Aidaros al-Zubaidi, leader dei separatisti yemeniti estromesso dall’esecutivo con l’accusa di «alto tradimento», è fuggito negli Emirati Arabi Uniti. Lo riferisce la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, descrivendo nei dettagli la rocambolesca fuga di Al-Zubaidi, iniziato in barca da Aden verso il porto di Berbera, in Somaliland, e proseguita poi su un aereo che ha fatto scalo a Mogadiscio (Somalia) «sotto la supervisione di ufficiali emiratini», per poi atterrare in un aeroporto militare di Abu Dhabi. Al-Zubaidi, capo del Consiglio di Transizione Meridionale, nella serata del 7 gennaio avrebbe dovuto recarsi nella capitale saudita Riad per colloqui volti a porre fine al conflitto nello Yemen.
Momenti di ansia per Sara Carbonero. La giornalista e conduttrice spagnola, ex moglie del portiere del Real Madrid e della Roja Iker Casillas, è ricoverata nel reparto di terapia intensiva di un ospedale di Lanzarote dallo scorso 2 gennaio. Come riportano diversi quotidiani iberici, tra cui ¡Hola!, stava trascorrendo le vacanze alle Canarie con il compagno e un gruppo di amici quando ha d’improvviso accusato un malore. Sottoposta a intervento chirurgico d’urgenza, effettuato con successo, si sta ora riprendendo sotto la supervisione dell’equipe medica. Secondo fonti vicine alla famiglia, Carbonero sarebbe stabile e vigile e le sue condizioni non richiederebbero un trasferimento in elicottero presso una struttura della Spagna continentale. Informato del ricovero, Casillas sta seguendo gli sviluppi in contatto con le persone che sono accanto all’ex moglie.
Sara Carbonero, nel 2019 le era stato diagnosticato un tumore
Secondo la ricostruzione del quotidiano ¡Hola!, Sara Carbonero sarebbe giunta in ospedale lo scorso 2 gennaio lamentando forti dolori addominali. Un malessere che ha reso necessario un ricovero e un’operazione d’urgenza. L’entourage della giornalista ha chiesto ai media e al pubblico di osservare massimo rispetto, prudenza e cautela, evitando speculazioni sul suo attuale stato di salute in attesa che l’equipe medica competente fornisca un referto ufficiale. Nel 2019 alla giornalista, oggi 41enne, era stato diagnosticato un tumore alle ovaie da cui era guarita tramite operazione e trattamento di chemioterapia. «Bisogna rendere normali queste cose, accadono a molte persone», aveva spiegato all’epoca. Due anni dopo, durante un nuovo controllo, aveva scoperto di avere un altro tumore che fortunatamente era stato scoperto in tempo. Sembra che l’attuale ricovero e il conseguente intervento non siano collegati alla malattia.
La giornalista Sara Carbonero alle Canarie (da Instagram).
Durante questi giorni, al fianco di Sara Carbonero ci sono il compagno José Luis «Jota» Cabrera e l’amica e collega Isabel Jiménez, che l’hanno accompagnata in ospedale. Prima di essere ricoverata, la giornalista aveva pubblicato un post di auguri per il nuovo anno: «Le ultime ore del 2025 e le prime del 2026 non avrebbero potuto essere migliori: bagno al mare, l’isola più bella e una compagnia di lusso», aveva scritto su Instagram. «Che quest’anno porti sorrisi, divertimento e tanti momenti di quelli belli che la nostra anima ha bisogno di vivere».
Migliaia di persone sono scese per strada a Minneapolis e in altre città degli Stati Uniti dopo l’uccisione di Renee Nicole Good, la donna di 37 anni a cui un’agente dell’ICE ha sparato al volto mentre era alla guida della sua macchina. Veglie, cortei e presidi continuano a chiedere chiarezza sulla dinamica dell’uccisione e a contestare la versione fornita dalle autorità federali, secondo cui la donna avrebbe tentato di investire gli agenti. Una versione che, al momento, pare smentita da un video di un testimone che ha ripreso la scena. Il Dipartimento di Sicurezza interna ha accusato la donna di un «atto di terrorismo intero» e Donald Trump l’ha definita «un’agitatrice professionista», ma le testimonianze locali di chi la conosceva mettono in discussione la narrazione della Casa Bianca, già accusata dal sindaco di Minneapolis Jacob Frey e dal governatore del Minnesota, Tim Walz, di fare propaganda.
