José Maria Balcázar, chi è il nuovo presidente ad interim del Perù

Nella notte tra mercoledì 18 e giovedì 19 febbraio 2026, il Congresso del Perù ha eletto José Maria Balcázar come nuovo presidente dopo che José Jerí era stato rimosso dall’incarico per un caso di presunta corruzione. Ex giudice vicino alla sinistra, Balcázar è il nono presidente a ricevere l’incarico in 10 anni. Il suo mandato sarà tuttavia molto breve. Dovrà infatti guidare il governo fino alle prossime elezioni presidenziali che si terranno il 12 aprile e dovrà lasciare l’incarico il 28 luglio, giorno in cui si festeggia l’indipendenza del Paese e in cui, per tradizione, si insedia il nuovo governo.

Si è assunto la sfida di «garantire una transizione elettorale pacifica»

José Maria Balcázar, chi è il nuovo presidente ad interim del Perù
José Maria Balcázar (Ansa).

Balcázar è stato eletto dai parlamentari al secondo scrutinio. Nel primo aveva ottenuto 46 voti, tre in più della candidata di centrodestra che inizialmente era data per favorita, l’ex presidente del parlamento Maria del Carmen Alva. Nel secondo è riuscito a ottenerne 60, la maggioranza relativa dei votanti (i membri del parlamento sono 130, ma al momento dell’ultima votazione erano diventati 113 perché il partito di sinistra Juntos por el Perú aveva deciso di boicottare il voto). Nel suo primo messaggio dopo aver ricevuto la fascia presidenziale, ha stabilito come priorità per i suoi mesi di governo «garantire al popolo peruviano una transizione elettorale pacifica e trasparente» e «affrontare il problema dell’insicurezza dei cittadini».

Dalla vicinanza a Cerrón alla denuncia per scambio di favori

José Maria Balcázar, chi è il nuovo presidente ad interim del Perù
José Maria Balcázar (Ansa).

José María Balcázar Zelada, ex magistrato e attuale deputato di Lambayeque, ha 83 anni. In passato è stato giudice della Corte Suprema ed è anche stato oggetto di indagini per presunto traffico di influenze. I media peruviani lo presentano come un uomo vicino a Vladimir Cerrón, fondatore del partito di sinistra Perù Libre, condannato per corruzione e attualmente latitante. Questa sua vicinanza lo fa considerare un rappresentante della sinistra peruviana più conservatrice dal punto di vista sociale. Politico finora poco conosciuto, è ricordato per la sua opposizione alla legge contro i matrimoni infantili in Perù e per i commenti controversi che fece all’epoca. Attualmente deve affrontare una denuncia costituzionale per aver presumibilmente scambiato favori con l’ex procuratore generale Patricia Benavides, con la quale, secondo l’accusa, avrebbe organizzato votazioni parlamentari in cambio dell’archiviazione dei suoi casi penali a Lambayeque.

Board of Peace, la Casa Bianca risponde al no del Vaticano

Il gelo tra Casa Bianca e Santa Sede non accenna a sciogliersi, anzi. Motivo del contendere è stavolta la mancata partecipazione del Vaticano al Board of Peace. Uno “no” all’iniziativa di Donald Trump definito «spiacevole» in un briefing con la stampa da Karoline Leavitt, portavoce della White House. «La pace non dovrebbe essere di parte, politica o controversa», ha dichiarato, ribadendo che l’obiettivo del Board of Peace è quello di coordinare la ricostruzione della Striscia di Gaza dopo «spargimenti di sangue e povertà».

Board of Peace, la Casa Bianca risponde al no del Vaticano
Donald Trump (Ansa).

Parolin aveva parlato di «perplessità» da parte della Santa Sede

«Ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni», aveva detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, motivando la mancata partecipazione del Vaticano al Board of Peace. Aveva poi aggiungendo che a livello globale le situazioni di crisi andrebbero «discusse e risolte a livello dell’Onu». E non dunque, con il consiglio ideato da Trump. Nella lettura americana, il Board è invece legittimo, perché già partecipato da decine di Paesi. Era stato proprio Parolin, che già nel recente passato aveva chiesto a più riprese ai leader mondiali di rispettare il diritto internazionale e di non rinunciare al multilateralismo, a rivelare il 21 gennaio che il Vaticano era stato invitato a partecipare.

Board of Peace, la Casa Bianca risponde al no del Vaticano
Il cardinale Piero Parolin (Ansa).

L’Italia invece partecipa al Board of Peace come Paese osservatore

Perplessità in merito erano state espresse anche dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, che aveva parlato di «operazione colonialista». Mentre la maggior parte dell’Europa ha detto no – come il Vaticano – a Trump, l’Italia ha invece deciso di partecipare alla prima riunione a Washington come «Paese osservatore» e in nome dell’obiettivo più alto della pace, ha spiegato Antonio Tajani in Parlamento.

Gli attriti tra Vaticano e Stati Uniti preoccupano i repubblicani

Gli attriti crescenti tra Vaticano e Stati Uniti sono motivo di preoccupazione per i repubblicani in vista delle elezioni di midterm, in cui la religione potrebbe giocare un ruolo importante. La Santa Sede ha infatti assunto posizioni molto critiche nei confronti della politica estera Usa (papa Leone XIV si è espresso sulla crisi con Cuba), su quella migratoria e sui tagli agli aiuti internazionali, al settore sanitario e ai servizi sociali. Il voto cattolico favorì in modo determinante Trump nella corsa elettorale del 2024: adesso le frizioni col Vaticano potrebbero costare consensi ai candidati del suo Gop.

Condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon

Il tribunale distrettuale di Seul ha condannato all’ergastolo l’ex presidente Yoon Suk-yeol: era finito a processo con l’accusa di insurrezione per aver tentato di proclamare la legge marziale il 3 dicembre 2024. I procuratori speciali avevano chiesto per Yoon la pena di morte, presente in Corea del Sud, ma bloccata da una moratoria dal 1997.

Condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon
Il processo a Yoon sulla tv sudocoreana (Ansa).

Yoon nel corso del processo non ha mai mostrato pentimento

I pubblici ministeri sudcoreani avevano avanzato la richiesta di pena capitale nei confronti di Yoon in quanto «capofila dell’insurrezione con il chiaro obiettivo di rimanere al potere a lungo prendendo il controllo della magistratura e del parlamento», tramite l’invio di truppe dopo aver dichiarato la legge marziale. L’ordine fu revocato dopo sole tre ore, quando la maggioranza dei deputati, dopo aver forzato il blocco dei militari, entrò in parlamento e votò all’unanimità per annullarlo. Yoon ha sempre sostenuto la legittimità costituzionale della misura, affermando di voler «salvaguardare libertà e sovranità»: l’ergastolo, hanno spiegato i giudici, è dovuto anche al suo mancato pentimento.

Condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon
Sostenitori di Yoon Suk-yeol (Ansa).

L’ex ministro della Difesa è stato condannato a 30 anni di carcere

Il processo coinvolgeva complessivamente otto imputati ritenuti promotori della legge marziale, tra essi anche l’ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun, condannato a 30 anni di carcere, l’ex primo ministro Han Duck-soo, al quale è stata inflitta una pena di 23 anni, e l’ex ministro dell’Interno Lee Sang-min, che ha ricevuto 7 anni di reclusione.

Era già stato condannato a cinque anni per ostruzione alla giustizia

In un precedente procedimento, terminato il 16 gennaio, Yoon era già stato condannato a cinque anni di carcere per aver tentato di ostacolare il proprio arresto dopo la sua messa in stato d’accusa, culminata nel 2025 con la sua destituzione dopo l’impeachment approvato dalla Corte costituzionale su iniziativa del Parlamento. Le successive elezioni anticipate sono state poi vinte da Lee Jae-myung.

