Smentendo ogni chiusura totale del dialogo nonostante le tensioni, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha affermato che «è stato aperto» un «canale di comunicazione» tra Abbas Araghchi, capo della diplomazia di Teheran, e «l’inviato speciale del presidente degli Stati Uniti». Nella notte Donald Trump aveva dato notizia della richiesta di negoziazione da parte dell’Iran e di un incontro in preparazione, dopo le minacce Usa di un intervento militare in caso di prosecuzione della repressione violenta delle proteste contro il regime degli ayatollah. Iran International scrive che l’inviato speciale di Trump è Steve Witkoff, il quale ha tenuto i canali aperti con Teheran anche in passato.
Teheran continua però ad accusare Washington di interferenze
«Non vogliamo la guerra, ma siamo pronti a combatterla. Siamo altrettanto pronti al negoziato, purché sia equo, basato sulla parità di diritti e sul rispetto reciproco», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei sulla tivù di Stato, accusando però Stati Uniti e Israele di essere dietro alla trasformazione delle manifestazioni – inizialmente pacifiche – in «atti di violenza armata» e sostenendo che «l’intervento americano e sionista mira a provocare il caos» nella Repubblica Islamica. A due settimane dall’inizio dell’insurrezione popolare sono morte almeno 538 persone, secondo i numeri della ong Hrana: 490 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza.
L’ufficio del procuratore distrettuale del distretto di Columbia ha avviato un’indagine penale nei confronti di Jerome Powell, presidente della Federal Reserve. L’inchiesta, spiega il New York Times, è stata approvata a novembre da Jeanine Pirro, alleata di Donald Trump nominata a capo dell’ufficio nel corso del 2025, e riguarda la possibilità che Powell abbia mentito di fronte al Congresso sulla portata del progetto di ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede della Fed a Washington. «È un pretesto. La minaccia di accuse penali è conseguenza del fatto che la Federal Reserve fissa i tassi sulla base della nostra migliore valutazione di ciò che serve al pubblico, invece di seguire le preferenze del Presidente», ha dichiarato Powell. Trump, che ha più volte sollecitato tagli dei tassi più rapidi da parte della Fed al fine di dare maggiore slancio all’economia Usa, si è reso protagonista di diversi attacchi a Powell, “colpevole” di essersi opposto alle sue richieste, puntando il dito (tra le altre cose) contro l’onerosa ristrutturazione di alcuni edifici della banca centrale statunitense.
Alberto Trentini è stato liberatodalle autorità del Venezuela dopo 423 giorni in carcere. Il rilascio del cooperante, avvenuto assieme a quello dell’imprenditore Mario Burlò, è arrivato dopo un intenso lavoro di diplomazia e intelligence, che ha subito un’accelerata dopo l’operazione Absolute Resolve degli Stati Uniti. Ecco le tappe della vicenda Trentini, dell’arresto alla liberazione.
L’arresto e il trasferimento nella prigione El Rodeo
Trentini, cooperante della ong Humanity & Inclusion specializzata nell’assistenza umanitaria alle persone con disabilità, era stato fermato il 15 novembre del 2024 – circa tre settimane dopo il suo arrivo in Venezuela – a un posto di blocco mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito. Arrestato senza accuse formali (mai arrivate), è stato trasferito alla Direzione generale del controspionaggio militare e poi rinchiuso nel carcere di El Rodeo, uno dei più duri del Paese sudamericano.
Nelle prime settimane non si è saputo nulla
Dopo l’arresto di Trentini sono passate diverse settimane prima dell’arrivo di notizie del cooperante. A gennaio 2025 la famiglia ha rilasciato un comunicato in cui denunciava che a quella data, quasi due mesi dopo il suo arresto, nessuno era riuscito a vederlo o a contattarlo, chiedendo al governo italiano di «compiere tutti gli sforzi diplomatici possibili e necessari» per ottenere il suo rilascio e il ritorno a casa. Dopo la notizia della detenzione, sempre a gennaio 2025 Palazzo Chigi ha assicurato di aver attivato «tutti i canali possibili per garantire una soluzione positiva e tempestiva».
Manifestazione per la liberazione di Alberto Trentini, al centro la madre Armanda Colusso (Ansa).
Il lavoro della Farnesina e le accuse della madre
Nel corso dei mesi il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato almeno due volte l’incaricato d’affari venezuelano a Roma per chiedere un intervento urgente e risolutivo sul caso. A confermare l’impegno dello Stato in tale direzione, l’8 aprile 2025 la premier Giorgia Meloni ha contattato telefonicamente la madre di Trentini, Armanda Colusso. E lo stesso ha fatto prima di Natale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, manifestando la solidarietà di tutto il Paese. La donna, in occasione del primo anniversario dell’arresto del figlio, in una conferenza stampa nella sede del Comune di Milano aveva puntato il dito contro l’esecutivo: «Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto con quello venezuelano. E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare».