Video of the Minneapolis ICE shooting completely contradicting ICE's account that the driver was trying to ram anyone. Looks like they were turning around to leave, and immediately lit up pic.twitter.com/PwUZkPkIVt
La madre di Renee Nicole Good: «Non partecipava alle proteste contro l’ICE»
La madre di Renee Nicole Good, Donna Ganger, parlando con il Minnesota Star Tribune ha respinto con decisione la narrazione che dipinge la figlia come un’attivista violenta. «Era una delle persone più gentili che abbia mai conosciuto», ha detto. «Era estremamente compassionevole. Si è presa cura delle persone per tutta la vita». Ganger ha aggiunto che Renee «non ha mai fatto parte di nulla del genere», riferendosi alle mobilitazioni contro l’ICE, e che «probabilmente era terrorizzata». L’ex marito, citato da Politico, ha raccontato che la donna aveva appena accompagnato il figlio di 6 anni a scuola e stava tornando a casa dal suo attuale compagno. Sui social, Renee Nicole Good si definiva “poetessa, scrittrice, moglie, mamma e chitarrista da quattro soldi del Colorado”. Originaria di Colorado Springs, si era trasferita da poco in Minnesota. Nel 2020 si era laureata in Letteraturainglese alla Old Dominion University, dove aveva studiato scrittura creativa, vinto un premio universitario di poesia e pubblicato alcuni lavori su riviste letterarie.
Nella serata di mercoledì 7 gennaio Donald Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Il trattato, sottoscritto nel 1992 a Rio de Janeiro da 197 Paesi e dall’Unione europea, costituisce il riferimento giuridico per tutti i negoziati multilaterali sul contenimento del riscaldamento globale e ha rappresentato il primo riconoscimento formale, a livello mondiale, della necessità di ridurre le emissioni di gas serra.
Sono 66 organizzazioni al quale la Casa Bianca ha sospeso il sostegno
Il passo indietro sul clima rientra in una scelta più ampia che riguarda il rapporto di Washington con la cooperazione internazionale. Con un messaggio diffuso sui propri canali social, Trump ha reso nota la firma di un memorandum presidenziale che sospende il sostegno statunitense a 66 organizzazioni, agenzie e commissioni internazionali, 31 delle quali riconducibili al sistema delle Nazioni Unite. L’elenco, pubblicato sul sito ufficiale della Casa Bianca dopo una revisione interna su partecipazione e finanziamenti, comprende numerosi organismi attivi su clima, lavoro e migranti, ambiti che l’Amministrazione ha classificato come legati a politiche di diversità e iniziative definite «woke». Tra le strutture coinvolte figurano anche enti non direttamente collegati all’Onu, come il Partnership for Atlantic Cooperation, l’International Institute for Democracy and Electoral Assistance e il Global Counterterrorism Forum.
Rubio: «Enti dominati da ideologie progressiste distaccate dagli interessi nazionali»
Tra i nomi presenti nella lista compaiono inoltre l’Ipcc, principale organismo scientifico delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’International Renewable Energy Association e l’International Union for Conservation of Nature, oltre a realtà come il Carbon Free Energy Compact, l’Università delle Nazioni Unite, l’International Tropical Timber Organization e altri organismi tecnici e culturali. A motivare la scelta è stato il Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui «Ciò che è iniziato come un quadro pragmatico di organizzazioni internazionali per la pace e la cooperazione si è trasformato in una vasta architettura di governance globale, spesso dominata da un’ideologia progressista e distaccata dagli interessi nazionali». Il ritiro dall’Unfccc rappresenta l’ultimo atto di un percorso che negli anni ha già portato gli Stati Uniti a sospendere o ridurre il sostegno a enti come l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Unrwa, il Consiglio Onu per i diritti umani e l’Unesco.
Più di un milione di famiglie nella regione di Dnipropetrovsk, nell’Ucraina centrale, sono rimaste senza elettricità, acqua e riscaldamento dopo gli attacchi russi che nella notte hanno colpito le infrastrutture energetiche in diverse oblast’. Lo ha reso noto Oleksii Kuleba, vicepremier e ministro dello Sviluppo Comunitario e Territoriale ucraino, spiegando che «i lavori di riparazione sono in corso». Secondo quanto riportato dall’esercito di Kyiv, la Russia ha attaccato nelle regioni di Dnipropetrovsk, Kherson e Zaporizhzhia con missili e 97 droni, di cui 77 sono stati abbattuti dalle forze di difesa aerea. Almeno tre persone sono rimaste uccise e sette ferite. Nel mirino anche Kryvyj Rih, città natale di Volodymyr Zelensky, su cui i russi hanno lanciato uno dei più grandi attacchi combinati dall’inizio della guerra.