Rubio, l’anti-Vance che punta al dopo Trump

Fino a qualche mese fa non sembravano esserci dubbi: J.D. Vance era l’unico astro repubblicano in grado di raccogliere il testimone di Donald Trump alle Presidenziali del 2028. Ma nelle ultime settimane un altro big dei Gop ha guadagnato terreno e – secondo molti – avrebbe già effettuato il sorpasso. Si tratta di Marco Rubio, segretario di Stato diventato portabandiera della Casa Bianca in questo secondo mandato trumpiano fortemente incentrato sulla politica estera. Capo della diplomazia americana, Rubio ha un atteggiamento più moderato rispetto allo spigoloso Vance, addirittura più estremo dell’attuale presidente.

Rubio, l’anti-Vance che punta al dopo Trump
JD Vance e Marco Rubio (Ansa).

L’ascesa di Rubio è stata sancita in Baviera?

Non che per diventare presidente Usa sia necessario l’apprezzamento dei leader europei, ma il plauso ricevuto da Rubio alla Conferenza di Monaco sta dando un certo slancio alla possibilità che sia lui l’erede di Trump. Se il discorso con cui il segretario di Stato ha evidenziato l’importanza della cooperazione internazionale – «Non abbiamo bisogno di abbandonare il sistema di cooperazione internazionale che abbiamo creato, né di smantellare le istituzioni globali del vecchio ordine che insieme abbiamo costruito», ha detto, «ma queste devono essere riformate» – ha ricevuto in Baviera una standing ovation, nello stesso luogo un anno fa furono invece accolte con freddezza le parole di Vance contro l’immigrazione di massa e la repressione della libertà di espressione nel Vecchio Continente. Dopo la Germania, Rubio ha poi proseguito il suo viaggio in Slovacchia e Ungheria, dove ha incontrato i rispettivi leader filo-Trump, Robert Fico e Viktor Orban. Tra i pochi a parlare della cattura di Nicolas Maduro, il segretario di Stato ha supervisionato l’operazione venezuelana a Mar-a-Lago e ha giocato un ruolo fondamentale nello stringere relazioni con la presidente ad interim, Delcy Rodríguez. E, sebbene sia il capo della diplomazia a stelle e strisce, ha assunto un ruolo di alto profilo nel promuovere il programma di Trump pure in ambito nazionale, tra cui il ridimensionamento del dipartimento di Stato e la chiusura dell’Usaid.

Rubio, l’anti-Vance che punta al dopo Trump
Marco Rubio (Ansa).

A proposito di obiettivi raggiunti, il sito del dipartimento di Stato, nel decantare le «vittorie diplomatiche» del primo anno del Trump-bis, elenca diversi successi che il tycoon considera fondamentali come lascito al Paese, tra cui lo stop all’immigrazione illegale di massa, la garanzia di pace nel mondo e un’Europa che pagherà di più per la difesa. Ma viene citata anche l’intitolazione a Trump dello U.S. Institute of Peace: Rubio insomma intende continuare a migliorare la sua immagine non solo a livello internazionale, ma anche nella cerchia di The Donald. Con l’obiettivo, chissà, di fargli dimenticare che nel 2016 furono persino rivali per la candidatura del Gop alle Presidenziali.

Rubio, l’anti-Vance che punta al dopo Trump
JD Vance (Ansa).

Vance, sotto pressione, inizia con le invasioni di campo

Vance, che non si fece scrupoli ad aggredire verbalmente Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca e nemmeno a definire «parassiti» gli europei, e che di recente ha incolpato la sinistra per le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis, continua con il suo approccio estremo. Ma il vicepresidente Usa, sintonizzato sulla politica nazionalista e protezionista dell’America First tanto cara al capo della Casa Bianca, inizia a essere sotto pressione. Intervistato da Fox News, quando gli è stato chiesto se volesse candidarsi alla presidenza, si è smarcato dichiarando di essere concentrato sul suo attuale incarico. E sul possibile duello con Rubio ha affermato che «i media vogliono creare un conflitto che non esiste», spingendosi a definire l’attuale segretario di Stato come «l’amico più caro» all’interno dell’Amministrazione. «Marco sta facendo un ottimo lavoro. Io sto cercando di fare il miglior lavoro possibile. Il presidente sta facendo un ottimo lavoro. Continueremo a lavorare insieme», ha poi chiosato Vance. Ma il 2028 prima o poi arriverà. E la sensazione è che Vance stia tentando di ritagliarsi sempre più spazio. Negli ultimi giorni, ad esempio, è intervenuto sui colloqui con l’Iran: poche parole sulla mancata svolta a Ginevra, ma comunque un’invasione nel campo di Rubio.

Rubio, l’anti-Vance che punta al dopo Trump
Donald Trump (Ansa).

Trump intanto non si pronuncia sul suo successore

Trump, che nel 2024 preferì avere al suo fianco come candidato vicepresidente Vance anziché Rubio, falco della politica estera finito poi a capo del dipartimento di Stato, dopo la Conferenza di Monaco ha elogiato entrambi. «J.D. e Marco sono fantastici, lo penso davvero», ha dichiarato, evitando di pronunciarsi sul suo possibile ‘erede’ politico: «Non devo preoccuparmene ora», ha tagliato corto. A maggio del 2025, il tycoon aveva messo sullo stesso piano Vance e Rubio. Lo scorso agosto, aveva suggerito l’ipotesi di un ticket repubblicano tra i due delfini alle elezioni del 2028, ma come vice. I sondaggi MAGA danno ancora Vance favorito alla successione, ma nella testa (e nel cuore) di The Donald chissà: forse Rubio sta conquistando l’endorsement presidenziale.

Musk con Robinson chiede l’arresto di Sanchez

Sta facendo discutere un commento su X di Elon Musk in cui, appoggiando l’estremista di destra Tommy Robinson (quello che qualche settimana fa ha incontrato Matteo Salvini al ministero), il magnate sostiene che il premier spagnolo Sanchez vada arrestato. Il suo piano di regolarizzazione, accusa un post di Visegràd 24 condiviso da Robinson, riguarderebbe «oltre 1 milione e 350 mila migranti, non i 500 mila stimati». Di qui la sua conclusione: «Sanchez dovrebbe essere arrestato». Il proprietario di X l’ha commentato apponendo il suo sigillo: «Assolutamente, “dirty Sanchez” è un traditore della Spagna».

Schlein: «Comportamento inaccettabile, Meloni intervenga»

Un post che ha creato polemica anche in Italia, con la segretaria del Partito democratico Elly Schlein che ha dichiarato: «Ancora oggi, e non è la prima volta, Elon Musk sulla sua piattaforma social insulta violentemente Pedro Sanchez e chiede sia arrestato. Un comportamento inaccettabile che dimostra tutta la pericolosa arroganza di chi, forte della sua ricchezza e della sua influenza tecnologica, si permette di insultare e rendere bersaglio di odio il capo di un governo straniero democraticamente eletto. A Pedro Sanchez va la nostra solidarietà. Speriamo che la solidarietà arrivi anche dalla presidente Meloni, a un suo collega europeo».

In California il primo processo ai social con Zuckerberg testimone

In California è in corso un processo storico sulla dipendenza da social media, dove il fondatore di Facebook e amministratore delegato di Meta Mark Zuckerberg è chiamato a testimoniare. Tutto nasce dalla denuncia di una ragazza che accusa le piattaforme di essere progettate per creare dipendenza tra i giovani. Sarà la prima volta che Zuckerberg testimonierà davanti a una giuria, sotto giuramento, sulla sicurezza delle sue applicazioni utilizzate da miliardi di persone. 12 giurati in un tribunale civile dovranno stabilire entro la fine di marzo se YouTube (Google) e Instagram (Meta) siano in parte responsabili dei problemi di salute mentale di Kaley G.M., la ventenne californiana da cui è nata la causa fortemente coinvolta nell’uso dei social fin dall’infanzia.