Antonio Tajani e sul maxischermo il volto di Alberto Trentini (Ansa).
Trentini ha potuto parlare con la famiglia solo tre volte
In oltre un anno di detenzione, Trentini ha parlato con la famiglia solo tre volte. La prima telefonata risale al 16 maggio del 2025, sei mesi dopo l’arresto. Il cooperante è poi riuscito a parlare con la famiglia il 26 luglio e il 9 ottobre, dopo una visita in carcere da parte dell’ambasciatore a Caracas Giovanni De Vito, che poi è tornato a El Rodeo anche il 27 novembre.
L’accelerata dopo l’operazione militare degli Stati Uniti
La situazione si è sbloccata dopo l’operazione militare degli Stati Uniti del 3 gennaio, che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro. Meloni, dopo la liberazione, ha ringraziato la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, «per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni e a tutte le istituzioni e alle persone che, in Italia, hanno operato con impegno e discrezione per il raggiungimento di questo importante risultato». Trentini, da parte sua, ha raccontato di non essere stato maltrattato e che durante gli spostamenti non è stato incappucciato, aggiungendo che fino al momento della scarcerazione è stato all’oscuro della rimozione di Maduro.
Gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò sono stati liberati nell’ambito del rilascio di diversi prigionieri politici annunciato dal Venezuela la settimana scorsa. Trentini, cooperante della ong Humanity & Inclusion, era stato imprigionato a novembre del 2024 senza accuse formali. Anche Burlò, imprenditore di Torino al centro di alcuni processi in Italia per reati fiscali e finanziari, era stato arrestato nel 2024: durante una visita consolare in carcere, aveva detto di essere stato rinviato a giudizio per accuse di terrorismo. Ecco come si è arrivati alla doppia liberazione.
L’ambasciatore: «Mesi di lavoro da parte di tante persone»
La liberazione di Trentini e Burlò è avvenuto grazie a un fitto lavoro diplomatico lungo l’asse Roma-Caracas. L’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito ha dichiarato che «è stata un’operazione complessa, cui tanti hanno lavorato per mesi, senza sosta, dietro le quinte». Parlando col Corriere della Sera, una delle figure di punta della task force che ha riportato a casa Trentini e Burlò ha detto che «è stato un lavoro di squadra, un lavoro di Paese, in cui tutti, la Farnesina, Palazzo Chigi, i servizi d’intelligence hanno dato il massimo», citando «rapporti e interlocuzioni continue» del ministro degli esteri Antonio Tajani con gli Stati Uniti, e contatti «ad altissimo livello» della premier Giorgia Meloni.
L’accelerata dopo la rimozione del presidente Maduro
Il lavoro diplomatico e di intelligence è iniziato prima dell’operazione Absolute Resolve degli Stati Uniti in Venezuela, ma certamente ha subito un’accelerata dopo l’arresto di Nicolas Maduro. L’uomo della task force ha anche parlato che ruolo fondamentale della Chiesa: «Sempre molto discreta, però presente, ci aiutò moltissimo a ottobre a riavviare il dialogo con i venezuelani, che si era interrotto in occasione della canonizzazione dei due santi a San Pietro». E poi: «Nella nostra prioritaria shortlist c’erano sei nomi e oggi sono tutti liberi. Ma ci occuperemo anche degli altri italiani, con la doppia cittadinanza, che sono ancora reclusi: almeno una decina».
Le proteste in Iran entrano nel diciassettesimo giorno consecutivo, con il Paese isolato da internet per il quarto giorno e un bilancio delle vittime che continua ad aggravarsi. Secondo l’ong statunitense Human Rights Activists News Agency (Hrana), i morti confermati sono almeno 544. Tra questi, 483 sarebbero manifestanti, 47 membri delle forze di sicurezza e almeno otto minorenni. Hrana riferisce inoltre di altre 579 segnalazioni di decessi ancora in fase di verifica. Lepersone arrestate risultano 10.681. Altre fonti parlano di numeri ancora più alti. La Fondazione del premio Nobel Narges Mohammadi e ambienti dell’opposizione riferiscono di oltre 2.000 manifestanti uccisi nelle ultime 48 ore, ma si tratta di cifre che non possono essere verificate in modo indipendente a causa del blackout informatico. Le poche informazioni che arrivano, lo fanno grazie alla rete satellitare Starlink.