Migliaia di persone stanno protestando in diverse città degli Stati Uniti dopo l’uccisione di Renee Nicole Macklin Good, 37 anni, colpita a morte da un agente dell’ICE mercoledì a Minneapolis, durante una vasta operazione dell’agenzia federale per l’immigrazione. Nella città del Minnesota centinaia di persone si sono riunite già poche ore dopo la sparatoria: manifestazioni si sono poi tenute a Chicago, New York, Detroit, San Francisco, Seattle e Boston. Secondo le ricostruzioni e i video circolati online, Macklin Good – cittadina americana, madre di tre figli – si trovava in auto su una strada innevata quando ha incontrato un gruppo di agenti dell’ICE impegnati nei raid. Nel video si vede l’auto cercare di allontanarsi mentre un agente era vicino al finestrino: l’uomo ha immediatamente estratto l’arma e sparato al volto della donna. Non ci sono agenti feriti.
Una manifestazione contro l’ICE a New York dopo l’uccisione di una donna a Minneapolis (Ansa).
L’amministrazione Trump accusa la donna di «un atto di terrorismo interno»
Dopo la sparatoria il governo ha difeso la condotta dell’ICE. In una conferenza stampa, Tricia McLaughlin, portavoce del Dipartimento per la Sicurezza interna, ha affermato che gli agenti stavano «conducendo operazioni mirate» quando un gruppo di «rivoltosi» avrebbe bloccato la strada. Secondo la sua ricostruzione, una donna avrebbe tentato di investire gli agenti «nel tentativo di ucciderli», «usando la sua auto come un’arma». A quel punto, ha detto McLaughlin, un agente che «temeva per la propria vita» ha sparato per difendersi e per proteggere i colleghi, uccidendo la donna. La versione è stata ribadita dalla segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, che ha definito l’episodio un «atto di terrorismo interno» contro l’ICE. Anche Donald Trump è intervenuto con un post su Truth Social, parlando di una «agitatrice professionista» tra i presenti e ha sostenuto che la donna alla guida «ha investito in modo violento, volontario e brutale l’agente dell’ICE». Una versione, però, smentita dal video.
Video of the Minneapolis ICE shooting completely contradicting ICE's account that the driver was trying to ram anyone. Looks like they were turning around to leave, and immediately lit up pic.twitter.com/PwUZkPkIVt
Per il sindaco di Minneapolis la ricostruzione della Casa Bianca è una «stronzata»
La versione del governo è stata respinta dal sindaco di Minneapolis Jacob Frey, che ha definito la ricostruzione una «stronzata»: ha detto che i video non mostrano un’auto usata come arma e ha chiesto all’ICE di «andarsene da Minneapolis». La polizia locale ha annunciato un’indagine con l’FBI e le autorità statali. Il governatore del Minnesota Tim Walz ha parlato di «propaganda» dell’amministrazione Trump e promesso un’inchiesta completa su quanto accaduto. Ha inoltre attivato il centro operativo di emergenza, chiedendo proteste pacifiche. La vicepresidente Kamala Harris ha accusato il governo di «gaslighting», cioè di manipolare i fatti, chiedendo un’indagine statale imparziale. Sul caso è intervenuto anche il sindaco di New York, Zohran Mamdani, che ha condannato i raid come «crudeli e disumani».
Una donna è stata uccisa nel corso di una massiccia operazione della United States Immigration and Customs Enforcement (ICE) a Minneapolis. La vittima, moglie di un importante attivista, avrebbe tentato di speronare con la sua auto le forze dell’ordine impegnate nella zona di Powerhorn, quartiere residenziale della città del Minnesota. In un video si vede un agente sparare a bruciapelo attraverso il finestrino della vettura, mentre la donna stava tentando di allontanarsi al volante della vettura.
JUST IN: Another angle of the ICE shooting in Minneapolis!
It shows ICE Agents shooting an unarmed woman as she was driving off!
La versione del Dipartimento della Sicurezza Interna
Il Dipartimento della Sicurezza Interna ha affermato che la donna «ha usato la sua auto come un’arma, cercando di uccidere» agenti federali che stavano conducendo «un’azione mirata». Un «atto di terrorismo interno», ha spiegato la Homeland Security: «L’agente dell’ICE, temendo per la sua vita, quella dei suoi colleghi e per l’incolumità pubblica, ha sparato per difendersi. Sfruttando il suo addestramento ha salvato la vita a se stesso e ai suoi colleghi».