Cosa dovrà stabilire il procedimento

Il processo mira a stabilire se Google e Meta abbiano consapevolmente progettato le loro piattaforme per incoraggiare un consumo incontrollato da parte dei giovani utenti di internet a scapito della loro salute mentale, alimentando quella che molti definiscono un’epidemia di depressione, ansia e disturbi alimentari. Il dibattimento si concentrerà esclusivamente sulla progettazione delle app e sulle funzionalità di personalizzazione degli algoritmi. La legge statunitense, infatti, garantisce alle piattaforme un’immunità pressoché totale per i contenuti pubblicati dagli utenti, ma non le esenta dalle responsabilità legate alla struttura tecnica e psicologica dei loro software.

Usa sempre più vicini alla guerra con l’Iran: quando e come potrebbero attaccare

Secondo quanto riportato da Axios, visto lo stallo dei negoziati Usa-Iran sul nucleare, «l’Amministrazione Trump è più vicina a una grande guerra in Medio Oriente di quanto la maggior parte degli americani creda». Il conflitto con Teheran, spiega la testata, «potrebbe iniziare molto presto». Cosa sappiamo.

Il secondo round di colloqui senza risultati

Il secondo round di colloqui tra l’Iran e gli Stati Uniti, mediati dall’Oman a Ginevra, è sostanzialmente finito con un nulla di fatto. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato di «intesa con gli Usa sui principi fondamentali», ma si tratta di una frase di circostanza. Teheran ha aperto alle ispezioni dell’Aiea nei suoi siti nucleari (anche quelli sotterranei), ma ha blindato il programma missilistico, sul quale non intendere fare concessioni. In generale, la Repubblica Islamica si è detta disposta a disposta a discutere di limitazioni all’arricchimento dell’uranio, ma solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa.

Washington e Teheran continuano a minacciarsi

Nel giorno dei negoziati a Ginevra, l’ayatollah Ali Khamenei ha minacciato di affondare le navi da guerra statunitensi: con l’obiettivo di costringere l’Iran a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato nel Mar Arabico anche la portaerei più grande del mondo, cioè la USS Gerald R. Ford, che è andata ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln. Il giorno prima delle minacce di Khamenei, Trump aveva affermato: «Non credo che l’Iran voglia le conseguenze di un mancato accordo».

Usa sempre più vicini alla guerra con l’Iran: quando e come potrebbero attaccare
L’ayatollah Ali Khamenei (Imagoeconomica).

Gli Usa pensano a un’operazione lunga settimane

Come ha riportato The War Zone, i localizzatori di volo online hanno mostrato caccia F-22 Raptor e F-16 Fighting Falcon, aerei radar E-3 Sentry e un velivolo spia U-2 Dragon Lady in transito sull’Atlantico verso l’Europa. Qualcosa di analogo era accaduto prima dell’operazione Midnight Hammer di giugno 2025. Secondo alcune fonti di Axios, vicine alla Casa Bianca, l’operazione militare statunitense in Iran sarebbe probabilmente una campagna su vasta scala, della durata di settimane: somiglierebbe insomma più a una guerra vera e propria che al raid effettuato in Venezuela.

Sarà una campagna congiunta con Israele

Le stesse fonti hanno riferito ad Axios che probabilmente si tratterà di una campagna congiunta tra Stati Uniti e Israele, il cui esercito dispone di centinaia di aerei da combattimento con una portata appunto più ampia rispetto alla guerra dei 12 giorni della scorsa estate.

L’Iran ha due settimane per evitare l’attacco

Secondo Axios «tutti gli indizi lasciano pensare che Trump premerà il grilletto se i negoziati falliranno». Ma quando potrebbe succedere? I funzionari statunitensi hanno affermato che, sostanzialmente, l’Iran sono state concesse altre due settimane di tempo per presentare una proposta dettagliata. «Il capo sta perdendo la pazienza. Alcuni dei suoi collaboratori lo mettono in guardia dal dichiarare guerra all’Iran, ma credo che ci sia il 90 per cento di probabilità che nelle prossime settimane assisteremo a un’azione militare», ha dichiarato un consigliere di Trump ad Axios. Per le fonti della testata, in ogni caso, alle forze Usa serviranno ancora alcune settimane di preparazione prima di attaccare.

Come funziona il Board of Peace per Gaza e che ruolo ha l’Italia

Il Board of Peace è un organismo internazionale creato su iniziativa degli Stati Uniti per supervisionare cessate il fuoco, stabilizzazione e ricostruzione della Striscia di Gaza. Guidato da Donald Trump, che ne è presidente con poteri di nomina, invito e revoca dei membri, ne fanno parte al momento una ventina di Stati fondatori tra cui Israele, Turchia, Qatar, Giordania, Arabia Saudita, lndonesia Emirati Arabi e Argentina. Le uniche nazioni europee che vi aderiscono sono l’Ungheria e la Bulgaria (in attesa però della ratifica parlamentare). L’Italia partecipa in qualità di osservatore, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani che parteciperà alla prima riunione del Board a Washington.

Come funziona il Board of Peace per Gaza e che ruolo ha l’Italia
Antonio Tajani (Ansa).

Gli organismi, i fondi e la presenza militare

Da presidente dell’organismo, Trump ha poteri quasi assoluti: solo lui può invitare un membro, ha diritto di veto su tutte le decisioni e può «creare, modificare o dissolvere gli organismi subordinati» – ovvero il Comitato esecutivo, di cui fanno parte tra gli altri il segretario di Stato Marco Rubio, l’ex premier britannico Tony Blair e il consigliere Jared Kushner, un più allargato Comitato esecutivo per Gaza e il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza guidato da Ali Sha’at, che è stato ministro dell’Autorità a Ramallah. Con una squadra di tecnocrati palestinesi, quest’ultimo dovrà gestire i 363 chilometri quadrati in questa fase di transizione. Per quanto riguarda le cifre, Trump ha annunciato che gli invitati hanno già promesso «cinque miliardi di dollari». 1,25 miliardi a testa dovrebbero arrivare da Emirati, Qatar, Kuwait e gli Stati Uniti garantirebbero altrettanto. Per l’Unione europea e la Banca mondiale, per ricostruire il territorio devastato da due anni di guerra, ne serviranno almeno 50 miliardi. Quanto alla presenza militare, il tycoon prevede di schierare soldati internazionali per stabilizzare Gaza. Per ora solo l’Indonesia è pronta a inviare 8 mila militari. Le truppe israeliane restano dispiegate in oltre metà della Striscia.

Cosa sappiamo sull’omicidio del militante nazionalista a Lione

Sono salite a 11 le persone fermate per la morte del militante di estrema destra Quentin Deranque, che ha perso la vita a Lione dopo una brutale aggressione da parte di un gruppo di attivisti di sinistra. Un omicidio a sfondo politico, quello del 23enne, che ha scosso il Paese e che sta alimentando le tensioni in vista delle elezioni comunali di marzo e delle Presidenziali del 2027, in cui il Rassemblement National sembra avere le migliori possibilità di vittoria mai avute finora. Ecco cosa sappiamo sulle indagini e quali sono al momento le ripercussioni sulla politica francese.

Cosa sappiamo sull’omicidio del militante nazionalista a Lione
Lo striscione: “Antifa assassini. Giustizia per Quentin” (Ansa).

L’aggressione mortale a Lione

Deranque è stato aggredito il 12 febbraio da un gruppo di persone, riportando un grave trauma cranico-encefalico: ricoverato all’ospedale Édouard-Herriot, è morto poi due giorni dopo. L’aggressione, anche con spranghe, è avvenuta a margine della conferenza a Sciences Po Lyon di Rima Hassan, europarlamentare di La France Insoumise. Quentin è stato gettato a terra e picchiato da almeno sei persone, che indossavano il passamontagna. Nei filmati si vedono tre persone a terra, violentemente percosse: due, a differenza di Quentin, sono però riuscite a scappare.