Footage dated Friday, January 9, shows dozens, if not hundreds, of bodies at the Kahrizak Forensic Medical Center to the south of the Iranian capital of Tehran, as families search for loved ones who have been killed during the ongoing anti-government protests in Iran. pic.twitter.com/PIk9rLsXnF
Le manifestazioni, esplose inizialmente dal crollo della valuta e dalla crisi economica, si sono rapidamente trasformate in una contestazione diretta contro il regime iraniano. Per intensità e diffusione, il movimento viene descritto come il più significativo dai tempi di “Donna, vita e libertà”, la protesta esplosa nel 2022 dopo l’uccisione da parte della Polizia Morale di Mahsa Amini. Dagli Stati Uniti, Donald Trump osserva attentamente la situazione, affermando di stare valutando un intervento militare contro l’Iran.
Trump minaccia l’Iran: «Stiamo studiando opzioni molto forti»
Il presidente degli Stati Uniti ha detto che Teheran avrebbe contattato Washington per proporre negoziati e che l’amministrazione «potrebbe incontrarli», mentre valuta opzioni «molto forti» contro il regime. Interpellato dai giornalisti a bordo dell’Air Force One sulla sua “linea rossa” – l’uccisione dei manifestanti – Trump ha risposto: «Pare che abbiano iniziato, sembra così». E ha aggiunto: «Stiamo monitorando la situazione molto seriamente. I militari la stanno esaminando e stiamo studiando alcune opzioni molto forti». Trump ha ribadito anche su Truth Social che gli Stati Uniti sarebbero pronti a intervenire per «aiutare» e persino «salvare» i manifestanti. Dichiarazioni che hanno provocato una reazione immediata da Teheran. II presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha messo in guardia Washington dal fare «un calcolo sbagliato», affermando che, in caso di attacco, interessi statunitensi e israeliani nella regione diventerebbero «target legittimi». Intanto, le autorità iraniane continuano la repressione, rivendicando arresti di figure chiave del movimento e minacciando accuse gravissime per le persone arrestate, fino a quella di essere «nemici di Dio», un reato che è punibile con la pena di morte.
Gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò sono stati liberati nell’ambito del rilascio di diversi prigionieri politici annunciato dal Venezuela la settimana scorsa. Lo ha annunciato lunedì mattina il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Sono liberi e sono nella sede dell’Ambasciata d’Italia a Caracas», scrive su X. «L’ho appena comunicato al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha sempre seguito la vicenda in prima persona», continua Tajani. «Ho parlato con i nostri due connazionali, che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia. La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente» ad interim Delcy Rodriguez «che il governo italiano apprezza molto», conclude il ministro degli Esteri. Alberto Trentini, cooperante della ong Humanity & Inclusion, era stato imprigionato a novembre del 2024 senza accuse formali. Burlò invece è un imprenditore di Torino, al centro di alcuni processi in Italia per reati fiscali e finanziari. È stato arrestato anche lui nel 2024 ma non è chiaro per quali motivi: nel novembre del 2025, durante una visita consolare in carcere, ha detto di essere stato rinviato a giudizio per accuse di terrorismo.
Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas.Lo ho appena comunicato al Presidente del Consiglio @GiorgiaMeloni che ha sempre seguito la vicenda in prima persona. .Ho parlato con i nostri due connazionali che sono in buone…
La famiglia Trentini: «È la notizia che aspettavamo da 423 giorni»
«Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione». Lo afferma la famiglia Trentini, con l’avvocata Alessandra Ballerini. «Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili, adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci. Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!», aggiungono i Trentini.
Meloni: «Un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa»
«Accolgo con gioia e soddisfazione la liberazione dei connazionali Alberto Trentini e Mario Burlò», scrive la premier Giorgia Meloni in una nota di Palazzo Chigi. «Ho parlato con loro, eun aereo è già partito da Roma per riportarli a casa», aggiunge. «Desidero esprimere, a nome del governo italiano, un sentito ringraziamento alle autorità di Caracas, a partire dal presidente Rodriguez, per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni e a tutte le istituzioni e alle persone che, in Italia, hanno operato con impegno e discrezione per il raggiungimento di questo importante risultato», conclude la Meloni.
La Nato sta rafforzando in modo significativo la cooperazione militare nell’Artico. Alla conferenza sulla sicurezza di Salen, in Svezia, il comandante supremo alleato Alexus Grynkewich ha dichiarato che «gli alleati stanno collaborando strettamente sulle questioni artiche» e che è stato deciso di «approfondire la nostra comprensione delle attività nell’Artico e incrementare le nostre attività ed esercitazioni nell’estremo nord», sottolineando che «la cooperazione militare in questa regione non è mai stata così forte». Il generale ha avvertito che «nell’estremo nord, navi russe e cinesi stanno conducendo sempre più pattugliamenti congiunti» e che la minaccia diventerà «sempre maggiore».
