Poco dopo la mezzanotte del 1° gennaio, con una cerimonia privata tenuta nella vecchia stazione della metropolitana di City Hall, chiusa al pubblico da decenni, Zohran Mamdani si è insediato come sindaco di New York. La scelta del luogo non è casuale ma legata a uno dei temi principali del suo mandato: il ruolo centrale del trasporto pubblico nella vita quotidiana della città. Durante la cerimonia Mamdani ha presentato il nuovo commissario ai trasporti, Mike Flynn, urbanista con una lunga esperienza nell’amministrazione cittadina.
ll giuramento di Mamdani, 34enne democratico-socialista, si è svolto davanti a solo una ventina di persone. A officiare la cerimonia è stata la procuratrice generale dello Stato di New York Letitia James. Accanto a lui c’erano la moglie Rama Duwaji, i genitori Mira Nair e Mahmood Mamdani e altri familiari. Il sindaco, il primo musulmano a guidare la Grande Mela, ha giurato con la mano su due Corani: uno appartenuto al nonno e uno che fu di Arturo Schomburg, scrittore e storico afroamericano, messo a disposizione dalla New York Public Library. Nato in Uganda e cresciuto negli Stati Uniti, Mamdani fino a poco più di un anno fa era un deputato statale poco conosciuto. La sua popolarità è esplosa dopo una campagna elettorale centrata sul costo della vita, sull’accessibilità ai servizi e alla casa. Nel pomeriggio di giovedì è prevista una cerimonia pubblica sui gradini del City Hall, con l’intervento della deputata Alexandria Ocasio-Cortez e il giuramento cerimoniale affidato al senatore Bernie Sanders, entrambi esponenti dell’ala socialista del Partito democratico. Da lì, inizierà la fase operativa del suo mandato.
Il mondo è sempre più instabile. E nel 2026 il caos rischia di aumentare anche a causa della variabile impazzita Donald Trump. Il suo approccio ormai è chiaro e si fonda su due pilastri: transazione e spartizione. Il presidente Usa ha adottato una diplomazia ‘imprenditoriale’, in cui la politica estera e i rapporti tra Stati sono ridotti a mere contrattazioni, e ha cambiato il baricentro dell’attenzione americana. In particolare ha spostato il focus sul Pacifico per contenere la Cina con il conseguente disimpegno in Europa. Una visione e una strategia che rischiano di riaccendere vecchie tensioni e alimentarne di nuove, come dimostrano i numerosi dossier che occupano la scrivania dello Studio Ovale.
Donald Trump (Ansa).
Il rebus ucraino e la tentazione di abbandonare il tavolo
Il 2026 potrebbe segnare la svolta nella guerra in Ucraina. Da mesi l’amministrazione Trump spinge per trovare un accordo di pace. Da un lato l’uomo forte e negoziatore di Trump, Steve Witkoff, lavora con la Russia per arrivare a un’intesa che porti alla fine delle ostilità con una palese inclinazione ad accettare quasi tutte le richieste del Cremlino; dall’altro è palpabile la crescente ostilità di Washington per tutti i “no” che arrivano da Kyiv. Al netto delle decine di “piani di pace” disegnati e poi gettati nel cestino, i nodi veri da sciogliere sono tre: il destino del Donbass, che l’Ucraina non intende cedere e che per Mosca è l’obiettivo minimo di una guerra che per ora non ha portato ai risultati sperati; le clausole di sicurezza per l’ex repubblica sovietica come la protezione stile articolo 5 del trattato Nato; la presenza di forze straniere in Ucraina per supervisionare l’intesa. Se queste tre questioni non verranno in qualche modo risolte, Trump potrebbe decidere di abbandonare il tavolo lasciando Volodymyr Zelensky al suo destino, ma soprattutto buttando la palla nel campo europeo che a quel punto, per quanto volenteroso, resterebbe solo.
Steve Witkoff e Kirill Dmitriev (Ansa).
Le picconate trumpiane all’Europa
I rapporti tra Stati Uniti ed Europa da tempo sono ai minimi storici. E il prossimo anno potrebbero persino peggiorare. Fin dal discusso intervento del vicepresidente JD Vance alla conferenza di Monaco nel febbraio del 2025, in cui attaccava il Vecchio Continente per le politiche migratorie e la poca libertà di espressione, è stato chiaro che la Casa Bianca trumpiana avrebbe continuato a picconare l’architettura dell’Unione Europea. Nei mesi successivi è infatti arrivata la guerra dei dazi, seguita dalla National Security Strategy con cui Washington ha accusato l’Europa di andare incontro a una «cancellazione della civiltà». Trump e la sua amministrazione usano la scusa della mancanza di libertà di espressione per colpire il vero obiettivo: il reticolo di normative europee che impediscono alle big tech Usa di fare quello che vogliono nel mercato Ue. Episodi come quelli che hanno coinvolto l’ex commissario europeo Thierry Breton, cui è stato negato il visto di ingresso nel Paese, aumenteranno, mentre il bastone delle tariffe potrebbe tornare a colpire.
JD Vance (foto Ansa).