Chi era Quentin Deranque

Deranque, studente di Data Science all’Università di Lione II, era abituale frequentatore della chiesa tradizionalista di Saint-Georges, nel quartiere di Vieux Lyon, dove la messa viene celebrata in latino. Gli amici hanno raccontato che si era convertito «qualche anno fa». L’avvocato della famiglia ha spiegato che il giovane «aveva sempre difeso le sue convinzioni in modo non violento», sostenendo «l’attivismo pacifico». Il 23enne faceva parte del collettivo femminista di estrema destra Némésis, che aveva esposto striscioni di protesta contro la conferenza di Hassan, ma non ci sono conferme sul fatto che fosse nel suo “servizio d’ordine”, come è stato riportato inizialmente.

Cosa sappiamo sull’omicidio del militante nazionalista a Lione
Protesta contro la Jeune Garde (Ansa).

Il coinvolgimento de La France Insoumise

Deranque sarebbe stato aggredito da esponenti del movimento di estrema sinistra Jeune Garde, gruppo antifa disciolto d’autorità a giugno del 2025. Tra essi ci sarebbe anche Jacques-Elie Favrot, che è – o meglio era – assistente di Raphaël Arnault, deputato del partito di sinistra La France Insoumise, guidato da Jean-Luc Mélenchon. La portavoce del governo francese, Maud Bregeon, ha chiesto al partito di sospendere il politico dal suo gruppo parlamentare all’Assemblea Nazionale. Manuel Bompard, coordinatore nazionale di LFI, ha però escluso in maniera categoria l’estromissione temporanea. Favrot è stato arrestato il 17 febbraio dalla polizia: Arnault ha reso noto su X di aver avviato «le procedure per la risoluzione del suo contratto» e che ha già «cessato tutte le sue attività parlamentari». LFI ha poi respinto le accuse provenienti dalla destra e dal campo presidenziale di alimentare un clima di violenza. «Il nostro movimento non la tollererà mai», ha dichiarato la deputata Alma Dufour.

Le accuse del RN a Melenchon

Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, ha condannato i «barbari responsabili di questo linciaggio». Jordan Bardella, presidente del partito di estrema destra, ha addossato a Melenchon la «responsabilità morale e politica» di quanto accaduto, sostenendo che il leader de La France Insoumise «ha aperto le porte dell’Assemblea Nazionale a sospetti assassini».

Sono 11 le persone arrestate

Dopo i primi accertamenti la Procura di Lione ha annunciato l’ampliamento dell’indagine, che è ora per omicidio volontario e non più per percosse mortali aggravate. Come detto sono al momento 11 le persone fermate. Il procuratore di Lione Thierry Dran ha annunciato l’arresto di nove sospetti il 17 febbraio. Altri due sono stati fermati la mattina di mercoledì 18 febbraio. Si tratta di una coppia: un uomo, sospettato di essere direttamente legato alle violenze, e la sua compagna, accusata di averlo aiutato a sottrarsi alla giustizia. Per quanto riguarda il già citato Favrot, non è chiaro se facesse parte del gruppo di assalitori incappucciati che hanno aggredito Deranque.

Negli Stati Uniti ora sono i democratici a usare la religione per raccogliere voti

Negli Stati Uniti il voto dei fedeli cristiani giocherà un ruolo decisivo anche alle midterm. Ma questa volta per i Repubblicani e Donald Trump, tornato alla Casa Bianca anche grazie al sostegno degli elettori evangelici, ci potrebbe essere qualche sorpresa. Se infatti da tempo gli elettori protestanti (e molti cattolici) sono orientati verso il Gop, visto come ultimo baluardo in difesa della famiglia e dei valori tradizionali, le politiche di Trump – a partire dalla stretta sull’immigrazione illegale – rischiano di allontanarli dall’Elefantino, offrendo inaspettate opportunità ai candidati democratici. Senza contare che contro The Donald gioca anche il gelo diplomatico che proprio su immigrazione e politica estera è sceso tra Washington e il Vaticano, proprio con il primo pontefice statunitense. Con buona pace del Signore, che secondo la vulgata MAGA, avrebbe salvato l’attuale presidente dall’attentato di Butler.

Negli Stati Uniti ora sono i democratici a usare la religione per raccogliere voti
Sarag Trone Garriott (Instagram).

Crescono i candidati dem appartenenti alla Chiesa

Rispetto al passato è inoltre insolitamente alto il numero di uomini di Chiesa candidati per il Partito democratico. Più di una decina di leader religiosi protestanti correranno infatti per cariche federali e statali, molti di più rispetto alle precedenti tornate, ha fatto notare alla Reuters Doug Pagitt, pastore a capo del gruppo politico cristiano progressista Vote Common Good. Tra loro c’è per esempio Sarah Trone Garriott, senatrice dell’Iowa e pastora luterana, che non ha sempre messo la fede al centro delle sue campagne elettorali. O il pastore presbiteriano Matt Schultz, candidato alla Camera per l’Alaska, e il seminarista presbiteriano James Talarico, astro nascente dem deputato del Texas – dove sta dando del filo da torcere ai repubblicani – che è in corsa per un seggio al Senato. Senza dimenticare il candidato governatore dell’Iowa, Rob Sand, luterano praticante, il quale ricorda che uno dei motivi principali per cui ha sposato la causa democratica è che «la fede cristiana è tutta incentrata sulla tutela del più debole».

Negli Stati Uniti ora sono i democratici a usare la religione per raccogliere voti
Rob Sand (Instagram).

Un leader religioso bianco non viene eletto al Congresso dal 1975

A differenza di molti altri leader religiosi che si sono candidati per l’Asinello, tra cui il senatore per la Georgia Raphael Warnock, i candidati delle prossime midterm non provengono dalla comunità afroamericana che storicamente fa parte della base democratica. La speranza è che ci sia un’inversione di tendenza: l’ultimo uomo di Chiesa bianco a ottenere un seggio al Congresso fu il deputato Bob Edgar, che restò a Capitol Hill dal 1975 al 1987. Da allora più nessuno c’è riuscito.

Negli Stati Uniti ora sono i democratici a usare la religione per raccogliere voti
Raphael Warnock (Ansa).

Negli anni l’elettorato democratico è diventato sempre più laico

Alle Presidenziali del 2024, Trump ha ottenuto l’83 per cento dei voti degli elettori evangelici bianchi: il numero più alto mai registrato. Inoltre ha portato a casa il sostegno della maggioranza sia dei protestanti tradizionali sia dei cattolici. Di contro, la base democratica è diventata sempre più laica. Il 40 per cento degli elettori dell’Asinello, secondo un sondaggio condotto dal Pew Research Center tra il 2023 e il 2024, si è identificato come non affiliato a nessuna religione: più del doppio rispetto al 2007. Ma per vincere le elezioni, ormai è chiaro, bisogna anche puntare sulla fede. «Gesù ha accolto lo straniero, ha nutrito gli affamati, si è schierato dalla parte dei vulnerabili, si è preso cura dei poveri, e questa è la nostra vocazione come cristiani. Ora invece vediamo comunità terrorizzate e persone trattate con grande crudeltà», ha detto Trone Garriott riferendosi ai fatti di Minneapolis.

Essere credente non significa votare repubblicano

Sebbene in passato importanti esponenti del partito democratico abbiano parlato della loro fede (come il cattolico Joe Biden), ciò che distingue questi candidati – religiosi o meno – è il modo esplicito in cui collegano il loro credo alle questioni politiche, cercando di far capire che essere credente non obbliga a votare repubblicano. Una strategia che però potrebbe rivelarsi un boomerang: strizzando troppo l’occhio a chi ha votato in passato per l’Elefantino, c’è infatti il rischio di perdere consenso tra gli elettori democratici (e laici). Una possibilità che però non preoccupa Schultz, in corsa in Alaska contro il repubblicano in carica Nick Begich. «Le persone», ha spiegato il democratico, «hanno una visione della fede più sofisticata di quanto spesso crediamo».