Grynkewich: «Navi cinesi non hanno scopi pacifici»
Grynkewich ha spiegato che l’Alleanza intende potenziare «le nostre capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione» e rafforzare infrastrutture, logistica e presenza militare nell’area, definita di «importanza strategica» e ormai «una prima linea nel quadro delle operazioni del Comando Alleato Nato». Ha inoltre denunciato che «rompighiaccio e navi da ricerca cinesi si trovano nelle acque artiche e la loro ricerca non ha scopi pacifici: serve per ottenere un vantaggio militare», mentre «la Russia continua a testare capacità avanzate nel Mare di Barents». Il generale ha anche ricordato che il Joint Force Command Norfolk ora coordina tutte le attività Nato nell’Artico.
Il ministro degli Esteri tedesco: «Sicurezza dell’Artico di grande importanza»
Sul tema è intervenuto anche il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, che prima di un viaggio in Islanda e negli Stati Uniti ha scritto che «la sicurezza nell’Artico sta diventando sempre più importante» e che occorre discutere «di come possiamo assumerci al meglio questa responsabilità all’interno della Nato». Wadephul ha aggiunto che le valutazioni devono includere «gli interessi legittimi di tutti gli alleati della Nato, ma anche quelli degli abitanti della regione», compresa «la Groenlandia e la sua popolazione», ribadendo che «l’affidabilità è alla base della sicurezza, del commercio e degli investimenti» e confermando un incontro a New York con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.
Donald Trump torna a rivolgere minacce dirette a Cuba con un messaggio diffuso su Truth, a pochi giorni dalla cattura di Nicolás Maduro. Nel post, il presidente degli Stati Uniti sostiene che per anni l’isola avrebbe beneficiato di forniture di petrolio e risorse economiche provenienti dal Venezuela, offrendo in cambio «servizi di sicurezza» ai vertici di Caracas. Trump afferma però che questo schema sarebbe giunto al termine, scrivendo che «la maggior parte di quei cubani è morta nell’attacco degli Stati Uniti della scorsa settimana» e che «il Venezuela non ha più bisogno di protezione da parte di delinquenti ed estorsori che lo hanno tenuto in ostaggio per così tanti anni». Nel messaggio aggiunge anche che «Il Venezuela ora ha gli Stati Uniti d’America, il più potente esercito del mondo a proteggerlo, e lo proteggeremo», avvertendo che «non ci sarà né petrolio né denaro destinato a Cuba» e invitando l’Avana a trattare: «Suggerisco vivamente che facciano un accordo, prima che sia troppo tardi».
Il ministro degli Esteri cubano: «Mai ricevuti compensi per servizi di sicurezza forniti ad altri Paesi»
Alla presa di posizione di Trump ha risposto il governo cubano attraverso il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez. In una dichiarazione pubblica, il capo della diplomazia dell’Avana ha affermato che Cuba «non riceve, né ha mai ricevuto, compensi monetari o materiali per i servizi di sicurezza forniti ad alcun Paese» e che, «a differenza degli Usa», non ha «un governo che si dedica ad attività mercenarie, ricatti o coercizioni militari contro altri Stati». Rodríguez ha concluso sostenendo che «la legge e la giustizia sono dalla parte di Cuba» e accusando Washington di comportarsi come «un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza, non solo a Cuba e in questo emisfero, ma in tutto il mondo».
All’apertura della riunione di gabinetto, Benyamin Netanyahu ha parlato di un possibile scenario futuro di cooperazione tra Israele e Iran. Intervenendo davanti ai ministri, ha affermato che «stiamo trasmettendo forza agli eroici e coraggiosi cittadini dell’Iran e, una volta caduto il regime, faremo del bene insieme a beneficio di entrambi i popoli», come riportato dal Times of Israel. Netanyahu ha aggiunto che «tutti speriamo che la nazione persiana venga presto liberata dal giogo della tirannia» e ha concluso sostenendo che «quando quel giorno arriverà, Israele e Iran torneranno a essere partner fedeli nella costruzione di un futuro di prosperità e pace».