Today, ICE officers in Minneapolis were conducting targeted operations when rioters began blocking ICE officers and one of these violent rioters weaponized her vehicle, attempting to run over our law enforcement officers in an attempt to kill them—an act of domestic terrorism.…
Il Venezuela ha avviato ufficialmente un negoziato con gli Stati Uniti sulla fornitura di petrolio. È quanto si legge in un comunicato della compagnia statale Pdvsa (Petróleos de Venezuela, S.A.). Il processo, spiega la nota, «si sta svolgendo secondo accordi simili a quelli in vigore con aziende internazionali, come Chevron, e si basa su una transazione strettamente commerciale, nel rispetto dei principi di legalità, trasparenza e reciproco vantaggio». Il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha riferito che i leader venezuelani ad interim hanno chiesto che il carico di petrolio sequestrato sulla nave Sophia, abbordata nel Mar dei Caraibi, faccia parte dell’accordo: «Sanno che l’unico modo per trasportare greggio e generare entrate senza andare incontro al collasso economico è collaborare con noi». Parlando a un evento a Miami il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, ha affermato che «gli Usa devono controllare a tempo indeterminato le vendite e i ricavi petroliferi del Venezuela» per promuovere i cambiamenti che desiderano vedere nel Paese sudamericano.
«La prima opzione di Donald Trump sulla Groenlandia è sempre la diplomazia, per questo sta attivamente discutendo l’acquisto dell’isola». Lo ha detto Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca. Dopo le tensioni seguite alle minacce di annessione da parte di Trump, il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato un incontro con le autorità della Danimarca la prossima settimana. Il presidente Usa sostiene che gli Stati Uniti hanno bisogno di controllare l’isola più grande del mondo – territorio autonomo del Regno di Danimarca – per garantire la sicurezza nazionale di fronte alle crescenti minacce provenienti da Cina e Russia nell’Artico. Ma in ballo ci sono anche interessi commerciali ed estrattivi.
Donald Trump è tornato a parlare di Nato e dei rapporti internazionali con un lungo messaggio pubblicato sul suo social Truth. Rivendicando il proprio ruolo, ha scritto: «Ricordate, per tutti quei grandi fan della Nato, erano al 2 per cento del PIL e la maggior parte non pagava le bollette, finché non sono arrivato io». Il presidente Usa ha quindi aggiunto: «Senza il mio coinvolgimento, la Russia avrebbe tutta l’Ucraina in questo momento». Nel proseguire del messaggio, il tycoon ha spiegato: «Ricordate, inoltre, che io da solo ho fine a otto guerra e la Norvegia, membro della Nato, stupidamente ha scelto di non darmi il Premio Nobel per la Pace. Ma questo non importa! Ciò che conta è che ho salvato milioni di vite. Russia Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti. L’unica nazione che temono e rispettano è il Presidente degli Stati Uniti».
Zelensky: «Gli Usa catturino Kadyrov come hanno fatto con Maduro»
Sul fronte della guerra in Ucraina, il presidente Volodymyr Zelensky ha invece indicato una possibile strategia per aumentare la pressione sulla Russia, facendo riferimento a quanto avvenuto in Venezuela. Secondo il leader di Kyiv, dopo la cattura di Nicolás Maduro, Washington potrebbe prendere di mira anche il leader ceceno Ramzan Kadyrov, alleato di Vladimir Putin. Gli Stati Uniti, ha dichiarato Zelensky, «hanno gli strumenti. Sanno come usarli. E quando vogliono davvero, li trovano. La cosa principale è che l’Ucraina sia una priorità per loro. Trovate gli strumenti, fate pressione sulla Russia». Citando l’operazione contro Maduro, il presidente ucraino ha aggiunto che gli Usa «hanno condotto un’operazione. Tutti hanno visto il risultato, il mondo intero. L’hanno fatto in fretta. Che conducano un’altra operazione con Kadyrov, con quell’assassino. Forse allora Putin se ne accorgerà e ci penserà due volte». Zelensky ha rilasciato queste dichiarazioni mentre si trova in visita a Cipro, Paese che ha assunto la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea.
È morto a 84 anni Aldrich Ames, ex agente della counterintelligence della Cia, che stava scontando l’ergastolo per aver spiato per l’Unione Sovietica. Il decesso è avvenuto nel Federal Correctional Institution di Cumberland, in Maryland. Quando fu arrestato nel 1994, Ames aveva alle spalle 31 anni di carriera dell’intelligence americana con incarichi in tutto il mondo, Italia compresa. L’allora direttore della Cia, James Woolsey, lo descrisse come «un maligno traditore del suo Paese».
