europeo rischia di diventare negoziabile come una voce di bilancio.
Donald Trump e JD Vance (Ansa).
Quanto vale davvero la sovranità europea?
Ecco perché Davos, per l’Europa, non può essere foto di rito e diplomazia “morbida” che spera di evitare lo scontro cedendo un pezzo alla volta. Davos dovrebbe essere il luogo in cui l’Ue dice una cosa semplice: la Groenlandia è un dossier che si gestisce entro i confini della Nato e del diritto internazionale. E se la minaccia tariffaria viene usata per forzare una scelta sovrana, allora l’Ue invece di fare la parte dell’offesa deve usare gli strumenti che ha a disposizione, a partire dall’ACI, nato proprio per impedire che la coercizione diventi prassi. Ma Davos dovrebbe essere anche l’occasione per ribaltare la narrazione dell’Europa irrilevante. L’Unione è una potenza di mercato e regolatoria, e deve comportarsi come tale. Accesso al mercato unico, servizi, appalti, supply chain sono le leve che contano davvero, soprattutto quando l’altra parte pensa di poter trasformare la politica in un’asta con tariffario. E mentre difende la sovranità, l’Europa deve difendere anche ciò che la rende forte: un modello sociale che riduce la caduta, trasforma ricchezza in protezione, rende la società meno fragile e quindi meno manipolabile. Dentro questo quadro, l’Italia ha una responsabilità doppia. Da un lato perché è una frontiera strategica (Mediterraneo, sicurezza, energia, migrazioni), dall’altro perché è il Paese che più rischia quando scambia la postura sovranista per sovranità reale. L’Italia se si isola diventa un bersaglio. Se resta all’interno dell’Europa è una gamba di un blocco che può negoziare da pari. La vera domanda che Davos pone non è come evitare l’ennesima crisi con Trump. È: quanto vale la sovranità europea, se basta una minaccia di dazi per metterla all’asta? Se questa chiarezza manca, Davos smette di essere un forum e diventa un banco di prova della resa. La scenografia perfetta in cui il rumore copre la sostanza e la sovranità europea viene trattata come una variabile di prezzo. E a quel punto non stiamo più discutendo di Groenlandia: stiamo accettando che Davos diventi una borsa valori del diritto internazionale.
Chiusura della Francia all’ipotesi di aderire al Board of Peace per Gazapromosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. A riferirlo all’agenzia France Presse sono fonti vicine al capo dell’Eliseo, secondo le quali l’iniziativa «suscita interrogativi importanti». In particolare, viene sottolineato come la Carta del progetto vada «oltre lo stretto quadro di Gaza», discostandosi dalle aspettative iniziali. Le stesse fonti mettono in guardia sui possibili effetti dell’organismo proposto, che «suscita importanti interrogativi, in particolare, circa il rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite, che non possono in nessun modo venire rimessi in discussione».
La posizione del Canada: «Non pagheremo per entrare nel Board»
Diversa la posizione del Canada, che ha fatto sapere di non essere disposto a versare alcuna somma per ottenere un posto nel Board of Peace voluto da Trump. Secondo quanto riferito dalla Afp citando fonti governative di Ottawa: «Il Canada non pagherà per un seggio nel Consiglio, e al momento non è stata avanzata alcuna richiesta in tal senso», in riferimento al miliardo di dollari ipotizzato per un posto permanente. Allo stesso tempo, il governo canadese ha confermato l’intenzione del primo ministro Mark Carney di «accettare l’invito» a partecipare all’organismo. L’organo, inizialmente pensato per seguire la ricostruzione di Gaza, secondo la bozza di statuto avrebbe però un mandato più ampio, senza un riferimento esplicito al territorio palestinese, puntando a contribuire alla soluzione dei conflitti armati a livello globale. Tra i leader invitati a farne parte figurano numerosi capi di Stato, incluso il presidente russo Vladimir Putin.
Il governo di Copenaghen ha scelto di non partecipare al World Economic Forum di Davos in una fase segnata dal crescente confronto sulla Groenlandia, che sta incidendo sui rapporti tra Europa e Stati Uniti. A riferirlo è stata l’organizzazione del Forum in una comunicazione diffusa a Bloomberg, nella quale si precisa: «I rappresentanti del governo danese sono stati invitati quest’anno e qualsiasi decisione sulla partecipazione è una questione che riguarda il governo interessato». Nella stessa nota viene inoltre confermato che «Possiamo confermare che il governo danese non sarà rappresentato a Davos questa settimana».