Arrestato un collaboratore dell’ufficio di Netanyahu
Nelle stesse ore, la polizia israeliana ha reso noto l’arresto di un alto collaboratore dell’ufficio del primo ministro, sospettato di aver interferito con un’indagine in corso. Il nome non è stato ufficializzato, ma i media locali indicano in Tzachi Braverman, capo dello staff di Netanyahu e designato come prossimo ambasciatore nel Regno Unito, la persona fermata. L’arresto sarebbe collegato all’inchiesta sulla fuga di notizie durante la guerra a Gaza: l’ex collaboratore Eli Feldstein ha infatti sostenuto che Braverman avrebbe tentato di intralciare le indagini dopo la diffusione, nel settembre 2024, di un documento classificato dell’esercito israeliano al quotidiano tedesco Bild, episodio che portò all’arresto e all’incriminazione dello stesso Feldstein.
Il governo britannico sta avviando un confronto con diversi partner europei sull’ipotesi di una presenza militare congiunta in Groenlandia, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza nell’Artico e rispondere alle preoccupazioni espresse da Donald Trump. Secondo quanto riferisce il Telegraph, negli ultimi giorni rappresentanti di Downing Street hanno avuto colloqui con funzionari di altri Paesi, tra cui Francia e Germania. Le ipotesi allo studio, ancora preliminari, includono il possibile dispiegamento di militari, unità navali e velivoli del Regno Unito per contribuire alla difesa dell’isola.
Donald Trump (Ansa).
Una fonte citata dal Telegraph ha spiegato che «Condividiamo il punto di vista del presidente Trump: la crescente aggressività della Russia nell’estremo nord deve essere scoraggiata e la sicurezza euro-atlantica rafforzata». La stessa fonte ha aggiunto che «le discussioni della Nato sul rafforzamento della sicurezza nella regione continuano e non vorremmo mai anticiparle, ma il Regno Unito sta collaborando con gli alleati per promuovere gli sforzi volti a rafforzare la deterrenza e la difesa nell’Artico. Il Regno Unito continuerà a collaborare, come ha sempre fatto, alle operazioni di interesse nazionale, proteggendo i cittadini nel proprio Paese».
Il bilancio delle vittime delle proteste in Iran ha registrato un’impennata nel giro di poche ore. Secondo l’ultimo aggiornamento fornito dalla ong statunitense Human Rights Activists News Agency, rilanciato da Sky News, i morti sono saliti da 65 ad almeno 116. Tra le persone uccise figurano anche sette minorenni. L’organizzazione riferisce che la maggior parte delle vittime sarebbe stata colpita con munizioni vere o con armi che sparano pallini, spesso da distanza ravvicinata. Sempre secondo l’Hrana, 37 dei deceduti apparterrebbero alle forze armate o ai servizi di sicurezza, tra le vittime ci sarebbe anche un pubblico ministero. Il numero degli arresti avrebbe raggiunto quota 2.638.
Il capo della polizia iraniana: «Il livello degli scontri è aumentato»
Intanto da Teheran è arrivato un messaggio diretto a Washington. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, intervenendo davanti ai deputati, ha avvertito che «qualsiasi attacco statunitense porterebbe Teheran a reagire contro Israele e le basi militari statunitensi» nella regione, che ha definito «obiettivi legittimi». Intanto, il comandante in capo della polizia nazionale iraniana, Sardar Radan, ha fatto sapere che «il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato», rivendicando quelli che ha descritto come «arresti importanti» e precisando che «i principali elementi dei disordini di ieri sera sono stati arrestati», come riportato da Sky News.
È stato rilasciato l’attore Can Yaman, che era stato arrestato nella notte tra il 9 e il 10 gennaio durante un’operazione antidroga in alcuni locali di Istanbul, nell’ambito di un’indagine sul traffico e consumo di sostanze stupefacenti. I media locali riportano che l’attore turco, molto popolare in Italia, è stato rilasciato dopo avere fornito la sua testimonianza agli inquirenti.
La Francia ha votato contro la decisione dell’Unione europea, ma l’accordo col Mercosur è passato e verrà siglato il 17 gennaio in Paraguay. L’intesa raggiunta da Bruxelles ha scatenato (ancora) le forti proteste degli agricoltori, che hanno portato i loro trattori fin sotto la Tour Eiffel. Ma anche in parlamento a Parigi, sia dalla sinistra che dalla destra: La France Insoumise e il Rassemblement National hanno infatti depositato due mozioni di censura contro il primo ministro Sebastien Lecornu, che saranno esaminate tra il 13 e il 14 gennaio. A un anno dalle Presidenziali l’ipotesi di una caduta del governo appare improbabile, ma – scrive Le Monde – il premier (in concerto col presidente Emmanuel Macron) ha ufficialmente incaricato Laurent Nuñez, ministro dell’Interno, di valutare la fattibilità di elezioni legislative anticipate, per il 15 e 22 marzo, in contemporanea con le Amministrative.