Il diritto all’aborto sarà centrale nella campagna elettorale

In ottica midterm, secondo gli esperti, giocherà un ruolo importante il diritto all’aborto, che dal 2022 in base a una sentenza della Corte Suprema non vale più a livello nazionale. Schultz, a favore della possibilità di scelta, ha affermato che le Sacre scritture non specificano con precisione l’inizio della vita umana, aggiungendo poi che in realtà sono gli stessi repubblicani a opporsi a misure che ridurrebbero effettivamente gli aborti come una migliore assistenza sanitaria, l’accesso ai contraccettivi e l’ampliamento dell’assistenza all’infanzia. «Sono pro-choice, nonostante la mia fede cristiana, ma proprio grazie a essa», ha tenuto a precisare.

Trump censura l’intervista all’astro nascente dem Talarico: pieno di views su YouTube

A causa della censura trumpiana, nel corso della puntata di lunedì 16 febbraio del The Late Show non è andata in onda l’intervista di Stephen Colbert al texano James Talarico, astro nascente dem candidato alle primarie del suo partito per il Senato degli Stati Uniti. Colbert e lo staff del programma, in aperto contrasto con la Cbs, hanno però comunque pubblicato l’intervista sul canale YouTube del The Late Show, facendo il pieno di visualizzazioni: quasi cinque milioni.

Le accuse di Colbert a FCC e Cbs

Durante il consueto monologo di inizio puntata, Colbert ha presentando la Late Present Band e la sua ospite Jennifer Garner. Poi l’ironica domanda: «Sapete chi non è uno dei miei ospiti stasera?». Talarico, appunto. Gli avvocati della nostra rete ci hanno detto che non potevamo averlo in trasmissione», ha spiegato il presentatore: alla base del veto le regole della Federal Communications Fee (FCC), che prevedono la stessa quantità di tempo di trasmissione concessa a ogni politico. Insomma, la par condicio. Ci sono però due piccoli particolari da considerare: la FCC è controllata dal Partito repubblicano e Talarico in passato ha aspramente criticato Donald Trump. «Diciamo la verità: l’attuale amministrazione vuole mettere a tacere chiunque dica qualcosa di negativo su Trump in tv, perché tutto ciò che Trump fa è guardare la tv ok? È come un bambino che passa troppo tempo davanti allo schermo. Diventa irritabile e poi si scarica nel pannolino», ha detto Colbert, scagliandosi anche contro la Cbs che ha chinato il capo alla richiesta della FCC. Trump ha più volte sollecitato Brendan Carr, presidente della Commissione federale per le comunicazioni, ad agire contro le emittenti statunitensi che fanno una copertura – a suo modo di vedere – faziosa.

Seminarista e astro nascente dem: chi è Talarico

Classe 1989, James Dell Talarico, è membro della Camera dei rappresentanti del Texas dal 2018. Ex insegnante e attualmente seminarista presbiteriano, al momento sta affrontando la deputata per il Texas Jasmine Crockett e l’uomo d’affari Ahmad Hassan nelle primarie democratiche che stabiliranno il candidato dall’Asinello a un seggio al Senato degli Stati Uniti in occasione delle elezioni di midterm di novembre. Le primarie dem si terranno il 3 marzo, ma già dal 17 febbraio è possibile il voto anticipato. Sul fronte repubblicano si stanno invece affrontando il senatore John Cornyn, il deputato Wesley Hunt e il procuratore generale del Texas Ken Paxton.

Bce, Lagarde verso l’addio prima della fine del mandato? Cosa sappiamo

Secondo quanto scrive il Financial Times, Christine Lagarde avrebbe intenzione di lasciare il suo incarico da presidente della Bce prima della scadenza del mandato nel 2027. La decisione sarebbe legata alla volontà di dare al presidente francese Macron e al cancelliere tedesco Merz la possibilità di scegliere il suo successore, prima delle prossime elezioni presidenziali in Francia in programma ad aprile del 2027. Macron, che nei giorni scorsi ha già avuto a sorpresa la possibilità di nominare il successore del governatore della Banca di Francia, dopo che Francois Villeroy de Galhau ha dato le dimissioni in anticipo, secondo il Ft spinge da mesi per avere un ruolo nella scelta del prossimo presidente della Banca centrale europea.

La replica della Bce

Dopo la diffusione dell’indiscrezione, la Bce ha rilasciato una nota precisando che «la presidente Lagarde è totalmente concentrata sul suo mandato e non ha preso alcuna decisione riguardo alla conclusione del mandato».

Antenna Group annuncia Tony Blair come Senior Advisor

Antenna Group, ovvero il colosso greco vicinissimo a rilevare gli asset più redditizi di Gedi – tra cui Repubblica – ha annunciato che l’ex premier britannico Tony Blair assumerà il ruolo di Senior Advisor per la realizzazione dell’Europe-Gulf Forum, in programma a maggio 2026. L’evento, che sarà ospitato da Antenna in partnership con il principale think tank statunitense, l’Atlantic Council, riunirà esponenti di primo piano del mondo politico, imprenditoriale, finanziario e istituzionale, con l’obiettivo di costruire una cooperazione duratura tra Europa e Golfo Persico, due regioni chiave unite da interessi geopolitici e opportunità di investimento condivisi. Si conferma dunque la forte influenza di Blair nella regione, nonostante qualche ombra nel passato dell’ex inquilino di Downing Street. «Siamo lieti di accogliere Blair come Senior Advisor mentre la nostra azienda si prepara a ospitare questo importante evento», ha dichiarato Theodore Kyriakou, presidente di Antenna Group, evidenziando la «straordinaria leadership internazionale e la profonda esperienza diplomatica» dell’ex primo ministro britannico. «Sono lieto di collaborare alla realizzazione di questo forum, che riunirà Europa e Paesi del Golfo in una fase di crescente polarizzazione globale, un progetto di grande rilievo per il futuro. Europa e Golfo condividono interessi strategici profondi e vi sono ampi margini per rafforzare ulteriormente la cooperazione tra le due regioni», ha detto Blair.

Da Downing Street al Tony Blair Institute for Global Change

Primo ministro del Regno Unito dal 1997 al 2007, ha guidato il Paese per tre mandati consecutivi diventando l’unico leader laburista ad aver vinto tre elezioni generali nella storia del partito. Dopo l’addio a Downing Street, Blair ha continuato a essere attivamente impegnato nelle principali dinamiche globali, con particolare attenzione all’Africa e al Medio Oriente: nel 2016 ha fondato il Tony Blair Institute for Global Change, organizzazione non profit che fornisce consulenza su governance e strategie di sviluppo, con progetti soprattutto in Africa e Medio Oriente. Inoltre è nel comitato esecutivo del trumpiano Board of Peace.

Antenna Group annuncia Tony Blair come Senior Advisor
Tony Blair (Ansa).

La presunta attività di lobbying per spingere l’Ue nel Consiglio di pace

A proposito dell’organismo promosso dalla Casa Bianca, la piattaforma Follow the money ha appena pubblicato un documento riservato della Commissione europea da cui emergerebbe un’attività di lobbying dell’istituto di Blair, per spingere l’Ue a prendere parte del Board of Peace. In particolare è emerso che gli emissari dell’organizzazione avrebbero avuto un incontro con i funzionari della Direzione generale Mena (Medio Oriente, Nordafrica e Golfo) che fa capo a Dubravka Šuica, commissaria al Mediterraneo, chiedendo un faccia a faccia con Blair «a Davos o in altre occasioni». Ebbene, Palazzo Berlaymont ha confermato che la stessa Šuica sarà presente alla prima riunione del Board of Peace, mettendo al tempo stesso in chiaro che la Commissione sarà a Washington solo come osservatrice e che l’Ue non entrerà a far parte del consiglio di pace. Secondo quanto emerso da fonti diplomatiche, la questione non era mai stata affrontata né a livello ministeriale, né al Coreper. E il via libera è arrivato direttamente da Ursula von der Leyen, non senza qualche malumore a Bruxelles.

Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili

È morto il reverendo Jesse Jackson, attivista per i diritti civili che aveva raggiunto la notorietà partecipando alle manifestazioni con Martin Luther King Jr. Aveva 84 anni. «Nostro padre era un leader al servizio della comunità, non solo della nostra famiglia, ma anche degli oppressi, dei senza voce e degli emarginati in tutto il mondo», ha dichiarato la famiglia Jackson in una nota.