Media: «La Danimarca rafforza la sua presenza di soldati in Groenlandia»
Intanto Copenaghen sta rafforzando la propria presenza militare in Groenlandia. L’emittente Tv2 ha riferito che, dopo l’arrivo iniziale di 100 soldati impegnati nell’operazione Nato Arctic Endurance, è previsto l’invio di «un sostanziale numero» di ulteriori militari, diretti all’aeroporto di Kangerlussuaq, situato a circa un’ora di volo a nord di Nuuk. Tra coloro che raggiungeranno l’isola artica figura anche il maggiore generale Peter Boysen, comandante in capo dell’esercito danese. La notizia è stata confermata da un portavoce militare alla Cnn, alla quale è stato spiegato che ci sarà un «aumento sostanziale» delle truppe danesi dispiegate in Groenlandia e che il generale Boysen sarà presente.
Il 20 gennaio del 2026 sarà un anno da quando Donald Trump ha prestato giuramento a Washington per il suo secondo mandato come 47esimo presidente degli Stati Uniti. L’inizio dell’anno è stato caratterizzato dal rapporto (rapidamente naufragato) con Elon Musk e la creazione del Dipartimento per l’efficienza governativa, chiuso a novembre. È poi stata la volta della politica economica aggressiva dei dazi, preludio della nuova postura di Washington verso l’esterno. Nonostante infatti una campagna elettorale fortemente incentrata sullo slogan “America First“, il secondo mandato di Trump è stato finora caratterizzato da una politica estera più aggressiva e interventista rispetto al primo: dai dazi alla gestione burrascosa e ambigua del sostegno all’Ucraina, fino all’attacco sui siti nucleari dell’Iran e la cattura di Nicolàs Maduro in Venezuela. Ripercorriamo il primo anno di Trump in 12 scatti.
Il 20 gennaio Trump presta giuramento a Washington
Donald Trump giura come 47esimo presidente degli Stati Uniti, al fianco della First Lady Melania Trump.
Il giuramento di Donald Trump (Ansa).
11 febbraio, Elon Musk con il figlio X parla nello Studio Ovale
All’inizio del mandato Trump mostra collaborazione con il magnate tecnologico: discutono di innovazione, infrastrutture spaziali e digitale. L’incontro riflette l’influenza crescente dei leader tech nella politica americana.
Elon Musk e Donald Trump (Ansa).
28 febbraio, Trump e il vicepresidente J.D Vance attaccano Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale
I due hanno criticato pubblicamente il presidente ucraino sulle tattiche negoziali e militari in Ucraina. L’incontro fece scalpore perché mise in luce la scarsa condotta diplomatica di Trump con i leader mondiali, con i quali si confronta più come un imprenditore aggressivo che come un politico.
Volodymyr Zelensky, Donald Trump e JD Vance (Ansa).
Trump e il vicepresidente Vance seguono nella Situation Room le operazioni su Fordow, Natanz ed Esfahan.
Donald Trump e JD Vance (Ansa).
15 agosto, l’incontro con Vladimir Putin in Alaska
Trump riceve Putin alla base di Elmendorf-Richardson. Il vertice aveva attirato diverse critiche per il mancato coinvolgimento dei diplomatici ucraini ed europei. Inoltre, aveva portato a un nulla di fatto nei negoziati.
Trump e il presidente russo Vladimir Putin (Ansa).
13 ottobre, il summit per il cessate il fuoco a Gaza a Sharm El-Sheikh
Trump in Egitto insieme ad altri leader internazionali per cercare soluzioni diplomatiche al conflitto nella Striscia di Gaza. Gli Stati Uniti si presentano come garante principale con un piano in due fasi.
Summit su Gaza a Sharm El-Sheikh (Ansa).
30 ottobre 2025, la stretta di mano con Xi Jinping in Corea del Sud
La stretta di mano tra i due leader in un periodo di forte competizione economica e militare tra le due superpotenze.
Stretta di mano fra Trump e il presidente cinese Xi Jinping (Ansa).
21 novembre, Trump incontra il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani
Il presidente incontra il primo sindaco socialista e musulmano di New York, dopo averlo attaccato a più riprese minacciando anche di tagliare i fondi federali alla Grande Mela.
Donald Trump e il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani (Ansa).
3 gennaio 2026, la cattura di Nicolàs Maduro
Trump supervisiona l’Operation Absolute Resolve in Venezuela in una stanza allestita nella sua residenza privata di Mar-a-Lago, in Florida.