Fu arrestato nel 1994
Ames aveva iniziato a lavorare per Mosca alla metà degli Anni 80, dopo che la seconda moglie Rosario – addetta culturale dell’ambasciata colombiana che lavorava in segreto per la Cia – fu arrestata e condannata a cinque anni di prigione: per prima cosa, in cambio di 50 mila dollari, consegnò ai russi i nomi di alcuni agenti del Kgb che erano spie degli americani. Successivamente consegnò a Mosca, in cambio di 2 milioni di dollari, l’intera lista degli asset americani. Non avendo destato alcun sospetto, Ames continuò a fare carriera: tra il 1986 e il 1989 lavorò a Roma e supervisionò le operazioni in Cecoslovacchia negli anni del crollo dell’Urss. Fu infine arrestato nel 1994, quando fu individuato come la talpa che aveva ceduto i segreti della Cia ai russi.
Dopo un inseguimento durato più di due settimane attraverso l’Atlantico, gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera battente bandiera russa, legata al Venezuela. La nave, originariamente nota come Bella-1 e ribattezzata Marinera, è stata messa in sicurezza ed è sotto la custodia degli Usa. «Questo sequestro supporta le parole del Presidente degli Stati Uniti contro le navi sanzionate che minacciano la sicurezza e la stabilità dell’emisfero occidentale. L’operazione è stata eseguita da componenti del Dipartimento di Sicurezza Nazionale con il supporto del Dipartimento della Guerra, dimostrando un approccio che coinvolge l’intero governo per proteggere la patria», si legge sull’account X dello U.S. European Command. Il sequestro è avvenuto nel Nord Atlantico.
The @TheJusticeDept & @DHSgov, in coordination with the @DeptofWar today announced the seizure of the M/V Bella 1 for violations of U.S. sanctions. The vessel was seized in the North Atlantic pursuant to a warrant issued by a U.S. federal court after being tracked by USCGC Munro. pic.twitter.com/bm5KcCK30X
Il primo tentativo di abbordaggio, poi l’inseguimento dell’Atlantico
La Guardia costiera statunitense aveva un mandato di cattura per sequestrare la nave, accusata di aver violato le sanzioni Usa e di aver trasportato greggio iraniano: un primo tentativo di abbordaggio si era verificato a dicembre nei Caraibi, quando la petroliera – senza carico e battente bandiera della Guyana – si stava dirigendo verso il Venezuela. Ma l’equipaggio aveva respinto i primi tentativi di sequestro. Da allora le autorità Usa avevano seguito l’imbarcazione – ha nel frattempo cambiato bandiera – attraverso l’Atlantico settentrionale, mentre la Russia pare avesse schierato un sottomarino per scortarla in mare: il sequestro potrebbe alimentare le tensioni lungo l’asse Washington-Mosca, che aveva definito «sproporzionata» l’attenzione degli Stati Uniti nei confronti della petroliera.
It takes two dots to draw a line, and we now appear to have a bearing. MARINERA (9230880) is now facing east-by-southeast towards northern Scotland/Shetland; thereabouts. pic.twitter.com/pBMM9GFiiw
— TankerTrackers.com, Inc. (@TankerTrackers) January 7, 2026
Donald Trump torna ad attaccare le persone transgender. Martedì 6 gennaio, davanti ai deputati repubblicani della Camera riuniti al Kennedy Center di Washington, il presidente degli Stati Uniti ha deriso le atlete transgender mimando una sollevatrice di pesi, tra smorfie e gesti plateali, per sostenere la sua opposizione alla loro partecipazione nella categoria femminile. Il video, diffuso dall’account X Rapid Response 47 dell’amministrazione, è circolato rapidamente online, attirando diverse critiche. A un certo punto del video, Trump racconta di essersi contenuto per non irritare la first lady Melania: «Mia moglie odia quando faccio queste cose. È una persona molto elegante. Mi dice: “Non è presidenziale”. Ma io le rispondo: “Sono comunque diventato presidente”».
.@POTUS on his imitation of "trans athletes" in women's sports: "My wife HATES when I do this."