Era stato assistente di MLK e ne raccolse poi l’eredità

Nato a Greenville (Carolina del Sud) da una madre adolescente e non sposata durante l’era di Jim Crow, negli Anni 60 entrò a far parte del movimento Southern Christian Leadership Conference (SCLC) di Martin Luther King, di cui diventò stretto collaboratore: era con lui Memphis quando venne assassinato il 4 aprile 1968. Morto MLK, Jackson – che era anche ministro battista – nel raccolse l’eredità affermandosi uno dei leader per i diritti civili più influenti d’America. Nel 1984 organizzò la Rainbow Coalition, alleanza di neri, bianchi, latini, asiatici, nativi americani e persone Lgbtq, aprendo la strada a un Partito Democratico più progressista. Figura di spicco per la comunità afroamericana ben prima che Barack Obama raggiungesse la scena nazionale, negli Anni 80 partecipò anche due volte alle primarie per tentare di ottenere la nomina a candidato dem nelle Presidenziali Usa: fu battuto prima da Walter Mondale e poi da Michael Dukakis. Era stato ricoverato in ospedale negli ultimi mesi ed era sotto osservazione per paralisi sopranucleare progressiva.

Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili
Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili
Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili
Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili
Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili
Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili
Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili
Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili
Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili
Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili
Morto il reverendo Jesse Jackson, paladino dei diritti civili

Le tante missioni di Jackson come inviato della Casa Bianca

A partire dagli Anni 80 fu a più riprese inviato della Casa Bianca. Nel 1983 intraprese ad esempio un viaggio in Siria per occuparsi del rilascio di un pilota statunitense, Robert Goodman, poi avvenuta. Nel 1984, su invito di Fidel Castro, andò a Cuba per negoziare il rilascio di 22 cittadini statunitensi. Nel 1997 volò in Kenya per incontrare l’allora presidente Daniel Arap Moi, come inviato speciale del presidente Bill Clinton per promuovere la democrazia attraverso elezioni libere. Nel 1999, durante il conflitto in Kosovo, si recò a Belgrado per negoziare il rilascio di tre soldati statunitensi. Nel 2005 raggiunse poi il Venezuela per incontrare il presidente Hugo Chávez.

Trovata morta in un hotel di Atene la produttrice della serie Teheran: cosa sappiamo

Dana Eden, produttrice israeliana della serie Teheran, è stata trovata morta in una camera di albergo di Atene, durante le riprese in Grecia della quarta stagione dello show. Aveva 52 anni ed era stata proprio lei a segnalare la capitale greca come set per la serie tv, dopo esserci stata con la famiglia per una vacanza. Ecco cosa sappiamo sulla sua morte, al momento al centro di varie speculazioni.

La fake news diffusa dai media israeliani

Nel dare la notizia, alcuni media israeliani avevano riferito che la polizia di Atene stava indagando sulla possibilità che Eden fosse stata assassinata da agenti del governo iraniano: la serie televisiva, infatti, è stata bollata fin dall’inizio dal regime di Teheran come propaganda ostile. Gli stessi canali israeliani hanno però definito questa notizia una fake news, precisando che la polizia greca non ha fatto alcuna menzione a un possibile coinvolgimento iraniano.

Trovata morta in un hotel di Atene la produttrice della serie Teheran: cosa sappiamo
Dana Eden (Ansa).

I farmaci nella stanza e i lividi sul corpo

Eden alloggiava ad Atene dal 4 febbraio. Il corpo della produttrice è stato scoperto dal fratello che, non riuscendo a contattarla al telefono, l’ha raggiunta nell’albergo, nei pressi di Piazza Syntagma: presentava lividi sul collo e sugli arti. Nella stanza d’albergo sarebbero state trovate anche delle pillole. Al momento restano aperte tutte le ipotesi: disposta l’autopsia.

La serie criticata dal regime iraniano

Teheran, che porta sul piccolo schermo lo scontro geopolitico tra Iran e Israele, è una serie di spionaggio creata da Moshe Zonder per l’emittente pubblica israeliana Kan 11. Trasmesso dal 2020, viene distribuita a livello internazionale da Apple TV+. Nelle serie, di cui finora sono stati prodotti 24 episodi (otto per ciascuna stagione), hanno recitato anche Glenn Close e Hugh Laurie. Teheran nel 2021 è stata premiata con l’International Emmy per la miglior serie drammatica.

Chi era la produttrice Dana Eden

Eden era una delle più importanti produttrici israeliane. Aveva iniziato la sua carriera nel 1998, producendo il pilot di Chalomot Ne’urim. Poi aveva lavorato a diversi altri programmi, tra cui Saving the Wildlife, She Has It, Magpie e Shakshouka. Nel 2007 la creazione della casa di produzione Donna and Shula Productions con la produttrice Shula Spiegel, società che aveva dato vita a Teheran.

L’Iran apre alle ispezioni nei siti nucleari, ma blinda il programma missilistico

In vista dei nuovi colloqui con gli Stati Uniti in programma a Ginevra, l’Iran apre alle ispezioni nei siti nucleari della Repubblica Islamica, compresi quelli sotterranei, ma blinda il suo programma missilistico, sul quale non intendere fare concessioni. Ali Larijani, segretario del Consiglio superiore per la sicurezza dell’Iran, ha dichiarato: «Per dimostrare che l’Iran non è alla ricerca di armi nucleari, permetteremo agli ispettori dell’Aiea di ispezionare i nostri siti nucleari, anche quelli che si trovano nel sottosuolo e sulle montagne». Poi ha aggiunto: «Sulla questione la questione missilistica, che riguarda la sicurezza nazionale, non siamo disponibili a negoziare».

Aragchi: «La sottomissione alle minacce non è sul tavolo»

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi, a Ginevra per nuovi colloqui dopo quelli che si sono svolti in Oman, ha affermato che «i negoziati devono essere equi, significativi e privi di tattiche dilatorie». La delegazione americana sarà guidata ancora dall’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff, e da Jared Kushner, consigliere di Donald Trump nonché suo genero. Prima di vedere gli americani, Araqchi ha in programma un incontro con Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, e altri esperti nucleari. In un post su X il ministro degli Esteri iraniano ha sottolineato che «la sottomissione alle minacce non è sul tavolo dei negoziati».

L’Iran continua a escludere l’arricchimento zero dell’uranio

Gli Stati Uniti stanno tentando di ampliare la portata dei colloqui a questioni non nucleari, come l’arsenale missilistico dell’Iran, su cui però Teheran continua a fare muro. La Repubblica Islamica, che ha appunto aperto alle ispezioni dell’Aiea, si è detta disposta a disposta a discutere di limitazioni al suo programma nucleare solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa, che stanno mettendo in ginocchio la sua economia, escludendo però l’arricchimento zero dell’uranio.

L’Iran apre alle ispezioni nei siti nucleari, ma blinda il programma missilistico
La USS Gerald R. Ford (Ansa).

Continua intanto a salire la tensione tra Usa e Iran

La tensione lungo l’asse Washington-Teheran continua intanto a salire. Con l’obiettivo di costringere la Repubblica Islamica a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo: la USS Gerald R. Ford, che va dunque ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln, da tempo presente nel Mar Arabico, rafforzando la potenza di fuoco statunitense nella regione. Come hanno riferito alla Reuters alcuni funzionari vicini alla Casa Bianca, gli Usa «si stanno preparando all’eventualità di una campagna militare prolungata se i colloqui non dovessero avere successo». Intanto, la protezione civile iraniana ha tenuto un’esercitazione di difesa nella Pars Special Economic Energy Zone per rafforzare la preparazione a potenziali incidenti chimici nel polo energetico situato nella parte meridionale del Paese.