Verso un nuovo vassallaggio globale
Il vero obiettivo di Trump è un’Europa divisa. Non a caso The Donald preferisce trattare con i singoli Stati, attaccando quelli non “allineati”, come Francia, Germania e Spagna, e coccolando quelli a lui più vicini, come l’Italia e l’Ungheria. Il Trump 2.0 ha inaugurato un nuovo vassallaggio globale, che ha come fine ultimo la creazione di una sorta di internazionale di Stati fedeli al trumpismo. Si spiega così, per esempio, il supporto di Washington a Javier Milei in Argentina. Nei prossimi mesi in Europa potrebbe avvenire lo stesso. Il 12 aprile si vota in Ungheria e per la prima volta da diversi anni Viktor Orbán e il suo Fidesz sono in affanno. Non è quindi da escludere un qualche tipo di intervento di The Donald. Stesso discorso per la Svezia, dove si vota il 13 settembre. Qui Trump potrebbe supportare i populisti di estrema destra dei Democratici Svedesi facendo leva sull’aumento della violenza delle gang di stranieri e sul crescente malcontento per le politiche migratorie.
Donald Trump con Viktor Orbán alla Casa Bianca (Ansa).
Il riarmo e il ritorno dell’incubo atomico
Nel caos trumpiano, l’Europa potrebbe trovarsi scoperta anche su un altro fronte più inquietante. Se Washington dovesse accelerare il disimpegno dal Vecchio Continente, l’Ue sarebbe costretta a fare un salto di qualità nella propria difesa, in particolare dalle minacce ibride che arrivano da Mosca. A questo si aggiunge l’incubo di una nuova guerra atomica. Nel febbraio 2026 scadrà il trattato New Start, l’intesa firmata nel 2010 tra Stati Uniti e Russia che limita il numero di testate nucleari strategiche dispiegabili. Al momento nessuno dei due Paesi sembra intenzionato a rinnovarla. La scadenza comporterebbe un “libera tutti”. In un decennio, stima la Federation of American Scientists,Washington e Mosca potrebbero arrivare ad avere oltre 6 mila atomiche, a cui si potrebbero aggiungere le circa 1.500 della Cina, che negli anni ha aumentato i suoi arsenali in modo considerevole.
Ursula von der Leyen e Kaja Kallas (Imagoeconomica).
Il braccio di ferro con Pechino
L’altro fronte a rischio surriscaldamento è proprio quello con Pechino. Lo scorso ottobre Cina e Stati Uniti hanno raggiunto una tregua sui dazi in attesa del possibile viaggio di Trump. Politico ha interpellato una ventina di deputati e senatori impegnati sul dossier e molti sono convinti che presto le tensioni torneranno a crescere, in particolare su quattro temi. Il primo è ovviamente il futuro di Taiwan. La riunificazione dell’isola resta l’obiettivo primario di Xi Jinping. Gli Usa, anche se non menzionano nel dettaglio Taiwan nella National Security Strategy, hanno approvato una vendita di armi a Taipei del valore di 11 miliardi di dollari. La pressione su Taiwan si inserisce in una più ampia escalation militare cinese. Negli ultimi anni la Repubblica popolare ha potenziato il suo esercito, al punto da insidiare, almeno per dimensioni, il primato americano. La sua flotta, composta da oltre 330 navi, è la più grande del mondo e da novembre conta anche una terza portaerei, la Fujian, che presenta caratteristiche simili alla Usa Gerald Ford americana. Il terzo fronte è quello commerciale. Dopo la distensione autunnale, Pechino ha allentato le restrizioni delle esportazioni di terre rare e gli Usa hanno fatto altrettanto con alcuni chip. Ma questi rubinetti possono essere chiusi in fretta, come suggerisce il quarto fronte e cioè il settore agricolo. Nel pieno della schermaglia commerciale, la Cina aveva interrotto le importazioni di soia dagli Usa colpendo i coltivatori americani. Stando agli accordi Pechino avrebbe dovuto acquistare 12 milioni di tonnellate di soia entro dicembre, ma al momento è stata presa in carico solo una piccola quota. Xi Jinping sa che questo è il nervo scoperto dell’amministrazione Usa, perché le aree più colpite sarebbero distretti profondamente repubblicani che potrebbero punire il Gop in modo severo alle midterm.
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).
Il cortile di casa: dall’Argentina al Venezuela
Non va poi dimenticato il “cortile di casa”. L’amministrazione Trump ha dimostrato di voler “fare ordine” nel continente americano. Da un lato con il vassallaggio di cui sopra, vedi i rapporti con Javier Milei e con i piccoli caudilli del Centro America, dall’altro aumentando le pressioni militari. Per il 2026 ci si aspetta quindi un intervento a gamba tesa nelle elezioni presidenziali in Brasile che si terranno a ottobre, in particolare per ostacolare la rielezione di Lula. Ma nei primi mesi del nuovo anno gli occhi saranno tutti puntati sul Venezuela. Da settimane la pressione militare di Trump è ai massimi. L’obiettivo dichiarato è di fermare il narcotraffico, ma quello reale è portare all collasso del regime di Nicolas Maduro. Per giorni si è speculato su raid di terra e operazioni speciali. Per una guerra vera e propria serve un voto del Congresso, che difficilmente potrebbe avvenire in un anno elettorale. Ma non è detto che Trump estenda, ancora una volta, i suoi poteri presidenziali ordinando la sua personale “operazione militare speciale” nella repubblica bolivariana.