Jacques Moretti, proprietario del Constellation, avrebbe ammesso di fronte agli inquirenti che la porta di emergenza situata nel seminterrato del locale di Crans-Montana era bloccata dall’interno. Lo riferisce la televisione svizzera Rts. Moretti, che è stato arrestato, avrebbe anche affermato di aver sbloccato lui stesso la porta dall’esterno, una volta giunto sul posto, trovando diversi corpi senza vita ammucchiati. Inoltre avrebbe anche dichiarato di aver sostituito lui stesso la schiuma fonoassorbente che ha preso fuoco, innescando il rogo in cui sono morti 40 ragazzi. Moretti è al momento accusato con la moglie Jessica Maric (ai domiciliari con braccialetto elettronico), di omicidio colposo, incendio colposo e lesioni personali colpose. Ma adesso si potrebbe configurare la contestazione del reato di omicidio per dolo eventuale.
La vicesindaca di Crans-Montana chiede scusa per i mancati controlli
Bonvin Clivaz, vicesindaca di Crans-Montana, in una intervista rilasciata sempre a Rts, ha chiesto scusa alle famiglie delle vittime e dei feriti. Questo dopo le polemiche suscitate dal primo cittadino Nicolas Féraud, che non lo aveva fatto nella conferenza stampa all’indomani della tragedia. «Non ci sono scuse per non aver chiesto scusa. Sui controlli c’è stata una mancanza, non li abbiamo fatti e ammettiamo di non averli fatti e ci prendiamo la responsabilità per questa mancanza ma sarà l’inchiesta a dirlo, adesso non abbiamo ancora le vere risposte». Clivaz ha però allontanato le ipotesi di dimissioni da parte dell’attuale amministrazione di Crans-Montana.
Non si placano le proteste di piazza in Iran, dove è salito ad almeno 65 morti il bilancio delle vittime tra i manifestanti e le persone arrestate sono più di 2.300. La rivolta popolare, giunta al 14esimo giorno, preoccupa a tal punto il regime di Teheran da aver portato l’ayatollah Ali Khamenei a porre il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica in uno stato di allerta più elevato rispetto a quello in cui si trovava a giugno del 2025, durante la guerra con Israele. Lo hanno detto al Telegraph alcuni funzionari di Teheran, spiegando che «Khamenei è in stretto contatto più con le Guardie della Rivoluzione che con l’esercito o la polizia, perché ritiene che il rischio di defezioni tra i pasdaran sia pressoché inesistente, mentre altri lo hanno fatto in passato».
BREAKING: Iranian protesters set fire to the Al-Rasool Mosque in Tehran.
Iranians are completely done with the Islamic regime.
Il Procuratore generale: «Tutti i manifestanti rischiano la pena di morte»
Nell’Iran senza Internet, il regime ormai spara a vista sui manifestanti: secondo la Bbc gli ospedali di Teheran e Shiraz sono al collasso, con centinaia di pazienti feriti alla testa e agli occhi dalle forze dell’ordine. E c’è chi parla di oltre 200 morti, circa il triplo di quanto stimato dalle ong. La televisione di Stato, però, manda in onda solo immagini di palazzi e moschee distrutti da «rivoltosi e criminali». Tutti i manifestanti alle proteste che dilagano in Iran saranno accusati di essere “nemici di Dio” (“mohareb”), reato punibile con la pena di morte: lo ha dichiarato il procuratore generale del Paese, Mohammad Movahedi Azad.
L’attore turco Can Yaman, popolarissimo in Italia per aver interpretato il ruolo di protagonista in alcune serie tivù di successo e nuovo volto di Sandokan, è stato arrestato in Turchia nell’ambito di un’inchiesta sul traffico e il consumo di sostanze stupefacenti. Il fermo è avvenuto a Istanbul, nell’ambito di blitz che nella notte tra il 9 e il 10 gennaio hanno colpito nove night club della metropoli affacciata sul Bosforo: assieme a Yaman sono state fermate altre sei persone, tra cui la collega attrice Selen Görgüzel, alcuni pusher e un gestore di un locale. L’operazione di polizia sta andando avanti da diverse settimane e ha già portato all’arresto di oltre 20 personaggi noti in Turchia.
La Nasa, che sta lavorando assieme a SpaceX per consentire ai membri della missione Crew-11 di lasciare la Stazione Spaziale Internazionale e tornare in anticipo sulla Terra a causa di un problema medico riguardante un astronauta, ha reso noto che «l’obiettivo è di sganciare l’equipaggio dalla ISS non prima delle 17 (le 22 italiane, ndr) del 14 gennaio, mentre l’ammaraggio al largo della California è previsto per l’inizio del 15 gennaio, a seconda delle condizioni meteorologiche e di recupero».