Donald Trump osserva la cattura di Nicolas Maduro (Ansa).
LVMH ha nominato Michèle Benbunan nuova Chief Executive Officer del gruppo editoriale Les Echos – Le Parisien. La divisione media del colosso del lusso, quindi, cambia governance. Benbunan subentrerà a Pierre Louette, Ceo per otto anni. Il gruppo Les Echos – Le Parisien opera su due fronti. Da un lato, appunto, attraverso il quotidiano economico Les Echos. Dall’altra sul fronte generalista, con Le Parisien, che guarda soprattutto al territorio. Starà a Benbunan guidare la strategia del comparto media in un momento di forte trasformazione tecnologica. E con un occhio sempre attento tanto alla sostenibilità economica quanto alla qualità dell’informazione.
Donald Trump non è l’unico presidente americano a sostenere l’idea che gli Stati Uniti debbano controllare la Groenlandia. L’isola è un territorio autonomo appartenente al Regno di Danimarca, situato tra il Nord America e l’Europa e collocato lungo la rotta più breve tra Washington e Mosca. Per la sua posizione geografica, l’isola è considerata un punto chiave per il controllo dell’Artico, per la difesa del continente nordamericano e per i sistemi di allerta missilistica e di sorveglianza spaziale. Nel corso del Novecento, Washington ha trattato la Groenlandia come una piattaforma militare avanzata, mantenendo basi e infrastrutture strategiche anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale. È questo contesto, consolidato prima dei mandati di Trump, che spiega perché la Groenlandia continui a essere vista dagli Stati Uniti come un territorio di interesse vitale.
Il primo tentativo degli Stati Uniti di acquisire la Groenlandia risale al 1867
Groenlandia (Ansa).
Nel corso della storia, diversi presidenti degli Stati Uniti hanno preso in considerazione l’acquisizione della Groenlandia per ragioni strategiche. Il primo fu Andrew Johnson nel 1867: sotto la sua presidenza, il segretario di Stato William H. Seward valutò l’annessione della Groenlandia e dell’Islanda, promuovendo la pubblicazione di un rapporto ufficiale che ne descriveva l’importanza strategica ed economica, senza però arrivare a un’offerta formale. L’ipotesi riemerse nel 1910 durante la presidenza di William Howard Taft, quando l’ambasciatore statunitense in Danimarca Maurice Francis Egan esplorò all’interno dell’amministrazione la possibilità di ottenere la Groenlandia tramite uno scambio territoriale. Durante la presidenza di Woodrow Wilson, tra il 1917 e il 1920, gli Stati Uniti rinunciarono invece a qualsiasi pretesa sull’isola, accettando formalmente la sovranità danese nel contesto dell’acquisto delle Indie Occidentali Danesi.
Le mire dei presidenti nella seconda metà del Novecento
Il tentativo più esplicito avvenne sotto la presidenza di Harry Truman. Nel 1946 la sua amministrazione offrì segretamente alla Danimarca 100 milioni di dollari in oro per acquistare la Groenlandia, proposta respinta da Copenaghen. Durante la presidenza di Dwight D. Eisenhower, nonostante il Greenland Defense Agreement del 1951 garantisse già agli Stati Uniti un’ampia presenza militare sull’isola, nel 1955 i Joint Chiefs of Staff suggerirono nuovamente di tentare l’acquisto per assicurare una sovranità diretta sulle basi; il Dipartimento di Stato bloccò l’ipotesi. Negli anni successivi, l’idea riapparve solo in forma informale: negli anni Settanta sotto Richard Nixon, quando il vicepresidente Nelson Rockefeller evocò un possibile acquisto per fini minerari, e negli anni Novanta durante la presidenza di Bill Clinton, quando Patrick Buchanan parlò pubblicamente di un’espansione statunitense verso la Groenlandia, senza alcun seguito ufficiale.
Vladimir Putin è stato invitato da Donald Trump a far parte del ‘Board of Peace‘ per Gaza, ovvero il comitato che supervisionerà la ricostruzione della Striscia. Lo ha dichiarato Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, aggiungendo che l’invito è «in fase di valutazione» da parte del presidente russo e che Mosca «spera di ottenere maggiori dettagli» da Washington. L’istituzione del consiglio, presieduto da Trump, è un passo fondamentale nel piano americano sostenuto dalle Nazioni Unite per smilitarizzare e ricostruire Gaza, devastata da due anni di attacchi da parte di Israele. Anche l’Italia, come annunciato da Giorgia Meloni, è stata invitata a far parte del Consiglio per la pace. «Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano nel processo di pace», ha affermato la premier. Anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, quello argentino Javier Milei e quello egiziano Abdel Fattah al-Sisi hanno ricevuto inviti a partecipare.