Nella notte di Capodanno un’esplosione ha devastato un bar a Crans-Montana, nota località sciistica del Canton Vallese, provocando almeno 10 morti e 10 feriti, secondo quanto ha riferito la polizia a Sky News. L’incidente è avvenuto intorno all’1:30 all’interno del bar Le Constellation, dove erano in corso i festeggiamenti per l’arrivo del nuovo anno. La polizia cantonale ha detto di non trattare l’episodio come un attentato terroristico e che è in programma una conferenza stampa alle ore 10 per chiarire ulteriori dettagli.
ALERTE INFO – Une explosion a déclenché un incendie dans un bar de Crans-Montana (VS) lors des festivités du Nouvel An, faisant plusieurs morts et blessés graves. (Blick) pic.twitter.com/GKiGZfTETs
Secondo la Radiotelevisione svizzera, la prima esplosione si sarebbe verificata nel seminterrato del locale, da cui è poi divampato un incendio che ha distrutto l’intero edificio. Al momento dell’incidente all’interno del bar si trovavano oltre cento persone, anche se il locale poteva accoglierne fino a 400. I soccorsi sono intervenuti immediatamente: numerose ambulanze e gli elicotteri di Air-Glaciers hanno trasportato i feriti negli ospedali della regione. L’area è stata chiusa al pubblico e la polizia ha attivato una linea di assistenza per le famiglie. Il ministero degli Esteri italiano ha fatto sapere di seguire la situazione tramite il consolato a Ginevra e di aver avviato verifiche su un eventuale coinvolgimento di cittadini italiani.
Il Dipartimento di Polizia ha chiesto e ottenuto lo stop alla diffusione dei referti medici legati alla morte del regista Rob Reiner e della moglie Michele Singer. Lo ha stabilito un tribunale e comunicato l’Ufficio del medico legale della contea. L’ordine è stato ricevuto alla vigilia di Natale. Su tutta la documentazione sanitaria, mentre l’indagine prosegue per omicidio, è stato apposto «un blocco di sicurezza».
In una nota si legge: «Benché in precedenza siano state rese note la causa e le modalità del decesso, a seguito dell’ordine del tribunale tali informazioni non sono più disponibili. Nessun’altra informazione o documento, incluso il rapporto del medico legale, potrà essere diffuso o pubblicato sul sito fino a nuovo avviso». Intanto si indaga mentre per il 7 gennaio è fissata l’udienza di rinvio a giudizio per Nick Reiner, figlio della coppia, incriminato con due capi d’accusa per omicidio di primo grado.
L’agenzia russa Tass ha diffuso un filmato che mostrerebbe i resti di un drone che, secondo la versione di Mosca, si sarebbe schiantato nei pressi della residenza del presidente Vladimir Putin. In un briefing, il generale Alexander Romanenkov ha ricostruito quello che le autorità russe definiscono un attacco contro la residenza presidenziale sul lago Valdaj, nella regione di Novgorod: «Intorno alle 19:20 del 28 dicembre 2025, unità delle truppe radio-tecniche delle forze aerospaziali hanno rilevato un attacco con droni ad ala fissa operanti a quote estremamente basse dalle regioni di Sumy e Chernihiv in Ucraina», ha dichiarato l’alto ufficiale, aggiungendo che «L’attacco nemico, come mostrato sulla mappa, è stato condotto in diverse direzioni verso la residenza del presidente russo, sorvolando le regioni di Bryansk, Smolensk, Tver e Novgorod, utilizzando 91 droni».
FIRST FOOTAGE OF UKRAINE'S DRONE TARGETED PUTIN'S RESIDENCE
The Russian Defense Ministry publishes flight path of Ukraine's UAVs that took off from Sumy and Chernigov regions pic.twitter.com/VlQA8ZriLg
Kallas: «Da parte di Mosca una deliberata distrazione»
Alle accuse russe ha replicato l’Unione europea attraverso l’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, che in un messaggio pubblicato su X ha contestato la ricostruzione di Mosca. «L’affermazione della Russia secondo cui l’Ucraina avrebbe recentemente preso di mira siti governativi chiave in Russia è una deliberata distrazione. Mosca mira a ostacolare i reali progressi verso la pace dell’Ucraina e dei suoi partner occidentali», ha scritto, invitando a non dare credito alla versione del Cremlino. «Nessuno dovrebbe accettare affermazioni infondate da parte dell’aggressore che ha preso di mira indiscriminatamente le infrastrutture e i civili ucraini dall’inizio della guerra».
La Corte Suprema israeliana ha bloccato l’iniziativa voluta dal primo ministro Benjamin Netanyahu sulle responsabilità del massacro del 7 ottobre 2023. I giudici hanno infatti emesso un’ordinanza che sospende la commissione d’inchiestaistituita dal governo e affidata al Controllore dello Stato Matanyahu Englman, un organismo che era stato fin dall’inizio contestato da numerosi oppositori per una presunta impostazione politica e per la mancanza di garanzie di imparzialità. Con il provvedimento, la Corte ha ordinato a Englman di interrompere immediatamente le attività, vietandogli sia di proseguire con gli interrogatori sia di rendere pubbliche eventuali conclusioni, anche parziali, maturate nel corso dell’indagine.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito «un manipolo di ragazzini» gli autori delle violenze attribuite ai coloni in Cisgiordania, rispondendo a una domanda sul tema. «Quando ne parlano, parlano di un manipolo di ragazzini», ha spiegato, precisando che «Si tratta di circa 70 ragazzi. Non sono della Cisgiordania. Sono adolescenti che compiono azioni come abbattere ulivi e talvolta tentano di incendiare una casa. Non posso accettarlo». Dopo l’incontro con Donald Trump, Netanyahu ha riferito di una convergenza di vedute con il presidente statunitense: «penso entrambi vogliamo vedere un futuro in cui quel territorio non viene usato per attacchi terroristici» e «vogliamo anche costruire molte infrastrutture, per noi e per i nostri vicini palestinesi». Il premier ha inoltre ribadito che «Israele deve avere il controllo militare sull’area».