Già nel maggio 2025, durante un discorso all’Università dell’Alabama, Trump aveva inscenato una performance simile, parlando di un fantomatico atleta che avrebbe fatto la transizione per ottenere migliori spazio nelle competizioni femminili. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno intrapreso diverse misure che hanno ridotto i diritti delle persone transgender, tra cui la riduzione delle tutele federali a loro dedicate, l’esclusione dal servizio militare e il tentativo di vietare sui passaporti l’indicazione del sesso coerente con la propria identità di genere.
La famiglia di Alberto Trentini ha deciso di intervenire pubblicamente chiedendo silenzio sulla vicenda. Un intervento definito e condiviso dalla madre Armanda insieme all’avvocata Alessandra Ballerini: «La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza. Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione di Alberto. Ringraziamo tutti per la comprensione e la solidarietà», affermano.
Mantovano: «Ogni parola in più può essere dannosa»
A distanza di giorni dall’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro, il quadro resta estremamente fragile in Venezuela. Alberto Trentini, cooperante italiano originario del Lido di Venezia, fermato il 15 novembre 2024, è detenuto da oltre un anno senza accuse formali nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo I, nei pressi di Caracas. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha ribadito la linea della massima riservatezza: «Ogni parola in più può solo danneggiare la celere soluzione della vicenda», ricordando che «il governo ha lavorato fin dal primo giorno per la sua liberazione e continua a lavorare». In passato, tuttavia, la madre del cooperante, Armanda Colusso, aveva manifestato perplessità sull’azione della Farnesina, affermando che nei primi mesi dopo l’arresto «non aveva avuto alcun contatto con il governo venezuelano».
Tajani: «Stiamo facendo l’impossibile»
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invece assicurato che il dossier Trentini resta una priorità, spiegando che l’Italia è impegnata anche per «gli altri 20 detenuti politici arrestati durante le manifestazioni contro le elezioni politiche presidenziali». Intervenendo a Rtl 102.5, il vicepremier ha aggiunto: «Stiamo tentando il possibile e l’impossibile», precisando di aver parlato fino a domenica 4 gennaio con l’ambasciatore italiano a Caracas e di confidare che «con Rodríguez il dialogo sia più facile per riportare a casa una persona che non ha fatto del male».
Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti inizieranno a gestire fino a 50 milioni di barili di petrolio venezuelano bloccati dalle sanzioni statunitensi, per un valore stimato fino a 1,9-2 miliardi di dollari. Il greggio verrà spedito direttamente negli Stati Uniti, venduto a prezzo di mercato e gestito dalla Casa Bianca. Trump ha aggiunto che i ricavati verranno gestiti dagli Stati Uniti e che verranno destinati anche a beneficio del Venezuela, ma non è stato indicato in che modo. L’operazione, affidata al segretario all’Energia Chris Wright, rischia di dirottare verso Washington forniture finora destinate alla Cina, che attualmente acquista il 90 per cento del petrolio venezuelano.
Il piano di Trump sul petrolio del Venezuela
Il piano riguarda petrolio già caricato su petroliere o stoccato, che Caracas non è riuscita a esportare a causa del blocco imposto da Washington. Le sanzioni in vigore dal 2020 hanno escluso PDVSA, la compagnia statale del Venezuela, dal sistema finanziario globale, congelato i conti e impedito transazioni in dollari. Non è quindi chiaro come il Paese potrà accedere ai proventi. Attualmente l’unico canale regolare verso gli Stati Uniti passa da Chevron, che esporta tra 100 mila e 150 mila barili al giorno grazie a un’autorizzazione Usa. Trump chiede inoltre “accesso totale” al settore petrolifero venezuelano per aziende statunitensi e ipotizza investimenti per ricostruire le infrastrutture, coinvolgendo gruppi come Exxon Mobil, ConocoPhillips e la stessa Chevron. L’annuncio ha spinto i prezzi del greggio Usa in calo di oltre l’1,5 per cento.
Una donna in bicicletta con un bambino davanti a delle petroliere a Cabimas, Venezuela (Ansa).
Pechino ha definito il piano di Trump una violazione del diritto internazionale. «Il Venezuela è uno Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle sue risorse naturali e sulle sue attività economiche», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning. La cooperazione energetica «tra Cina e Venezuela è condotta tra due Stati sovrani ed è protetta dal diritto internazionale e dalle leggi pertinenti», ha aggiunto. La portavoce ha inoltre condannato «l’uso sfacciato della forza» da parte degli Stati Uniti.