Nelle ultime ore Donald Trump ha inasprito lo scontro politico con i leader europei, in una mossa che sembra preparare il terreno per il controllo della Groenlandia. L’ultima trovata del presidente americano è una lettera scritta al premier norvegese Jonas Gahr Store, che sembra un avvertimento a tutti i leader del continente: «Considerato che il tuo Paese ha deciso di non assegnarmi il premio Nobel per la pace per aver fermato 8 guerre più altre, non mi sento più obbligato a pensare esclusivamente alla pace». Fa nulla se il Nobel non lo assegna il governo ma un board indipendente con base a Oslo, la missiva è un pretesto per inviare un messaggio chiaro: «Anche se il pensiero della pace resterà sempre predominante, ora posso pensare a ciò che è giusto per gli Stati Uniti».
Uno scorcio della Groenlandia (Ansa).
Trump: «Gli europei si adegueranno all’ombrello degli Stati Uniti»
Trump e altri membri senior della Casa Bianca hanno rilanciato le minacce sul controllo della Groenlandia poche ore dopo che i leader europei hanno iniziato a lavorare a controdazi per un valore di 93 miliardi di euro, dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato nuove tariffe per i Paesi che ostacolano l’annessione dell’isola. In un post su Truth il presidente americano ha scritto: «Da 20 anni la Nato dice alla Danimarca che deve allontanare la minaccia russa dalla Groenlandia», ma «la Danimarca non può proteggere quella terra, e perché mai dovrebbe avere un “diritto di proprietà”? Non esistono documenti scritti, solo il fatto che una barca vi sia arrivata centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo barche che arrivavano lì». Poi una frase che risuona come un avvertimento: «I leader europei si adegueranno e capiranno di dover stare sotto l’ombrello di sicurezza degli Stati Uniti. Cosa accadrebbe in Ucraina se gli Stati Uniti ritirassero il loro sostegno? Tutto crollerebbe». Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha poi rincarato la dose: «Gli europei proiettano debolezza, gli Stati Uniti proiettano forza», ha detto all’Nbc. «Il presidente ritiene che una sicurezza rafforzata non sia possibile senza che la Groenlandia faccia parte degli Stati Uniti».
La prima ministra nipponica Sanae Takaichi, in carica da tre mesi, ha annunciato che scioglierà la Camera dei rappresentanti della Dieta del Giappone venerdì 23 gennaio, in vista di elezioni anticipate che riguarderanno il rinnovo dei suoi 465 membri. La decisione era nell’aria: la leader conservatrice Takaichi, diventata premier dopo le dimissioni di Shigeru Ishiba, conta di ottenere un mandato più forte per poter mettere in atto il suo programma politico. La coalizione di governo Partito Liberal Democratico- Nippon Ishin al momento detiene infatti una maggioranza risicata alla Camera dei rappresentanti (la camera bassa), ottenuta solo grazie all’appoggio di tre parlamentari indipendenti. Alla Camera dei consiglieri (la camera alta) resta in minoranza e perciò deve negoziare con le opposizioni per l’approvazione di qualsiasi provvedimento. «Takaichi è adatta alla carica di primo ministro? Volevo lasciare che fosse il popolo sovrano a decidere», ha dichiarato in conferenza stampa. Il voto si terrà l’8 febbraio.
L’Unione europea sta lavorando a controdazi per un valore di 93 miliardi di euro in risposta a Donald Trump, che ha maggiorato le tariffe doganalial 10 per cento da febbraio e al 25 per cento da giugno per i Paesi che stanno ostacolando l’annessione della Groenlandiada parte degli Stati Uniti. L’ipotesi alternativa è quella di limitazioni all’accesso delle aziende americane al mercato europeo. Lo riporta il Financial Times, citando alcune fonti: tra i Ventisette per ora prevale la linea diplomatica e durante la riunione d’urgenza che si è tenuta nella serata del 18 gennaio è stato deciso di rinviare fino a febbraio l’eventuale introduzione delle controtariffe. Ma si fa strada l’interventismo: Bruxelles intende attrezzarsi in vista degli incontri tra i leader Ue con il presidente Usa che si terranno al World Economic Forum di Davos.