Netanyahu: «A Gaza ancora circa 20 mila persone armate»
Parlando della situazione a Gaza, Netanyahu ha dichiarato in un’intervista a Fox News che Hamas dispone ancora di «ancora circa 20 mila persone armate, fondamentalmente di fucili Kalashnikov che usano periodicamente per giustiziare chiunque non voglia la continuazione della loro tirannia. Bisogna prendere tutte queste armi, toglierle, e distruggere i tunnel del terrore». Il premier ha anche affermato di ritenere opportuno dare «una possibilità» alla seconda fase del piano di pace per Gaza promosso da Donald Trump, richiamando «un tentativo di portare una forza internazionale» nell’enclave palestinese. Riguardo alla Forza internazionale di stabilizzazione prevista dal piano statunitense, Netanyahu ha precisato: «Finora non si è concretizzato, ma gli daremo una possibilità», avvertendo che, in caso di fallimento, si procederà «in un altro modo».
La Cina ha reso noto che dal 2026 introdurrà dazi aggiuntivi del 55 per cento su una parte delle importazioni di carne bovina provenienti da Brasile, Australia e Stati Uniti. La decisione, comunicata dal ministero del Commercio, segue la conclusione di un’indagine secondo cui l’afflusso di carne dall’estero avrebbe arrecato danni all’economia nazionale. Il provvedimento riguarda sia i prodotti freschi sia quelli congelati, disossati e non, ed è stato adottato con l’obiettivo di sostenere i prezzi interni e tutelare gli allevatori locali. Secondo le autorità, l’intervento potrebbe anche contribuire a ridurre le tensioni sui mercati internazionali della carne bovina, dove i prezzi rischierebbero di toccare livelli record a causa dell’elevata domanda e della limitata disponibilità in aree chiave, inclusi gli Stati Uniti.
Pechino: «Il mercato cinese resta aperto e ci sono margini di cooperazione»
Durante l’applicazione delle nuove regole saranno inoltre sospese le clausole di salvaguardia sulla carne bovina previste dall’accordo di libero scambio tra Cina e Australia. Sono escluse dal provvedimento le forniture provenienti da Paesi o regioni in via di sviluppo con una quota inferiore al 3 per cento, a condizione che il totale non superi il 9 per cento, anche se tali esenzioni potranno essere revocate in futuro qualora le soglie vengano oltrepassate. Un portavoce del Mofcom ha precisato che la misura ha carattere temporaneo e non mira a ostacolare gli scambi, sottolineando che «il mercato cinese resta aperto e vi sono ampi margini di cooperazione con i partner commerciali».
La Russia ha annunciato il dispiegamento in Bielorussia del nuovo sistema missilistico Oreshnik, con capacità nucleare. Secondo il ministero della Difesa russo, i missili sarebbero già entrati in servizio operativo. Le immagini diffuse mostrano mezzi militari mimetizzati nelle foreste innevate e una base aerea nella parte orientale della Bielorussia, vicino al confine russo. Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha parlato di dieci sistemi Oreshnik destinati al suo Paese, mentre Vladimir Putin ha ribadito l’intenzione di proseguire l’offensiva militare e conquistare nuovi territori ucraini, inclusa Zaporizhzhia. L’annuncio è arrivato all’indomani delle accuse del Cremlino su un presunto maxi attacco di droni ucraini contro una residenza di Putin nella regione di Novgorod. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato ritorsioni, ma il Cremlino non ha fornito prove. Testimonianze locali e media indipendenti russi riferiscono di assenza di esplosioni, allarmi o immagini di danni, mentre Kyiv ha respinto le accuse accusando la Russia di voler ostacolare i negoziati.
Il Ministero della Difesa russo ha presentato con questo video per la prima volta il sistema missilistico ipersonico Oreshnik e ha annunciato che è entrato in servizio operativo in Bielorussia. pic.twitter.com/l8DNUoXDba
Lo stato dei negoziati al 1.407mo giorno dall’inizio dell’invasione russa
Nel 1.407mo giorno dall’inizio dell’invasione russa la risoluzione del conflitto appare ancora lontana. Nelle ultime ore nella regione di Mosca si sono verificati blackout estesi durante attacchi di droni a infrastrutture elettriche, mentre le forze russe hanno colpito Odessa, ferendo quattro civili, tra cui tre bambini. Lo Stato maggiore ucraino segnala oltre 140 scontri in 24 ore lungo il fronte, con un uso massiccio di droni e bombe guidate da parte russa. Sul piano diplomatico, le trattative sono in stallo a causa di alcuni nodi centrali sui quali la Russia non vuole cedere. Mosca considera le regioni orientali del Donbas – Donetsk e Luhansk – come territorio da annettere definitivamente, ponendo la loro cessione come condizione per qualsiasi accordo. Volodymyr Zelenskyy ha escluso la possibilità di cedere territori, proponendo come compromesso la creazione di una zona demilitarizzata e un cessate il fuoco verificabile come prerequisito per un eventuale referendum nella regione. Neanche l’incontro tra i leader ucraino con Donald Trump ha prodotto aperture su questo punto, che resta il principale ostacolo politico e militare ai negoziati.