Crans-Montana, il rapporto che segnalava gravi carenze già nel 2023

Il Comune di Crans Montana era a conoscenza di disfunzioni nei servizi comunali da almeno due anni prima che accadesse la strage di Capodanno al Constellation. È quanto emerge da un audit interno realizzato nel 2023, il quale rivela che in quell’anno il Municipio era stato informato di carenze all’interno dei servizi comunali, in particolare quello incaricato dei controlli antincendio degli esercizi pubblici. Il rapporto, dal titolo Sintesi di un audit sommario sul modo di funzionamento del Comune di Crans-Montana in termini di management, organizzazione e comunicazione, è datato 31 agosto 2023.

Il report segnala sovraccarichi di lavoro e ritardi nelle scadenze

L’audit mette in luce problemi di gestione del personale, evocando «casi disciplinari non gestiti o ignorati» nonché «rifiuti di incarico» da parte di alcuni collaboratori. Il documento segnala poi una mancanza di mezzi: «Le risorse, il personale e il tempo a disposizione rispetto alle missioni attese (dai capi servizio) sono inadeguati. (…) Questa situazione genera un sovraccarico di lavoro in alcuni servizi (…) e ritardi nelle scadenze». Questa problematica riguarda direttamente il servizio incaricato dei controlli antincendio che non ha effettuato le visite annuali obbligatorie, come quella del Constellation, in violazione della legislazione vallesana. L’ultima ispezione risale al 2019 per il bar. L’audit è stato consegnato al Municipio di Crans-Montana il 31 ottobre 2023 e, secondo diverse fonti anonime, il Comune ha applicato solo marginalmente le misure correttive suggerite, in particolare all’interno del servizio della sicurezza pubblica.

Nessun commento da parte del Comune

Contattato dai media svizzeri, il Municipio ha dichiarato: «Il Comune di Crans-Montana non commenta quanto rientra nella procedura in corso. Di conseguenza per il momento non viene concessa alcuna intervista. Il Comune di Crans-Montana collabora con le autorità giudiziarie per permettere loro di stabilire i fatti e determinare le responsabilità. Nell’ipotesi in cui la responsabilità del Comune sia coinvolta, questa sarà assunta»

Israele riavvia la registrazione di terre in Cisgiordania

Il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu ha approvato ulteriori misure per rafforzare il controllo dello Stato ebraico sulla Cisgiordania e facilitare il possesso di terreni da parte dei coloni. Domenica 15 febbraio è infatti arrivato il semaforo verde all’avvio di un processo di registrazione dei terreni occupati della West Bank che permetterà di dichiararli come “proprietà statale”, se i palestinesi non saranno in grado di presentare documenti che ne attestino la titolarità. Tutto questo dopo decenni di occupazione e guerra, in cui la documentazione potrebbe essere andata persa o distrutta: di fatto, l’obiettivo è l’espropriazione di massa dei territori palestinesi. «Stiamo proseguendo la rivoluzione degli insediamenti e rafforzando la nostra presa su tutte le parti del nostro territorio», ha dichiarato Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, tra i promotori del piano assieme a Yariv Levin (Giustizia) e Israel Katz (Difesa).

La registrazione dei terreni riguarderà l’Area C

Era dal 1967 che Tel Aviv non procedeva alla registrazione dei terreni occupati in Cisgiordania. Il nuovo piano riguarderà l’Area C della West Bank individuata dagli Accordi di Oslo, dove vivono oltre 300 mila palestinesi. Essa costituisce circa il 60 per cento dell’intera Cisgiordania, di fatto sotto il pieno controllo militare israeliano.

Israele riavvia la registrazione di terre in Cisgiordania
Bezalel Smotrich e Benjamin Netanyahu (Ansa).

Anp: «Flagrante violazione del diritto internazionale»

«Una grave escalation e una flagrante violazione del diritto internazionale», che equivale a una «annessione de facto». Così l’ufficio di Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), ha definito il piano di Israele, invitando la comunità internazionale e in particolare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a intervenire immediatamente. Hamas ha definito quello del governo di Netanyahu un «tentativo nullo e privo di valore» di «giudaizzare» la Palestina. Anche Giordania, Egitto, Qatar e Turchia hanno condannato la mossa di Tel Aviv, che già la scorsa settimana aveva annullato il divieto di vendita di terreni in Cisgiordania agli israeliani ebrei e la pubblicazione dei registri catastali. Il divieto di cessione di terreni ai non musulmani risaliva al periodo di amministrazione da parte della Giordania (1948-1967): finora le persone non di fede islamica non potevano acquistare terreni a titolo personale, ma solo tramite società private.

Trump e il miraggio americano della jobless growth

Nel 1996 Paul Krugman pubblicò su Harvard Business Review un saggio dal titolo tanto semplice quanto rivoluzionario: A Country Is Not a Company. Un Paese non è un’azienda. Dietro quella formula c’era un avvertimento preciso: applicare alla gestione di uno Stato la logica di una corporation porta a errori sistemici. Un’impresa massimizza il profitto, difende quote di mercato, chiude stabilimenti improduttivi. Una nazione no. Una nazione deve massimizzare redditi reali, occupazione diffusa, stabilità sociale e crescita sostenibile nel tempo. Krugman metteva in guardia contro la tentazione di leggere il deficit commerciale come una “perdita” e la bilancia dei pagamenti come un conto economico. In macroeconomia, spiegava, il saldo commerciale riflette equilibri tra risparmio e investimento, non la bravura o l’incapacità di un leader nel negoziare. Eppure, 30 anni dopo, la politica economica di Donald Trump sembra costruita proprio su quella fallacia: trattare gli Stati Uniti come se fossero una società impegnata in una trattativa permanente.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Paul Krugman (Ansa).

Il boomerang dei dazi e lo stop della Camera

I dazi ne sono l’esempio più evidente. Quando si colpiscono a livello tariffario partner come Canada e Messico, non si sta punendo un concorrente esterno, ma si stanno aumentando i costi di una filiera profondamente integrata. L’industria automobilistica, l’energia, la componentistica nordamericana funzionano come un ecosistema unico. Introdurre barriere significa rendere più costosa la produzione interna. Non a caso la questione è diventata così controversa da portare, l’11 febbraio, la Camera dei Rappresentanti a bloccare i dazi al Canada, un gesto politico raro che segnala quanto l’impatto economico sia percepito come problematico anche dentro gli Stati Uniti.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Il Congresso degli Stati Uniti d’America (Ansa).

Gli Stati Uniti nella trappola della jobless growth

Quando i costi salgono e l’incertezza aumenta, le imprese reagiscono in modo prevedibile: rallentano le assunzioni. È qui che si inserisce il secondo grande elemento di questa fase economica, la cosiddetta febbre da investimenti nell’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti stanno vivendo un’ondata massiccia di CapEx (investimenti in conto capitale per acquistare o mantenere immobili, macchinari ma anche software e brevetti) destinata a data center, semiconduttori, infrastrutture energetiche e reti. JPMorgan stima che la spesa in data center possa aggiungere fino a 20 punti base al Pil, mentre Bridgewater parla di un impatto macroeconomico significativo nel biennio 2026-27. Ma la crescita degli investimenti non coincide automaticamente con la crescita dell’occupazione. Gran parte di questa spesa è capital intensive, non labour intensive. Molti miliardi finiscono in hardware, chip, supply chain globali. Barron’s e analisti di JPMorgan hanno parlato apertamente di un disaccoppiamento tra investimenti e lavoro: CapEx in aumento, assunzioni in rallentamento. È la dinamica della jobless growth, cioè crescita senza occupazione diffusa. Finché la costruzione di data center e infrastrutture procede a ritmo sostenuto, il Pil appare solido. Ma se il mercato del lavoro non accelera, l’economia si regge su una base fragile.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Un’agenzia per il lavoro a Los Angeles (Ansa).