Il leader separatista yemenita Aidaros Al-Zubaidi è stato estromesso dall’esecutivo con l’accusa di «alto tradimento». La decisione è stata comunicata dal presidente dell’organismo riconosciuto a livello internazionale che rappresenta il governo, il quale ha reso noto che Al- Zubaidi verrà segnalato al procuratore generale. Secondo quanto riferito nella nota ufficiale, sul suo conto pendono diverse imputazioni. Il capo del Consiglio di transizione meridionale, movimento che punta alla creazione di uno Stato autonomo nel sud dello Yemen, è stato inoltre dichiarato latitante dopo non essersi presentato a Riad, dove era atteso per una conferenza finalizzata a favorire un processo di riconciliazione tra le fazioni in conflitto nel Paese.
Colpita da oltre 15 raid arei condotti dall’Arabia Saudita l’area di al-Dhale
Nel frattempo, il governatorato sud-occidentale di al-Dhale, area di origine di Al-Zubaidi, è stato colpito da oltre 15 raid aerei condotti dall’Arabia Saudita. Un funzionario locale e fonti sanitarie hanno riferito che i bombardamenti hanno provocato almeno quattro vittime civili. Gli attacchi della coalizione guidata da Riad sono avvenuti mentre le forze di sicurezza conducevano un’operazione nella provincia natale del leader separatista. Un primo resoconto fornito dagli ospedali Al-Nasr e Al-Tadamon di al-Dhale parla anche di feriti tra la popolazione: «Il bilancio iniziale degli attacchi nella provincia di al-Dhale è di quattro morti e sei feriti tra i civili», hanno dichiarato fonti mediche.
I leader europei e i rappresentanti degli Stati Uniti riuniti martedì a Parigi hanno iniziato a definire in modo operativo le garanzie di sicurezza per l’Ucraina nell’ambito di un eventuale cessate il fuoco con la Russia. Al vertice dei Volenterosi c’erano, tra gli altri, Volodymyr Zelensky, Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Ursula von der Leyen, Mark Rutte e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner. Da Kyiv è arrivata una valutazione positiva sul carattere vincolante degli impegni assunti, che dovranno essere recepiti dal Congresso americano e dai parlamenti europei. Il quadro che emerge distingue nettamente i ruoli: gli Stati Uniti guideranno il monitoraggio del cessate il fuoco e forniranno supporto logistico e di intelligence, mentre un eventuale contingente multinazionale sarà a guida europea. Sul dispiegamento di truppe restano però posizioni diverse: Francia e Regno Unito hanno confermato la creazione di centri militari in Ucraina per addestrare e sostituire i soldati ucraini; la Spagna non esclude contributi; la Germania valuta un dispiegamento solo in Paesi Nato confinanti; mentre l’Italia ha escluso l’invio di soldati.
Il vertice dei Volenterosi a Parigi (Ansa).
I quattro pilastri delle garanzie di sicurezza all’Ucraina
Nella dichiarazione finale del vertice, si legge che le garanzie saranno politicamente e giuridicamente vincolanti e attivate solo dopo l’entrata in vigore di un cessate il fuoco. Il primo pilastro è un meccanismo di monitoraggio e verifica continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti, con la partecipazione dei Volenterosi e una commissione speciale incaricata di accertare eventuali violazioni e attribuirne la responsabilità. Il secondo riguarda il sostegno di lungo periodo alle forze armate ucraine: aiuti militari, finanziamento degli armamenti, supporto al bilancio della difesa, accesso a depositi per rinforzi rapidi e assistenza tecnica per le fortificazioni. Il terzo è una forza multinazionale, composta da Paesi disponibili, per la deterrenza e la rigenerazione dell’esercito ucraino, con misure in aria, mare e terra, su richiesta di Kiev e dopo una cessazione credibile delle ostilità. La dichiarazione prevede inoltre impegni vincolanti di assistenza in caso di un futuro attacco russo, inclusi strumenti militari, intelligence, logistica, iniziative diplomatiche e nuove sanzioni, e un rafforzamento strutturale della cooperazione industriale e dell’addestramento nel settore della difesa.
I leader europei e i funzionari statunitensi, riuniti martedì a Parigi per il vertice della Coalizione dei Volenterosi, hanno iniziato a delineare le garanzie di sicurezza per l’Ucraina legate a un possibile cessate il fuoco con la Russia. Alla riunione partecipano, tra gli altri, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la premier Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier britannico Keir Starmer, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il segretario generale della Nato Mark Rutte e gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner.