Tatiana Schlossberg, figlia di Caroline Kennedy e nipote dell’ex presidente Usa JFK, è morta a soli 35 anni. Lo ha comunicato la famiglia con un breve post su Instagram: «La nostra bellissima Tatiana è mancata questa mattina. Sarà sempre nei nostri cuori». Giornalista scientifica specializzata su temi ambientali, lo scorso 22 novembre aveva svelato in un saggio sul New Yorker di essere affetta da una leucemia mieloide acuta con una rara mutazione, l’Inversione 3, riscontrata in appena il 2 per cento dei casi. Tra le sue parole anche una dura critica al cugino Robert F. Kennedy Jr., attuale Segretario alla salute americano, che ha definito «un imbarazzo» per le sue posizioni contrarie alla ricerca medica finanziata dallo Stato e ai vaccini.
Chi era Tatiana Schlossberg e il racconto della malattia
Nata dalla diplomatica Caroline Kennedy, figlia maggiore di John Fitzgerald Kennedy, e dall’artista Edwin Schlossberg, la nipote dell’ex presidente degli Stati Uniti era un’apprezzata giornalista attiva soprattutto nel campo scientifico e ambientale. Laureatasi sia a Yale sia a Oxford e interessata ai temi climatici, ha scritto per New York Times, The Atlantic, Washington Post, Vanity Fair e Bloomberg. Nel maggio 2024, poco dopo aver dato alla luce il suo secondo figlio, la sua vita è cambiata. A seguito del parto, un medico notò un aumento di globuli bianchi insolitamente alto e ordinò ulteriori esami, che rivelarono la diagnosi di una leucemia. Tatiana Schlossberg ha iniziato così un’odissea che lei stessa ha raccontato in un saggio sul New Yorker dal titolo La battaglia contro il mio sangue, uscito il 22 novembre 2025, giorno del 62esimo anniversario dell’assassinio di JFK.
Tatiana Schlossberg fra la madre Caroline Kennedy e il padre Ed Schlossberg (Ansa).
Tatiana Schlossberg ha trascorso cinque settimane al Columbia-Presbyterian Hospital di New York prima di iniziare la chemioterapia a casa e di sottoporsi a un intervento chirurgico per il trapianto di midollo osseo. «Il giorno prima, al nono mese di gravidanza, avevo fatto trenta vasche in piscina. Non ero malata. Non mi sentivo malata», ha raccontato lei stessa su Vanity Fair. «In realtà ero una delle persone più in salute che conoscessi. Correvo regolarmente da 10 a 15 chilometri a Central Park. Una volta avevo attraversato a nuoto i cinque chilometri dell’Hudson». Raccontandosi senza filtri durante le ultime settimane, ha a lungo affrontato il peso psicologico di affrontare la malattia con due figli piccoli. «Il mio primo pensiero è stato che non si sarebbero ricordati di me», ha scritto Schlossberg. «Per lo più cerco di vivere e di stare con loro, adesso. Ma abitare davvero il presente è più difficile di quanto sembri, così lascio che i ricordi vadano e vengano».
Il desiderio di scrivere un libro sugli oceani
«Se non mi fossi ammalata, il mio progetto sarebbe stato scrivere un libro sugli oceani: sulla loro distruzione, ma anche sulle possibilità che offrono», ha raccontato nel suo ultimo articolo uscito su Vanity Fair. «Durante le cure ho scoperto che uno dei farmaci chemioterapici che ho ricevuto, la citarabina, esiste grazie a un animale marino: una spugna che vive nel Mar dei Caraibi, la Tectitethya crypta. La scoperta si deve a scienziati dell’Università della California, a Berkeley, che per primi hanno sintetizzato il farmaco nel 1959 e che, con ogni probabilità, hanno fatto affidamento proprio su quei finanziamenti pubblici che Bobby (Kennedy, ndr.) ha già iniziato a tagliare. Non scriverò della citarabina. Non saprò se siamo riusciti a incanalare la forza degli oceani o se li abbiamo lasciati bollire e trasformarsi in una discarica».
Il Wall Street Journal ha ricostruito in dettaglio il rapporto tra Jeffrey Epstein e Donald Trump, rivelando che l’ex finanziere fu per anni un frequentatore abituale di Mar-a-Lago, la residenza privata del presidente americano. Secondo il giornale, Epstein chiedeva che alcune giovani dipendenti della spa interna di proprietà di Trump fossero mandate nella sua villa in Florida per effettuare massaggi a domicilio. Le visite sarebbero proseguite fino al 2003, fino a quando un’estetista di 18 anni, rientrata da una di queste trasferte, riferì ai manager del club di aver subito pressioni per avere rapporti sessuali.
Donald Trump immortalato a un party con Jeffrey Epstein (Ansa).