Il mix fatale di lavoro stagnante ed elevato costo della vita

La fragilità diventa evidente guardando le famiglie. Negli Stati Uniti i tassi medi sulle carte di credito si aggirano attorno al 21 per cento. Significa che milioni di famiglie finanziano la spesa quotidiana a costi finanziari estremamente elevati. Se i prezzi dei beni restano alti, anche per effetto dei dazi e delle tensioni commerciali, e le assunzioni non crescono in modo significativo, il reddito reale si erode. Non è necessario che si verifichi una disoccupazione di massa per generare stress economico. È sufficiente una combinazione di lavoro stagnante e costo della vita elevato per comprimere i consumi. Quando i consumi rallentano, le imprese iniziano a tagliare davvero. Ed è qui che si materializza la hard landing. Non come un crollo improvviso e spettacolare, ma come una sequenza progressiva e non lineare. I costi aumentano, le assunzioni si congelano, le famiglie riducono la spesa, il ciclo degli investimenti rallenta, e ciò che sembrava semplice prudenza si trasforma in contrazione occupazionale. La transizione da poche assunzioni a licenziamenti può avvenire in pochi trimestri se la fiducia si incrina. A complicare il quadro contribuisce il contesto geopolitico. Politiche commerciali aggressive, tensioni con alleati storici, frizioni nel Nord America e posture internazionali controverse aumentano il premio di rischio. In un’economia moderna la fiducia è un moltiplicatore potente. Se l’incertezza cresce, gli investimenti diventano più cauti e le decisioni di assunzione più conservative.

Trump e il miraggio americano della jobless growth
Un supermercato a New York (Ansa).

Cosa succede se la spinta si ferma?

Krugman non sosteneva che il commercio fosse irrilevante. Sosteneva che interpretarlo come una gara tra aziende fosse un errore concettuale. Governare una nazione come se fosse un’azienda può produrre politiche che alzano i costi interni, comprimono i redditi reali e aumentano la vulnerabilità sistemica. Oggi gli Stati Uniti non sono formalmente in recessione. Ma mostrano segnali di squilibrio: investimenti concentrati e poco intensivi di lavoro, mercato occupazionale che non accelera, famiglie fortemente indebitate a tassi elevati, politiche tariffarie che aumentano i costi domestici. Questa combinazione può reggere finché la spinta del CapEx sostiene il Pil. Il problema è cosa accade quando quella spinta si attenua. Il rischio ora non è il fallimento in senso contabile. È l’erosione progressiva della base economica e sociale che sostiene la crescita. Quando si governa una nazione come fosse un bilancio aziendale, il pericolo non è perdere una trattativa. È perdere l’equilibrio macroeconomico che tiene insieme un sistema complesso.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere

Non è da tutti essere un politico e ritrovarsi circondato da persone che vogliono un selfie. Certo, magari aiuta essere un volto noto della musica che ha appena scelto di scendere in campo. È quello che è successo lo scorso autunno a Washington, come raccontato dal New York Times, a Bobby Pulido, 52enne star della musica Tex-Mex. Uno che sul comodino ha non uno, ma ben due Latin Grammy. E ora ha deciso di stoppare la carriera da cantante per tentare l’impresa di conquistare con il Partito democratico il 15esimo distretto del Texas, dal forte dna repubblicano. Non è l’unico profilo che sorprende tra gli outsider dem in vista delle elezioni di metà mandato in programma a novembre del 2026. Oltre a Pulido ci sono anche un agricoltore e un 31enne paracadutista antincendio. Tutti in corsa in circoscrizioni dove nel 2024 Donald Trump ha (stra)vinto con almeno una decina di punti percentuali di vantaggio. Mission impossible. O forse no.

«Poca esperienza? Non è un problema in un’elezione come questa…»

Per qualcuno la scarsa esperienza di questi candidati potrebbe diventare un’arma a favore. Il deputato newyorkese Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, ha detto al Nyt: «Questo aspetto non è un problema in un’elezione che privilegia il cambiamento. Anzi, potrebbe essere un punto di forza». Il suo ottimismo si basa sulla serie di risultati positivi che i dem hanno ottenuto alle urne negli ultimi mesi. Alcuni davvero a sorpresa, come la performance di Taylor Rehmet che alle elezioni speciali di fine gennaio si è portato a casa un seggio al Senato del Texas, vincendo in una circoscrizione in cui nel 2024 Trump aveva battuto Kamala Harris di 17 punti. E mentre i repubblicani parlano di «campanello di allarme», i democratici appaiono galvanizzati e convinti dell’opera di scouting iniziata subito dopo le Presidenziali del 2024 per inquadrare profili adatti a competere in aree dove sembravano spacciati.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere
Il democratico Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera (foto Ansa).

Proprio come quella in cui si presenta Pulido. Il Texas è uno Stato profondamente e storicamente conservatore. Una condizione che i repubblicani hanno provato a blindare ridisegnando i collegi elettorali nel 2025. Nonostante questo, gli strateghi del partito democratico credono che il cantante abbia tutte le carte in regola per mettere in discussione il colore di un seggio che Trump ha vinto con 18 punti di scarto.

Pulido ha chiamato il figlio come il suo fucile preferito

Cinque candidature e due vittorie ai Latin Grammy, Pulido è figlio di un bracciante agricolo immigrato, ha appoggiato l’espulsione dei criminali dal Paese e ha chiamato il suo primogenito Remington, in omaggio al suo fucile preferito tra le decine e decine di armi che possiede. Insomma, un po’ lontano dallo stereotipo del classico dem. E ancora di più da quello del neosocialista sulla scia di Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere
Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez (da Fb).

«Mi ascolterà anche chi ha sempre votato i repubblicani, perché abbiamo un legame culturale», ha spiegato lui in attesa della formalità delle Primarie di marzo. Effettivamente la sua fama e la sua musica potrebbero rappresentare una sorta di lasciapassare di cui i dem non avevano mai goduto in terra texana.

Ager, l’agricoltore che «non ha l’aspetto giusto»

Anche Jamie Ager, 47 anni, a una prima occhiata non matcha granché con l’immagine del dem per antonomasia. «Non sono tanti i democratici tra gli agricoltori bianchi delle zone rurali», ha ammesso lui stesso, super favorito alle Primarie per la candidatura in un distretto della Carolina del Nord. Gli elettori di quell’area da vent’anni premiano solo i repubblicani e sono rimasti sorpresi quando Ager ha svelato a quale partito appartiene: «Dicono che non ho l’aspetto giusto», ha aggiunto prima di ricordare la storica militanza politica della sua famiglia: il fratello è un deputato statale, mentre il nonno, decenni fa, è stato eletto al Congresso. «Fa parte di ciò che sono», ha concluso riferendosi alla sua casacca blu dell’Asinello.

Forstag, il paracadutista contro i tagli voluti da Musk

E se Ager pensa di ottenere la poltrona facendo leva sul malcontento della gestione repubblicana dopo l’uragano Helene, nel Montana (dove Trump ha battuto Harris di una ventina di punti percentuali) Sam Forstag, un paracadutista antincendio poco più che trentenne, ha deciso di fare il grande passo perché frustrato dall’attuale amministrazione dopo i tagli nel settore forestale voluti da Elon Musk quando era al Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge). «Sono i poveri lavoratori che vengono fregati mentre qualcun altro si arricchisce. È sempre la solita dannata storia», ha attaccato Forstag, che è anche leader sindacale.

Secondo il già citato deputato Jeffries, il progressivo calo dell’approvazione nei confronti di Trump darebbe un’ulteriore spinta ai candidati democratici: «Fin dall’inizio, la nostra teoria era che ci sarebbero state opportunità di espansione. Sapevamo che il presidente e la sua amministrazione si sarebbero spinti troppo oltre e così stanno facendo», ha spiegato al New York Times. La vede diversamente Mike Marinella, portavoce della sezione elettorale dei repubblicani alla Camera: «Inseguono miraggi politici. Fantasticano di conquistare distretti in cui non vinceranno mai, mentre sprecano soldi per difendere una lunga lista di seggi, molto vulnerabili, su cui siedono i loro membri più radicali». Basta aspettare nove mesi per scoprire chi ha ragione.