Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Quando nel 2003 gli Stati Uniti di George W. Bush invasero l’Iraq per eliminare Saddam Hussein, accusato di nascondere armi di distruzione di massa, l’allora cancelliere tedesco Gerhard Schröder tenne fuori la Germania dalla guerra: Berlino non credette alle prove contraffatte e sventolate alle Nazioni Unite dal generale Colin Powell e lasciò che Washington, insieme con quella che allora era stata denominata la coalizione dei volenterosi, Italia inclusa, si imbarcasse in un conflitto terminato con il ritiro ufficiale del 2011. Da allora abbiamo collezionato un’altra manciata di guerre, dalla Libia alla Siria, passando per l’Ucraina e il Medio Oriente, e il nuovo cancelliere Friedrich Merz ha riposizionato il Paese nel rapporto di vassallaggio nei confronti degli Usa, modificando anche la linea più autonoma che per tre lustri era stata tenuta da Angela Merkel, saltata completamente nel 2022 dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina.
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Germania costretta a inseguire le mosse di Trump
Merz, nonostante l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, ha mantenuto quindi ferma la barra dell’atlantismo, sempre subordinato nella sostanza alle strategie internazionali dettate da Washington, con solo qualche spazio di facciata riservato a elementi di diversificazione: al di là cioè della volontà espressa di un ruolo autonomo e crescente anche al di fuori dell’Unione Europea, la Germania ha perso in definitiva peso su ogni teatro internazionale, costretta a inseguire le mosse di Trump e incapace, sia per sé che come presunto Paese guida dell’Ue, di imporre le sue priorità. In qualche piccolo sussulto d’orgoglio, come durante la Conferenza di Monaco di metà febbraio, ha detto che «l’ordine mondiale del Dopoguerra non esiste più» e che «la battaglia culturale Maga non è la nostra». Poi però in concreto le cose vanno diversamente.
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Gli esempi sono tanti. In quest’ultimo anno si può partire dai falliti ultimatum a Vladimir Putin sulla scacchiera ucraina, con il Cremlino che non ha mai tenuto in considerazione le proposte né di Berlino né di Bruxelles, mentre le trattative per la pacificazione sono state dettate sull’asse Mosca-Washington.

C’è stata poi l’immobilità sulla crisi mediorientale, con i tedeschi nel ruolo di spettatori di fronte alle decisioni unilaterali di Usa e Israele. Dopo l’inizio della nuova guerra in Iran e gli attacchi che hanno eliminato l’ayatollah Ali Khamenei, Merz non si è espresso certo sulla legittimità dei bombardamenti e anzi li ha sostanzialmente avallati, condannando le reazioni di Teheran.

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Netanyahu criminale di guerra? A Merz non importa
Se Berlino è sempre stata piegata a Washington e Tel Aviv, in questi giorni è ancora più evidente quanto i legami siano stretti e quali siano appunto i rapporti di forza. Merz, che nel 2025 è stato l’unico leader europeo a far visita a Benjamin Netanyahu da quando la Corte penale dell’Aja ha dichiarato il premier israeliano criminale di guerra e ne ha richiesto l’arresto, è sempre asservito ai voleri di Trump, con il quale di fatto non si vuole contrapporre, se non con qualche spunto dialettico. Merz tra l’altro è volato a Washington, dove il 3 marzo ha in programma un incontro proprio con Trump. Il faccia a faccia era programmato da tempo, ma – anche qui – vede il tedesco come primo leader europeo negli Usa dopo l’attacco americano e israeliano all’Iran.

La linea diplomatica del cancelliere, adottata nelle sue visite a Washington così come in quella a Pechino a fine febbraio 2026, quando ha incontrato Xi Jinping, è improntata insomma al pragmatismo e volta a mantenere salde alleanze storiche e strategiche.

I viaggi tra India, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita
Da questo punto di vista si spiega la ricerca di partnership economiche e industriali più strette sia con Pechino sia con Nuova Delhi o i Paesi del Golfo. Merz all’inizio di quest’anno è volato in India, in Qatar, negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe Mohammad bin Salman, non proprio un campione di democrazia, accusato nel 2019 dalla commissione speciale delle Nazioni Unite guidata da Agnès Callamard di essere il mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista ucciso nel 2018 a Istanbul.

La stessa Callamard accusò l’allora cancelliera Merkel di complicità con l’Arabia Saudita per non aver fatto abbastanza a livello internazionale per risolvere il caso. Fin qui in sostanza nulla di nuovo, nel senso che Merz non ha fatto altro che proseguire la strada aperta dai suoi predecessori, anche dal primo cancelliere della Germania riunificata, Helmut Kohl, il primo a puntare per esempio sulla Cina.
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La grande differenza rispetto a prima? La rottura con la Russia
C’è però una differenza nella politica estera di Merz e quella di Kohl, Schröder e di Merkel, e cioè la rottura con la Russia, diventata per la Germania un nemico presente e futuro. L’invasione dell’Ucraina ha tranciato i rapporti tra Mosca e Berlino, facendo però emergere anche i doppi standard tedeschi ed europei, con il richiamo a corrente alternata al diritto internazionale. Il rischio, con le conseguenze del conflitto appena scoppiato in Medio Oriente che sono ancora tutte da valutare, è che la passività del cancelliere non rimanga solo una questione politica con leggeri riflessi economici sul Paese, ma si trasformi in un disastro che può trascinare la Germania ancor più in basso della recessione che sta affrontando.










In response to projectile fire toward northern Israel, the IDF is striking Hezbollah targets across Lebanon.
