Uno dei responsabili inviò un fax a Trump descrivendo l’episodio e suggerendo di vietare l’accesso a Epstein, che non tornò più a Mar-a-Lago. Epstein era già noto a livello internazionale per i suoi legami con politici e personaggi del jet set, e la seconda moglie di Trump, Marla Maples, aveva messo in guardia il marito e altri, definendolo «strano» e dicendosi preoccupata per la sua influenza. La polizia di Palm Beach, in Florida, aveva iniziato a indagare su Epstein poco dopo l’allontanamento da Mar-a-Lago, nel 2005, dopo che un genitore lo aveva denunciato per abuso sessuale. Nel 2008 fu condannato per aver procurato delle ragazze minorenni ad alcuni politici, e fu arrestato di nuovo nel 2019 con l’accusa di traffico sessuale di minori. La Casa Bianca ha respinto la ricostruzione del Wsj. La portavoce Karoline Leavitt ha parlato di «falsità e insinuazioni», ribadendo che Trump non ha commesso illeciti e che Epstein fu allontanato perché considerato una persona spregevole.
Nel pomeriggio di martedì 30 dicembre, due treni si sono scontrati sulla linea ferroviaria per Machu Picchu, la cittadella Inca nonché principale attrazione turistica del Perù. Nell’incidente una persona ha perso la vita, mentre circa 40 sono rimaste ferite, alcune in modo grave. Le autorità, come riporta la stampa locale, sono al lavoro per identificare i passeggeri contusi, molti dei quali sono visitatori stranieri, di cui non sono state ancora rese note le nazionalità. L’ambasciata americana ha tuttavia già confermato che ci sono cittadini statunitensi tra i feriti. In corso anche accertamenti per poter chiarire le cause dell’impatto.
Choque entre trenes de Perú Rail e Inka Rail en el km 82 (Qorihuayrachina) dejó varios heridos. Se solicitó apoyo urgente de ambulancias para evacuar a los afectados. Hasta ahora no hay reporte oficial sobre causas ni gravedad. Ocurre en una ruta clave hacia Machu Picchu. pic.twitter.com/02ZZNNCkem
Machu Picchu, la dinamica dell’incidente e chi è la vittima
L’incidente è avvenuto all’altezza di Qoriwayrachina, altro noto sito archeologico che si trova circa 10 chilometri a Sud-est di Machu Picchu e a circa due ore da Cuzco, lungo una delle tratte più frequentate da visitatori peruviani e stranieri. Secondo Jhonathan Castillo Gonzalez, capitano del dipartimento di polizia, uno dei due convogli proveniente dalla cittadella Inca si è scontrato, per motivi ancora ignoti, con un altro che invece era diretto lì. A perdere la vita è stato Roberto Cardenas Loayza, macchinista 61enne di uno dei due mezzi. Sul posto sono intervenute diverse ambulanze e squadre di soccorso, che hanno condotto i turisti feriti in diversi ospedali e in alcune cliniche della capitale regionale Cuzco.
Israele ha annunciato che dal 1° gennaio 2026 sospenderà l’operatività di decine di organizzazioni umanitarie internazionali nella Striscia di Gaza, accusandole di non aver fornito dettagli necessari per accertare che i loro dipendenti non abbiano legami con Hamas. Il provvedimento riguarda una trentina di ong e colpisce anche realtà di primo piano come ActionAid, Medici Senza Frontiere, International Rescue Committee e Norwegian Refugee Council, che avranno due mesi di tempo per concludere le loro attività. Israele ha detto che la distribuzione degli aiuti potrà continuare attraverso «canali approvati» o partner bilaterali, accentrando ulteriormente il controllo dell’assistenza umanitaria.
Khan Younis (Ansa).
Dal 2007 Hamas controlla di fatto la Striscia di Gaza. In questo contesto, molte organizzazioni umanitarie sono spesso costrette ad avere contatti operativi con le autorità locali per poter distribuire aiuti. Israele ha usato questo fatto per accusare varie ong di essere colluse con il gruppo e di avere dei dipendenti che ne fanno parte. Nel 2024, Israele aveva già vietato di operare all’Unwra, agenzia delle Nazioni Unite, anche se un rapporto indipendente commissionato dall’Onu aveva concluso che non erano state fornite prove a sostegno delle accuse.
La catastrofe umanitaria a Gaza
La decisione è destinata ad aggravare l’emergenza umanitaria presente nella Striscia di Gaza, dove 1,3 milioni di persone necessitano ancora di un riparo urgente. Nelle ultime settimane violente tempeste hanno distrutto migliaia di tende, esponendo gli sfollati a condizioni di freddo estremo: almeno 15 persone, tra cui dei neonati, sono morte di ipotermia. Inoltre, oltre la metà delle strutture sanitarie è solo parzialmente funzionante e soffre una grave carenza di attrezzature e forniture mediche, mentre il collasso delle infrastrutture igienico-sanitarie ha lasciato 740 mila persone esposte al rischio di inondazioni contaminate. In un comunicato congiunto, i ministri degli Esteri di dieci Paesi – tra cui Regno Unito, Francia, Canada e Giappone – hanno avvertito che la sospensione forzata delle attività delle ong avrà un impatto diretto sull’accesso della popolazione civile a cure mediche, cibo e altri servizi essenziali.