La bozza della dichiarazione finale del vertice
La bozza di dichiarazione finale, riportata da Reuters, prevede la creazione di una forza multinazionale da schierare dopo il cessate il fuoco, che fornirebbe «misure di rassicurazione in aria, in mare e sulla terraferma» all’Ucraina e garantirebbe la «rigenerazione delle forze armate ucraine». La forza sarà guidata dall’Europa, e «supportata da un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, guidato dagli Stati Uniti con la partecipazione internazionale». Gli Stati Uniti parteciperanno alla missione «con risorse quali intelligence e logistica» e assumono «l’impegno a sostenere la forza in caso di attacco» da parte della Russia. Tali impegni potrebbero comprendere «l’uso di capacità militari, supporto di intelligence e logistico, iniziative diplomatiche e l’adozione di ulteriori sanzioni». Secondo Bloomberg, i governi europei e Washington puntano a chiudere un accordo sulle garanzie di sicurezza che includa anche «la possibilità di truppe americane sul territorio dell’Ucraina nel dopoguerra», con l’obiettivo di rendere duraturo un eventuale accordo di pace.
Lunedì le autorità sanitarie federali statunitensi hanno aggiornato con effetto immediato il calendario delle vaccinazioni pediatriche del Centers for Disease Control and Prevention, riducendo le malattie coperte dalle vaccinazioni di routine da 17 a 11. Si tratta della revisione più ampia finora attribuita all’impostazione del segretario alla Salute antivaccinista Robert F. Kennedy Jr., che spinge per ridurre il numero di dosi somministrate ai bambini.
Cosa comportano le nuove raccomandazioni sui vaccini volute da Kennedy
Il nuovo schema non raccomanda più per tutti i minori le immunizzazioni contro influenza, rotavirus, epatite A e B, meningococco e virussincizialerespiratorio: per alcune restano indicazioni limitate ai bambini ad alto rischio, per altre la scelta passa al consulto con il medico. Cambiano le linee guida anche per l’Hpv, il papillomavirus, per cui le dosi raccomandate vengono ridotte da due o tre a una. Kennedy sostiene che le famiglie non perderanno accesso ai vaccini e che le assicurazioni continueranno a coprirli, mentre gli assicuratori indicano una copertura almeno fino alla fine del 2026.
La svolta solleva preoccupazione tra gli esperti
Gli esperti di sanità pubblica contestano il metodo dell’amministrazione Trump. La revisione infatti scavalca il processo basato su un panel indipendente che finora valutava dati ed evidenze prima di ogni modifica. Medici e ricercatori temono che l’obbligo di “passare dal pediatra” e la mancanza di una raccomandazione generale riducano l’adesione, in un contesto in cui la sfiducia verso i vaccini ha già abbassato le coperture e favorito il ritorno di malattie prevenibili: nel 2025, scrive il New York Times, gli Stati Uniti hanno registrato più casi di morbillo che in qualunque anno dal 1993.
Al vertice dei Volenterosi a Parigi, alcuni dei principali leader europei hanno messo nero su bianco una posizione comune sulla Groenlandia e sulle rotte dell’Artico, dopo che Donald Trump è tornato a minacciare di voler prendere il controllo del territorio danese autonomo. Nel comunicato congiunto, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Giorgia Meloni, la premier danese Mette Friederiksen e altri capi di governo affermano che la sicurezza della regione artica riguarda direttamente l’Europa e l’intero spazio transatlantico. I firmatari ricordano che per la Nato «la regione artica è una priorità» strategica e gli alleati hanno già «rafforzato presenza militare, attività operative e investimenti». Ribadiscono inoltre che il Regno di Danimarca, Groenlandia compresa, fa parte della Nato. Il messaggio agli Stati Uniti è chiaro: la strategia commerciale e di sicurezza nell’Artico va gestita in modo collettivo, e nel rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite.
Trump punta a un accordo di associazione con la Groenlandia che escluda la Danimarca
Nel frattempo, Trump ha dichiarato che la Casa Bianca si «occuperà della Groenlandia tra circa due mesi. Parleremo della Groenlandia tra 20 giorni», tornando a rilanciare le sue mire sull’isola. Secondo il settimanale britannico Economist, l’amministrazione americana ha incaricato i propri uffici di elaborare diverse opzioni per rafforzare l’influenza americana sull’isola. L’ipotesi principale non sarebbe una annessione formale, ma un accordo di associazione diretto con la Groenlandia che escluda la Danimarca. Il modello sarebbe quello dei Compact of Free Association già in vigore con Micronesia, Isole Marshall e Palau, che consentono alle forze armate statunitensi di operare liberamente e prevedono una partnership commerciale esente da dazi.