.@NASA and @SpaceX target undocking Crew-11 from the International Space Station no earlier than 5pm ET on Jan. 14, with splashdown off California targeted for early Jan. 15 depending on weather and recovery conditions. https://t.co/Y89iIj3jEY
Chi sono i quattro astronauti della missione SpaceX Crew-11
La Nasa ha annunciato la decisione di riportare sulla Terra la missione SpaceX Crew-11 prima del previsto l’8 gennaio, senza rendere noto per motivi di privacy il nome dell’astronauta che ha avuto il problema di salute, né la sua natura, ma limitandosi a spiegare che «le sue condizioni sono stabili». L’equipaggio è composto dagli astronauti della Nasa Zena Cardman e Mike Fincke, da quello della Jaxa (Japan Aerospace Exploration Agency) Kimiya Yui e da quello di Roscosmos (l’agenzia spaziale russa) Oleg Platonov.
Sono state diffuse le immagini riprese col cellulare da Jonathan Ross, l’agente dell’Ice che a Minneapolis ha sparato a Renee Good, uccidendo la donna durante un raid anti-immigrati. Nel video si vede Good dire a Ross (che aveva il passamontagna): «È tutto ok, non ce l’ho con te, puoi mostrare il volto». In sottofondo si sente la voce della compagna, che viene poi ripresa nel tentativo di aprire la portiera, come per andare via. A questo punto arrivano gli altri agenti dell’Ice, che urlano a Good di uscire. La donna al volante prova ad allontanarsi, facendo una piccola marcia indietro, per poi ripartire. Dopo un «oh!» di sorpresa da parte di un agente, ecco i tre spari.
Watch this, as hard as it is. Many of you have been told this law enforcement officer wasn't hit by a car, wasn't being harassed, and murdered an innocent woman.
The reality is that his life was endangered and he fired in self defense. https://t.co/IfXAAxi9Ql
Il video è stato su X dal vicepresidente americano JD Vance. «A molti di voi è stato detto che questo agente delle forze dell’ordine non è stato investito da un’auto e ha assassinato una donna innocente», ha scritto il numero due della Casa Bianca, proseguendo poi: «La realtà è che la sua vita era in pericolo e ha sparato per legittima difesa». il filmato però non mostra affatto che l’agente rischiava di essere investito.
«Classici comunisti: regole per te, ma non per loro». La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, è solo una delle tante partite all’attacco a testa bassa contro la nuova first lady di New York, Rama Duwaji. Colpevole di quale “reato”? Aver indossato stivali da 630 dollari alla cerimonia di insediamento del marito Zohran Mamdani il giorno di Capodanno.
L’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt (foto Ansa).
Negli Stati Uniti i quotidiani e l’opinione pubblica, anche a distanza di giorni, continuano a essere divisi sul guardaroba sfoggiato dall’artista 28enne. Per alcuni è stata una lezione di stile, altri si sono accodati all’opinione di Leavitt che nella sua invettiva tramite story di Instagram ha aggiunto: «Vogliono che i newyorkesi versino in tasse più della metà del loro reddito, mentre lei indossa stivali firmati che valgono il tuo stipendio settimanale. Ci sono ragioni per cui il comunismo ha fallito ovunque sia stato sperimentato. Buona fortuna, New York».
Nelle ore precedenti era sembrato che gli stivali di pelle artigianale Shelley del brand Miista avessero addirittura distratto quegli invasati dei Maga (Make America great again) dalle critiche a Mamdani. Né la first lady newyorkese né il gruppo di moda con sede in Spagna e Portogallo hanno voluto rilasciare commenti. L’ha fatto però la stylist di Duwaji, Gabriella Karefa-Johnson, che il New York Post ha definito «controversa anti-Israele».
Alcuni capi indossati sono stati concessi in prestito
L’ex redattrice di Vogue ha chiarito che le calzature e gli altri capi indossati sono stati concessi in prestito dai marchi, cosa che regolarmente succede con popstar e attori quando partecipano a eventi mediatici importanti. Una dichiarazione che non ha sedato le polemiche, alimentate dall’analisi dei look che l’illustratrice ha sfoggiato nelle precedenti apparizioni pubbliche. Sempre il New York Post ha segnalato per esempio gli orecchini portati durante il discorso tenuto da Mamdani dopo l’elezione di novembre: «I pendenti sono del raffinato designer di gioielli newyorkese Eddie Borgo. Le sue creazioni superano anche i 46 mila dollari».