L’FBI ha scovato decine di motociclette da competizione che hanno fatto la storia della Classe 500, della MotoGp e di altre categorie. Lo ha mostrato l’account ufficiale di X spiegando che il ritrovamento è stato completato all’interno del garage della casa a Los Angeles di Ryan James Wedding. Quest’ultimo, ex campione di snowboard, è uno dei dieci latitanti più ricercati dagli Stati Uniti. Su di lui, 44enne canadese, pendono accuse pesanti. Si va dal traffico internazionale di droga al riciclaggio di denaro, associazione per delinquere e omicidio. L’FBI ha anche messo sulla sua cattura una taglia da 15 milioni di dollari.
Le moto trovate
E la collezione di moto? Ha una valore di circa 40 milioni di dollari. Basti pensare che tra le moto ci sono alcune Desmosedici come la numero 65 di Loris Capirossi o quelle guidate da Valentino Rossi, Andrea Iannone e Jorge Lorenzo. Ma oltre alle Ducati ci sono anche una replica legata a Mike Hailwood, l’Aprilia 125 del 1996 con cui ha esordito lo stesso Valentino e la Suter MMX2 con i colori Repsol guidata da Marc Márquez nel 2012, quando ha vinto poi il titolo in Moto2. In totale sarebbero una cinquantina i mezzi presenti.
This month, Mexican authorities executed multiple search warrants and seized a large number of motorcycles with an estimated value of approximately $40 million USD believed to be owned by FBI’s Top Ten Fugitive Ryan James Wedding. This successful seizure is a result of… pic.twitter.com/yessXdMYDV
Hanno forato una delle pareti di una banca, la Cassa di risparmio Sparkasse, passando da un parcheggio e sfruttando la chiusura natalizia. Poi hanno svaligiato circa 3.300 cassette di sicurezza, appartenenti a 2.700 clienti, e sono fuggiti con un bottino da oltre 30 milioni di euro. A raccontare i fatti è la Bild, che ha parlato di una rapina che sembra uscita da un film. I ladri hanno agito a Gelsenkirchen, nel Nordreno-Vestfalia, in Germania. La polizia sta cercando di capire come sia stato possibile portare a termine un colpo del genere alla vigilia di Natale. Dal lunedì successivo, inoltre, centinaia di clienti si sono recati alla filiale preoccupati per i propri beni. Una vicenda che resta tutt’ora da chiarire.
Eurostar ha annunciato la ripresa dei servizi ferroviari dal Regno Unito all’Europa continentale con la «parziale riapertura» del tunnel della Manica, in seguito alblocco dei treni causato da un problema alla rete elettrica, che non è stato completamente risolto. «Il problema con l’alimentazione rimane e consigliamo vivamente a tutti i nostri passeggeri di posticipare il viaggio a una data diversa», si legge sul sito di Eurostar. «Si prega di non presentarsi in stazione se il treno è stato confermato come cancellato. Ci scusiamo per i ritardi e le cancellazioni dell’ultimo minuto dei treni in circolazione».
Il 6 gennaio si terrà in Francia un nuovo vertice tra l’Ucraina e i leader della coalizione dei Volenterosi. Lo ha annunciato Volodymyr Zelensky. «Rustem Umerov (capo delegazione negoziale ucraino, ndr) ha appena riferito dell’accordo raggiunto con i consiglieri per la sicurezza nazionale dei Paesi della Coalizione dei Volenterosi in merito a un incontro che si terrà a breve. Lo abbiamo programmato per il 3 gennaio in Ucraina. Subito dopo, discuteremo a livello di leader: gli incontri sono necessari. Lo abbiamo programmato per il 6 gennaio in Francia», ha scritto Zelensky su X. E poi: «Sono grato al team del presidente Donald Trump per la disponibilità a partecipare a tutti i formati efficaci. Oggi i nostri team hanno comunicato e ora abbiamo discusso con Rustem i prossimi passi e i punti salienti dei negoziati. Non stiamo buttando via nemmeno un giorno».
Eurostar ha comunicato nella giornata di martedì 30 dicembre lo stop a «tutti i treni tra Londra, Parigi, Amsterdam e Bruxelles» a seguito di due problemi tecnici verificatisi nel tunnel sotto la Manica In una nota pubblicata sul proprio sito, Eurostar ha invitato i viaggiatori a rimandare la partenza, spiegando: «A causa di un problema con l’alimentazione elettrica aerea nel tunnel sotto la Manica e di un conseguente guasto al treno Le Shuttle, consigliamo vivamente a tutti i nostri passeggeri di posticipare il loro viaggio a una data diversa. Si prega di non recarsi alla stazione a meno che non si disponga già di un biglietto per il viaggio». La compagnia ha aggiunto: «Ci dispiace che i treni in servizio siano soggetti a gravi ritardi e cancellazioni dell’ultimo minuto» e ha raccomandato di verificare costantemente lo stato dei convogli. Ai clienti coinvolti viene offerta la possibilità di modificare gratuitamente il biglietto oppure di cancellare la prenotazione ottenendo un rimborso o un voucher.