In Portogallo il ballottaggio delle elezioni presidenziali sarà tra un candidato socialista e uno di estrema destra. Il candidato del Partito Socialista António José Seguro ha ottenuto il 31,1 per cento dei voti, mentre il leader di Chega!, André Ventura, ha raccolto il 23,5 per cento. Il secondo turno si terrà l’8 febbraio. Al terzo posto si è classificato João Cotrim de Figueiredo, leader del partito liberale e pro-mercato Iniciativa Liberal, con circa il 16 per cento. Seguono l’indipendente conservatore Henrique Gouveia e Melo, già noto per aver guidato la campagna vaccinale anti-Covid, con il 12,3 per cento, e Luís Marques Mendes, candidato dei socialdemocratici di centrodestra, con l’11,3 per cento.
Andre Ventura (Ansa).
Nel 2025 Chega! è diventato il principale partito di opposizione in Portogallo
Alle presidenziali nessun candidato ha superato la soglia del 50 per cento necessaria per l’elezione diretta: una situazione che non si verificava dal 1986, segnalando una forte frammentazione del quadro politico e il peso crescente dell’estrema destra. A maggio del 2025 Chega!, che è stato fondato solo sette anni fa, è diventato il principale partito di opposizione alle elezioni legislative, superando i Socialisti con il 22,8 per cento dei voti. Come avvenuto in altri Paesi europei, l’ascesa dell’estrema destra ha influenzato verso una posizione più restrittiva le politiche migratorie del governo di centrodestra, guidato da Luís Montenegro. Tuttavia, i sondaggi più recenti mostrano che Ventura, un ex telecronista sportivo, potrebbe perdere il ballottaggio a causa della sua impopolarità nel 60 per cento degli elettori.
Domenica sera in Spagna un treno ad alta velocità è deragliato ad Adamuz, in Andalusia, invadendo il binario opposto e scontrandosi con un altro convoglio che viaggiava in direzione contraria. L’incidente ha provocato almeno 39 morti e 75 feriti, di cui 15 in condizioni gravi, secondo l’ultimo bilancio diffuso dal ministero dell’Interno spagnolo. Il treno Iryo, una compagnia privata partecipata da Ferrovie Italiane, era partito da Málaga alle 18.40 ed era diretto a Madrid con circa 300 passeggeri a bordo. A dieci minuti dalla partenza, diversi vagoni sono usciti dai binari e hanno colpito un treno Renfe che procedeva verso Huelva con 184 persone. Dopo l’impatto, alcune carrozze del secondo convoglio sono precipitate da un terrapieno di circa quattro metri, rendendo più complessi i soccorsi. Le squadre di emergenza hanno lavorato per tutta la notte tra lamiere contorte e vagoni rovesciati. Il capo dei vigili del fuoco di Cordoba, Paco Carmona, ha spiegato che i soccorritori stanno operando in spazi molto stretti e che «ci sono ancora persone intrappolate».
Spain: At least five dead and 25 seriously injured after two high-speed trains derailed in Adamuz pic.twitter.com/0Dcx9xDTeY
Il ministro dei Traporti Puente: «Incidente estremamente strano»
Il ministro dei Trasporti, Óscar Puente, ha dichiarato che «l’incidente è stato estremamente strano», perché avvenuto «su un tratto retto, su una linea rinnovata di recente» e ha coinvolto un treno Iryo «praticamente nuovo», aggiungendo che «lo stato della via ferroviaria era buono». Le cause dello schianto restano al momento sconosciute. Secondo la stampa spagnola, si tratta del primo incidente ferroviario con vittime dalla liberalizzazione del settore nel 2020. Adif ha sospeso tutti i collegamenti ferroviari tra Madrid e l’Andalusia. Il premier Pedro Sánchez ha parlato di «una notte di profondo dolore» e ha cancellato tutti gli impegni ufficiali. Anche i reali Felipe VI e Letizia hanno sporto «le più sentite condoglianze ai familiari e ai cari delle vittime», hanno scritto dal profilo della Casa Reale su X.
Hoy es una noche de profundo dolor para nuestro país por el trágico accidente ferroviario en Adamuz.
Quiero expresar mis más sinceras condolencias a las familias y seres queridos de las víctimas.
Ninguna palabra puede aliviar un sufrimiento tan grande, pero quiero que sepan que…