Non è comunque la prima volta che Duwaji finisce nel mirino dell’opinione pubblica. A fine anno è uscita la sua intervista su The Cut, la prima dopo la vittoria del marito alle urne. Nella chiacchierata accompagnata da un servizio molto glamour, con abiti in prestito, la giovane ha parlato degli svantaggi di «avere improvvisamente un milione di occhi puntati sul proprio lavoro». Per fortuna, dice lei, «vivo nella negazione. Cerco di non pensare a Instagram come al mio pubblico, ma piuttosto a me e ai miei colleghi artisti». Non l’avesse mai detto.
«Forse potrebbe fare un podcast con Michele Obama»
«Per me è una stronzata. Adora l’attenzione. Sarà la nuova beniamina di Vogue», ha commentato per esempio un livoroso utente su X. «L’improvvisa allergia alla fama di Rama Duwaji? Per favore. Ha passato anni a costruire il marchio attivista-chic di Mamdani… e a posare per Vogue mentre lui sventrava i fondi della polizia di New York. Ora è scioccata che la gente la noti? L’intero regime di Mamdani è narcisismo performativo», gli ha fatto eco un altro. Si sono lette anche cose del tipo: «Non sembra che abbia problemi ad aprirsi» o «forse potrebbe fare un podcast con Michele Obama e insieme potrebbero condividere quanto siano dure le loro vite e quanto sia orribile questo Paese».
She's everywhere! SVA Alumnus Rama Duwaji (MFA 2024 Illustration as Visual Essay), the wife of democratic mayoral nominee Zohran Mamdani, is featured in the New York Times. https://t.co/DEgilmKUJQpic.twitter.com/wgMybKQquK
Nonostante il basso profilo mantenuto durante la campagna elettorale del marito, Duwaji già all’epoca aveva subito critiche dopo che i media erano andati a scandagliare la sua arte e i suoi canali social. Illustrazioni e post che rivelerebbero posizioni ferme sulla politica estera americana e di condanna delle azioni di Israele a Gaza. A metà ottobre ha pubblicato in una story su Instagram quattro emoji a forma di cuore spezzato con una foto di Saleh Al-Jafarawi. Ucciso da una milizia israeliana alcune ore prima, l’uomo era descritto dal governo Netanyahu come un attivista pro-Hamas.
Mamdani e Duwaji nel giorno delle nozze (da X).
Un’illustrazione del 2024 mostra imponenti pile di denaro contante con la scritta «crimini di guerra israeliani». Inserita in un reel, la creazione è stata postata da Mamdani con la didascalia: «Le organizzazioni benefiche di New York inviano oltre 60 milioni di dollari ogni anno per finanziare i crimini di guerra israeliani. È ora di mettere fine a tutto questo».
Nel 2020 ha disegnato due donne e una bambina sotto il fumo di un aereo in lontananza. Il tutto accompagnato dalla didascalia: «I presidenti vanno e vengono, ma l’imperialismo americano non cambia mai. Pensando ai palestinesi che soffrono. Non importa chi è in carica. Ho realizzato questa immagine per un articolo sulla guerra ambientale che Israele sta facendo sugli agricoltori palestinesi e sulle loro colture».
Sono tante le illustrazioni contestate dai repubblicani e dagli attivisti Maga che accusano Duwaji di fare propaganda. Il profilo Instagram dell’artista è un rifiorire di post che hanno lo scopo di sensibilizzare su ciò che è accaduto (e sta accadendo) nella Striscia. Le parole chiave? Genocidio, crisi umanitaria e l’immancabile Global Sumud Flotilla. Il cocktail perfetto per triggerare i trumpiani più svalvolati.
Gli Stati Uniti hanno agito in accordo con le autorità venezuelane per bloccare una nave cisterna salpata dal Paese sudamericano: lo ha annunciato Donald Trump riferendosi alla petroliera Olina, spiegando che l’imbarcazione «era partita dal Paese senza la nostra autorizzazione». Il presidente ha precisato che la petroliera è stata rimandata indietro e che «sta ora tornando in Venezuela e il petrolio verrà venduto attraverso l’accordo energetico che abbiamo creato appositamente per questo tipo di transazioni». Nel corso di un incontro alla Casa Bianca con i vertici delle principali compagnie petrolifere internazionali, Trump ha inoltre chiarito che saranno gli Stati Uniti a stabilire «quali compagnie potranno lavorare in Venezuela» e, rivolgendosi agli amministratori delegati presenti, tra cui quello di Eni, ha assicurato che «Ora in Venezuela avete la sicurezza totale».