La competizione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti nello Yemen è in corso da tempo, ma nella notte si è verificata una preoccupante escalation militare. Negli ultimi sviluppi della guerra civile in corso, l’Arabia Saudita e le forze yemenite fedeli al governo riconosciuto hanno intensificato i bombardamenti contro milizie e forze legate agli Emirati Arabi Uniti, in particolare quelle del Southern Transitional Council (STC), un gruppo separatista meridionale sostenuto da Abu Dhabi. I raid aerei sauditi hanno colpito posizioni e convogli di armi destinati allo STC nel sud del Paese, specie nella provincia di Hadramawt e nel porto di Mukalla, affacciato sul Golfo di Aden, dove è stata bombardata una nave, dopo che le forze separatiste avevano avanzato in territori strategici senza coordinamento con il governo centrale e Riad. I separatisti puntano alla ricostituzione dello Yemen del Sud, Stato esistito dal 1967 al 1990, fino all’unificazione con il Nord.
Happy to see that the brotherly and allied Saudi military coalition has targeted illicit weapons shipments from the United Arab Emirates offloaded at Mukalla Port in Hadramout, Yemen.
Pakistan supports our brother Saudi Arabia in taking all measures to ensure its security. pic.twitter.com/bpQfQsTSpY
Il governo yemenita ha cancellato l’accordo di difesa con gli Emirati
Questa escalation militare è accompagnata da una rottura politica tra il governo dello Yemen e gli Emirati. Rashad al-Alimi, capo del consiglio presidenziale, ha dichiarato lo stato di emergenza di 90 giorni (con un blocco aereo, marittimo e terrestre di 72 ore) e cancellato l’accordo di difesa con gli Emirati, accusando Abu Dhabi di alimentare «conflitti interni» e ordinando a tutte le forze emiratine di ritirare le proprie forze dallo Yemen e di cessare il supporto a qualsiasi gruppo presente nel Paese entro 24 ore. Un invito, questo, subito appoggiato dall’Arabia Saudita. Si tratta di una mossa che riflette la frattura nei rapporti tra Riad e Abu Dhabi all’interno della coalizione anti-Houthi e che evidenzia come la guerra, già segnata da un conflitto di lunga durata contro gli Houthi, si stia trasformando anche in una lotta di influenza interna tra le potenze del Golfo, che sostengono gruppi rivali all’interno del governo yemenita, con conseguenze dirette sulle milizie armate e sulla popolazione civile.
Tragico incidente nelle acque della California. La triatleta statunitense Erica Fox è stata uccisa da uno squalo durante un allenamento in mare aperto assieme a un club di nuoto: i resti del suo corpo sono stati trovati sulla spiaggia di Davenport, poco a sud di Santa Cruz. La 55enne era partita lo scorso 21 dicembre, assieme a un gruppo di 12 persone tra cui il marito Jean-François Vanreusel, da Lovers Point, non lontano da Monterey, ma non aveva mai fatto ritorno a riva. Come riporta il San Francisco Chronicle, il corpo indossava ancora la tuta nera attillata che la donna usava negli allenamenti e nelle competizioni. Alla caviglia, la «fascia anti-squalo», dispositivo che emette onde elettromagnetiche e che dovrebbe prevenire gli attacchi dei predatori.
Erica Fox, la possibile dinamica dell’incidente
Erica Fox era partita, come detto, assieme a un ristretto gruppo di persone con cui verosimilmente stava tenendo una sessione di allenamento. Preoccupato di non rivederla a riva, il marito Vanreusel aveva dato subito l’allarme. Le ricerche condotte per circa una settimana hanno coinvolto la Guardia costiera statunitense, i vigili del fuoco e la polizia locale. Le speranze di ritrovarla viva erano tuttavia calate quando un testimone oculare ha raccontato al San Francisco Chronicle di aver visto emergere dall’acqua uno squalo, secondo alcuni un esemplare di grande squalo bianco, con quello che sembrava un corpo umano tra le fauci prima di sparire di nuovo nelle profondità marine. Il marito e il padre, che oggi hanno effettuato il riconoscimento dei resti, avevano già organizzato una fiaccolata commemorativa in sua memoria.
Erica Fox durante una gara (da X).
Chi era la triatleta uccisa da uno squalo in California
Capace di completare diversi triathlon e due Half Iron Man, competizioni tra le più dure al mondo a livello fisico, Erica Fox era molto amata in patria. Sara Rubin, direttrice e collega dell’atleta, parlando sul Monterey County Weekly l’ha definita «un’amica appassionata che aveva trovato la pace interiore nuotando nell’Oceano Pacifico» dove stabilmente amava allenarsi in mare aperto. «Vent’anni fa, Erica Fox e un’amica hanno iniziato a nuotare ogni domenica a Lovers Point, a Pacific Grove. Da allora, sono stati scritti diversi libri sulla scienza del nuoto e sui suoi benefici per il nostro cervello», ha detto Rubin. «Erica non ha mai avuto bisogno di un libro per apprendere ciò che sapeva per esperienza: nuotare nell’oceano è un balsamo per il corpo e la mente, un’avventura tanto quanto una meditazione. Aveva sviluppato un rapporto profondamente intimo con l’Oceano».
Rubin ha proseguito spiegando che Fox «comprendeva il rischio» di nuotare in acque popolate da grandi squali bianchi e che «si sarebbe opposta nel definire un evento simile come un attacco, esortandoci invece a chiamarlo incidente». Nonostante a largo della California siano sempre più numerosi gli avvistamenti di squali bianchi, è piuttosto raro che possano attaccare gli esseri umani. Erica Fox è la 17esima vittima negli ultimi 75 anni.